Archive for the ‘2005’ Category
giovedì, dicembre 29th, 2005 | 47 views
pubblicato da Embedded il 29 dicembre 2005
Chi ha seguito il Tg2 delle 20,30 di ieri avrà notato il servizio sulla visita del ministro degli Esteri italiano Gianfranco Fini nei Balcani. Nel montaggio delle immagini si sono visti tra i vari siti anche il monastero di Visoki Decani e il Villaggio Italia di Belo Polje, in Kosovo, di cui ho scritto nel post del 24 dicembre scorso.
Questa foto è stata scattata nella biblioteca del monastero, che viene protetto dai militari del contingente italiano della missione Kfor insieme con i monaci che ci vivono. Così è previsto dai compiti assegnati con la missione Nato.
Una situazione simile si è verificata anche 64 anni fa.
Nel libro conservato al monastero di Visoki Decani c’è la testimonianza di un ufficiale dei Carabinieri datata 25 maggio 1941. Dovendo garantire sicurezza al sito religioso, l’ufficiale è stato ospitato dai monaci e ha lasciato questo prezioso documento.
Mi piacerebbe trovare un commento a questo post da parte di quell’ufficiale o dei suoi discendenti.
UM ha scritto:
Un documento interessante sul grande gioco Balcanico, che si protrae almeno dall’ Ottocento. Anche poche righe di un semplice tenente de CC.RR. ci fanno assaporare la “geopolitica” vera.
UM (30/12/2005)
Foto: monastero di Decani
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mercoledì, dicembre 28th, 2005 | 58 views
pubblicato da Embedded il 28 dicembre 2005
Se periodicamente in teatro operativo si consuma la razione K in concomitanza della pulizia delle cucine, è anche vero che alla domenica in certi compound italiani viene servita l’aragosta.
Così mi è stato riferito a proposito della mensa di Villaggio Italia, a Belo Polje in Kosovo. A dire il vero io non l’ho mai vista perché non credo di aver mai mangiato a Villaggio Italia di domenica. E se anche l’ho fatto di sicuro all’aragosta non ci faccio caso (so che viene cotta viva e che “urla” con le chele legate dentro l’acqua in ebollizione: questo basta per farmi passare la fame).
Sarà una leggenda metropolitana, ma c’è una cosa che posso confermare: alla domenica i militari dei contingenti stranieri fanno la fila nelle mense italiane. Una specie di turismo gastronomico che conferma la qualità dei nostri menu serviti nei teatri operativi.
Che la razione K sia solo una scusa per mettersi a dieta?!
Tra i commenti pubblicati:
Le razioni ‘K’ in teatro vengono distribuite periodicamente per due motivi: il primo, per consumarle, altrimenti si rischia di farle scadere senza averle consumate; il secondo, per fare riposare gli addetti alla cucina e alla mensa. Sembra una sciocchezza, ma da loro può dipendere il buonumore degli operativi e quindi anche la loro sicurezza (Rosario di Palazzo).
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sabato, dicembre 24th, 2005 | 101 views
pubblicato da Embedded il 24 dicembre 2005
Il Capo di stato maggiore della Difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola, è atterrato ieri 23 dicembre all’aeroporto di Djakovica, sede del 1° Roa (reparto operativo autonomo) dell’Aeronautica militare italiana in Kosovo.
Un briefing a Villaggio Italia di Belo Polje, la grande base italiana vicino a Pec, e nel pomeriggio una visita al monastero di Visoki Decani che è difeso dai soldati italiani. Tra i compiti delineati nell’ambito della missione Kfor vi è infatti anche la “vigilanza ai luoghi di culto e alle aree sedi di minoranze etniche”.
I monaci del monastero di Visoki Decani hanno denunciato in passato di essere stati oggetto di lanci di sassi al loro passaggio nelle vie di Decani. “Ma in questo periodo la neve è alta – mi ha riferito scherzando uno di loro giovedì 22 dicembre – così i sassi non si trovano!”.
Il monastero di Visoki Decani è segnalato da cartelli stradali dallo scorso 9 dicembre. Come sono stati posizionati, però, i cartelli sono stati scarabocchiati con vernice. (foto: materiale proprio).
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giovedì, dicembre 22nd, 2005 | 66 views
pubblicato da Pagine di Difesa il 22 dicembre 2005
“L’attacco suicida contro un convoglio italiano a Herat si inserisce nell’ambito di una serie di attacchi simili che da un paio di mesi sono apparsi con maggiore frequenza sulla scena afgana e che hanno coinvolto anche le forze di Isaf”. Chi fa questa affermazione è il generale di corpo d’armata Mauro Del Vecchio, da agosto 2005 comandante della International Security Assistance Force (Isaf), dal suo quartier generale a Kabul. Il generale aggiunge: “Questo tipo di attacchi non è comune in Afghanistan e non rientrava nelle tecniche adottate finora dai talebani. Non è chiaro al momento, ed è quello che l’intelligence sta verificando, se queste tecniche siano state copiate o importate da altri teatri, come quello iracheno”.
“Le forze di Isaf – precisa Del Vecchio – visti i recenti attacchi contro i nostri mezzi e pattuglie e considerando anche il grande evento dell’inaugurazione parlamentare, hanno elevato lo stato di attenzione; sono state date direttive specifiche per fronteggiare tali rischi. Sono state riviste le modalità di pattugliamento e di comportamento ed è stata intensificata l’attività di intelligence svolta in collaborazione con le forze di sicurezza afgane. L’adozione di queste direttive e l’addestramento dei nostri militari ha permesso di prevenire l’attentato del 20 dicembre e di limitare i danni”.
Il generale Del Vecchio aggiunge: “Il conduttore del mezzo che è stato coinvolto ha notato il mezzo civile che si stava avvicinando in modo anomalo e gli ha impedito di inserisi all’interno del convoglio, obbligandolo a sorpassare sulla destra e poi a finire fuori strada. A questo punto il kamikaze si è fatto esplodere. Ma anche l’attacco di pochi giorni fa contro una pattuglia norvegese è stato prevenuto grazie all’adozione di misure e tecniche che hanno fatto sì che l’attacco fallisse”.
Del Vecchio conclude: “La mia lettura della situazione è che c’è un tentativo disperato da parte di queste organizzazioni ed elementi per riafferamare la loro vitalità ed esistenza con attacchi di grande effetto dal punto di vista mediatico in concomitanza di un evento di grande rilevanza per la vita del paese come l’apertura del Parlamento. Una recrudescenza prima del periodo invernale, che statisticamente ha visto sempre una diminuzione degli attacchi”.
Dunque, sono state messe in atto le procedure previste per evitare che l’attacco al convoglio andasse a segno. L’autista che la mattina del 20 dicembre a Herat, città dell’Afghanistan occidentale sede del Provincial Reconstruction Team italiano, chiudeva il convoglio formato da un fuoristrada Defender, un autocarro portacontainer e un Toyota Prado (tutti mezzi in organico al comando del Prt) aveva notato chiaramente l’auto che seguiva a velocità sostenuta.
Uno spostamento a sinistra per evitare il sorpasso e poi la chiusura dell’auto dell’attentatore che tentava a quel punto il sorpasso sulla destra. In questo modo la vettura carica di esplosivo è finita fuori strada esplodendo lontano dal convoglio. Al maresciallo capo Carmine Di Motta, al caporalmaggiore volontario in ferma breve Tommaso De Sio e al caporale volontario in ferma breve Alessandro Nonis, che stavano rientrando a Herat dopo un servizio esterno alla Forward Support Base, l’aeroporto di Herat, i sanitari hanno riscontrato ferite leggere causate dalla frantumazione dei vetri per lo scoppio dell’esplosivo.
Sul posto è subito intervenuta la Quick Reaction Force, la forza di impiego rapida, che con la polizia locale ha messo in sicurezza la zona. I militari feriti sono stati ricoverati all’ospedale militare spagnolo-bulgaro della Forward Support Base. I sanitari hanno confermato che le loro condizioni erano buone e non destavano preoccupazioni. Sembra che tali attentati, stando a rivendicazioni di cui non è verificabile l’autenticità, siano da ricollegarsi a gruppi di talebani. Va però tenuto presente – come ha detto anche l’ambasciatore a Kabul Ettore Francesco Sequi nel corso di un incontro di approfondimento sull’Afghanistan dopo le elezioni, organizzato a Milano dall’Istituto per gli studi di politica internazionale lo scorso 18 novembre – che “la cultura del kamikaze non fa parte dell’Afghanistan”.
A questo punto si riapre la discussione su una situazione frammentata del potere in Afghanistan. La vittoria di molti signori della guerra alle recenti elezioni parlamentari potrebbe minare la forza del potere centrale di Kabul e permettere infiltrazioni di terroristi, coltivazioni di oppio e traffici illegali. La questione della porosità dei confini con il Pakistan ha spinto il presidente Hamid Karzai a chiedere l’aiuto dei governi confinanti e la collaborazione delle organizzazioni internazionali per evitare il progressivo rinforzo della illegalità.
In questo clima lunedì 19 dicembre si è inaugurato il nuovo Parlamento afgano: 351 membri, di cui 249 della Wolesi Jirga, l’assemblea nazionale, e 102 della Meshrano Jirga, il senato. Il presidente Karzai ha dichiarato: “Questa riunione dimostra che tutto il popolo dell’Afghanistan è unito ed è un passo importante verso la democrazia”. Il 91enne Zahir Shah, ex monarca afgano rovesciato nel 1973 con un colpo di stato ed esule a Roma, era presente alla cerimonia. “Ringrazio Dio perché oggi mi trovo a partecipare a una cerimonia che rappresenta un passo verso la ricostruzione dell’Afghanistan dopo decenni di combattimenti. Il popolo afgano vincerà” sono state le sue parole.
Un quarto dei seggi della Wolesi Jirga e un sesto della Meshrano Jirga sono occupati da donne. Nel Parlamento siedono anche signori della guerra che combatterono contro l’occupazione sovietica, ex comunisti e talebani che si sono dissociati dal “regime medioevale”, come lo aveva definito il ministro degli Esteri Gianfranco Fini lo scorso agosto a Camp Invictia. In Parlamento si è presentata anche Malalai Joya, la parlamentare 27enne eletta nel collegio di Herat e conosciuta per aver attaccato pubblicamente i signori della guerra. Lunedì ha dichiarato ai giornalisti che gli uomini e le donne dell’Afghanistan “sono come piccioni che sono stati liberati dalle gabbie dei talebani, ma ai quali sono state mozzate le ali e che sono finiti nelle grinfie di vampiri che succhiano loro il sangue”.
A fianco dell’apparato di sicurezza nell’ambito di Isaf esistono anche momenti dedicati agli aiuti umanitari, destinati alla crescita del paese. A Kabul i militari del Cimic della brigata alpina Taurinense, che opera nell’ambito della missione Isaf e costituisce la Kabul Multinational Brigade (Kmnb) comandata dal generale di brigata Claudio Graziano, hanno consegnato 250 paia di scarpe al centro ortopedico Ali-Abad. Il centro è una struttura della Croce Rossa Internazionale ed è gestito dal medico italiano Alberto Cairo che opera a favore delle vittime delle mine. La raccolta delle scarpe, effettuata in Italia dalla sezione di Biella della Associazione nazionale alpini, rientra nel progetto Torino-Kabul 2005 elaborato dal comando Reclutamento forze di completamento interregionale nord e il comune di Torino.
Il progetto è finalizzato al sostegno dell’infanzia e della educazione scolastica. Il generale Graziano, sottolineando la vicinanza dei militari italiani al popolo afgano, ha affermato: “La brigata multinazionale fornisce sicurezza alla provincia di Kabul e la sicurezza si crea anche realizzando un rapporto di fiducia con la popolazione. In sinergia con l’ambasciata i militari italiani stanno sviluppando alcuni progetti per aumentare il rapporto di fiducia già esistente, concentrandosi principalmente nei settori dell’educazione e istruzione. Far conoscere meglio l’Italia e conoscere meglio questo paese è un chiaro segno di una comunità d’intenti”.
Oltre alla ristrutturazione di un asilo e di una scuola media del Distretto 5 di Kabul il progetto Torino-Kabul 2005 ha pensato anche all’università, grazie ai circa ottomila euro messi a disposizione dal Rotary club Polaris di Torino. L’ambasciata d’Italia a Kabul ha reso disponibili 20 borse di studio per gli studenti del corso di italiano, la cui insegnante è Chiara Ciminello, affinché possano approfondire lo studio della lingua direttamente in Italia dal 1° febbraio al 31 marzo 2006. L’ambasciatore Francesco Sequi ha dichiarato agli studenti al momento della consegna delle borse di studio che è loro compito “fare da ponte alle due culture”.
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venerdì, dicembre 16th, 2005 | 100 views
pubblicato da Pagine di Difesa il 16 dicembre 2005
Dal prossimo 15 dicembre i militari del contingente italiano svolteranno a destra appena usciti dall’aeroporto: direzione Butmir. Non più verso la città di Sarajevo percorrendo il viale dei cecchini, dunque, poiché la loro caserma non sarà più la centralissima Tito Barracks. Quella che è stata riconosciuta come la casa degli italiani per dieci anni sta per essere restituita al governo bosniaco.
“Si chiude una pagina di storia dell’Esercito Italiano” commenta il colonnello Francesco Diella, che dal 15 giugno è al comando del 17° reggimento artiglieria contraerei ‘Sforzesca’ di Sabaudia ed è attualmente comandante del contingente italiano in Bosnia. Il 15 dicembre Diella cederà il comando del contingente al colonnello Antonio Rendine, comandante del 7° reggimento bersaglieri di Bari. Da allora il contingente italiano sarà a Camp Butmir, a qualche chilometro dal centro di Sarajevo e dalle due torri commerciali che con i loro led luminosi indicavano ora, data e temperatura ai militari della Tito.
“La Tito consentiva al militare appena arrivato di avere subito un impatto con la città – spiega Diella – e con la parte più significativa di Sarajevo; usciti dall’aeroporto cittadino si svoltava a destra e si percorreva un lungo tratto del viale dei cecchini passando di fianco al fiume Miljacka e ai palazzi scheletriti dell’Onu e del Parlamento”. Il viale dei cecchini, meno noto con il suo nome di via maresciallo Tito, è stato nominato spesso nelle cronache di dieci anni fa. Lì si accaniva l’attività di cecchinaggio contro chiunque lo percorresse nel periodo che va dal 1992 alla primavera del 1996. Era il periodo dell’assedio di Sarajevo e il passaggio dei pedoni sul viale veniva protetto da container e coperte stese sui fili tirati da cassone a cassone.
“La prima immagine che ebbi della città fu proprio quella. La situazione appariva tranquilla, ma la gente era tesa perché il futuro, dopo gli accordi di Dayton che portavano a una suddivisone territoriale non corrispondente alla situazione esistente, era una grande incognita”. Così ricorda il generale di divisione Sandro Santroni, nel 1995 colonnello, a capo di un distaccamento avanzato di una quarantina di uomini: i primi militari del contingente italiano ad arrivare a Sarajevo nell’ambito della missione Nato.
“In realtà – chiarisce Santroni – arrivammo in città alla vigilia del passaggio di responsabilità dall’Onu alla Nato e non mostravamo ancora le nostre insegne dato che ufficialmente c’erano ancora i caschi blu che stavano alla Tito Barracks”. Con Santroni nei primi giorni a Sarajevo c’era anche il suo superiore, il generale di brigata Agostino Pedone, oggi generale di corpo d’armata in pensione.
“Fu proprio ai caschi blu francesi che chiedemmo accoglienza per la notte – continua il generale Santroni – e la Tito fu il nostro primo letto”. Quei primi italiani a Sarajevo rimasero alla Tito una decina di giorni, “il tempo di sistemarci all’hotel Bjokovo a Vogosca, un comune abitato da serbi ma destinato a divenire entità etnica musulmana per effetto degli accordi di Dayton”.
Santroni comandava un distaccamento con mansioni logistiche: “Il nostro compito era trovare alloggio per il grosso del contingente che sarebbe arrivato dall’Italia per la missione Ifor (Implementation Force) della Nato. I militari italiani dovevano sistemarsi sia in area serba che in area musulmana, proprio per garantire l’osservanza degli accordi di Dayton”.
“Si trattava di una missione del tutto nuova – racconta il generale Agostino Pedone – sia perché fu a carico di noi militari la ricerca dei compound e degli alloggi dove sistemare il contingente italiano sia perché la Nato interveniva per la prima volta al di fuori del proprio territorio di giurisdizione e al di fuori del proprio mandato”. Il generale Pedone ricorda le difficoltà dovute al mancato riconoscimento della Republika Srspka da parte del ministero degli Esteri italiano: “Dovevamo andare a firmare tutti i contratti per gli alloggi a Pale, là ogni trattativa veniva filmata dalla televisione serba e riprodotta a Sarajevo”.
Pedone rientrò in Italia dopo i primi giorni e quando a metà gennaio 1996 tornò a Sarajevo fu per andare a comandare un complesso di forze che comprendeva il battaglione logistico e l’ospedale da campo alla Tito Barracks. “Alla Tito si erano installati dei civili bosniaci di etnia musulmana – riferisce il generale riportando un episodio inedito – senza domandare niente a nessuno. Sembrava che non se ne volessero più andare e così ponemmo loro un ultimatum. Era pronto un piano per intervenire con la forza, ma prima dello scadere della mezzanotte del 19 marzo 1996, ora e data dell’ultimatum, se ne andarono”.
“La caserma Tito è diventata un piccolo pezzo di Italia a Sarajevo – ricorda ancora il colonnello Diella, ultimo comandante della casa degli italiani – ed è un punto di riferimento non solo per i cittadini ma anche per tutti gli italiani che lavorano a Sarajevo”. E’ un luogo di lavoro per molti sarajeviti che qui hanno trovato impiego nel settore dei servizi.
Kanita Focak, architetto da otto anni interprete con gli italiani alla Tito, ha visto tutte le trasformazioni che si sono susseguite a Sarajevo e nella caserma. “La Tito fu consegnata al contingente italiano in condizioni pessime: era devastata in quanto presa a bersaglio nel corso della guerra. Oggi la palazzina centrale è utilizzata per scopi culturali in connessione con l’università di Sarajevo”. La caserma subisce ora una nuova trasformazione per uso civile. Il sito “costruito nel 1878 dagli austro-ungarici – dice Kanita – verrà restituito al governo bosniaco entro giugno 2006. La sensazione è che si stia chiudendo una pagina di storia”.
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giovedì, dicembre 8th, 2005 | 56 views
pubblicato da Embedded l’8 dicembre 2005
Più embedded di così…
La torcia olimpica è arrivata ieri a Ciampino, sede del 31° stormo dell’Aeronautica militare italiana (Ami), a bordo di un C-130J dell’Ami. La fiaccola ha viaggiato “custodita in un supporto di sicurezza protetto argentato”, come riporta il comunicato stampa dell’Aeronautica militare.
Domani 9 dicembre il colonnello pilota e astronauta dell’Agenzia spaziale europea Roberto Vittori correrà con la fiaccola in qualità di tedoforo nella tratta di Castel Gandolfo.
In seguito “lo staff della torcia olimpica – come si legge nel comunicato stampa diramato dall’ufficio PI dello stato maggiore dell’Esercito – viaggerà a bordo di un elicottero Chinook CH47 per raggiungere Lampedusa il 22 dicembre”.
Il percorso da embedded della torcia olimpica non finisce qui. Sarà infatti portata dagli alpini il 21 gennaio a Belluno, il 4 febbraio a Pinerolo e alle porte di Torino dai Dragoni a cavallo del reggimento Nizza Cavalleria.
Il suo arrivo alle varie tappe sarà celebrato dalle bande e fanfare musicali dell’Esercito italiano. Nella tappa di Cortina sarà allestito uno stand dimostrativo dei corsi di roccia e del servizio di previsione meteorologica alpina dell’Esercito italiano.
Fonte: Aeronautica Militare Italiana
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domenica, novembre 27th, 2005 | 54 views
pubblicato da Embedded il 27 novembre 2005
Il maggiore Michael Wunn, portavoce delle truppe americane in Kosovo, ha inviato una mail all’agenzia France Presse ieri 26 novembre in risposta alle dichiarazioni rilasciate al quotidiano francese Le Monde dal commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa Alvaro Gil Robles.
Nell’edizione del 25 novembre di Le Monde Robles parlava di una “piccola Guantanamo” a Camp Bondsteel, nella mail di ieri Wunn riferisce che “Non c’è alcuna prigione segreta a Camp Bondsteel. È di pubblica notorietà che abbiamo qui un carcere della Kfor”.
E dell’esistenza dell’area di detenzione avevo scritto nel post di ieri richiamando una scheda di Globalsecurity, da cui si apprende che la struttura di detenzione destinata a chi commette irregolarità nel settore di pertinenza statunitense esiste dalla costruzione della base militare (giugno 1999).
E’ piuttosto il motivo – che ha ricordato a Robles quanto visto in Kosovo tre anni prima – ad avere rilevanza, cioè l’attuale questione sulla tortura per procura su cui Robles specifica di non avere elementi concreti per collegarsi a Camp Bondsteel. Ieri stesso l’alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea Javier Solana ha dichiarato alla radio spagnola Cadena ser che la questione relativa agli aerei della Cia e alle “piccole Guantanamo” in Europa sarà oggetto di inchiesta.
Botta e risposta veloci tramite un quotidiano e una radio. Ma altrettanta efficienza da parte del portavoce delle truppe Usa in Kosovo che in meno di 24 ore dall’uscita di Le Monde ha spedito una mail chiarificatrice all’agenzia di stampa francese France Presse.
Commenti:
Antonello, Martedì 29 Novembre 2005 ore 10:18
Una piccola riflessione relativa alla comunicazione adottata dal portavoce Wunn. In effetti la mail rappresenta un feed back non proprio tradizionale e molto diretto, rispetto ad un comunicato stampa “canonico”. Che stia cambiando qualcosa anche nel modo di impostare le relazioni con la stampa?
Paola Casoli, Martedì 29 Novembre 2005 ore 11:12
Ho proprio voluto dare questo taglio al post, in modo che ci riflettiamo tutti insieme. Tradizionalmente la mail viene utilizzata per diramare un comunicato stampa, in questo caso sembrerebbe usata come mezzo rapido in risposta a una urgenza comunicativa. Vedremo le tendenze future. Per ora chi ricorda casi simili me li comunichi per favore, così possiamo dare un carattere più scientifico all’osservazione.
Grazie Antonello per l’utile intervento.
Paola Casoli
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sabato, novembre 26th, 2005 | 50 views
pubblicato da Embedded il 26 novembre 2005
Camp Bondsteel è la base militare Usa situata a Urosevac, nel sud del Kosovo.
Ieri 25 novembre il quotidiano francese Le Monde ne ha parlato in apertura come di una “piccola Guantanamo”, riportando le dichiarazioni del commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa Alvaro Gil Robles che ha visitato la base nel settembre 2002.
Robles parla di un sito che visto dall’alto di una torretta sembra la ricostruzione in piccolo di Guantanamo. Dice di aver visto nel corso della sua visita al campo, accompagnato dall’allora comandante di Kfor il generale francese Marcel Valentin, tra i 15 e i 20 prigionieri vestiti di tute arancioni “come quelle dei detenuti di Guantanamo”.
A Camp Bondsteel, secondo quanto riportato da Globalsecurity, è dal 1999 che è presente un’area di detenzione interna alla base militare. Una struttura costruita con tende dalle pareti e dai pavimenti in legno compensato, con elettricità, luce e riscaldamento. Una zona docce e le misure di sicurezza perimetrali caratterizzano la struttura che ha sostituito le prime celle di detenzione provvisorie. L’area di detenzione di Camp Bondsteel, sempre secondo quanto riportato da Globalsecurity, è destinata a persone incarcerate in seguito a incidenti verificatisi nel settore di competenza statunitense.
A spingere Robles a ricordare pubblicamente quanto visto tre anni fa è la questione attualmente dibattuta sui siti di detenzione segreti della Cia e sui voli speciali per le persone sospettate di legami con Al Qaeda. “Non posso stabilire dei legami tra queste informazioni e Camp Bondsteel dato che non dispongo di elementi concreti al riguardo, ma penso che sia necessario esigere delle spiegazioni su questa base in Kosovo” conclude Robles.
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giovedì, novembre 24th, 2005 | 44 views
pubblicato da Embedded il 24 novembre 2005
La brigata multinazionale sud-ovest in Kosovo è a comando italiano dal 21 novembre. A circa un anno dal rientro in patria del generale di brigata Danilo Errico, che comandava la brigata l’anno scorso, il compound di Prizren in Kosovo torna a essere guidato da un italiano.
Lunedì scorso il generale di brigata Claudio Mora ha assunto il comando avvicendando il collega tedesco generale di brigata Norbert Stier.
L’unità situata nella zona sud occidentale del Kosovo è composta da circa 7 mila uomini di 13 nazioni e ha la responsabilità del 40% del territorio. Prizren è stata teatro di scontri tra diverse etnie nel marzo 2004. Nelle foto scattate un anno fa si possono vedere le case serbe bruciate.
La moschea nella foto è proprio a ridosso dell’area bruciata e contrasta con la chiesa ortodossa distrutta e saccheggiata. Giungendo a Prizren da nord ovest si passa accanto a una vasta area coltivata a vigneto. Un anno fa era incolta: apparteneva a un serbo che ha abbandonato il Kosovo in seguito ai disordini ai danni delle minoranze (il Kosovo è a maggioranza albanese). Mi è stato riferito che il vino prodotto da quel vigneto riforniva non solo l’area sud occidentale, ma anche la Croazia.
Foto: materiale proprio
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mercoledì, novembre 23rd, 2005 | 86 views
pubblicato da Embedded il 23 novembre 2005
Il modello esemplificativo della foto è stato immortalato un anno fa nel compound italiano Villaggio Italia a Belo Polje, Kosovo.
Riproduce un campo minato con vari ordigni, ma soprattutto permette di osservare da vicino l’insidia degli ordigni trappolati. Si tratta di fili di inciampo (nella foto sono grigi) che collegano una carica all’altra creando una pericolosa rete: se si inciampa in uno di questi si fa saltare la serie di cariche collegate.
Nell’erba è quasi impossibile notare i fili di inciampo per un profano. Ma vengono trappolati anche i feriti o le carcasse degli animali: rimuovendoli si salta in aria. Nel corso di prevenzione dei rischi per i giornalisti inviati in aree di crisi esiste una sezione di teoria dedicata all’insidia delle mine e degli ordigni esplosivi.
Se serve un ripasso in teatro operativo è utile rivolgersi agli artificieri del nucleo Eod (Explosive Ordnance Disposal) dell’Esercito italiano.
Foto: materiale proprio
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