Iraq: 10mila americani restano a tutela dei diplomatici. O per il petrolio del Kurdistan?

martedì, agosto 2nd, 2011 242 views

Il conto alla rovescia verso la smobilitazione delle truppe americane dall’Iraq entro il 31 dicembre di quest’anno è già iniziato. Ma il ritiro dei militari lascerà comunque 10mila uomini circa ancora sul terreno. A tutela dei diplomatici presenti nel paese, è la motivazione.

Al riguardo, il numero dei diplomatici e degli esperti americani in Iraq arriverà a quota 17mila, dato che è previsto l’invio di altri esperti da parte del Dipartimento di Stato americano nell’anno successivo al ritiro delle truppe, fa sapere un articolo del Kurdish Globe di Erbil del 1° agosto.

Il personale dispiegato, si legge, “darà un’occhio ai giacimenti di petrolio di Kirkuk così che i curdi non potranno nutrirvi più nessuna speranza”.

Ma l’articolo fa di più. Pur se espressione di un punto di vista netto, quello curdo, in realtà fornisce indicazioni di lettura di un disagio nel cuore del Vicino Oriente che vale la pena di prendere in considerazione in quanto strategicamente interessante.

L’articolo lega i giacimenti petroliferi e la presenza delle truppe americane ai continui disordini nell’area transfrontaliera abitata dal popolo curdo. Come? Mettendo nelle mani degli americani la gestione della sicurezza dell’area dove Iran, Iraq e Turchia si incontrano. E dove i curdi stanno tentando di ritagliarsi una nazione.

Una decina di giorni fa, ricorda l’articolo, si sono verificati gravi scontri nel sud-est della Turchia.

Lo scorso 14 luglio, infatti, a Diyarbakir i curdi hanno proclamato l’autonomia della regione con il supporto del PKK, il partito curdo internazionalmente considerato alla stregua di un’organizzazione militante di stampo terroristico. I disordini che ne sono seguiti hanno lasciato sul terreno tredici militari turchi, con il disappunto della Nato, di cui la Turchia fa parte dal 1952, e sette militanti, o secessionisti, nell’accezione turca.

Si tratta in realtà solo dei disordini più gravi tra gli ultimi registrati. Il disagio del popolo curdo, in realtà, si esprime anche in Iran e in Iraq.

E’ notizia di ieri, sempre dal Kurdish Globe, che l’Iraq abbia chiesto l’espulsione dell’ambasciatore iraniano Hassan Danaie-Far a causa dei continui disordini alla frontiera dei due paesi tra militari dell’Iran’s Revolutionary Guards e membri del Party of Free Life of Kurdistan (PEJAK), che opera in Iraq sotto l’ombrello del PKK curdo.

Sembra che il bilancio di questi scontri sia pari a oltre il doppio in termini di morti e feriti di quelli verificatisi in Turchia a metà luglio.

Secondo l’esperto di Oriente del Moscow Carnegie Centre, Alexei Malashenko, citato dal Kurdish Globe ieri, “molti esperti ritengono che il 21esimo secolo sia destinato a diventare il secolo della lotta dei curdi per l’indipendenza”. E questi scontri rappresenterebbero dunque un intensificarsi della questione, stante il disappunto che Turchia, Iraq e Iran continuano a nutrire per l’etnia curda che rivendica le aree più ricche di petrolio della regione.

Ricorda l’articolo, infatti, che la provincia irachena di Kirkuk popolata da curdi iracheni possiede “il doppio del petrolio che ha la Libia”. Una forza strategica nelle mani dei curdi, che hanno supportato la caduta di Saddam Hussein aiutando gli americani.

Le motivazioni, ufficialmente legate alla sicurezza, per giustificare ancora una presenza americana nella regione ci sono tutte.

E a questo si collega la difficoltà del SIGIR, l’ex CPA in Iraq, nell’organizzare la gestione dei contractors americani che resteranno sul terreno dopo il 31 dicembre, data ultima per l’uscita delle truppe statunitensi dall’area.

Intanto la Nato procede nel suo addestramento della polizia irachena, in particolare dell’Iraqi Oil Police, presso Camp Dublin grazie al training specialistico fornito dai Carabinieri italiani. L’obiettivo è consentire agli iracheni di gestire la sicurezza delle proprie risorse, aumentando la consapevolezza della propria responsabilità.

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The Private Security Firms and their current role – By Jethro S. (1° luglio 2011)

Fonti: Kurdish Globe, Nato

Foto: MSNBC/Danger Room, EPA/Kurdish Globe, It Carabinieri NATO

Iraq, via i militari americani che ne sarà dell’esercito dei 5.500 contractors sul terreno?

lunedì, luglio 25th, 2011 181 views

Che ne sarà dei 5.500 contractors americani presenti in Iraq una volta che i militari US se ne saranno andati completamente?

Diventeranno una brigata combat? Chi li comanderà dal prossimo gennaio 2012 e, soprattutto, quali saranno le loro regole di ingaggio nel gestire la sicurezza dei diplomatici americani presenti nel paese?

In un articolo esclusivo di Danger Room del 22 luglio, rilanciato lo stesso giorno da ProPublica, questi quesiti sollevano pesanti interrogativi sul futuro di un paese ancora instabile dopo una guerra ufficialmente conclusa il 1° maggio 2003.

L’incertezza sul domani e l’impossibilità di accedere ai progetti futuri del Dipartimento di Stato mettono in difficoltà Stuart Bowen, lo Special Inspector General for Iraq Reconstruction (SIGIR), praticamente il successore di quello che è stato il Coalition Provisional Authority (CPA) iracheno di Paul Bremer.

Il SIGIR ha infatti confermato a Danger Room di non essere riuscito ad avere le informazioni necessarie dal Dipartimento di Stato nonostante negli ultimi mesi si sia espressamente dedicato con il suo team a ottenere indicazioni su come verranno gestiti questi contractors.

In particolare, quali saranno le regole di ingaggio? E quale sarà il canale attraverso cui i contractors riporteranno eventuali problemi connessi alla sicurezza a cui poi si dovrà dare adeguata risposta per la giusta reazione sul terreno?

Il Dipartimento di Stato, da parte sua, sembra aver fornito sempre la stessa risposta a Bowen: lei si occupi di ricostruzione, che al resto ci pensiamo noi.

Ma secondo Ramzy Mardini, un analista dell’Institute for the Study of War appena rientrato da un periodo trascorso in Iraq, “il Dipartimento di Stato non ha la percezione dell’impegno che sta per assumersi”. E in più “non ha nessuna esperienza nel gestire un esercito privato”.

E’ infatti ancora vivo il ricordo dell’incidente di Nisour Square a Baghdad nel settembre 2007, quando contractors della Blackwater uccisero diciassette civili iracheni. Allora, ricorda l’articolo, la strage aveva rappresentato il risultato di uno scarso controllo sul crescente numero di contractors assunti per la sicurezza dei diplomatici nelle zone di guerra.

E oggi?

Secondo la testimonianza di Ramdi, l’Iraq viene ancora considerata una zona di guerra dai  contractors, dato che l’atteggiamento con cui proteggono i diplomatici è uguale a quello di sempre a bordo di “macchine blindate, armati fino ai denti e con occhiali da sole scuri”.

Di più, sembra che a garantire spostamenti sicuri verrà addirittura impiegata anche una flotta di elicotteri del Dipartimento di Stato. Sarebbe la prima volta che succede, sottolinea l’articolo.

Il problema principale, fa notare Danger Room, sembra essere una “mancanza di coinvolgimento ai piani alti”, che sfocia nell’inefficienza e nell’incapacità di concludere una questione aperta, “abbozzando l’idea che i militari americani lasceranno l’Iraq nel medesimo modo in cui ci sono entrati: senza un piano degno del nome”.

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The Private Security Firms and their current role – By Jethro S. (1° luglio 2011)

Fonte: Danger Room/ProPublica

Foto: Danger Room

Caviale diplomatico sulle tartine Wikileaks

martedì, novembre 30th, 2010 95 views

By Cybergeppetto

In tutte le capitali del mondo vive e lavora un gruppo di particolari mammiferi sul quale Folco Quilici o il National Geographic dovrebbero fare un bel documentario: i diplomatici.

Sono persone ben vestite e sciccose che si riuniscono spesso in branchi per fare degli amabilissimi party in ville sontuose.

Ci sono tutti gli ingredienti per ottimi programmi per i canali monotematici, panorami meravigliosi, curiose aggregazioni umane e comportamenti di grande interesse per gli etologi.

Di tanto in tanto, alla fine di questi party, i diplomatici organizzano un branco più grande, denominato summit, in cui firmano qualche trattato che, alla prima occasione, verrà tradito o sconfessato.

La storia di questa tribù è piena di queste cose, i diplomatici e i loro amici Capi di Stato di oggi si stringono la mano e sorridono con la stessa sincerità con cui lo fecero a suo tempo Stalin e von Ribbentrop per spartirsi l’Europa.

(continua…)

Dopo Iraq e Afghanistan, gli USA pensano allo Yemen

mercoledì, novembre 17th, 2010 105 views

La smobilitazione dall’Iraq potrebbe andare a tutto vantaggio della costituzione di nuove basi statunitensi in Yemen per combattere al-Qaeda.

Per il Wall Street Journal, che ieri ha fatto sapere dell’interesse americano a un ruolo di maggior rilievo in Yemen, gli Stati Uniti starebbero pigiando sull’acceleratore già da un po’ per consegnare urgentemente equipaggiamenti allo Yemen e costituire le basi per una campagna antiterrorismo senza esclusione di colpi.

La questione è come intervenire contro il nucleo qaedista yemenita AQAP (Al-Qaeda in the Arabian Peninsula), responsabile della recente spedizione di pacchi bomba tramite aerei cargo; ovvero se inserire nel territorio forze scelte statunitensi per l’addestramento dei militari delle forze armate yemenite o se implementare le risorse di intelligence, con gli 007 della CIA (Central Intelligence Agency).

Finora l’intelligence americana sul territorio non ha dato i risultati sperati. Si è appoggiata ai servizi sauditi, che pure hanno informatori nelle aree tribali, ma non ha raggiunto il livello auspicato di efficacia. Nell’impasse, la CIA e altre agenzie stanno trasferendo equipaggiamenti e materiali da altre aree, fa sapere l’articolo, espandendo anche i team di esperti nell’analisi del fenomeno AQAP. Il punto è come espandersi nell’area in questione.

Il governo dello Yemen appare riluttante nel ricevere addestratori statunitensi per le proprie truppe da posizionare nelle basi sul territorio. “Perché creare problemi inutili?”, chiede un ufficiale. Si metterebbero le basi per il pregiudizio secondo cui gli americani sarebbero invasori sul suolo yemenita.

Piuttosto meglio una fornitura di elicotteri e di visori notturni a sostegno delle missioni nelle aree più remote.

Lo Yemen possiede delle unità antiterrorismo addestrate dalle forze speciali statunitensi. La lotta al male, tuttavia, non si è rivelata soddisfacente. Nel corso dell’anno gli yemeniti si sono fatti scappare un paio di volte un bersaglio importante e hanno perso molti uomini.

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Al-Qaeda starebbe traslocando dal Pakistan in Somalia e Yemen (13 giugno 2009)

Fonte: Wall Street Journal

Foto: Obama and CIA/100spiare.it; Map locating routes of planes carrying bombs from Yemen; commercial flights were involved in addition to cargo flights/www.dailyme.com; Yemen’s female Counter Terrorism Unit at a base in Sanaa/The Christian Science Monitor.

Ultimi arrivi in Paradiso

martedì, novembre 2nd, 2010 114 views

By Cybergeppetto

Cinquanta cristiani siro-cattolici, uccisi durante un attacco di estremisti islamici, arrivano in Paradiso. San Pietro li accoglie con grande benevolenza.

“Il vostro sacrificio – dice il vecchio pescatore d’anime – è tale da meritarvi non solo l’iscrizione nel registro dei giusti che io tengo qui in portineria, ma anche la menzione nell’albo dei martiri della fede”.

I siro-cattolici, rallegrati dalle parole di San Pietro, ma ancora scossi, si guardano intorno cercando di capire l’ambiente che li circonda, i loro angeli custodi arrivano e si danno un gran daffare per spiegare i contenuti della beatitudine alla quale sono destinati.

Esperite le formalità di rito, vengono ricondotti al cospetto di San Pietro, al lato del quale vi sono le vittime di precedenti attentati e rapimenti, come monsignor Paulos Faraj Raho, arcivescovo cristiano caldeo di Mosul. (continua…)

Wikileaks e i media. Molti bytes e pochi neuroni

martedì, ottobre 26th, 2010 342 views

By Cybergeppetto

Wikileaks 2, la vendetta. Julian Assange non ha ancora digerito il flop della prima uscita dei segreti inconfessabili delle guerre americane che, novello Don Chisciotte, sprona il suo Ronzinante e, lancia in resta, si pone in rotta di collisione contro i mulini a vento, che per lui sono i segreti da far sapere al mondo.

Veniamo così a sapere che in Iraq sono stati commessi dei crimini, che sono morti un sacco di civili, che Calipari lo hanno fatto fuori gli americani ecc. ecc.

Un hacker può fare solo due cose: violare i siti sulla rete e rubare files. Julian Assange è un ex hacker e ha le qualità per inondare la rete di documenti di cui non viene citata la fonte, sennò lo arrestano a lui e ai suoi sodali.

Che cosa ne facciamo di tutti questi arcani della storia recente? C’è qualche giornalista che ha tempo e voglia di leggerli? C’è qualche cervice in grado di correlarli? C’è qualche anima buona in grado di cercare riscontri? Potrei andare avanti a lungo… (continua…)

Wikileaks spiffera notizie ammuffite. A quando un diario talebano?

lunedì, ottobre 25th, 2010 91 views

Si pone come spifferatore del web e strumento per giornalisti, ma in realtà Wikileaks passa solo roba vecchia.

Giornalisticamente parlando, i file segreti sulla guerra in Iraq sono una accozzaglia di dati vecchi e inutilizzabili riferiti a episodi già noti (o almeno immaginabili, visto che stiamo parlando di una guerra raccontata da tempo) degli anni scorsi.

Come se fossero stati dimenticati in un cassetto dall’ultimo stagista chiamato a sostituire le ferie in agosto, questi quasi 400mila file sono stati riversati così come sono stati trovati e con tutta la loro muffa direttamente sul web.

Neppure un tentativo di metterli in ordine. Wikileaks non ha fatto neanche lo sforzo di mettere in correlazione i vari report delle unità sul terreno.

Difficile per un giornalista utilizzare Wikileaks come fonte per la guerra in Iraq. E’ stantio. I dati arrivano solo fino al gennaio 2009, quindi due anni fa.

Ma il discorso sarebbe diverso se Julian Assange, l’ex hacker editor in chief di Wikileaks, ci proponesse qualcosa di attuale e stuzzicante, magari un Diario della resistenza talebana, o un Prontuario di Hamas.

Con i dettagli delle forze ribelli dispiegate sul terreno e una mappa delle tane dei terroristi, allora sì che Wikileaks sarebbe originale e sbancherebbe il suo server incapace di sopportare i miliardi di clic contemporanei dei giornalisti di tutto il mondo.

La realtà è che il gioco mediatico nelle aree di crisi è presto fatto: le forze regolari sono trasparenti, mentre quelle irregolari non lo sono. E’ l’asimmetria del conflitto.

Sulle forze di opposizione non sono dunque disponibili dati o file segreti da spifferare, mentre in una qualsiasi operazione di peacekeeping tutto è reperibile: dal mandato, che è pubblico, alla costituzione e al dispiegamento delle forze.

Ciò che viene protetto, ça va sans dire, sono gli uomini sul terreno. E’ l’insieme delle cosiddette informazioni riservate, ovvero tutti quei dati prevalentemente relativi a spostamenti od operazioni imminenti che, se spifferati in prossimità dell’azione programmata, mettono in serio pericolo la vita degli uomini in operazioni.

Il raccontarlo qualche anno dopo non fa più notizia.

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Foto: Julian Assange in Reuters

Wikileaks non molla: pronti 400mila file segreti sulla guerra in Iraq

lunedì, ottobre 18th, 2010 114 views

Il whistleblower website di Julian Assange, ovvero il sito rivelasegreti Wikileaks fondato nel 2006, non lascia respiro all’intelligence e fa trapelare che sta per pubblicare quattrocentomila file sulla guerra in Iraq.

Roba da far sbiancare gli ormai superati settantamila file sul conflitto in Afghanistan pubblicati in luglio.

Per ora chi impallidisce per davvero è la Difesa americana, che al grido di brace! brace! – manco fosse su un aereoplano che sta precipitando – si prepara a incassare il colpo e organizza un team di centoventi persone pronte a leggersi l’immenso materiale che verrà riversato sulla rete dal canuto informatore cibernetico.

Secondo il Pentagono riportato da BBC online potrebbe trattarsi di materiale relativo a comunicazioni di unità sul terreno e a report a livello tattico. Oltre a dati sulle perdite civili e informazioni sulle forze irachene.

Una pubblicazione che potrebbe riportare il dibattito sulla guerra in Iraq di nuovo in primo piano negli Stati Uniti, risvegliando memorie e scoop come quello della prigione di Abu Ghraib.

Di più, fa notare il britannico The Independent: la nuova rivelazione di Wikileaks potrebbe rinnovare la discussione sui poteri che influenzano l’Iraq e sul vuoto governativo culminato con una tornata elettorale “inconcludente” lo scorso mese di marzo.

Fonti: BBC online, The Independent

Foto: cbsnews.com

Iraq, ora i soldati americani intervengono solo su richiesta irachena

mercoledì, settembre 8th, 2010 86 views

Dal 31 agosto le truppe americane rimaste in Iraq possono intervenire in missioni combat solo su esplicita richiesta. E’ quello che è avvenuto lo scorso 5 settembre, quando i soldati statunitensi sono stati chiamati in aiuto delle forze irachene sotto attacco in una base del loro esercito a Baghdad.

Da quanto riportato dal corrispondente BBC a Baghdad, l’attacco sembra essere stato condotto da cinque attentatori. La sequenza non è chiara, come spesso succede in questo genere di attentati, ma quello che balza agli occhi dopo sette anni di combattimenti in Iraq è la diversa modalità di intervento.

Per i soldati americani si è trattato del primo intervento su chiamata e lo scambio di pallottole con alcuni attentatori ancora asserragliati nella base violata ha permesso l’azione risolutiva da parte delle forze irachene assediate.

Un portavoce militare americano, tenente colonnello Eric Bloom, ha riferito che i soldati iracheni hanno richiesto anche l’intervento di elicotteri, drone ed esperti di esplosivi. Il compound aveva subito un altro attacco da parte di al-Qaeda tre settimane prima, con un bilancio allora di cinquanta morti tra le reclute.

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La izzazione dei conflitti – By Cybergeppetto (2 settembre 2010)

Fonte: BBC

Foto: Reuters/BBC

La izzazione dei conflitti

giovedì, settembre 2nd, 2010 425 views

By Cybergeppetto

I conflitti hanno le ore contate.

I diplomatici hanno trovato la pietra filosofale che trasforma le guerre in problemi interni alle aree di crisi: si chiama …izzazione.

Basta sostituire i puntini con la denominazione dell’area martoriata dalla guerra e il gioco è fatto. Avremo quindi l’afghanizzazione, l’iraqizzazione, la balcanizzazione, ecc. ecc.

Ma come abbiamo fatto a non pensarci prima? Obama, che è un gran paravento, ha capito subito come si poteva uscire dalle ambasce delle guerre, prendendo esempio da Totò: “Arrangiatevi!”. (continua…)

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