La regione del Grande Mar Nero a cavallo tra Europa e Asia; focus sulle interrelazioni con la Bulgaria, A.Miykova/6

By Anna Miykova

Cap 1.4 della tesi La regione del Grande Mar Nero a cavallo tra Europa e Asia; focus sulle interrelazioni con la Bulgaria (Anna Miykova)

La Bulgaria dopo il secondo conflitto mondiale

Le vicende politiche della Bulgaria dal 1945 al 1989 non si sono discostate da quelle degli altri Paesi assegnati, dopo Yalta, alla sfera di influenza sovietica. A partire dal 1945, ebbe inizio una storia comune, e condivisa da tutta l’Europa Orientale, con l’affermazione dei Partiti Comunisti filo-sovietici, l’eliminazione – anche fisica – degli oppositori e la progressiva satellizzazione rispetto a Mosca, attraverso l’ingresso “spontaneo” nel COMECON33 e, nel 1955, nel Patto di Varsavia.

Liquidata l’opposizione, il Paese venne trasformato in una democrazia popolare: il governo realizzò la riforma agraria – attraverso la collettivizzazione – e nazionalizzò l’industria, fissando la produzione attraverso i piani quinquennali. Per mezzo secolo, la storia bulgara si cristallizza attorno alla figura di Todor Hristov Zhivkov (anche conosciuto in Bulgaria come “Tato”) rimasto ininterrottamente al potere fino alla “rivoluzione” del 1989.

Hristov Zhivkov fu il leader comunista indiscusso della Bulgaria dal 4 marzo 1954 al 10 novembre 1989. Nella seconda guerra mondiale, partecipò al movimento di resistenza contro la Germania nazista. Dopo la guerra, fu inviato in Unione Sovietica come comandante della Milizia del Popolo. In queste veci, fece arrestare migliaia di persone come prigionieri politici.

Nel 1951 divenne membro del Politburo e nel 1954 fu Primo Segretario del Comitato Centrale. Ricoprì inoltre la carica di Capo di Stato (Presidente del Consiglio di Stato) della Bulgaria dal 7 luglio 1971 al 17 novembre 1989. Nonostante un tentativo di colpo di Stato attuato da dissidenti militari e membri del partito nel 1965, fu il leader che rimase il più a lungo al potere in uno stato del blocco sovietico.

Durante il suo governo, tutte le voci dissidenti in Bulgaria furono aspramente soppresse, con migliaia di arresti in tutta la nazione. Con l’aiuto dell’URSS, Zhivkov rafforzò la collettivizzazione delle fattorie e tentò di modernizzare l’industria. Zhivkov era un protetto di Nikita Chruščёv, e un amico stretto di Leonid Brežnev, e pertanto era conosciuto per essere un servitore degli interessi dell’Unione Sovietica. Propose due volte l’unione della Bulgaria all’Unione Sovietica, portando come giustificazione il comune alfabeto cirillico e la condivisa eredità slava. Inviò le forze militari della Bulgaria a partecipare all’invasione della Cecoslovacchia nel 1968 da parte dei Paesi del Patto di Varsavia. Il dissidente Georgi Markov, che poi fu assassinato a Londra nel 1978 con un ombrello bulgaro avvelenato, disse: “Zhivkov ha servito l’Unione Sovietica più ardentemente di quanto abbiano fatto i leader sovietici stessi”. Il leader stalinista Enver Hoxha etichettò Zhivkov come una piccola cellula che avrebbe fatto qualunque cosa Chruščëv o il KGB avessero detto. Nonostante Zhivkov non divenne mai un despota come Stalin, dal 1981, passato ai 70 anni, il suo regime divenne sempre più corrotto e autocratico. Verso la fine del suo governo, cercò di effettuare timidi cambiamenti per modernizzare la Bulgaria, introducendo versioni più attenuate della glasnost’ e della perestrojka di Michail Gorbačëv. Questi tentativi non riuscirono a impedire la caduta del comunismo e la sua personale sconfitta. La campagna per “bulgarizzare” i nomi dei Turchi residenti nel Paese (che portò tra l’altro a un esodo dalla Bulgaria alla Turchia nel 1985), contribuì alla sua caduta.

Alla fine del 1989, Zhivkov fu espulso dalla Presidenza e dal Partito Comunista Bulgaro. Il partito rinunciò subito dopo al suo monopolio sul potere e nel giugno 1990 si tennero le prime elezioni libere in Bulgaria dal 1931.

Il leader comunista bulgaro fu arrestato nel gennaio 1990. Due anni dopo, fu condannato per malversazione e condannato a sette anni di carcere. Fu comunque autorizzato, a causa della sua salute, a scontare la pena con gli arresti domiciliari. Fu poi assolto dalla Corte Suprema Bulgara nel 1996.

Todor Zhivkov morì di polmonite nel 1998, e gli fu negato un funerale di Stato.

[Con Zhivkov] la Bulgaria divenne, se possibile, l’alleato perfetto per Mosca e il docile esecutore dei dettami moscoviti. Non vi fu mai un cenno di protesta né uno screzio mentre, in tutto il resto del blocco comunista, emergevano a fasi successive, moti di ribellione e insofferenza verso l’URSS (basti pensare alle crisi in Germania Est, Polonia, Cecoslovacchia e Ungheria, senza dimenticare la stessa Jugoslavia, espulsa dal COMINFORM).

Per anni, l’URSS è stata considerata “la seconda patria dei Bulgari” e, in base ad una legge del 1950, ai cittadini sovietici era attribuita parità di diritti e di doveri con quelli bulgari.

Agli inizi degli anni Ottanta, la Bulgaria assorbiva senza scosse – e anzi, approvava convinta – i due eventi più dirompenti per le democrazie popolari: la “normalizzazione” in Polonia imposta dal generale Jaruzelski e l’invasione sovietica dell’Afghanistan.

Questa fedeltà “assoluta” era ricompensata da Mosca mediante la cessione di greggio a prezzi speciali che, tuttavia, non avrebbe salvato il Paese dal disastro materializzatosi nel 1989. Allora, dopo decenni di totale immobilismo, per la Bulgaria iniziava una fase assai convulsa sia sotto il profilo politico sia economico, con poche luci e tante ombre, una forte instabilità e frequenti rimpasti di governo. La Costituzione democratica approvata il 12 luglio 1991 sanciva l’avvio di una repubblica unitaria parlamentare sul modello occidentale, nonostante il ruolo, tuttora forte, del Partito Socialista, erede di quello Comunista.

La transizione verso un sistema effettivamente libero e democratico non si rivelò né facile, né indolore. La politica di apertura del nuovo premier, Zhan Videnov, si dovette confrontare con due opposte fazioni: da un lato, l’ala conservatrice del partito e, dall’altra, quella del Presidente della Repubblica Zhelyu Zhelev, fautore di una progressiva integrazione nel sistema politico ed economico euro-atlantico. Il passaggio dal sistema statalista e centralizzato a quello liberale determinava un notevole peggioramento nelle condizioni di vita della popolazione e il malcontento, nel 1996, culminava in violente manifestazioni di piazza, con l’assalto – di manzoniana memoria – alla sede del Parlamento.

In quella fase convulsa erano molti, in Occidente, a temere per la Bulgaria una situazione simile a quella dell’Albania: collasso del sistema finanziario e creditizio, elevato rischio di una rivoluzione civile, evitata solo dalla decisione del governo di indire nuove elezioni nel 1997 – una data decisiva nella storia della Bulgaria e della sua progressiva integrazione nel sistema euro-atlantico.

Alla richiesta di adesione alla Partnership for Peace (PfP) della NATO, faceva seguito una serie di scelte coraggiose in ambito politico, nel quadro di un processo di democratizzazione: abolizione della pena capitale, ratifica della Convenzione Europea sui Diritti delle Minoranze (in base al censimento del 2001, la popolazione della Bulgaria è composta principalmente da Bulgari etnici, 83,9%, con due importanti minoranze: turchi, 9,4%, e Rom, 4,7%, il restante 2% consiste di diverse minoranze più piccole, comprendenti armeni, macedoni, russi, rumeni, ucraini, greci, tatari ed ebrei), che in Bulgaria rappresentano il 16% dell’intera popolazione, miglioramento dei rapporti bilaterali.

Italia, Grecia e Turchia hanno sostenuto la candidatura bulgara, al fine di creare un continuum con il resto dell’Alleanza Atlantica, consapevoli dell’elevata instabilità della regione. Peraltro, nei rapporti tra Atene e Sofia non sono mancati momenti di tensione, come nel 1999, per la questione di uno dei reattori nucleari di Kozloduy che hanno permesso alla Bulgaria di essere il principale esportatore di energia della regione e di cui l’UE ha chiesto, per ragioni di sicurezza, la chiusura – peraltro avvenuta qualche mese dopo.

Dal punto di vista geopolitico, la Bulgaria è, del resto, al centro di grandi progetti infrastrutturali che riguardano l’Europa Sud-Orientale: l’oleodotto dal Mar Nero all’Adriatico, attraverso il porto bulgaro di Burgas e quello albanese di Vlore e, dall’altro, l’autostrada da Trieste a Salonicco, da estendere eventualmente fino a Varna.

Grecia e Bulgaria, per ragioni storiche e strategiche, guardano con attenzione alla Macedonia: a partire dal 2001, hanno offerto supporto militare all’esercito di Skopje, nonostante vi fossero già presenti forze della NATO.

Gli interessi strategici bulgari, come quelli greci, in Macedonia sono storicamente molto forti: nonostante l’affinità tra Bulgari e Macedoni e il moderato ma vivo senso di koinè slava, Sofia ha sempre negato il carattere autonomo della lingua e dell’etnia macedone (visti, rispettivamente, come un dialetto bulgaro ed un gruppo particolare di Bulgari); secondo il Jane’s Sentinel, sembra, inoltre che essa sia coinvolta nel tentato assassinio, nel 1995, del Presidente macedone, Gligorov; dopo una fase di gelo, tuttavia, i rapporti bilaterali hanno conosciuto un netto miglioramento dopo la visita del Primo Ministro macedone, Georgievski, nel 1999.

Ma il governo bulgaro, contrario a un possibile – ma probabilmente poco realistico – ingresso nella NATO di Skopje, teme una possibile influenza serba e islamica in quell’area e un’estensione, entro i propri confini, delle tensioni etniche che caratterizzano la Macedonia: qui continua, infatti, l’attiva guerriglia dei separatisti albanesi sostenuti anche dall’UCK ed è sempre possibile un massiccio esodo di profughi.

L’Ushtria Çlirimtare e Kosovës (UÇK o UCK), nome albanese dell’Esercito di Liberazione del Kosovo, è stata l’organizzazione paramilitare guerrigliera e terroristica kosovaro-albanese che ha operato nei territori serbi del Kosovo e nella vicina vallata di Presevo. La sua azione inizia nel 1996 e acquista rapidamente consensi e forza, riuscendo, in certe fasi, a controllare circa la metà del Kosovo. Ha creato anche un governo per l’indipendenza. Nel giugno 1999 l’UCK fu ufficialmente dissolto ed i suoi membri – a dispetto degli accordi internazionali, firmati dal comandante inglese della Kfor, Mike Jackson e il capo dell’UCK, Hashim Thaci, che prevedevano il loro completo disarmo – andarono a costituire il neonato gruppo armato denominato in inglese Kosovo Protection Corps (KPC) A dispetto degli accordi, continuano a verificarsi scontri a fuoco anche contro le truppe della Kfor (ultima consultazione fonte <http://www.italia-liberazione.it/novecento/uck.html> Data ultima consultazione: 01.05.2012).

Dopo decenni di assoluta e provata “fedeltà”, sono mutati i rapporti con Mosca, nonostante gli accordi di cooperazione militare siglati nel 1992 con la Federazione Russa e l’Ucraina e, nel 1995, con la Bielorussia e la Moldova.

La Russia resta tuttora un attore importante nel Sud Est Europa: le Forze Armate bulgare, infatti, sono in gran parte ancora equipaggiate con mezzi di produzione russa e Mosca, che ha forti interessi in Bulgaria, non intende restare esclusa dai lucrosi appalti nel settore industriale, bellico (fornitura di armamenti) ed energetico.

Mosca non ha gradito la partecipazione di Bulgaria e Romania alla Forza di Pace del Sud Est Europa (MPFSEE), il cui Quartier Generale è proprio in Bulgaria, a Plovdiv e cui partecipano anche Albania, Grecia, Italia, Macedonia, Turchia. Un’idea interessante, lanciata nel 1997, prevedeva anche di creare una Forza Multinazionale del Mar Nero, formata da Bulgaria, Romania, Ucraina, Russia, Georgia e Turchia con compiti di assistenza umanitaria in caso di emergenza.

Rispolverando vecchi e mai sopiti timori di accerchiamento, Mosca ritiene la MPFSEE un ulteriore tentativo di limitare la sua influenza regionale; a più riprese, inoltre, ha espresso irritazione per il progressivo avvicinamento dei suoi ex alleati alle istituzioni euro-atlantiche, ritenuto inutile nel nuovo contesto post bipolare (nel 2001, alcune decisioni delle autorità bulgare hanno determinato nuove tensioni con Mosca: prima l’espulsione di alcuni diplomatici russi – definiti personae non gratae – poi l’introduzione di un visto obbligatorio per i cittadini russi che si fossero recati in Bulgaria).

Di notevole rilevanza strategica è l’accordo firmato nel 1999 con il Kazakistan: imprese bulgare parteciperanno alla realizzazione di una rete di gasdotti e oleodotti per convogliare gli idrocarburi kazaki verso i porti bulgari.

A trarre vantaggio dall’inasprimento nei rapporti russo-bulgari sono stati sia gli USA sia la Turchia – quest’ultima, per anni accusata da Sofia di volersi servire della minoranza turca in Bulgaria per destabilizzarla ed approfittare degli squilibri creati dal Trattato CFE44 nel Sud-Est Europa.

A differenza di altri Paesi dell’area carpato-balcanica, la Bulgaria non ha, all’interno, problemi di conflittualità etnico-religiosa: nel Paese, a stragrande maggioranza ortodossa, vive una minoranza turca – oltre il 9% della popolazione – di religione islamica, che non manifesta pulsioni fondamentaliste e ha, al contrario, una vocazione secolare e laica.

Né realistiche si sono rivelate le insinuazioni, diffuse tra il 1990 e il 1992, dall’ex Partito Comunista, che ha tentato di servirsi proprio della carta “turca”, ipotizzando che l’emancipazione dei Turchi di Bulgaria avrebbe inevitabilmente portato all’emergere di spinte secessioniste nel nord e nel sud del Paese.

Il timore di una possibile perdita di parti del proprio territorio (come accaduto, ad esempio, alla Jugoslavia) non si è rivelato per nulla realistico: alla minoranza turca sono stati semplicemente restituiti i diritti tolti durante la campagna di assimilazione forzata (una “bulgarizzazione” di staliniana memoria) organizzata e condotta – tra il 1985 ed il 1989 – a danno della minoranza dei turchi etnici.

I Turchi di Bulgaria, a differenza dei Kosovari, non hanno manifestato tendenze autonomiste o velleità di ricongiungimento alla madrepatria e, anzi, ne hanno sostenuto l’integrità territoriale, consapevoli di non trarre alcun vantaggio intaccandola: il Movimento per i Diritti e la Libertà dei Turchi (DPS, Dvizhenie za prava i svobodi, l’unico partito etnico oggi esistente in Bulgaria, in base al dettato costituzionale sarebbe illegale e anti-costituzionale. L’escamotage che ha protetto l’esistenza di questa organizzazione politica è giustificato da una base liberale e dall’apertura del partito a qualsiasi cittadino dello stato bulgaro. Alle elezioni del 1991, le prime dopo la fine del regime comunista, il DPS ottenne il 6% dei voti e 23 seggi su 240. Alle elezioni europee del 2007, DPS ha ottenuto il 20% dei consensi, con un incremento del 6% rispetto alle precedenti politiche, ha eletto 4 euro-deputati, 2 dei quali di etnica bulgara)  è infatti, ben presente nelle istituzioni statuali ed un eventuale effetto domino della crisi kosovara in tutta la regione sarebbe per tutti nefasto.

Con buona pace di Samuel Huntington e del suo “scontro di civiltà”, il temuto scontro tra ortodossi e islamici è, per fortuna, rimasto solo sulla carta: con orgoglio il governo bulgaro evidenzia che il senso dello Stato e il rispetto delle sue istituzioni è comune a tutte le componenti etniche e non ha pari in tutta l’Europa Sud-Orientale.

Il governo ha creato, all’interno del palinsesto televisivo, notiziari in lingua turca, una scelta coraggiosa, assolutamente impensabile qualche anno orsono; nel 1989, tuttavia, la Turchia aveva denunciato l’espulsione di centomila suoi cittadini operata da Sofia, condannata apertamente dagli USA, dal Parlamento Europeo e dalla CSCE. (Si veda in merito François Fejto, La fine delle democrazie popolari, Mondadori, Milano, 1992).

Inoltre, per migliorare i rapporti bilaterali, Turchia e Bulgaria, fin dal 1992, sono legate da un Accordo di cooperazione militare e tecnologica; un altro, siglato nel 1997, prevede il reciproco riconoscimento dei confini – come conseguenza sono state eliminate dal confine comune le mine depositate durante la Guerra Fredda.

Gli eventi seguiti all’11 settembre e la fragorosa escalation del terrorismo integralista rendono il Sud Est Europa un’area a rischio per la NATO, vista la presenza di Paesi (Albania, Kosovo, Macedonia, Bosnia-Erzegovina), dove forte è la componente islamica. Ma, nonostante in seguito agli accordi di cooperazione nel campo della difesa e dell’intelligence, la Bulgaria occupa nella strategia americana per i Balcani una posizione non più periferica. Forze USA si stanno dislocando in Bulgaria che riveste il ruolo di ponte verso Est della NATO e degli USA.

Infatti gli USA hanno supportato la candidatura di Sofia nella NATO: per questo, nel 1997, il Segretario alla Difesa americano Cohen, invitava le autorità bulgare a continuare il processo di democratizzazione e controllo civile sulle Forze Armate, stabilendo rapporti di buon vicinato con i paesi confinanti.

Nel 1999, durante la crisi in Kosovo, il governo bulgaro concedeva all’Alleanza la possibilità di utilizzare il suo spazio aereo per le operazioni contro Belgrado: terminata la guerra, metteva basi aeree e navali a disposizione della Forza Multinazionale di Pace (KFOR). Una decisione lungimirante duramente criticata dall’opinione pubblica che non dimenticava le affinità religiose e culturali con la Serbia.

In precedenza, durante la guerra nell’ex Jugoslavia, pur mantenendosi neutrale, la Bulgaria aveva rispettato l’embargo imposto contro Belgrado. Il sostegno bulgaro a un Kosovo indipendente e gli stretti rapporti con i leader albanesi hanno impresso una svolta negativa nelle relazioni bilaterali, modificata solo dopo il cambio al vertice politico avvenuto a Belgrado nell’ottobre 2010. Ciononostante gli effetti economici della guerra nell’ex Jugoslavia perdurano: i vantaggi legati alla distruzione di molte raffinerie e impianti industriali jugoslavi sono stati compensati dall’interruzione della navigazione del Danubio.

Dopo gli eventi dell’11 settembre, la Bulgaria ha rilanciato il proprio sostegno agli USA e alle azioni che la comunità internazionale avrebbe compiuto contro il terrorismo: forze bulgare partecipano alla missione ISAF (International Security Assistance Force) impegnata, sotto la guida dell’ONU, a gestire il difficile post-talebani in Afghanistan. Alla vigilia dell’attacco contro l’Iraq, Sofia ha optato per il partito della guerra (USA, Regno Unito, Spagna) a scapito di quello guidato da Russia, Francia e Germania, dicendosi pronta a offrire alcune basi aero-navali e infrastrutture alle forze americane che, verosimilmente, potrebbero sostituire quelle tedesche nella geostrategia di Washington, essendo più prossime ai nuovi teatri di crisi.

Accogliendo la logica del cherry-picking (cogliere la ciliegia più appetitosa), Washington ha trovato nei nuovi partner della NATO (in primis Polonia e Bulgaria) gli alleati più fidi e pronti che, in cambio del sostegno, hanno ottenuto una serie di “incentivi” pagati sull’unghia che vanno da un ruolo di responsabilità nell’Iraq post Saddam (Polonia) a massicci aiuti finanziari necessari per evitare la bancarotta (Bulgaria).

Ma quest’anelito verso l’Occidente non rappresenta il solo aspetto delle opzioni geopolitiche di Sofia, impegnata nella ricerca di nuovi partner strategici extra-europei – in primis Libano (rimpatrio dei clandestini) e Giordania (protezione degli investimenti esteri). Quello con la Giordania [in particolare] è un rapporto di sicura rilevanza, visti gli stretti legami personali tra l’ex re di Bulgaria e il re di Giordania di dinastia ashemita, che risalgono ai tempi quando l’ex re Simeone era compagno di scuola di Re Hussein, padre dell’attuale Re Abdullah II.

Le Forze Armate bulgare sono alle prese con la più grave crisi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e la loro riorganizzazione ha rappresentato una dura sfida per recepire il NATO MAP. Secondo gli esperti dell’Alleanza, le condizioni delle truppe bulgare erano le peggiori tra i Paesi candidati (Slovenia, Slovacchia e Paesi Baltici) e, addirittura, di quelle romene: colpa della carenza di fondi e di uomini da reclutare – effetto del trend demografico negativo di questi ultimi anni: tra il 1996 e il 1997, era stato difficile persino fornire cibo e uniformi ai militari.

Il bilancio della difesa per il 1998 prevedeva che il 50% delle risorse finanziarie fossero destinate al pagamento dei salari al personale in servizio e, solo a costo di duri sacrifici, è stato possibile avviare un processo di modernizzazione in linea con il piano militare noto come “Programma 2015”. Il massiccio taglio del personale nelle tre Forze Armate (Esercito, Aeronautica e Marina) è passato per il pensionamento anticipato e, in qualche caso, il “licenziamento”, di migliaia tra ufficiali e militari di truppa, la dismissione di centinaia tra carri armati e unità navali – anche per rispettare i limiti previsti dal Trattato CFE. Il governo ha inoltre deciso unilateralmente di cedere gratuitamente vari mezzi alla Macedonia.

L’introduzione di un esercito di professionisti adeguatamente addestrati e la progressiva riduzione del servizio di leva – nove mesi, eventualmente abbassabili a sei nel caso di studenti universitari – sono stati completati nel 2010, portando le Forze Armate bulgare in linea con gli standard NATO. Per la medesima ragione, ufficiali bulgari frequentano, in misura crescente, corsi presso accademie e scuole di guerra in USA, Germania, Francia e Regno e l’Aeronautica si doterà, di nuovi aerei da combattimento multiruolo al posto di quelli fabbricati nell’ex URSS (specie MIG 21, 23 e 29 e Su-25 da attacco al suolo).

Con l’ammodernamento dei sistemi di comunicazione, identificazione e navigazione, saranno soddisfatti gli standard NATO e ICAO: un contratto è stato concluso con la Russia per migliorare i MIG 29, mentre saranno dismessi i vecchi MIG 21 e 23 – rimpiazzati, verosimilmente, dagli F-16 ceduti in leasing da Washington. Le forze aeree di Sofia, infatti, per incrementare l’interoperabilità con quelle della NATO, già prima dell’adesione all’Alleanza, hanno partecipato, fin dal 1998, a varie esercitazioni nel quadro della PfP – in particolare del programma Co-operative Key – una di esse si è tenuta nel 2001 proprio in Bulgaria.

La Marina – imperniata sulle due basi maggiori, Varna nel nord e Burgas nel sud del Paese – è, tra tutte le forze armate, quella di minori dimensioni e, in quanto tale, ha occupato l’ultimo gradino nelle priorità della Difesa; sono stati tagliati il 22% degli ufficiali e numerose unità minori, ormai obsolete e molti cadetti delle accademie hanno rifiutato il servizio per protesta contro le pessime condizioni economiche.

Pur partecipando all’esercitazione “Briz 98” nel quadro della PfP – con Turchia, Italia, Ucraina, Stati Uniti – e nonostante manovre congiunte con Washington, la Marina bulgara ha riscosso il giudizio piuttosto negativo della NATO che la ritiene, allo stato attuale, pressoché non interoperabile. La mancanza di fondi, comune a tutte le componenti della Difesa, è particolarmente grave proprio per la Marina di cui, sul finire degli anni Novanta, si era addirittura paventata la completa eliminazione.

Nonostante le molte difficoltà riscontrate nell’adeguamento delle proprie forze a standard esterni, la Bulgaria si è impegnata in una politica di rilancio del proprio ruolo, e nei prossimi capitoli approfondiremo l’importanza delle relazioni con gli attori principali della regione del Mar Nero e quelli esterni inevitabilmente coinvolti da interessi di primaria importanza.

Anna Miykova

Seguirà Capitolo II. La cooperazione economica nella Regione

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Foto: novinite.com