martedì, dicembre 20th, 2011 93 views
E’ decollato oggi 20 dicembre da Al Bateen, sede della Task Force Air (TFA), l’ultimo volo militare diretto a Baghdad per recuperare il personale e il materiale della NATO Training Mission in Iraq (NTM-I), conclusa lo scorso 17 dicembre. Il personale rientrerà in Italia domani.
Il periodo che si conclude oggi è stato testimone dell’impegno degli uomini e delle donne della Task Force Air di Al Bateen nel supportare la missione in Iraq, garantendo quel “ruolo di cerniera” che è l’obiettivo della base italiana negli Emirati Arabi Uniti.
Dal 13 settembre 2003, quando da Al Bateen è decollato il primo vettore militare diretto in Iraq, a oggi, le missioni di volo dedicate al teatro operativo iracheno – fa sapere il comunicato stampa dello stato maggiore della Difesa – sono state 1.213, per un totale di 2.740 ore di volo. I passeggeri trasportati sono stati 38.129 e il peso totale dei materiali aviotrasportati ha superato i 4.500 chilogrammi.
Da domani la Task Force Air continuerà ad assicurare senza soluzione di continuità il collegamento tra i movimenti strategici della madrepatria e quelli tattici dell’Afghanistan, garantendo peraltro una capacità aeromedica in prontezza per l’evacuazione di malati e feriti denominata tecnicamente STRATEVAC.
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La Task Force Air di Al Bateen in Paola Casoli il Blog
Fonte: stato maggiore della Difesa
Foto: Aeronautica Militare
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giovedì, novembre 10th, 2011 152 views
Cinquanta militari della NATO Training Mission – Iraq (NTM-I) hanno preso parte il 4 novembre scorso alla Dancon March 2011, la marcia organizzata dal contingente danese alla Forward Operating Base Union III a Baghdad, in Iraq, nell’alveo di una tradizione che risale al 1972. L’evento, caro alle Forze Danesi, coinvolge le truppe straniere alleate con la Danimarca e finora ha avuto luogo in Kosovo, in Iraq, in Afghanistan, in Libano e nel Golfo di Aden.
La manifestazione di quest’anno prevedeva non solo la classica marcia in uniforme con equipaggiamento militare completo, ma anche prove di cultura generale. I team partecipanti erano composti da due militari ciascuno, permettendo così di evidenziare lo spirito di collaborazione tra i concorrenti.
Il team vincitore è stato quello del generale dell’Esercito Britannico Russell Wardle con il colonnello dei Carabinieri Vincenzo Gardin. Secondo posto per il tenente colonnello della RAF Alan Morrow con il maresciallo dell’Esercito Lituano Algimantas Greicaitis.
La NTM-I è una piccola “tactical force” composta da personale NATO e della Partnership for Peace. Ha in sé rappresentanti di tredici nazioni: Albania, Bulgaria, Danimarca, Estonia, Italia, Lituania, Olanda, Polonia, Romania, Turchia, Ucraina (Partner for Peace), UK e USA.
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La NATO Training Mission – Iraq (NTM-Q) in Paola Casoli il Blog
Fonte: NATO Allied Command Operations (ACO)
Foto: NATO Allied Command Operations (ACO)
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venerdì, novembre 4th, 2011 327 views
Il nuovo Capo di stato maggiore della brigata alpina Julia, il colonnello Giuseppe Montalto, proviene dagli alpini paracadutisti che forniscono le forze speciali; una “specialità nella specialità”, come recita il comunicato stampa della brigata alpina Julia.
“E’ un alpino particolare il neo Capo di Stato Maggiore della Brigata- si legge dal comunicato – proviene infatti dagli alpini paracadutisti, una specialità nella specialità che fin dalla sua fondazione negli anni ‘50 ha sempre dato prova di eccezionale capacità operativa”.
Il colonnello Montalto, di Udine, ha assunto l’incarico presso la Julia il 31 ottobre scorso dopo una lunga esperienza al 4° reggimento ALPIPAR, alpini paracadutisti, dove era approdato nel 1996 come comandante di compagnia, poi di battaglione e infine di reggimento fino allo scorso 7 ottobre.
Il 4° reggimento ALPIPAR costituisce un bacino per le forze per operazioni speciali e dal 2004 serve ininterrottamente a fianco delle forze speciali internazionali in Iraq e in Afghanistan conducendo operazioni ad alto rischio.
Il colonnello Montalto è stato a lungo impegnato nei teatri operativi esteri, operando per molti anni in tutta l’area della ex Jugoslavia; in Iraq, inquadrato nella divisione multinazionale a guida inglese, e in Afghanistan.
E’ abilitato nella tecnica del lancio in caduta libera e ha al suo attivo un migliaio di lanci.
Fonte: brigata alpina Julia
Foto: brigata alpina Julia
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lunedì, ottobre 31st, 2011 118 views
Riceviamo e pubblichiamo la lettera ricevuta via e-mail con oggetto Nuove mostrine dal lettore Christian Mari, che esprime la propria personale opinione (e che non necessariamente coincide con quella del blog) in relazione all’articolo Tremonti e i tagli a quella Difesa che non ha mai soldi per esercitazioni e ricerca, ma per parate e baschi nuovi sì, a firma L’Anacoreta, pubblicato in queste pagine il 14 luglio 2011.
Gent.ma Dott.ssa Casoli,
sono rimasto veramente colpito dal suo articolo [a firma L’Anacoreta, ndr], sul suo blog, riguardante i tagli imposti [da] Tremonti, tal tono critico ma lucido con cui si è sottolineata, ahimè, una certe classe dirigente. Non capita spesso di sentire, tanto meno leggere, parole in difesa di questa ben specifica categoria.
Vede, ho passato più di 13 anni al servizio della Patria. A 19 anni ho deciso e, lo ammetto, ho avuto anche la fortuna, di entrare in un’Accademia Militare e di seguirne i corsi di formazione da Ufficiale. E’ solamente una grandissima forza d’animo, unita ad un’alta considerazione della Patria, delle sue istituzioni e dei suoi valori che mi ha reso possibile il proseguimento di questo cammino durato quasi 14 anni attraverso non facili corsi di qualificazioni prima e missioni all’estero poi. Mi chiedo pertanto: se una persona, nel fiore degli anni, ufficiale dei Ruoli Normali, qualificata e in forza alle Forze Speciali perde il desiderio di continuare questo percorso e preferisce cercare altre strade lontane dalla F.A., se da un lato lo deve a situazioni familiari difficilmente gestibili (lo ammetto), dall’altro lo deve a situazione strutturale della Difesa che definirei angosciante e che di sicuro non lo sorreggono.
Se è vero che sacrifici sono necessari, rendiamoci altresì conto che questi sacrifici, per i militari, si sommano a situazioni pregresse già sul limite del drammatico. Rammento già alla fine degli anni ‘90 giovani ufficiali che erano costretti a comprarsi da soli i mezzi di cancelleria ed equipaggiamento per poter lavorare degnamente, rammento quando, con il placet dell’allora Ministro Antonio Martino, tra 2005 e 2006 una scure si abbatté sul personale militare, portandosi dietro malumore e sconforto. Ma il morale delle truppe in aria di operazione (allora mi trovavo in Iraq) non dovrebbe essere mantenuto alto? Rammento come poi, in quella situazione di tagli e di problemi di manutenzione, ci fu richiesto di ristanziarci in Libano per la grave situazione che si era venuta a creare. “Ma come? Prima ci togliete i soldi e poi ci chiedete di raddoppiare gli sforzi?” Dove sta la logica di tutto ciò.
Settimanalmente sento compagni di corso d’Accademia, ex colleghi di Reparto, comandanti di navi, gente che per educazione militare, per struttura mentale, per codice di vita normalmente non parla dei propri problemi: essi sono miseramente rassegnati. Sono espropriati della propria dignità. Perché non concedere loro quel minimo finanziario necessario a portare a termine delle esercitazioni, non concedere loro i soldi per la navigazione o le manutenzioni, vuol dire togliere loro la dignità, vuol dire non attribuire alcuna importanza al loro lavoro.
Purtroppo potersi fregiare di qualche nuova mostrina, o cambiare il colore del proprio basco non riporterà fierezza, né entusiasmo sui loro volti fosse anche in una nuova parata o raduno militare.
Cordialmente
Christian Mari
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sabato, ottobre 29th, 2011 158 views
Si sono incontrati lo scorso 26 ottobre al quartier generale della United Nations Assistance Mission for Iraq (UNAMI) a Baghdad, la capitale irachena, il vicecomandante della NATO Training Mission–Iraq (NTM-I), il generale italiano Giovanni Armentani, e il vice dell’UNAMI Special Representative of the Secretary General (political), Jerzy Skuratowicz, per discutere della crescente importanza della tutela dei diritti umani in Iraq.
Al centro del dialogo l’esame delle attività in corso da parte delle due organizzazioni e l’esame dell’urgenza di fornire consulenza politica alle istituzioni irachene. Uno dei punti principali della discussione, si apprende dal sito dell’Allied Command Operations della NATO, è stata la valutazione dello stato dei diritti umani in Iraq e la conseguente constatazione della necessità di pianificare azioni di promozione di tali diritti da parte sia dell’NTM-I sia dell’UNAMI.
Il generale Armentani ha sottolineato che la formazione specifica in materia di diritti umani e rule of law costituisce parte integrante del training fornito dall’NTM-I alla Iraqi Federal and Oil Police.
A risultato dell’incontro il generale Armentani e Jerzy Skuratowicz hanno concordato sulla necessità di creare un rapporto di collaborazione più stretto tra NTM-I e UNAMI, continuando a mantenere viva e proficua la relazione tra le due entità anche nel prossimo futuro.
I due alti rappresentanti hanno inoltre avanzato l’ipotesi della partecipazione di una delegazione dell’UNAMI al prossimo Joint Committee for Future Training che si terrà nel gennaio 2012.
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Per l’addestramento alla polizia irachena:
Iraq: 10mila americani restano a tutela dei diplomatici. O per il petrolio del Kurdistan? (2 agosto 2011)
Fonte: ACO
Foto: Baghdad, NTM-I and UNAMI representatives during the meeting at UNAMI Headquarters on 26 October 2011 (Photo by NTM-I)/ACO
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lunedì, settembre 12th, 2011 171 views
Sicurezza e discrezione. Ecco le parole chiave delle due novità proposte dall’azienda britannica BAE Systems al Defence and Security Equipment International (DSEi) di quest’anno, che aprirà i battenti domani 13 settembre all’ExCeL di Londra.
Sicurezza, innanzi tutto. Il sistema BLAST (Brownout Landing Air System Technology) è espressamente dedicato agli elicotteri e nasce dalla necessità sperimentata in Afghanistan e in Iraq di operare con sicurezza anche in condizioni di scarsa visibilità a causa della sabbia.
Il sistema è stato pensato infatti per migliorare la visibilità in tutte le situazioni in cui le procedure di decollo e atterraggio non sono praticabili per le proibitive condizioni del terreno, dove risulta pericoloso operare nel turbinio di sabbia sollevato
dalle pale in rotazione.
Il BLAST (foto BAE) è già stato testato nell’aprile di quest’anno in Arizona, fa sapere l’articolo di Armed Forces International, dimostrando l’utilità della visione tridimensionale generata dal sistema durante l’atterraggio in condizioni proibitive.
La discrezione, invece, è data dalla tecnologia che rende invisibili i carri armati rendendoli impercettibili. Adaptiv, così si chiama, è un sistema che sfrutta il calore permettendo al mezzo blindato di mimetizzarsi con
l’ambiente.
Pixel esagonali (foto BAE) particolarmente sensibili alle alte temperature permettono di catturare il calore del terreno e di trasmetterlo sul carro armato. Un sistema utilizzabile non solo per mezzi in movimento, ma anche per navi o per edifici. I pixel sono di misura variabile a seconda dell’utilizzo e delle necessità. Il camuffamento è garantito con un basso consumo di energia.
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Inizio d’anno con botti tecnologici per la BAE System (13 gennaio 2011)
La tecnologia in Paola Casoli il Blog
Fonte: Armed Forces International
Foto: BAE Systems
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venerdì, agosto 19th, 2011 126 views
Il primo raid risale al 17 agosto, secondo la notizia riportata da Voice of America che allora riferiva di attacchi dell’aviazione turca contro obiettivi curdi nel nord dell’Iraq da fonti locali non ancora confermate: “Se confermato ufficialmente – diceva l’articolo – si tratta della prima offensiva turca oltre confine dell’anno”.
La Turchia ha poi ufficializzato. Sessanta gli obiettivi del primo raid notturno due giorni fa, tutti nel nord Iraq. Una pesante offensiva sferrata con aerei e artiglieria di cui dà notizia Reuters.
Sempre Reuters riferisce stamattina 19 agosto anche del successivo comunicato ufficiale turco, che rende noto di aver bombardato con l’aviazione 28 obiettivi, e con l’artiglieria 96.
A essere colpiti dai mezzi militari della Turchia sono stati i rifugi dei militanti del PKK (Parti Karkerani Kurdistan, Partito dei lavoratori del Kurdistan) nell’area nord-irachena, dove si ritiene vengano organizzati gli attacchi contro la Turchia sud-orientale.
E proprio il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, secondo quanto riportava mercoledì scorso VoA, aveva avvisato che la Turchia stava “perdendo la pazienza” dopo le pesanti provocazioni dei militanti curdi, che dall’inizio della loro campagna armata per l’autonomia nel 1984 hanno già provocato la morte di 40mila persone.
Gli scontri hanno cominciato a intensificarsi da metà luglio in concomitanza con la dichiarazione di autonomia dei curdi che abitano la Turchia sudorientale. A Diyarbakir in quell’occasione sono morti tredici soldati turchi con conseguente sdegno della Nato, di cui la Turchia fa parte dal 1952.
L’ambasciata americana ad Ankara, fa sapere VoA, mercoledì scorso ha ribadito il pieno sostegno degli Stati Uniti alla Turchia nella sua lotta contro i militanti del PKK, ritenuto un partito terroristico. Il supporto statunitense era già stato dichiarato dal Segretario di Stato Hillary Clinton all’indomani dei disordini di Diyarbakir.
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Fonti: VoA, Reuters
Foto: Turkish Air Force 2006 da Patrick’S Aviation
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martedì, agosto 9th, 2011 91 views
Da contractor – in Iraq, nel 2006 – se l’erano vista davvero brutta. Donald Vance e Nathan Ertel, cittadini americani impiegati nella Shield Group Security (SGS), rappresentavano una seria minaccia secondo i loro stessi connazionali e così sono stati trattati.
Arrestati e messi in detenzione a Camp Cropper (foto/Getty), l’ex prigione di Saddam Hussein vicino all’aeroporto di Baghdad, hanno subìto torture e maltrattamenti da incubo, come da loro stessi raccontato cinque anni fa. Ora, secondo quanto riportato oggi da BBC online, possono far causa a Donald Rumsfeld, l’allora Segretario della Difesa americano.
E’ stata una corte d’appello federale, con una sentenza che stabilisce la mancanza di immunità in quel caso per l’ex capo del Pentagono Rumsfeld, a consentire indirettamente a Vance ed Ertel di sporgere denuncia per quanto subìto.
Questi i fatti. Vance ed Ertel erano allora impiegati in una compagnia di sicurezza privata (PMC) irachena, la SGS, che forniva servizi di sicurezza, rilevazione delle minacce, comunicazioni radio e satellitari, addestramento, interpretariato e pianificazione d’emergenza in Iraq.
Ma qualcosa sembrava non funzionare per il verso giusto. Vance, aiutato da Ertel, cominciò a raccogliere le prove di un sistema di vendita di armi sottobanco attraverso la SGS che arrivava fino agli impiegati dei ministeri iracheni. Di più, per i due contractor la compagnia avrebbe addirittura pagato con denaro contante a ufficiali iracheni la propria influenza pubblica.
In tutta risposta ai due contractor vennero repentinamente ritirati i permessi di ingresso nella Green Zone di Baghdad. I due vennero prelevati dai loro uffici e brutalmente perquisiti. Poi incarcerati. Ertel se la cavò con un mese e mezzo, Vance invece stazionò a Camp Croppel per oltre tre mesi.
Ora entrambi possono chieder conto a Rumsfeld delle torture fisiche e psicologiche subìte durante la prigionia, quando veniva loro impedito di ripararsi dalle luci abbaglianti, dal frastuono e dal gelo sparati sui loro volti nel più totale isolamento.
Secondo la corte d’appello di Chicago, infatti, Vance ed Ertel hanno presentato sufficienti elementi a dimostrazione del fatto che Rumsfeld ha “personalmente stabilito” la linea di condotta in violazione dei diritti costituzionali dei due contractor in corso di detenzione.
La parola passa ora alla difesa di Rumsfeld.
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The Private Security Firms and their current role – By Jethro S. (1° luglio 2011)
Fonti: BBC, NYT, Pardon my Paradox blog, Global Post
Foto: David Furst/AFP/Getty Images dal Global Post
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mercoledì, agosto 3rd, 2011 150 views
By Giovanni Punzo
Una sfida nel Kurdistan è il titolo di un famoso racconto di J.J. Langendorf pubblicato in Francia nel 1969 (e tradotto in Italia nel 1981). La trama non è complicata come un political thriller di Tom Clancy, ma si impone egualmente per l’immagine che presenta dell’agitatore politico, dell’agente sul campo: nel 1941 un agente nazista è inviato appunto nel Kurdistan per attrarre nell’orbita di influenza tedesca – sottraendole a quella inglese – le popolazioni della regione.
L’agente confonde il suo ruolo con quello del rivoluzionario vero e proprio, ma – nonostante l’eliminazione diretta dell’agente inglese suo avversario faccia presagire il successo – il piano fallisce semplicemente perché l’intera operazione non viene più supportata da Berlino. Animato dalle teorie geopolitiche di Ausserhofer e allievo dello stesso istituto, ammiratore del rivoluzionario ‘totale’ Saint Just, l’agente scopre di aver sacrificato in realtà la propria giovinezza in un «grande gioco» all’interno del quale il suo ruolo è quello di una modesta pedina. Dietro questa narrazione letteraria, affascinante e ben fondata su solide basi, la questione curda resta comunque viva nei protagonisti e per la spinta che ne potrebbe derivare alla relativa instabilità della regione.
I problemi insoluti della questione curda cominciano nel momento stesso in cui si intenda delimitarne l’area o stabilire il numero della popolazione di etnia curda effettivamente coinvolta. Non esistendo confini naturali il Kurdistan diventerebbe l’area geografica all’interno della quale l’etnia è maggioritaria, dove insomma costituisce la parte predominante della popolazione. In sé un concetto quindi abbastanza labile, soprattutto dopo che un decennio di guerre nella ex Jugoslavia hanno dimostrato la scarsa consistenza di questi riferimenti.
Delimitando il Kurdistan tra la catena del monte Ararat e il margine della pianura della Mesopotamia, la prima considerazione è che quest’area coinvolge sette stati diversi.
La parte più estesa del Kurdistan si trova in Turchia (17 province turche su 67), ma la stessa presenza è negata. Resta il fatto che – secondo una statistica turca della metà degli anni Sessanta – l’analfabetismo nella zona superava l’80%, ma restava difficile distinguere se si trattasse di un vero e proprio rifiuto di frequentare le scuole turche e quindi di un gesto politico. Inoltre la stessa area era definita come la «più depressa» dell’Anatolia orientale dal punto di vista economico.
Oltre alla Turchia, altri comprimari storici sono Siria, Iraq e Iran, mentre a nord, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, hanno ereditato briciole tutt’altro che trascurabili di questione curda Azerbajan, la Repubblica d’Armenia e la Georgia.
La Siria, dopo un programma di ‘arabizzazione’ spinta alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso e concluso solo nel 1976, ha fatto delle concessioni formali e pare che fino a oggi, nonostante le notevoli difficoltà del regime di Damasco, l’equilibrio con la minoranza curda resista, o almeno non costituisca fonte di ulteriore preoccupazione. Nella parte siriana, a Qaratchok nella regione di Djezirè, vi sono inoltre apprezzabili giacimenti petroliferi.
Una situazione analoga si riscontra nella parte irachena dove la consistenza dei giacimenti di Mossul e Kirkuk è invece molto nota. Dopo le dure repressioni del regime di Saddam sembra che ora una relativa tranquillità sia originata dalla speranza della tripartizione dell’Iraq che vedrebbe il nascere nella parte settentrionale del paese di uno stato curdo con autonomie federali: soluzione poco gradita alla Turchia, che però ha necessità del petrolio di Mossul.
Più complessa e difficile da definire la situazione nella parte iraniana. Lo shah, dopo il ritiro delle truppe sovietiche dall’Iran, sconfisse e si annesse la piccola repubblica curda sorta durante la Seconda guerra mondiale come una sorta di protettorato russo. Il trattamento iraniano nella sostanza non fu meno duro di quello turco e, dopo la speranza accesasi alla caduta della monarchia, il regime di Khomeini non fece concessioni, mentre altrettanto rigido sembra oggi quello di Ahmadinejad. D’altra parte i curdi hanno la stessa origine degli iraniani e la lingua curda presenta maggiori affinità con il persiano che non con l’arabo o il turco. Inoltre prima della conversione all’islam essi praticavano una religione assai simile allo zoroastrismo persiano e di questa antica religione resta un gruppo molto ridotto di circa cinquantamila persone nella zona di Mossul che pratica nello stesso tempo circoncisione e digiuno come nell’islam, ma anche il battesimo e la divisione del pane come i cristiani.
Diverse le vicende delle comunità curde al di là dei confini con la ex Unione Sovietica. Nelle tre ex repubbliche sovietiche di Armenia, Azerbaijan e Georgia il numero dei curdi è sempre stato ridotto e questo ha permesso di considerarli senza difficoltà alla stregua di tante altre minoranze dell’Asia centrale sovietica. Nel 1930 sorgevano già scuole dove l’insegnamento era impartito in lingua curda e nelle università di Mosca, Leningrado, Tashkent ed Erivan esistono corsi di lingua e letteratura. Neutrale o ambigua che fosse, la politica estera sovietica non poteva permettersi tensioni con gli stati confinanti, ma assumeva volentieri l’immagine di protettrice delle minoranze, a cominciare dall’accoglienza a Mustafà Berzani nel 1946 ricercato dagli iraniani dopo la sconfitta dell’effimera repubblica curda.
Divisioni territoriali e divisioni tribali interne – ma anche ideologiche – hanno caratterizzato sino a ora la questione curda nel suo complesso e a volte stati assai diversi come regime e collocazione internazionale (ad esempio Turchia e Siria) hanno trovato un punto di contatto solo nella repressione dei movimenti autonomisti. Ovviamente si sono spesso aggiunte strumentalizzazioni o accordi parziali con settori limitati del popolo curdo che secondo una stima di una decina di anni orsono costituisce un insieme di almeno quindici milioni di persone (secondo altre stime sono invece venti). Affrontare oggi una questione curda unificata da un solo interlocutore e rappresentante di questo popolo sarebbe tuttavia un vero e proprio incubo.
Giovanni Punzo
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Mappa del Kurdistan della CIA (1992)/Wikipedia
Foto: manifestanti curdi dal blog di Roberto Spagnoli passaggioasudest
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martedì, agosto 2nd, 2011 202 views
Il conto alla rovescia verso la smobilitazione delle truppe americane dall’Iraq entro il 31 dicembre di quest’anno è già iniziato. Ma il ritiro dei militari lascerà comunque 10mila uomini circa ancora sul terreno. A tutela dei diplomatici presenti nel paese, è la motivazione.
Al riguardo, il numero dei diplomatici e degli esperti americani in Iraq arriverà a quota 17mila, dato che è previsto l’invio di altri esperti da parte del Dipartimento di Stato americano nell’anno successivo al ritiro delle truppe, fa sapere un articolo del Kurdish Globe di Erbil del 1° agosto.
Il personale dispiegato, si legge, “darà un’occhio ai giacimenti di petrolio di Kirkuk così che i curdi non potranno nutrirvi più nessuna speranza”.
Ma l’articolo fa di più. Pur se espressione di un punto di vista netto, quello curdo, in realtà fornisce indicazioni di lettura di un disagio nel cuore del Vicino Oriente che vale la pena di prendere in considerazione in quanto strategicamente interessante.
L’articolo lega i giacimenti petroliferi e la presenza delle truppe americane ai continui disordini nell’area transfrontaliera abitata dal popolo curdo. Come? Mettendo nelle mani degli americani la gestione della sicurezza dell’area dove Iran, Iraq e Turchia si incontrano. E dove i curdi stanno tentando di ritagliarsi una nazione.
Una decina di giorni fa, ricor
da l’articolo, si sono verificati gravi scontri nel sud-est della Turchia.
Lo scorso 14 luglio, infatti, a Diyarbakir i curdi hanno proclamato l’autonomia della regione con il supporto del PKK, il partito curdo internazionalmente considerato alla stregua di un’organizzazione militante di stampo terroristico. I disordini che ne sono seguiti hanno lasciato sul terreno tredici militari turchi, con il disappunto della Nato, di cui la Turchia fa parte dal 1952, e sette militanti, o secessionisti, nell’accezione turca.
Si tratta in realtà solo dei disordini più gravi tra gli ultimi registrati. Il disagio del popolo curdo, in realtà, si esprime anche in Iran e in Iraq.
E’ notizia di ieri, sempre dal Kurdish Globe, che l’Iraq abbia chiesto l’espulsione dell’ambasciatore iraniano Hassan Danaie-Far a causa dei continui disordini alla frontiera dei due paesi tra militari dell’Iran’s Revolutionary Guards e membri del Party of Free Life of Kurdistan (PEJAK), che opera in Iraq sotto l’ombrello del PKK curdo.
Sembra che il bilancio di questi scontri sia pari a oltre il doppio in termini di morti e feriti di quelli verificatisi in Turchia a metà luglio.
Secondo l’esperto di Oriente del Moscow Carnegie Centre, Alexei Malashenko, citato dal Kurdish Globe ieri, “molti esperti ritengono che il 21esimo secolo sia destinato a diventare il secolo della lotta dei curdi per l’indipendenza”. E questi scontri rappresenterebbero dunque un intensificarsi della questione, stante il disappunto che Turchia, Iraq e Iran continuano a nutrire per l’etnia curda che rivendica le aree più ricche di petrolio della regione.
Ricorda l’articolo, infatti, che la provincia irachena di Kirkuk popolata da curdi iracheni possiede “il doppio del petrolio che ha la Libia”. Una forza strategica nelle mani d
ei curdi, che hanno supportato la caduta di Saddam Hussein aiutando gli americani.
Le motivazioni, ufficialmente legate alla sicurezza, per giustificare ancora una presenza americana nella regione ci sono tutte.
E a questo si collega la difficoltà del SIGIR, l’ex CPA in Iraq, nell’organizzare la gestione dei contractors americani che resteranno sul terreno dopo il 31 dicembre, data ultima per l’uscita delle truppe statunitensi dall’area.
Intanto la Nato procede nel suo addestramento della polizia irachena, in particolare dell’Iraqi Oil Police, presso Camp Dublin grazie al training specialistico fornito dai Carabinieri italiani. L’obiettivo è consentire agli iracheni di gestire la sicurezza delle proprie risorse, aumentando la consapevolezza della propria responsabilità.
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The Private Security Firms and their current role – By Jethro S. (1° luglio 2011)
Fonti: Kurdish Globe, Nato
Foto: MSNBC/Danger Room, EPA/Kurdish Globe, It Carabinieri NATO
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