Nuove leve

Un anno di Califfato: “spetta a noi decidere se contrastarlo o permettergli di prosperare”

FILE - This undated file image posted on a militant website on Tuesday, Jan. 14, 2014 shows fighters from the al-Qaida linked Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL) marching in Raqqa, Syria. The past year, ISIL _ has taken over swaths of territory in Syria, particularly in the east. It has increasingly clashed with other factions, particularly an umbrella group called the Islamic Front and with Jabhat al-Nusra, or the Nusra Front, the group that Ayman al-Zawahri declared last year to be al-Qaida’s true representative in Syria. That fighting has accelerated the past month. (AP Photo/militant website, File)

By Filippo Malinverno

Era il 29 giugno del 2014 quando Abu Bakr al-Baghdadi si autoproclamò Califfo del neonato Stato Islamico, un’entità dai cupi interessi e dalla struttura tutt’altro che ben definita. Uno Stato che, privo di qualsiasi legittimazione politica a livello internazionale, sembrava, almeno inizialmente, una sorta di drôle d’État, uno “Stato per finta”.

Purtroppo non ci volle molto per capire che in realtà questo Is era ben più che una semplice organizzazione terroristica nata da una costola di Al Qaeda in Iraq.

Dopo il primo discorso del Califfo nel luglio 2014 vennero le terribili decapitazioni, poi le conquiste militari, riportate velocemente una dietro l’altra e apparentemente inarrestabili: le ultime a Ramadi e Palmira, quest’ultima patrimonio dell’UNESCO, dei cui tesori non si conosce ancora precisamente il destino.

Oltre alla perdita di Tal Abyad al confine con la Turchia, le uniche note stonate della campagna bellica islamica sono state l’assedio di Kobane, rotto dai miliziani curdi dopo circa quattro mesi, e la riconquista della città di Tikrit da parte dell’esercito iracheno nello scorso aprile.

Troppo poco per costringere le milizie dell’Is alla ritirata, tanto più che in questi ultimi mesi i soldati di Al-Baghdadi hanno evidentemente acquisito una capacità di combattere su più fronti che prima non avevano, senza contare l’ingente aumento di risorse economiche derivato dalle rendite petrolifere, dal mercato nero e dal sostegno finanziario di alcuni paesi senza identità (gli arabi del Golfo?).

Se alle abilità degli islamici uniamo la palese insufficienza delle forze di Assad e di Baghdad, dovuta sì alla scarsità di materiale bellico moderno, ma anche al basso morale delle truppe, scopriamo dunque che, dopo un anno di esistenza, il Califfato di Raqqa non è più solo il gruppo di sanguinari guerriglieri che si pensava.

Di fronte a questa minaccia qual è stata la reazione dell’Occidente?

I raid aerei guidati dalla coalizione a comando americano hanno dato risultati contraddittori: da una parte gli attacchi aerei hanno ostacolato l’espansione territoriale dell’Is, supportando le truppe di terra irachene e siriane (combinazione fino a qui poco fruttuosa), ma dall’altra hanno permesso al Califfo di propagandare contro il demone occidentale e arruolare ancor più soldati alla sua causa, non solo in Medio Oriente.

L’ottimismo sulla buona riuscita dei raid era eccessivo e l’intervento di Europa e Stati Uniti troppo poco incisivo, soprattutto in Siria, dove la strategia della coalizione non ha mai saputo individuare quale fosse il vero nemico (l’Is o Bashar al-Assad?) ed è stata minata da una lacerante ipocrisia: si vorrebbe indebolire il regime siriano, ma il vuoto da esso lasciato rischierebbe di essere colmato dallo Stato Islamico, che attualmente occupa la maggior parte del territorio intorno a Damasco.

Per arginare la sua espansione occorrerebbe un intervento massiccio e deciso, ma l’impiego di truppe di terra appare al momento un’ipotesi lontana e non percorribile: del resto le nefaste esperienze in Afghanistan e Iraq hanno provocato ferite non ancora rimarginatesi. Che fare dunque?

Ho la sensazione che, al momento, nessun leader europeo o americano abbia un’idea precisa sulla giusta soluzione e, quanto meno nel medio periodo, si continueranno a utilizzare bombardamenti aerei in grado solamente di contenere l’esercito islamico, senza costringerlo alla difensiva (almeno fino a quando i siriani e gli iracheni riusciranno a organizzare un’efficace controffensiva).

Il consolidamento dell’Is in Medio Oriente ha portato con sé un’altra evidente conseguenza: una maggiore diffusione del terrorismo fondamentalista nel mondo. Se prima gli attacchi terroristici erano ispirati da organizzazioni clandestine nascoste, ora esiste un punto di riferimento forte e affermato che sostiene attivamente queste iniziative omicide.

Il Califfato islamico costituisce una potentissima calamita per i terroristi di tutto il mondo, non solo incoraggiando gli attentati e rivendicandoli, ma anche attirando a favore della propria causa persone di ogni genere: al di là dell’estrazione sociale, della nazionalità e del credo religioso, sembra che il messaggio di Al-Baghdadi sia in grado di coinvolgere un numero impressionante di seguaci, talmente eterogenei che la stessa missione islamica radicale dell’Is appare come motivazione di facciata utile a coprirne altre.

Ogni miliziano ha i suoi interessi e combatte per il proprio futuro, nascosto dietro il fine ultimo di far trionfare l’Islam: mentre il siriano o l’iracheno combattono per le terre a loro promesse, il jihadista europeo, spesso di origini arabe ma in molti casi privo di legami con questo mondo, combatte contro l’Occidente e tutto ciò che rappresenta, per cercare nuove opportunità o per semplice fanatismo.

Così come esiste la via che conduce aspiranti miliziani islamici dall’Europa verso la Mesopotamia, esiste, o meglio, esistono, anche quelle che portano veri e propri soldati dal Medio Oriente in Europa: sono queste forse le vie più pericolose per noi occidentali, perché rintracciare le infiltrazioni è estremamente difficile e il flusso di migranti che costantemente giunge dalla Siria o dalla Libia complica queste operazioni.

Le rotte di penetrazione dell’Is in Europa sono principalmente tre, come ben evidenziato da Alfred Hackensberger in un articolo recentemente pubblicato su “Die Welt”: la prima è quella che, passando per il Bosforo, permette ai miliziani di recarsi in Grecia e da lì proseguire verso altri paesi dell’UE; la seconda passa invece per i paesi dell’ex-Jugoslavia e i travagliati Balcani, mentre la terza per la Bulgaria, dove pare che la mafia locale abbia enormi rendite dovute alla vendita di passaporti ai jihadisti.

Una volta approdati in Europa, per questi non è difficile confondersi tra i rifugiati e richiedere asilo in un paese dell’Unione: per farlo basta infatti un passaporto siriano che dimostri la volontà dell’individuo di fuggire da una situazione di guerra, così come previsto dal diritto internazionale; e reperire i passaporti non è impossibile, dato che si possono trovare sul mercato nero oppure possono essere rilasciati direttamente dagli uffici anagrafici siriani controllati dall’Is.

Esiste anche una quarta via di penetrazione, per ora poco battuta ma che potrebbe diventare molto gettonata in futuro, soprattutto se il teatro di instabilità cronica dovesse persistere: si tratta di quella che dalla Libia vedrebbe i potenziali terroristi giungere in Italia a bordo dei barconi di migranti. Certo, è il percorso più complicato dei quattro, ma la mancanza di un governo unitario e forte in loco non permette alle autorità di arginare il fenomeno: manca uno Stato, e senza Stato non ci sono controlli.

Tutto ciò in appena un anno di Isis. Nessuno sa cosa succederà fra due, ma potremmo dover essere pronti a ridisegnare i confini del Medio Oriente fino a oggi conosciuto. Che ci piaccia o no, nella Mezzaluna fertile è nato un nuovo attore molto influente: spetta a noi decidere se contrastarlo o permettergli di prosperare.

Filippo Malinverno

Foto: giornale.it

Pictures from Athens: a Greek sense of humor while queueing at ATM

20150629_Greece_ATMBy Giovanni Pallotta from Athens

The night between the 25th and the 26th of June will be remembered as one of the most dramatic nights in recent Greek history.

The announcement of Mr. Alexis Tispras, the Greek Prime Minister, during the Council of the Ministers, to ask the Greek people whether they want to accept or refuse the “Troika” proposal in order to pay the creditors of the Greek debt is something that no one could ever have imagined.

It is quite important to underline that the Greek Constitution does not allow referendums for Economic and Fiscal decisions, so, whatever the result of the July 5th vote, the Government can still move autonomously, however, Tsipras’s decision is something that has never happened before in European history.

Following Tsipras’s dramatic speech before Greek television cameras, other members of ΣΥΡΙΖΑ tried to explain that Prime Minister’s decision is to understand public opinion in order to decide the best political strategy to apply.

The other parties, Το Ποτάμι, Nεα Δημοκρατια and PASOK (the political “father” of ΣΥΡΙΖΑ) are convinced this was a last attempt of a desperate man who has lost all his allies in Europe (Tsipras identified Italy, another country facing bankruptcy, as Greece’s only ally) and as a leader who had disappointed all the citizens of his country.

In any case, Tsipras is quite sure that the Greek people will vote in favor of the agreement with the Troika.

Political polls show a situation where 70% of Greeks want to remain in Europe while 50% want to stay in Europe at “all costs,” and so he hopes to have the endorsement of the Country in order to sign the agreement without losing his personal consent, still it is a very hard bet.

Personally speaking, it is impressive to see what the reflections of the political decisions in everyday life are. Today, while I was taking my “Sunday walk” around Athens, it was quite upsetting to see how many people were queueing in front of ATM in order to withdraw money.

The fear that from Monday the Greek banks won’t have any cash is real and during this weekend the prevision is that people will withdraw up to 700 million Euros in cash from the banks instead of the average of 30 million during a typical weekend.

It was also alarming to see the increased number of Αστυνομία (the Greek police) officers and ΔΕΛΤΑ officers (the police special corps) patrolling the city; many more than I had seen in previous months. However, at the moment there isn’t any news about problems or disorders in Athens or in nearby cities, nevertheless the situation is closely monitored by the National Security System.

Over the next few days, political manifestations will be held all over Athens, and in particular, the actions of the Anarchists forces, who have their own core area in Exarchia Quartier (quite close to Syntagma Square and the Parliament Building) will create many worries for the public order.

In all this frightful situation, the Greeks have never lost their own particular, sense of humor; while I was drinking a coffee near Syntagma Square, I started speaking with an old man who made me laugh. He said, “Every day, in the newspaper, I read that we aren’t rich anymore, that the golden times are gone forever; well maybe I am too young, but I have lived here since I was born and I can’t remember any of these golden times.”

Whatever happens, and in this moment no one knows what will happen, it is pretty sure that Greeks won’t lose their own “Greek” attitude towards life.

Giovanni Pallotta

Foto The Guardian

Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/15 – Interviste conclusive, testimonianze di frustrazione

2012-10-08-mastromatteo_02By Luca Maiotti

Le conclusioni e le ultime interviste della tesi Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, di Luca Maiotti

Conclusioni

L’obiettivo di questo elaborato è esplorare le sfaccettature dell’identità saharawi, cercando di coglierne gli elementi essenziali e i fattori che ne hanno determinato il passaggio da una società classicamente tribale a una società “nuova”, derivata da una tipologia di identità differente da quella di partenza.

Ci si è soffermati sulle cause e sugli effetti di questo passaggio, evidenziando come l’esperienza dell’esilio, della guerra e della vita nei campi dei rifugiati abbiano avuto dei riflessi immediati – e siano stati a loro volta influenzati – sulla società rivoluzionaria che si era creata.

Ciò che resta oggi è una società in sospensione, che attende decisioni che non prende più in prima persona. La colonizzazione nei Territori Occupati e il tergiversare dei colloqui continuano ad affievolire la tensione verso l’obiettivo finale – l’esercizio del diritto di autodeterminazione in uno stato sovrano – che è stato il fattore principale di spinta verso il rinnovamento della società saharawi.

Oggi, 40 anni dopo la nascita del Fronte Polisario, sorgono sempre maggiori dubbi sulla scelta del cessate il fuoco – e c’è da tenere a mente non è una pace – presa nel 1991, nell’indifferenza quasi totale dell’opinione pubblica internazionale e dell’ONU, che continua a limitarsi a sterili dichiarazioni. Nelle testimonianze che ho potuto raccogliere, l’impazienza e la frustrazione sono l’elemento che chiude quasi tutte le interviste.

Questo elaborato rimane comunque incompleto sotto molti punti di vista. Il rimpianto maggiore è quello di non aver potuto raccogliere in modo adeguato la voce di una parte fondamentale della società saharawi – la voce delle donne – per poter gettare uno sguardo completo sull’insieme delle problematiche attraverso un punto di vista che è contemporaneamente uguale e diverso da quello degli uomini.

Allo stesso modo, per un lavoro che si possa definire rigoroso, avrei dovuto cercare di fare un vero lavoro di terreno, ovvero andare nei campi o nel Sahara Occidentale perché, come mi ha detto Ali Salek:

“Tra il vero e il falso ci sono 4 dita, la distanza che c’è tra quello che senti e quello che vedi [mettendosi 4 dita tra l’orecchio destro e l’occhio destro]”

Ci sono moltissimi altri spunti per approfondire o ampliare la base su cui ho lavorato. Per esempio si potrebbe procedere a confrontare il concetto di identità saharawi intervistando persone dei capi dei rifugiati e persone che sono rimaste nel Sahara Occidentale sotto l’occupazione marocchina; o ancora si potrebbe realizzare uno studio sui Saharawi emigrati in altri paesi, come per esempio la Francia: le loro modalità di integrazione, le loro motivazioni e le modalità con cui cercano di conservare la propria identità.

Mi dispiace non aver potuto dare il giusto spazio a questi aspetti – che avrebbero assolutamente meritato di essere esplorati – ma mi auguro che questi ed altri siano al più presto oggetto di studio e trattazione in altre tesi

2012-10-08-mastromatteo_01Appendice

Intervista a Rachid Lehebib, realizzata a Les Mureaux, Yvelines, Ile-de-France del 20-01-13

Potresti presentarti? Se dovessi dire chi sei…

Sono Lehebib Rachid, un giovane saharawi di 24 anni. Ho vissuto 20 anni della mia vita nei campi dei rifugiati e come tutti i Saharawi sono un combattente. Continuo a cercare l’indipendenza del mio paese come tutti nel mondo, come vuole la gioventù in tutto il mondo. La mia vita, tutta la mia vita è per i Saharawi, per la causa del Sahara Occidentale e per il popolo saharawi. Ho studiato in Algeria per otto anni, ho fatto l’università e mi sono laureato in traduzione linguistica: inglese, francese e arabo. Visto che in questo momento non si trova una soluzione per la causa saharawi sono venuto in Europa per lavorare. Ecco, questa è la mia vita.

Puoi dirmi qualcosa della tua famiglia ?

La mia famiglia? Mio padre è stato nell’esercito e nel Fronte Polisario dal 1975 fino al 2005 e mia madre ha lavorato nei campi dei rifugiati come segretaria in una scuola. Poi ho tre sorelle nei campi dei rifugiati. Sì, questa è la mia famiglia.

Puoi dire a quale tribù appartiene la tua famiglia?

Tribù? Alla tribù dei Tekna. Sì, i Tekna.

Sai qualcosa dei Tekna?

No, alla gioventù che è cresciuta lottando nei campi dei rifugiati, non interessa. La tribù non è interessante per noi perché abbiamo combattuto per un paese e per tutte le tribù e per tutti i Saharawi; non c’è interesse per la tribù nella nostra vita. La tribù è come uno delle tante cose tradizionali del paese, non è molto importante e tanta, tanta, tanta gente in Sahara Occidentale, giovane, ma in realtà anche vecchia, non è interessata a queste cose. Ma gli anziani sì, agli anziani interessavano queste cose, gli anziani con le storie delle tribù del Sahara Occidentale.

Perché ad alcune persone (indicando Ali Salek) non interessano le tribù. Quindi ancora più vecchi?

Più vecchie, persone più vecchie, prima di loro, dalla colonizzazione spagnola. Dal 1884 fino al 1975, il 12 ottobre 1975 quando arrivò il Fronte Polisario e riunì tutti i Saharawi delle tribù. Poi, nessuno ne parlò più né si interessò, ma prima sì, gli anziani che venivano dal periodo della colonizzazione spagnola. E’ vero, avevamo delle tribù come gli Rguibat, i Tekna e così via, ma dopo il Polisario dichiarò l’unione di tutti i Saharawi in un’unica lotta comune. Sì, una lotta comune per l’indipendenza del Sahara Occidentale, per tutte le tribù. Abbiamo il diritto di costruire un paese e vivere uniti.

Quanti anni hai? 24?

Sì, 24 anni

Quindi sei nato nell’88?

Nel 1988, solo tre anni prima del cessate il fuoco.

Hai fatto il servizio militare nell’esercito?

No, non avevo tempo di fare il servizio militare perché studiavo in Algeria e no, non c’era il tempo. Tutti quelli che studiavano non facevano il servizio militare. Poi, se vuoi, puoi fare il servizio militare, certo.

Perché non sei andato? Perché sembra che praticamente tutti…

Perché dopo il 1991 per il Fronte Polisario cambiò strategia. Dopo il 1991 c’è un altro sguardo sulla situazione politica. Abbiamo bisogno di dottori, di gente che conosca l’informatica, che studi le costituzioni, le costituzioni per il Sahara Occidentale, è chiaro? Dopo il 1991 cambiò il sistema. E’ un altro mondo da quando eravamo in guerra con il Marocco. Dopo il 1991 cambiò il sistema, cambiò il mondo, cambiarono le parole delle armi e tutto il resto. Ora bisogna conoscere le lingue, saper utilizzare l’informatica e molte altre cose perché ne abbiamo bisogno per costruire la nostra costituzione. Dobbiamo conoscere molte cose perché la gente negli altri paesi in Europa, in Africa, in Asia e in America Latina conosca la causa del Sahara Occidentale. Quindi dopo il 1991 non è più obbligatorio entrare nel servizio militare, cioè è come vuoi tu, se vuoi andare vai, sennò no.

Quanto tempo dura il servizio militare?

Il servizio militare… il primo periodo è di sei mesi, in una scuola. Ci sono tanti Saharawi che vanno per sei mesi, per il primo periodo. Tutti quelli che vengono per la prima volta devono starci sei mesi. Poi c’è ancora un anno.

E’ automatico?

Automaticamente, quando finisci questi sei mesi o un anno, vai in una zona militare, perché abbiamo molte zone militari.

Hai vissuto nei campi dei rifugiati. Per quanto tempo ci hai vissuto?

23 anni.

Quanti anni avevi quando te ne sei andato in Algeria?

In Algeria? 12 anni, sì a 12 anni sono andato in Algeria a studiare, ma si tornava d’estate. Ogni estate.

Quindi hai fatto le elementari nei campi dei rifugiati. Quali materie studiavi nei campi dei rifugiati? Per esempio in storia che cosa studiavi?

In storia studiavamo tutta la storia del Sahara Occidentale, prima della colonizzazione spagnola, come il periodo degli Inglesi e dei Portoghesi, poi la colonizzazione della Spagna. In prima studiavamo il periodo precedente al 1500, come vivevamo in tribù, poi arrivarono i Britannici, poi i Portoghesi, poi gli Spagnoli e poi Marocco e Mauritania. Poi ci insegnavano la storia dei capi del Polisario come il primo fondatore del Fronte Wali Mustafa el Said, di molti leader storici come quella di Mohammed Bassiri e di alcuni martiri, di molti martiri

Quindi nel corso di storia c’era la storia del Polisario?

Ah, la storia del Sahara Occidentale prima del Polisario? Beh in prima non studiavamo soltanto la storia del Polisario perché la popolazione nel Sahara Occidentale prima del Polisario aveva già lottato molto contro i colonizzatori, ma il Polisario arrivò e riunì il Sahara Occidentale in un’unica lotta.

Quale era la tua materia preferita a scuola?

In tutte le materie o nel corso di storia?

Tutte

Mi piacevano moltissimo le lingue, perché nei campi dei rifugiati vengono tanti gruppi e tante delegazioni da paesi diversi, come la Spagna, l’Italia, l’Inghilterra, gli Stati Uniti, la Francia, e quando vengono all’inizio non c’è molta gente che parla una lingua straniera, né inglese, né spagnolo né francese. Così alcune delegazioni vengono nei campi dei rifugiati e se ne vanno senza sapere molto del Sahara Occidentale. E in prima vedevo andare e venire le delegazioni, perciò volevo parlare lingue straniere per poterci parlare.

Sei partito per l’Algeria a 12 anni

Sì, a 12 anni, perché le elementari durano sei anni.

Quindi si comincia a sei?

Quando finisci hai 12 anni.

Come è stato lasciare la tua famiglia?

Molto duro, molto difficile andarsene e lasciare la famiglia per 9 mesi, è molto difficile. Quando sono andato in Algeria a 12 anni ero in grande difficoltà perché era la prima volta che lasciavo la famiglia ed era molto, molto difficile. Perché in Algeria devi cucinare da solo, lavarti i vestiti e fare molte altre cose per te da solo. Quando sei in famiglia tua mamma e tuo papà ti comprano o ti fanno sempre qualcosa, ma quando ti portano in Algeria devi fare le cose da te.

Dove vivevi?

Vivevo in una città chiamata Sidi Bel Abbes. Sidi Bel Abbes, è in Algeria occidentale. Conosci Orano? E lì vicino, Sidi Bel Abbes è a un’ora da Orano

Dove vivevi? Stavi a casa da solo o con altri studenti?

Siamo tutti studenti, ma in gruppo, perché tutti i Saharawi che vanno a studiare in Algeria vengono in gruppi, per esempio in Sidi bel Abbes sono cento, cento saharawi, ad Orano sono 50, a Béchar, nel nord dell’Algeria ce ne sono un altro numero. Si viene in gruppi e si vive nei collegi.

Come in un college?

Si vive in comune, tutti gli studenti vivono uniti, non come all’università. E’ tipo un gruppo, in una stanza ci sono tre o quattro, hai il letto, hai il bagno e ci sono uno, no, due Saharawi grandi che vengono con gli studenti come, diciamo, responsabili. I due Saharawi responsabili grandi per esempio organizzano gli studenti per fargli fare sport. Un vecchio ricordo che ho è del primo anno a Sidi Bel Abbes. La squadra dei Saharawi giocava nel torneo della città e arrivò seconda la squadra dei Saharawi quando partecipò per la prima volta fu la seconda migliore squadra in tutta la regione di Sidi Bel Abbas.

Di che sport?

Calcio, perché ogni scuola aveva la sua squadra. I Saharawi fecero una squadra fatta da soli Saharawi e giocarono contro tutte le squadre algerine della regione di Sidi Bel Abbes, come a Milano quando giocano tutte le scuole di Milano. Si fa questo campionato. Del mio primo anno di scuola mi ricordo che la squadra dei Saharawi era arrivata seconda. E ogni anno, se la squadra di calcio dei Saharawi non gioca la semifinale gioca la finale, perché è molto forte. Siamo lì anche perché i responsabili dicono che noi siamo venuti lì sì per studiare, ma anche come ambasciatori dei Saharawi. Dobbiamo studiare bene perché abbiamo degli amici di là, abbiamo una causa e dobbiamo studiare molto molto molto molto bene e d’altra parte siamo ambasciatori quindi non dobbiamo fare niente di male. Ecco, questo.

Come era la vita da studente?

La mia vita da studente era molto buona, ero molto felice. Era molto buona perché alle elementari ero il primo della classe e in Algeria continuo ad esserlo. Sono bravo in tutte le materie, sono con i migliori. Sono con i migliori perché sono molto interessato allo studio e non ci sono molte difficoltà. E’ una vita particolare quella dello studente. Quando entro in classe mi scordo di tutto, siamo interessati da quello che succede in classe. Perché il sabato e la domenica gli altri studenti tornano alla loro famiglia, giocano e fanno cose, e noi rimaniamo a scuola per lavare e fare altre cose. Sì, va tutto bene e non ci sono stati problemi nella mia vita da studente..ero molto felice.

C’erano anche ragazze nello stesso collegio?

Sì.

Quindi studiavate nelle stesse classi

Sì, nelle stesse classi, tutti. C’era contatto con le ragazze.

Ti sembrava strano?

No, è normale. Qualche volta sono allo stesso tavolo con una ragazza per studiare ed è normale, non è niente.

I professori a Sidi bel Abbes erano algerini?

Sì, algerini. Alle elementari erano saharawi, poi algerini.

Per l’università hai scelto cosa ti piaceva …?

Per l’università si va a livelli, ci sono delle aree: c’è lettere per esempio o materie scientifiche. Poi ci sono i livelli, per esempio per andare a fare interprete e traduttore devi avere più di 12, 13, 14, 15, 16 e così via. Per lettere e traduzione ci vogliono livelli più alti.

Quindi i livelli erano dati dai voti? Se i voti erano sopra il 12 potevi…?

Sì, quando mi sono diplomato sono uscito con 13 su 20. Ho scelto traduzione perché avevo raggiunto il livello per farlo, ma se fossi uscito con 10 non avrei potuto farlo.

Chi decide i livelli?

I livelli sono uguali per tutti in Algeria, come per tutti gli studenti algerini. Abbiamo lo stesso sistema noi Saharawi e gli Algerini, non c’è differenza tra lo studente algerino e lo studente saharawi, è lo stesso. E ci sono alcuni studenti algerini che stanno negli stessi collegi dei Saharawi, nella scuola anche le camere degli algerini, anche se non nella stessa parte. Ci sono algerini che vivono nello stesso collegio, solo che il sabato e la domenica stanno con la loro famiglia, lunedì, martedì, mercoledì, giovedì restano nella scuola.

E nel tuo collegio?

Sì sì, nello stesso collegio ci sono algerini, non c’è differenza. Gli Algerini dicono sempre che non c’è differenza tra loro e noi, e così i Libici.

Capito, quindi vivevi con Algerini e Saharawi durante la settimana

Sì, mangiavamo anche insieme, nella stessa mensa con gli Algerini. Quando gli studenti se ne vanno a casa noi facciamo un gruppetto che gioca a calcio e giochiamo insieme

Va bene. L’università l’hai fatta nello stesso posto del collegio?

No ho cambiato, sai perché? Perché in Sidi bel Abbes, quando studiavo, non ci sono università, ma ci sono altre università in Algeria. Io avevo scelto di fare traduzione per esempio e traduzione non c’era. Quindi per forza bisogna trovare altre università, a Costantina, ad Annaba. Tu scegli cosa vuoi fare e poi c’è come una.. comunicazione tra il ministro dell’Educazione saharawi e il ministro dell’Educazione algerina.

E dove hai fatto l’università?

A Béchar, è una città del sud dell’Algeria.

Vivevi in un collegio con altri Saharawi o da solo?

No, non è la stessa cosa, come gli studenti algerini, solo che all’università hai molte più libertà. Hai molta più libertà di tornare nei campi dei rifugiati, di andare in altre città in Algeria, per fare molte cose. Quando sei molto piccolo non ti lasciano andare da solo perché è pericoloso, all’università hai i trasporti e tutto. Fino a quando sei nelle scuole inferiori … come si chiamano … le elementari, nel collegio tu torni l’estate. Vai in Algeria a studiare e torni solo per l’estate, ma all’università hai molto più tempo di andare e tornare.

Ma tu vivevi in uno studentato con altri studenti saharawi e algerini?

Sì, ma l’università non è come il collegio. E’ diverso perché qui ci sono due persone per camera, nel collegio qualche volta si arrivava a venti in una grande stanza in letti a castello. All’università in due, con la TV, con internet e altra gente.

Quindi quali sono le differenze? Nella vita studentesca intendo

Puoi viaggiare di più, andare, visitare altre città in Algeria, perché sei maggiorenne quindi puoi fare più cose. Quando sei in collegio no, le fai solo con i responsabili. All’università non ci sono responsabili, ecco la differenza, non ci sono responsabili.

Hai ancora contatti con i tuoi amici algerini?

Sì, ho ancora molti amici in Algeria, tengo i contatti con internet e con il telefono, perché gli Algerini ci hanno aiutato per molte cose. All’inizio, quando arrivammo in Algeria noi non parlavamo francese perché alle elementari si insegnava solo spagnolo, mentre il sistema educativo in Algeria ha il francese come seconda lingua e l’arabo come prima. E’ difficile arrivare in Algeria e non parlare né capire il francese. I miei amici, i miei amici algerini, mi hanno aiutato moltissimo a capire e qualche volta sono andato a trovarli in Algeria. La scuola in Algeria comincia in Settembre e noi arriviamo in ritardo. I nostri compagni algerini ci hanno aiutato per i corsi ed è stato molto importante per noi.

Capisco. E dopo l’università, ora che hai finito?

Dopo nei campi dei rifugiati non c’è lavoro. Ci sono pochi lavori ufficiali, sai, tipo nella televisione, nella radio o nei ministeri, oppure vai a fare il servizio militare, capito? E visto che io sono l’unico uomo della famiglia, perché ho altre tre sorelle e la vita nei campi dei rifugiati è cambiata per via della crisi, mancano le cose. Abbiamo bisogno di denaro per comprare qualcosa, come il resto delle famiglie, la televisione, i vestiti per mia sorella e così via così sono venuto qua per lavorare e aiutare la mia famiglia a resistere nei campi dei rifugiati. Per questo sono venuto qui a lavorare.

Quanto tempo sei stato nei campi dei rifugiati? Dopo l’università?

Solo sei mesi.

E l’esperienza della vita nei campi dei rifugiati? Prima?

La mia esperienza? E’ bella la vita nei campi dei rifugiato, sì sì, sei libero di andare dove vuoi, fare come vuoi, puoi giocare, puoi stare con la tua famiglia, posti differenti.. siamo liberi là. L’unica cosa è che non c’è lavoro, non ce n’è tanto. Sai, è normale, come gli altri rifugiati, è molto difficile, ma la vita in generale è molto tranquilla, è normale. Non ci sono cose strane, non c’è paura come negli altri campi dei rifugiati in altre parti del mondo, come in Sudan, come in Darfur, come in Somalia o da altre parti. La vita, secondo me, la migliore vita di rifugiati la fanno i rifugiati saharawi, siamo molto organizzati, non come il resto del mondo. Lì il rifugiato attacca l’altro e lo uccide per i soldi, tra i rifugiati saharawi no. E’ tutto organizzato, c’è gente che viene da altri paesi, tutto è organizzato e ognuno ha i suoi compiti e in ogni daira c’è un consiglio. La vita è molto facile, non c’è paura. Puoi dormire fuori casa tua di notte e lasciare casa tua aperta e nessuno tocca niente. La vita è molto normale, sì.

In tempo di crisi, nella situazione di rifugiati, come si mangia? Il Fronte Polisario o le Nazioni Unite distribuiscono dei pasti preparati? O viene da fuori?

No, devi sapere che noi stiamo vivendo grazie all’Unione Europea e i contributi dei popoli europei che ci mandano nei campi. Poi il Fronte Polisario divide quanto raccolto secondo un programma amministrativo organizzato in un certo modo. Per esempio, ma è solo un esempio, arrivano 30 chili di zucchero e il Polisario deve decidere delle scorte, perché altrimenti il mese in cui arrivano solo 10 chili cosa facciamo? Bisogna pensare anche al futuro e dividere tutti i rifornimenti. E’ tutto organizzato per evitare una crisi alimentare o qualcosa del genere. Per questo io dico che la vita dei rifugiati saharawi è molto migliore della vita in altri paesi, perché è tutto molto organizzato. L’unica cosa è che non c’è lavoro, manca il lavoro per i giovani saharawi.

In che forma?

Se una famiglia ha cinque membri, tu hai diritto a 5 chili di zucchero, 5 chili di farina e 5 chili di un’altra cosa.

Quindi non è preparato

No, no, per esempio ti danno la farina poi ogni famiglia si cucina a casa. Danno rifornimenti e gas, poi ogni famiglia prepara il suo.

Qual è il pasto tipico?

Abbiamo lenticchie, le conosci? Lenticchie, poi mangiamo riso, riso con carne. Lenticchie, riso, piselli … e anche spaghetti. Sì la pasta, la pasta. E anche questi, dei legumi secchi. Secchi sai perché? Perché si conservino per molto tempo, per conservarli. Il sistema dei rifugiati è questo, bisogna conservarlo per molto tempo. Il formaggio invece dura una o due settimane.

Qual è il tuo poeta preferito?

Poeta? Arabo o straniero? Beh William Shakespeare, perché William Shakespeare ha vita nel teatro e mi piace tantissimo anche la sua poesia. Io non conoscevo benissimo l’inglese e ho imparato moltissimo da William Shakespeare. Ci sono molti poeti che mi piacciono, ma lui è il mio preferito. In lingua araba è Mahmoud Derwish, palestinese, sai perché? E’ un poeta palestinese, molto colto che scrive per la libertà. Poi mi piace molto Abu’l Kassim Chabi, che è tunisino. E’ un tunisino che ha scritto una poesia che si intitola “vuoi vivere”, “mi piacerebbe molto vivere” e mi è stato di grande insegnamento. Mi piace molto perché il popolo saharawi vuole vivere, vuole vivere e qui c’è tutta la speranza che c’è in relazione con la libertà e la giustizia, mi piacerebbe molto.

Mi hai detto che nei campi dei rifugiati ci sono moltissime difficoltà. C’erano mai momenti di felicità?

Non ci sono momenti felici nel Sahara Occidentale in questo momento. Non abbiamo momenti di vera felicità perché potrò essere felice solo quando il Sahara Occidentale sarà indipendente. In questo momento sono contento, ma in altri momenti non sono felice, ci sono cose normali. Ogni tanto ci sono dei momenti, me ne ricordo uno quando alcuni capi di Stato africani vennero, non mi ricordo esattamente quali, c’era il presidente del Ghana di cui non ricordo il nome, che era arrivato nei campi dei rifugiati e aveva detto che il popolo del Sahara Occidentale non era solo e tutti i popoli e i paesi dell’Africa erano con il popolo del Sahara Occidentale. Quando avevo sentito questo discorso ero molto felice. Ma il momento più felice per me è l’indipendenza, il momento dell’indipendenza del Sahara Occidentale, inshallah.

Il futuro della gioventù saharawi?

Alla fine io vedo come la gioventù saharawi vede la causa del Sahara Occidentale. E’ una causa che si passa di generazioni, la gioventù del Sahara Occidentale continuerà la battaglia fino alla fine, fino all’indipendenza del Sahara Occidentale, questo è l’obiettivo finale.

Come è possibile questa lotta? E’ l’esercito l’unica via?

Ci sono altre soluzioni, per esempio qui in Europa cercare di parlare del Sahara Occidentale, ma alla fine, se non ci sono altre soluzione torneremo alle armi. Io non ho mai usato un’arma, ma se il Marocco non se ne va dalla nostra terra e si rompono le negoziazioni e non si vede alcuna soluzione per l’indipendenza del popolo del Sahara Occidentale, riprenderemo le armi. Quando ce ne sono molti come Ali [Salek], molti moltissimi martiri saharawi sono pronti a continuare la lotta.

Per esempio ho sentito che in Marocco c’erano molti giovani che cercavano di dare sostegno al re attraverso mezzi di lotta non “violenti”

Sì, so che ci sono molti modi di lottare, pacifici come le manifestazioni, le canzoni, le lettere, ma quando il Marocco non ascolta una parola? Perché là nei Territori Occupati stanno uccidendo la gente, ci sono manifestazioni, ma il Marocco non sente parole di pace. I saharawi sono così da 40 anni e non rimarranno fermi a guardare quelli colpire le donne e i bambini. E facciamo pressioni e i diritti umani e il resto, ma la situazione non migliora là nei Territori Occupati. Secondo me il Marocco non vuole sentire queste parole pacifiche e noi continuiamo a lottare pacificamente ogni anno, ma la lotta pacifica è solo una delle maniere per arrivare all’indipendenza. E quando la lotta pacifica non porta all’indipendenza del popolo saharawi o il Marocco non dà il diritto ai Saharawi di decidere, per me l’unica soluzione è riprendere la lotta armata.

Quello che dici è molto forte, considerando che sei un uomo di dialogo

Sì, ma quando tutti, tutti, tutti, tutta la gente ha il diritto di difendersi, è durissimo quando molte generazioni vivono senza il proprio paese. E’ durissimo vivere senza il proprio paese. Io non voglio che i miei figli vivano nei campi dei rifugiati, senza un’educazione, senza le cose che hanno tutti i bambini del mondo. Ma è difficile, è molto difficile. In 40 anni le generazioni sono passate e le nuove generazioni si sono trovate davanti alla stessa situazione. Tutto il mondo deve intervenire per aiutare il popolo del Sahara Occidentale a raggiungere l’indipendenza perché 40 anni sono molti.

Intervista ad Hamdi Abderrahmad a Les Mureaux, Yvelines, Ile-de-France del 09-12-12

Se dovesse presentarsi brevemente, che cosa direbbe?

Mi chiamo Hamdi Abderrahmad, sono un Saharawi di nazionalità spagnola, sono nato a El-Ayun nel 1968. Lasciai El-Ayun, capitale del Sahara Occidentale con la mia famiglia e altre migliaia di Saharawi verso il sud.

Potrebbe dirmi a quale tribù o a quale frazione la sua famiglia apparteneva?

Generalmente la struttura sociale del popolo saharawi si compose di tribù, in ogni tribù ci possono essere delle frazioni e una frazione può avere anche delle sub-frazioni. Generalmente le tribù che composero la struttura sociale del popolo saharawi sono i Rguibat, i Tekna, gli Ould Delim, poi in generale le tribù con questi nomi sono composte di frazioni. Capito? Io ho detto le tribù principali, però ci sono altre tribù che non conosco, ma generalmente queste sono le tribù che composero ciò che è il popolo saharawi.

Saprebbe dire a quale lei apparteneva?

Sono dei Rguibat.

Lei ha effettuato il servizio militare?

Sì.

A che età è entrato nel Fronte Polisario?

A 21 anni.

Dove ha fatto l’addestramento? All’estero?

No, al Fronte Polisario. Io, come sai, come tutti i Saharawi, sono stato in una guerra per la liberazione del nostro territorio. Di tutto il popolo saharawi, il 20% sono militari, gli uomini come le donne, come chi studia fin da quando ha 11 anni a Cuba. Alla fine abbiamo una situazione particolare nel nostro paese e una percentuale di giovani saharawi preferisce fare il servizio militare per imparare le basi della guerra. Così possiamo dire che se il popolo saharawi e il Fronte Polisario vedono la guerra, siamo preparati e che i giovani sono ben preparati per essere guerrilleros.

La strategia è cambiata dopo la costruzione del Muro?

Io non sono un guerrillero, ma da quello che mi dicono i miei fratelli maggiori e miei amici, la strategia del Fronte, dei combattenti prima del muro era una guerra di squadriglie, una guerra aperta, che erano i combattenti del Polisario in gruppi ad attaccare i marocchini. Dopo la costruzione del Muro è chiaro che la strategia, la filosofia di guerra cambia: invece di attaccare in diversi gruppi in vari territori si concentrano su un punto.Le operazioni militari che fanno i guerrilleros del Fronte Polisario hanno una differenza che separa le due epoche di guerra. Prima del Muro i guerrilleros del Polisario, i combattenti del popolo saharawi liberano poco a poco dei territori; dopo il Muro invece, se fanno un attacco, se catturano dei carri armati, dei prigionieri marocchini, non restano nelle zone colpite sennò vengono subito attaccati: attaccano, passano, uccidono quelli che devono uccidere, prendono quello che devono prendere e se ne vanno.
Prima del Muro i Saharawi liberavano il territorio poco a poco, dopo il muro attaccavano e fuggivano.

Come era la vita del militare?

Ti dico, la vita del soldato saharawi non è la vita del militare classico, del soldato dell’esercito tipo. Siamo guerriglieri volontari e nel Polisario siamo compagni. Quelli che ci sono non comandano in maniera … come negli eserciti classici. Per esempio nessuno passa a riscuotere, nessuno paga i combattenti. I guerriglieri del Fronte Polisario combattono volontariamente, per loro volontà.

Se dovesse scegliere un momento da raccontare, un momento che vale la pena di essere raccontato, cosa racconterebbe?

Il migliore e il peggior momento della mia vita. Per me, nella mia opinione, non è arrivato il momento, il miglior momento della mia vita perché non abbiamo ancora l’indipendenza, perché non abbiamo fino ad oggi uno Stato indipendente per i Saharawi. Per questo mi manca un momento indimenticabile, per questo mi manca il miglior momento della mia vita.Il momento più triste, il più amaro della mia vita è il momento in cui i soldati marocchini uccisero mia madre davanti ai miei occhi, ad Amgala. E’ il momento più amaro, io avevo solo 6 anni, quando sono scappato da El-Ayun per il sud dell’Algeria. Un battaglione di soldati marocchini, loro stavano uccidendo tutti, e uccisero mia madre di fronte ai miei occhi.

Lei ha anche vissuto nei campi?

Sì.

Come era la vita nei campi?

Molto difficile. E’ molto dura, ma la cosa migliore è che abbiamo scelto, e ci siamo raggruppati volontariamente. Abbiamo preferito così. Ci incoraggiamo tutti, ma viviamo con dignità. E’ molto dura, non c’è nessun modo di vivere, soffriamo molto, rimaniamo isolati dalla nostra famiglia che sta nel Territorio Occupato, però siamo dignitosi, viviamo in questo modo, con grande sofferenza, ma viviamo con dignità, in libertà.

Che ruolo aveva nei campi?

Sono ingegnere, ingegnere civile. Ho lavorato in alcuni progetti di costruzioni nei campi dei rifugiati saharawi finanziati da alcune ONG europee: scuole, ospedali, aule.

I vostri studi universitari sono stati coerenti con quello che ha fatto?

Sì, ho fatto i miei studi ad Algeri.

E’ sposato?

Sì, mia moglie è là e i miei figli sono là.

Intervista a Slama Amarna a Les Mureaux, Yvelines, Ile-de France del 09-12-12

Vorrei chiederle una piccola presentazione, ovvero, se lei si dovesse presentare, se le si domandasse “chi è lei?” cosa risponderebbe?

Chi siamo noi? Singolarmente? Vuole sapere chi siamo singolarmente? Che ci presentiamo per nome e cognome?

Come preferisce lei, non c’è una risposta giusta e una sbagliata

In linea, diciamo, generale, diciamo che siamo tutti Saharawi. Ci sono alcuni per esempio che sono ex militari del Polisario e altri che hanno lavorato nei campi civili. Se vuoi che ci presentiamo per nome e cognome, io mi chiamo Slama, sono del Sahara Occidentale, del Fronte Polisario, sono un ex combattente nella seconda regione di fanteria motorizzata. Ho partecipato alla guerra contro il Marocco fino al 1991, poi sono rimasto là fino al 2001 e sono andato in Spagna. Non so se vuole sapere altro.

Quando è nato?

Nel 1969.

Quando ha iniziato il servizio militare?

A che età? Credo a 17-18 anni.

Era un volontario?

Sì, ma per noi è un dovere, per la liberazione del nostro paese. Per noi è un dovere stare là per la liberazione del nostro paese. Questo è ciò che sente ogni Saharawi.

Quindi è rimasto fino al cessate il fuoco

E lei ha fatto un addestramento? Me ne potrebbe parlare?

Io per esempio studiavo a Cuba. Colsi l’opportunità di intraprendere la carriera militare, mi diplomai come tenente in una specialità militare, poi arrivai nel Sahara e fui assegnato alla regione militare più grande che abbiamo e stetti lì per degli anni durante la guerra contro il Marocco.
Alcuni hanno avuto l’opportunità di studiare e fare tutto questo, mentre altri non hanno avuto questa fortuna e hanno partecipato direttamente. Loro hanno fatto addestramenti in altri luoghi, per esempio in Algeria, in Libia o in altri posti che noi Saharawi abbiamo.

Lei è stato a Cuba poi è tornato nel Sahara. Quale è stato l’impatto del ritorno?

Non c’è un impatto, chiamiamolo … duro perché essere Saharawi significa avere un altro carattere. Noi Saharawi siamo abituati a stare lontani dalla famiglia, a sopportare molte cose, a maggior ragione perché siamo gente che per natura è libera e abituata al deserto, ai cammelli e ad altre cose. E che in una parola è libera. L’impatto per noi è stare chiusi in un luogo, questo per un Saharawi determina un impatto, ma il ritorno non implica nessun impatto.

Lei ha avuto un ruolo molto importante nell’esercito. Da un punto di vista militare, cosa ha rappresentato il Muro?

I Saharawi all’inizio della guerra avevano una tattica, una strategia. L’esercito marocchino supera l’esercito saharawi in quantità di effettivi, armamenti e di molte cose, ma non in volontà, non lo supera, ok? Creare il Muro, rappresenta una cosa, che non sono capaci di resistere alle offensive che fa l’esercito saharawi nel territorio marocchino. Questa fu una strategia in primo luogo israeliana, che furono i loro consiglieri militari, sono loro che arrivarono e diedero le consulenze militari necessarie a costruire il Muro. Questo per proteggere … l’obiettivo per loro è lo sfruttamento del fosfato, delle ricchezze marittime del Sahara, che è considerato uno dei banchi di pesca più grandi del mondo. Hanno costruito i Muri, però i Muri sono poca cosa per noi, perché non sono un ostacolo, perché le azioni militari, fino a che furono fatte, si facevano al di là del muro. Si apre una breccia, si apre per tutti, passa la gente, si fa l’offensiva, uccidono chi deve essere ucciso, catturano quelli che devono essere catturati e si ritirano. Hanno distrutto molto durante la costruzione del muro e durante il mantenimento perché loro, per la lunghezza del muro, per tutto il Sahara Occidentale, hanno qualcosa come 157.000 effettivi. Noi, che non superiamo i 10.000 effettivi, non abbiamo nessun problema: oggi attacchiamo da una parte, domani da un’altra e così andiamo.

La strategia non è cambiata dalla costruzione del Muro?

Sì, la strategia è implicito che cambi, non è lo stesso attaccare una forza in un luogo senza ostacoli che attaccarne una dove ci sono ostacoli. Questo cosa ti implica? Ti implica una maggiore anticipazione, più esplorazione e diciamo ti prende un po’ più di tempo, non è lo stesso attaccare senza ostacoli che incontrare degli ostacoli, ma cosa devi sapere o cosa devi fare. Devi sapere la tattica che userai per attaccare. Io credo che implichi solo una diminuzione del tempo, niente più e niente meno. Le offensive che si facevano prima continuarono fino a che terminò la guerra.

Questa strategia saharawi era un’eredita della strategia tribale?

No, la strategia, come ti dicevo prima, quando si comincia a parlare della quantità di effettivi dei Saharawi, la strategia impiegata è una guerra di guerriglia. Tu stai combattendo contro un esercito che ha più di 200.000 effettivi e noi non oltrepassiamo i 10.000. Che tipo di strategia impieghi? Una guerra di guerriglia. Il Muro è così, è pieno di basi e sottobasi e ovviamente di intervalli tra le basi (mi mostra con la mano una linea con due torri), compagnie, truppe di intervento e altro. Per esempio oggi noi colpiamo questo luogo (mi indica lo spazio tra due torri), attacchiamo, uccidiamo chi dobbiamo uccidere, catturiamo chi dobbiamo catturare e ci ritiriamo. Un altro giorno un altro luogo e può essere che l’intervallo sia di 200 o 300 chilometri, dipende. Però per noi non è un problema, mentre per loro che sono sulla difensiva è un gran problema mantenere tutto questo perché implica un grosso danno economico.

Quando si combatte insieme si crea una coesione. C’era della “propaganda” dalla parte del Polisario? Qualcuno insegnava i valori del popolo saharawi? Ho letto che il popolo saharawi ha avuto un passato tribale, quindi come è stato possibile passare a combattere insieme? Ci sono stati dei ribelli in Ciad per esempio che non riuscivano a combattere insieme, ma divisi per tribù. Questo passaggio da tribù a popolo è stato immediato nell’esercito? C’erano delle difficoltà a combattere insieme?

Nel caso dei Saharawi per esempio noi siamo tutti uniti, tutti insieme contro l’invasore, il Marocco. Sì, si suppone che ogni società, non solamente quella saharawi, ogni società araba è composta da tribù, frazioni, subfrazioni fino ad arrivare alla famiglia. L’unità nazionale non vuol dire unità di tribù, vuol dire unione di idee e unione di tutti. La tribù la mettiamo da parte. Tutti noi non abbiamo lottato per tribù, tutti lottiamo insieme, questa è l’idea dei Saharawi. La questione delle tribù è una cosa creata nei secoli, sono passati tantissimi anni. Ma nel Fronte Polisario e nel Sahara dopo la Marcia Verde e l’invasione del Marocco, i Saharawi sono scappati in Algeria, nei campi dei rifugiati, si sono installati là, la gente si è unita per mettere in piedi i campi e hanno costruito le scuole, le donne hanno costruito dei comitati per lavorare, tutti lavorano e abbiamo messo da parte le tribù da tutto questo. Tutti siamo uniti per lottare per raggiungere il nostro obiet-ivo finale che è l’indipendenza nazionale. Non c’è altro.

C’è una cosa che mi ha colpito. Se potesse scegliere un momento emblematico da raccontare durante gli anni di guerra, che momento sceglierebbe?

Un momento emblematico? Beh ce ne sono tanti… uno non so, beh noi abbiamo avuto molti, moltissimi momenti durante la guerra, a maggior ragione perché il Saharawi che non è in guerra non si considera Saharawi. Capito? Tutti quanti partono volontariamente, secondo la propria volontà. Nel Sahara c’è questo, che nessuno può obbligarti a fare niente. E’ qualcosa che non trovi nel resto del mondo, prendi il tuo bicchiere (mi porge il bicchiere), cioè che nessuno ti può obbligare. D’altronde nel nostro esercito per esempio, tutti si rispettano tra loro. Tutti noi ci caratterizziamo per alcune cose che non si trovano in tutto il resto del mondo, noi rispettiamo gli anziani. Per noi i nostri padri, le nostre madri, sono qualcosa di sacro, bisogna rispettarlo al massimo. Là sono passati molti momenti… c’è un momento in cui per esempio perdi un amico, va bene? Un vecchio amico, che è stato con te tutto il tempo… Queste cose sono indimenticabili. Sono molte, e ognuno ha la sua.

Ha vissuto nei campi dei rifugiati?

Sì. Io ho combattuto nella seconda regione militare, sono ingegnere militare nella seconda regione militare del Fronte Polisario, sono stato lì in guerra e poi sono stato nei campi dei rifugiati. Ho vissuto lì. Nel mio caso per esempio, io sono arrivato negli anni ’70 che ero piccolo, ho studiato nelle nostre scuole che abbiamo lì, poi come ti dicevo ho avuto la fortuna di andare a Cuba a dodici anni. Lì ho studiato al collegio poi sono passato all’accademia militare dove mi diplomai come tenente e al mio ritorno fui assegnato alla seconda regione militare in guerra. Ho avuto la famiglia nei campi dei rifugiato, passavo sei mesi nella regione militare o tre mesi, poi avevo un permesso di quindici giorni, così andava.

Come era la vita quotidiana del militare?

La vita durante la guerra è un tipo di vita, diciamo, che la vita di ciascuno dipende dalla sua specialità, per esempio un esploratore non vive come un carrista o un artigliere, capisci? Oggi per esempio siamo qui, domani siamo in un altro luogo, è una vita mobile. Oggi fai un’azione militare qui, domani la fai in un altro luogo e così via.

Questo movimento ha aiutato a mescolarsi, a conoscersi tra tutti i Saharawi?

Quasi tutti ci conosciamo tra noi e questo perché? Perché non siamo tanti. Quasi tutti ci conosciamo, questo movimento ti aiuta a conoscere più gente e inoltre è una strategia di movimento.

Alle elementari o al collegio, quali erano le materie che lei si ricorda?

Beh quello che si impara alle elementari, era uguale a quello che si impara in tutti i posti

Perché in Italia io studio la geografia italiana o europea

Sì diciamo che in prima c’erano le classi di lettura, di geografia, di storia, matematica e educazione fisica, se ben mi ricordo.

Studiavate la geografia dell’Africa, del Nord Africa?

Geografia di tutto.

Come ha vissuto il fatto di partire per Cuba?

Di solito noi studiavamo in scuole che avevamo laggiù. Cuba ci stava aiutando per la medicina, per l’insegnamento e per molte altre cose e hanno aperto due scuole che ospi-ìtavano diciamo 600 persone ognuna e studiavamo quello che ci dicevano, quello di cui c’era bisogno. Quindi nel 1982 si cercava gente che parlasse castigliano. Noi eravamo circa 600 che abbiamo iniziato il sesto o settimo anno delle elementari o inizio del collegio. Beh siamo stati tutti a scuola, se qualcuno ha per esempio dei problemi familiari o qualcosa del genere o un altro problema è libero di lasciare. Nessuno ti può obbligare a fare niente. Questo è quello che ci differenzia dal resto dei popoli. Per noi tutti sono uguali, il rapporto deve essere basato sul rispetto, il rispetto reciproco, soprattutto verso i più anziani e le donne. E niente, vai, è un’opportunità, che puoi studiare là, eravamo un gruppo di bambini di dodici, tredici o quattordici anni che hanno avuto questa opportunità che altri non hanno avuto. Abbiamo studiato e siamo tornati ciascuno con la sua specialità, quindi qualcuno si è laureato all’accademia militare, qualcuno è diventato medico o professore.

C’era tra i Cubani un legame speciale? Ha poi rincontrato nell’esercito alcuni di Cuba?

Per prima cosa tutti i Saharawi che sono andati a Cuba studiavano nelle stesse scuole, vivendo nella stessa scuola. Sono scuole-collegi diciamo, dove studi, vivi e mangi. Finisci il collegio e poi vai oltre, per esempio ai precorsi per l’università e lì incontri Cubani o persone di altre nazionalità. In quel momento Cuba appoggiava quasi tutti i movimenti per la libertà che c’erano, per l’Angola, per il Mozambico e per la nostra causa, che è una causa giusta per la liberazione del nostro paese. Ci aiutavano in molte cose, ma soprattutto per l’insegnamento ai bambini.

Questo lo faceva Cuba, l’Algeria, la Libia e in minore quantità la Spagna, la Francia, l’Italia. Io per esempio ti posso dire una cosa che chissà.. nel 1981 sono stato in Italia in un piano di vacanze quando ero piccolo, quando ero un bambino, mi ricordo di questa parola, sono stato in un comune di Milano, in Andorras. Nel 1981 ho passato tre mesi là, mi ricordo il comune di Milano, Andorras, si chiamava così ed era nel piano di vacanze. Ed era il primo paese europeo che vedevo. Poi dopo l’Italia partii a Cuba e ancora mi ricordo il nome di alcune donne, Barbara, Antonella, che stavano là, mi ricordo di cose così. Gente che ti aiutava, associazione che appoggiavano o inviavano materiale scolastico, medico, ONG, Organizzazioni non Governative che portavano i bambini in vacanza.

Anche se lei era piccolo è partito. Mi ha detto di aver avuto fortuna, mi ha detto che il Saharawi è libero, ma lasciare il proprio paese non è traumatico?

Quello che voglio dire è che i Saharawi sono liberi per natura, per natura. Che il nostro paese non sia libero non è un trauma per noi? E’ questa la tua domanda? Beh, i Saharawi hanno lottato duramente tutti questi trenta e passa anni per raggiungere l’indipendenza. Bene. Questo perché i Saharawi non sono gente che bacia la mano dei re. Sono liberi per natura, te lo dico dall’inizio. Siamo abituati al deserto, ti svegli al mattino per fare i chilometri e badare ai cammelli. Liberi per natura. Chiaro che per noi, che ci invade il Marocco, beh vuol dire che nessun Saharawi, al neonato, quando uno ha tre o quattro anni, quando comincia a parlare gli si racconta questo, che sta aspettando il giorno che prenderà il suo fucile per andare a combattere contro l’invasore. Il fatto è che tutti abbiamo questo sentimento dentro, che non siamo come il resto dei paesi arabi, che siano repubbliche o monarchie, è la stessa cosa. E’ la stessa cosa. Noi, per lo meno, non ci azzardiamo a dire niente a una donna, perché è una donna e deve essere rispettata. Nessuno la può battere. Nessuno può dire niente ad uno più anziano. Che tu sia capo o non so chi, è uguale, ti devi comportare nello stesso modo. Non ci sono privilegiati. Tutti siamo uguali. Questo è il sentimento dei Saharawi, che ci rende diversi dal resto, capito? Non siamo mai stati schiavi di nessuno, non vogliamo esserlo né lo saremo e tra le due cose, si preferisce la morte piuttosto che essere schiavo di Mohammed VI. Preferisco essere libero e morto che vivo e chino.

Quando era sposato, abitava presso sua suocera o sua madre?

Se ho capito, se stavamo vivendo con padre e madre o con la moglie. Di solito le relazioni familiari dei Saharawi sono relazioni forti. Noi la chiamiamo la famiglia piccola, in cui sta uno con sua moglie e i figli. Beh devi badare ai tuoi, devi vivere con la tua famiglia, moglie e figli. Però questo non vuol dire che ti leva dalla responsabilità verso i tuoi, no, sei sempre responsabile della condizione dei tuoi genitori. Devi andare a fargli visita frequentemente, a vedere se gli manca qualcosa, devi stargli sempre dietro e se qualcuno si fa male devi accompagnarlo. Devi rispettarlo, è quello che ti dicevo all’inizio, che per noi i nostri padri sono qualcosa di sacro. Non è come qui che si buttano fuori di casa, bisogna prendersene cura fino alla fine ed è una responsabilità che sta prima di tutto il resto.

Luca Maiotti

Tutte le interviste sono esclusive di Luca Maiotti

Il post precedente è al link Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/14 – L’educazione saharawi: il ruolo di Cuba, Libia e Siria

La tesi è stata pubblicata nella categoria di Paola Casoli il Blog “Nuove Leve – Luca Maiotti”

Foto: Gilberto Mastromatteo (Gdeim Izik, Laayoune, Sahara Occidentale, 2010, vedute del “campo della dignità”, l’accampameento eretto dai saharawi il 10 ottobre 2010 e smantellato dalle forze speciali dell’esercito marocchino il 9 novembre seguente)/huffingtonpost.it

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Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/14 – L’educazione saharawi: il ruolo di Cuba, Libia e Siria

foto_scuolaBy Luca Maiotti

Capitolo 3 della tesi Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, di Luca Maiotti

3.3 Il percorso educativo saharawi: l’insegnamento

La colonizzazione spagnola

L’educazione ricopre uno spazio fondamentale nel discorso pubblico saharawi – proprio perché inteso come uno dei mezzi di lotta politica e sociale che distinguessero l’era passata della colonizzazione dalla nuova età della coscienza nazionale.

saharawi_school_childrenEffettivamente la Spagna si occupò dell’educazione nella provincia del Sahara Occidentale senza particolare solerzia. Nonostante ciò dal 1948 al 1974 il sistema scolastico crebbe da 91 a 6059 studenti di scuola elementare – di cui 909 studentesse. La scuola superiore arrivò a contare 111 allievi (tra cui 3 femmine) e nel 1972 260 Saharawi entrarono in un istituto professionale. Il tasso di alfabetizzazione dell’intera popolazione saharawi era circa al 5% quando cominciò l’esilio nel 1975. Solo nel 1968 – solo sette anni prima del ritiro – le università spagnole aprirono a studenti saharawi, e questo spiega l’esiguità del numero di laureati (2) e diplomati – diploma di tipo tecnico – (12). La stessa apertura dell’università era condizionata: se era possibile per loro studiare nelle facoltà di ingegneria, diritto, economia, medicina, infermieristica e farmacia, l’accesso era vietato per le facoltà di scienze politiche, sociologia e giornalismo.

La consapevolezza delle ristrette possibilità di educazione è stato uno degli argomenti su cui il Polisario ha battuto, identificando il periodo della colonizzazione – e, parallelamente, della divisione tribale – come il periodo di buio intellettivo e ignoranza. Bucharaya Salek a questo proposito dice:

“Siamo stati colonia spagnola e lo stiamo stati dall’anno 1884 fino al 1975. Certo, siamo stati un popolo ignorante, che viaggiava per il deserto, e i coloni si sono comportati da coloni, ci hanno obbligato a non studiare, a non avere idee, a non avere persone colte perché la popolazione non li invii per far qualcosa. Questo per quasi un secolo con la Spagna”

Non era nell’interesse del governo spagnolo far crescere una classe media istruita e quindi consapevole che potesse chiedere rivendicazioni maggiori di quelle che già agitavano il Sahara Occidentale.

L’importanza dell’educazione e i primi ostacoli

Non è un caso che i dirigenti del Polisario fossero alcuni tra i Saharawi più istruiti – universitari in Marocco nel periodo delle contestazione studentesche in particolare – che si trovarono durante gli anni di guerra a dover mediare tra le istanze di rinnovamento politico-sociale e l’ordine tradizionale anche nel campo dell’istruzione. L’educazione doveva essere uno dei capisaldi per il nuovo stato – temporaneamente in esilio – perché fosse autosufficiente anche sotto questo aspetto.

I campi dei rifugiati furono un ottimo terreno per un cambio di mentalità che passasse per i banchi – che materialmente arrivarono solo molto più tardi – di scuola. Allo stesso tempo la posta in gioco – una volta raggiunta l’indipendenza nazionale – sarebbe stata quella di ricreare una generazione nuova, un obiettivo che avrebbe avuto bisogno di molto tempo per poter essere raggiunto.

Le prime campagne furono quelle più semplici: per esempio una campagna di igiene e di salute pubblica, per evitare le malattie che flagellarono il primo inverno dei rifugiati; poi – ancora più importante – quella per incoraggiare i genitori a mandare i propri figli a scuola, consenso che erano più riluttanti a concedere.

La stessa Costituzione della RASD recita all’articolo 35 che “il diritto all’educazione è garantito. L’insegnamento è obbligatorio e gratuito. Lo Stato organizza l’istituzione dell’educazione in conformità alla legislazione scolastica.”

Le scuole furono tra i primi edifici ad essere costruiti nei campi e bambini ed adulti beneficiarono di lezioni impartite dai pochi che avevano ricevuto un’istruzione superiore. Non è un caso che solo tre date siano servite a dare il nome a dei luoghi nei campi dei rifugiati – e in tutti e tre i casi si trattasse di scuole: 12 Ottobre, dichiarazione dell’unità nazionale; 9 giugno, morte di El Ouali; 27 febbraio, proclamazione della nascita della Repubblica Araba Saharawi Democratica. Era infatti la scuola il luogo deputato alla crescita e all’insegnamento di una generazione vergine di ogni educazione tradizionale. Le necessità della guerra obbligarono il Polisario a vagliare tutti gli uomini, facendo rimanere nei campi soltanto quelli che fossero veramente indispensabili: gli infermieri e i pochi insegnanti. Tra questi c’era Najim Shia:

“No, io non ho fatto la guerra, io ero un insegnante. Quando cominciò l’esodo e si iniziò ad organizzare l’azione nei campi, il Fronte Polisario, la direzione del Fronte Polisario, vide che c’era bisogno di insegnanti, di infermieri e così via per i bambini. E hanno deciso tra tutti gli uomini quelli, io ero tra questi, che si occupassero dell’insegnamento dei bambini saharawi in esilio, negli campi dei rifugiati.”

La scelta fu dettata dalla necessità di assicurare un futuro più “normale” possibile – per quanto le condizioni lo permettessero – ai bambini saharawi. Le limitazioni furono però fin da subito moltissime, prima tra tutti il numero degli insegnanti:

“Se vuole, io ho insegnato praticamente di tutto. Perché a quel tempo, visto che non avevamo abbastanza insegnanti ho insegnato arabo, ho insegnato matematica, ho insegnato scienze, ho insegnato quella che chiamiamo la nostra materia delle vite dei padri, ho insegnato chimica, ho insegnato storia e geografia, ho insegnato quasi tutto. […]. No no, durante la guerra, sono stato insegnante nella scuola di formazione dei quadri, ero professore là. Là ho insegnato altre materie, ho insegnato la sociologia e la psico-sociologia nella scuola dei quadri”

La scuola di formazione dei quadri fu costruita solo in un secondo momento, per poter dare una preparazione organica agli insegnanti – che all’inizio dovettero arrangiarsi con le proprie conoscenze. La guerra esigeva che tutti gli uomini validi fossero a combattere, ma si cercò di garantire una gamma di insegnamenti che fosse completa – nonostante le difficoltà riscontrate in primo luogo nella ricerca di persone istruite:

“Visto che c’è bisogno di questo, si trova qualcuno che per esempio ha un certo livello o delle capacità. Il mio livello non era così … ho raggiunto il diploma e poi ho fatto altri due anni e basta. Ma soltanto il bisogno mi ha obbligato a spingere più in là il livello, ho letto moltissimo e così via. Io conosco alcuni miei colleghi che non avevano raggiunto nemmeno il diploma, ma si sono talmente applicati che con la formazione sono diventati dei professori, anche al liceo, o dei farmacisti o altro. La nostra volontà a superare l’ostacolo ci ha spinto a essere così.”

Le condizioni materiali furono la difficoltà più grande che dovette affrontare il neonato saharawi nel campo dell’educazione. Si dovette creare dal nulla un corpo insegnanti, delle scuole, dei programmi e dei libri. Il processo fu graduale, ma riuscì.

“I primi anni, tipo nel 76 si comincia con una mancanza, una grande mancanza di tutto. Ciò significa che a quel tempo si avevano solo le conoscenze personali degli insegnanti. Per esempio domani si insegna storia? Si fa una piccola riunione per decidere chi farà lezione ai bambini e in ogni caso si parlerà della lezione, così la lezione che domani si farà ai bambini è là. Poi, dopo la Proclamazione della RASD è stato creato un Ministero dell’Educazione e dell’Insegnamento.
Il Ministero ha cominciato a provare a preparare dei libri per gli insegnanti. Così ha raggruppato gli insegnanti per ogni materia, per esempio il gruppo degli insegnanti che parlerà della lingua araba preparerà le lezioni di arabo, un altro gruppo preparerà storia e geografia, un altro ancora la matematica. Hanno preparato le lezioni e ne hanno fatto dei libri. I libri all’epoca non erano dattiloscritti, ma ciclostilati ed erano i primi libri che utilizzarono gli insegnanti a quel tempo. Adesso con l’aiuto delle organizzazioni spagnole, italiane, francesi e algerine, si è arrivati ad avere dei libri con un livello un po’ più alto.”

I primi tempi furono quindi caratterizzati dall’autosufficienza e da un certo grado di autogestione, demandando alla creazione di un Ministero statale la sistematizzazione dell’apparato educativo. Tale Ministero si occupò poi di sopperire alle mancanze fondamentali – i libri innanzitutto – e di coordinare gli insegnanti, evitando che le conoscenze si sparpagliassero e non si raggiungesse un livello di istruzione omogeneo. Il Ministero dell’Educazione e dell’Insegnamento si occupò anche della logistica degli ambienti in cui poter far lezione e successivamente della creazione di un organigramma scolastico che accompagnasse l’allievo dalle elementari fino alla maggiore età, garantendo un percorso completo fino alle soglie dell’università.

In più, è necessario porre l’attenzione sulla totale autonomia di questo Ministero: memori dell’esperienza di molti paesi africani decolonizzati che avevano assunto in blocco il sistema educativo dell’ex madrepatria, i Saharawi decisero di sviluppare un cammino indipendente: ciò non significò negare in blocco alcuni parametri della società occidentale, ma tener conto del vissuto anteriore, tenendo conto dei nuovi bisogni e delle nuove aspettative – da qui l’idea di ridiscutere il programma ogni anno.

“Alla fine del ‘75, inizio ‘76 si faceva lezione nelle tende. Ad un certo momento avevamo fatto lezione anche all’aria aperta, io sto qui, un altro è più in là, un altro più in là ancora. Così, all’aria aperta. Nel ‘75-‘76 c’erano bambini, ma gli allievi non erano così tanti come lo sono ora. Poi ci diedero delle tende, delle classi dentro le tende e dopo la proclamazione della RASD, il 27 febbraio 1976, lo Stato ha cominciato a pensare di costruire delle scuole.
Ha costruito delle scuole con mattoni e sabbia, così abbiamo cominciato ad avere delle scuole “moderne”, almeno rispetto ai corsi all’aria aperta.
Poi lo Stato ha costruito due collegi. Il primo è chiamato 9 giugno ed è un po’ lontano dai campi, l’altro è la scuola del 12 ottobre. Ecco nei due collegi gli studenti vivono per tutto il periodo scolastico, mangiano e dormono là dentro.”

Dunque la struttura scolastica saharawi si compone di più livelli. Dopo la scuola primaria o elementare – dalla durata di 6 anni – gli studenti lasciano le proprie famiglie all’età di 12 anni per entrare in collegio.

Il numero delle scuole elementari è cresciuto arrivando a una media di sette per ogni wilaya, mentre nei primi tempi dell’esilio se ne poteva contare al massimo una. I collegi sono in numero molto minore rispetto alle scuole primarie e ospitano giovani maschi e femmine saharawi che fanno ritorno alle proprie case per dieci giorni ogni tre mesi. Se è vero che i dormitori sono separati, la promiscuità maschi-femmine del collegio pose – e pone – dei problemi alle famiglie – restie ad oltrepassare la barriera di pudore eretta dalla tradizione islamica e saharawi. Dovette trascorrere del tempo prima che dei genitori fossero convinti a mandare le proprie figlie nel collegio e sulle famiglie concentrarono una serie di politiche di sensibilizzazione avviate dal Polisario.

Una vita da studente

Una delle interviste che ho realizzato è stata a Rachid Lehebib, un giovane saharawi di 24 anni, che ha completato l’intero percorso scolastico fino all’università prima di emigrare in Francia in cerca di lavoro. Il collegio lo ha fatto in Algeria, uno degli Stati che offre borse di studio agli studenti saharawi in base ad accordi che ha stipulato con la RASD.

“E’ molto duro, molto difficile andarsene e lasciare la famiglia per 9 mesi, è molto difficile. Quando sono andato in Algeria a 12 anni ero in grande difficoltà perché era la prima volta che lasciavo la famiglia ed era molto, molto difficile. Perché in Algeria devi cucinare da solo, lavarti i vestiti e fare molte altre cose per te da solo. Quando sei in famiglia tua mamma e tuo papà ti comprano o ti fanno sempre qualcosa, ma quando ti portano in Algeria devi fare le cose da te.”

La partenza per il collegio rappresenta, come detto, una prima separazione dal nucleo familiare, la cellula base della società, particolarmente importante in quella saharawi. I bambini si trovano catapultati in un ambiente tendenzialmente isolato dove – per mancanza di mezzi – gli si chiede di essere già molto autonomi.

“Siamo tutti studenti, ma in gruppo, perché tutti i Saharawi che vanno a studiare in Algeria vengono in gruppi, per esempio in Sidi bel Abbes sono cento, cento saharawi, ad Orano sono 50, a Béchar, nel nord dell’Algeria ce ne sono un altro numero. Si viene in gruppi e si vive nei collegi. Si vive in comune, tutti gli studenti vivono uniti, non come all’università. E’ tipo un gruppo, in una stanza ci sono tre o quattro, hai il letto, hai il bagno e ci sono uno, no, due Saharawi grandi che vengono con gli studenti come, diciamo, responsabili. I due Saharawi responsabili grandi per esempio organizzano gli studenti per fargli fare sport.”

Il trauma della separazione è di solito superato velocemente grazie alla presenza di altri bambini saharawi. Lo spostamento avviene in gruppo al fine di formare un’isola di “saharawità”, essenzialmente per due ragioni: migliorare l’ambientamento dei nuovi arrivati e ribadire un certo grado di diversità evitando un’integrazione completa – con il rischio di vederli partire saharawi e farli tornare algerini. Proprio per queste esigenze i bambini sono accompagnati da due adulti “responsabili”, che sono la guida del gruppo e organizzano attività e fungono da punti di riferimento per i giovani – che sono autonomi, ma non completamente autogestiti. Emblematico – a questo proposito – un episodio come quello che ricorda Rachid:

“Un vecchio ricordo che ho è del primo anno a Sidi Bel Abbes. La squadra dei Saharawi giocava nel torneo della città e arrivò seconda: la squadra dei Saharawi quando partecipò per la prima volta fu la seconda migliore squadra in tutta la regione di Sidi Bel Abbas. A calcio, perché ogni scuola aveva la sua squadra. I Saharawi fecero una squadra fatta da soli Saharawi e giocarono contro tutte le squadre algerine della regione di Sidi Bel Abbes, come a Milano quando giocano tutte le scuole di Milano”

E’ indicativo che anche in un torneo di calcio delle scuole della regione si sia scelto di creare una squadra di soli Saharawi. A rigor di logica, visto che la scuola era frequentata da Algerini oltre che da Saharawi, si sarebbe dovuta creare una squadra mista che rappresentasse la scuola e non la componente di provenienza. Anche nelle cose meno importanti, la volontà rimane quella di esasperare la differenza. Si è visto come il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione sia riservato ai “popoli” intesi nel senso occidentale del termine, dove il percorso storico ha fatto sì che le società avessero bisogno di evidenziare solo le differenze per poter parlare di identità. Così, i Saharawi decisero di curare – anche nei minimi aspetti – l’esigenza di marcare la separazione piuttosto che l’integrazione – come sarebbe stato logico aspettarsi in un torneo di calcio scolastico – senza che comunque questo andasse ad inficiare le relazioni con gli altri. In più – come in molti sport – fare squadra o tifare per la stessa squadra rinsalda i vincoli affettivi tra i partecipanti. E’ interessante riportare anche un altro brano:

“Siamo lì anche perché i responsabili dicono che noi siamo venuti lì sì per studiare, ma anche come ambasciatori dei Saharawi. Dobbiamo studiare bene perché abbiamo degli amici di là, abbiamo una causa e dobbiamo studiare molto molto molto molto bene e d’altra parte siamo ambasciatori quindi non dobbiamo fare niente di male.”

Il Polisario cercò di andare oltre alla semplice difficoltà economica per motivare le partenze. In altre parole colse l’occasione per far entrare a pieno titolo il futuro cittadino nel progetto di costruzione nazionale saharawi. Ogni bambino che parte diventa ambasciatore della Repubblica Araba Saharawi Democratica ed è quindi tenuto ad impegnarsi per dare una buona immagine di sé all’estero. Così facendo perfino un dodicenne viene coinvolto in prima persona nel discorso pubblico dei “grandi”. La presenza dei responsabili serve a non permettere mai che il legame con i campi rischi di sfilacciarsi o addirittura di perdersi, garantendo con il proprio ruolo non tanto un controllo diretto – tanto è vero che nelle attività di tutti i giorni gli studenti sono autonomi – quanto il riferimento continuo e sempre attuale alla patria – nonché alle aspettative di cui sono investiti.

L’ambiente del collegio sembra essere comunque tranquillo, nonostante si svuoti perché i compagni algerini se ne tornano a casa il fine settimana:

“Sono bravo in tutte le materie, sono con i migliori. Sono con i migliori perché sono molto interessato allo studio e non ci sono molte difficoltà. E’ una vita particolare quella dello studente. Quando entro in classe mi scordo di tutto, siamo interessati da quello che succede in classe. Perché il sabato e la domenica gli altri studenti tornano alla loro famiglia, giocano e fanno cose, e noi rimaniamo a scuola per lavare e fare altre cose. Sì, va tutto bene e non ci sono stati problemi nella mia vita da studente…ero molto felice.”

Il collegio rappresenta anche l’ambiente in cui maschi e femmine condividono tutto, a parte i dormitori.
La cosa non sembra turbare Rachid, quando gli chiedo se l’avesse trovato strano:

“No, è normale. Qualche volta sono allo stesso tavolo con una ragazza per studiare ed è normale, non è niente”

Considerato che il rapporto tra i sessi è più rigido durante l’adolescenza, è comprensibile la ritrosia dei genitori a lasciare partire le figlie.

L’università

La situazione dello studente cambia radicalmente durante il periodo universitario. In questo caso la decisione del Ministero dell’Educazione e dell’Istruzione fu quella di adattarsi al sistema di valutazione algerino, che assegna la possibilità di accedere alle varie facoltà in base al punteggio di uscita dal collegio. Rachid aveva scelto traduzione e – visto che a Sidi Bel Abbes non c’era l’università – si era spostato a Béchar, nella regione nord occidentale dell’Algeria. La condizione di studente universitario è completamente diversa da quella di studente del collegio:

“Hai molta più libertà di tornare nei campi dei rifugiati, di andare in altre città in Algeria, per fare molte cose. Quando sei molto piccolo non ti lasciano andare da solo perché è pericoloso, all’università hai i trasporti e tutto.
[…] All’università hai molto tempo di andare e tornare.
[…] L’università non è come il collegio. E’ diverso perché qui ci sono due persone per camera, nel collegio qualche volta si arrivava a venti in una grande stanza con letti a castello. All’università in due, con la TV, con internet e altra gente.
Puoi viaggiare di più, andare, visitare altre città in Algeria, perché sei maggiorenne quindi puoi fare più cose. Quando sei in collegio no, le fai solo con i responsabili. All’università non ci sono responsabili, ecco la differenza, non ci sono responsabili.”

La prima differenza che Rachid nota è la maggiore possibilità di tornare nei campi dei rifugiati; la seconda sono le condizioni materiali: i Saharawi non vivono più in gruppo e la quotidianità non è più comunitaria. Tv e internet sono dei lussi nei campi e Rachid – più avanti nell’intervista – ne sentirà la mancanza al ritorno a casa. La differenza più importante è l’assenza dei responsabili. Oltre che per ragioni logistiche – sarebbe impossibile assegnare due funzionari per ogni città universitaria in cui abitano degli studenti Saharawi – si ritiene maturo un percorso di studi che nei campi non può trovare il giusto spazio. Vista l’assenza di posti di lavoro infatti, gli studenti si devono abituare alla possibilità di dover vivere all’estero autonomamente, sperimentando quel “doppio esilio” imposto dalle condizioni storiche ed economiche. Ognuno di questi sarà veramente un “ambasciatore” saharawi nel mondo, formando network e cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale in merito alle vicende del Sahara Occidentale. Alla domanda “perché non hai fatto il servizio militare?” Rachid mi risponde in maniera estremamente pertinente:

“Perché dopo il 1991 per il Fronte Polisario cambiò strategia. Dopo il 1991 c’è un altro sguardo sulla situazione politica. Abbiamo bisogno di dottori, di gente che conosca l’informatica, che studi le costituzioni, le costituzioni per il Sahara Occidentale, è chiaro? Dopo il 1991 cambiò il sistema. E’ un altro mondo da quando eravamo in guerra con il Marocco. Dopo il 1991 cambiò il sistema, cambiò il mondo, cambiarono le parole delle armi e tutto il resto. Ora bisogna conoscere le lingue, saper utilizzare l’informatica e molte altre cose perché ne abbiamo bisogno per costruire la nostra costituzione. Dobbiamo conoscere molte cose perché la gente negli altri paesi in Europa, in Africa, in Asia e in America Latina conosca la causa del Sahara Occidentale. Quindi dopo il 1991 non è più obbligatorio entrare nel servizio militare, cioè è come vuoi tu, se vuoi andare vai, altrimenti no.”

La stessa scelta dell’università invece della leva militare – in un paese che è riuscito a sopravvivere soprattutto grazie alle proprie peculiari capacità belliche – significa un vero cambio di mentalità.

Studiare all’estero

L’Algeria è il paese dove studia la maggior parte degli studenti saharawi tra collegi e università. Lo Stato offre borse di studio complete e la vicinanza ai campi dei rifugiati permette di tornare con maggiore frequenza rispetto ad altre destinazioni. La vicinanza culturale incoraggia soprattutto i genitori di femmine a mandare le proprie figlie a studiare lì. La difficoltà principale – incontrata anche da Rachid – è la conoscenza del francese, lingua che fa parte del sistema educativo algerino, oltre che l’adattamento ad uno standard scolastico leggermente più alto.

“All’inizio, quando arrivammo in Algeria noi non parlavamo francese perché alle elementari si insegnava solo spagnolo, mentre il sistema educativo in Algeria ha il francese come seconda lingua e l’arabo come prima. E’ difficile arrivare in Algeria e non parlare né capire il francese. I miei amici, i miei amici algerini, mi hanno aiutato moltissimo. […] La scuola in Algeria comincia in settembre e noi arriviamo in ritardo. I nostri compagni algerini ci hanno aiutato per i corsi ed è stato molto importante per noi.”

I legami che intercorrono tra la RASD e l’Algeria sono stati storicamente fortissimi, ma il paese maghrebino non fu l’unico a fornire supporto logistico nel percorso educativo dei giovani saharawi.
Soprattutto per ragioni ideologiche Cuba fu una delle prime a permettere che studenti saharawi potessero formarsi sull’isola. Il primo gruppo arrivò nel 1977 dando avvio ad un programma di borse di studio che negli anni avrebbe formato più di 4000 Saharawi secondo le istituzioni cubane. 300 tra questi furono destinati a studi medici, in modo che potessero ritornare in patria con un bagaglio di sapere spendibile immediatamente: la prospettiva del programma per i bambini coinvolti era quella del ritorno nei campi dei rifugiati, per mettere al servizio della comunità quanto appreso all’estero. Slama Amarna era stato selezionato per andare a studiare nell’isola di Cuba:

“Io quindi sono stato lì per la tutta la scuola, che aveva circa 600 persone, ed eravamo 600 che parlavamo bene castigliano per esempio. E niente, vai, è un’opportunità, che puoi studiare là, eravamo un gruppo di bambini di dodici, tredici o quattordici anni che hanno avuto questa opportunità che altri non hanno avuto. Abbiamo studiato e siamo tornati ciascuno con la sua specialità, quindi qualcuno si è laureato all’accademia militare, qualcuno è diventato medico o professore.”

Il soggiorno a Cuba è un’esperienza a lungo termine: i bambini passano più di dieci anni – a seconda del percorso di studi – nell’Isla de la Juventud, in condizioni diverse dai loro coetanei in Algeria.

“Per prima cosa tutti i Saharawi che sono andati a Cuba studiavano nelle stesse scuole, vivendo nella stessa scuola. Sono scuole-collegi diciamo, dove studi, vivi e mangi. Finisci il collegio e poi vai oltre, per esempio ai precorsi per l’università e lì incontri Cubani o persone di altre nazionalità. In quel momento Cuba appoggiava quasi tutti i movimenti per la libertà che c’erano, per l’Angola, per il Mozambico e per la nostra causa, che è una causa giusta per la liberazione del nostro paese. Ci aiutavano in molte cose, ma soprattutto per l’insegnamento ai bambini.”

Sull’Isla de la Juventud lo Stato cubano riservò ai Saharawi un totale di tre scuole, due medie inferiori e una media superiore da 400 alunni l’una, fornendo anche vitto, alloggio ed insegnanti ai bambini. Il rischio di queste partenze era ovviamente quello di perdere il legame con la madrepatria – molto più acuito rispetto alla situazione dei bambini che studiavano in Algeria, che avevano la possibilità di tornare ogni tre mesi. Il sistema utilizzato fu quindi lo stesso: nelle scuole gli insegnanti erano cubani, ma la vita comune era con dei responsabili che venivano dal Sahara Occidentale.

E’ indubbio però che l’università – per la libertà di autogestione che essa implicava – rappresentava un momento di incontro con persone provenienti da realtà estremamente differenti. L’impronta del collegio e dell’università impresse un’impronta sulla mentalità e sulla considerazione di coloro che avevano fatto gli studi a Cuba. Al ritorno si dovettero confrontare con dei costumi piuttosto differenti da quelli incontrati per la durata della propria adolescenza – in particolare il rapporto uomo-donna – tanto che fu coniato per loro il neologismo “Cubarauis” dall’incontro tra “Cubanos” e “Sahrauis”.

Gli altri paesi coinvolti nel sistema di educazione saharawi furono la Libia e la Siria.

In particolare la prima ha sempre offerto supporto ai giovani saharawi per la propria vocazione al panarabismo – nonostante il cambio di diplomazia avvenuto tra il colonnello Gheddafi e il Polisario. Se per la Libia nel 2001 700 studenti erano coinvolti – secondo le stime del Sahara Press Service – il volume era molo minore per la Siria, dove lo stato pagava agli studenti solo le borse scolastiche, mentre il Fronte garantiva un minimo per i bisogni di tutti i giorni, ma i dati a disposizione sono più scarni per la Siria.

In realtà gli alunni non furono gli unici ad essere coinvolti in progetti all’estero. Gli stessi insegnanti seguirono dei cicli di corsi di formazione in paesi partner perché potessero aggiornarsi – e, di riflesso – aggiornare il programma da proporre agli studenti:

“Il Ministero dell’Insegnamento e dell’Educazione organizza durante l’estate la formazione degli insegnanti. Gli insegnanti che hanno un livello più alto sono quelli che fanno lezione agli altri insegnanti. Così c’è uno scambio. Intanto altri insegnanti si occupano di correggere i programmi per migliorarne l’utilizzo e per aggiungere eventuali cose importanti. Poi c’è l’occasione di inviare gli insegnanti in altri paesi come l’Algeria, la Spagna e Cuba.
All’inizio degli anni 80 seguono una formazione là e tornano con un livello più alto, metodi pedagogici e così via. […] Quando torna per esempio un gruppo che era in formazione il ministero ne invia un altro. Così quasi tutti i gruppi e tutti gli insegnanti, o fanno formazione all’estero o la fanno nei campi nella scuola di formazione degli insegnanti.”

La mobilità diventò quindi una dimensione costante per studenti e insegnanti: alla provvisorietà dell’esilio nei campi si aggiunse una condizione di ulteriore sradicamento dal nucleo familiare o dalla società originaria. La condizione di impossibilità materiale di garantire un insegnamento che vada oltre l’alfabetizzazione o un livello base nelle materie più importanti costrinse il Fronte ad organizzare dei partenariati con i paesi ideologicamente vicini, ovvero a contare ancora una volta sull’aiuto internazionale. Seppur contenesse in sé i pericoli di uno sfilacciamento identitario, la partenza divenne anche un’opportunità per rinnovarsi e per sensibilizzare l’opinione pubblica estera: gli studenti ritornarono con conoscenze e tecniche maggiori e crearono dei network di solidarietà e informazione nei paesi ospitanti.

Il grande spazio saharawi

Per la generazione che visse il trauma dell’abbandono della patria e per quella immediatamente successiva fu semplice conservare il ricordo del Sahara Occidentale. Difficoltoso, invece, rinsaldare il legame per coloro che la patria non l’avevano mai vista.

Le due generazioni successive conobbero il Sahara Occidentale solo attraverso i racconti, rendendo necessaria una “sistematizzazione” degli eventi storici del discorso sulla storia degli eventi. Il Fronte Polisario non si lasciò sfuggire l’occasione di riscrivere la propria storia alla luce degli avvenimenti più recenti e di far crescere la propria popolazione nella consapevolezza di un passato comune che li distinguesse dal Marocco e dalla Mauritania. Ciò non significò necessariamente manipolare la realtà, mistificandola attraverso l’eliminazione dalla narrazione di qualunque elemento non in linea con l’immagine che si volesse dare di sé, ma segnò un passaggio necessario nella costruzione di una coscienza nazionale. Come in ogni altro Stato infatti, si sceglie una sola versione “ufficiale” della Storia alla quale eventualmente si potranno affiancare altre interpretazioni o racconti paralleli.

La scuola giocò un ruolo di primo piano nella costruzione identitaria nazionale nella condivisione di un nucleo di sapere ufficiale – il cui successo è confermato dalle interviste. Molte interviste, nelle prime domande, contengono una serie di rimandi storici tutti uguali e tutti puntuali (la data d’inizio della colonizzazione spagnola, l’azione del Polisario) che illustrano sinteticamente il percorso del popolo saharawi. Prevedibile che tale spiegazione – peraltro non richiesta specificatamente – fosse addotta da professori o responsabili di associazioni, non scontato udirla da ex militari, ingegneri e così via. La ragione è che a scuola – in tutti i gradi – esiste una materia specifica:

“[…] il grande spazio. E’ la [materia] più grande. Abbiamo lavorato così tanto per conservare la nostra identità che è diversa dall’identità degli altri, dei marocchini”

Quando chiedo di spiegare cosa sia questo “grande spazio saharawi” Najim Shia mi risponde:

“Significa che ci sono alcune materie diciamo di educazione nazionale. In questa educazione nazionale si insegna agli studenti le origini, l’identità, perché fanno un tipo di vita, che bisogna fare per conservarla, si parla dei nostri costumi. E per esempio alle elementari non è come in collegio, in collegio ce n’è di più rispetto alle elementari. Per esempio alle elementari si dice all’allievo che è un Saharawi, per i suoi genitori, è là perché c’è stato un esodo, perché c’è stata l’invasione marocchina-mauritana. Al collegio si approfondisce, si studia più cultura saharawi, il modo di vivere prima, anche prima dell’arrivo della Spagna sul territorio, come hanno fatto i Saharawi per combattere gli spagnoli e anche il Fronte e come fa ora per lottare senza combattere, per raggiungere l’indipendenza. E anche cosa dobbiamo fare noi e voi, i giovani, per conservare l’identità e continuare a combattere per raggiungere la nostra indipendenza.”

L’educazione nazionale accompagna lo studente per tutto il ciclo di studi inferiori per stratificare una consapevolezza di differenza culturale su cui poi si può impiantare il discorso all’autodeterminazione secondo il diritto ONU.

“[…] nell’educazione nazionale ci sono storia e geografia. La storia comprende anche l’ora di storia di origine del popolo saharawi, il suo arrivo nel Sahara Occidentale, come era organizzato prima dell’arrivo della Spagna, l’arrivo della Spagna, la loro lotta durante la colonizzazione. Poi i movimenti nazionalisti saharawi, la nascita di un movimento nazionale saharawi, la nascita del Fronte Polisario e tutto quello che ha fatto il Polisario.
La geografia comprende anche il Sahara Occidentale da un punto di vista geografico, le ricchezze, le frontiere, le risorse marittime e comprende i villaggi, le montagne e ci sono anche le risorse agricole. Questo per la geografia.”

Nella pratica il grande spazio saharawi è una materia trasversale alle altre, un filo rosso che le lega tutte. Tutti gli studenti acquisiscono così una rete di conoscenze comuni che fanno da riferimento identitario anche in condizioni di lontananza dalla patria. In altre parole, si crea nel tempo un nocciolo duro di saperi e di immagini che si stratificano fino a formare una vera e propria autocoscienza nazionale saharawi. Autocoscienza qui riprende in realtà due accezioni: la prima è la coscienza personale – che si crea appunto in conseguenza di un lungo processo dettato dalle sollecitazioni materiali e psicologiche – mentre la seconda è intesa ad un livello più generale – in quanto sono gli stessi rappresentanti del popolo saharawi, benché élite, a proporre una differenziazione culturale che possa giustificare l’obiettivo di autodeterminazione nazionale.

Luca Maiotti

Il post precedente è al link Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/13 – La donna saharawi (22 aprile 2015)

Seguiranno le Conclusioni

Foto: WFP; Saharawi

Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/13 – La donna saharawi

map-polisario-2By Luca Maiotti

Capitolo 3 della tesi Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi di Luca Maiotti

3.2 Lo spazio della donna saharawi: responsabilità, bride price, matrilocalità

L’universo femminile saharawi si è trovato ad essere – per le particolari condizioni storiche che la popolazione ha vissuto – al centro del progetto nazionale intrapreso a partire dai campi dei rifugiati. L’autonomia della donna – seppur tradizionalmente molto ampia – diventò uno dei motivi di orgoglio nella autorappresentazione della società saharawi e ha generato negli anni di guerra una serie di mutamenti interni rispetto all’ordine precedente, soprattutto per ciò che concerne la dote, il divorzio e il passaggio dalla patrilocalità alla matrilocalità.

La responsabilizzazione della donna saharawi

Il conflitto armato ebbe un ruolo fondamentale nel promuovere ed allargare gli spazi di questa autonomia – in particolare dando una veste pubblica alla figura della donna, tradizionalmente legata allo spazio del privato. Il processo si legò ovviamente alla mobilitazione della società saharawi verso la comunità di popolo. Nella società tradizionale ad ogni tipo di sapere pratico era legato un ruolo o un’attività e quindi uno statuto particolare. In una società sprovvista di tutto come quella dei rifugiati le competenze professionali erano troppo importanti per poter essere trascurate, così come quelle pedagogiche. Si chiese quindi soprattutto alle donne di farsi carico della gestione della comunità mettendo al servizio della stessa le proprie conoscenze.

Inizialmente tale processo non fu per nulla semplice, ostacolato dalla consuetudine che legava i saperi allo status d’appartenenza. Il Polisario cercò di spezzare il rigido sistema di trasmissione dei saperi tradizionali femminili: come nel campo maschile era impensabile che il figlio di un fabbro potesse combattere, così era inammissibile che la figlia proveniente da una famiglia di buona posizione non imparasse l’arte di cucire la tenda tradizionale – in quanto avrebbe significato scendere di rango.

Così – come nel caso dei soldati – fu compito del Polisario cercare di superare la resistenza delle famiglie attraverso un’attenta mediazione – in linea con la generale mobilitazione della società – che riuscì a raggiungere un compromesso praticabile. Gli antichi saperi orientarono per lungo tempo le preferenze delle famiglie, ma il passaggio riuscì quasi completamente e ad oggi uno dei rimpianti più comuni tra gli anziani è che le proprie nipoti non sappiano più cucire la khaima, la tenda tradizionale.

Se ciò accentuò la mobilità sociale, dall’altra parte lo sforzo bellico esigeva che tutti gli uomini fossero al fronte, quindi si delegò alle donne il compito di organizzare la vita in tutti i settori dei campi. Così un’ulteriore dinamica interessò il mondo femminile. Se la prima era stata un rimescolamento interno che aveva cercato di annullare le divisioni tribali basate sugli status, la seconda fu l’apertura verso l’esterno e la presa di coscienza della possibilità di essere protagoniste nello spazio pubblico. Riacquisirono valore anche detti tradizionali utili ad attestare la parità fra i sessi: “se il leone uccide, uccide anche la leonessa” per citarne uno tra tanti.

La stessa Costituzione della Repubblica Araba Saharawi Democratica, all’articolo 41 afferma che: “Lo Stato apre alla promozione della donna e alla sua partecipazione politica, economica, sociale e culturale nella costruzione della società e dello sviluppo del paese” perché facente parte della cellula base della società saharawi, la famiglia.

Le donne ricoprirono quindi ruoli chiave in tutti settori tranne che nell’esercito. Bisogna però dire che non ci fu – e non c’è ancora – parità numerica tra uomini e donne – soprattutto negli organi più alti – e la componente maschile fu sempre preponderante. Secondo Sennia Ahmed, wali (equivalente del sindaco) del campo dei rifugiati di Smara, la colpa è della colonizzazione spagnola: essa diede l’opportunità di studiare a pochissimi saharawi – e ancor meno alle giovani – quindi soltanto coloro che avevano potuto frequentare scuole coraniche avevano qualche forma di istruzione. Le donne in ruoli amministrativi quindi rimangono una minoranza, ma sono comunque presenti e attive – tre nell’ufficio politico del Polisario per fare un esempio – nonché le aderenti all’Unione Nazionale delle Donne Saharawi che sono molto spesso invitate a partecipare a congressi e conferenze all’estero – e il loro ruolo è diventato uno dei capisaldi del discorso pubblico saharawi.

“Mi ricordo una volta ero ad un confronto nel ‘97 con delle famiglie mediterranee di dispersi. C’erano gli Algerini, i Marocchini, i Mauritani, i Libanesi, i Siriani, gli Egiziani qui in Francia e stavamo mangiando nella sala all’apertura. Mentre siamo là a mangiare tutti insieme io ero a fianco di donne libanesi, siriane, egiziane e poi degli uomini e sento che stanno parlando del problema della donna nelle società dei paesi del Mashreq, di donne picchiate e così via. Allora un mio amico saharawi si gira e mi fa: “da noi dovremmo fare un’associazione in difesa degli uomini picchiati!”.

Non ho mai sentito di una donna toccata da noi, da noi è proibito, è proibito. Non è proibito dalla legge, ma moralmente. Qualcuno che tocca una donna non ha più un posto nella società, è molto meglio che lasci la società perché sarà additato da tutti e il fatto sarà citato come un evento storico: “sapete quello là, è quello che ha picchiato sua moglie” ed è così per noi e per i Mauritani. Mi ricordo una volta una libanese mi ha detto “voglio cambiare nazionalità e diventare saharawi!”. Ecco, su questo argomento, da noi è così.

Il bride price e il divorzio

Non si può parlare di dote nel matrimonio saharawi, quanto piuttosto di bride price. Questo consisteva in uno scambio di beni: lo sposo donava dei beni materiali alla famiglia della sposa, in compensazione della perdita di fertilità e di lavoro rappresentata dalla partenza della figlia. Il bride price era una tradizione piuttosto onerosa per i giovani uomini saharawi, i quali dovevano possedere numerosi cammelli per ottenere la mano della fidanzata. A maggior ragione – viste le condizioni materiali dei campi dei rifugiati – questa pratica sarebbe diventata de facto insostenibile negli anni di guerra. Poiché il Corano la prescrive come necessaria per suggellare un matrimonio, il bride price fu ridotto ad un dono simbolico, senza valore economico; in più il governo stesso forniva alcuni beni alla sposa, che li portava nella nuova famiglia. Per celebrare il matrimonio infatti è il comitato popolare della daira – una volta accertatosi della volontà dei due ad unirsi – a preparare la festa e la tenda dei futuri sposi.

Solo la presenza del qāḍī è indispensabile per assicurarsi la validità del matrimonio per la parte religiosa. La soppressione del bride price non obbediva soltanto ad una logica di mancanza di mezzi, ma – agli occhi della dirigenza del Fronte Polisario – era uno dei mezzi con cui favorire l’emergere di una società più mobile: accordare alle giovani donne il diritto di sposarsi liberamente ed eliminare l’ostacolo del bride price avrebbe fatto moltiplicare le unioni e incoraggiare la natalità.

Il governo stesso, infatti, fin dall’inizio forniva tutto il necessario: oltre ad una moneta dal valore di mezzo-dinaro, consegnava alla coppia i pasti per la festa e alla donna un corredo minimo. Questo consiste nella tela della tenda che bisognerà cucire e in una serie di oggetti indispensabili alla vita quotidiana (materassi, stuoie, utensili da cucina).

Soprattutto durante la guerra la politica perseguita dal Polisario fu fortemente natalista, visto che la società saharawi necessitava sia di combattenti che di cittadini: per una popolazione di così ridotte dimensioni la crescita demografica non poteva essere un aspetto marginale. Così il Polisario si sforzò di eliminare le difficoltà che potessero sorgere intorno ai matrimoni e ai divorzi – in quanto il divorzio era in sé una promessa di nuovo matrimonio. In più – dal punto di vista sociale – il divorzio non rappresentava una svalutazione della donna né sul piano morale né sul piano materiale. Se l’approvazione dei genitori per il matrimonio restò un elemento intoccabile, al necessario parere favorevole del padre – nei fatti dei padri – si affiancò quello delle madri, perché anche in questo campo la donna potesse far pesare la propria volontà al pari di quella dell’uomo.

Il numero delle unioni crebbe rapidamente e – parallelamente – crebbe anche il numero dei divorzi. Teoricamente più che di divorzio si dovrebbe parlare di ripudiazione, in quanto è l’uomo che la pronuncia. Se fosse la donna a desiderare la separazione, l’uomo potrebbe rifiutarsi di accordargliela – cosa che non gli impedirebbe di poter contrarre un nuovo matrimonio, mentre per la donna sarebbe impossibile risposarsi. Questo caso è generalmente raro in quanto il marito cede alla pressione sociale: la donna – rifiutandosi – impedisce al marito di procreare. Come già detto, il fatto di essere una donna divorziata non toglie valore alla donna nella società saharawi, mentre al contrario l’immagine dell’uomo che si rifiuta di liberare sua moglie risulta più che offuscata. Ufficialmente la donna ha un unico potere, benché enorme: far perdere l’onore all’uomo; e senza l’onore l’uomo non è più niente.

Secondo Brahim Ballagh, il rapporto era fin troppo lineare:

“Quel che voglio dire è che quando mio padre e mia madre discutevano, forse una volta quando avevo 10 anni, non mai ho sentito mio padre criticare mia madre, mai a voce alta, mai. O parlarle in maniera irosa.

Se ci sono discussioni non si sente niente, perché è vergognoso dire o fare cose così. Da noi si fa così, invece di picchiarsi o litigare è meglio chiedere il divorzio. E’ semplice. Una parola e via, sei divorziato e te ne vai. Siete uniti nel bene e nel male, se non c’è niente ci si separa, è facile, è proprio facile.”

In una società che nasce nomade come quella saharawi, l’esteriorità rimane fondamentale: in mancanza di qualsiasi spazio privato il controllo di se stessi è la regola. Nel caso di infrazione di queste regole, la vergogna – parola che ritorna prepotentemente in più interviste – ricade su di sé e sugli altri più o meno vicini.

In questo senso si può parlare di “estetica” saharawi intesa come autorappresentazione collettiva. Molte delle interviste che ho raccolto hanno evidenti somiglianze tra di loro – anche tra intervistati che non si conoscevano direttamente – non solo perché influenzati dai lasciti della propaganda del Polisario, ma perché sono parte di un’immagine comune di sé che riflette una concezione di spazio privato particolare: uno spazio privato “limitato”. Lo spazio privato nella società saharawi non è assente, ma deve continuamente dialogare e tener conto degli altri, che rappresentano la sua possibilità di realizzazione e allo stesso tempo il suo limite – nella dialettica onore e vergogna.

E qui si specifica gli altri – e non l’Altro – perché proprio questa immagine di sé si può ricondurre la categoria di dividuo già chiamata in causa nel secondo capitolo. Questo non significa che non esista una coscienza singola o che il popolo saharawi sia un soggetto organico monodirezionale senza spazio per iniziative fuori dall’obiettivo, ma questa maniera di autorappresentarsi ha costituito la base – rafforzata dalle condizioni storiche – su cui il discorso del Polisario ha potuto radicarsi e implementarsi. Infatti – come per controbilanciare questo continuo processo di autoregolazione – anche nel tempo nomadico l’onnipresenza della parola e il racconto costituivano un riferimento sicuro in cui lo spazio privato poteva trovare costantemente rifugio.

La modalità del rapporto uomo-donna – poi calato nelle situazioni del matrimonio e del divorzio – è riflesso di questa autoregolazione. Così il padre di Brahim Balalgh non alza la voce con sua moglie “perché è vergognoso […] dire o fare cose così” e la separazione sembra essere naturale e senza ostacoli. L’uomo prende ciò che ha e se ne va.

“E’ per la donna, tutto è per la donna, ma dico tutto. Il posto della donna nella società saharawi è qualcosa di intoccabile. L’uomo no, tutto quanto, la tenda, la dote che è simbolica, è per la donna. Quando c’è una separazione, beh “signorino tu prendi la tua sacca se ne hai una e ritorni nella tua caserma, al tuo battaglione o da tua madre”. Nei territori occupati a casa tua.
Se hai dei bambini beh li proteggi, ti farai una vita con un’altra donna, costruirai un’altra casa o ti arrangi, casomai torni dai tuoi genitori. Io ho divorziato due volte nei campi dei rifugiati, sono stato sposato due volte nei campi. […]
Beh la donna ha la sua tenda e io quando sono là non ho bagagli, ho un sacco. Ho preparato il sacco e sono partito per ritornare in caserma. Da noi la separazione, il matrimonio non è un problema che si pone. Bisogna sentire gli sposi, bisogna sentire il giudice ecco tutto. Si tratta di galanteria, di nobiltà e così via… è per la donna.”

Il numero delle separazioni crebbe costantemente. I bambini nati dai matrimoni precedenti venivano di solito affidati alla madre – mentre il padre se ne prendeva cura come poteva, lasciando delle piccole somme se ne aveva. In questi ultimi anni il denaro ha cominciato a circolare nei campi dei rifugiati – determinando un cambiamento importante nella questione della dote. Se infatti il Fronte Polisario continua a fornire alla sposa un dono simbolico (che ammonta a un mezzo-dinaro) spesso la famiglia aggiunge qualcosa dal proprio patrimonio riprendendo le vecchie tradizioni.

Questo fenomeno è dettato da più esigenze: in primo luogo le donne si sentono più tutelate dalla possibilità del divorzio – il denaro viene visto come un freno alle separazioni – soprattutto in riferimento ai figli che vivono vite a metà tra famiglie diverse; in secondo luogo il denaro incide sul prestigio della cerimonia – e, di riflesso, sul prestigio della famiglia – che si presenterebbe come un’unione che innalzi la condizione sociale dello sposo o della sposa – quindi un matrimonio riuscito. In altre parole sta riapparendo il bride price come parte di quella galassia di minuscole disuguaglianze che sono riapparse nei campi con la circolazione del denaro – fenomeno praticamente assente negli anni di guerra.

Il passaggio dalla patrilocalità alla matrilocalità

Un altro fenomeno importante è il passaggio dalla patrilocalità alla matrilocalità. La patrilocalità è quell’istituto che impone ad una coppia – dopo il matrimonio – di andare a vivere nei pressi della casa del padre del marito ed era la norma nella società saharawi prima dell’arrivo nei campi dei rifugiati: la giovane sposa erigeva la tenda coniugale nell’accampamento del suo sposo. Così facendo, inaugurava una circolazione incessante di beni e persone tra l’accampamento di suo padre e quello di suo marito. Le visite avvenivano ogni volta che i tempi della nomadizzazione lo permettevano. La giovane donna incinta andava a partorire dai suoi genitori e il genero – nonostante le regole del pudore gli impedissero di presentarsi davanti ai suoceri, in particolare al suocero – doveva inviargli dei doni. Gli stessi bambini della coppia partecipavano a questo flusso di contatti e scambi tra il clan del padre e quello dello zio materno. Con il passare del tempo era molto probabile che più donne circolassero nello stesso senso – aiutate dal fatto di appartenere allo stesso clan originario e di ritrovarsi a vivere nello stesso accampamento. Stabilire queste relazioni facilitava l’ambientamento anche con la suocera, la cognata e la famiglia dello sposo – elemento fondamentale perché – come visto prima – la vita quotidiana nomadica era essenzialmente collettiva. Questo movimento ininterrotto tra i due accampamenti era il fattore che suggellava l’alleanza tra due gruppi, rinforzando l’unità dell’insieme.

Con la guerra e lo spostamento nei campi dei rifugiati la tendenza alla patrilocalità fu in molti casi rovesciata in favore della matrilocalità. Le giovani spose preferirono stabilire la propria tenda a fianco di quella della madre, invece di andare a vivere presso la famiglia dello sposo – quasi sconosciuta. Questo perché tutti gli uomini – padri, fratelli e mariti – erano al fronte e la loro assenza giustificò il desiderio delle giovani spose di rimanere accanto alla propria famiglia – in particolare alla madre. Così – in assenza degli uomini – le donne si accordarono: le suocere accettarono questo compromesso anche perché in questo modo poterono tenere presso di sé le proprie figlie femmine o perlomeno negoziarono a seconda della situazione – cercando di tenere presso di sé almeno la figlia più giovane.

Gli uomini si ritrovarono in una situazione decisamente più complicata. Se la tenda nella tradizione saharawi è sempre appartenuta alla donna – non è un caso che resti sempre a lei, sposata o divorziata – l’uomo in sua assenza non poteva mai dormirci e si sarebbe coperto di ridicolo agendo altrimenti. Ogni uomo aveva il suo posto nell’accampamento nel tempo nomadico – o nell’accampamento del padre e del fratello – e nessuno avrebbe osato dormire sotto la tenda senza che la propria donna fosse presente – e ciò valeva così per il guerriero come per il pastore.

Nella situazione attuale non ci sono più accampamenti, ma tende. Il marito si trovò intrappolato dalla matrilocalità: la sua autorità – già isolata in un clan di donne che faceva capo a sua suocera – fu fortemente messa in soggezione da quella del suocero o dei cognati, visto che la società rimase comunque saldamente patrilineare. I maggiori problemi sorgevano infatti nel momento della compresenza del genero e del suocero – avvenimento piuttosto comune soprattutto se il suocero è anziano.

La scelta di conservare il codice d’onore significò nella pratica soprattutto mantenere alcune rigidità nelle relazioni nuora – suocero, ma in maniera decisamente evidente in quelle genero-suocero – a tal punto che l’uno non ha il diritto di guardare l’altro negli occhi, né di parlargli e né di scorgerlo da lontano, e viceversa.

Questo non significa però che gli scambi e le relazioni tra i due non possano esistere, ma semplicemente che avvengano per persona interposta. E furono proprio le donne – libere di muoversi in ogni spazio e da tenda a tenda – ad essere il tramite e le sentinelle per ogni comunicazione e scambio nella vita domestica, mentre gli uomini – di fatto senza un domicilio fisso – furono costretti a girare in questo universo principalmente femminile. Così, con il gioco di matrimoni, divorzi e ricostituzione di alleanze, è sempre meno raro che i nonni abitino con i nipoti di un primo e di un secondo matrimonio (ma è frequente che spesso siano di più) – dando ulteriore spinta al movimento di commistione di famiglie di tribù diverse all’interno della società. Se infatti nelle società sahariane la categoria di “meticcio” o “bastardo” non può essere chiamata in causa visto che la discendenza è strettamente patrilineare, l’identità del bambino nel sistema della patrilocalità era definita dalla tribù in cui nasceva e cresceva.

Con il passaggio alla matrilocalità i bambini furono cresciuti nella tribù della madre – ovvero una tribù diversa da quella da cui prendevano l’identità – rinforzando “dal basso” il processo di rimescolamento interno voluto dalla dirigenza del Polisario.

Luca Maiotti

Il post precedente è al link Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/12 – I campi e la detribalizzazione: una logistica ragionata

Seguirà: 3.3 Il percorso educativo saharawi: l’insegnamento

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Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/12 – I campi e la detribalizzazione: una logistica ragionata

campo TindoufBy Luca Maiotti

Capitolo 3 della tesi Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi di Luca Maiotti

I campi e la detribalizzazione: una logistica ragionata

I campi dei rifugiati

Gli accordi di Madrid e la successiva invasione marocchina ebbero come conseguenza immediata la fuga di una consistente parte della popolazione saharawi verso il deserto al di là del confine algerino, nei pressi della città di Tindouf. Se l’esodo può esser descritto come la partenza volontaria di un insieme di persone dal proprio paese per motivi politici, religiosi o etici, questa definizione non sembra adattarsi perfettamente all’esperienza saharawi. Sembra infatti più giusto richiamare la definizione di esilio, inteso sì come sradicamento e obbligo di partire altrove, ma a cui si aggiunge l’importante sfumatura della prospettiva del ritorno qualora venga a cadere il motivo che ha originato la partenza.

L’esilio – che richiama la precarietà dell’asilo e la temporaneità del rifugio – si configura come conseguenza dell’esodo – che è più simile alla fuga.

Secondo le stime degli anni 2002-2004 dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) i Saharawi che beneficiano dell’assistenza di una delle organizzazioni delle Nazioni Unite nella zona di Tindouf sono circa 165.000, divisi in quattro campi che ospitano ognuno circa 40.000 persone.

tindouf-blocusQueste stime non sono però da considerarsi completamente attendibili: in primo luogo non è stato possibile effettuare un censimento affidabile: mancano infatti i dati di una parte dei rifugiati che vivono nel campo del 27 Febbraio e le stime si riferiscono alla situazione di dieci anni fa, non tenendo conto del tasso di crescita della popolazione.

Ci sono poi altri rifugiati Saharawi che sono monitorati dall’UNHCR – ma non rientrano direttamente nel programma di aiuti – che vivono in vari paesi del mondo – per esempio solo in Mauritania ce ne sono 27.000, ma è anche il caso di molti degli ex guerrilleros che ho intervistato in Francia.

Si calcola comunque che i rifugiati saharawi in totale siano circa 200.000, tenendo conto sia della popolazione nei campi, sia nei paesi europei ed extraeuropei.

Come visto, fu l’Algeria a mettere a disposizione uno spazio per i campi, nei dintorni della regione di Tindouf. Questo luogo rappresentò un ambiente talmente inospitale che i Saharawi vissero de facto in isolamento, conservando larga autonomia di organizzazione fin dall’inizio dell’esilio.
L’insieme dei campi fu – ed è tuttora – diviso in 4 wilayat (al singolare wilaya) o provincie, ognuna delle quali prende il nome di una città importante del Sahara Occidentale: El Ayun, Smara, Ausserd, Smara e Dakhla.

A questi si sono aggiunti il piccolo campo satellite del 27 febbraio (chiamato anche campo delle donne) e il campo amministrativo di Rabouni. Ogni wilaya è divisa in sei dawa’ir (al singolare daira), l’equivalente di un distretto.

Le esigenze fondamentali a cui dovette sottostare il progetto saharawi furono quelle della difesa e dell’accesso all’acqua. Rabouni non a caso è il principale punto idrico dell’intero dispositivo e i primi due campi, El-Ayun e Smara, si trovano nell’arco di 20 chilometri da lì, così come la prima scuola militare.

The_Sahrawi_refugees_–_a_forgotten_crisis_in_the_Algerian_desert_(7)Successivamente si scelse di creare un altro campo – quello di Ausserd – per decongestionare i primi due, mentre l’ultimo – quello di Dakhla – si trova a 170 chilometri a sud est di Tindouf, separato degli altri tre. I servizi centrali si trovano in un punto equidistante dai primi tre campi e ospitano la farmacia centrale, l’ospedale militare, la prima scuola elementare – ora diventato collegio (l’equivalente della scuola media e superiore) – un laboratorio artigianale e il principale orto coltivato, situato in un minuscolo spazio irrigato vicino ad una piccola sorgente. Tutti questi punti sono situati a pochi chilometri l’uno dall’altro.

Il piccolo campo del 27 febbraio nasce più recentemente intorno all’omonima scuola professionalizzante con l’intento di creare delle abitazioni per le famiglie del personale e di coloro che la frequentano. E’ anche chiamato campo delle donne perché è sede dell’Unione Nazionale delle Donne Saharawi, accanto ai centri di formazione e di artigianato.

L’organizzazione dei campi dovette però rispondere anche ad aspetti funzionali: ogni campo si strutturò secondo l’intrecciarsi del piano circolare e quello quadrato. Il piano circolare evoca l’idea di una comunità che si stringe intorno a se stessa per difendersi, dove le posizioni sulla circonferenza hanno tutte stesso valore ed in cui solo il centro si configura come gerarchicamente differenziato. Il quadrato invece è per definizione la formazione tesa all’attacco in tutti gli eserciti del mondo – a maggior ragione nella tradizione beduina impostata sui rapporti di forza tra tribù. Questo schema permette di distinguere non solo il centro dai lati, ma anche la prima linea dalla retroguardia e dalle ali – assegnando ad ogni posizione sul campo un posto corrispondente nella scala sociale. Il campo saharawi si presenta quindi come l’intersecarsi della dualità quadrato-cerchio, mostrando la contraddizione di una comunità gerarchizzata: al suo centro si trovano gli edifici amministrativi e funzionali (educazione, potere, salute), mentre la circonferenza è occupata da una serie di sei unità, cioè una serie di quadrati simmetricamente disposti intorno al nucleo.

Una logistica ragionata: l’obiettivo della detribalizzazione

Al momento dell’arrivo nei campi rifugiati – prima improvviso poi sempre più graduale – la dirigenza del Polisario si trovò suo malgrado davanti ad un’occasione imperdibile, quella di dare realizzazione ad una società che fino a quel momento esisteva solo sul piano ideale. Come visto, il diritto all’autodeterminazione si applicava soltanto ai popoli e l’ordine tribale era considerato causa strutturale di debolezza nella fallita resistenza alla colonizzazione. Così il 12 ottobre 1975 si celebrò il passaggio dalle tribù – al plurale – al popolo – singolare.

L’esilio si trasformò in strumento pratico in mano ai dirigenti del Polisario capace di produrre mutamenti sociali ispirati ad un’ideologia rivoluzionaria dalle dinamiche socialiste. La popolazione – contemporaneamente oggetto e soggetto coinvolto nel processo – fu coinvolta nel percorso che conduceva ad un tipo di società “nuova” – quasi totalmente diversa – rispetto a quella del passato.

Le condizioni materiali furono d’altronde un elemento importante nel preparare un terreno in cui potesse radicarsi il discorso ideologico del Polisario.

I campi erano infatti un’entità geograficamente separata dal resto dell’Algeria – che si incaricò del sostentamento dei rifugiati, chiusi da ingerenze esterne e dipendenti per qualsiasi forma di comunicazione dalla dirigenza del Polisario. Il territorio intorno a Tindouf gode addirittura di uno statuto speciale nel quadro dell’amministrazione pubblica algerina, che rende i campi de facto autonomi.

In più, i campi si popolarono di persone che non solo si riconoscevano in un’origine comune, ma che soprattutto avevano condiviso l’esperienza traumatica e caratterizzante della fuga – fattore diventato un marqueur dirimente rispetto al resto della popolazione rimasta nel Sahara Occidentale.

Poi, il servizio di camion organizzato dal Fronte Polisario per trasportare i profughi aveva condotto già ad un primo rimescolamento delle tribù: la fuga, per forza di cose disordinata, aveva riunito nello stesso spazio individui di città diverse e di diversa estrazione sociale.

Tutti si trovarono improvvisamente con lo stesso tipo di abitazione – le tende standard dell’UNHCR – lo stesso tipo di alimentazione – le razioni preparate – gli stessi vestiti da indossare – anche questi distribuiti dal Polisario – e le stesse ricchezze possedute – nessuna, perché la partenza era stata così precipitosa da non permettere a nessuno di portare alcunché.

Questo riportare ogni componente della società ad un livello “base” per quanto riguarda le condizioni materiali significò una traduzione pratica dell’egualitarismo sociale proclamato nei discorsi e negli slogan. Tutti diventarono improvvisamente uguali perché nessuno possedeva più niente e proprio su questo fondo si inserì l’azione del Polisario.

Il Fronte dispose le famiglie secondo la provenienza sociale, separando quelle simili e accostando strati sociali differenti, confidando nel fatto che con il passare del tempo i legami di convivenza si sarebbero stretti fino a superare le differenze originali – processo che si portò a compimento attraverso la condivisione di condizioni di vita eccessivamente dure. All’arrivo nei campi i rifugiati non poterono scegliere liberamente in quale wilaya sistemarsi, ma dovettero obbedire alle direttive che provenivano dal governo centrale.

Inoltre bisogna considerare che i compiti nei campi erano completamente differenti dalle attività del tempo nomadico. E, se come in ogni società al ruolo svolto veniva associato un grado nella gerarchia sociale, la scomparsa quasi totale di questi ruoli fece rapidamente perdere di significato l’ordine corrispondente, con l’eliminazione delle distinzioni tra tribù guerriere, di marabuti, pastori, artigiani e artisti.

Furono quindi le condizioni materiali che permisero al Polisario di sviluppare un discorso ideologico che associava le diseguaglianze sociali all’ordine tribale, in una situazione di guerra che esigeva un’unione sacra di tutte le componenti sociali in vista della realizzazione del ritorno in patria.

Il quotidiano nei campi

La vita nei campi fu caratterizzata fin dall’inizio dalla mancanza. Alla domanda “come è la vita nei campi” mi è stato risposto da Hamdi Abderrahmad:

“Molto difficile. E’ molto dura, ma la cosa migliore è che abbiamo scelto, e ci siamo raggruppati volontariamente. Abbiamo preferito così. Ci incoraggiamo tutti, ma viviamo con dignità. […]. Non c’è nessun modo di vivere, soffriamo molto, rimaniamo isolati dalla nostra famiglia che sta nel Territorio Occupato, però siamo dignitosi, viviamo in questo modo, con grande sofferenza, ma viviamo con dignità, in libertà.”

E’ percepibile da un lato il modo in cui è stato impostato il discorso intorno all’esilio e dall’altro la realtà dei campi che non lascia molto spazio alla retorica. In qualche modo infatti fu necessario “giustificare” la permanenza della popolazione nei campi, quindi si considerò la durezza della vita come il prezzo da pagare per poter vivere uno spazio di libertà e di dignità – in totale contrapposizione all’ingiustizia dell’invasione marocchina.

La libertà e la dignità – come traspare anche dalle altre interviste – vanno ad assumere un ruolo preponderante nell’universo di valori positivi che i Saharawi tendono a creare nella rappresentazione di sé. Questa scelta di valori non è ovviamente scevra da influenze precedenti, in riferimento alla figura del nomade che non poneva limiti fisici né costrizioni nei suoi spostamenti nel deserto.

Dall’altra parte è innegabile la condizione di difficoltà. Se sul piano ideale l’esilio è stato giustificato in funzione della scelta volontaria di una vita in libertà, sul piano materiale i limiti sono evidenti. Nonostante la condizione di condivisione (“ci incoraggiamo tutti”) non c’è nessuna fonte di sostentamento autonoma (“non c’è nessun modo di vivere”) – nel senso che ancora oggi la sopravvivenza di una larghissima parte della popolazione saharawi è garantita solo dagli aiuti internazionali e delle Organizzazioni Non Governative che operano nei campi.

L’altro elemento da notare è la percezione di separazione dalle famiglie che sono rimaste nel Sahara Occidentale – irraggiungibili perché strettamente controllate e addirittura allontanate con la successiva costruzione del Muro.

La durezza delle condizioni di vita è evidente anche dalle parole di Najim Shia, il quale restò nei campi senza essere arruolato perché insegnante:

“La vita nei campi alla fine del ’75 e se vogliamo anche all’inizio del ’76 è talmente, talmente, talmente difficile perché ci sono circa 120.000 Saharawi che hanno intrapreso l’esodo, sono arrivati nel territorio algerino senza niente, senza avere proprio niente. E ci sono le migliori famiglie, a quel tempo le migliori famiglie che sono arrivate e hanno preso le melhfas, la melhfa è l’abito delle donne saharawi, e l’hanno utilizzata per fare una tenda, e cercano per metterla, cercano di costruire, di fare una tenda per proteggersi da quel tempo con i bambini e con tutti gli altri. E, vedete, cioè, era talmente, talmente difficile. Ci sono anche uomini che non riescono ad avere delle melhfas per fare delle tende, ma c’è una volontà negli uomini saharawi, e nei bambini, per continuare a combattere l’invasione marocchina e mauritana.”

Najim Shia – a differenza degli altri guerrilleros che ho intervistato – arrivò nei campi già ventenne e quindi può ricordare il primissimo periodo, quello dell’accoglienza e dell’organizzazione spontanea. Tutti coloro che avevano attraversato il deserto non avevano potuto portare – o avevano abbandonato nel percorso – quanto necessario per una permanenza nel deserto: la khaima in primis, la tenda tradizionale, ma anche animali da pascolo – come capre o cammelli – utili per la sopravvivenza. Si dovettero quindi adattare e improvvisarono delle tende con l’unica cosa che avevano, ovvero il vestito tipico delle donne saharawi, per proteggersi dalle rigidità delle notti desertiche. Sopravvivere ad un’esperienza del genere diventa un marqueur, un segno distintivo.

E’ conseguente quindi che superare insieme una tale difficoltà crei un legame solidissimo in coloro che l’hanno sperimentata. La motivazione a resistere – in questo brano di intervista non a caso è assegnata in particolare agli uomini – è la volontà di rispondere all’evento traumatico che ha causato l’esodo: l’invasione marocchina. L’obiettivo immediatamente successivo – soddisfatta l’esigenza di organizzare dei campi – è infatti la resistenza armata, organizzata dal Polisario già nei due anni precedenti.

Per tornare alle condizioni materiali, lo stesso Najim Shia individua due difficoltà principali:

“La vita lì veramente era talmente difficile e dura per due cose. C’è la mancanza di mezzi e il clima. Il clima nei dintorni di Tindouf, là si chiama la hammāda, la temperatura arriva fino a zero e anche meno e durante l’estate sorpassa i quarantacinque-quarantasei gradi. C’è mancanza di mezzi e c’è il clima. E’ talmente, talmente, talmente difficile la vita a quel tempo.”

Una tale escursione termica fu il maggior ostacolo da superare – almeno all’inizio – e soltanto grazie all’aiuto finanziario e logistico dell’Algeria – che ancora oggi resta il più importante – si poté assicurare un riparo temporaneo ai rifugiati.

Passata questa prima fase, con l’intensificarsi degli aiuti internazionali e successivamente con la fine della guerra, la vita nei campi – e la percezione della stessa – cambiò migliorando sensibilmente, ma l’inizio fu terribile: secondo l’UNHCR solo nella primavera del 1976 morirono per un’epidemia di morbillo un migliaio di bambini saharawi – categoria più sensibile alla durezza clima e al cambio di dieta.

Tre sguardi sui campi dei rifugiati

Sembra utile ai fini della trattazione riportare qui tre brani di tre interviste diverse, che rispondono alla domanda “com’era la vita nei campi?”.

La prima è di Bucharaya Salek, un guerrillero che racconta le sue visite ai campi durante la guerra. Ogni militare aveva un periodo di congedo – di solito di due settimane – in cui tornava dal fronte ai campi dei rifugiati.

“Io vivevo con l’esercito nella zona liberata. Ora, mi sposai nei campi dei rifugiati e ci andavo in congedo di tanto in tanto, come il resto della gente. Quando era il mio turno, ogni tre o quattro mesi, dipende dalle cose da fare. Se non c’è niente si va in congedo, se ci sono si va poi, no? […] La vita militare, ti ho detto prima che è diversa dalla vita civile. Questo in qualunque posto, dipende se sei in guerra o no. Nel nostro caso è differente perché quasi tutti gli uomini erano in guerra e quindi quasi nessuno voleva stare indietro. Benché ti assegnino per lavorare con le donne là come maestro, come infermiere, come trasportatore o non so che, alla gente non piace, uno si arrabbia, però quando finì la guerra eravamo tornati a camminare ognuno con l’altro e così insieme ci conoscevamo e ci riunivamo e parlavamo e parlavamo di tutto.”

La prima indicazione che si può trarre da questa parte di intervista è la grossa differenza evidenziata dallo lo stesso Bucharaya: la presenza delle donne. I campi diventarono immediatamente dominio femminile perché gli uomini erano per la quasi totalità al fronte. L’etica maschile saharawi mutuò dalla tradizione l’immagine dell’uomo guerriero.

Chi fu scelto per insegnare, curare o lavorare da autista nei campi lo fece malvolentieri perché restare nei campi durante la guerra significava essere considerato alla stregua delle donne, dei bambini e dei feriti.

Considerato lo stato di guerra e l’esiguità del numero di combattenti saharawi, si scelse di impiegare qualunque braccio valido nello sforzo bellico.

Il ritorno nei campi degli uomini alla fine della guerra significò dover reintegrare nella vita dei campi una parte della popolazione che aveva condotto un tipo di vita differente da quella civile. Le frizioni sono nascoste nel “tornare a camminare ognuno con l’altro”, in quanto soprattutto la questione delle donne rappresentò uno dei motivi di maggiore attrito nella società dei campi dopo il cessate il fuoco.

Tuttavia lo status delle donne non solo non perse praticamente nulla dell’autonomia guadagnata durante gli anni della guerra, ma diventò anche uno dei maggiori vanti della società saharawi, uno degli aspetti che la distinguessero da altre società – come si può notare dai brani di interviste riportati successivamente in questo capitolo.

Un altro dei problemi del ritorno dei combattenti alla vita civile fu l’assegnazione dei ruoli e dei compiti all’interno dei campi, vista la quasi totale assenza di opportunità lavorative.

La dirigenza del Polisario aveva cercato di indirizzare la generazione della maggior parte degli intervistati, nata prima dell’invasione marocchina e che aveva vissuto in parte nei campi e in parti sul fronte di guerra – quella di Bucharaya e della maggior parte degli intervistati – verso studi che potessero avere un immediato risvolto pratico (ingegneri, infermieri, medici, insegnanti, militari).

Si cercò di trovare per ognuno un’attività adeguata alla propria specializzazione, assumendoli nell’amministrazione centrale o nelle ONG che operano nei campi, ma – per esempio – la maggior parte dei ruoli nell’amministrazione centrale era già occupata dai leader storici o da donne e il ricambio – generazionale e non solo – rappresenta ancora oggi una grande sfida per la politica interna saharawi.

Si può passare ora ad un’altra intervista, quella di Rachid Lehebib, che appartiene alla generazione successiva a quella che combatté la guerra, nato pochi anni prima del cessate il fuoco.

“La mia esperienza? E’ bella la vita nei campi dei rifugiato, sì, sei libero di andare dove vuoi, fare come vuoi, puoi giocare, puoi stare con la tua famiglia, posti differenti .. siamo liberi là. L’unica cosa è che non c’è lavoro, non ce n’è tanto. Sai, è normale, come gli altri rifugiati, è molto difficile, ma la vita in generale è molto tranquilla, è normale. Non ci sono cose strane, non c’è paura come negli altri campi dei rifugiati in altre parti del mondo, come in Sudan, come in Darfur, come in Somalia o da altre parti. La vita, secondo me, la migliore vita di rifugiati la fanno i rifugiati saharawi, siamo molto organizzati, non come il resto del mondo. Lì il rifugiato attacca l’altro e lo uccide per i soldi, tra i rifugiati saharawi no. E’ tutto organizzato, c’è gente che viene da altri paesi, tutto è organizzato e ognuno ha i suoi compiti e in ogni daira c’è un consiglio. La vita è molto facile, non c’è paura. Puoi dormire fuori casa tua di notte e lasciare casa tua aperta e nessuno tocca niente. La vita è molto normale, sì.”

Riacquisisce qui centralità il concetto di libertà, una delle parole-chiave più utilizzate nell’ambito dello spazio pubblico saharawi – come visto precedentemente.

La libertà qui si declina ancora come un poter fare ciò che si vuole – nelle memorie di un giovane di 24 anni – nel “poter giocare”, ma in realtà questa considerazione nasce anche dal confronto con gli altri campi dei rifugiati. In effetti un elemento ben presente è la volontà da parte dei Saharawi di sottolineare i tratti distintivi rispetto ad altre popolazioni.

Questa logica – che, alla luce di brani riportati in precedenza, interessa più casi – trova la sua ragion d’essere come risposta al discorso del re del Marocco che considera i Saharawi come “cugini” dei marocchini e pone ovviamente l’accento sulle omogeneità in vista dell’assimilazione culturale e territoriale del Sahara occidentale.

Per poter essere popolo – e soprattutto popolo riconosciuto, con conseguente diritto all’autodeterminazione – i Saharawi hanno scelto di marcare le differenze dal “resto del mondo”: dalla condizione della donna all’organizzazione dei campi dei rifugiati, dalla vita nell’esercito alla concezione attiva dell’esilio.

In questo brano di intervista emerge anche quella che sembra per lui essere l’unica nota negativa dei campi dei rifugiati: la mancanza di lavoro. Rachid era arrivato in Francia pochi mesi prima dell’intervista in cerca di un impiego, proprio perché nei campi le prospettive lavorative sono abbastanza scarse – fatta forse eccezione per l’amministrazione centrale e in particolare l’esercito.

In teoria nella regione di Tindouf un’attività economica basata sull’allevamento sarebbe potuta durare, viste le condizioni climatiche non troppo diverse da quelle del Sahara Occidentale. Nella pratica però risultò impossibile perché, oltre al fatto che i rifugiati erano partiti senza portar via né animali né averi, l’allevamento di tipo nomadico richiede un certo grado di libertà di movimento – e l’esilio limita fortemente questa possibilità.

Quindi anche la “tranquillità” dei campi assume una sfumatura negativa, perché è il riflesso di un’inazione dovuta alle condizioni materiali. Per esempio è solo dopo il cessate il fuoco che la moneta ha cominciato a circolare nei campi e si è potuto mettere in piedi qualche piccola attività in collaborazione – per la maggior parte dei casi – con i parenti fuggiti in Mauritania.

Per i giovani neo-laureati saharawi – in modo addirittura più accentuato rispetto ai loro coetanei in Nord Africa – l’unica prospettiva è quella di una partenza verso l’estero, andando ad ingrossare le fila dei componenti della “diaspora” saharawi e sperimentando una situazione di doppio esilio: quello dal Sahara Occidentale – patria geografica – e quello dalle famiglie nei campi – riferimento affettivo e ideale.

Il terzo brano di intervista appartiene a Brahim Ballagh, un attivista non violento arrestato nel Sahara Occidentale nel 1975 senza capi d’accusa e tenuto in prigione per motivi politici per più di 11 anni. Brahim Ballagh dà un’immagine dei campi dei rifugiati alla luce dell’esperienza della prigionia.

“Per quanto mi riguarda, quando sono partito per i campi dei rifugiati mi ricordo che ho sentito che nonostante gli anni, i trascorsi di sofferenza che sono restati sempre nella memoria, mi dicevo che quella era un’altra vita, che cominciava ad andare meglio. Sentivo di essere libero, nonostante non fossero i Territori [Occupati], ma dei campi di rifugiati, ma sentivo di essere libero, non sentivo che i campi fossero un esilio, perché di là [nei Territori Occupati] ero sotto una pressione fortissima, e mi son sentito quasi libero. Sì, con il tempo ho cominciato a dirmi, a farmi le domande, è l’esilio, non sono i Territori Occupati, c’è la mancanza, la sofferenza e ho cominciato a sentire il peso dell’esilio. E’ ancora abbastanza difficile, ma i primi giorni veramente ho sentito di essere nel mio paese liberato. Sì era l’emozione, l’emozione di uscire, si smetterla di sentirsi minacciato, quando la tua vita sta per essere liquidata perché ti hanno minacciato di farlo, io ero nei campi ed ero libero, e cominciavo a respirare. Poi con il tempo comincio a dirmi che non è facile e mi chiedo cosa succede alle persone che sono qui da più di trent’anni, mi comincio a fare delle domande, veramente tu non sei a casa tua, in un territorio che non è il tuo, sei separato dalla tua famiglia, cerchi di cominciarne un’altra. C’è un monologo interiore che comincia a imporsi e a prendere forma, nonostante me. Veramente è l’esilio, la parola esilio, si può sentire quanto pesi la parola esilio. E’ molto dura per una popolazione che è ancora separata da un muro.. vedi è.. come posso spiegarti quella mancanza di calore familiare che prima ricevevi. All’epoca mi ricordo che c’erano solo donne nei campi, non c’era niente. […] Ogni famiglia, se non uno, ha tre o quattro membri dall’altra parte, e tutti sono controllati. Ciò significa, e ritorno a quello che volevo dire, che siamo usciti da una piccola prigione in cui eravamo 311 e siamo entrati nella grande prigione in cui c’è tutta la popolazione saharawi”

Il primo impatto dei campi dei rifugiati è chiaramente positivo. Dopo la scarcerazione Brahim Ballagh aveva passato un breve periodo nel Sahara Occidentale, ma in seguito alle pressioni della polizia marocchina aveva deciso di passare nei campi dei rifugiati. La memoria dei giorni passati in prigione è fresca, ma nei campi – almeno all’inizio – sperimenta quell’occasione di espressione che gli era stata negata dal momento della sua incarcerazione. E’ infatti solo in un secondo momento che la pesantezza dell’esilio comincia a farsi sentire. E’ da notare che nel raccontare la propria esperienza nei campi dedichi una sola frase ad una descrizione più concreta: la presenza preponderante delle donne e la doppia mancanza – di mezzi e di affetti.

Nel brano di intervista non riportato cita infatti un episodio significativo. Per telefonare alla famiglia restata nel Sahara Occidentale era stato necessario arrivare fino alla prima città algerina e – una volta chiamato – aveva scoperto che le linee erano sotto controllo dei servizi di polizia interna marocchina.

Quando chiedo – sempre a Brahim Ballagh – la differenza tra la vita nel Sahara Occidentale prima dell’incarcerazione e i campi dei rifugiati, mi risponde:

“Non si può fare il confronto. Nei Territori Occupati c’è una società che vive – non dico normalmente – ma non male, anche se c’è la presenza coloniale e tutto il resto ci sono persone che lavorano, che hanno la loro famiglia, la loro casa, il loro quotidiano. Ci sono dei militanti che hanno cercato di fare una vita normale, ma una vita da militanti. Nei campi dei rifugiati c’è una società in esilio che ha guardato in viso e guarda ancora il pericolo della guerra, perché, vedi, ci sono famiglie che hanno dato cinque o sei martiri tra i loro figli. Vedi, c’è il quotidiano dell’esilio che unisce tutti, si lavora, ci si organizza, non c’è salario per niente e tutti sono volontari. Sono volontari sia nell’esercito, sia nella società civile. La società civile durante la guerra – anche se io sono arrivato dopo il cessate il fuoco quando non c’era più guerra, ma in quegli anni ho chiesto a tutti quelli che avevano vissuto – ci sono solo le donne che mandano avanti i campi. La sanità, le decisioni scolastiche, il quotidiano, l’amministrazione, solo le donne. Gli uomini sono in prima linea in guerra. E’ raro trovare i vecchi, gli handicappati, gli uomini che aiutano i vecchi o qualcuno che resta negli accampamenti.”

Dalle parole dei tre intervistati – il militare Bucharaya Salek, il giovane cresciuto nei campi Rachid Lehebib e il più vecchio Brahim Ballagh passato per la prigionia – si possono trarre alcune considerazioni comuni.

Nella prima e nella terza intervista emerge la presenza preponderante delle donne nella vita pubblica – elemento distintivo rispetto alla società saharawi prima dell’occupazione marocchina. Ciò non significa che la donna saharawi fosse poco indipendente o oppressa, ma vista la assenza degli uomini impegnati in guerra le attività dei campi furono coordinate dalla componente femminile – che raggiunse prerogative che oggi costituiscono un elemento di fierezza e originalità all’interno della società saharawi.

Ovviamente nella seconda intervista la differenza non risalta perché Rachid è nato e cresciuto nei campi, quindi non ha termini di paragone con la situazione precedente.

La mancanza di mezzi di sostentamento e di comodità è un elemento presente in ogni intervista, ma meno marcato nella prima e la seconda. Entrambi hanno infatti conosciuto la realtà dei campi da giovani – nel secondo caso fin dalla nascita – quindi è come se fosse una condizione data per assodata e non modificabile.

In generale dal racconto dei campi traspare un’impressione positiva. Essi sono la condizione di realizzazione per una vita in libertà – questo si evidenzia soprattutto nel terzo intervistato, Brahim Ballagh – nonostante tutte le difficoltà materiali che ciò implica: la mancanza di mezzi, la mancanza di lavoro, la lontananza dagli affetti.

I cambiamenti delle condizioni di vita nei campi

Nell’arco degli anni di esilio, le condizioni dei rifugiati migliorarono sensibilmente. I Saharawi al loro arrivo non avevano avuto la possibilità di scegliere dove e come vivere.

Dopo le prime notti – passate sotto ripari di fortuna, utilizzando le melhfas delle donne – giunsero gli aiuti internazionali (Unione Europea soprattutto) e algerini. Le tende dell’UNHCR – seppur non adatte al tipo di clima di Tindouf – diventarono per oltre trent’anni il luogo di attesa del ritorno.

La stessa scelta di costruire in “duro” – ovvero con mattoni e sabbia – solo gli edifici amministrativi ebbe un significato ben preciso, che attiene al concetto di esilio: lo spostamento della popolazione saharawi è solo temporaneo, perché la prospettiva del rientro in patria è rimasto – e rimane – l’obiettivo finale.

Creare una “casa” in un territorio che non fosse il Sahara Occidentale avrebbe implicitamente significato prendere in considerazione la possibilità di non ritornare. In altre parole, se l’esilio si caratterizza per la provvisorietà non avrebbe avuto senso creare degli edifici che poi si sarebbe dovuto abbandonare.

Nel 1991 in particolare, quando il referendum – come concordato – sembrava essere alle porte, i campi erano pronti ad essere lasciati in pochissimo tempo, perché considerati da tutti come una base temporanea utile ad un obiettivo contingente, la guerra e la sopravvivenza.

Nei tempi più recenti però – soprattutto con l’impantanarsi delle trattative e i vari tipi di ostruzionismo – le prime tende con supporti in duro hanno cominciato ad apparire. La maggiore facilità di movimento e la maggiore apertura nei campi – conseguenza della sospensione della lotta armata – ha fatto sì che ci fosse una liberalizzazione generale e cominciassero a circolare i primi semplici manufatti con cui rendere più accoglienti e vivibili le tende (tappeti, oggettistica varia).

Ci sono stati anche casi in cui i funzionari hanno cercato di assicurare migliori provvigioni di cibo per le loro famiglie, Land Rover o qualche cammello – trasgredendo alla rigida economia di guerra. In più circa 4.000 giovani hanno lasciato i campi – come Rachid Lehebib – in cerca di lavoro in Europa (Spagna soprattutto) andando ad ingrossare le fila della diaspora saharawi: le rimesse di questi emigrati e le pensioni degli ex-soldati spagnoli hanno permesso la circolazione di denaro e l’acquisto di qualche bene.

Questo fenomeno in particolare ha avuto per conseguenza che le tende fossero sempre più somiglianti a delle vere case (per esempio che l’elettricità fosse garantita attraverso pannelli solari) e si evidenziassero i primi segni di una differenza di status tra i rifugiati – fenomeno che, per le condizioni materiali, all’inizio non si era potuto verificare. La stessa Costituzione è stata aggiornata a metà degli anni 90 proprio per cercare di adattarsi alla nuova situazione dei campi, aprendo – una volta raggiunta l’indipendenza – al riconoscimento dell’economia di mercato e della libertà di iniziativa privata una volta raggiunta l’indipendenza.

Associare l’indipendenza ad un sistema di apertura economica è anche una mossa per cercare di tenere aperto il dossier del Sahara Occidentale: come visto nel primo capitolo, le risorse del sottosuolo e ittiche hanno già suscitato l’interesse alcune multinazionali – in modo che queste possano formare un gruppo di pressione favorevole all’autodeterminazione.

Tutto ciò potrebbe causare il venir meno di uno dei punti-cardine dell’estetica saharawi – l’uguaglianza in una comunità organica in opposizione alle divisioni della società tribale – creando di riflesso spaccature nell’unità di intenti della popolazione. In altre parole, la permanenza nei campi comincia a perdere la caratteristica di temporaneità.

Luca Maiotti

Il post precedente è al link Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/11 – I martiri saharawi e l’epica nazionale

Seguirà: 3.2 Lo spazio della donna saharawi: responsabilità, bride price, matrilocalità

Foto: Unhcr; Wikipedia; Polisario Think Twice

ISIS: il genocidio culturale è pura propaganda. A portata di click

isis-unesco-genocidio culturaleBy Filippo Malinverno

Da settimane le ruspe del Califfato impazzano sul web demolendo siti archeologici. Non a caso. Fa tutto parte di una propaganda volta a intimorire i suoi nemici, in Medio Oriente e in Occidente: la creazione di una nuova società passa attraverso la distruzione dei simboli di quella da eliminare.

Mosul, Ninive, Nimrud, Khorsabad, Hatra. Stando al singolare programma di debellatio messo in atto dai militanti dell’ISIS, la lista di siti archeologici irreparabilmente danneggiati potrebbe allungarsi nelle prossime settimane: quella che distruggono è una storia prima di tutto irachena, visto che si tratta dell’eredità dell’impero assiro di Mesopotamia, ma che riguarda al tempo stesso l’intera umanità.

Questo assassinio del diritto alla cultura, e dunque anche alla libertà, fa parte di un programma di uso della propaganda ben studiato dai vertici del Califfo ed estremamente efficace. Come in qualsiasi Stato nascente che utilizza la forza come deterrente e mezzo di conquista, così nello Stato Islamico la propaganda è una delle colonne portanti del suo apparato.

L’uso di mezzi tecnologici sofisticati, come droni per riprese aeree, fish eye e programmi di montaggio di ultima generazione, nonché di registi evidentemente preparati, permette ai messaggi del Califfo Al-Baghdadi di diffondersi in tutto il mondo, senza che le autorità occidentali possano contrastarli in modo efficace: eliminare le decine di video dal contenuto macabro e scioccante non farebbe altro che rendere più difficile la loro individuazione sul web e aumentare la loro diffusione, dato che si tratta di un fenomeno virale pronto a riprodursi senza sosta e più vigorosamente, se contrastato.

La piattaforma di internet è il luogo perfetto per sviluppare questa propaganda martellante ed efferata: attraverso la rete, chiunque può essere raggiunto e il jihad islamico può facilmente diventare un intrigante obiettivo di vita per quei musulmani imbevuti di radicalismo, essendo a portata di un semplice click. Ecco che quindi il grido di battaglia del Califfato entra nelle case dei cosiddetti “lupi solitari” residenti in Occidente, pronti a cogliere al volo l’occasione di dare il proprio contributo alla causa jihadista direttamente nella tana del nemico: il rischio di attentati solitari in Europa resta altissimo e non va sottovalutato.

Un grande punto di forza della propaganda dell’ISIS è la lingua veicolare degli stessi messaggi, la cui scelta è saggiamente caduta sull’inglese, idioma simbolo delle relazioni internazionali contemporanee.

Grazie a questa lingua gli ideali estremisti del Califfo possono essere compresi da tutti proprio perché, quando parla in prima persona o attraverso i suoi sottoposti, Al-Baghdadi vuole rivolgersi al mondo intero.

I destinatari di questa propaganda sono infatti due: da una parte i musulmani, ai quali è rivolto un messaggio di redenzione religiosa (pena l’eliminazione fisica, come mostrano i video); dall’altra gli occidentali in senso lato, a cui invece il Califfato si rivolge in modo più minaccioso e battagliero: l’Occidente è il simbolo di tutto quello che l’ISIS vuole combattere, un crogiolo di valori profani e da eliminare con la forza.

I video delle demolizioni dei siti archeologici assiri non sono altro che una prova tangibile di ciò che, seppur improbabilmente, potrebbe succedere ai nostri simboli: così come la storia antica irachena rappresenta un legame con un mondo politeista ed eretico, anche l’Occidente viene identificato come tale. L’affermazione di un nuovo ordine politico, sociale e religioso, come è quello proposto dallo Stato Islamico, deve per forza passare dalla distruzione totale di tutto ciò che contrasta con esso: quella che stiamo vedendo in Iraq e Siria e che presto potremmo vedere in Libia è una damnatio memoriae senza compromessi.

Se, al momento, gli unici a subire quotidianamente le violenze jihadiste sono i musulmani restii ad aderirvi, l’obiettivo dei militanti islamici è quello di esportare queste barbarie nel continente europeo.

Si tratta di una minaccia, presente in ogni video caricato sul web, che utilizza la violenza per terrorizzare il cittadino occidentale e che punta alla manipolazione delle menti, imbevendole di immagini atroci. Lo scopo di questa manipolazione è politico: minacciando il popolo occidentale utilizzando come modus operandi la decapitazione di ostaggi, l’ISIS ci spinge a fare pressioni sui nostri stessi governi affinché cedano al pagamento dei riscatti richiesti, invece che ostentare una freddezza verso i propri connazionali prigionieri che gli stessi messaggi dei jihadisti amplificano. Il vantaggio? Trattare con l’ISIS significherebbe riconoscerne implicitamente la sua esistenza de facto, agevolando lo sviluppo della sua affermazione sul territorio.

Una propaganda di forte impatto e gestita con cura dunque, che invade con le immagini i paesi che non può invadere con le truppe. Qual è il fine ultimo di questa eliminazione sistematica di uomini, antiche mura e statue?

Le ragioni sono essenzialmente tre: c’è, innanzitutto, quella ideologico-religiosa, che si basa sul contrasto tra ciò che è sacro e giusto secondo le leggi coraniche e ciò che invece è profano e quindi non lo è (dunque buona parte del bagaglio ideologico occidentale di stampo liberale), in riferimento a quella che gli islamici chiamano “jāhiliyya“, ovvero l’ “Età del peccato” che, storicamente, precedette l’opera profetica di Maometto nel VII secolo d.C.; in secondo luogo, vi è una ragione politica, secondo cui il Califfato utilizza la violenza come mezzo di affermazione della propria identità statale e come strumento per ottenere vantaggi per il proprio sviluppo: l’ISIS tuttavia non si contende con la Siria di Assad e l’Iraq di Al-Abadi il ruolo di governo legittimo di quei paesi, ma sostiene la creazione di uno Stato ex-novo con confini, istituzioni e valori differenti; infine, vi è anche uno scopo economico, dovuto alla vendita dei reperti antichi sul mercato nero: distruggere decine di oggetti dal valore inestimabile senza tentare di trasformarli in dollari sarebbe una mossa decisamente poco saggia, al di là di tutte le motivazioni religiose e ideologiche.

Esattamente come la propaganda, anche questo genocidio culturale è rivolto a tutti. Il mondo moderno è un immenso patrimonio di ricchezze storiche che ognuno di noi deve avere il diritto di conoscere, di vedere, di esplorare e di comprendere: questo è il danno più grave che l’ISIS sta infliggendo all’uomo, l’eliminazione del diritto a leggere la propria storia e il proprio passato attraverso l’eredità materiale e morale lasciata dal passato. Il Califfo mira a estinguere la memoria di un popolo per plasmarne una nuova: contrastarlo è l’unico modo per evitare che questa nuova memoria nasca sulla paura e sulla violenza.

Filippo Malinverno

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Foto: L’Indro

Ucraina, una crisi da “maneggiare con cura”

Proteste Kiev UcrainaBy Filippo Malinverno

Di conflitti l’Europa ne ha visti tanti nel corso della sua millenaria storia e le ferite della Seconda Guerra Mondiale, l’ultimo di questa lunga lista, hanno impiegato anni per rimarginarsi, senza mai giungere ad una guarigione completa.

Dopo il 1945, quando i “tre grandi” [Unione Sovietica, Stati Uniti e Gran Bretagna, ndr] si riunirono prima a Yalta e poi a Potsdam per ridisegnare i confini di un continente devastato dalle bombe e dalla fame, si era venuto a creare un equilibrio più o meno stabile tra il blocco atlantico, USA-dipendente, e l’elefantiaco blocco sovietico, assoggettato alle paranoie di Stalin e dei suoi successori.

Per anni, il Vecchio Mondo ha potuto godere di un lungo periodo di pace, messo in pericolo soltanto negli anni Novanta con le guerre in ex-Jugoslavia e in Kosovo che, nonostante la gravità e l’efferatezza del loro svolgimento, furono comunque risolte da un’azione congiunta degli Stati Uniti, allora non più in possesso del loro status di superpotenza globale, dell’Europa, alla ricerca di una politica comune, e della Russia post-sovietica, impegnata nella sua ricostruzione radicale dopo il crollo del muro.

Gradualmente, trattati, dichiarazioni, convenzioni e proclami di vario genere hanno condannato e demonizzato la parola “guerra”, nel tentativo di impedire la rinascita delle rivalità interstatali e dell’ardore bellicoso tipico delle nazioni europee fino alla metà del Novecento. Una battaglia condotta da uomini e donne che la guerra vera l’avevano vissuta sulla propria pelle non molto tempo prima e che ancora provavano un dolore indelebile verso quegli innumerevoli orrori; una battaglia pacifica e pacifista che è stata tramandata alle generazioni più giovani, creando un sentimento comune di repulsione verso la violenza che non si era mai visto prima.

Ora che l’equilibrio può dirsi completamente raggiunto nell’Europa occidentale, quella orientale rischia di essere travolta nuovamente da una guerra lunga, logorante e colma di scenari agghiaccianti per il mondo intero.

A dire il vero, questa guerra, in Ucraina, esiste già da più di un anno: è una realtà cruda e apparentemente senza soluzione, che coinvolge un’intera nazione, divisa in due da sentimenti e identità nazionali opposti. Era il 18 marzo 2014 quando la Russia annetté ufficialmente la penisola di Crimea al proprio territorio: questa astuta mossa di Putin sconcertò non poco l’opinione pubblica mondiale, ma dato che la decisione finale era stata confermata da un referendum popolare palesemente a favore, l’iniziativa dell’Occidente per appoggiare Kiev dovette limitarsi a un supporto per così dire morale.

Poco dopo, nella parte orientale dell’Ucraina, sarebbe esploso un conflitto che avrebbe portato alla creazione delle repubbliche autonome di Lugansk e Donetsk, supportate militarmente da Mosca tramite aiuti materiali e insospettabili milizie senza mostrine sulle divise (forse sbucate dalle sabbie del prosciugato Lago d’Aral?). Questa volta la risposta occidentale è stata severa e inamovibile: sanzioni economiche pesantissime hanno messo in ginocchio l’economia russa, raffreddando ulteriormente i già precari rapporti con il Cremlino.

Nonostante la gravità dello scenario, poco tempo fa in molti erano fiduciosi in una fine rapida e positiva della guerra civile ucraina, senza ipotizzare alcuna escalation di violenza tale da compromettere addirittura la pace mondiale. Oggi, invece, le carte in tavola sono sensibilmente cambiate: la Russia, irritata dalle sanzioni, dal crollo del prezzo del petrolio e sempre più costretta a indebitarsi con il dragone cinese, sembra meno disposta a trattare, mentre gli Stati Uniti, forti dell’esponenziale crescita del loro PIL e gioiosi di vedere i russi allo stremo, non hanno alcuna intenzione di fare un passo indietro.

In mezzo, come al solito, c’è l’Europa, principale palcoscenico del conflitto americano-sovietico fino agli anni Sessanta e ora nuovamente in auge come campo di una possibile battaglia, non solo verbale, tra Washington e Mosca, rispettivamente a difesa di due metà diverse dell’Ucraina.

Le parole di Obama, pronto, se necessario, a fornire aiuti militari a Kiev, e di Putin, che minaccia ritorsioni belliche in caso di intromissione statunitense nella guerra civile, fanno capire che questa volta le due eterne rivali fanno sul serio.

Ciò che più spaventa nell’ambito della questione ucraina tuttavia non sono le velate minacce di guerra del Cremlino o l’utilizzo della forza da parte della Casa Bianca (non sarebbe di certo il primo esempio di scontro verbale e mediatico tra i due), bensì l’intransigenza che entrambi i leader sembrano voler manifestare con le loro dichiarazioni: per la prima volta in cinquant’anni i due interlocutori più potenti del pianeta sembrano non volersi capire ed appaiono estremamente restii ad aprire un dialogo costruttivo, volendo risultare come vincitori in questo braccio di ferro dalle prospettive inquietanti.

Con una situazione ucraina gravemente compromessa, l’Europa e i suoi più influenti rappresentanti, Germania e Francia, hanno l’occasione e il dovere di farsi mediatori tra le parti per evitare l’aggravarsi di una crisi internazionale che pare alle porte, ma questo compito si sta rivelando più difficile del previsto.

20150212_Vertice di Minsk su Ucraina_Putin_Merkel_Hollande_PoroshenkoIl lunghissimo ed estenuante incontro di Minsk tra Hollande, Merkel, Putin e Poroshenko, come dimostrano le stesse dichiarazioni dei protagonisti, ha condotto a un risultato precario e insoddisfacente: un coprifuoco totale ma non immediato, seguito dal ritiro progressivo degli armamenti pesanti dal campo di battaglia. Certo, considerando che le vittime fino ad oggi sono state più di 5.000 l’esito non va sottovalutato, anche se tutti i leader coinvolti nella trattativa sanno bene che questa è solamente una soluzione di compromesso che lascia all’Ucraina il tempo di respirare, forse per un’ultima volta, prima di soccombere alla probabile disgregazione territoriale.

Nel frattempo, pare che 50 carri armati russi abbiano varcato il confine sud-orientale dell’Ucraina per supportare le ultime azioni militari dei ribelli: cosa avrà mai in mente di fare Putin? Queste truppe, se veramente si sono mosse, non staranno di certo facendo un giro di ricognizione e le diverse ore di combattimento rimanenti prima dell’inizio della tregua hanno dato la possibilità ai due eserciti di consolidare le proprie conquiste territoriali prima che il conflitto venisse congelato.

In molti potrebbero obiettare che una vera e propria scissione delle repubbliche orientali filo-russe da Kiev non avverrà a breve perché Poroshenko, supportato dall’Occidente (statunitense, soprattutto), non cederà alle minacce di Putin; tuttavia, la prospettiva di una trasformazione dell’Ucraina in Stato federale e la concessione di una maggiore autonomia a Donetsk e Lugansk, due soluzioni che caldeggiate dal nuovo zar, fungerebbero molto probabilmente da prologo per una futura annessione al territorio nazionale russo.

In questo senso, l’esperienza della Crimea dovrebbe averci insegnato come trattare con Mosca e averci aiutato ad intuire, almeno in parte, gli obiettivi extraterritoriali del Cremlino, casualmente corrispondenti ai vecchi confini dell’ex-Unione Sovietica. Forse la volontà della NATO di voler integrare nel proprio organico anche un paese dalla tradizione russofila come l’Ucraina ha contribuito ad acuire la rivalità con il mondo post-sovietico, varcando un confine fisico che per la politica estera russa è sempre stato la linea di demarcazione che separava l’Est dall’Occidente: dopo la Polonia e i paesi baltici, nei quali sono presenti forti minoranze russofone, perdere un altro tassello fondamentale come l’Ucraina non sarebbe tollerabile.

Kiev, in età medievale, fu il nucleo dal quale si sarebbero poi sviluppati il Principato di Mosca e il futuro impero zarista, culla delle popolazioni slave; avvicinandosi all’Ucraina, la NATO e l’Europa hanno pericolosamente irritato il grande orso russo, che la storia insegna essere particolarmente aggressivo se minacciato nel suo spazio di influenza vitale: ecco perché questo paese funge da protezione verso il pericoloso mondo occidentale, svolgendo lo stesso ruolo che fino al 1989 svolsero i paesi del Blocco comunista, “Stati cuscinetto” utili a mantenere salda la cortina di ferro.

La Russia, nonostante un rinnovato contatto con l’Europa a partire dagli anni Novanta, necessario per portare al termine la propria ricostruzione dopo la crisi del comunismo, ha avuto, ha e avrà sempre bisogno di mantenere un certo distacco dall’Occidente e un’Ucraina integrata nell’Alleanza Atlantica guidata dagli Stati Uniti non potrebbe essere un incubo peggiore.

Non è un’esigenza solamente politica, ma anche e soprattutto culturale e storica: forti del proprio glorioso passato, i russi non sono disposti a considerarsi una potenza emergente, bensì una grande potenza, ruolo che il destino gli ha sempre riservato. Di conseguenza, a differenza di quanto implicherebbe lo status di potenza in via di sviluppo, il ritenersi grande potenza presuppone un confronto attivo e talvolta esasperato con la controparte occidentale, nel tentativo di raggiungere quella supremazia mondiale sfuggita sia agli zar che al colosso sovietico.

Inoltre, non bisogna sottovalutare il fatto che, mostrando i muscoli alla Russia, Europa e NATO non fanno altro che creare un nemico esterno utile a Putin per cementare ulteriormente il suo fronte interno e acquisire più consenso, ora sensibilmente in calo a causa delle difficoltà economiche scaturite dalle sanzioni.

Un dialogo tra le parti è senza dubbio possibile, ma la cautela dovrà essere una costante imprescindibile: il compromesso a cui si giungerà, diverso da questa effimera tregua, dovrà mantenere intatta l’Ucraina, accrescere il peso internazionale dei principali paesi europei ed evitare un eccessivo rafforzamento di Putin. Più facile a dirsi che a farsi, poiché probabilmente ci troviamo di fronte alla crisi più delicata degli ultimi quarant’anni.

Filippo Malinverno

Foto: radiocittàfujiko.it e Repubblica

Il caso Tellini e l’invasione di Corfù decisa da Mussolini. Conseguenze e valutazioni

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By Filippo Malinverno

Dalla tesi “Il caso Tellini: la questione del confine greco-albanese dall’eccidio di Giannina all’occupazione di Corfù” di Filippo Malinverno.

Capitolo II: la crisi di Corfù

2.1. La reazione di Mussolini all’eccidio

Il 27 agosto 1923, con un allarmante comunicato, l’ambasciatore italiano ad Atene, Montagna, informò l’allora Primo Ministro e Ministro degli Esteri Benito Mussolini, al potere da poco meno di un anno, dell’efferato omicidio di ufficiali italiani avvenuto sul suolo greco.

Appena ricevuta la tragica notizia, Mussolini ordinò al proprio ambasciatore in Grecia di “fare le più energiche rimostranze a codesto governo facendo al tempo stesso ampie e complete riserve per tutte le riparazioni che ci saranno dovute e che pretenderemo dopo accertamento dettagliato dei fatti”.

Sottolineando la “gravissima responsabilità che incombe alla Grecia”, Mussolini non ricorse alla Società delle Nazioni per risolvere la questione, né si consultò con le quattro grandi potenze dell’Intesa (Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti e Giappone), ma decise di agire in autonomia per mettere in atto una dimostrazione di forza.

Non appena ebbe ricevuto la notizia dell’eccidio, il Duce scrisse all’Ambasciatore Montagna di chiedere al governo greco delle riparazioni per il danno subito dall’Italia, definite da Mussolini stesso le “minime compatibili colla gravissima offesa di cui la Grecia si è resa responsabile verso l’Italia”; insieme alla nota per l’ambasciatore, il capo del governo italiano allegò anche un documento contenente tutte le richieste di risarcimento, economico e morale, che Atene avrebbe dovuto adempiere in favore di Roma entro ventiquattro ore.

L’allegato, inviato da Mussolini a Montagna in italiano, fu poi inoltrato dallo stesso Montagna al Ministro degli Esteri greco Alexandris, in lingua francese, e conteneva le seguenti richieste:

1. la presentazione di scuse formali da parte del governo greco a quello italiano;
2. lo svolgimento di una solenne cerimonia funebre per le vittime del massacro da tenersi ad Atene, in presenza di tutti i membri del governo greco;
3. gli onori alla bandiera italiana da rendere nello stesso giorno della cerimonia funebre (l’Italia sarebbe stata rappresentata da alcune navi della flotta mediterranea);
4. l’apertura di un’inchiesta alla quale avrebbe dovuto partecipare anche un rappresentante italiano, il colonnello Perrone;
5. la punizione capitale per tutti gli autori del crimine;
6. un’indennità di 50 milioni di lire a titolo di risarcimento;
7. gli onori alle salme dei caduti all’atto dell’imbarco per ritornare in Italia.

Nel documento ufficiale, le richieste italiane erano svariate e, in parte, inaccettabili per il governo greco, soprattutto con un ultimatum così ridotto.

Se Atene accettò senza protestare le riparazioni contenute nei punti 1, 2, 7 e, parzialmente, 3, gli ellenici respinsero categoricamente tutte le richieste dei punti 4, 5 e 6, rifiutando così ogni sorta di coinvolgimento nell’omicidio Tellini e dichiarando che l’affermazione italiana riguardo l’offesa greca ai danni di Roma era totalmente ingiusta.

La pena capitale per i colpevoli poteva anche essere accettata, ma il pagamento di 50 milioni di lire come risarcimento e la partecipazione di un delegato italiano, il colonnello Perrone di San Martino, alle indagini erano condizioni che, se accettate, avrebbero comportato l’implicita ammissione di colpa da parte della Grecia: i greci, dunque, rifiutarono tre dei sette punti proposti da Mussolini.

La reazione che il rifiuto greco scatenò fu decisamente inaspettata. Già alle 3.00 di notte del 31 agosto 1923, Mussolini telegrafava al Re Vittorio Emanuele III l’intenzione di occupare l’isola greca di Corfù:

“In seguito a […] risposta che equivale in sostanza al rigetto delle richieste italiane ho disposto per la partenza di adeguate forze navali e per l’occupazione a carattere pacifico e temporaneo dell’isola di Corfù mediante lo sbarco di un contingente di truppe limitato per ora a 1.000 uomini”.

La mattina dello stesso giorno, al largo di Corfù iniziarono le operazioni militari. Lo sbarco fu accompagnato da un bombardamento navale, breve ma sanguinoso, dovuto ad un’ingiustificata iniziativa del comando della squadra incaricata dell’operazione: la flotta dell’ammiraglio Emilio Solari, dopo aver ricevuto il rifiuto della guarnigione greca di issare bandiera bianca sul forte in segno di resa, fu costretta prima a sparare di colpi a salve per intimare i nemici e poi, dopo un nuovo rifiuto, a bombardare con tiri di piccolo calibro il forte, causando diversi morti tra i civili greci. Dopo la cessazione del fuoco, lo sbarco sull’isola avvenne agevolmente per gli italiani, che non trovarono alcuna resistenza. Una volta appresa la notizia dell’azione militare italiana, il governo di Atene decise di appellarsi al Consiglio della Società delle Nazioni di Ginevra.

2.2. La comunità internazionale di fronte all’occupazione di Corfù e l’incompetenza della Società delle Nazioni secondo il governo italiano

In quei giorni, a Ginevra si stavano svolgendo le normali sessioni del Consiglio e dell’Assemblea della Società delle Nazioni e la vicenda di Corfù era ovviamente sulla bocca di tutti: i vari delegati non si risparmiarono a criticare l’azione di Roma, troppo decisa e troppo drastica secondo la maggioranza dei membri.

Mentre la Grecia, inizialmente propensa a negoziare con Roma, aveva ritenuto opportuno, dopo l’occupazione della sua isola, rivolgersi al Consiglio della SDN e smettere di trattare con l’Italia, Mussolini e Salandra, delegato italiano a Ginevra, erano decisi a non sottoporre la questione alla neonata organizzazione internazionale, in quanto l’occupazione di Corfù non poteva essere considerata da un punto di vista giuridico un atto di guerra ricadente nell’articolo 15 del Covenant: a risolvere la questione, secondo l’Italia, doveva essere invece la Conferenza degli Ambasciatori, organo nel quale Mussolini avrebbe potuto contare sull’appoggio di Gran Bretagna, interessata a concludere la vicenda pacificamente per difendere i suoi interessi nel Mediterraneo, e Francia, desiderosa di un appoggio italiano nella questione della Ruhr.

Mussolini stesso, ben sapendo che l’attrito italo-greco sarebbe dipeso dalle decisioni di Londra e Parigi, nei giorni seguenti all’occupazione militare, aveva fatto sapere a diversi diplomatici in servizio a Roma che l’Italia sarebbe stata disposta ad abbandonare Corfù solamente se la questione fosse stata affidata alla Conferenza degli Ambasciatori; in caso contrario, gli italiani avrebbero continuato ad occupare l’isola, rischiando così di creare problemi che nessuna delle due grandi potenze europee aveva voglia di affrontare.

Dunque, cosa costava a Londra e Parigi esaudire i desideri di Mussolini e affidare la vicenda al giudizio della Conferenza?

Fondamentalmente niente. Accontentando il Duce, Francia e Gran Bretagna non avrebbero perso niente, anzi, avrebbero mantenuto buoni rapporti con l’Italia, potenza assai più influente della Grecia, avrebbero evitato di dover affrontare ulteriori problemi e avrebbero comunque tutelato i loro interessi nel Mediterraneo. Differente era invece la posizione delle piccole potenze, fortemente interessate a valorizzare il ruolo dell’organizzazione internazionale nel tentativo di strappare qualche concessione territoriale in futuro: molti dei loro rappresentanti temevano che un’eventuale esclusione della SDN dalla vicenda avrebbe inficiato il suo stesso ruolo nel panorama internazionale.

Ad ogni modo, Mussolini continuò a lottare nei primi giorni di settembre perché la questione fosse affidata alla Conferenza degli Ambasciatori. Le argomentazioni utilizzate da Roma per giustificare l’esclusione dell’organizzazione dalla crisi italo-greca furono quattro:

1. l’occupazione di Corfù non era un atto di guerra, ma soltanto di garanzia;
2. la Società delle Nazioni non poteva porsi come arbitro perché se lo avesse fatto avrebbe agito come un superstato (nessuno avrebbe mai voluto che la SDN diventasse tale);
3. il governo greco non era stato ancora riconosciuto da tutti;
4. la questione era già all’esame della Conferenza degli Ambasciatori (per iniziativa dell’Italia stessa).

Tra queste motivazioni, la più importante era la prima, in quanto si sostenne che la controversia con la Grecia non era un vero e proprio atto militare, ma, al contrario, riguardava esclusivamente l’onore e la dignità nazionale, visto che l’Italia aveva subito un’offesa in territorio greco ed era stata la vittima di un illecito avvenuto sotto responsabilità greca: dato ciò, la questione doveva essere esclusa dalle controversie contemplate negli articoli 11-15 del Covenant della Società delle Nazioni.

In pratica, l’occupazione di Corfù non era per gli italiani un atto militare, ma una sorta di occupazione di pegno o garanzia, categoria entro la quale faceva parte anche l’annessione della Bosnia-Erzegovina all’Austria-Ungheria, avvenuta nel 1908 (la delegazione italiana a Ginevra non mancò di sottolinearlo): essendosi la Grecia rifiutata di adempiere a tutte le richieste italiane, considerate da Roma più che legittime, Mussolini si era arrogato il diritto di reagire occupando militarmente un territorio greco a titolo di cauzione, almeno fino a quando Atene non avesse accettato le riparazioni in favore dell’Italia.

C’era poi la questione del bombardamento e della conseguente morte di alcuni civili greci, un incidente increscioso agli occhi dell’opinione pubblica internazionale; anche in questo caso però, l’Italia diede la totale colpa alla Grecia: infatti, era stato a causa del rifiuto greco di sventolare la bandiera bianca che l’ammiraglio Solari era stato costretto ad aprire il fuoco.

Per convincere Francia e Gran Bretagna, che di fatto tenevano le redini della SDN, della bontà delle sue motivazioni, Mussolini giunse anche a prospettare l’ipotesi di un ritiro dell’Italia dalla Società stessa nel caso in cui la crisi fosse stata affidata al giudizio dell’organizzazione ginevrina. Del resto, un eventuale ritiro dalla SDN non avrebbe fatto poi così tanto dispiacere all’Italia, dato che, in primo luogo, non c’era molta affinità fra i programmi revisionisti ed espansionisti del fascismo e i dogmi di tutela dello status quo sostenuti dalla Società, e, in secondo luogo, Roma era stata sempre considerata una potenza di seconda classe rispetto a Parigi e Londra.

Tuttavia, Mussolini era anche ben consapevole che, ritirandosi dall’organizzazione internazionale, l’Italia avrebbe senza dubbio perso peso politico a livello europeo, rischiando di patire un penoso isolamento diplomatico, cosa assolutamente da evitare per i progetti imperialisti del Duce.

Di fronte ad una possibile perdita di efficacia della Lega delle nazioni in caso di ritiro italiano, gli anglo-francesi lasciarono per un momento da parte i principi di sicurezza collettiva tanto cari alle piccole potenze balcaniche e favorirono così un compromesso che accontentava gli italiani di gran lunga di più che i greci, consentendo sia a Mussolini di salvare il proprio prestigio sia all’Italia di dimostrare la sua forza.

Alla fine, quindi, la questione venne risolta con l’accettazione, il 17 settembre 1923, da parte del Consiglio della Società delle Nazioni, della risoluzione adottata pochi giorni prima dalla Conferenza degli Ambasciatori, decisione che di fatto affidava alla Conferenza stessa il potere di giudizio finale sulla disputa italo-greca.

Il compromesso venne infine raggiunto il 27 settembre 1923, quando la Grecia, dopo la delibera internazionale del giorno prima, adempì alle richieste sottopostele dalla Conferenza degli Ambasciatori, che ricalcavano quasi in toto quelle italiane secondo la richiesta di riparazioni già inviata dalla Conferenza alla Grecia l’8 settembre, mentre l’Italia sgomberò l’isola di Corfù. La crisi venne così risolta senza colpo ferire.

2.3. Le origini della rivalità italo-greca: la violazione degli accordi di San Giovanni di Moriana

La crisi di Corfù del 1923, nonostante non condusse a nessun conflitto armato fra le due potenze protagoniste, dimostrò alla comunità internazionale la grande rivalità esistente tra Grecia e Italia nello scenario adriatico-balcanico. La prova di forza di Mussolini fu il primo vero scontro militare in cui Atene e Roma vennero coinvolte direttamente, ma la loro ostilità reciproca risaliva a diversi anni prima, quando in Europa era ancora in corso la Grande Guerra.

Con il Patto di Londra del 24 aprile 1915, la Triplice Intesa aveva raggiunto un fondamentale accordo con il Regno d’Italia, accordo che prevedeva l’ingresso di quest’ultima in guerra contro gli imperi centrali entro un mese dalla sua firma.

Tra le clausole del patto, che garantivano all’Italia ingenti compensi territoriali in caso di vittoria finale, ce n’erano diverse riguardanti l’influenza delle potenze dell’Intesa in Medio Oriente e in Anatolia, aree che erano di vitale interessi per tutti i belligeranti. Gli articoli in questione erano gli articoli VIII, IX, X e XII : negli art. VIII e X, rispettivamente, veniva innanzitutto stabilita la sovranità italiana sulle isole del Dodecaneso e sulla Libia, occupate dal 1912 dall’esercito italiano in seguito alla vittoria contro l’Impero ottomano nella guerra italo-turca cominciata nel 1911.

Per il resto, le clausole erano estremamente vaghe e sostanzialmente non vincolanti: all’Italia veniva infatti riconosciuto in via generale l’interesse al mantenimento dell’equilibrio nel Mediterraneo e promessa, in caso di divisione totale o parziale della Turchia asiatica, un’equa parte nella regione mediterranea vicina alla provincia di Adalia, sempre tenendo conto degli interessi di Gran Bretagna e Francia. Così redatti, questi articoli avevano semplicemente un valore formale e non ponevano alle potenze vincitrici alcun obbligo di consegnare all’Italia i territori promessi dopo la fine del conflitto: per ottenere un’assicurazione più vincolante, Roma necessitava di un ulteriore accordo scritto.

Fu per questo motivo che, il 24 aprile 1917, alla fine di una lunga trattativa che vide protagonista il ministro degli Esteri italiano Sidney Sonnino, vennero firmati gli Accordi di San Giovanni di Moriana fra Italia, Gran Bretagna e Francia. Anche la Russia avrebbe dovuto partecipare alla firma, ma essendo il regime zarista ormai crollato e la Rivoluzione d’ottobre alle porte, San Pietroburgo non poté inviare nessun rappresentante.

Secondo i termini degli accordi, che precisarono le ambigue clausole del Patto di Londra sull’Anatolia, alla Francia sarebbe stata concessa la regione di Adana, mentre l’Italia avrebbe ricevuto tutta la restante parte sud-occidentale dell’Anatolia, tra cui la città di Smirne. Entrambe le sfere di influenza avevano come oggetto dei territori rivendicati dalla Grecia, la quale sperava di sfruttare la probabile vittoria degli alleati dell’Intesa per realizzare la più volte citata “Megali Idea”.

Con la fine del conflitto mondiale e l’avvio delle trattative di pace a Parigi, le carte in tavola sarebbero state di nuovo rimescolate: Francia e Gran Bretagna si trovavano di fronte, all’inizio del 1919, due potenze vincitrici, Grecia e Italia, pronte a riscuotere i compensi territoriali che gli spettavano. Anche la Grecia infatti, in cambio del suo ingresso in guerra a fianco dell’Intesa, che avvenne nel giugno 1917, aveva ottenuto delle promesse territoriali da parte degli anglo-francesi: la Tracia orientale, le isole di Imbro e Tenedo e la regione di Smirne, guarda caso promessa anche agli italiani. Si trattò evidentemente di un doppio bluff da parte di Londra e Parigi, che, di fronte alle gravose esigenze militari, fecero promesse al vento sapendo bene di non poterle mantenere una volta giunti alla fine della guerra.

Il doppio gioco anglo-francese emerse con chiarezza durante la Conferenza di pace di Parigi, dove il primo ministro greco, Eleftherios Venizelos, fece pressione su Clemenceau e Lloyd-George per ottenere i territori promessi alla Grecia due anni prima.

La stessa cosa fecero Sonnino e Vittorio Emanuele Orlando, rappresentanti italiani alla conferenza, ma, di fronte all’indifferenza degli alleati, gli italiani decisero di abbandonare Versailles dando inizio alla questione della “vittoria mutilata”, d’ora in poi costante della vita politica italiana dei primi anni Venti.

Approfittando dell’assenza della delegazione italiana, che sarebbe tornata a Parigi il 5 maggio, il primo ministro inglese Lloyd-George convinse Clemenceau e Wilson della necessità di appoggiare le rivendicazioni territoriali greche, impedendo all’Italia di avviare qualsiasi iniziativa militare per prendersi con la forza ciò che le spettava secondo gli accordi di San Giovanni di Moriana: non fu difficile per il premier britannico trovare un’intesa con i francesi e gli americani e alla fine Venizelos fu libero di ordinare al proprio esercito di occupare Smirne il 15 maggio 1919.

Le armate turche di Mustafa Kemal avrebbero poi sconfitto i greci in nome della propria integrità territoriale, ma fra Grecia e Italia era nato un contrasto che sarebbe poi esploso durante la Seconda Guerra Mondiale con l’attacco fascista alla Grecia nell’ottobre 1940. La crisi di Corfù fu solo una scintilla che, almeno per il momento, non condusse ad uno scontro armato di larga scala.

2.4. Successo o danno? Le conseguenze sul piano internazionale

L’occupazione di Corfù e la conseguente crisi italo-greca furono un successo per l’Italia oppure una bruciante sconfitta? Politicamente parlando, questo gesto avventato non aveva certo giovato né all’Italia né alla reputazione di Mussolini all’estero; anzi, l’occupazione portò piuttosto a un raffreddamento delle relazioni italiane non solo con Atene, ma anche con Londra e Belgrado. D’altra parte, invece, Mussolini ottenne un grande successo, in particolare su due fronti: prima di tutto scosse il prestigio della Società delle Nazioni, organizzazione che di certo non gli suscitava simpatia, e, in secondo luogo, riuscì a dimostrare alle grandi potenze che l’Italia era capace di ottenere ciò che voleva anche con la forza e che il ruolo di Roma negli equilibri europei non poteva essere trascurato. Il Duce riuscì così a difendere l’onore dell’Italia di fronte a quelle grandi potenze che l’avevano sempre guardata con superiorità e distacco.

Emblematiche sono le parole del Duce in merito proprio alla Società: “la Società delle Nazioni è un duetto franco-inglese; ognuna di queste potenze ha i suoi satelliti e i suoi clienti, e la posizione dell’Italia fino a ieri, nella Lega delle nazioni, è stata di assoluta inferiorità”. Ora però, con la risoluzione in favore dello Stato fascista della questione di Corfù, la situazione era nettamente cambiata e Roma era riuscita a garantirsi il rispetto di Francia e Gran Bretagna.

Rimaneva da decidere se rimanere dentro la Società oppure abbandonarla: una scelta difficile, che andava analizzata in tutti i suoi pro e contro.

Lasciare la Lega avrebbe sì dato un segnale forte alle grandi potenze, ma avrebbe anche escluso l’Italia dai giochi di potere continentali e mondiali.

Il Duce stesso, nel suo discorso al Senato del 16 novembre 1923, ribadì che “niente può impedire che altri agiscano all’infuori di noi od anche contro di noi”, tuttavia un’uscita dalla Lega avrebbe comportato la violazione del “trattato di Versailles e di tutti gli altri trattati, perché il patto della Lega è parte integrante di tutti i trattati di pace” .

Non si poteva quindi abbandonare l’organizzazione, ma si doveva comunque lavorare e adoperarsi per cambiare diverse condizioni quasi avvilenti di inferiorità nelle quali l’Italia si trovava allora: l’obiettivo di Mussolini sarebbe stato cercare di stabilire un’uguaglianza totale fra il Regno d’Italia e le altre due maggiori potenze della Società, Francia e Gran Bretagna. Il Duce aveva compreso che, nonostante le difficoltà e i malfunzionamenti, la Lega delle nazioni era pur sempre il luogo in cui i grandi discutevano e prendevano decisioni riguardo a questioni internazionali di importanza assoluta. Bisognava restare, e Mussolini avrebbe dimostrato negli anni seguenti un atteggiamenti più benevolo verso la Società, come dimostrò la partecipazione dell’Italia al Patto di Locarno del 1925, un documento pieno di buone intenzioni ma con scarsa valenza reale.

2.5. La dubbia liceità delle misure coercitive e la determinazione del soggetto leso

Prima di proseguire con l’analisi della disputa greco-albanese circa i confini, è necessario concludere il discorso sulla crisi di Corfù verificando, in primo luogo, se le misure coercitive prese contro la Grecia fossero lecite oppure no e, in secondo luogo, quale fosse o quali fossero i soggetti lesi nella questione italo-greca.

Riguardo al primo punto, dopo la chiusura dell’affare Tellini, il Consiglio della Società delle Nazioni decise di nominare un apposito Comitato di giuristi per fare chiarezza sull’applicazione degli articoli 12, 13, 14 e 15 del Covenant: l’obiettivo, vista la confusione che aveva generato l’eccidio di Giannina, era quello di precisare quali fossero le competenze della SDN nella soluzione delle controversie internazionali e di verificare se fosse o meno lecito ricorrere a misure implicanti l’uso della forza meno gravi della guerra (le cosiddette “measures short of war” ) per tutelare un proprio diritto o interesse.

Dopo diverse analisi, il Comitato avrebbe tuttavia risposto in modo insoddisfacente ai quesiti sopracitati, in quanto i giuristi affermeranno che non può stabilirsi in astratto se misure del tipo di quella presa dall’Italia siano compatibili o meno con lo Stato della Società delle Nazioni: l’incompletezza di questa risposta deve far riflettere sulla grande ambiguità che avvolgeva le disposizioni contenute nel Covenant riguardanti l’uso della forza, visto che nemmeno degli esperti di diritto internazionale riuscirono a districare il nodo. Fortunatamente, nel 1945 le grandi potenze avrebbero imparato la lezione, adottando una formula diversa e molto più chiara per l’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite, riguardante l’uso della forza: stando al suddetto articolo, tutt’ora vigente, misure come quelle prese dall’Italia nell’estate del 1923 sarebbero categoricamente vietate.

Passando alla seconda questione, ovvero la determinazione del soggetto leso, si può notare come, almeno inizialmente, l’Italia si considerò come unica vittima indiretta dell’eccidio, dato che quattro suoi militari erano stati assassinati. A dimostrazione di ciò basta leggere il già citato telegramma di Mussolini a Montagna de 29 agosto 1923, dove il Duce ribadisce chiaramente che la Grecia è l’unica e vera responsabile dell’offesa recata ai danni dell’Italia; di un’eventuale offesa alla Conferenza degli Ambasciatori, che di fatto era il mandante della missione di Tellini, Mussolini e Montagna non fanno menzione.

Certo, Roma si rivolse subito alla Conferenza, richiedendo alla comunità internazionale che fosse questo organo ad occuparsi delle indagini e non, come volevano le piccole potenze, la Società delle Nazioni, ma questa richiesta era stata formulata unicamente con l’idea di ricevere il sostegno alle proprie richieste di riparazione da parte della Conferenza stessa.

La posizione degli Stati membri dell’organo internazionale era tuttavia diversa, poiché tutti concordavano sul fatto che il vero soggetto leso fosse la Conferenza degli Ambasciatori, essendo il generale Tellini nell’esercizio di una funzione da essa stabilita. Non a caso, anche la Conferenza inviò, il 31 agosto, una nota al Ministro degli Esteri greco Alexandris in cui protestava per l’increscioso delitto avvenuto in territorio greco e nella quale esprimeva l’intenzione di chiedere presto delle riparazioni.

Ma allora chi era stato il vero soggetto offeso? L’Italia, la Conferenza oppure entrambe?

Dopo lunghi giorni di dibattito, alla fine si giunse ad un ragionevole compromesso, con l’Italia che consentì l’invio di una nota collettiva ad Atene da parte di tutti i membri della Conferenza degli Ambasciatori. La richiesta di riparazioni giunse al governo greco l’8 settembre 1923: secondo questa nota, il soggetto leso era dunque la Conferenza, dato che si chiedeva che la presentazione delle scuse formali da parte della Grecia fosse fatta agli Stati membri della Conferenza e non solo all’Italia e, in secondo luogo, che il saluto alla bandiera fosse reso alle navi di tutti i membri della Conferenza che si trovavano in acque greche.

Tuttavia, allo stesso tempo si riconobbe che esisteva uno Stato più leso degli altri, l’Italia, alla quale spettavano speciali riparazioni: le navi italiane avrebbero guidato la flotta internazionale per ricevere il saluto alla bandiera e, cosa più importante, la Grecia avrebbe dovuto depositare 50 milioni di lire presso la Banca Nazionale Svizzera a titolo di cauzione in favore dell’Italia.

Anche in questo caso vediamo dunque che le grandi potenze e l’Italia seppero giungere ad un compromesso che non creasse ulteriori problemi, cercando di risolvere la questione nel minor tempo possibile e con il minor impiego di risorse. Nonostante ciò, Francia, Gran Bretagna e Italia non potevano ignorare che tutta questa crisi aveva radici ben più profonde della politica estera aggressiva di Mussolini: le tensioni fra Grecia e Albania erano una novità derivata dagli accordi di Versailles oppure erano un problema di lunga data?

Filippo Malinverno

La puntata precedente è al link Il massacro del generale Tellini sul confine greco-albanese, tra Islam balcanico e Cristianesimo ortodosso (13 febbraio 2015)

Segue il Capitolo III: Il confine greco-albanese

Foto: europinione.it

Il massacro del generale Tellini sul confine greco-albanese, tra Islam balcanico e Cristianesimo ortodosso

19230902_L'Illustrazione italiana_l'eccidio della missione italiana in Albania_gen Enrico TelliniBy Filippo Malinverno

Dalla tesi “Il caso Tellini: la questione del confine greco-albanese dall’eccidio di Giannina all’occupazione di Corfù” di Filippo Malinverno.

La mattina del 27 agosto 1923 a Zepi, lungo la strada tra Giannina e Kakavia, nei pressi del confine tra Grecia e Albania, la delegazione italiana del generale Enrico Tellini veniva trucidata da un gruppo di ignoti assassini, dopo essere stata inviata dalla Conferenza degli ambasciatori a tracciare materialmente la frontiera greco-albanese, all’epoca oggetto di contesa fra i due paesi.

Per giorni le indagini proseguirono tra scetticismi e misteri di vario genere, senza che nessuna autorità poliziesca riuscisse mai a trovare i veri colpevoli: chi furono i responsabili dell’accaduto?

Senza conoscere la risposta, il governo fascista di Mussolini, al potere da meno di un anno, reagì duramente contro la Grecia occupando l’isola di Corfù con la forza e superando la mediazione della Società delle Nazioni (SDN). In quei giorni l’Europa fu nuovamente vicina allo scoppio di un’altra guerra mondiale, solamente a pochi anni di distanza dalla fine della prima, a dimostrazione del fatto che la conferenza di pace di Parigi non aveva risolto la maggior parte delle rivalità presenti nel vecchio continente ma, invece, aveva aperto nuove ferite.

I Balcani si dimostrarono ancora una volta il focolaio di instabilità per eccellenza, dove etnie diverse e religioni diverse si confrontavano senza fine per imporre la loro cultura e realizzare il proprio sogno nazionale: dopo che la nazionalità serba era stata la maggiore protagonista del primo conflitto mondiale, ora albanesi e greci convogliarono i loro attriti sulla delegazione italiana del generale Tellini, innocente vittima di una violenza perpetrata da ignoti.

La questione del confine greco-albanese, già presentatasi nel 1913 dopo le due guerre balcaniche con la nascita dell’Albania indipendente e rimasta in sordina fino al 1919 a causa della guerra, tornò così in primo piano sullo scenario internazionale, anche se l’ardita mossa di Mussolini a Corfù avrebbe presto fatto dimenticare al mondo occidentale la sua esistenza.

Anche in questo caso, se gli Stati balcanici si mostrarono desiderosi di perseguire le proprie aspirazioni territoriali, le grandi potenze europee vincitrici della guerra, Gran Bretagna, Francia e Italia, preferirono tutelare i propri interessi in quell’area nevralgica del continente piuttosto che realizzare l’autodeterminazione dei popoli wilsoniana, inficiando così il ruolo della già debole Società delle Nazioni.

Accecate dalle loro brame di potere, le potenze dell’Intesa non si accorsero che dietro l’efferato massacro di Tellini e dei suoi uomini si nascondeva un problema molto più grave: la rivalità tra due popoli, albanesi e greci, e due religioni, l’Islam balcanico e il cristianesimo ortodosso, che sarebbe stata una costante per tutto il Novecento.

Quali furono gli autori dell’eccidio di Giannina? Quanto le rivalità greco-albanesi influirono sull’accaduto? La comunità internazionale si accorse che nei Balcani i conflitti non erano ancora stati sanati? Fece qualcosa per prevenirli?

In questo lavoro cercheremo di dare delle risposte a questi quesiti, analizzando cause e conseguenze di un eccidio che ancora una volta rischiò di far precipitare l’Europa nel baratro della guerra.

CAPITOLO I: L’OMICIDIO TELLINI

1.1. La Conferenza degli Ambasciatori

Nel 1922, dopo aver attentamente valutato tutte le variabili etniche e culturali, la Conferenza degli Ambasciatori nominò una commissione per tracciare fisicamente la linea di confine greco-albanese stabilita politicamente tra le dirette interessate e le potenze europee. Bisognava piantare i ceppi di delimitazione e la missione non era affatto agevole in un territorio così fortemente instabile e pericoloso: tutti i governi dell’Intesa conoscevano la delicatezza della questione.

La Conferenza degli Ambasciatori di cui trattiamo in questo lavoro non fu l’unica della storia, anzi. Prima del grande conflitto mondiale, lo scenario internazionale aveva già conosciuto la creazione di altre conferenze simili: queste erano sempre state viste come delle istituzioni diplomatiche per i negoziati e per la risoluzione delle dispute, che venivano convocate a seconda delle necessità del momento storico in questione. La Conferenza degli Ambasciatori di Tellini nacque, come quelle precedenti, dalla necessità di risolvere urgentemente alcune dispute territoriali ancora aperte, come, appunto, quella greco-albanese. All’inizio tuttavia, l’obiettivo di questo organo riguardava solamente la Germania.

Già nel luglio 1919 infatti, poco dopo la firma del Trattato di Versailles, il Consiglio Supremo alleato si era riunito al Quai d’Orsay, a Parigi, per discutere della creazione di un’apposita commissione che controllasse l’attuazione del trattato con la Germania e, di conseguenza, si occupasse poi di controllare l’esecuzione di tutti gli altri punti dello stesso.

A causa delle pressioni di Lloyd-George e Clemenceau, che volevano ridurre il più possibile i poteri dell’organo per assicurarsi un controllo rigoroso e totale sull’adempienza degli accordi da parte dei tedeschi, questa commissione non ebbe molto potere decisionale e soprattutto non fu affidata a veri diplomatici, ma a politici, fatto che senza dubbio indebolì il già flebile potere decisionale ed esecutivo della commissione stessa (solamente l’Italia, nominando come suo rappresentante Vittorio Scialoja, fornì l’esperienza diplomatica necessaria).

Una volta formata la Commissione, composta da un rappresentante per ogni nazione vincitrice (Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti, Italia e Giappone), si poteva pensare alla creazione di un organo permanente che avesse autorità in ogni questione che si sarebbe sollevata nel momento dell’entrata in vigore del trattato di Versailles. Così come nel Consiglio Supremo Londra e Parigi avevano chiarito che la commissione non avrebbe dovuto avere alcun potere esecutivo, all’interno della commissione stessa furono sempre Gran Bretagna e Francia ad inficiare l’efficacia dell’organo in via di formazione, che verrà poi chiamato Conferenza degli Ambasciatori: era evidente che, mentre Giappone, Italia e Stati Uniti cercavano di creare un’istituzione con ampi poteri che si elevasse al di sopra degli interessi nazionali, Lloyd-George e Clemenceau volevano utilizzarla come semplice strumento per far rispettare alla Germania il durissimo trattato di pace .

Il progetto fu poi approvato senza la partecipazione degli Stati Uniti a causa del voto contrario del Senato agli accordi di Versailles: con Washington fuori gioco, Francia e Gran Bretagna si ritrovarono tra le mani il controllo quasi assoluto sia della Società delle Nazioni che della Conferenza degli Ambasciatori in fieri.

Ma quali sarebbero stati i compiti della Conferenza? E quale il suo campo di giurisdizione? In teoria, secondo la bozza appena approvata, questo organo avrebbe dovuto occuparsi di sorvegliare il rispetto del trattato di pace da parte della Germania in merito a tutte le questione che non erano di competenza della SDN; tuttavia, ciò ad alcuni non bastava.

Mentre gli americani, che avevano comunque lasciato nell’istituzione come osservatore non partecipante l’ambasciatore Hugh C. Wallace, capirono, tacitamente supportati dagli inglesi, che il nuovo organo non avrebbe mai potuto essere una continuazione del Consiglio Supremo, Francia e Italia tentarono di allargare le competenza della Conferenza degli Ambasciatori, in particolare nei Balcani, dove entrambe le potenze avevano grandi interessi da tutelare.

Nonostante le pressioni italo-francesi, la Conferenza, che, ricordiamo, era un organo separato dalla Società delle Nazioni, fu creata, il 21 gennaio 1920, secondo la bozza originale.

Presto le sue competenze si sarebbero allargate notevolmente, arrivando a trattare anche questioni come quella della città libera di Danzica e la disputa tra Polonia e Cecoslovacchia per la città di Teschen.

Senza dubbio, Tellini e i suoi uomini pagarono la mancanza di chiarezza e di coerenza tra le parti all’interno dell’organo internazionale: l’uscita dalla politica europea degli Stati Uniti, lo scarso peso della Società delle Nazioni e le dissidenze fra gli alleati dell’Intesa in merito a numerose questioni territoriali e alle riparazioni di guerra furono tutti fattori che impedirono sia alla SDN che alla Conferenza degli Ambasciatori stessa di formulare una strategia europea condivisa da tutti, permettendo così agli interessi nazionali delle grandi potenze di prevalere sulla tutela del bene comune.

1.2. I prodromi dell’eccidio: l’insufficiente prevenzione greco-albanese contro il banditismo

Al suo arrivo in Albania nel 1922, il generale Tellini si era già accorto della pericolosità della missione che avrebbe dovuto compiere lungo un confine greco-albanese che ancora non esisteva formalmente.

Già da parecchi anni, quei territori erano dilaniati da un dilagante banditismo, sia greco che albanese, fenomeno che nessuna delle due polizie di Stato era in grado di controllare a causa della difficile morfologia della regione e del collaborazionismo dei villaggi di contadini con le bande di criminali.

Inoltre, le evidenti differenze religiose tra greci e albanesi non facevano che complicare la situazione, provocando continui attriti fra i vari gruppi nazionali: mentre i primi erano cristiani ortodossi, i secondi erano in maggioranza musulmani, essendo stati per secoli sotto il dominio dell’Impero ottomano (l’Albania conquistò l’indipendenza solamente nel 1913, per poi perderla nuovamente durante la guerra e riacquisirla nel 1920).

Questo scenario di instabilità non poteva che far preoccupare i governi di Tirana e Atene, ripercuotendosi anche sulla vita interna di entrambi i paesi. Già nel maggio 1921, per esempio, la stampa greca aveva accusato la Francia di essere l’istigatrice delle scorribande albanesi in Grecia: questa accusa non era del tutto infondata, dato che fin dal 1919 Parigi non aveva perso occasione per sostenere Mustafa Kemal nella guerra che avrebbe posto fine al sogno greco della “Megàli Idea”.

Due anni più tardi, all’inizio di agosto del 1923, il governo greco registrò poi un nuovo e intenso aumento delle scorribande e dei saccheggi albanesi nel proprio territorio, temendo che questi continui attacchi avrebbero potuto provocare lo scoppio di una nuova guerra balcanica, guerra che la Grecia, appena uscita sconfitta dal conflitto con la Turchia kemalista, non aveva né i mezzi né l’intenzione di combattere.

Essendosi la situazione lungo il confine gravemente deteriorata, il Ministro degli Esteri greco Alexandris, allo scopo “di evitare serie conseguenze che potrebbero non mancare per il risultato del frequente ripetersi degli atti”, invitò la Legazione albanese ad Atene a “intercedere con il suo governo così che un forte controllo potesse prevenire in futuro la formazione e l’entrata nel territorio greco di bande armate di ogni tipo”.

Sei giorni dopo arrivò la risposta albanese: Tirana, nonostante affermasse che il governo greco non aveva alcuna prova che dimostrasse che le bande in questione fossero albanesi, promise che avrebbe subito avviato delle indagini per scoprire i colpevoli. Era ovvio che l’azione dei banditi andava a danneggiare gli interessi di entrambi i paesi, i quali avevano l’obbligo di interrompere il fenomeno e prevenirlo; ma fino a che punto gli albanesi e i greci si volevano impegnare per arginare il banditismo?

Se, da una parte, la Grecia non perse occasione per accusare il governo di Tirana di collaborazionismo con le bande di criminali che agivano lungo il confine, dall’altra l’Albania, nello scambio di note con Atene, continuò a negare il suo diretto coinvolgimento nelle operazioni di saccheggio in territorio greco. Tuttavia, nonostante le smentite albanesi, i sospetti dei greci parevano essere fondati: in una nota inviata alla Legazione albanese il 23 agosto 1923, il governo di Atene elencò quattro specifiche bande albanesi, riconosciute e supportate dai funzionari locali di Tirana, che stavano operando nella zona dell’Epiro per aumentare il proprio controllo sul territorio.

In un’altra nota destinata all’Albania, datata 27 agosto 1923, data dell’omicidio di Tellini, il ministro Alexandris presentò poi un rapporto molto più dettagliato nel quale si diceva che, “in dispetto delle ripetute proteste del governo greco”, le incursioni si erano intensificate e, in secondo luogo, che l’azione di queste bande erano “tollerate da certi agenti subordinati albanesi”.

La lettera si chiudeva con un perentorio avvertimento, con il quale la Legazione albanese veniva spronata “ad intercedere con il suo governo per la cessazione di questi non amichevoli complotti”, i quali avrebbero potuto avere “serie ripercussioni nelle buone relazioni di vicinanza tra i due paesi”.

Insomma, la questione del banditismo di confine era un nodo di Gordio difficile da districare e che, forse, sia Albania che Grecia non volevano risolvere definitivamente. Del resto, se la Grecia era tanto preoccupata perché non si prodigò tanto per mettere in sicurezza il confine? E perché le indagini condotte dagli albanesi non sortirono alcun effetto benefico sulla situazione? Nel frattempo, mentre i diplomatici dei due paesi si scambiavano note e lamentele, il gruppo di Enrico Tellini veniva trucidato a Zepi.

1.3. Le dinamiche dell’assassinio

Il 27 agosto del 1923, il generale italiano Tellini aveva organizzato una ricognizione congiunta nella Drin Valley (una valle nel nord-est dell’Albania che corre lungo il fiume Drin) insieme alle delegazioni albanese e greca, le quali, essendo dirette interessate nella definizione dei confini, partecipavano regolarmente ai lavori della commissione della Conferenza degli Ambasciatori.

Il punto di ritrovo delle tre delegazioni sarebbe stato il posto di frontiera greco di Kakavia e l’orario di ritrovo era stato stabilito per le 9.00.

Quella mattina, alle 5.30 in punto, la delegazione albanese guidò il convoglio delle tre delegazioni partendo da Giannina; poco dopo, alle 6.00 si aggiunse la delegazione greca guidata dal colonnello Botzaris; infine, circa una mezz’ora dopo, partì da Giannina anche la delegazione italiana, composta dal generale Tellini, dal maggiore Corti (medico della spedizione), dal tenente Bonaccini, dall’autista Farnetti e dall’interprete albanese Thanassi Gheziri, un epirota di Leskovik.

L’ordine delle vetture era quindi il seguente: gli albanesi alla guida, i greci in mezzo e gli italiani a chiudere il convoglio. Poco prima delle 7.00 accadde un primo imprevisto: la Ford del colonnello Botzaris ebbe un guasto al motore e fu costretta a fermarsi in mezzo alla strada all’altezza del diciassettesimo chilometro del percorso Giannina-Kakavia, venendo raggiunta poco dopo dalla Lancia della delegazione di Tellini; declinando l’offerta di aiuto proposta dal tenente Bonaccini, il colonnello greco invitò gli italiani a proseguire verso Kakavia, affermando tuttavia che, a causa del guasto, il suo gruppo sarebbe arrivato in ritardo.

La vettura italiana dunque proseguì il viaggio, trovandosi ora nel mezzo del convoglio, posto che avrebbe dovuto essere occupato dai greci. A quel punto, mentre il colonnello Botzaris attendeva la squadra di riparazione, sopraggiunse sul luogo un’altra vettura, quella del nipote dell’Arcivescovo di Giannina, al quale, contrariamente a quanto suggerito agli italiani, fu impedito di proseguire oltre, dato che l’automobile guasta si trovava al centro della carreggiata.

Come mai a Tellini era stato permesso di proseguire e al nipote dell’Arcivescovo no? Più avanti cercheremo di risolvere questo dubbio.

Intanto, alle 10 circa del mattino, la delegazione greca era riuscita, dopo aver riparato il motore, a raggiungere la località di Zepi, tra il cinquantatreesimo e il cinquantaquattresimo chilometro sulla strada tra Giannina e Kakavia.

Lo spettacolo che si presentò davanti agli occhi di Botzaris e dei suoi commilitoni fu atroce: Tellini, Bonaccini, Corti, Farnetti e Gheziri giacevano morti intorno alla Lancia italiana.

Era evidente che si trattava di un efferato omicidio perpetrato tramite un’imboscata: dopo il passaggio dell’auto albanese alla guida del convoglio, gli assassini avevano sbarrato la strada con alcune sterpaglie per impedire alla vettura di fare qualsiasi manovra evasiva, poi, una volta giunta l’automobile, i banditi avevano sparato una raffica di colpi che colse di sorpresa Tellini e i suoi uomini.

Immediatamente, compresa la gravità del fatto, il colonnello Botzaris ordinò al 5° corpo d’armata dell’esercito ellenico di dare la caccia ai colpevoli perlustrando il territorio intorno a Zepi. Fu anche trasmessa alle autorità di Giannina una comunicazione che suggeriva di bloccare tutte le automobili provenienti da Argirocastro in Albania e, inoltre, il colonnello greco richiese alla delegazione albanese di rimanere a Kakavia, senza fornire alcuna motivazione ragionevole: più tardi, quest’ultima richiesta sarebbe stata fortemente criticata dalla Commissione di inchiesta interalleata.

Un’altra mossa criticata fu l’eliminazione, eseguita dai soldati greci, dei rami utilizzati dai banditi per bloccare la strada, rami che potevano fornire prove evidenti grazie alle impronte digitali o al taglio del legno, utile per sapere quale strumento si era usato per reciderlo dal tronco.

Perché i greci bruciarono questi rami pur non avendone bisogno per scaldarsi, dato che era estate?

Intanto, il governo greco e il governo albanese vennero informati dell’accaduto e Atene inviò subito una squadra per iniziare le indagini. Di questa squadra faceva parte anche il segretario del console italiano, Andrea Liverani, che si recò sul posto in qualità di osservatore: la commissione di indagine iniziale, infatti, era composta da soli ufficiali greci.

Tuttavia, né il 27, né il 28 né tantomeno il 29 e il 30 agosto gli inquirenti ellenici riuscirono a trovare prove schiaccianti che indicassero la nazionalità dei colpevoli; solamente il 2 settembre pervenne loro la testimonianza di due contadini greci, i quali avevano assistito dal vivo all’eccidio.

Grazie al loro contributo e ad altre testimonianze, raccolte grazie al compenso offerto dal governo greco a chiunque collaborasse, il rapporto finale delle indagini, pubblicato il 27 settembre 1923, affermava che “il crimine era stato pensato ad Argirocastro (Albania) ed eseguito da assassini su istigazione di persone albanesi ed eventualmente da autorità albanesi”.

Accuse gravissime, basate solo sulla testimonianza di qualche contadino greco che, probabilmente, aveva il dente avvelenato per via della a lui svantaggiosa determinazione della linea di confine; accuse alle quali il governo di Tirana rispose con fermezza, negando qualsiasi coinvolgimento nel massacro e controbattendo che la supposta banda di criminali albanesi avrebbe, per motivi di rivalità più accesa, dovuto casomai trucidare la delegazione greca e non quella italiana.

Ma allora perché il colonnello Botzaris aveva fatto passare avanti Tellini e non il nipote dell’Arcivescovo? Perché la delegazione albanese era rimasta a Kakavia e non era scesa fino al luogo dell’omicidio? Infine, perché la commissione di indagine era composta da soli greci e il caso era stato risolto in pochi giorni?

Tutti questi quesiti ci impongono di riflettere sull’eventualità che Atene cercasse un casus belli per risistemare il confine con l’Albania con la forza. Tuttavia, pare strano che, dopo la disastrosa sconfitta subita dai turchi, gli ellenici volessero impegnarsi in un nuovo conflitto che gli avrebbe reso ostile anche l’Italia e, con molta probabilità, la Francia. D’altra parte, è pur vero che un conflitto con gli albanesi e il possibile conseguimento di soddisfacenti vantaggi territoriali nell’Epiro avrebbero reso meno difficile da digerire il Trattato di Losanna con la Turchia del 24 luglio 1923.

Risulta difficile dire, per mancanza di prove evidenti, quale delle precedenti ipotesi sia vera; ciononostante, è certo che allora nessuno si aspettava la durissima reazione italiana contro la Grecia: in quei giorni l’Europa visse momenti di alta tensione, giungendo vicina allo scoppio di una nuova guerra.

Segue il Capitolo II: La crisi di Corfu’

Filippo Malinverno

Foto: Fiamme Cremisi