lunedì, febbraio 6th, 2012 239 views
Dalle prime luci dell’alba, si apprende dallo stato maggiore dell’Esercito, è ripresa l’attività di supporto alle prefetture.
Nel complesso sono attualmente 530 i militari dell’Esercito operativi nelle aree colpite dal maltempo, con 94 mezzi tra tattici, autocisterne e macchine movimento terra.
I reparti intervenuti sono:
- Comando Genio è intervenuto con uomini e mezzi nel comune di VivaroRomano e presso l’Istituto ENEA a Casaccia (RM);
- Scuola Sottufficiali dell’Esercito opera con proprio personale perripristinare la viabilità nel comune di Soriano Cimino e Civita Castellana (VT);
- Comando AVES è intervenuto a Nepi (RM) per ripristino viabilità;
- 28° gruppo squadroni Tucano opera a Civita Castellana (VT) per ripristinare la viabilità;
- 232° reggimento trasmissioni opera in supporto alla Protezione civile ad Avellino;
- 6° reggimento genio pionieri, con pale caricatrici di grande capacità, è intervenuto per ripristinare la viabilità nei comuni del Lazio di Campagnano, Rocca Canterano, Mazzano Romano, Rieti, Riano e Bellegra;
- 1° reggimento Granatieri di Sardegna, è intervenuto nei comuni di Montelanico, Carpineto e Gorga nella provincia di Roma;
- 11° reggimento genio guastatori, opera per ripristinare la viabilità nella provincia di Isernia;
- 9° reggimento alpini, continua le operazioni di sgombero di personale rimasto isolato nella provincia dell’Aquila;
- 21° reggimento genio guastatori, con pale caricatrici di grande capacità, opera per ripristinare la viabilità nel frusinate e nel casertano;
- 186° reggimento paracadutisti, impiegato per il ripristino della viabilità nel senese;
- 66° reggimento aeromobile Friuli e reggimento genio ferrovieri, intervenuti a Forlì e Cesena;
- 28° reggimento Pavia, intervenuto per ripristinare la viabilità nella provincia di Pesaro Urbino;
- 121° reggimento artiglieria contraerei, intervenuto a Bologna in supporto alla Protezione Civile;
- 11° reggimento Trasmissioni opera con personale e gruppi elettrogeni nel comune di Olevano (RM);
- 123° reggimento fanteria è intervenuto nella provincia di Chieti per raggiungere i paesi rimasti isolati;
- 41° reggimento Cordenons è intervenuto a Sora per soccorrere la popolazione;
- 10° reggimento guastatori è intervenuto ad Ancona;
- 11° battaglione trasporti Flaminia e 8° reggimento trasporti Casilina hanno fornito autocisterne per il trasporto di acqua e gasolio.
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Maltempo, prefetture in emergenza hanno chiesto l’intervento dell’Esercito Italiano (6 febbriao 2012)
Fonte: stato maggiore Esercito
Foto: stato maggiore Esercito
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lunedì, febbraio 6th, 2012 90 views
Uomini e mezzi dell’Esercito Italiano hanno dato supporto a civili e municipalità in emergenza per la morsa di neve e gelo che sta imperversando in questi giorni.
Le foto provengono dallo stato maggiore dell’Esercito e sono state scattate in varie località, da Urbino a Roma e L’Aquila e relative province.
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lunedì, febbraio 6th, 2012 298 views
L’emergenza maltempo ha spinto alcune prefetture in emergenza a chiedere l’intervento dell’Esercito Italiano.
In particolare, come si apprende dallo stato maggiore dell’Esercito, si tratta delle prefetture delle città di Bologna, di Venezia, di Siena, di Frosinone, dell’Aquila, di Roma.
Alla prefettura di Bologna è stata fornita una pala meccanica JCB 3CX con operatore per ripristino viabilità nel comune di Castel Maggiore.
A Venezia, sono state distribuite 100 coperte per la casa di riposo Antica Scuola di Battuti di Mestre.
Alla prefettura di Siena l’Esercito ha fornito 4 veicoli tattici VM/90 e 30 militari del 186° reggimento paracadutisti per il ripristino della viabilità nel comune di Monticiano.
A Frosinone è stata effettuata una fornitura di combustibile per il gruppo elettrogeno dell’Ospedale civile di Sora.
Alla prefettura dell’Aquila sono stati forniti 4 mezzi da neve modello BV206 (foto) e 13 militari del 9° reggimento alpini per evacuare circa 200 persone dai comuni di Balzorano e Capistrello. Mentre nella notte tra venerdì e sabato i cingolati da neve dell’Esercito hanno fatto la spola per portare soccorso alla gente intrappolata.
I mezzi speciali dell’Esercito, si apprende dal comunicato dello stato maggiore, si sono mossi anche lungo la strada statale 82 e l’autostrada A24 per distribuire viveri e acqua ai passeggeri di un centinaio di veicoli rimasti bloccati, alcuni dei quali fermi in galleria. Due persone afflitte da gravi problemi di salute sono state trasportate con urgenza presso l’ospedale di Avezzano ed è stato recuperato un disperso.
Alla prefettura di Roma sono stati fornite in supporto 3 pale caricatrici di grande capacità per ripristino della viabilità sulle consolari Cassia, Flaminia e Trionfale; 2 pale caricatrici di grande capacità per ripristino viabilità nei comuni di Guadagnolo e Vicovaro; personale del Comando di Artiglieria di Bracciano, 15 militari, che hanno operato sulla SS493 Braccianese per il ripristino della viabilità.
Nella notte tra venerdì e sabato la prefettura di Roma ha chiesto di recuperare e accogliere circa 700 persone bloccate su un treno nei pressi della stazione ferroviaria di Cesano.
L’intervento di mezzi tattici militari, tra cui anche il Lince, ha permesso di accompagnare le persone soccorse alla Scuola di Fanteria di Cesano, dove a tutti è stato garantito ristoro e dove sono stati forniti circa 100 posti letto per donne, bambini e anziani. Mentre 4 autobus dell’11° battaglione Flaminia si sono adoperati per riportare a Roma le persone rimaste bloccate nella neve.
Fonte: stato maggiore dell’Esercito
Foto: comune di Torino, stato maggiore dell’Esercito
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lunedì, gennaio 16th, 2012 286 views
By Cybergeppetto
L’amico Vincenzo Ciaraffa ha scritto su queste pagine un bell’articolo sull’Esercito. Sposo in pieno le sue considerazioni, ma, con tutta la stima che ho per Lui, debbo ricordargli che non parliamo di un Esercito qualsiasi, ma di quello che ha a fianco l’aggettivo Italiano.
E’ un aggettivo che pesa, italiano vuol dire, come giustamente dice Vincenzo, che i politici non hanno una strategia di Difesa e non sanno proprio cosa farsene dell’Esercito, a parte il solito uso come stipendificio.
Gli italiani hanno sempre guardato all’Esercito come quella cosa che si è dissolta l’8 settembre, anche se l’8 settembre si dissolsero il Re e il Duce, cioè i politici d’allora. Si usa dire che l’8 settembre è la festa dello Stato Maggiore, l’edificio dal quale il Re fuggì insieme ai suoi accoliti.
Molti militari rimasero al loro posto per vari giorni, sempre fiduciosi che gli ordini sarebbero arrivati. Mio papà era sergente, il 12 settembre era il più elevato in grado della sua caserma, ci mise quattro giorni a realizzare di che pasta erano fatti i politici, ma alla fine capì l’antifona e se ne andò.
Negli anni Settanta i militari facevano schifo a tutti i politici, soprattutto ai cattocomunisti che magari avevano prima indossato la camicia nera e poi voltato gabbana. Ricordo ancora il disprezzo che i fricchettoni, figli dei fiori e anarco-terroristi, nutrivano per chi aveva una divisa. E’ la solita storia, il cane morde sempre lo straccione.
In tutti questi anni alle Forze Armate, e quindi anche all’Esercito, sono andate solo le briciole del PIL, anche i muri del Consiglio Atlantico durante la Guerra fredda sapevano che non avevamo, e non abbiamo, mai investito abbastanza in sicurezza. Quando è crollato il muro è crollato anche l’Esercito ridotto che c’era per quell’esigenza.
In questi tempi di crisi ricomincia il giochetto dei vetero-che-guevaristi che dicono che le spese militari sono eccessive. Tutti questi parlamentari, opinionisti, socio-cretini e filosofi del menga vadano a visitare le caserme, invece che strapparsi i capelli per gli avanzi di galera, si chiedano quanti soldi ci sono nella caserma X dell’ultimo reparto in fondo a destra, nel tacco, nella punta o sul bordo dello stivale. Si chiedano quanto si spende per la manutenzione o per l’addestramento di base e si facciano due conti. Si chiedano quanti giovani vengono illusi con la ferma breve e poi si ritrovano a culo per terra.
I soldati sono gente comune, che deve fare il proprio dovere, sudare e schiattare al freddo e al gelo finché ne ha la capacità, ma poi lavorare in altre parti della società, come fanno tutti nei paesi anglosassoni. Perché è chiaro che lo zaino sulle spalle lo porti solo sei hai fiato e le giunture ti tengono in piedi. Se poi vuoi andare all’estero devi saper le lingue, le procedure e quant’altro ti serve per sperare di tornare a casa.
Ma i soldati sono cittadini come tutti, i loro doveri sono i doveri di tutti, se non produciamo abbastanza per lo stile di vita che abbiamo, è inutile puntare il dito contro l’altro, quello che spreca, perché è ormai chiaro alle persone con un briciolo di onestà che lo spreco è diffuso in ogni parte della società e a ogni livello.
Per uscirne bisogna lavorare e produrre di più, in ogni parte della società, quelli che dicono che prima tocca agli altri sono i disonesti, che abbiano la divisa o meno.
Cybergeppetto
p.s. Caro Vincenzo, non lo so quando l’Esercito sarà degno di questo nome, temo che nel frattempo sia solo degno del suo Paese, anche se i suoi membri si fanno tanto onore ovunque, in Italia e all’estero. Come tu sai, il motto dell’Esercito rimane “Rei pubblicae salus suprema lex esto”.
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“Un Esercito degno di questo nome” (Parte I, Parte II, Parte III) – By Vincenzo Ciaraffa (6 gennaio 2012)
Foto: blogstoria.it
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domenica, gennaio 8th, 2012 186 views
Continua da “Un Esercito degno di questo nome” (I Parte e II Parte)
By Vincenzo Ciaraffa
In tutta sincerità, si fa fatica a ritenere competenti i nostri vertici militari, se essi non riescono a rendersi conto neppure di una contraddizione che hanno sotto gli occhi tutti i giorni, ovvero la contraddizione delle remunerazioni straordinarie.
Per chi non lo sapesse, infatti, ai militari spetta la corresponsione dello straordinario, come ad ogni lavoratore italiano. Ma essi non sono come tutti i lavoratori italiani! Stante l’atipicità del loro lavoro, infatti, non sarebbe stata più economica per l’erario, oltre che più giusta ed omogenea, una specifica indennità fissa?
D’altronde, un Esercito che si ostina a pagare gli straordinari a professionisti che fanno un lavoro straordinario per tutta la vita, ha buone probabilità di finire in mano ad un curatore fallimentare.
Per i prossimi dieci anni, pertanto, la politica per le Forze Armate (se “armate” devono rimanere) dovrebbe essere quella del piede in casa e di finanziamenti costanti, per quanto risibili essi possano essere.
Sì, perché il vero problema che affligge l’organizzazione militare più che l’esiguità delle risorse disponibili, è la loro variabilità, variabilità che impedisce agli Stati Maggiori la realizzazione di un qualsivoglia tipo di programma, anche minimo e sul breve termine.
Perciò sarebbe auspicabile, una volta stabilita l’entità delle risorse possibili da assegnare alla Difesa, che esse restassero costanti almeno per un decennio.
La difficile contingenza economica sicuramente non consente grandi investimenti nel settore e, tuttavia, non si può pensare di far operare gli aerei senza carburanti, i carri armati senza manutenzione ed i militari senza un minimo di addestramento.
Ma per una reale presa d’atto dei problemi che stanno per immobilizzare il nostro dispositivo di difesa, occorrerebbe una classe politica più serena e vertici militari meno compiacenti, compiacenza che rasenta l’ignavia perché sembra tesa unicamente a non disturbare il manovratore.
E fingere che non esistano i problemi, non li elimina, anzi, si dà ad essi il tempo di aggregarne altri! Infatti, subito dopo quello delle difficoltà economiche, le Forze Armate saranno chiamate a sciogliere il nodo della selezione e del governo del personale, selezione e governo che andrebbero almeno rivisti, dal momento che si stanno riproducendo al suo interno i peggiori vizi della società civile, droga ed alcolismo inclusi.
Per carità, nessuno pensa che un Esercito di popolo come quello italiano debba vivere avulso dalla società come accadeva fino alla II Guerra Mondiale, ma sicuramente deve sapere incarnare la parte migliore del contesto sociale che lo esprime.
Ma questo è un problema riconducibile ai valori ed all’etica militare e, pertanto, andrebbe affrontato in una specifica trattazione, anche se al momento nulla ci vieta di interrogarci almeno su quali siano oggi l’etica ed i reali valori di riferimento delle Forze Armate italiane e, soprattutto, se essi vengono trasmessi.
In verità, qualcuno ha avanzato già da tempo seri dubbi sulla capacità di coloro che dovrebbero trasmetterli: “Occorre affondare il bisturi nella piaga ed affrontare gli errori e le colpe singole e collettive che hanno trascinato l’Esercito così in basso nella considerazione degli italiani […] Oggi, se si vuole tentare di ricostruire un esercito, anche piccolo ma su solide basi, occorre anzitutto ricostruire la mentalità degli ufficiali richiamandoli […] a quelle vecchie tradizioni militari per le quali in tempo di pace è anzitutto un educatore ed animatore dei suoi soldati. Sino a quando in questo Paese saranno apprezzati e seguiti i furbi, anziché i diritti e gli onesti, non avremo un Esercito degno di questo nome”.
Queste parole sembrano essere state scritte ieri e, invece, sono state estrapolate da un discorso del Generale Raffaele Cadorna, Capo di Stato Maggiore del ricostituito Esercito italiano dal 1945 al 1947 quando, esempio poco imitato nelle nostre Forze Armate, si dimise dal suo alto incarico perché in disaccordo con l’allora Ministro per la Difesa.
In verità, sarebbe interessante partire proprio dal pensiero di Cadorna per capire come oggi vengono formati i Quadri dirigenti delle nostre Forze Armate, ma mettere troppa carne sul fuoco confonderebbe i problemi e le loro priorità.
Accontentiamoci, perciò, di concludere col rilevare la differenza di stile tra chi, pur denunciando una situazione disastrosa, si guarda bene dal trarne le dovute conclusioni, rimanendo abbarbicato al proprio incarico e chi, invece, è stato capace di rinunziarvi per coerenza e rispetto del proprio ruolo.
Vincenzo Ciaraffa
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“Un Esercito degno di questo nome” – By Vincenzo Ciaraffa (I Parte – II Parte)
Il generale Cadorna è diwikipedia
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sabato, gennaio 7th, 2012 196 views
Continua da “Un Esercito degno di questo nome” (I Parte)
By Vincenzo Ciaraffa
E’ sotto gli occhi di tutti che, oggi, essi non sono in grado di fare tutte e due le cose e che, forse, non sono in grado di farne bene neanche una soltanto. D’altronde, anche al più inguaribile degli ottimisti, riuscirebbe difficile sostenere che all’estero possa essere credibile un Esercito che non ha le risorse economiche neppure per rinnovare i Quadri, i sistemi d’arma, il parco automezzi e, più banalmente, per addestrarsi.
Le necessità da soddisfare e le problematiche da risolvere nel settore Difesa sono, dunque, di quelle che farebbero tremare i polsi, ma i nostri vertici politici e militari sono persuasi che i fondi per le Forze Armate potranno essere reperiti dalla vendita delle infrastrutture militari in disuso o – come auspicava l’immaginifico Generale Cecchi – negli studios cinematografici.
Soltanto questa diffusa persuasione potrebbe spiegare il silenzio che, come un sudario, tende ad avvolgere un problema che, nella sostanza, mette in discussione il nostro stesso modello di difesa, un silenzio che, in verità, giova a tutti, eccetto che alla verità.
Giova alla classe politica, perché così essa può continuare a far credere all’opinione pubblica che quello della difesa militare è un problema delle Forze Armate e non del Parlamento; giova ai vertici militari i quali, per il solo fatto di avere presentato alcuni Cahiers de doléances, si sentono con la coscienza a posto.
Questi ultimi, insomma, si comportano come un Ufficiale di Picchetto che, una volta data la sveglia alla caserma, se ne torna placidamente a dormire. E, alla presenza di una situazione così disastrosa, si guardano bene dal presentarsi al Ministro della Difesa, salutare la bandiera, sbattere i tacchi e rimettere il proprio incarico, per riportare, così, all’attenzione della Nazione un problema che la riguarda molto da vicino.
Ma, a quanto pare, i termini e le dimensioni del problema non sono chiari neppure allo stesso reggitore dello specifico dicastero, il quale – mentre le Forze Armate rischiano di scomparire come complesso operativo per mancanza di soldi – è andato ad inventarsi la “Mini naja”. Questo significherà che, per quindici giorni, alcune centinaia di ragazzi fingeranno di essere soldati, fruendo di vestiario, vitto, alloggio e paga giornaliera e, dopo questa scampagnata in grigioverde, se ne ritorneranno a casa.
D’altronde, il Ministro per la Difesa non può neppure invocare a giustificazione delle sue maldestre trovate il fatto che, essendo il suo un ruolo politico, non ha ben chiara la deficitaria situazione economica delle Forze Armate, stante l’intervista che ha rilasciato al Corriere della Sera il 10 agosto del 2010.
Nella circostanza, infatti, il reggitore del dicastero difesa ha rivelato che le autoblindo operanti in Afghanistan reperivano i pezzi di ricambio “cannibalizzando” quelle fuori uso, senza rendersi conto che con quell’affermazione inseguiva la stessa logica di Mussolini all’atto di scaraventare l’Italia nella II Guerra Mondiale: non importa se scassati e senza neppure i pezzi di ricambio, l’importante è esserci!
Probabilmente il Ministro aveva pensato che, dal punto di vista finanziario, gli euro da spendere per la “Mini – naja” sarebbero stati, in fondo, soltanto gocce nel mare, senza realizzare che, quando il mare diventa un catino, bisognerebbe centellinare anche le gocce.
Meglio avrebbe fatto il Ministro ad occuparsi della vera naja, cioè del futuro dei cosiddetti Volontari in Ferma Prolungata (VFP1) i quali, chiamati a sostituire per un paio di anni la frettolosamente abolita leva, con stipendi mortificanti, la maggior parte di essi non viene transitata in servizio permanente pur avendo acquisito costose specializzazioni militari che, così, vanno disperse. E, invece, tornati a casa sono costretti a sottoporsi ad una nuova via Crucis per trovare un posto di lavoro.
Meglio ancora avrebbe fatto il Ministro a preoccuparsi per la penuria di Sottufficiali del ruolo Sergenti, e per dotare i nostri militari in Afghanistan di mezzi di protezione più sofisticati. Molti italiani di una certa età forse ricordano l’orgogliosa risposta che il Cancelliere della Germania Ovest, Willy Brandt, diede ad un giornalista che gli aveva chiesto se era vero che l’Armata Rossa sarebbe potuta arrivare a Bonn in mezz’ora: “Sì, se la Wehrmacht, però, si mette a dirigere il traffico!”.
Un nostro capo del governo potrebbe dare la stessa risposta ad una similare domanda? Ovvero, le attuali Forze Armate sono realmente in grado di difendere il nostro Paese o, se vogliamo, sono in mani competenti? (segue III e ultima Parte)
Vincenzo Ciarafffa
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“Un Esercito degno di questo nome” (I Parte) - di Vincenzo Ciaraffa (6 gennaio 2012)
Foto: direttanews.it
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venerdì, gennaio 6th, 2012 294 views
By Vincenzo Ciaraffa
Diviene sempre più diffusa la sensazione che l’Italia stia andando avanti, peraltro a rilento rispetto ad alcuni Paesi europei, senza un progetto politico per il futuro, accontentandosi di campare alla giornata e, quel che è peggio, senza mai interrogarsi su niente.
Forse che qualcuno in Parlamento si è chiesto qual è oggi il senso delle operazioni militari di pace all’estero con delle Forze Armate in procinto di chiudere bottega per mancanza di risorse economiche?
La situazione generale del comparto difesa, difatti, non è mai stata così disastrosa come negli ultimi venti anni, ed a sostenerlo sono stati alcuni personaggi sicuramente lontani da ogni faziosità. L’11 giugno del 2004, l’allora Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, il Generale Giulio Fraticelli, dichiarò alla conferenza presso il Centro Alti Studi delle Difesa: “La situazione attuale vede 10.000 posti letto disponibili secondo il nuovo standard su 81.000 necessari […] i fondi necessari per l’ammodernamento dei tre pacchetti di forze entro il 2020 e per le infrastrutture ammontano a un totale di circa 33 miliardi di euro. Considerando però le priorità fissate e l’esigenza minima di conseguire l’ammodernamento del primo pacchetto di forze entro il 2015, saranno necessari mediamente 1.200 milioni di euro”.
Di seguito, il suo successore, il Generale Filiberto Cecchi, inviò - il 27 gennaio del 2006 – una circolare alle Unità dipendenti che eufemisticamente potremmo definire surreale: “La recente approvazione della legge finanziaria 2006 ha, purtroppo, confermato una situazione di straordinaria criticità nella quale le risorse iscritte nella funzione difesa sono talmente esigue da incidere profondamente sul funzionamento, sui processi decisionali e sulle attività da porre in essere. I volumi finanziari dell’Esercizio, infatti, a fronte di 900 M euro valutati come esigenza minima per superare, senza traumi eccessivi, l’eccezionalità dell’evento, non superano i 535 M euro […] Peraltro, sono definitivamente svanite le iniziali attese circa il possibile afflusso di ulteriori fondi provenienti dalla cartolarizzazione […] Le risorse residuali sono state destinate principalmente alla preparazione ed al supporto delle forze impiegate o da impiegare in operazioni, in Patria ed all’estero. Le deficienze che dovessero palesarsi non dovranno giustificare cali di attenzione sulla sicurezza del personale ovunque impegnato […] È evidente che le riduzioni operate non saranno sufficienti a mantenere lo strumento neppure su quei livelli minimali inizialmente auspicati […] l’eccezionalità del momento richiede comportamenti innovativi e ulteriori sforzi di intelligente creatività […] A tale patrimonio motivazionale annetto valore prioritario, ancor più della stretta operatività, perché solo facendo leva sull’abnegazione e sull’intelligenza dei nostri uomini si potrà superare il difficile momento e garantire un futuro di crescita al nostro esercito”.
Ma, oltre ad essere surrealisti, ci vuole anche una non comune disinvoltura per potere affermare che “le riduzioni operate non saranno sufficienti a mantenere lo strumento neppure su quei livelli minimali” e, allo stesso tempo, sostenere che si possa “garantire un futuro di crescita al nostro esercito”! Ma, durante un’intervista concessa il 20 aprile successivo, il Generale Cecchi andò oltre (molto oltre …) il surreale, riferendo alla stampa che, secondo lui, la soluzione per trarre l’Esercito fuori dalle insostenibili angustie di bilancio poteva essere il ricorso agli sponsor privati. Ma, a chiarire più dettagliatamente il suo pensiero, fu la risposta fornita ad un giornalista che gli aveva chiesto se in avvenire avremmo visto carri armati recanti sulle fiancate la pubblicità della Coca Cola: “Questo no. L’esercito inglese, che certamente non versa in condizioni drammatiche come le nostre […] noleggia, per così dire, uomini e mezzi per fare dei film […] credo che anche l’Italia si dovrebbe adeguare”.
Dopo una siffatta, incredibile dichiarazione, il Ministro per la Difesa di un governo serio, in uno Stato serio, avrebbe preteso le immediate dimissioni del capo dell’Esercito! Ma, per quanto incredibili e sconcertanti, le affermazioni di Cecchi rivelavano comunque l’esistenza di un problema serio.
Infatti, il successivo 23 luglio del 2008, il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Camporini, durante un’audizione in Parlamento, spiegò che, dopo gli ennesimi tagli al budget della Difesa, le Forze Armate si sarebbero ridotte ad un mero “stipendificio”, o ammortizzatore sociale.
Questo perché i governi che si sono avvicendati negli ultimi venti anni, hanno sempre eluso il vero problema: con i pochissimi euro a disposizione i militari avrebbero dovuto barcamenarsi per mantenere in piedi la baracca, oppure continuare ad esibire i muscoli all’estero? … (segue II Parte)
Vincenzo Ciaraffa
Foto: repubblica.it
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giovedì, dicembre 22nd, 2011 187 views
By L’Anacoreta
Qualche giorno fa, mentre scorrevo i quotidiani del mattino, ho letto un interessante articolo dove il Ministro della Difesa, in modo piuttosto brusco, rispediva al mittente tutte le richieste (indicate con il termine di “pizzini”), che da più parti erano già arrivate sul suo tavolo, per intercessioni a favore di questo o quell’altro ente al fine di evitare paventati tagli o riduzioni.
Il concetto ribadito dal Ministro è stato che i tagli, indispensabili visto il momento, sarebbero stati sostenuti da tutti indistintamente.
L’altro giorno, poi, nella ridda di comunicati e proclami che affollano i media nostrani sulla necessità di mettere in atto provvedimenti urgenti atti a salvare il nostro Paese, anche il nuovo Capo di stato maggiore dell’Esercito ha dichiarato che il futuro della forza armata sarà caratterizzato da un processo di riduzione.
Tutta questa sovraesposizione mediatica dei vertici della difesa, tesa a dimostrare la volontà di contribuire al risanamento dei conti pubblici mettendo in atto la collaudata formula “tagli (di bilancio) quindi riduzione (di unità) = risparmio (abbiamo fatto la nostra parte – anche se non interessa a nessuno se saremo in grado di fare ciò che ci verrà chiesto)”, mi fa temere che la soluzione individuata darà luogo, probabilmente, all’ennesimo lifting estetico estemporaneo della struttura dell’esercito con ulteriore riconfigurazione di ciò che esiste già ma con un nome diverso e sempre meno efficiente.
Dando per scontato che un’assegnazione di bilancio inferiore alla previsione effettuata implica automaticamente una diminuzione delle risorse effettive, ebbene, la reazione dovrebbe essere in primis quella di ridefinire quali siano i compiti sostenibili alla luce delle nuove (risicate) risorse disponibili prima di sbandierare riduzioni e ristrutturazioni (M. de la Palisse non avrebbe saputo dir meglio!!!!).
Quindi, pur accettando che la situazione critica in cui l’Italia (come il resto d’Europa) sta annaspando richieda l’adozione di misure di rigore dalle quali il comparto difesa non può rimanere escluso, la soluzione al problema dei tagli di bilancio effettuati dalla manovra Monti non può concretizzarsi semplicemente nell’eliminare alcuni “pezzi” della struttura militare o nel “tagliare” alcune migliaia di posizione organiche, senza variare compiti e impegni.
Ritengo che la situazione possa essere colta per “osare” qualche cosa di più della solita rimescolatina con lacrima finale per dire che addestramento delle truppe, ricerca e ammodernamento soffriranno terribilmente per i tagli di bilancio, ma continuando, comunque, a dire signorsì a ogni starnuto politico e svenandosi per partecipare da protagonisti in attività dall’alto profilo operativo quali la raccolta rifiuti, lo spalaggio neve, il pattugliamento sobborghi, il rimpatrio dei clandestini e via dicendo.
E’ vero che, mancando un obiettivo generale che definisca nel dettaglio quale struttura l’Esercito debba avere per contribuire al conseguimento dell’interesse nazionale nel XXI secolo (manca infatti qualsiasi discussione seria e produttiva in tale senso), la soluzione più semplice per assorbire una diminuzione delle risorse economiche è quella di tagliare gli enti, il personale e gli investimenti senza pretendere una preventiva riduzione dei compiti e degli impegni.
E’ anche vero, però, che esiste un’altra soluzione – più difficile certamente – che è quella di analizzare e studiare quali capacità debbano essere mantenute affinché l’Esercito possa comunque assolvere i compiti che gli sono stati assegnati, definendo chiaramente quello che in futuro potrà essere fatto e quello che invece non sarà possibile fare per le mutate disponibilità di bilancio.
Mi rendo conto che la soluzione di questo dilemma richiede il coraggio (sino a ora mai evidenziato da parte dei vertici militari) di mettere in discussione un sistema che dà per scontato l’accettazione immediata e acritica di qualsiasi riduzione di bilancio, senza che venga sollevato alcun dubbio sulla possibilità di assolvere gli stessi compiti con risorse differenti.
Intendiamoci bene: una situazione di crisi come quella che interessa il nostro Paese impone la necessità di manovre finanziarie che investano tutti i settori. E quello della Difesa non può essere escluso.
E’ naturale, quindi, che i vertici militari accettino senza critiche le riduzioni imposte dalla volontà politica; quello che però dovrebbero avere il coraggio morale di fare è di pretendere che oltre i “tagli di bilancio” l’autorità politica ridefinisca anche le funzioni che le Forze armate devono assolvere riducendone i compiti in relazione alle risorse disponibili.
L’adozione di questo comportamento e di questa correttezza morale è quello che si richiede ai vertici dell’Esercito, non la solita rassegnazione piagnucolosa da Cenerentola lasciata a casa dal ballo, ma una presa di posizione chiara e leale che imponga non solo la ridefinizione dei compiti e delle funzioni richiesti ma fissi chiaramente i limiti di impiego della Forza armata.
La nomina di un Capo di stato maggiore “giovane”, con un lungo mandato davanti a sé, ha alimentato in molti dei miei amici che vestono la divisa le speranze di un cambiamento significativo – direi epocale – nella storia militare patria.
La necessità di affrontare questa crisi offre immediatamente l’occasione di nutrire queste speranze, concretizzandole, in quanto un atteggiamento deciso darebbe il segnale che c’è la volontà di cambiare, di svoltare, di crescere in tutti i sensi, non piangendosi addosso per i fondi non assegnati, ma esponendo chiaramente quali capacità di contribuire all’interesse nazionale rimangono all’Esercito alla luce dei tagli e quali invece non possono più essere garantite.
Questa è l’occasione da non perdere per osare qualche cosa di più e di nuovo rompendo con il passato e proiettando l’Esercito verso un futuro che sembra mancargli da sempre.
L’Anacoreta
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Foto: stato maggiore Esercito
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martedì, dicembre 6th, 2011 324 views
Alle 10,30 di oggi 6 dicembre, presso il Centro Ippico Militare Pietro Giannattasio di Tor di Quinto a Roma, sede del reggimento Lancieri di Montebello (8°), il generale Giuseppe Valotto, Capo di stato maggiore dell’Esercito cedente, cede l’incarico al collega Claudio Graziano, subentrante.
La cerimonia sarà trasmessa in diretta web sul sito dell’Esercito Italiano a partire dalle ore 10.30.
Una biografia del generale Graziano con le onorificenze italiane e straniere è reperibile anche su Wikipedia.
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Il generale Giuseppe Valotto in Paola Casoli il Blog
Fonte: Esercito Italiano
Foto: Fidest
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giovedì, novembre 10th, 2011 140 views
Martedì 8 novembre a Camp Arena, a Herat, nella zona occidentale afgana a responsabilità italiana nell’ambito della missione ISAF, si è svolta la cerimonia di avvicendamento tra il colonnello pilota Gianluca Ercolani, cedente, e il colonnello pilota Alessandro De Lorenzo, subentrante, al comando della Joint Air Task Force (JATF).
Presente all’evento il generale Luciano Portolano, comandante del Regional Command West (RC-W), di cui la JATF costituisce un assetto su base prevalentemente Aeronautica Militare.
La JATF gestisce i velivoli ad ala fissa e Marina Militare con
assetti ad ala rotante oltre a una componente di terra di aviorifornitori dell’Esercito Italiano, il cui compito è quello di assemblare i materiali da aviolanciare.
Fanno parte degli assetti di volo ad ala fissa i caccia AM-X, con più di 3900 ore di volo, inquadrati nel Task Group Black Cats e gli UAV Predator, con circa 7400 ore di volo, inquadrati nel Task Group Astore, con compiti di sorveglianza e ricognizione del territorio e supporto alle truppe a terra.
Il trasporto del personale all’interno del teatro operativo è assicurato dai C 130 J e i C 27 J, con circa 5300 ore di volo, inquadrati nel Task Group Albatros; questi velivoli garantiscono l’aviolancio con sistema CDS (Container Delivery System) di materiali per il rifornimento delle Foward Operating Base (FOB), garantendone così l’operatività e la sopravvivenza logistica.
I velivoli ad ala rotante sono gli elicotteri EH-101 della Marina Militare con circa 800 ore di volo, inquadrati nel
Task Group Shark per operazioni per lo sgombero sanitario, il trasporto del personale e dei rifornimenti.
Nel corso della cerimonia di avvicendamento è stato ricordato il Sargento Primero spagnolo Joaquin Moja Espejo, recentemente deceduto nel settore nord dell’RC-W sotto comando italiano.
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di Herat (5 agosto 2011)
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Fonte: RC-W
Foto: RC-W
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