Archive for the ‘Echi’ Category
domenica, settembre 2nd, 2012 |
By Ignoto Militi

Vi sono delle date che pesano come macigni sulla storia del nostro Paese, una di queste è sicuramente il 25 luglio. Quel giorno del 1943, infatti, crollò la dittatura fascista, Mussolini fu arrestato e il Maresciallo Pietro Badoglio che lo sostituì terminò il suo messaggio radiotrasmesso agli italiani con una frase che non prometteva niente di buono: “La guerra continua”. In realtà quel messaggio, più che gli italiani, doveva rassicurare l’alleato tedesco circa le intenzioni del nuovo governo a proseguire la guerra al loro fianco, anche se la verità era che Badoglio aveva già preso contatti con gli anglo-americani al fine di giungere alla stipulazione di un armistizio.
Qualche mese fa, durante la conferenza stampa seguita al suo incontro col Segretario Generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, il premier Monti ha assicurato che il nostro Paese continuerà a garantire risorse e uomini per l’addestramento delle forze di sicurezza afgane, anche quando ce ne torneremo a casa nel 2014.
In realtà, più che la NATO, Monti ha voluto rassicurare gli USA circa le nostre intenzioni di voler restare in Afghanistan per almeno altri due anni, senza trovare il coraggio di dire a chiare lettere che l’Italia non è più in grado di spendere tre milioni di euro al giorno per continuare a puntellare il corrotto governo di Hamid Karzai.
Anche perché quei soldi servono per contribuire alla sopravvivenza di tutto il complesso della nostra malmessa difesa nazionale in un momento particolarmente difficile (mi si passi questo eufemismo…) per le finanze statali.
Peraltro, l’intervento occidentale in Afghanistan, che non ha sconfitto i talebani, ma li ha soltanto allontanati dai grandi centri urbani, è costato fino ad oggi la vita a 27.000 guerriglieri, 14.000 civili, 7.200 militari regolari afgani e 2.100 militari della NATO tra i quali si annoveravano cinquanta militari italiani.
Almeno fino al 25 luglio scorso quando, in una base di Adraskan, è stato ucciso il Carabiniere Manuele Braj e feriti tre suoi commilitoni dello PSTT (Police Speciality Training Team), quel Reparto che addestra le nascenti forze di sicurezza afgane. Questa è l’unica notizia certa che possiamo ricavare dal comunicato dello Stato Maggiore, perché per il resto dobbiamo affidarci alle deduzioni logiche, stante che ancora non si è capito se sia stata una bomba di mortaio, o un razzo, o il deliberato attentato di un poliziotto afghano “refrattario” a seminare la morte tra i Carabinieri italiani. Dopo molte versioni, alla fine è venuto fuori che il povero Braj è stato ucciso da un razzo da 107 mm, versione questa smentita dal Comandante afghano della base di Adraskan secondo il quale, invece, l’accaduto sarebbe da attribuirsi all’imperizia dei nostri pur bravi Carabinieri nel manipolare una bomba a mano per scopi addestrativi.
Pur volendo prendere per buona la versione fornita dallo Stato Maggiore, non si può fare a meno di rilevare che quello da 107 mm è un razzo che, generalmente, è sparato con un lanciatore spalleggiabile e ha una gittata massima di cinque chilometri, anche se la sua efficacia si sviluppa a distanze di molto inferiori.
Ebbene, possibile che la ricognizione aerea e terrestre non si siano accorte che a qualche migliaio di metri dalla base si aggiravano dei terroristi armati di lanciatori? Possibile, poi, che nessuno nella base abbia sentito il caratteristico fischio di arrivo di quel razzo?
Tra l’altro, lo Stato Maggiore non dice che Braj è stato certamente ucciso da un razzo ma soltanto che nella base “sono stati rinvenuti frammenti attribuibili a un razzo da 107 mm”.
Chi scrive non ha mai avuto in grande estimazione il linguaggio multivalente degli Stati Maggiori e, tuttavia, questa volta almeno una cosa è chiara: non sappiamo con certezza com’è morto Manuele Braj!
Purtroppo, il nostro è il 51° caduto in una decennale guerra che non ha migliorato la vita degli afgani, che non ha portato loro la democrazia (che considerano kufr, miscredenza) e che non ha sconfitto gli integralisti i quali riprenderanno il potere il giorno dopo che gli eserciti della coalizione occidentale se ne saranno andati.
Chissà se, quando sarà in grado di capire, la spiegheranno così la guerra in Afghanistan a quel bimbo di Collepasso che non conoscerà mai il padre che, nel fiore degli anni, è caduto, non si sa bene come e per cosa.
Ho in uggia l’arditezza di certi paralleli storici ma, ahimè, talune somiglianze tra eventi di ieri e di oggi sono talmente evidenti che sarebbe stato omissivo non rimarcarlo. D’altronde, non è colpa mia se le rassicurazioni fornite da Monti a Rasmussen rassomigliano a quelle che Badoglio diede ai tedeschi nel 1943: “La guerra continua”. E i lutti pure.
Ignoto Militi
L’articolo è pubblicato sul numero attualmente in edicola (luglio-agosto) del mensile Echi della Valle Olona.
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sabato, agosto 11th, 2012 |
By Partenope Felix

A giugno scorso noi italiani abbiamo celebrato il 66° anniversario di una Repubblica che non nacque dal niente, ma fu la concatenata conseguenza di guerre, lotte, sofferenze e sacrifici che si sono avuti nei due secoli precedenti. In questa congerie va ascritta di diritto un’altra Repubblica, quella Partenopea che, nata nel gennaio del 1799 dopo la fuga da Napoli del re Ferdinando I di Borbone, soccombette sotto l’urto della cosiddetta Armata della Santa Fede, i sanfedisti. Quest’armata, composta di disertori, briganti e lazzaroni che si era già resa colpevole di terribili efferatezze come il saccheggio di Altamura, era guidata da un prete con sciabola e pistole nella cintura, il cardinale Fabrizio Ruffo di Calabria.
Alla Repubblica Partenopea aderirono gli uomini migliori della cultura, della medicina e del mondo accademico partenopeo e che, quando la Repubblica e cessò di esistere nel mese di giugno dello stesso anno, furono quasi tutti condannati a morte. I patiboli dei Borbone, però, avevano preso a funzionare già da qualche anno sicché si può dire che il Settecento, il “secolo dei lumi” a Napoli si stava incamminando verso l’epilogo rischiarato dai sinistri bagliori della repressione regia e del Vesuvio.
Il 12 giugno del 1794, un forte terremoto gettò nel terrore gli abitanti dell’area vesuviana e, come se non bastasse, una densa caligine di fumo e di cenere coprì il cielo del Golfo per parecchi giorni: del tutto attesa, sopravvenne l’eruzione che distrusse Torre del Greco e Resina. Benché il re e la famiglia reale fossero scappati a Sessa Aurunca per sottrarsi all’ira del vulcano e i pubblici poteri pressoché dileguati, il tribunale della Giunta di Stato continuò sinistramente a operare, condannando a morte perfino un povero demente che, rintronato dal terrore per il terremoto, aveva inveito contro Dio e il re.
La borghesia napoletana, fin dal 1792, si era messa a imitare i club Giacobini d’oltralpe ma incominciò a organizzarsi, operativamente, soltanto dopo che la flotta della Rivoluzione Francese, il 12 gennaio 1793, fece la sua apparizione intimidatoria nella rada partenopea. Nella circostanza il comandante della nave ammiraglia “Languedoc”, invitò per una rimpatriata a bordo i Giacobini napoletani. Anche se terminò con vuote, italiche declamazioni e col canto rivoluzionario della Carmagnola, quella rimpatriata galleggiante, comunque, segnò l’avvio della trasformazione delle logge massoniche napoletane in Società Patriottiche.
Piace ricordare che, sebbene privi di spirito pragmatico, i Giacobini napoletani furono i primi italiani a suonare la diana della riscossa risorgimentale e ad anticipare la Carboneria anche se, come quella, non seppero parlare il linguaggio dei ceti popolari. Il Giacobino Emanuele De Deo aveva da poco compiuto ventidue anni quando fu condannato a morte per il reato di lesa maestà perché la Società Patriottica alla quale apparteneva aveva ordito una malmessa congiura per assassinare il re Ferdinando I di Borbone.
Per quanto originario di Minervino sulle Murge, Emanuele era cresciuto a Napoli perciò è probabile che, fino alla presa della Bastiglia che tanta esaltazione instillò nell’animo dei giovani d’Europa, egli abbia condotto la vita agiata dei ragazzi della sua età e condizione. Papà De Deo, avuto promesso dalla regina Maria Carolina di far salva la vita del figlio se questi avesse rivelato i nomi di tutti i compagni di cospirazione, cercò di indurre il figlio alla delazione: circuì, imprecò, implorò ma inutilmente.
Il giovane, forse per qualche istante dovette ripensare alle persone amate che non avrebbe più rivisto, ma trovò la forza di reagire con la fatalistica dignità che taluni meridionali sanno ritrovare nei momenti supremi della loro vita. Parlò al padre con delle parole pressoché ignorate dalla storia ufficiale e che noi, invece, riportiamo integralmente:
“Padre mio, la persona per cui nome venite, non sazia del nostro dolore, spera la nostra infamia, e per vita vergognosa che a me lascia spegnerne mille onoratissime. Soffrite che io muoia; molto sangue addimanda la libertà, ma il primo sangue sarà il più chiaro. Qual vivere proponete al figlio e a voi! Dove nasconderemmo la nostra ignominia? Io fuggirei da quel che più amo, patria e parenti; voi vergognereste di ciò che più vi onora, il casato! Calmate il dolore vostro, calmate il dolore della madre, confortatevi entrambi del pensiero che io muoio innocente e per virtù. Sostenghiamo i presenti martori fuggitivi; e verrà tempo che il mio nome avrà fama onorevole nelle istorie, e voi trarrete vanto che io, nato da voi, fui morto per la patria”. La giovinezza di Emanuele terminò sul patibolo eretto in quella che oggi è Piazza Municipio.
Egli affrontò la prova suprema con un coraggio e una dignità addirittura sproporzionata alla sua giovane età e, comunque, di gran lunga superiori a quella dei suoi regali carnefici che, temendo sommovimenti di piazza si erano, infine, rintanati nella reggia di Caserta.
“Egli è morto da vero scellerato, fermamente impenitente”. Questo fu l’epitaffio che la regina di Napoli dedicò alla memoria del giovane impiccato: per Maria Carolina l’eroismo sublime era scelleratezza! Ma cosa potevamo aspettarci da un’austriaca passata alla storia, soltanto per essere stata, contemporaneamente, l’amica del cuore di lady Hamilton e dell’ammiraglio Nelson.
La storia del nostro Paese, purtroppo, è stata scritta da storici strabici per cui si sa tutto di Ciro Menotti e Amatore Sciesa ma nulla sugli eroi e sui martiri del “Pantheon minore” della Repubblica napoletana. Molti italiani, ad esempio, conoscono la vicenda di Silvio Pellico e di Pietro Maroncelli ma pochissimi sanno che quella loro fu la saga della viltà e della delazione, eppure essi assursero agli onori della storia, tant’è che ancora oggi molti istituti scolastici portano il loro nome.
Per Emanuele, invece, si ricorda soltanto una piccola lapide posta sul lato sinistra dell’entrata di Palazzo San Giacomo, sede del Comune di Napoli. In fondo è giusto così, perché egli fu un’altra cosa.
Partenope Felix
L’articolo è pubblicato sul mensile Echi della Valle Olona (numero di luglio-agosto) attualmente in edicola.
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sabato, agosto 4th, 2012 |
By Vincenzo Ciaraffa

L’Islam riuscì ad affermarsi grazie ad un’organizzazione militare che era stata concepita per realizzare la guerra di aggressione – un’aggressione violenta, continua, inarrestabile e feroce – il che presupponeva l’impiego massiccio di truppe celeri come la cavalleria leggera. A tale scopo i beduini, che non avevano mai utilizzato il cavallo in guerra, divennero cavallerizzi eccellenti che si lanciavano alla carica agitando lunghe, flessibili lance di bambù, mentre i reparti di fanteria tormentavano il nemico con il lancio di giavellotti e frecce.
All’urto delle fanatizzate, agili armate islamiche non era facile resistere da parte di compagini militari che avevano ereditato della legione romana l’ordine chiuso, sicché i primi eserciti musulmani non ebbero necessità di inquadrare tantissimi soldati, dei quali del resto non disponevano. Per tale motivo la tradizione musulmana, per tutte le battaglie più famose, può porre in grande rilievo la sproporzione esistente tra i suoi eserciti e quelli dei miscredenti, prova solenne – sostiene – della benevolenza di Allah.
La tattica degli eserciti islamici non era in realtà complicata: la cavalleria, che comprendeva anche reparti cammellati, attaccava, quasi sempre, di notte od all’alba, con lo scopo di cogliere il nemico alla sprovvista nei suoi accampamenti, mentre la fanteria, protetta sui fianchi dagli arcieri, aveva funzioni di appoggio per la cavalleria sulla cui scia, poi, si lanciava all’assalto per neutralizzare la residua resistenza dello scompaginato nemico. Anche se, in realtà, il ricorso all’imboscata fu la principale caratteristica tattica degli eserciti della mezzaluna.
I combattenti arabi, in particolare i beduini, indossavano una lunga tunica e coprivano il capo con un turbante od un cappuccio, mentre sulle maniche, solitamente variopinte e ricamate, infilavano i tiraz, bande sulle quali riportavano versetti del Corano: una sorta di quel Gott mit uns che i soldati tedeschi porteranno impresso sulla placca del cinturone. L’armamento principale della fanteria islamica era costituito da una spada diritta (saif), dalla lancia (rumh) e da uno scudo rotondo; gli arcieri, invece, oltre alla tunica indossavano brache a sbuffo di origine persiana e la faretra contenente una trentina di dardi, esauriti i quali mettevano mano alle fionde.
I cavalieri erano dotati di lancia, spada, pugnale e scudo che, però, doveva essere piccolo, di metallo leggero od in legno rivestito di cotone perché, stante la tattica seguita, il loro equipaggiamento non poteva essere pesante.
La marina, composta principalmente da galere agili e veloci, partecipò attivamente alle spedizioni militari che diffusero la fede ed il potere musulmano anche se, fino alla battaglia navale di Lepanto, lo fece prevalentemente in funzione di supporto logistico alle truppe di terra. Verso l’VIII secolo d.C., quando l’impero arabo-musulmano raggiunse la sua massima espansione, l’unità islamica stava già frantumandosi nelle fazioni dei sunniti (arabi ortodossi) e degli sciiti (arabi eterodossi) e la conseguenza fu la nascita di tre centri di potere, quali i Califfati di Damasco, Cordova e Bagdad.
L’impero, quindi, pur restando nominalmente unito da forti vincoli religiosi, vide i Califfati rendersi sempre più autonomi, quando non rivali tra loro. Questa situazione, unita alla pressione di nuove popolazioni, tra le quali i Turchi, alle frontiere settentrionali, fu anche la principale causa della fine della preminenza araba nell’Islam. L’imperio dei turchi, completamente affermatosi tra l’XI ed il XV secolo, non mutò i termini della conflittualità tra Oriente ed Occidente, conflittualità che, se vogliamo, era iniziata molto prima di Maometto, addirittura al tempo della guerra di Troia. Generazioni di studenti hanno dovuto imparare a memoria l’esortazione di Laocoonte, il sacerdote di Apollo che a Troia, ovvero nella Turchia pre-islamica, ammoniva i suoi compatrioti a diffidare degli Achei, degli occidentali: «…equo ne credite, Teucri. Quidquid id est, timeo Danaos et dona ferentes ! » (Eneide, II, v. 48,49). Purtroppo l’infelice sacerdote di Apollo non ebbe la soddisfazione di constatare che aveva visto giusto, perché venne stritolato, assieme ai due figli, dai grossi serpenti marini mandati da Poseidone, la quale parteggiava per gli Achei, cioè per gli occidentali. Virgilio, senza supporlo, mise in bocca a Laocoonte l’introvertibile verità secondo la quale non v’era da fidarsi degli occidentali, i quali si presentarono in Medio Oriente ed in Asia sempre da rapaci conquistatori: con la flotta di Agamennone, con le falangi di Alessandro il Grande, con le quadrate legioni di Roma o con la Compagnia delle Indie.
Non è azzardato – a questo punto – ritenere che alla spinta verso Occidente dell’Islam non fosse estraneo uno spirito di revanche che, purtroppo, non si è ancora sopito. Quando Maometto morì, gli europei, assorbiti dalla minaccia dei popoli germanici, non potevano neppure immaginare il pericolo che, nel giro di pochi anni, si sarebbe abbattuto su di loro; fu per questo motivo che l’attacco arabo li colse di sorpresa, impedendo l’abbozzo di una comune difesa. Ma la velocità dell’avanzata musulmana ebbe del prodigioso non soltanto nel bacino del Mediterraneo: in poco più di un decennio dall’inizio della predicazione di Maometto, dal 634 al 637 d.C., essi si impadronirono della fortezza bizantina di Bothra, conquistarono Damasco e, a seguito della battaglia dello Yarmuk la Siria, poi Gerusalemme e, successivamente, la Mesopotamia e la Persia.
Motivare tali rapide conquiste soltanto con la debolezza degli eserciti avversari è insufficiente a spiegare un trionfo così completo dei musulmani, anche perché i risultati raggiunti, oltre ad essere al di sopra della loro reale potenza militare, erano superiori anche alla loro capacità di fondersi con i popoli che, via via, conquistavano. La domanda che si pone a questo punto è: quale fu la vera ragione del successo della penetrazione islamica in Medio Oriente, in Oriente in Spagna e nei Balcani? La risposta – più che di ordine militare - è di ordine morale perché, mentre i barbari non ebbero un progetto spirituale da opporre al Cristianesimo, gli islamici erano esaltati portatori di una fede semplice, di facile presa per popoli che non avevano assimilato del tutto la complessità del mondo latino.
Se a questo si aggiunge che, almeno in principio, essi non erano integralisti ed ai popoli conquistati non chiedevano altro che obbedire alle loro leggi, si contorna meglio il perché della fortuna dei loro eserciti. Ma Islam significa sottomissione a Dio ed era fatale che – presto o tardi - i suoi seguaci più fanatici sentissero il dovere di imporlo con la forza delle armi agli infedeli, i quali dovevano essere asserviti all’Islam, pagare le tasse all’Islam, ma per tutto il resto indegni di appartenere alla umma.
A riguardo delle tasse, gli islamici non ci andavano proprio con la mano leggera, tant’è che l’espressione «prendere per il collo» deriva dalla loro abitudine di cingere il collo dei contribuenti con un laccio di cuoio sul quale un complicato sistema di nodi attestava l’avvenuto pagamento delle tasse: per verificare i pagamenti gli esattori dovevano – appunto – prendere i contribuenti per il collo.
Vincenzo Ciaraffa
L’articolo è pubblicato sul mensile Echi della Valle Olona (numero di luglio-agosto) attualmente in edicola.
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domenica, giugno 17th, 2012 |
By Vincenzo Ciaraffa
Il 15 settembre del 1947, la sera prima che entrassero in vigore le dure clausole del trattato di pace seguito alla fine della II Guerra Mondiale, gli italiani poterono ascoltare alla radio le sofferte parole del Capo del Governo, Alcide De Gasperi: “Scende in quest’ora la notte su una delle più tristi giornate della nostra storia”.
Effettivamente, la notte del nostro Paese sconfitto, umiliato, moralmente e materialmente a pezzi, sembrava davvero non dovesse mai finire, perché la miseria era generale, le industrie e le città bombardate ancora da ricostruire, un nuovo sistema di sviluppo da ideare.
A questo quadro bisogna aggiungere una classe dirigente la cui caratteristica dominante – stando alle parole del fondatore del Partito Radicale, Leopoldo Piccardi – era la seguente: “Proveniente in gran parte dalle file dell’antifascismo portava in sé tutte le deficienze inseparabili di un onorevole Passato”. Ebbene, nonostante tali desolanti premesse, nel nostro Paese nel giro di qualche anno si ebbe il cosiddetto ‘miracolo economico’, sui cui meccanismi e regole ancora oggi le valutazioni sono discordi.
Comunque sia, per portare il nostro Paese fuori dal dopoguerra, il povero De Gasperi ebbe quale inusitato alleato un mezzo che, con il motore grande appena quanto quello di una motosega, avrebbe contribuito a imprimere alla società italiana quel dinamismo che ancora le mancava: la Vespa. Nel 1945 l’imprenditore Enrico Piaggio concepì l’idea di un mezzo di locomozione che consentisse agli italiani di spostarsi autonomamente e che, soprattutto, fosse alla portata delle tasche di tutti, anche di quelli che all’epoca riuscivano a stento a mettere insieme pranzo e cena.
Da quell’idea i progettisti ricavarono uno scooter piuttosto tozzo, il Paperino, che non fu mai commercializzato perché non aveva entusiasmato Enrico Piaggio il quale, però, non demorse e mise la sua idea in mano all’ingegnere aereonautico Corradino D’Ascanio e fu così che dal Paperino nacque la Vespa. Presentata la prima volta alla Fiera di Milano del 1946, essa aveva delle caratteristiche tecniche semplici e, tuttavia, innovatrici, che proviamo a sintetizzare alla meglio:
- carrozzeria portante a guscio che assicurava al guidatore una protezione molto più elevata di quella offerta dai motocicli di allora;
- cilindrata di 98 cc.;
- motore a due tempi di 3,2 cavalli;
- cambio manuale a tre marce;
- velocità massima 60 kilometri all’ora;
- un litro di miscela ogni 50 kilometri.
Il fatto, poi, che il progettista fosse un ingegnere aeronautico si capiva dalla linea del parafango anteriore della Vespa, che era uguale a quelli delle ruote dei principali aerei militari italiani della II Guerra Mondiale. In verità, anche la primigenia ideazione di uno scooter era riconducibile a un mezzo militare pensato addirittura dieci anni prima di Piaggio e D’Ascanio.
Nel 1936, infatti, l’ingegnere Claudio Belmondo progettò un piccolo scooter aviolanciabile per i nostri paracadutisti, progetto che fu realizzato dall’Aermoto Volugrafo di Torino a partire dal 1942. Il Volugrafo, come fu battezzato il capostipite dello scooter, aveva caratteristiche tecniche che, dal punto di vista concettuale, non erano molto dissimili da quelle della Vespa:
- cilindrata di 125 cc.;
- motore monocilindrico a due tempi in blocco con il cambio e i comandi;
- scarico del motore attraverso i tubi del telaio;
- serbatoio del carburante sotto il sedile;
- manubrio pieghevole per ridurre l’ingombro;
- pneumatici accoppiati per non sprofondare nella sabbia;
- gancio di traino posteriore.
Del Volugrafo furono prodotti 2.000 esemplari che, però, non entrarono mai in linea, almeno non con i paracadutisti italiani. Infatti, sopraggiunto lo sfacelo dell’8 settembre del 1943, gli occupanti tedeschi, tra le tante cose, requisirono tutti gli scooter Volugrafo fin lì prodotti dall’Aermoto.
Questa è, suppergiù, la genesi dello scooter nostrano ma ritorniamo alla ‘Vespa’ della Piaggio per renderle l’omaggio che merita, anche se prima di noi lo fece il regista americano William Wyler che, nel 1953, la immortalò nel celeberrimo film Vacanze Romane interpretato da Gregory Peck e Audrey Hepburn. Questo motoveicolo - che gli italiani della mia generazione portano nel cuore come la prima fidanzatina - rappresentò una novità rivoluzionaria in una società in buona parte ancora rurale e che si spostava, prevalentemente, con la corriera, in calesse o a piedi.
La Vespa, infatti, innescò un profondo mutamento nel modo di viaggiare perché, essendosi messa in competizione con le allora costose autovetture, costrinse le fabbriche di automobili a sfornare delle quattroruote che fossero anch’esse economiche e alla portata di tutte le tasche facendo, così, da apripista alla motorizzazione di massa, alla rinascita industriale e, pertanto, al ‘miracolo economico’. Il successo della Vespa, però, non risiedé soltanto nei suoi costi popolari, nei ridotti consumi, in un motore poco rumoroso e di facile manutenzione e neppure nel suo adattamento alla guida sul pavé delle città e sulle malmesse strade dei centri rurali. La fortuna dello scooter di Enrico Piaggio fu attribuibile anche a motivazioni psicologiche, recondite e non sufficientemente sondate da chi ha analizzato le ragioni del suo successo.
La Vespa, infatti, non si faceva semplicemente cavalcare dal suo guidatore, come avveniva con le altre moto, ma lo avvolgeva nel suo grembo come una madre e come tale lo proteggeva. Insomma, il suo design complessivamente arrotondato (grembo), le scocche laterali bombate (mammelle), in qualche modo riportava inconsciamente alla beatitudine della vita uterina e agli aneliti dei primi mesi di vita, quando il seno materno era il centro del nostro universo: dopo vent’anni di machismo e di mistica guerriera, dopo una guerra disperata, gli italiani avevano proprio bisogno di dolcezza avviluppante e di forme materne!
Quest’assunto è dimostrato dal fatto che la Vespa piacque a tutti, maschi e femmine, tant’è che la Piaggio pensò di utilizzare figure femminili in veste di guidatori (e non come semplici testimonial) per reclamizzarla, riuscendo a realizzare la parità dei sessi sessant’anni prima delle famigerate ‘quote rosa’.
In tale lasso di tempo la Piaggio ha prodotto svariati modelli di Vespa e suoi derivati, modelli che vanno dal motofurgone APEC al tuk – tuk (o moto risciò) ancora usato nei Paesi del Sud Est Asiatico, dal side car allo scooter militare equipaggiato con un cannone da 106 senza rinculo.
Ormai della linea originale dello scooter di Corradino D’Ascanio rimane ben poco e già si parla di una futura Vespa alimentata e GPL o col motore diesel. Mah! Sarà pure un’esigenza dettata dal progresso tecnologico, dall’economia e dal rincaro della benzina, però noi rimaniamo fedeli alla memoria di quella Vespa a miscela con la ‘marmitta truccata’ che guidavamo senza casco (all’epoca non usava), con un giornale infilato sotto il maglione per proteggerci dal freddo.
Furono quelli anni venati di giovanile incoscienza? Può darsi, ma furono gli anni più belli della nostra vita, perché eravamo ragazzi, innamoraticci e perché credevamo di stare a edificare un mondo migliore di quello che avevamo trovato. Purtroppo gli anni sono volati e con essi le nostre illusioni ma il ricordo della Vespa no, perché essa è ancora nel cuore di chi trascorse la propria adolescenza sul suo sellino.
La creatura di Enrico Piaggio e Corradino D’Ascanio ha, ormai, gli stessi anni della nostra Repubblica e perciò ci è parso giusto ricordarla insieme all’approssimarsi delle celebrazioni del 2 giugno: chissà che dall’abbinamento non ne esca migliorata la nostra percezione di questa strana Repubblica Italiana che rassomiglia sempre di più a quella di Tombolo.
Vincenzo Ciaraffa
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mercoledì, aprile 11th, 2012 |
By Vincenzo Ciaraffa
Il 29 marzo scorso, nel Salone Radetzky di Palazzo Cusani a Milano, il Generale Antonio Pennino ha assunto il comando del “Comando Militare Esercito Lombardia” .
La cerimonia si è svolta con la sobrietà che i tempi richiedono e, tuttavia, vi hanno partecipato le massime autorità civili, militari e religiose presenti sulla piazza Milano, e non soltanto.
Infatti, oltre al sindaco di Solbiate Olona, Luigi Salvatore Melis, erano presenti molte autorità provenienti dalla caserma Ugo Mara e dal Varesotto, e questo per una semplice ragione: il Generale Pennino, durante la sua permanenza al Comando della Brigata di Supporto basata nella caserma di Solbiate ha evidenziato un senso delle relazioni istituzionali, un’attenzione per il territorio e per i suoi abitatori sicuramente fuori dal comune.
Molte, ad esempio, sono state le iniziative alle quali egli non ha fatto mancare il sostegno logistico della sua Unità come, giusto per citarne alcune, la raccolta di fondi per i terremotati di Haiti, gli annuali, straordinari “International day”, la partecipazione all’organizzazione della mostra tenutasi nel Salone Estense di Varese per accogliere il Presidente della Repubblica il 17 marzo del 2011, e tante altre belle iniziative territoriali.
E tutto questo mentre l’Unità al suo comando assolveva, con efficacia, costanza e puntualità i propri compiti istituzionali. Il fatto che l’alternarsi dei comandanti sia segno di vitalità della Forza Armata che si rinnovano, non lenisce il nostro rimpianto di veder andare via un amico di Solbiate Olona e, in generale, di tutta la comunità della Valle Olona.
Certo non possiamo compilare le note caratteristiche del Generale Pennino ma se potessimo farlo, alla voce “Interessi culturali” risponderemmo “pochi”: la Patria, il Dovere, la gente comune, le istituzioni, i propri uomini e… i Bersaglieri.
Buona fortuna, Generale Pennino, e grazie per essere stato sempre vicino al nostro territorio, grazie soprattutto per averlo fatto con la semplicità e la discrezione che si addice ai grandi uomini.
L’articolo è pubblicato su Echi della Valle Olona del mese di aprile attualmente in edicola
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Foto: Echi della Valle Olona
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domenica, marzo 25th, 2012 |
(v.c.) – Con dipendenza gerarchica, compiti e livelli di responsabilità non ancora definiti dal Consiglio Atlantico, il prossimo anno il Corpo d’Armata di Reazione Rapida della NATO (NRDC-ITA) di Solbiate Olona potrebbe essere chiamato a partecipare alla missione di pace ISAF13 in Afghanistan.
La partenza del NRDC-ITA, però, non appare del tutto scontata e ciò per due fondamentali ragioni. La prima. Le difficoltà economiche in cui versano la maggior parte dei Paesi militarmente impegnati in Afghanistan hanno indotto i loro governi a tagliare il budget della difesa e a ripensare, ridefinire o sopprimere le missioni all’estero.
La seconda ragione. Il Segretario alla Difesa USA, Leon E. Panetta, il 2 febbraio scorso ha dichiarato che i militari statunitensi “Cercheranno di porre fine alle loro attività di combattimento per concentrarsi su quelle di addestramento e assistenza delle forze afghane”.
Il che è stato come dire che, dal prossimo anno, gli Stati Uniti porteranno avanti la guerra ai talebani fino all’ultimo…. inglese, o francese, o italiano.
Non a caso, dopo la dichiarazione di Panetta (sul disimpegno dall’Afghanistan il presidente Obama si gioca una cospicua parte delle chances di essere rieletto) la Francia e altri Paesi hanno iniziato a valutare la possibilità di sganciarsi anch’essi dall’Afghanistan, nel più breve tempo possibile. Se, però, la politica è l’arte di realizzare l’impossibile, non è escluso che tutto possa rimanere com’è, anche perché il governo di Hamid Karzai deve la propria sopravvivenza alle forze militari occidentali presenti nel suo Paese.
Pertanto, andarsene precipitosamente dall’Afghanistan significherebbe distruggere quanto di buono è stato fatto fino a questo momento, oltre che ammettere il fallimento dell’intero intervento militare e vanificare il sacrificio dei tanti caduti.
Rimanere o andarsene è una scelta politica e le scelte politiche spettano ai governi e, tuttavia, i militari non possono di certo starsene con le mani in mano in attesa di sapere – magari la settimana prima – di doversi proiettare in quel Paese.
E’ per questa ragione che il NRDC-ITA, basato nella caserma “Ugo Mara” di Solbiate Olona, potrebbe attivare le procedure addestrative per l’impiego all’estero da un momento all’altro, mentre il suo Comandante, il Generale Giorgio Battisti, si recherà quando prima in ricognizione nell’area di probabile impiego della sua Unità. (continua…)
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sabato, marzo 24th, 2012 |
Segue da Democrazia contro matematica, diritti contro doveri (Parte I)
I magistrati, ad esempio, vogliono avere l’Autorità di giudicare, ma non la Responsabilità di riparare i danni che eventualmente fanno. Il Dovere di fare una sentenza non sempre viene prima del Diritto di andare a un convegno o in vacanza.
Gli industriali vogliono avere l’Autorità di rischiare sul mercato, ma spesso preferiscono riversare sullo Stato la Responsabilità di metterci i soldi. Il Diritto di fare un bel piano industriale viene sempre prima del Dovere di fare un serio studio di fattibilità.
I sindacalisti vogliono l’Autorità di poter rappresentare i lavoratori, ma disdegnano la Responsabilità di concorrere al mantenimento dell’azienda sul mercato. Il Diritto di decidere sull’azienda viene sempre prima del dovere di non disperdere il patrimonio industriale.
Gli studenti vogliono l’autorità che deriva da un diploma, ma non la responsabilità dello studio, la quale che va a perdersi, come un fiume carsico, nelle manifestazioni di piazza che ormai occupano la maggior parte del loro tempo. Manifestazioni a volte violente, spesso stupidamente rumorose, in ogni caso poco utili da inserire nel curriculum per essere assunto in un posto di lavoro che non sia di nomina politica. Il diritto di manifestare viene sempre prima del dovere d’imparare a far qualcosa.
I politici vogliono l’autorità di distribuire il denaro che non c’è, ma vogliono che la responsabilità di trovare i soldi occorrenti sia dell’avversario politico oppure - in extremis – del tecnico di turno. Il diritto di affermare i diritti viene sempre prima del dovere di ricordare i doveri, oltre che di rappresentarli con il proprio esempio.
I cittadini vogliono l’autorità di infilare la spina dei loro accrocchi iper – tecnologici in una presa di corrente, ma non si ritengono responsabili del sistema che deve creare l’energia. Il diritto di consumare l’energia viene sempre prima del dovere di produrla.
Quelli che vanno nei reality show vogliono l’autorità d’apparire chiacchierando tutto il giorno, ma non la responsabilità di dire qualcosa di sensato. Il diritto di parlare viene comunque sempre prima del dovere di riflettere.
La cosa che è più divertente nella considerazione di questa equazione irrisolvibile o, se volete, in questi comportamenti deviati, è la convinzione che gli uzzoli della base di questa pseudo democrazia vengano prima d’ogni considerazione elementarmente aritmetica. Chi blatera del primato della politica dovrebbe tirar fuori dal cappello a cilindro la soluzione al debito pubblico. Chi dice che il debito va annullato in base ad una pretesa superiorità ideologica, può tranquillamente indignarsi con i suoi compari nullafacenti nelle piazze, tanto qualcun altro si spaccherà la schiena per lui.
Il delirio ideologico ha da qualche tempo distrutto i fondamenti della società italiana la quale – se non si cambia rotta – è condannata ad un rapido fallimento o, in alternativa, ad un lento declino. L’isola di Pasqua è bellissima, piena di statue dal fascino esotico, ma i suoi abitanti hanno distrutto un habitat naturale per trasportare e scolpire quelle teste nei luoghi in cui le vediamo oggi. La deforestazione che ciò provocò, però, li condusse alla distruzione. Mi punge vaghezza che anche noi stiamo abbattendo la foresta dei doveri per innalzare i totem di diritti non meritati.
f.c.
L’articolo è in edicola sul numero di Echi della Valle Olona del mese di marzo 2012.
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venerdì, marzo 23rd, 2012 |
(f.c.) – Quando leggerete queste righe il polverone sollevato dalla “manovra correttiva” di 21 miliardi di euro degli ultimi giorni di dicembre, si sarà definitivamente posato sulle nostre tasche, chi più, chi meno.
Chi volesse, dopo aver (mal)digerito panettone e spumante, può cimentarsi nell’esercizio di confrontare la democrazia italiana con le leggi della matematica. La nostra democrazia, infatti, è ben strana: i partiti si accapigliano per far sì che tutti contribuiscano in maniera uguale alla spesa pubblica, eppure non riescono mai a confrontare – come si farebbe in ogni azienda – i costi con i ricavi. Si tratta di un’attitudine matematica del tutto parziale, una sorta di matematica elettorale. Tutti sono bravi a fare una finanziaria in cui s’immagina di incassare un tot del prodotto interno lordo per spenderlo, ma le quattro operazioni diventano difficili, quasi impossibili, quando si tratta di misurare il buco nei conti.
Una sorta di aritmetica selettiva in cui si sanno solo fare le somme e non le sottrazioni. Evidentemente i nostri politici amano i numeri assoluti, ma disdegnano quelli relativi, quei mostri reazionari col segno meno. La storia del debito pubblico – che da ciò deriva – è ormai così lunga che nessuno può dire d’averla vista nascere.
Nel frattempo si preferisce malignare su che cosa abbia fatto il concittadino che abbiamo a fianco, perché l’invidia sociale è molto più divertente del controllo democratico sul funzionamento dello Stato. Immaginate un bar nel quale il gestore sia impegnatissimo a regolare le attività dei suoi dipendenti perché il carico di lavoro risulti esattamente ripartito, ma in cui i clienti non riescano a prendere il caffè perché devono aspettare le discussioni senza fine su chi lo deve preparare al momento.
Evidentemente nella nostra concezione politica il confronto delle differenze è più importante dell’equazione che ci indica l’efficienza del sistema. La democrazia è intesa esclusivamente come tutela dei propri interessi che, per una carineria semantica, si chiamano sempre diritti. Ogni poco qualche politico s’inalbera per il mancato rispetto di qualche diritto, ma spesso tace sul mancato rispetto dei doveri da parte dei cittadini, magari per paura di una sconfitta elettorale. Dall’algebra sappiamo che ci sono equazioni semplici, alcune difficili e talune che, invece, che non ammettano soluzione.
L’equazione “Repubblica = (Autorità + Responsabilità) diviso (Doveri – Diritti)” in Italia è irrisolvibile, perché tutti vogliono avere l’Autorità, ma nessuno vuole avere la Responsabilità. Dei Doveri non se ne parla mai, in ogni caso non quanto parlano dei Diritti. Gli esempi potrebbero essere innumerevoli.
(segue Parte II)
L’articolo è del mensile Echi della Valle Olona del mese di marzo 2012, attualmente in edicola.
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mercoledì, marzo 7th, 2012 |
Insiste sull’area dove si trova la caserma Ugo Mara, Solbiate Olona, sede del corpo di reazione rapida della Nato NATO Rapid Deployable Corps – Italy (NRDC-ITA), ed è un mensile distribuito nei quattordici Comuni della Valle Olona, più Malpensa, Gallarate e Busto Arsizio.
Si tratta di Echi della Valle Olona, definito “mensile locale che ama riflettere anche sul Paese e sui grandi temi internazionali” dal suo direttore Vincenzo Ciaraffa, che nella caserma Ugo Mara ha prestato servizio come ufficiale dell’Esercito Italiano.
Da questo mese Paola Casoli il Blog viene ospitato da Echi della Valle Olona con alcuni post, proposti e valutati dallo staff del blog stesso ai fini della pubblicazione sul formato cartaceo.
In cambio il blog proporrà spunti di articoli scelti dalle pagine del mensile in edicola.
Paola Casoli
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