Marò: il loro rientro è nei meandri dell’affaire Finmeccanica più che nelle stanze della Farnesina

By Vincenzo Ciaraffa

Quando il 5 luglio del 1950 fu ucciso, non si sa bene da chi né dove, tra le armi del bandito Salvatore Giuliano fu ritrovato un mitra Thompson che recava incisa sul calcio di legno la seguente scritta: «Carabinieri! Per voi vedo malo e oscuro cammino».

Cosa, poi, c’entri quella scritta con Finmeccanica, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due marò del San Marco da un anno illegalmente trattenuti in India perché accusati di avere sparato a due pescatori indiani, forse lo vedremo nelle prossime settimane, per adesso cerchiamo di capire cosa sta succedendo in Italia, oltre alle dimissioni del papa e una bruttissima campagna elettorale.

Il GIP del tribunale di Busto Arsizio ha disposto l’arresto del presidente di Finmeccanica, Giuseppe Orsi, con l’accusa di corruzione internazionale, peculato e concussione, per delle tangenti da 51 milioni di euro che sarebbero state pagate da Finmeccanica ad alti gradi dell’esercito indiano per agevolare la vendita di dodici elicotteri AW101.

Lo stesso GIP, e con le medesime accuse di Orsi, ha disposto misure restrittive anche per l’amministratore delegato dell’azienda consociata costruttrice degli elicotteri, l’Augusta Westland, e per i supposti intermediari della mazzetta. Il governo indiano (in verità non troppo scandalizzato) ha chiesto all’Italia l’accesso alle informazioni riguardanti l’inchiesta, accesso ovviamente negato perché il procedimento giudiziario è ancora nella fase delle indagini preliminari. Poi il Ministero della Difesa indiano, facendo lo gnorri, ha deciso di inviarci in casa (pensate, gli indiani!) dei propri 007 per far luce sulla sospetta corruzione negli alti gradi dell’esercito ed è probabile che anche a loro non sarà consentito di andare a mettere il naso negli atti giudiziari in fattispecie.

L’India  – come Latorre e Girone stanno sperimentando da un anno sulla loro pelle –  non possiede quella che potremmo definire  una “raffinata” cultura giuridica e, pertanto, potrebbe non prendere bene il fatto che a dei suoi funzionari siano sbattute le porte in faccia in questa fase preliminare del procedimento e reagire, così, a qualche forma di ritorsione contro il nostro Paese. Se ciò dovesse verificarsi, indovinate un po’ con chi se la prenderebbe?

Ma troppo presi da una campagna elettorale che, senza tregua, dura ormai da vent’anni, i politici italiani a questa evenienza non hanno neppure pensato, limitandosi a commentare la notizia degli arresti avvenuti in Finmeccanica: Berlusconi ha detto che è inutile fingere di cadere dal pero perché «così fan tutte» in Italia e all’estero; Monti ha rivendicato a sé il merito dell’inchiesta (e Montepaschi, no. Nevvero?). Bersani, poi, ha anticipato l’intenzione di varare un’ennesima legge anticorruzione se mai diventerà premier: di quale legge anticorruzione va cianciando costui (incominciasse a fare anticorruzione nei feudi del PD come Montepaschi…) se, nel caso dei marò, è stato proprio lo Stato italiano a non aver le carte in regola!

Lo stesso soggetto (lo Stato italiano), infatti, mentre da un lato trattava con l’India per la fornitura di mezzi e tecnologia militare giacché principale azionista di Finmeccanica, dall’altro doveva darsi da fare per portare i due marò a casa.

Le domande sono: «L’Italia poteva fare la voce grossa con un soggetto al quale stava vendendo tecnologia militare e distribuendo – pare – 51 milioni di euro in mazzette? Poteva instaurare un cazzuto contenzioso con un compagno di merende, come avrebbe detto la buonanima di Pacciani?».

Ai magistrati  – senza la cui opera ventennale è innegabile che il Paese sarebbe affogato nella cloaca  della corruzione istituzionalizzata –  vorremmo ricordare, invece, un paio di cosine. Se è vero che gli Stati non si possono amministrare unicamente con i Paternostro, è vero anche che essi non si possono governare come il “Club dei virtuosi” e che, spesso, la loro sopravvivenza fonda su operazioni che non definiremmo immacolate in condizioni normali. Le regole del gioco di queste operazioni non esistono perché gli addetti ai lavori, in virtù di un ingaggio politico di massima, devono spesso improvvisare sul terreno contro un nemico, mutevole, invisibile e molto pericoloso perché agisce nell’ombra.

Infliggere, poi, dieci anni di carcere a chi questo gioco ha dovuto condurre, come nel caso del Generale Pollari, ci sembra un tantino fuori luogo. Peraltro, chi difende lo Stato per “vie diversamente democratiche” si ritrova sempre a giocare un gioco le cui regole – lo ripetiamo! – non sono state scritte da lui.

Questo vale anche per la vendita di materiale all’estero, specialmente nei Paesi del terzo mondo, dove la mazzetta è ormai diventata un istituto imprescindibile da ogni tipo di consorzio commerciale. Adesso la cosa che temiamo di più è che gli indiani disdicano l’ordinativo dei dodici elicotteri e inseriscano l’Italia nella lista nera di quelle nazioni che non venderanno più neppure un bullone a casa loro. Infatti, se ciò dovesse malauguratamente accadere, ci verrebbero a mancare l’unica, reale arma di pressione su di una nazione che sta armando vertiginosamente e che, perciò, ha grande fame di tecnologia europea.

Sì, perché è inutile fingere un grande sforzo politico per liberare i marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone: la loro libertà si costruisce nei meandri delle mazzette dell’affaire Finmeccanica, mica nelle stanze della Farnesina. Ecco perché a proposito della liberazione dei nostri due marò ci siamo ricordati del mitra di Salvatore Giuliano: «Per voi vedo malo e oscuro cammino».

Vincenzo Ciaraffa

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Foto: trasportando.com