Archive for the ‘tales’ Category

Clientelismo su base scientifica. Il metodo andreottiano

lunedì, maggio 6th, 2013 |

By Vincenzo Ciaraffa

E’ morto il senatore Giulio Andreotti, il politico più longevo e discusso dell’Italia repubblicana, e la campana a morto che rintocca per lui ci intristisce sinceramente, forse perché presagiamo che essa suona anche per noi che abbiamo fatto in tempo a votarlo, o ad incensarlo, o ad avversarlo.

Ritrovare il senso della nostra umana caducità al cospetto della sua bara non deve, però, impedirci di dare un giudizio sul politico la cui esistenza si è intersecata con quella di tre generazioni d’italiani. Su Andreotti boiardo della Democrazia Cristiana, sette volte presidente del consiglio, diciotto volte ministro, sette lauree honoris causa e presunto amico di Totò Riina, è stato scritto di tutto, troppo per una sola vita: per i suoi agiografi fu uno statista di eccelsa levatura, per i detrattori Belzebù in persona. In realtà non fu né l’uno, né l’altro e se – nel bene e nel male – potè giganteggiare sul proscenio politico nazionale per quasi settant’anni ciò fu dovuto unicamente al fatto che egli fu un attore estremamente versatile e disinvolto: poteva essere, allo stesso tempo, Commendatore della Corona d’Italia (cioè di fede monarchica) e parlamentare repubblicano senza problemi di coerenza o di principii.

Non vi era negozio politico o compromesso al quale si sottraesse se questo serviva alla conservazione del suo potere, che non fu né muscolare come quello di Craxi, né “sensuale” come quello di Berlusconi, ma molto più discreto e devastante. Infatti, la gestione e la conservazione del potere di Andreotti si basavano principalmente sulla scelta dei funzionari dello Stato, la quale avveniva non secondo un criterio meritocratico, ma per appartenenza partitica o correntizia, anzi, meno capacità possedevano i prescelti e più possibilità avevano di rifulgere nell’empireo andreottiano, dove non erano ammessi competitori.

Fu così che ci trovammo ad avere medici a dirigere gli istituti che amministravano le case popolari, geometri a presiedere le ASL e studenti universitari laureatisi grazie ad un incredibile numero di esami dati quando era in corso la campagna elettorale del solito docente di fede andreottiana.

Nel 1978, l’Inossidabile, com’era chiamato Andreotti dai suoi detrattori, arrivò al punto di nominare presidente della Consob, la commissione che vigila sulla Borsa, un suo fedelissimo perché si trattava di un «Industriale partecipante in società di esercizio cinematografico». In effetti, questi gestiva il teatro Brancaccio di Roma, famoso all’epoca unicamente per gli spogliarelli. Gli effetti perniciosi che una tale “selezione” ha prodotto sulla società italiana e sul funzionamento della macchina statale sono sotto gli occhi di tutti anche perché li stiamo pagando a caro prezzo. Qualche lettore obietterà che così facevano tutti i politici, il che è vero, solo che Andreotti fu l’unico a praticare il clientelismo su base scientifica!

Detto questo, non crediamo che egli sia mai stato mafioso, o protettore di mafiosi come Totò Riina, o autore di mene – più o meno segrete – volte a sovvertire lo Stato, anche perché non aveva nessun interesse a cambiare un sistema di potere che, ormai, gli calzava come un pedalino.

Ecco, se una colpa si deve addebitare al defunto senatore, è quella di aver potentemente contribuito a ridurre lo Stato come il pedalino delle ragioni partitocratiche e correntizie della Democrazia Cristiana e delle sue ambizioni personali.

Comunque, chi meglio di tutti riuscì a sintetizzare in poche righe cosa è stato realmente Andreotti fu Indro Montanelli il quale, come tutti ben ricordiamo, soleva intingere la penna nell’acido muriatico: «Quando si recano a messa insieme, De Gasperi si sofferma a parlare col Padreterno, Andreotti col sagrestano». Perché – sottintendeva l’inimitabile Indro – il sagrestano votava, il Padreterno no. Almeno fino a ieri.

Vincenzo Ciaraffa

Foto: 30giorni.it

La delusione dello stallone facilitatore

lunedì, aprile 15th, 2013 |

By Vincenzo Ciaraffa

Presso gli istituti zootecnici dove si pratica l’inseminazione artificiale, prima che il veterinario introduca il liquido seminale nel dotto genitale delle fattrici mediante una cannula, un focoso stallone è legato nei paraggi delle cavalle da inseminare e la cui presenza ha la funzione di eccitare le loro ovaie e far andare a buon fine quella che potremmo definire fecondazione assistita.

Ecco, quegli stalloni – che, poveretti, restano sempre con un palmo di naso – potrebbero essere definiti “facilitatori”.

Non è stato un caso, perciò, che Giorgio Napolitano abbia definito con questo stesso termine i cosiddetti dieci saggi da lui nominati il 30 marzo scorso, affinché, in dieci giorni (sic!), indicassero al Parlamento le cose più urgenti da farsi per evitare lo sprofondamento del Paese.

Insomma, i saggi dovevano essere i facilitatori di un Parlamento che, dopo cinquanta giorni dalle elezioni mentre scriviamo, non è riuscito a esprimere neppure uno straccio di governo.

La loro nomina, in realtà, doveva servire al Presidente della Repubblica da alibi per dare il tempo a Bersani di portare a termine l’assedio della fortezza dei grillini allo scopo di poter catturare dei voti che gli potessero assicurare una maggioranza al senato. E questo scenario l’ha sintetizzato molto bene una persona al di sopra di ogni sospetto, il “saggio Onida”, ai malandrini della Zanzara: «Siamo inutili, serviamo per coprire la fase di stallo».

Il diavolo, però, sa fare le pentole ma non i coperchi! Il tentativo quirinalizio, infatti, non ha ottenuto il risultato auspicato perché l’unica cosa che Bersani è riuscito a catalizzare nella sua disperata ricerca di alleati è stata un’altra raffica di vaffanculo da parte di Grillo. Sicché a pochi giorni dalla scadenza del suo mandato, il presidente si è ritrovato senza aver conseguito lo scopo e tra le mani una relazione di cui non sa cosa farsene perché essa è un imbarazzante insieme di ovvietà. Ne citiamo soltanto alcune, partendo dall’introduzione: «Questo documento non è un programma di governo, organico e sviluppato in un’ottica di lungo termine. Non può essere e non è un manifesto politico. Non è neanche una mera nota descrittiva dei problemi».

Che c…. è allora! E’ semplicemente fumo senza arrosto se non un arrosto vecchio e avariato come il superamento dell’attuale legge elettorale, l’abolizione di una Camera, la riduzione dei parlamentari, lo sviluppo economico equo e solidale: cose che gli italiani stanno sentendo da una vita senza che siano mai realizzate! Ciò che nessuno ha detto ufficialmente al Presidente Napolitano, ma che tutti i cittadini pensano, è che non ci volevano dieci saggi, nominati peraltro, senza il conforto della Costituzione, per additare alla politica dei problemi che si sono incancreniti perché quella stessa politica non ha saputo risolverli nel corso degli anni e in contingenze molto più favorevoli di quelle attuali.

Di questo deve essersi, alfine, accorto lo stesso Napolitano che ha pensato bene di mettere le mani avanti: «Le relazioni che mi sono state presentate questa mattina fanno parte delle mie consegne al nuovo Presidente della Repubblica, oltre che essere oggetto, in questi giorni, della mia riflessione». Come dire che se il 30 marzo scorso la relazione da partorirsi da parte dei saggi quirinalizi doveva (ufficialmente) servire a tratteggiare un programma, breve ed essenziale, per un governo di larghe intese, il 12 aprile quella relazione si è trasformata in “consegne” per il nuovo presidente della Repubblica.

Suvvia, Presidente, non faccia così: il suo successore non scenderà dalla luna e, perciò, conosce più che bene i problemi dell’Italia! D’altronde cosa potevano decidere d’innovativo dei “saggi” che sono essi stessi l’espressione dei poco saggi partiti sedenti in Parlamento e che stanno lottando con le unghie e con i denti per mantenere benefit e privilegi?

La riprova di questa identità di vedute è che essi non hanno proposto l’unica cosa che scuoterebbe veramente le fondamenta della casta di cui fanno parte e ridarebbe fiducia nelle istituzioni agli italiani: l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, abolizione sulla quale, peraltro, i nostri connazionali si sono già espressi una volta ed anche a schiacciante maggioranza.

Per rimanere nell’ambito del linguaggio da istituto zootecnico con cui abbiamo iniziato, possiamo terminare affermando che i “facilitatori” hanno assolto il loro compito che era quello di dare il tempo a Bersani di trovare una qualche soluzione miracolistica che gli consentisse di realizzare un governo che imbarcasse anche i grillini. L’operazione, però, non è riuscita. E adesso chi lo riporterà lo stallone deluso e infoiato nella stalla?

Vincenzo Ciaraffa

Foto: RaiGiornaleradio

Il Pentagono apprezza la grazia concessa dal Presidente Napolitano al colonnello Joseph Romano

lunedì, aprile 8th, 2013 |

La grazia concessa dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al colonnello statunitense Joseph Romano – condannato a una pena di cinque anni inflitta con sentenza della Corte d’Appello di Milano del 15 dicembre 2010, divenuta irrevocabile il 19 settembre 2012 , nell’ambito del rapimento dell’imam egiziano Abu Omar nel 2003 – è stata apprezzata dal segretario alla Difesa americano Chuck Hagel, che la considera coerente con la condivisione di vedute tra Italia e Stati Uniti in relazione agli accordi che regolano la NATO.

Ecco il testo della dichiarazione, datato 6 aprile 2013 (foto):

Statement by Press Secretary George Little on Clemency Granted to U.S. Air Force Colonel Joseph Romano

Secretary Hagel welcomes the news of President Napolitano’s decision to grant clemency to U.S. Air Force Col. Joseph Romano, and appreciates the Italian government’s careful consideration of this matter. The United States and Italy have a strong partnership on a wide range of issues, including close cooperation on NATO defense issues. We believe that this decision is consistent with the shared views of the governments of United States and Italy on the terms of the NATO Status of Forces Agreement.

Fonte: US Department of Defense

Foto: US Department of Defense

Sexy Easter from Sugar Lady

domenica, marzo 31st, 2013 |

By Sugar Lady


Foto: il congilietto azzurro è di Queen Square Leisure Society

Marò, non c’è più l’alibi della “tragedia dell’8 settembre”

sabato, marzo 30th, 2013 |

By L’Anacoreta

Con grande sorpresa e sommo stupore del nostro serafico e un po’ naif Premier, il Ministro degli Esteri qualche giorno fa si è dimesso. Non era d’accordo con la decisione di rinviare in India i due marò!!!

Beh signor ambasciatore ed ex ministro della repubblica, mi sembra un po’ tardi per una decisione di questo genere, anzi, mi sembra la solita moda italiana di fare il danno e poi di tirarsi indietro, lasciando che qualche altro risolva il problema e si addossi la responsabilità.

Magari andava gestita un po’ meglio sin dall’inizio la penosa storia dei due militari italiani consegnati a un paese straniero in barba a qualsiasi considerazione di tutela dell’immagine e degli interessi nazionali (che sono anche quelli di garantire che lo stesso stato, che ti ha ordinato di salire su quella nave per proteggere gli interessi privati dell’armatore, sia poi quello che giudichi le tue azioni nel bene e nel male).

Magari ci potevano anche stare delle dimissioni, ma quelle del Ministro della Difesa, e al momento iniziale della vergognosa abiura delle prerogative nazionali sul diritto di giudicare dei propri militari a cui era stato ordinato di svolgere un compito proprio dal nostro Ministero della Difesa!

Ma invece no! Il ministro della difesa non si è dimesso né allora né adesso.

Il riferimento, da questi fatto durante il suo intervento alle camere, all’ammiraglio Bergamini e alla sfortunata fine della corazzata Roma non poteva essere più calzante.

Infatti la vicenda della nostra nave da battaglia, affondata insieme ad altre navi al largo delle coste della Sardegna all’indomani dell’armistizio durante la seconda guerra mondiale, è sintomatico del nostro modo di agire quando c’è una situazione di crisi.

La sorte delle nostre unità, anche in quella occasione, è stato il frutto del solito insieme e miscuglio di italiche caratteristiche: ordini, contrordini, disposizioni poco chiare e contraddittorie, mancanza di assunzione di responsabilità, scarsa iniziativa nell’affrontare la situazione in atto, non rispetto e non condivisione delle regole. Allora c’era il grande alibi “della tragedia dell’otto settembre” che è servito come un efficace paravento, utilissimo a mascherare i difetti e le mancanze croniche di un’intera classe dirigente militare soprattutto, e politica; ma adesso?

Adesso l’attuale classe dirigente militare e politica dietro cosa può nascondersi per mascherare la sua incapacità e la sua inettitudine nell’aver gestito in questa maniera indegna la vicenda?

Come privato cittadino che legge i giornali e che si affida alla informazione proposta dal sistema mediatico (il nuovo Presidente del Senato ha recentemente indicato la pubblica informazione come uno dei garanti della libertà e correttezza democratica nel nostro paese – quindi non posso dubitare di quello che viene detto) mi interrogo per comprendere cosa potrebbe aver giustificato questa volta il comportamento della nostra classe dirigente.

La sindrome da “tragedia dell’otto settembre” mi sembra non reggere più (la nostra è una repubblica nata sulla resistenza che ha cancellato ed eliminato ogni rigurgito di mussoliniana e di regia memoria) e quindi devo pensare a qualche cosa d’altro.

Forse potrebbe essere la ragione economica, legata ad alcuni contratti di forniture di materiale e assistenza tecnica, non solo legato ai famosi elicotteri dell’Agusta, per cui, oltre all’imbarazzo sulle tangenti, un comportamento deciso del nostro paese sulle questione marò avrebbero reso le commesse e la collaborazione traballanti con il conseguente rischio di cancellazione degli accordi? Senza pensare alla pletora di ingegneri indiani presenti, a nostre spese, come consulenti presso le nostre aziende che non avremmo saputo dove mettere!!!!

O forse potrebbe essere la necessità di non alzare un polverone prendendo posizioni scomode che potrebbero pregiudicare un futuro incarico o posizione di prestigio di alcuni dei nostri rappresentanti politici in una prospettiva futura? Sai tu, questo governo tecnico è nato con un termine a scadenza, ma poi ne deve essere fatto un altro, quello politico, e poi fatto il governo inizia il valzer (dire meglio il can-can) delle poltrone delle aziende e degli enti pubblici.

Magari anche è stato il fatto che coinvolti nella faccenda vi erano due militari, che non essendo né operatori di pace né tutori dell’informazione libera, e quindi servitori di seconda categoria di uno stato ingrato, non hanno destato nessun interesse nella coscienza catto-comunista imperversante nel nostro paese. Quella coscienza che con fiaccolate, girotondi e pressioni politiche ha imposto azioni decise, per risolvere subito e immediatamente delicati casi analoghi del passato (mi riferisco alla vicenda delle due operatrici di pace sequestrate e della signora Sgrena, tanto per citarne alcuni).

Ma sicuramente non è nulla di tutto ciò. La causa di tutto è stata proprio la dilettantistica opera di tecnici che si sono improvvisati statisti senza averne né le capacità né la stoffa, cosa che ha determinato questo ennesimo pasticcio tutto italico.

Della nostra vicenda a livello internazionale non importa niente a nessuno, ma il risultato si riflette ancora una volta sulla nostra credibilità a poter interpretare con serietà e con affidabilità non solo qualsiasi ruolo in un consesso internazionale, ma anche a rappresentare una garanzia e una forma di tutela per gli stessi cittadini al servizio dello stato.

Il riflesso sulla nostra posizione in un contesto internazionale deriva dalla considerazione che, se non siamo capaci di tutelare i diritti dei rappresentanti del nostro stato all’estero, come possiamo essere credibili se dovessimo tutelare gli interessi di una coalizione o di un consesso di altri stati?

Concludo che, come cittadino comune, la mia impressione è che non ci sia stato un atteggiamento deciso e inequivocabile da parte non solo del nostro governo ma, soprattutto, da parte dei vertici militari.

Questi infatti, a parte una timida, e anche qui molto molto tardiva, affermazione del capo di stato maggiore della Difesa che ha parlato di “farsa”, hanno al solito seguito un profilo mediatico non basso ma inesistente, non prendendo alcuna posizione ufficiale. Magari il compito del rappresentante delle nostre forze armate è anche quello di prendere posizione e far sentire la propria voce, soprattutto quando si è in disaccordo su quello che viene adottato sulla pelle del personale che a lui è affidato e da lui dovrebbe essere tutelato. Esprimere il proprio disappunto e difendere il proprio personale per garantirne i diritti è anche questo un modo di servire quello stato che si è giurato di difendere!

L’Anacoreta

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Dai francobolli agli elicotteri. Sono sempre gli interessi di bottega a prevalere – By L’Anacoreta (18 febbriao 2013)

La vicenda dei Marò in Paola Casoli il Blog

Foto: carloforte.it

Marò: ma quale figuraccia internazionale, sembra piuttosto un voto di scambio

domenica, marzo 24th, 2013 |

L’orrore delle prime reazioni mediatiche italiane alla spedizione in India dei due fucilieri di Marina del reggimento San Marco, i marò sotto accusa dalla giustizia indiana per l’uccisione di due pescatori del Kerala, si è accompagnato alla considerazione dell’aggravamento dell’immagine del nostro paese sul piano internazionale.

Ciò è comprensibile, in quanto il timore che l’Italia appaia ora più debole e incerta sul piano internazionale è certamente legittimo. Ma non sembra essere altrettanto fondato. Non sul piano dell’influenza mediatica occidentale, almeno.

Al di fuori di qualche articolo di cronaca e qualche riferimento alla vicenda, che sono agevolmente rintracciabili sugli archivi online di BBC e CNN, la questione dei marò non sembra essere così rilevante sul piano internazionale, quello autorevole e che fa tendenza, intendo.

E infatti non lo è. Secondo una regola giornalistica di rilevanza, innanzi tutto, che tiene in conto ciò che ha valore in rapporto al target di diffusione dei media e, quindi, all’interessamento reale di chi poi se lo va a comprare, il giornale.

Secondo un interesse internazionale, poi, dato che i rapporti Italia-India non rappresentano un elemento di principale attrattiva quale sarebbe lo stesso rapporto tra potenze di rilievo o strategicamente interessanti, penso a Israele, Stati Uniti, Russia e, ai nostri giorni, Siria ed Egitto.

La riprova che la questione non interessa neppure i nostri vicini europei è confermata dalle dichiarazioni di Catherine Ashton, la baronessa rappresentante della politica estera dell’Unione Europea, in risposta alla lettera del gruppo facebook Ridateci i nostri Leoni: “Non sarebbe corretto per l’UE intervenire in una questione che è posta dinanzi alle competenti istanze giudiziarie di uno Stato Straniero.” L’Europa dà appoggio alla lotta alla pirateria, ribadisce il documento di risposta. Nessun dubbio, quello sì ha rilevanza internazionale.

Se poi si va oltre oceano, negli Stati Uniti, la prima cosa che ti chiedono i tassisti non è come stiano andando i rapporti con l’India, ma piuttosto come va la nostra economia e cosa caspita abbiamo intenzione di fare con il nostro governo.

Quello sì che rappresenta un elemento di interesse, perché l’economia italiana – e questo me lo ha confermato recentemente un conoscente che risiede nei Paesi Bassi e che lavora in una multinazionale – è il vero elemento di interesse sia in ambito europeo che statunitense. Siamo la quinta potenza economica nel mondo, questo è l’elemento concreto che davvero interessa la locomotiva globale.

Con questo non intendo dire che i marò non siano di interesse. Lo sono, certo che lo sono, ma solo sul piano interno. Italiano e indiano. Il fallimento della trattativa con l’India, questo “calare le braghe” che ha ricordato a molti una riedizione dell’8 settembre 1943, è un fallimento tutto nostro nei rapporti con l’India. Una notizia che può avere rilevanza giornalistica in India e in Italia.

Avrebbe potuto avere rilevanza internazionale se solo l’Italia avesse giocato fino alla fine la partita a scacchi – già vinta – con l’India, portando lo scacco matto della non restituzione dei marò per spingere l’India ad attuare la minaccia ventilata di togliere l’immunità diplomatica all’ambasciatore italiano a New Delhi, Daniele Mancino.

Allora sì che la relazione tormentata tra Italia e India sarebbe salita alle cronache internazionali occupando le prime pagine.

Perché l’India avrebbe disconosciuto la Convenzione di Vienna, di interesse internazionale, indirizzando minacce concrete a un rappresentante diplomatico. E la diplomazia è questione globale, se toccata si toccano gli interessi di qualsiasi stato del globo. Una rilevanza della notizia indiscutibilmente internazionale, non solamente sul piano mediatico.

La figuraccia non è dunque con l’Europa o con gli Stati Uniti, né tantomeno appare esserlo con l’India, paese che ha dimostrato di non avere una condotta chiara e lineare, per la mancata traduzione in inglese degli atti processuali relativi all’accusa ai marò, in primo luogo, per tutte le scorrettezze che ne sono seguite poi e per la messa in discussione, novità di ieri, e oggi ritrattata, della parola data per iscritto di non applicare la pena di morte nel caso i marò vengano dichiarati colpevoli dal tribunale indiano.

L’unica figuraccia che ha fatto l’Italia è con il proprio popolo. È con gli stessi marò, che sono rientrati in patria per dare il voto a chi poi li avrebbe rispediti in India dopo aver battuto la grancassa della non restituzione in virtù del diritto internazionale.

Questo mangiarsi e rimangiarsi la parola da parte dei vertici diplomatici, militari e politici italiani potrà essere ricordata nel futuro sul piano internazionale qualora l’India dovesse diventare quella gran potenza globale che vorrebbe essere. Perché allora sarà una potenza cresciuta sulle scorrettezze consentite e corroborate dalla debolezza dei vertici dell’Italia.

Il problema, dunque, è tutto nostro. Più che una figuraccia sul piano internazionale c’è invece il timore che la consegna dei due marò rappresenti una sorta di voto di scambio. Sullo sfondo c’è l’ombra dello stallo che si è venuto a creare con l’Agusta Westland per il contratto degli elicotteri che l’India dice di aver sospeso dopo la questione delle tangenti pagate dall’allora ad, Giuseppe Orsi, all’ex capo di stato maggiore dell’Aeronautica indiano, Sahsi Tyagi, notizia riportata dalle cronache giudiziarie dei due paesi.

Una situazione che potrebbe costare cara alla Agusta Westland, del gruppo Finmeccanica, non soltanto per l’affare messo in discussione dopo il lauto incoraggiamento già versato, secondo quanto ci ha fatto sapere la cronaca recente, ma perché in questo modo, e con l’implicazione dei vertici coinvolti nella vicenda giudiziaria, rischia di passare nelle mani degli inglesi della Westland, che ancora non hanno digerito di aver perso il loro impero e male hanno tollerato l’uscita di scena da una joint venture originariamente paritaria.

Questa, semmai, è l’unica implicazione, ora, sul piano internazionale.

E ancora di più preoccupa questa consegna se solo si prova a ipotizzare l’aspettativa di chi attende di conoscere il destino del contratto in sospeso: fa rabbrividire l’idea che qualcuno possa essere in attesa di conoscere la reale efficacia del sacrificio umano appena compiuto.

Ancor più triste appare la faccenda se si avvicina a questo bisbiglio il rumor che sta circolando in facebook a corredo di una foto dei due sfortunati marò. Nella didascalia viene fatto riferimento al ministro della Difesa, che si sarebbe “battuto come un leone in consiglio quel pomeriggio maledetto” e alle “sabbie mobili della politica, degli affari e della pavida/viscida Cooperazione allo sviluppo”; alla richiesta di maggiori chiarimenti la risposta viene procrastinata a martedì prossimo, quando si svelerà il tutto.

Dunque proprio nei prossimi giorni, se l’indiscrezione è fondata, sapremo cosa ha determinato l’immolazione dei due fucilieri della Marina Militare Italiana. Chissà, magari sì sarà una notizia di rilevanza internazionale.

PC

Foto da facebook

Marò, “malo e oscuro cammino”

sabato, marzo 23rd, 2013 |

By Vincenzo Ciaraffa

Il 19 febbraio scorso, su questo stesso blog, terminammo un articolo sui nostri due marò detenuti illegalmente in India adattando alla circostanza una frase, dedicata ai Carabinieri, che il bandito siciliano Salvatore Giuliano aveva inciso sul calcio di legno del suo mitra: «Per voi vedo malo e oscuro cammino».

Una quindicina di giorni dopo, invece, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone ritornarono in Italia con quella che, un tempo, i nostri militari di leva chiamavano impropriamente «licenza elettorale», concessa loro magnanimamente dall’India per farli venire a votare nel loro Paese in occasione delle ultime elezioni politiche.

I due Sottufficiali avevano appena calcato il patrio suolo che arrivò il ruggito del coniglio dalla Farnesina: «L’Italia ha informato il governo indiano che, stante la formale instaurazione di una controversia internazionale tra due Stati, i fucilieri di marina […] non faranno rientro in India alla scadenza del permesso loro concesso». Boom!

Soprattutto perché piacevolmente stupiti dall’infrequente, tardivo scatto di orgoglio del governo, su alcuni media nazionali e sui social network esplose la gioia del popolo della rete e di tutti quegli italiani che avevano tenuto desto il dibattito sulla vicenda dei due sfortunati militari del San Marco. Nella circostanza, infatti, alcuni quotidiani nazionali titolarono che il nostro governo aveva tirato fuori l’orgoglio, altri invece che aveva (finalmente) tirato fuori le palle!

Insomma sembrava che le fosche previsioni dello scrivente fossero state eccessive, se non addirittura infondate, e che il futuro dei nostri due militari non si prospettasse per nulla come un «… malo e oscuro cammino». E ciò con nostra grande gioia! Insomma per una volta essere smentiti ci faceva sentir bene, anche se non condividevamo lo “stile 8 settembre 1943” con il quale il governo stava tradendo un impegno comunque assunto con uno Stato estero e di fronte al mondo intero.

Infatti, giunti a quel punto, più che dalla fellonia, la Farnesina si sarebbe dovuta far ispirare da un orgoglioso buonsenso intessendo negoziati sempre più serrati con l’India e, nel frattempo, portare il caso davanti all’ONU e all’alta corte di giustizia dell’Aia.

Non è stato un caso che abbiamo tirato in ballo l’8 settembre del 1943, perché nei giorni che precedettero quel tragico settembre di settanta anni fa l’Italia riuscì nella titanica impresa di ritrovarsi per alcuni mesi in guerra con ben nove nazioni.

Quasi come adesso che è riuscita a fare imbestialire gli indiani, specialmente l’opinione pubblica, a fare una figura di merda sul piano della credibilità internazionale e ad aggravare la posizione dei due marò che per la terza volta – e senza nessun patema d’animo da parte di chicchessia – sono stati consegnati agli indiani come agnelli da sacrificare sull’altare dell’indecenza della nostra classe politica e dirigente.

Mentre scriviamo, infatti, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, si sono involati da Brindisi alla volta della loro prigione indiana con un aereo militare graziosamente messo a disposizione dallo Stato Maggiore Difesa che, a quanto pare, è più versato a fare il gestore di aereo taxi che delle Forze Armate nazionali.

La Farnesina, dal canto suo, fa sapere che il governo italiano «Ha chiesto e ottenuto dalle autorità indiane l’assicurazione scritta riguardo al trattamento per i due fucilieri e alla tutela dei loro diritti e che, inoltre, il governo indiano avrebbe garantito che per i nostri due marò non ci sarà la pena di morte».

Ma che nazione affidabile è quella che ritiene di potere condizionare l’opera della propria magistratura a nostro favore e che quoziente d’intelligenza possiede un governo che ci crede pure!

Bene, adesso che sappiamo che a Massimiliano Latorre e a Salvatore Girone gli indiani potrebbero affibbiare “soltanto” un piccolo ergastolo al posto della pena di morte, siamo tutti più contenti.

Infatti, mentre i due marò volavano alla volta dell’India, il governo Monti che (per nostra grande disgrazia) è ancora in carica per l’ordinaria amministrazione, ha fatto sentire la sua voce attraverso il sottosegretario al Ministero degli Esteri, Staffan: «La parola data da italiani è sacra».

Ma v********o, sottosegretario Staffan – che, peraltro, la suddetta frase l’hai scopiazzata dalla buonanima di Vittorio Emanuele III – non ti viene il sospetto che potremmo non rivedere più in Italia Massimiliano e Salvatore? Non ti è passata per la testa l’idea che anche difendere gli interessi dei propri cittadini e la dignità nazionale sia un compito sacro per un governo appena degno di questo nome?

Terminiamo con una domanda ai quattro Capi di Stato Maggiore: quando è che vi dimettete, gallonati, acquiescenti signori che vi muovete senza costrutto in quei grigi palazzi di via XX Settembre? Molti di noi si sono già dimessi. Da italiani.

Vincenzo Ciaraffa

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Marò, il loro rientro è nei meandri dell’affaire Finmeccanica più che nelle stanze della Farnesina – By Vincenzo Ciaraffa (19 febbraio 2013)

Il caso dei Marò in Paola Casoli il Blog

Foto: Marina Militare

Cordoglio del CaSMD, ammiraglio Binelli Mantelli, per la scomparsa del prefetto Antonio Manganelli

giovedì, marzo 21st, 2013 |

Il Capo di stato maggiore della Difesa (CaSMD), ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, ha espresso “il profondo cordoglio delle Forze Armate e la vicinanza affettuosa alla famiglia per la scomparsa del Capo della Polizia, prefetto Antonio Manganelli, chiarissimo esempio di appassionato e altissimo impegno al servizio delle istituzioni e dello Stato, sempre profuso in totale unità d’intenti con le Forze Armate”.

Fonte: stato maggiore Difesa

Foto: Polizia di Stato

A laurà, bagai!

domenica, marzo 17th, 2013 |

By Sugar Lady

La prossima volta mi faccio pagare. Una bella fatturina, magari come consulenza civica, che alla prossima chiamata al voto porto direttamente al presidente del seggio per il pagamento immediato con bonifico sul conto.

Il voto costa, anche per gli elettori. Rientrare di corsa dal week-end, recuperare la tessera elettorale dalla boite-à-rêves in soffitta, affrontare l’umiliante trafila della registrazione alla cabina elettorale, il tutto dopo essersi sorbiti mesi di campagna elettorale tutta pugnette e niente fatti, costa tempo e dignità. Oltretutto, si parla di almeno un’ora della propria giornata lavorativa. Che per un professionista si calcola in cifre dai due zeri in su.

Nonostante queste considerazioni, anche l’ultima volta siamo andati al voto con tutto l’entusiasmo del caso, accollandoci le spese relative al suffragio senza batter ciglio, come se ci calassimo un prosecchino fresco in attesa della cena.

Il risultato di quell’happy hour sono stati tre galli in uno stesso pollaio, tutti e tre che si azzuffano l’uno contro l’altro, vittime, come sono, dell’invidia del pene. Il tentativo, poi, di sbaragliarne uno con una campagna di persecuzione attuata e legittimata tramite la magistratura, non ha fatto altro che mettere in evidenza l’inadeguatezza dei due galli restanti.

Persone che non hanno neppure l’intenzione di rimboccarsi le maniche per governare. E noi paghiamo. Noi continuiamo a pagare, non solamente con il nostro volontariato in tema di elettorato attivo.

Siccome non sono una benefattrice, e dato che quando pago qualcuno per eseguire un lavoro mi aspetto che il lavoro venga fatto, allora la prossima volta che vado a votare mi faccio pagare io, perché non concepisco che, dato un mandato, questi fannulloni si permettano di perdere tempo in capricci e capriccetti pur di non mettersi seriamente a lavorare e a darci finalmente un governo, quale che sia.

Se questi sono i preliminari, non mi aspetto grande soddisfazione dall’atto che seguirà. Forse una spettacolare ma fugace esplosione erotica sarà il massimo che sapranno dare. A laurà, bagai!

Sugar Lady

La tessera elettorale è di cremonaoggi.it

Carteggio. Il generale Mosca comandante del Comiliter

lunedì, marzo 11th, 2013 |

By Vincenzo Ciaraffa

Sono un abituale frequentatore di “Mercatini delle pulci” dove, spesso, ho trovato cose che non cercavo ma che, poi, sono diventate quelle cui tengo di più. E’ stato così che, rovistando in un mucchio di vecchi libri e calendari militari buttati alla rinfusa nell’angolo di un mercatino di “militaria”, ho trovato copia di alcune circolari, datate primi anni Sessanta, che l’allora Comando Militare Territoriale di Padova (all’epoca si chiamava Comiliter) inviava agli Enti, Unità e Reparti dipendenti.

Senza aver neppure letto ciò che vi era riportato, stavo per rimettere i fogli di nuovo nel mucchio polveroso dal quale li avevo prelevati perché  – detto tra di noi – non sono un estimatore dello stile letterario dei nostri Stati Maggiori.

Per fortuna, prima di dare seguito al mio proposito, sono andato a guardare chi aveva firmato quelle circolari, in altre parole chi fosse all’epoca il Comandante del Comiliter di Nord Est.

Ebbene, quando ho letto la firma, dalla mia memoria di vecchio soldato sono riaffiorati alcuni ricordi: «Il Comandante, Generale di Corpo d’Armata Alberto Mosca».

Mosca… il Generale il cui nome incuteva ancora molto rispetto e timore quando militare di leva della classe 1968 fui destinato al 182° Reggimento Corazzato “Garibaldi” di Sacile. Ricordo, infatti, che mentre mi consegnava (dopo aver firmato una strisciolina di carta che credo fosse una ricevuta…) la cravatta rossa che, ormai, faceva parte della mia nuova uniforme, il Maresciallo del magazzino del casermaggio mi esortò a non farmi pizzicare dimesso in libera uscita da un certo Generale Mosca.

Ovviamente mi misi a ridere e non presi molto sul serio l’avvertimento: «Grazie dei consigli, ma i Generali di Corpo d’Armata a noi soldatini neppure ci filano!». In verità il verbo che usai non era proprio “filare” e aveva a che fare più con le funzioni intestinali che con la filatura… all’epoca usava tra najoni.

Evidentemente il buon Maresciallo doveva sentirsi solo in quel grande magazzino pieno di tutto e, perciò aveva deciso di tenermi ancora un po’ a sorbirmi la puzza di naftalina delle coperte di lana messe una sull’altra, per raccontarmi quelle che lui riteneva fossero le “famigerate imprese” dell’ancora più famigerato Generale Mosca. In verità l’elenco che mi fece il Maresciallo era piuttosto lungo e perciò ne estrarrò dalla memoria soltanto qualcuna, come il vezzo del Generale di uscire assieme alla ronda a controllare i militari in libera uscita. Oppure recarsi a ispezionare i dipendenti Reparti senza preavviso e seduto sul sellino di una motocicletta militare guidata da un militare di leva che, pensando fosse un portaordini, le sentinelle facevano passare senza molte formalità.

Quando ciò accadeva, non appena metteva piedi a terra, il Generale Mosca infliggeva una punizione all’Ufficiale di Picchetto e al Sottufficiale d’Ispezione che lo aveva fatto entrare senza operare i previsti controlli dell’identità del visitatore e, poi, al Comandante della caserma per responsabilità, diciamo così, oggettiva. Eppure, quel tremendo e a me sconosciuto Generale diveniva simpatico man, mano che il Maresciallo del magazzino vestiario proseguiva nel suo racconto.

Ero agli inizi dei miei studi in psicologia e, pensando di essere già diventato Sigmund Freud, ritenni che tale simpatia risiedesse nel convincimento che andava prendendo corpo in me: quell’uomo amava davvero il suo lavoro e i propri uomini! Poi come professione scelsi la carriera militare e ciò mi portò in altre parti d’Italia e al Generale Mosca, non pensai più.

Almeno fino a qualche mese fa, quando, a distanza di ben quarantacinque anni, ho trovato la conferma a ciò che confusamente realizzai in quel vecchio magazzino di casermaggio della vecchia caserma di Sacile: Alberto Mosca era tipo speciale, di quelli che       - secondo i punti di vista – nascono in anticipo o in ritardo sul loro tempo!

Ma non voglio dilungarmi oltre a descrivere un personaggio, che peraltro non ho mai conosciuto personalmente, perché ritengo che, sebbene a distanza di quasi mezzo secolo, egli ci riesca benissimo da solo anche soltanto attraverso le circolari che scriveva e che spero il blog di Paola Casoli voglia pubblicare a puntate: saranno pedagogiche per i comandanti del terzo millennio!

V’è, infatti, sicuramente da prendere esempio dalla libertà interiore, dall’onestà intellettuale e dal coraggio di Alberto Mosca. E per capire di quale coraggio parlo, bisogna ricordare che all’epoca una parte politica di questo Paese riteneva le Forze Armate, una congrega di golpisti e l’altra, invece – più generosa –  soleva definire quelle per la difesa nazionale «Spese parassitarie». E tutto questo mentre il dicastero della difesa, era retto da quel bacchettone ipocrita di Giulio Andreotti e il Sessantotto si avvicinava a grandi passi.

Vincenzo Ciaraffa

Paola Casoli il Blog pubblicherà il carteggio del comandante Mosca a cura di V.Ciaraffa.

Foto: warrelics.eu

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