lunedì, novembre 20th, 2006
pubblicato da Pagine di Difesa il 20 novembre 2006
“Nove mesi in Afghanistan – spiega il generale di corpo d’armata Mauro Del Vecchio, comandante del corpo di reazione rapida italiano per la Nato (Nrdc-it) basato nella caserma Mara a Solbiate Olona – sono una esperienza forte e intensa vissuta senza pause e soste”. E senza pause né soste è stato anche il periodo successivo al rientro in patria degli uomini del generale, che in Afghanistan è stato al comando di 18mila militari di 37 paesi Nato e non-Nato nel corso della missione Isaf-8 dal 4 agosto 2005 al 4 maggio 2006. “Il corpo d’armata – rende noto Del Vecchio – si è immediatamente reinserito nella sede in Italia e le scadenze si sono avvicinate immediatamente”.
Dopo il saluto al contingente dato dalla città di Milano lo scorso 13 maggio, anticipato dalla consegna dell’Ambrogino d’Oro al generale Del Vecchio da parte dell’allora sindaco di Milano Gabriele Albertini, per l’Nrdc-it si sono avvicendati eventi e cerimonie a partire dall’insediamento di un nuovo vice comandante, il generale di divisione britannico David Bill che ha sostituito il collega Roger Lane il 19 settembre.
E poi l’International Day dello scorso 23 settembre, che ha richiesto un pesante impegno organizzativo; per proseguire con l’assunzione del comando della brigata Trasmissioni da parte del generale di brigata Raffaele De Feo, che ha sostituito il collega Ruggero D’Osualdo il 10 ottobre; l’assegnazione il 24 ottobre della bandiera di guerra al reggimento di supporto tattico e logistico, il Restal comandato dal colonnello Gerardo Restaino: “Una assegnazione che conferisce al reggimento un più alto significato alle attività operative e logistiche svolte in terra afgana durante le operazioni Isaf-8 e Italfor-11”.
Ora i militari della Mara sono a Civitavecchia per l’esercitazione Eagle Blade 06, che prepara l’Nrdc-it al prossimo impegno nella rotazione della Nato Response Force (Nrf). “L’anno prossimo torneremo a essere un elemento importante in ambito Nato: la componente terrestre della Nrf”, diceva il generale Del Vecchio già agli inizi dello scorso mese di agosto.
Non sarà la prima volta che l’Nrdc-it assolverà a tale impegno. Nel secondo semestre del 2004, infatti, i militari della Mara costituirono la componente terrestre nella Nrf-3. Questa volta “Nrdc-it parteciperà al progetto Nato Response Force dal 1° luglio 2007 al 15 gennaio 2008 come componente terrestre nella Nrf-9“, specifica il comandante Del Vecchio. La Nrf si avvale di un sistema di rotazione delle forze che è il suo punto di forza, dato che come spiega il comandante “la turnazione è un’organizzazione interna che garantisce l’operatività immediata e il livello di prontezza che la Nato assicura”.
La Nato Response Force è una struttura di pronto impiego per l’Alleanza Atlantica, pronta a intervenire in qualsiasi area di crisi. Finora la forza è stata impiegata per aerotrasportare gli aiuti umanitari stanziati a supporto delle vittime dell’uragano Katrina (settembre 2005) e solo un mese dopo è intervenuta a fini umanitari a sostegno del Pakistan sconvolto dal terremoto.
“Nrf è una struttura che la Nato ha deciso di darsi dal 2002 – sottolinea il generale Del Vecchio – per intervenire con immediatezza in tutti i teatri operativi qualora ce ne fosse necessità”. Le sue principali missioni di impiego sono quelle che prevedono la capacità di reagire con le forze più adatte allo specifico scopo nel più breve tempo possibile. Facendo riferimento solo sulle proprie capacità logistiche la Nrf può operare autonomamente fino a 30 giorni, anche oltre se viene rifornita.
E lo ha dimostrato in occasione dell’esercitazione Steadfast Jaguar 06, che ha avuto luogo lo scorso mese di maggio a Capo Verde arrivando a concludere con il riconoscimento della piena capacità operativa un percorso iniziato nell’ottobre 2003 con la iniziale capacità operativa.
“L’esercitazione di ottobre – anticipava ad agosto Del Vecchio – coinvolgerà le forze di turno: l’obiettivo è la costanza di prontezza operativa”. La Eagle Blade 06 che l’Nrdc-it affronta ora a Civitavecchia costituisce la terza fase di un processo di preparazione che è iniziato con l’addestramento delle unità a livello tattico di responsabilità nazionale, è continuato con l’addestramento delle componenti sotto responsabilità Nato per provarne l’interoperabilità, e si conclude ora con una esercitazione per posto comando, tutta dedicata all’addestramento estensivo delle comunicazioni e alla struttura di comando.
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giovedì, dicembre 22nd, 2005
pubblicato da Pagine di Difesa il 22 dicembre 2005
“L’attacco suicida contro un convoglio italiano a Herat si inserisce nell’ambito di una serie di attacchi simili che da un paio di mesi sono apparsi con maggiore frequenza sulla scena afgana e che hanno coinvolto anche le forze di Isaf”. Chi fa questa affermazione è il generale di corpo d’armata Mauro Del Vecchio, da agosto 2005 comandante della International Security Assistance Force (Isaf), dal suo quartier generale a Kabul. Il generale aggiunge: “Questo tipo di attacchi non è comune in Afghanistan e non rientrava nelle tecniche adottate finora dai talebani. Non è chiaro al momento, ed è quello che l’intelligence sta verificando, se queste tecniche siano state copiate o importate da altri teatri, come quello iracheno”.
“Le forze di Isaf – precisa Del Vecchio – visti i recenti attacchi contro i nostri mezzi e pattuglie e considerando anche il grande evento dell’inaugurazione parlamentare, hanno elevato lo stato di attenzione; sono state date direttive specifiche per fronteggiare tali rischi. Sono state riviste le modalità di pattugliamento e di comportamento ed è stata intensificata l’attività di intelligence svolta in collaborazione con le forze di sicurezza afgane. L’adozione di queste direttive e l’addestramento dei nostri militari ha permesso di prevenire l’attentato del 20 dicembre e di limitare i danni”.
Il generale Del Vecchio aggiunge: “Il conduttore del mezzo che è stato coinvolto ha notato il mezzo civile che si stava avvicinando in modo anomalo e gli ha impedito di inserisi all’interno del convoglio, obbligandolo a sorpassare sulla destra e poi a finire fuori strada. A questo punto il kamikaze si è fatto esplodere. Ma anche l’attacco di pochi giorni fa contro una pattuglia norvegese è stato prevenuto grazie all’adozione di misure e tecniche che hanno fatto sì che l’attacco fallisse”.
Del Vecchio conclude: “La mia lettura della situazione è che c’è un tentativo disperato da parte di queste organizzazioni ed elementi per riafferamare la loro vitalità ed esistenza con attacchi di grande effetto dal punto di vista mediatico in concomitanza di un evento di grande rilevanza per la vita del paese come l’apertura del Parlamento. Una recrudescenza prima del periodo invernale, che statisticamente ha visto sempre una diminuzione degli attacchi”.
Dunque, sono state messe in atto le procedure previste per evitare che l’attacco al convoglio andasse a segno. L’autista che la mattina del 20 dicembre a Herat, città dell’Afghanistan occidentale sede del Provincial Reconstruction Team italiano, chiudeva il convoglio formato da un fuoristrada Defender, un autocarro portacontainer e un Toyota Prado (tutti mezzi in organico al comando del Prt) aveva notato chiaramente l’auto che seguiva a velocità sostenuta.
Uno spostamento a sinistra per evitare il sorpasso e poi la chiusura dell’auto dell’attentatore che tentava a quel punto il sorpasso sulla destra. In questo modo la vettura carica di esplosivo è finita fuori strada esplodendo lontano dal convoglio. Al maresciallo capo Carmine Di Motta, al caporalmaggiore volontario in ferma breve Tommaso De Sio e al caporale volontario in ferma breve Alessandro Nonis, che stavano rientrando a Herat dopo un servizio esterno alla Forward Support Base, l’aeroporto di Herat, i sanitari hanno riscontrato ferite leggere causate dalla frantumazione dei vetri per lo scoppio dell’esplosivo.
Sul posto è subito intervenuta la Quick Reaction Force, la forza di impiego rapida, che con la polizia locale ha messo in sicurezza la zona. I militari feriti sono stati ricoverati all’ospedale militare spagnolo-bulgaro della Forward Support Base. I sanitari hanno confermato che le loro condizioni erano buone e non destavano preoccupazioni. Sembra che tali attentati, stando a rivendicazioni di cui non è verificabile l’autenticità, siano da ricollegarsi a gruppi di talebani. Va però tenuto presente – come ha detto anche l’ambasciatore a Kabul Ettore Francesco Sequi nel corso di un incontro di approfondimento sull’Afghanistan dopo le elezioni, organizzato a Milano dall’Istituto per gli studi di politica internazionale lo scorso 18 novembre – che “la cultura del kamikaze non fa parte dell’Afghanistan”.
A questo punto si riapre la discussione su una situazione frammentata del potere in Afghanistan. La vittoria di molti signori della guerra alle recenti elezioni parlamentari potrebbe minare la forza del potere centrale di Kabul e permettere infiltrazioni di terroristi, coltivazioni di oppio e traffici illegali. La questione della porosità dei confini con il Pakistan ha spinto il presidente Hamid Karzai a chiedere l’aiuto dei governi confinanti e la collaborazione delle organizzazioni internazionali per evitare il progressivo rinforzo della illegalità.
In questo clima lunedì 19 dicembre si è inaugurato il nuovo Parlamento afgano: 351 membri, di cui 249 della Wolesi Jirga, l’assemblea nazionale, e 102 della Meshrano Jirga, il senato. Il presidente Karzai ha dichiarato: “Questa riunione dimostra che tutto il popolo dell’Afghanistan è unito ed è un passo importante verso la democrazia”. Il 91enne Zahir Shah, ex monarca afgano rovesciato nel 1973 con un colpo di stato ed esule a Roma, era presente alla cerimonia. “Ringrazio Dio perché oggi mi trovo a partecipare a una cerimonia che rappresenta un passo verso la ricostruzione dell’Afghanistan dopo decenni di combattimenti. Il popolo afgano vincerà” sono state le sue parole.
Un quarto dei seggi della Wolesi Jirga e un sesto della Meshrano Jirga sono occupati da donne. Nel Parlamento siedono anche signori della guerra che combatterono contro l’occupazione sovietica, ex comunisti e talebani che si sono dissociati dal “regime medioevale”, come lo aveva definito il ministro degli Esteri Gianfranco Fini lo scorso agosto a Camp Invictia. In Parlamento si è presentata anche Malalai Joya, la parlamentare 27enne eletta nel collegio di Herat e conosciuta per aver attaccato pubblicamente i signori della guerra. Lunedì ha dichiarato ai giornalisti che gli uomini e le donne dell’Afghanistan “sono come piccioni che sono stati liberati dalle gabbie dei talebani, ma ai quali sono state mozzate le ali e che sono finiti nelle grinfie di vampiri che succhiano loro il sangue”.
A fianco dell’apparato di sicurezza nell’ambito di Isaf esistono anche momenti dedicati agli aiuti umanitari, destinati alla crescita del paese. A Kabul i militari del Cimic della brigata alpina Taurinense, che opera nell’ambito della missione Isaf e costituisce la Kabul Multinational Brigade (Kmnb) comandata dal generale di brigata Claudio Graziano, hanno consegnato 250 paia di scarpe al centro ortopedico Ali-Abad. Il centro è una struttura della Croce Rossa Internazionale ed è gestito dal medico italiano Alberto Cairo che opera a favore delle vittime delle mine. La raccolta delle scarpe, effettuata in Italia dalla sezione di Biella della Associazione nazionale alpini, rientra nel progetto Torino-Kabul 2005 elaborato dal comando Reclutamento forze di completamento interregionale nord e il comune di Torino.
Il progetto è finalizzato al sostegno dell’infanzia e della educazione scolastica. Il generale Graziano, sottolineando la vicinanza dei militari italiani al popolo afgano, ha affermato: “La brigata multinazionale fornisce sicurezza alla provincia di Kabul e la sicurezza si crea anche realizzando un rapporto di fiducia con la popolazione. In sinergia con l’ambasciata i militari italiani stanno sviluppando alcuni progetti per aumentare il rapporto di fiducia già esistente, concentrandosi principalmente nei settori dell’educazione e istruzione. Far conoscere meglio l’Italia e conoscere meglio questo paese è un chiaro segno di una comunità d’intenti”.
Oltre alla ristrutturazione di un asilo e di una scuola media del Distretto 5 di Kabul il progetto Torino-Kabul 2005 ha pensato anche all’università, grazie ai circa ottomila euro messi a disposizione dal Rotary club Polaris di Torino. L’ambasciata d’Italia a Kabul ha reso disponibili 20 borse di studio per gli studenti del corso di italiano, la cui insegnante è Chiara Ciminello, affinché possano approfondire lo studio della lingua direttamente in Italia dal 1° febbraio al 31 marzo 2006. L’ambasciatore Francesco Sequi ha dichiarato agli studenti al momento della consegna delle borse di studio che è loro compito “fare da ponte alle due culture”.
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lunedì, settembre 26th, 2005
pubblicato da Pagine di Difesa il 26 settembre 2005
“Non sarà una elezione perfetta ma confidiamo nel rispetto delle regole di base”, diceva Jean Arnault, inviato delle Nazioni Unite in Afghanistan, lo scorso 13 settembre all’agenzia Associated Press nel corso di una intervista a proposito delle elezioni afgane di domenica 18 settembre.
“Potrà essere un risultato imperfetto – era il parere del comandante di Isaf 8 generale Mauro Del Vecchio poche ore prima dell’apertura dei seggi – ma questo fa parte del cammino che ogni democrazia deve affrontare”.
E le regole di base sono state rispettate secondo quanto assicura Emma Bonino, capo della missione di osservatori europei, che ha sottolineato come le elezioni afgane sono state “in generale amministrate bene”. Anche sotto l’aspetto della sicurezza non ci sono stati problemi, dato che le minacce dei talebani nei confronti degli elettori non si sono concretizzate e il dispositivo delle forze militari internazionali a sostegno delle autorità afgane ha sorvegliato la situazione senza coinvolgimenti.
Tuttavia la complessità dell’operazione intesa da un punto di vista sociale e politico era palese. Il territorio afgano è abitato da una decina di etnie ed è controllato da una dozzina (nel 2004) di signori della guerra. Dall’allontanamento del re Zahir Shah, avvenuto nel 1973, non sono più state indette elezioni e l’Afghanistan si è trovato dapprima a fronteggiare i sovietici e poi a ubbidire ai talebani.
Deposto quel regime con l’aiuto degli statunitensi, erano gli anni Ottanta, per l’Afghanistan è cominciato il periodo delle scorrerie di al-Qaeda e degli abbondanti raccolti di oppio. Un quarto di secolo di disordini e guerra per poi finire additato dagli Usa e dal mondo come fucina degli integralisti islamici: l’Afghanistan è al centro della lotta al terrorismo con l’operazione statunitense Enduring Freedom decisa dopo l’attacco alle Torri Gemelle di New York del 11 settembre 2001.
“E’ difficile tenere elezioni in una zona post-conflitto come l’Afghanistan in queste prime fasi dello sviluppo democratico”, ha detto il capo della Commissione elettorale afghana congiunta Peter Erben. Di democratizzazione si parla dal 2001, anno in cui a Bonn si sono decise le sorti del paese centroasiatico con un accordo finalizzato al sostegno e allo sviluppo.
Quell’accordo può considerarsi soddisfatto ora che le schede elettorali sono affluite nei padiglioni preposti per il conteggio. Tanto da far pensare a una seconda fase. “Il lavoro non è ancora finito”, ha detto l’ambasciatore americano in Afghanistan Ronald Neumann riportato da una notizia Ansa del 19 settembre. Il secondo accordo potrebbe vedere coinvolti nel corso del prossimo anno la Nato, le Nazioni Unite e le agenzie affiliate, il governo afgano e gli Stati Uniti. Anche se le trattative per l’impegno statunitense sarebbero ancora in corso, a quanto sostiene l’ambasciatore.
Intanto “si pensa a un collegamento più organico tra Isaf e Enduring Freedom”, ha affermato l’ambasciatore Alessandro Minuto Rizzo, vice segretario generale dell’Alleanza Atlantica, a Roma lo scorso 19 settembre. In che modo? “Non c’è una formula definitiva: una delle opzioni, ad esempio, è che ci sia un comando unificato per regione, un’altra che ci siano comandanti con due cappelli, Nato e Coalizione. Sono formule su cui si sta lavorando”.
I primi risultati delle votazioni potrebbero essere comunicati il 10 ottobre, mentre la data ufficiale in cui verranno rese note le preferenze del popolo afgano è il 22 ottobre. Per il generale Del Vecchio a comando di Isaf 8 dallo scorso agosto si tratta di “un lungo processo che vedrà la luce solo con la promulgazione dei risultati”, nel frattempo i suoi uomini “continueranno a garantire il supporto al governo ove ci fossero problemi legati al risultato delle elezioni e all’insoddisfazione dei non eletti”.
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mercoledì, agosto 3rd, 2005
pubblicato da Pagine di Difesa il 3 agosto 2005
Kabul, Afghanistan – “Gli italiani stanno dando un contributo fondamentale alla tappa più importante per lo sviluppo dell’Afghanistan: le elezioni parlamentari del prossimo 18 settembre” ha dichiarato ieri 2 agosto il capo di stato maggiore della Difesa ammiraglio Giampaolo Di Paola, in visita al contingente italiano nella Kabul Multinational Brigade.
L’ammiraglio è giunto a Kabul da Nassiriya accompagnato dal comandante operativo interforze, il generale di corpo d’armata Fabrizio Castagnetti. Nel corso dell’incontro con la stampa è stata comunicata la visita del ministro degli Esteri Gianfranco Fini prevista per domani 4 agosto, giornata del trasferimento del comando di Isaf VIII al generale di corpo d’armata Mauro Del Vecchio.
Il generale Del Vecchio ha sottolineato il ruolo del nostro paese in questa missione “che sarà sicuramente impegnativa e che, per la prima volta, vede l’Italia al vertice sia per quanto riguarda il comando sia per la struttura, la componente terrestre che affianca quelle della Marina e della Aeronautica”.
Per l’ambasciatore italiano Ettore Francesco Sequi “il sistema Italia sta concorrendo al raggiungimento della sicurezza afgana, che significa portare il paese verso la stabilità e la democrazia”.
Lo sforzo logistico è notevole: l’Afghanistan dista circa 4.800 chilometri dall’Italia e non ha sbocchi sul mare. La missione Isaf (International Security Assistance Force), che si avvale del contributo di una quarantina di uomini della Polizia militare, sta per affrontare la sua espansione verso sud, che potrebbe già concretizzarsi entro il 2005.
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lunedì, maggio 23rd, 2005
pubblicato da Pagine di Difesa il 23 maggio 2005
Il 31 maggio assumerà il ruolo di coordinatore e comandante della regione occidentale in Afghanistan, Regional Area Coordinator – West (Rac-W). E’ il generale di brigata Giuseppe Santangelo, da fine aprile a Herat per familiarizzare con il suo prossimo ruolo nel teatro afgano.
“E’ un lavoro lungo – spiega il generale – che non finisce in tre mesi, basti pensare alla data delle elezioni fissata per il 18 settembre: un momento importante per l’Afghanistan”.
Generale, che cosa significa questo incarico?
Il fatto che la gestione di quattro Provincial Reconstruction Team (Prt) nell’ovest del paese venga affidata all’Italia manifesta il peso dato dall’Alleanza atlantica al nostro paese. Il prossimo 4 agosto con il passaggio di consegne dal generale turco Ethem Erdagi, comandante di Isaf VII, al generale Mauro Del Vecchio la leadership della missione in Afghanistan sarà affidata all’Italia. In questo modo ci saranno due comandi italiani nell’area: il mio comando nell’ovest del paese, a Herat, che farà capo al comando del generale Del Vecchio, nel quartier generale di Kabul.
Quali saranno i suoi compiti?
Il Rac-W è un generale con uno stato maggiore alle sue dipendenze, che ha il compito di coordinare le azioni di quattro Prt: Herat, a guida italiana; Farah, che dalla attuale guida statunitense passerà a quella italiana; Kaleh – Now, un Prt a guida spagnola in costituzione a nord del paese, e Chaghcharan, a guida lituana. Il Rac-W ha alle sue dipendenze la Forward Support Base (Fsb), l’installazione militare a guida spagnola nell’aeroporto di Herat che è costituita da un numero di elicotteri che comprende anche quelli per l’evacuazione in caso di esigenze sanitarie (Medevac); una compagnia di quick reaction force, pronta a intervenire in tempi ridotti, e un ospedale da campo in grado di far fronte a esigenze chirurgiche (tipo Role 2). La gestione del traffico aereo nell’Air Port of Debarcation (Apod) è a responsabilità italiana. In totale questa Fsb, realizzata in circa 45 giorni dal Reparto mobile di supporto dell’Aeronautica militare italiana di Villafranca, Verona, è composta da circa 600 persone: 200 italiani e 400 spagnoli. E’ il cuore di tutto, perché sono proprio queste 600 persone che consentono la gestione dell’aeroporto e gli eventuali sgomberi.
Come giudica il prossimo impegno dell’Italia al vertice della missione Nato in Afghanistan?
Questo è un momento di grande visibilità per l’Italia. La decisione di dare questo incarico al comando Nrdc di Solbiate Olona, comandato dal generale Mauro Del Vecchio, dimostra la grande attenzione della Nato verso l’Italia e conferma l’impegno della nostre autorità nazionali in questo paese che da 25 anni è colpito da conflitti. In particolare il nostro impegno è nella ricostruzione, come anticipa l’acronimo Prt: team di ricostruzione provinciale. Lo stesso ministro della Difesa Antonio Martino ha sottolineato ufficialmente che noi italiani siamo venuti in Afghanistan per dare.
Una operatrice umanitaria italiana, Clementina Cantoni, è nelle mani dei rapitori dal 16 maggio. Come vengono vissuti questi momenti?
Vi sono due aspetti importanti che voglio mettere in evidenza. In primo luogo il fatto che prima di partire per gli Stati Uniti il presidente Hamid Karzai ha confermato l’impegno delle autorità afgane a collaborare per la risoluzione del caso. Poi vi è la reazione della comunità afgana, che si è mobilitata con l’affissione di manifesti per le vie della capitale, e davanti a tutti l’impegno delle vedove destinatarie della cura e degli aiuti del progetto di Clementina Cantoni. Queste vedove sono l’eredità profonda della guerra e occupano un posto di rilievo nella cultura di questo paese che ha riportato una cifra molto alta di morti nel corso del conflitto con i sovietici.
Certo la situazione non è calma. Sei afgani (che lavoravano per una azienda statunitense, ndr) sono stati uccisi il 18 maggio nella zona a nord di Kandahar. La regione occidentale dove opero io sembra più tranquilla, ma questo non significa che possiamo abbassare la guardia. Qui l’umore è altalenante e la religione è molto forte, va rispettata. La presenza di differenti etnie facilmente sollecitabili, come ha dimostrato il recente caso della notizia data da Newsweek e poi smentita relativa alla profanazione del Corano, dimostra proprio questo. Ci vuole cautela. Io ho una grande fiducia: vedo l’impegno di organizzazioni non governative, della Nato, dell’attività di disarmo delle milizie locali. Bisogna avere fiducia e lo faccio presente a ogni afgano che incontro.-
Il sostegno alla sicurezza è l’impegno principale della missione Isaf (International Security Assistance Force). Inizialmente il mandato prevedeva un raggio di azione limitato a Kabul e alle zone limitrofe, ora, a seguito della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu n. 1510 dell’ottobre 2003, le Nazioni Unite hanno esteso il mandato all’intero territorio afgano mettendo le basi per una espansione della missione.
Il primo passo verso questo ampliamento si è verificato nel dicembre 2003, quando il Consiglio Atlantico ha autorizzato il generale James Jones, Supreme Allied Commander, a mettere sotto comando tedesco il Prt di Kunduz. Il Provincial Reconstruction Team è una struttura composta da personale civile e militare che lavora nella province afgane per garantire sicurezza agli operatori dell’area e per dare supporto alla ricostruzione. Rappresenta un elemento chiave nei tre pilastri degli accordi di Bonn, che hanno delineato l’intervento in Afghanistan: sicurezza, ricostruzione e stabilità politica.
I Prt erano inizialmente prerogativa statunitense nell’ambito dell’operazione di lotta al terrorismo denominata Enduring Freedom. Dal 31 dicembre 2003 la componente militare del Prt di Kunduz è stata posta sotto il comando di Isaf: il primo passo nell’espansione della missione a guida Nato, che il 28 giugno 2004 al summit di Istanbul ha annunciato la costituzione di altri quattro Prt a nord del paese, Mazar-e-Sharif, Meymana, Feyzabad e Baghlan.
Consolidato l’ampliamento nell’area settentrionale del paese, Isaf sta ora procedendo in senso antiorario verso ovest creando nuovi Prt o assumendone di esistenti dalla operazione a guida Usa Enduring Freedom. Il 31 maggio, con l’assunzione del ruolo di Rac-W da parte del generale Santangelo, verrà fatto un ulteriore passo verso l’espansione.
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domenica, maggio 1st, 2005
pubblicato da Pagine di Difesa il 1° maggio 2005
Il comando di corpo d’armata di reazione rapida per la Nato di Solbiate Olona (Nrdc) è stato impegnato nel mese di aprile in una ricognizione sul teatro afgano in vista dell’assunzione del comando di Isaf VIII prevista per il prossimo mese di agosto.
Il team, sotto la guida del comandante del corpo di reazione di Solbiate generale Mauro Del Vecchio, è rimasto a Kabul per una settimana di Key Leader Training finalizzata al perfezionamento della preparazione dei comandanti ed è stato raggiunto dal futuro vice comandante di Isaf VIII, il generale Jaap S. Willemse attualmente a Kalkar in Germania.
La ricognizione è stata preceduta da una serie di colloqui che hanno avuto luogo a Brunssum, in Olanda, presso il quartiere generale che supervisiona le operazioni in Afghanistan (Joint Force Command) su delega del Comando Alleato in Europa (Ace) con sede a Mons, in Belgio. I comandanti hanno discusso del ruolo di espansione della Nato e dei piani a lungo termine della missione che vedrà il popolo afgano impegnato nelle elezioni regionali in settembre.
In Afghanistan il gruppo ha ricevuto le ultime informazioni sulla situazione in teatro dall’attuale comandante della missione Isaf VII, il generale turco Ethem Erdagi. A Kabul il generale Del Vecchio ha incontrato l’ambasciatore italiano in Afghanistan Ettore Francesco Sequi e il capo di stato maggiore dell’esercito afgano, il generale Bismullah Khan.
A completamento della ricognizione svolta, il comando di Solbiate Olona ha ricevuto al rientro dall’Afghanistan la visita del generale D.J. Richards comandante dell’Allied Rapid Reaction Corps (Arrc), che fornirà personale di training a Nrdc per la prossima esercitazione in programma, denominata Eagle Action.
Arrc condivide con il comando Nrdc italiano i 18 mesi di missione in Afghanistan, dove rileverà la leadership dal team italiano alla fine dei primi nove mesi di missione nel maggio 2006, e verrà a sua volta assistito da Nrdc nella propria preparazione. La stretta collaborazione tra i due comandi rientra nella proposta italo-inglese elaborata nel luglio 2004 e finalizzata a offrire un unico e stabile punto di vista sulla missione di assistenza alla formazione della democrazia afgana.
La proposta, avanzata la scorsa estate, prevede per Italia e Regno Unito l’avvicendamento nell’assunzione della leadership nelle missioni in Afghanistan e Bosnia nel 2005 e nel 2006. Dopo la ricognizione in teatro, il prossimo impegno per il comando Nrdc italiano nell’ambito della preparazione a Isaf VIII è costituito da due esercitazioni denominate rispettivamente Eagle Action, in programma a Solbiate Olona dal 6 al 13 maggio, e Eagle Thunder, dal 10 al 23 giugno a Stavanger in Norvegia.
Eagle Action vedrà la costituzione di un comando Isaf all’interno della caserma Mara con un supporto esterno proveniente da mezza Europa. E’ la simulazione in chiave realistica del comando così come verrà dispiegato in teatro. Eagle Thunder, in Norvegia, è il test definitivo a cui la Nato sottopone i propri uomini e viene definito Mission Rehearsal Exercise.
Queste due ultime esercitazioni che precedono le prime partenze per Kabul arrivano alla fine di un percorso di training iniziato nel mese di gennaio 2005 con l’esercitazione Eagle Focus 1, costituita da una serie di lezioni sulla situazione afgana a proposito di Enduring Freedom, Provincial Reconstruction Team (Prt) ed espansione di Isaf.
Il training è proseguito in febbraio e marzo con l’esercitazione Eagle Focus 2, finalizzata a perfezionare il lavoro in team, e la Eagle Focus 3, concentrata su aspetti specifici del teatro di destinazione.
Ora al quartiere generale di Solbiate Olona, che lo scorso 14 gennaio ha concluso il turno di Land Component Command per la terza rotazione della Nato Response Force e che in ottobre 2004 ha ottenuto l’Initial Operation Capability, non resta che mettere a frutto quanto appreso in questi mesi nel corso delle due esercitazioni finali di maggio e giugno.
La missione Nato Isaf viene condotta secondo l’accordo di Bonn ed è posta sotto il comando Nato dall’agosto 2003. E’ finalizzata a dare supporto al governo afgano nella tutela di un ambiente sicuro tra la capitale Kabul e le zone circostanti. Alla missione contribuiscono 37 paesi con un totale di 600 militari di staff e 8.000 soldati in area. Il comando di Solbiate Olona assumerà la leadership di Isaf nell’agosto 2005.
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lunedì, febbraio 7th, 2005
pubblicato da Pagine di Difesa il 7 febbraio 2005
Trasparenza e collaborazione. Questi i concetti cardine evidenziati nel corso dell’incontro “L’informazione e la nuova Nato” tenutosi al Circolo della Stampa di Milano lo scorso 24 gennaio. L’iniziativa – promossa dalla Associazione lombarda dei giornalisti (Alg) con la collaborazione del presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, Franco Abruzzo, e il presidente del Circolo della Stampa, Giuseppe Gallizzi – aveva il duplice obiettivo di evidenziare i problemi relativi ai rapporti tra i media e le istituzioni militari e di definire la trasformazione della Nato dopo la Guerra fredda e l’11/9.
L’attenzione si è concentrata su un tema di particolare attualità visti gli ultimi avvenimenti, quale la libertà di informazione e il ruolo dell’embedded, cioè la figura di giornalista inserito nel reparto militare. “Esistono rischi e per i media ci vuole una cornice di sicurezza” ha affermato il generale di corpo d’armata Mauro Del Vecchio, comandante del Nato Rapid Deployable Corps di Solbiate Olona, intervenuto dopo che il giornalista e scrittore Ettore Mo aveva parlato del rapporto di reciproca fiducia sempre instaurato con i militari nelle aree di guerra. “Se i militari – ha dichiarato Mo – facilitano il nostro compito, allora possiamo raccontare cose interessanti; mi auguro che ci sia sempre collaborazione, come c’è stata con me dal Libano all’Afghanistan”.
“La situazione – ha detto Monica Maggioni, inviata del Tg1 della Rai, in collegamento telefonico da Baghdad – è davvero complicata: non si può uscire e il nostro lavoro ora è diverso da quello che siamo abituati a fare. Dobbiamo stare blindati e tra colleghi ci chiediamo se valga la pena restare”. E a proposito del suo impiego da embedded con le truppe statunitensi in avvicinamento a Baghdad nel 2003, Maggioni ricorda che “il controllo con me era allentato, così ho potuto raccontare molto”.
Le ha fatto eco Toni Capuozzo, inviato del Tg5, che al telefono ha confermato le difficoltà nello svolgere il lavoro di giornalista in una Baghdad in procinto di votare nelle prime elezioni del dopo-Saddam: “Le condizioni di libertà di informazione sono ai minimi termini”. Per un giornalista è frustrante non poter accedere alle informazioni, “ma durante la prima Guerra del Golfo – ricorda Mo – non si poteva uscire e non ho mai visto militari statunitensi morti o feriti”.
Per i militari presenti, che si dichiarano orientati alla trasparenza, è importante creare la cornice di sicurezza agli operatori dell’informazione che vengono inseriti nel contingente. A testimonianza di questo interesse lo scorso mese di novembre si è tenuto a Roma il primo corso per giornalisti inviati in aree di crisi e di guerra organizzato dallo stato maggiore della Difesa e dalla Federazione nazionale della stampa italiana. E’ stato ricordato dall’ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, responsabile dell’ufficio generale del capo di stato maggiore della Difesa, con queste parole: “Al ministero della Difesa sentiamo la necessità di trasparenza con i media e per questo intendiamo ripetere l’esperienza fatta per la prima volta lo scorso anno con una trentina di professionisti. Il feed-back della sua utilità ci viene dato dagli stessi utenti”.
A lavori finiti rimane il dilemma se l’embedded sia o meno la soluzione giusta: da una parte il suo ruolo di giornalista appare frustrato in virtù della sicurezza, dall’altra potrebbe rischiare di farsi coinvolgere dallo spirito di corpo della truppa e dalle vicende umane con cui entra in contatto all’interno del contingente. Una simpatia, intesa come sentire comune, che violerebbe l’obiettività dell’informazione.
Dal Vietnam fino alla seconda guerra del Golfo si è potuto assistere a molte trasformazioni della stessa figura dell’embedded. Così come molto è cambiato sullo scenario mondiale e in seno alla stessa Nato, che da struttura difensiva è passata all’idea più allargata di struttura di stabilizzazione per tutte le aree di crisi. “Molto è cambiato nel rapporto tra cittadini e uniformi e mi auguro che i media insistano a parlare di aspetti civili e politici della Nato” ha concluso Maurizio Andriolo, vicepresidente dell’Inpgi e promotore dell’incontro.
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mercoledì, gennaio 19th, 2005
pubblicato da Pagine di Difesa il 19 gennaio 2005
Il rapporto tra le operazioni militari e la comunicazione è stato l’argomento che il generale di corpo d’armata Mauro Del Vecchio, comandante del corpo di reazione rapida italiano per la Nato di Sobiate Olona, ha voluto chiarire agli studenti del corso di Scienze della comunicazione dell’Università dell’Insubria di Varese. La lezione, ospitata nel corso di Filosofia delle scienze sociali del professore Claudio Bonvecchio, si è tenuta ieri nell’aula magna del dipartimento di facoltà dell’università varesina.
Il generale Del Vecchio ha illustrato i punti cardine dell’informazione e del rapporto con i media nel corso di operazioni militari utilizzando esperienze personali in impieghi fuori area. Dopo 40 anni di servizio nell’esercito e tre missioni – che a partire dal 1997 lo hanno visto impiegato in Bosnia-Erzegovina, in Fyrom nel 1999 e in Kosovo come comandante del contingente italiano entrato nella regione autonoma il 12 giugno 1999 – Del Vecchio ha esposto con chiarezza le figure chiave della Pubblica informazione (PI) in ambito di operazioni.
Dalla creazione di Public Information Centres a livello di corpo d’armata ai nuclei PI dei contingenti, dalla collaborazione con i media a partire dall’uso di un linguaggio condiviso al rilascio di informazioni e materiali, dal modo di affrontare una intervista alla valutazione del rilievo di un evento.
Agli studenti e al pubblico presente è stato fornito un quadro chiaro delle predisposizioni da adottare affinché militari e media siano in grado di confrontarsi. A partire dalla opportunità di coinvolgere gli operatori dei media nelle attività delle unità militari, con il fine di rendere evidente in modo concreto non solo l’impegno dei militari ma anche i risultati che si conseguono in operazioni e le esperienze di vita che si acquisiscono. E’ altrettanto importante, ha sottolineato il relatore, che i militari forniscano informazioni in modo tempestivo al mondo dei media, così da evitare distorsioni della realtà e interpretazioni fuorvianti.
Del Vecchio ha esposto in modo dettagliato il contesto operativo in cui si è trovato a lavorare con i suoi uomini nel Kosovo del 1999. Una operazione di supporto alla pace in un’area da cui i civili se ne erano andati. “L’ambiente – ricorda Del Vecchio – era molto degradato e mancava il rispetto della proprietà altrui, c’era una diffusa presenza di cadaveri e il livello di distruzione era alto. Inoltre erano frequenti omicidi e vendette, mentre si registrava la mancanza di una struttura politico-sociale e di ogni attività economica. In questo ambiente erano presenti aliquote di forze serbe in ripiegamento e, allo stesso tempo, formazioni paramilitari sia serbe che albanesi; in quel periodo si registrava l’esodo della popolazione serba e il rientro di quella albanese. Bisognava ripulire le città e dare assistenza alla popolazione, oltre a garantire la sicurezza dei luoghi di culto”.
Parlando del Kosovo e delle chiese serbo-ortodosse il generale ha rievocato una situazione analoga vissuta nel secondo dopoguerra, quando i militari si sono trovati a fornire protezione ai monasteri e alle chiese ortodosse. “A Decani – ha spiegato Del Vecchio – ho potuto leggere i diari dei soldati italiani là impiegati una sessantina di anni fa”.
La missione in Kosovo nel 1999 ha visto il contributo di un particolare tipo di informazione, definita dal comandante come “informazione diffusa”. Il riferimento è a Radio West, che dal 12 agosto 1999 diffonde notizie e intrattenimento in più lingue nella zona del Kosovo.
L’intervento del generale di corpo d’armata Mauro Del Vecchio all’Università dell’Insubria si colloca in un programma di approfondimento sulla comunicazione iniziato nello scorso anno accademico e voluto dal corso di laurea in Scienze della comunicazione. “L’intento – ha spiegato il professore Claudio Bonvecchio – è quello di evidenziare l’importanza di ciò che l’esercito fa in ambito comunicativo, e di venire incontro alla necessità che il mondo civile ha di entrare in contatto con il mondo militare”.
Lunedì 17, nell’ambito di questo progetto, aveva parlato agli studenti il capo ufficio stampa di Solbiate Olona, tenente colonnello Riccardo Cristoni, che ha illustrato il rapporto tra informazione e militari, la Nato e la Pubblica informazione, la globalizzazione dell’informazione, il crisis management, le strutture e l’organizzazione di PI e il concetto chiave di credibilità. “I giornalisti – ha affermato Cristoni – sono professionisti: c’è chi fa buona informazione e chi meno. Ognuno di loro ha delle esigenze. Tutti vanno trattati con rispetto”.
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