L’intensa attività dei militari italiani in Afghanistan

lunedì, ottobre 31st, 2005 54 views

pubblicato da Pagine di Difesa il 31 ottobre 2005

Dieci razzi per Rpg, cinque missili controcarro per razziera da elicottero, un lanciarazzi da 107 mm, 17 pacchi esplosivi con congegno elettrico-meccanico inseriti in una cintura, munizionamento di vario calibro e spolette per attivare razzi da 107 mm. Tutto questo materiale esplosivo scoperto lo scorso 27 ottobre era occultato in un vecchio fabbricato nella campagna a sud di Kabul, più di preciso a Chahar Asyab.

Il ritrovamento è avvenuto nel corso di una operazione congiunta tra i militari italiani del 9° reggimento alpini e gli uomini della polizia locale Kcp (Kabul City Police), che hanno agito sulla base di una investigazione messa a punto dalle fonti di intelligence italiane. Il materiale, già catalogato, è stato fatto brillare in zona sicura dai nuclei Eod (Explosive Ordnance Disposal) della brigata multinazionale Kmnb-8 (Kabul Multinational Brigade) in cui è inserita la componente operativa italiana basata sugli alpini della brigata Taurinense.

La Kmnb-8, comandata dal 20 luglio dal generale di brigata italiano Claudio Graziano, ha il compito di sostenere il processo di consolidamento delle istituzioni democratiche afgane e opera sul territorio tramite pattugliamenti volti a incrementare la sicurezza nell’area di Kabul. Le operazioni condotte dai militari della brigata hanno l’obiettivo sia di prevenire attacchi condotti con razzi, come quelli già verificatisi nelle ultime settimane contro installazioni di Isaf e delle istituzioni locali e della comunità internazionale, sia di scongiurare attacchi terroristici, come quello condotto contro una pattuglia francese a metà ottobre.

La Kmnb-8 ha a disposizione dal 27 ottobre i tre elicotteri CH-47 Chinook dell’esercito italiano che ai primi di settembre erano stati schierati a Herat con funzione di rinforzo durante il periodo elettorale. Nel corso dei due mesi nella provincia occidentale i tre elicotteri della task force Eracle hanno svolto attività operative per un totale di 100 missioni e 110 ore di volo, trasportando più di 1.500 militari di Isaf e permettendo ad altri 600 di entrare in confidenza con le procedure di elimbarco e di elisbarco operativo.

L’elicottero CH-47 Chinook può trasportare 33 militari completamente equipaggiati o imbarcare due mezzi di trasporto o carichi appesi ai tre ganci esterni fino a un totale di nove tonnellate di peso. I tre velivoli provengono dal 1° reggimento Antares di Viterbo e sono giunti in Afghanistan ai primi di settembre a bordo di aerei cargo Antonov A127: rotori e piloni di coda erano stati smontati per il trasporto e la ricomposizione dei pezzi giunti separatamente è stata possibile grazie a uno studio effettuato da tecnici militari in collaborazione con l’azienda Agusta.

Mentre i CH-47 rientrati a Kabul garantiscono una maggiore operatività alla Kmnb-8 nell’ambito delle attività per il raggiungimento di un ambiente stabile e sicuro a Kabul, nella provincia occidentale di Herat è stata rinvenuta due settimane fa una mina con congegno a tempo nei pressi dell’abitazione del governatore Sayed Hussein Anwari. L’ordigno è esploso ma non ha causato danni grazie all’intervento coordinato degli specialisti del genio militare italiano e della polizia locale.

Questo ritrovamento nell’ovest del paese conferma che l’Afghanistan è uno degli Stati con il maggior numero di mine disseminate sul territorio. Risulta infatti che siano presenti nell’area almeno 640 mila mine antiuomo e anticarro più alcuni milioni di ordigni inesplosi, definiti tecnicamente con il termine di Uxo (Unexploded Ordnance). Il team di ricostruzione provinciale (Provincial Reconstruction Team) di Herat, comandato dal colonnello Amedeo Sperotto, ha organizzato un corso di tre giorni per istruire gli uomini della polizia locale al riconoscimento di mine e ordigni esplosivi e alle azioni da intraprendere per la messa in sicurezza della popolazione e delle aree interessate.

Il corso, nato da una richiesta specifica del governatore della provincia di Herat, Sayed Hussein Anwari, è stato seguito da 18 ufficiali appartenenti rispettivamente alla Border Police (polizia di frontiera), National Police (polizia nazionale), Highway Police (polizia stradale), National Defense Security (forze di sicurezza nazionali) e National Army (esercito).

Il rapporto di fiducia e di rispetto che si è consolidato nel corso del periodo elettorale tra il Prt a guida italiana di Herat e il governatore della provincia e le istituzioni locali si è rafforzato ulteriormente lo scorso 27 ottobre. Nel pomeriggio di quel giorno nove militari del contingente italiano con gli spagnoli della Quick Reaction Force hanno domato un incendio scoppiato presso l’abitazione del governatore Anwari.

I militari erano coordinati dal Regional Area Coordinator West (Rac-W) generale di brigata aerea Umberto Rossi. Gli uomini dell’Aeronautica militare erano già intervenuti per domare incendi in altre occasioni: in una caserma dell’Afghanistan National Army, sulla pista dell’aeroporto per soccorrere un aereo afgano atterrato con il motore in fiamme e in favore della popolazione locale minacciata dalla esplosione di alcune cisterne civili contenenti carburante.

La Forward Support Base (Fsb), che ha sede nell’aeroporto di Herat, e il Prt hanno ricevuto la scorsa settimana la visita del generale britannico Sir John Reith, vicecomandante delle Forze alleate in Europa. Il generale Reith è stato accolto dal generale Rossi, che l’ha accompagnato in visita a Camp Vianini sede del Rac-W e del Prt e alla base di supporto costruita dall’Aeronautica militare. Nel corso della visita a Camp Vianini il colonnello Amedeo Sperotto, e il comandante della cellula di cooperazione civile-militare (Cimic), il maggiore Corrado Valle, hanno illustrato al generale Reith l’attività del Prt nell’ambito della missione Isaf e i lavori di ricostruzione e di ristrutturazione in atto.

I futuri lavori di ampliamento dell’aeroporto di Herat sono stati delineati al generale britannico dal comandante della Fsb, il colonnello spagnolo Miguel Moreno Alvarez, e dal vicecomandante, il colonnello italiano Maurizio Cocciolone. I quattro Prt coordinati dal generale Rossi operano secondo diverse metodologie di lavoro commisurate alle caratteristiche dell’area in cui sono installati. In uno di questi, situato a Farah, il 28 ottobre si è verificato un tentativo di attacco contro l’ingresso. L’uomo che ha cercato di lanciare una bomba a mano è stato ucciso dai militari del Prt.

Isaf si è rammaricata per l’uccisione ma fa sapere che i militari hanno agito per autodifesa nel diritto di difendere la loro vita e quella degli altri in una situazione di rischio. Lo stesso uomo, prima di dirigersi verso il Prt per lanciare la granata, aveva tentato di colpire un veicolo di una organizzazione non-governativa. E’ stato invece più grave il bilancio di un attacco avvenuto in pieno centro cittadino a Mazar-i-Sharif, provincia del nord sede di un Prt, per opera di un gruppo di uomini armati ai danni di militari britannici del Military Observation Team (Mot). Un militare è morto e cinque sono rimasti feriti, ora ricoverati all’ospedale di Kunduz.

Uomini dell’Afghan National Army e della Afghan National Police hanno messo in sicurezza l’area dell’attacco, mentre Eng Zarar Ahmad, facente funzione di ministro degli Interni afgano, ha confermato l’arresto dei responsabili. Isaf ha apprezzato la rapida reazione delle forze di polizia locali e l’immediata apertura di una inchiesta. Intanto slitta la comunicazione dei risultati definitivi delle elezioni parlamentari avvenute lo scorso 18 settembre. I circa 2.300 ricorsi contro presunti brogli e irregolarità stanno rallentando la procedura di divulgazione dei dati finali.

Smau, negli stand della Difesa vince la comunicazione

giovedì, ottobre 27th, 2005 39 views

pubblicato da Pagine di Difesa il 27 ottobre 2005

“Una Difesa moderna impegnata anche nella ricerca di un nuovo rapporto con il cittadino, più diretto, che renda visibile il servizio reso alla collettività”. L’obiettivo indicato nella cartella stampa dello stato maggiore della Difesa per la 42esima edizione dello Smau di Milano è stato raggiunto.

Modelli di mezzi in dotazione alle varie Forze armate e collegamenti in videoconferenza con i teatri operativi, fittizia scena del delitto con tanto di manichino accoltellato a terra e carabiniere in camice bianco ad acquisire particolari utili alle indagini: tutto ha contribuito a raggiungere l’obiettivo orientato a mostrare il nuovo corso delle Forze armate. Ma il merito principale non va alla scenografia.

Chi ha firmato quest’anno in modo definitivo la rotta verso una maggiore apertura dei militari nei confronti del mondo civile sono stati gli uomini, che hanno saputo catturare l’attenzione del visitatore con la scioltezza dell’approccio per poi trattenerla con l’empatia. Ufficiali che non hanno esitato a raggiungere i più piccoli piegandosi sulle ginocchia per facilitare uno sguardo diretto alla stessa altezza da terra, carabinieri disponibili a fotografare i visitatori che richiedessero la propria foto segnaletica e il meteorologo che ogni mattina dalla tivù ci dice il tempo che farà hanno saputo avvicinare l’obiettivo indicato nella cartella stampa.

Accanto alla tecnologia, all’informatica e alla digitalizzazione il fattore umano ha dimostrato la sua superiorità nel raggiungere il dialogo tra mondo militare e mondo civile. Salire a bordo dell’auto dei Carabinieri e attivare la sirena è seducente non solo per un bambino, ma anche per il ragazzo intraprendente in gita con la classe. E fa sorridere gli adulti che, penalizzati dalla generazione passata, non avrebbero mai pensato di trovarsi così a stretto contatto con chi si ritiene faccia solo multe o compili verbali.

Queste caratteristiche umane dimostrano che si è scelto bene tra le persone da destinare allo stand. Oppure indicano che il nuovo corso è realtà da qualche anno, da quando cioè si è cominciato a studiare l’approccio interpersonale con maggiore attenzione. Niente braccia incrociate sul petto e disponibilità a rispondere alle domande del visitatore ponendosi sullo stesso livello comunicativo. Anche il linguaggio non verbale vuole la sua parte, dato che è l’elemento primario su cui si innesta un canale di comunicazione.

Afghanistan, italiani in prima linea verso sicurezza e stabilità

lunedì, ottobre 10th, 2005 49 views

pubblicato da Pagine di Difesa il 10 ottobre 2005

“Le mie priorità quando andrò al parlamento saranno pace, sicurezza e stabilità e la raccolta di tutte le armi dei signori della guerra”. Le prime parole della prima donna eletta per il parlamento di Kabul nelle prime elezioni libere dell’Afghanistan sembrano delineare un nuovo e vigoroso corso per la giovane repubblica islamica.

Malalai Joya, la 27enne neoeletta che siederà nella Wolesi Jirga o Camera bassa del parlamento di Kabul assieme ad altri 248 deputati, aveva dato un primo assaggio della sua tempra due anni fa con la denuncia dello strapotere dei signori della guerra pronunciata nel corso di un incontro pubblico.

Da allora la sua notorietà si diffuse sull’intero territorio afgano che, dopo avere costituito un obiettivo per le mire espansionistiche sovietiche e dopo avere sperimentato il regime talebano, nel 2003 risultava suddiviso in regioni determinate sulla base delle influenze dei signori della guerra.

Malalai si è aggiudicata uno dei cinque seggi destinati dal parlamento alla sua provincia e si è classificata seconda in ordine al numero delle preferenze espresse. “Sono molto contenta e riconoscente verso gli uomini e le donne afgani che hanno votato per me”, ha dichiarato non appena Peter Erben, capo della Commissione elettorale afgana congiunta (Jemb), ha reso noto il risultato della provincia.

La neoeletta è una giovane donna. Opera nell’ambito della tutela per i diritti delle donne e proviene dalla provincia occidentale di Farah. Elementi che portano a riflettere sul valore che i suoi conterranei hanno inteso dare al loro voto: scegliere una donna che si attiva a favore della condizione femminile, mai agevolata dall’applicazione restrittiva dei precetti islamici, è optare per un cambiamento.

Che il primo seggio orientato al progresso sia arrivato dalle urne occidentali non dovrebbe stupire. La popolazione dell’ovest era già stata educata dal livello di benessere e sviluppo voluto da Ismail Khan nella zona di Herat e delle province occidentali. Nel 1992 Khan, il signore della guerra che si oppose prima ai sovietici e poi ai talebani, aveva creato un sistema sanitario e un sistema scolastico in tre province occidentali.

Un leader che non è mai stato coinvolto nella produzione e nel traffico dell’oppio. Questo aspetto e la lontananza dalle atrocità proprie dei condottieri efferati lo differenziano dagli altri signori della guerra. Ismail Khan ha comunque una accusa da parte di Human Rights Watch in merito ad arresti arbitrari e detenzioni in stile talebano nei confronti di individui non conformi al rigido comportamento islamico.

Khan ha rafforzato il suo status di leader nel corso degli anni. Ha accettato l’ospitalità e gli aiuti dall’Iran, ma ha difeso l’autonomia per sé e il suo popolo nella consapevolezza della necessità della ricostruzione. Ha mantenuto l’indipendenza dal governo centrale di Kabul pur divenendo ministro dell’Energia, ma ha trattenuto nella provincia di Herat i soldi dei dazi delle frontiere con l’Iran.

La popolazione delle province occidentali riconosce il carisma e il pragmatismo di Ismail Khan che ha accolto favorevolmente la presenza degli italiani nella provincia. Questo atteggiamento va a vantaggio dell’opera di ricostruzione del Provincial Reconstruction Team italiano (Prt) di Herat nell’ambito dell’operazione Isaf 8, comandata dal generale di corpo d’armata Mauro Del Vecchio.

La soddisfazione per l’operato degli italiani è stata l’argomento principale dell’incontro avvenuto sabato 1° ottobre tra il governatore della provincia di Herat, Sayed Hussein Anwari, il vice comandante della polizia della città, colonnello Gulam Sarwar, e i vertici di Isaf: il maggiore generale Jaap Willemnse, vice comandante delle truppe di Isaf, e il generale di brigata aerea Umberto Rossi, Regional Area Coordinator West (Rac-W).

Durante il periodo elettorale il Prt di Herat ha supportato il Joint Coordination Center (Jcc), creato per rispondere alle esigenze delle autorità afgane nel gestire le diverse forze nel periodo di voto. Un esperimento che ha dato risultati positivi al punto che Prt e governatore hanno deciso di rendere definitiva l’attività del centro di coordinamento mantenendolo funzionale 24 ore su 24.

Nel Jcc – arredato e allestito dagli italiani con computer, periferiche, telefoni cellulari e satellitari, impianti radio, macchine fotografiche, videocamere e dotato di quattro automezzi pick-up, cinque moto enduro e dieci biciclette – opereranno sette giorni su sette ufficiali appartenenti al Border Police, Traffic Police, Afghan National Police, Security Police, National Defence Security e all’Afghan National Army.

“Si tratta di un significativo passo verso l’integrazione delle attività delle forze di sicurezza afgane, in un’ottica di sinergia per raggiungere risultati di maggior efficienza ed efficacia per affrontare al meglio le attività relative alla sicurezza della provincia di Herat” spiega il colonnello Amedeo Sperotto comandante del Prt di Herat. “Questo è un progetto al quale vi è l’intenzione di dare continuità, e in tal senso stiamo lavorando per organizzare un corso di informatica rivolto al personale che presterà servizio al Jcc, mentre è in fase di avvio uno studio di fattibilità per assicurare la copertura radio all’intera provincia”.

Dopo aver gestito il controllo sul processo elettorale nella provincia il Jcc sarà al servizio delle emergenze del periodo invernale, come ha evidenziato il generale Rossi: “Con l’approssimarsi della stagione invernale e delle problematiche ad essa connesse è prevedibile un intensificarsi della cooperazione tra forze di polizia e dell’esercito afgani e le truppe del contingente Isaf per fronteggiare emergenze di vario tipo”.

Sempre a Herat lo scorso 5 ottobre è giunta nella Forward Support Base (Fsb) una delegazione del North Atlantic Council (Nac) per visitare l’attività dei contingenti che operano sotto il coordinamento del Rac-W, generale Umberto Rossi. Il gruppo era condotto dal segretario generale della Nato Jaap de Hoop Scheffer ed era accompagnato dal comandante di Isaf 8 generale Mauro Del Vecchio.

Dalla Fsb la delegazione divisa in gruppi ha visitato i Prt di Herat, Qal-e-Now e Chaghcharan dove ha constatato l’impegno dei militari del Patto Atlantico nell’attività di supporto alle autorità afgane nel processo di ricostruzione e di democratizzazione dell’Afghanistan.

A Camp Vianini sede del Prt di Herat e del comando Rac-W, il gruppo del Nac ha preso visione dei progetti che il ministero della Difesa italiano e quello degli Esteri stanno portando avanti nella provincia di Herat con varie opere tra cui la costruzione di scuole, l’ampliamento dell’acquedotto, l’installazione di pozzi e altri impianti idrici, il Joint Coordination Center e lo sviluppo di servizi di pubblica utilità.

L’attività degli italiani non è confinata alle province occidentali. A Kabul, mentre gli uomini del Multinational Engineer Group (Mneg, una unità del genio inquadrata nella Kabul Multinational Brigade, Kmnb 8 ) hanno reso praticabile la via principale della frazione di Alo Kali, le sorelle del comitato provinciale di Torino della Croce Rossa Italiana hanno iniziato un corso per la formazione e specializzazione degli infermieri che dovranno operare negli ospedali della capitale afgana.

Il progetto è nato grazie all’iniziativa presa dall’ambasciata italiana e dalla brigata multinazionale, comandata dal generale di brigata Claudio Graziano. Le due crocerossine che istruiranno un gruppo di 176 infermieri sono impegnate nel nucleo sanità della brigata alpina Taurinense; metteranno a confronto due scuole diverse: quella italiana, basata su protocolli riconosciuti a livello internazionale, e quella afgana, fondata sull’esperienza diretta.

“Grazie a questo progetto che testimonia più di ogni discorso lo spirito che anima la componente militare italiana – ha affermato l’ambasciatore italiano Ettore Francesco Sequi – viene esaltata l’elevata valenza sociale della nostra presenza militare. Le nostre forze armate sono – e lo sono soprattutto in Afghanistan – parte integrante del sistema Italia, in strettissimo raccordo con l’ambasciata, come portatrici instancabili dei valori di grande personale disponibilità, di solidarietà e di umanità a vantaggio del nostro paese che qui vuole essere forte del diritto, della civiltà, dei valori dell’uomo”.

Un’opera di ricostruzione che mette al centro l’individuo e il suo benessere. E in Afghanistan non mancano le occasioni per dimostrare la disponibilità ad aiutare. La notte del 4 ottobre una maestra afgana è stata salvata dal veleno di uno scorpione dal personale medico di Italfor 11 a Camp Invictia. L’attività medica degli italiani è conosciuta a Kabul per l’attività umanitaria e soprattutto perché è l’unica che affronta quotidianamente la lotta alla leishmaniosi con cure effettuate solo dal contingente italiano.

Pace, sicurezza e stabilità. Tutto quello che Malalai, giovane neoparlamentare proveniente dall’ovest, vuole promuovere per gli afgani nella convinzione che le armi dei signori della guerra non servano più.

Operazione Nilo, la missione militare italiana in Sudan

lunedì, ottobre 3rd, 2005 135 views

pubblicato da Pagine di Difesa il 3 ottobre 2005

Si sono schierati a Khartoum alla fine di giugno i 220 paracadutisti del 183° reggimento Nembo di stanza a Pistoia che partecipano all’operazione Nilo. Con il personale dei Carabinieri, del 7° reggimento trasmissioni e del 9° reggimento Col Moschin costituiscono la task force Leone, comandata dal tenente colonnello Marco Tuzzolino e inquadrata nella missione Unmis (United Mission in Sudan) delineata dalla risoluzione Onu n.1590 del 24 marzo 2005.

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite è intervenuto a seguito del mancato rispetto dell’accordo di pace firmato il 9 gennaio 2005 tra il governo sudanese e il Sudan People’s Liberation Movement/Army (Splm/A) dopo 22 anni di guerra civile. L’accordo, firmato a Nairobi in Kenia dal vice presidente del Sudan Alì Osman Taha e dal leader dello Splm/A John Garang (morto lo scorso 30 luglio in un incidente a bordo di un elicottero ugandese), prende il nome di Comprehensive Peace Agreement (Cpa).

La risoluzione n.1590 ha previsto l’impiego di una forza militare multinazionale autorizzata a dare avvio alla missione Unmis: la Stand-by High Readiness Brigade (Shirbrig) con sede a Copenaghen. In questa brigata, che è nata nel 1997 e che costituisce lo strumento operativo dell’Onu, è inquadrato il contingente italiano che all’interno della task force opera a contatto con due unità multinazionali: una unità, composta da nove militari norvegesi, svolge compiti di assistenza sanitaria al personale del contingente italiano e del quartier generale dell’Onu; l’altra è un plotone di servizi danese composto da circa 35 persone.

La missione Unmis è basata sul consenso delle parti firmatarie del Cpa ed è finalizzata ad aiutarle nella realizzazione degli obiettivi delineati a gennaio: suddivisione dei poteri tra nord e sud; autonomia per il sud nei prossimi sei anni; regolamentazione delle spartizioni delle risorse naturali; sicurezza e ritiro delle truppe contrapposte nelle aree di occupazione.

L’intervento italiano si propone di assicurare l’unità e l’integrità territoriale del Sudan in via definitiva e nel rispetto delle diversità della popolazione. E’ una operazione di peace-keeping e ricade sotto il dettato legislativo del capitolo VI della Carta delle Nazioni Unite, che in questo genere di interventi non prevede l’uso attivo della forza. Le regole di ingaggio (Roe) sono adeguate a tali caratteristiche e delineate in termini di autodifesa.

I compiti dei militari italiani si esplicano nelle attività di difesa del quartier generale dell’Onu nella capitale Khartoum e dei due alberghi dove alloggiano i funzionari delle Nazioni Unite, oltre che nella protezione ravvicinata del comandante e delle persone da lui stesso designate. E’ prevista la costituzione di una forza di reazione rapida (Quick Reaction Force) in grado di far fronte a eventuali minacce nell’area di Khartoum.

E proprio in questi giorni sembra essere aumentata la tensione in tutto il Sudan. Fonti locali riferiscono di scontri avvenuti non solo nelle aree calde del paese, dove il conflitto non si è mai sopito, ma anche nelle strade della capitale. Ma mentre l’Unità di crisi della Farnesina avrebbe decretato lo stato di preallarme per l’ottantina di connazionali presenti in Sudan, le autorità militari riferiscono di una situazione tranquilla che consente di svolgere le attività quotidiane previste dai compiti assegnati.

Afghanistan, elezioni imperfette ma verso la democrazia

lunedì, settembre 26th, 2005 37 views

pubblicato da Pagine di Difesa il 26 settembre 2005

“Non sarà una elezione perfetta ma confidiamo nel rispetto delle regole di base”, diceva Jean Arnault, inviato delle Nazioni Unite in Afghanistan, lo scorso 13 settembre all’agenzia Associated Press nel corso di una intervista a proposito delle elezioni afgane di domenica 18 settembre.

“Potrà essere un risultato imperfetto – era il parere del comandante di Isaf 8 generale Mauro Del Vecchio poche ore prima dell’apertura dei seggi – ma questo fa parte del cammino che ogni democrazia deve affrontare”.

E le regole di base sono state rispettate secondo quanto assicura Emma Bonino, capo della missione di osservatori europei, che ha sottolineato come le elezioni afgane sono state “in generale amministrate bene”. Anche sotto l’aspetto della sicurezza non ci sono stati problemi, dato che le minacce dei talebani nei confronti degli elettori non si sono concretizzate e il dispositivo delle forze militari internazionali a sostegno delle autorità afgane ha sorvegliato la situazione senza coinvolgimenti.

Tuttavia la complessità dell’operazione intesa da un punto di vista sociale e politico era palese. Il territorio afgano è abitato da una decina di etnie ed è controllato da una dozzina (nel 2004) di signori della guerra. Dall’allontanamento del re Zahir Shah, avvenuto nel 1973, non sono più state indette elezioni e l’Afghanistan si è trovato dapprima a fronteggiare i sovietici e poi a ubbidire ai talebani.

Deposto quel regime con l’aiuto degli statunitensi, erano gli anni Ottanta, per l’Afghanistan è cominciato il periodo delle scorrerie di al-Qaeda e degli abbondanti raccolti di oppio. Un quarto di secolo di disordini e guerra per poi finire additato dagli Usa e dal mondo come fucina degli integralisti islamici: l’Afghanistan è al centro della lotta al terrorismo con l’operazione statunitense Enduring Freedom decisa dopo l’attacco alle Torri Gemelle di New York del 11 settembre 2001.

“E’ difficile tenere elezioni in una zona post-conflitto come l’Afghanistan in queste prime fasi dello sviluppo democratico”, ha detto il capo della Commissione elettorale afghana congiunta Peter Erben. Di democratizzazione si parla dal 2001, anno in cui a Bonn si sono decise le sorti del paese centroasiatico con un accordo finalizzato al sostegno e allo sviluppo.

Quell’accordo può considerarsi soddisfatto ora che le schede elettorali sono affluite nei padiglioni preposti per il conteggio. Tanto da far pensare a una seconda fase. “Il lavoro non è ancora finito”, ha detto l’ambasciatore americano in Afghanistan Ronald Neumann riportato da una notizia Ansa del 19 settembre. Il secondo accordo potrebbe vedere coinvolti nel corso del prossimo anno la Nato, le Nazioni Unite e le agenzie affiliate, il governo afgano e gli Stati Uniti. Anche se le trattative per l’impegno statunitense sarebbero ancora in corso, a quanto sostiene l’ambasciatore.

Intanto “si pensa a un collegamento più organico tra Isaf e Enduring Freedom”, ha affermato l’ambasciatore Alessandro Minuto Rizzo, vice segretario generale dell’Alleanza Atlantica, a Roma lo scorso 19 settembre. In che modo? “Non c’è una formula definitiva: una delle opzioni, ad esempio, è che ci sia un comando unificato per regione, un’altra che ci siano comandanti con due cappelli, Nato e Coalizione. Sono formule su cui si sta lavorando”.

I primi risultati delle votazioni potrebbero essere comunicati il 10 ottobre, mentre la data ufficiale in cui verranno rese note le preferenze del popolo afgano è il 22 ottobre. Per il generale Del Vecchio a comando di Isaf 8 dallo scorso agosto si tratta di “un lungo processo che vedrà la luce solo con la promulgazione dei risultati”, nel frattempo i suoi uomini “continueranno a garantire il supporto al governo ove ci fossero problemi legati al risultato delle elezioni e all’insoddisfazione dei non eletti”.

Afghanistan, il dispositivo di Isaf per le elezioni

lunedì, agosto 22nd, 2005 49 views

pubblicato da Pagine di Difesa il 22 agosto 2005

Kabul, Afghanistan – “Gli afgani sono i primi attori della sicurezza”. L’affermazione fatta dal capo ufficio stampa di Isaf-8, tenente colonnello Riccardo Cristoni, relativa al problema della sicurezza durante il periodo elettorale chiarisce da subito il senso della missione Nato in Afghanistan.

Il compito della missione Isaf (International Security Assistance Force), che si avvale dell’opera di ottomila uomini provenienti da 36 nazioni, è quello di assistere le istituzioni politiche afgane nel mantenimento di un ambiente sicuro a Kabul e, dall’ottobre 2003, anche fuori dalla capitale. L’impegno si concretizza nel sostenere le campagne di informazione e dei media, nel supportare i progetti di ricostruzione, nel sostenere l’assistenza umanitaria, nell’assistere la riorganizzazione delle strutture di sicurezza del governo provvisorio afgano e nell’addestrare l’esercito e le forze di polizia locali.

Il tema della sicurezza emerge soprattutto nel periodo elettorale. Dal 17 agosto si è ufficialmente aperta la campagna politica che durerà fino al 15 settembre, mentre i ballottaggi per i 249 seggi nella Wolesi Jirga o Camera bassa (di cui 10 riservati ai Kuchi, nomadi, e almeno 68 alle donne) e per i Consigli provinciali (dai 9 ai 29 membri in ordine alla popolazione della provincia) si svolgeranno il 18 settembre. I candidati sono 5.805 con una presenza femminile pari al 10%. Gli scrutini sono previsti dal 19 settembre al 9 ottobre e i primi risultati si cominceranno ad avere tra il 10 e il 21 ottobre. La comunicazione dei risultati definitivi avverrà secondo le previsioni il 22 ottobre.

“Da agosto la presenza dei militari delle forze Nato è aumentata di tremila unità, destinate a offrire concorso e supporto alla sicurezza”, spiega il tenente colonnello Cristoni. Il potenziamento di assetti aerei e terrestri dovrebbe consentire al Joint Election Manangement Body (Jemb), l’organizzazione nata dalla temporanea fusione della Commissione elettorale indipendente (Iec) e della Componente elettorale dell’Unama (Uec), di gestire tutto il processo elettorale secondo quanto definito dagli Accordi di Bonn.

Nel dettaglio gli assetti sono stati rafforzati dall’invio di quattro F16 dal Belgio; quattro Mirage e due aerei per il rifornimento in volo dalla Francia; tre elicotteri CH-47 dall’Italia e un C-130 dalla Svezia. Gli assetti terrestri sono stati incrementati di tre Battle Group (uno spagnolo, uno olandese, uno rumeno) e tre compagnie di rinforzo (una italiana, una austriaca, una americana). Nelle aree sotto il controllo statunitense, cioè le regioni orientale e meridionale che rientrano nel processo di espansione di Isaf previsto per il prossimo anno, sono stati inviati contributi di altre nazioni non incluse nel Patto Atlantico.

“Il piano della sicurezza – spiega Cristoni – è strutturato secondo tre cerchi a diversi livelli: il primo costituito dalle forze di polizia locale addette alla sicurezza nelle sezioni di voto; il secondo costituito dall’esercito afgano (Afghan National Army); il terzo costituito dalle forze militari internazionali (International Military Forces, Imf), composte da unità della Nato e della coalizione”.

Lo scambio di informazioni tra forze Nato e forze Usa è assicurato dalla presenza di liaison officer (ufficiali di collegamento presenti nelle varie strutture) e l’eventuale intervento delle Imf “avviene solo se le forze di polizia e l’esercito locali hanno bisogno di rinforzo” chiarisce Cristoni, che specifica: “E solo su esplicita richiesta degli stessi”.

L’intento di consentire agli afgani di dare il proprio voto in un ambiente sicuro e caratterizzato da libertà ed equità si esplica anche in strumenti concreti e vicini alla gente. Isaf supporta l’attività del Jemb con spot radio e annunci a mezzo stampa e ha dotato i propri uomini di una “soldier card” dalle dimensioni di un dépliant tascabile per fornire alla popolazione informazioni basilari sulla Assemblea nazionale, sui Consigli provinciali, sul Jemb, sulla missione di supporto di Isaf e sulle modalità di registrazione dei candidati e dei votanti.

“Contribuiamo all’educazione degli afgani spiegando ai nostri soldati come rispondere alle domande dei cittadini” afferma il colonnello Mimmo Orlando della sezione relativa alle operazioni di informazione di Isaf. Una attività di campagna a favore delle elezioni condotta sia con cartelloni pubblicitari con il logo della missione Nato , sia con l’attività di Sada-e-Azadi (il network di Isaf formato da tv, giornale e radio che tradotto in italiano significa forza della libertà) in grado di raggiungere quell’85% di donne e 55% di uomini non alfabetizzati.

“Nato-Isaf rispetta la cultura afgana e le sue tradizioni ed è qui per assistere gli afgani nel corso di questo evento storico” aveva affermato a Kabul lo scorso 4 agosto Hikmet Cetin, per la quarta volta Senior Civilian Representative della Nato in Afghanistan. L’alto rappresentante aveva parlato delle minacce costituite da gruppi di instabilità come i talebani, al-Qaeda e altri elementi che possono mettere in pericolo il processo democratico in Afghanistan nonostante la situazione nel paese si sia evoluta in modo positivo dopo le elezioni presidenziali dello scorso anno. E così aveva concluso: “Sono convinto che gli afgani mostreranno ancora il loro entusiasmo nel delineare il proprio futuro”.

Aeronautica, le basi di Herat e al-Bateen

giovedì, agosto 18th, 2005 195 views

pubblicato da Pagine di Difesa il 18 agosto 2005

Herat, Afghanistan – al-Bateen, Abu Dhabi – Un campo base di 62mila metri quadrati, cioè una superficie pari a circa sette campi di calcio, capace di ospitare un migliaio di militari e di assicurare il supporto logistico alle forze dei 4 Provincial Reconstruction Team (Prt) presenti nell’area occidentale dell’Afghanistan. E’ la Forward Support Base (Fsb), l’aeroporto di Herat sviluppatosi in 60 giorni sul prato brullo che ricopriva una pista di 46 anni fa deteriorata dal tempo e dall’uso in periodi alterni.

Quasi 200 militari italiani, che costituiscono la task force Aquila sotto il comando del colonnello Paolo Massari, e 400 spagnoli con assetti elicotteristici e con la Quick Reaction Force trovano alloggio in una base progettata e gestita da italiani. Il vicecomandante responsabile del supporto tecnico, logistico e operativo a tutte le unità è lo stesso colonnello Massari. La guida della Fsb è spagnola dallo scorso 18 maggio.

Il 31 maggio il generale di brigata Giuseppe Santangelo è diventato Regional Area Coordinator West (Rac W): da allora la Fsb è passata sotto il controllo operativo della missione International Security Assistance Force (Isaf) in Afghanistan. “Da quel momento – spiega il colonnello Massari – siamo diventati parte integrante del dispositivo di Isaf”.

Oggi, a certificazione di Initial Operation Capability ottenuta lo scorso 1° giugno, la Fsb può contare su un sistema di impianto voli notturni a cinque diverse intensità luminose “da utilizzare anche per i voli diurni invernali” precisa Massari. La torre di controllo, costruita con la struttura del terminal, è stata restaurata e il nuovo terminal ha gestito tra il 15 marzo e il 15 luglio circa 5.000 passeggeri, 2.000 voli e 4.700 tonnellate di materiali.

“I nostri uomini provvedono sia ai voli civili che ai voli militari” chiarisce il colonnello Massari. Su questa pista atterrano e decollano anche le due compagnie aeree afgane: Ariana, la linea preferita dal ministro dell’Energia Ismail Khan, e Kam Air, la linea aerea con cui viaggiava il capitano di fregata Bruno Vianini quando perse la vita lo scorso 3 febbraio in fase di organizzazione della Fsb e del Prt di Herat.

Nel campo sono presenti: un centro per le telecomunicazioni con sistemi satellitari (la sala operativa è stata approntata in quattro ore); il servizio antincendi composto da una dozzina di uomini; un ospedale da campo spagnolo con capacità di pronto soccorso e stabilizzazione; una unità sanitaria che dedica tre giorni a settimana alle visite mediche per il personale afgano. Nell’aeroporto c’è un deposito carburanti che consente di rifornire tutti gli aeroplani, mentre nella struttura di protezione della base si sta integrando in questi giorni un plotone sloveno.

Oggi la Fsb è un centro amministrativo di intendenza ed è la prima volta che un servizio amministrativo dell’Aeronautica militare supporta in teatro operativo forze armate Nato. Ma fino a cinque mesi fa l’area dove ora sorge la base aeroportuale era desertica e poteva celare mine o altri ordigni inesplosi.

“Gli artificieri del Eod (disattivazione ordigni esplosivi, ndr) dell’Aeronautica hanno bonificato il terreno – rende noto il colonnello Massari – e finora hanno rinvenuto solo armamento da lancio, quasi totalmente materiale russo”. In tutto sono stati bonificati 400mila metri quadrati di terreno e il compound è difeso da un battaglione di protezione locale con capacità Eor-Eod (riconoscimento-disattivazione ordigni esplosivi) e Nbc (difesa da minaccia nucleare, biologica, chimica).

Herat e l’Afghanistan, insieme con l’Iraq, sono i due teatri operativi a cui si accede passando attraverso la base del 7° Reparto operativo autonomo (Roa) di al-Bateen ad Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti), nata il 1° settembre 2003. L’incremento di Herat, ancora più evidente in questi giorni di schieramento delle forze di supporto alle elezioni, richiede un potenziamento del 7° Roa.

“Per la base di Al Bateen – spiega il colonnello Diego Regali, comandante della base negli Emirati Arabi – si sta valutando un aumento di uomini e mezzi. Nella base ci sono oggi un centinaio di uomini, un contingente nazionale interforze che rende possibili cinque ore di volo al giorno da e per Afghanistan e Iraq con un trasporto medio di 50 persone al giorno, oltre a eventuali materiali. In un anno e mezzo sono transitate 35mila persone”.

Le missioni supportate dalla base aerea negli Emirati Arabi sono tutte a rischio medio-alto e i C-130J da e per i teatri operativi viaggiano armati sotto il profilo della sicurezza, cioè adottano un sistema di autoprotezione per sfuggire a ogni rischio.

L’attività intensa e i progetti di ampliamento (per la Fsb è in atto un progetto di espansione con fondi Nato e sembra che una banca di investimenti asiatica voglia finanziare la costruzione di una nuova pista) non mutano la certezza, confermata da entrambi i comandanti dell’Aeronautica, di “essere ospiti ad al-Bateen” e “fruitori della pista di Herat”.

Herat, Sperotto: ricostruire il senso dello Stato

martedì, agosto 16th, 2005 44 views

casoli_050816_sperotto_herat

pubblicato da Pagine di Difesa il 16 agosto 2005

Herat, Afghanistan – “Il Provincial Reconstruction Team (Prt) dà un senso all’intervento concettuale delle Forze armate: è orientato alla ricostruzione del paese”. Per il colonnello Amedeo Sperotto, comandante dallo scorso 30 giugno del Prt di Herat, “l’obiettivo del team di ricostruzione provinciale è quello di instaurare un rapporto di fiducia con i locali e veicolarlo verso le stesse autorità del luogo, in modo da sviluppare negli afgani il senso dello Stato”.

Per definizione il Prt ha come missione l’attività di supporto alle iniziative di ricostruzione condotte dalle organizzazioni nazionali e internazionali che operano nell’area. E’ una struttura composta sia da militari che da civili: nel dettaglio il Prt di Herat è costituito da una task force nazionale di circa 120 militari (task force Lince), comandati dal colonnello Sperotto, e da un gruppo di esperti del ministero degli Esteri (Mae), coordinati dal ministro Carlo Ungaro.

Il Prt di Herat ha sede a Camp Vianini in centro città e dal 31 maggio viene coordinato insieme con altri tre Prt (quello americano della provincia di Farah, quello lituano della provincia di Ghor e quello spagnolo della provincia di Badghis) da un Regional Area Coordinator West italiano, il generale di brigata Giuseppe Santangelo.

“Ogni Prt – spiega Sperotto – è una struttura a sé con le sue caratteristiche. Questa differenza è dovuta alla necessità di adeguare il team all’ambiente in cui si opera, alle circostanze in cui ci si trova e ai risultati da conseguire nell’area”. In questo senso l’Afghanistan potrebbe costituire un esempio, dato che è il primo teatro operativo in cui si è attuato tale progetto destinato a creare un ambiente stabile attraverso la ricostruzione socio-economica della regione.

“Il team di ricostruzione potrebbe diventare un elemento su cui riflettere – sostiene il colonnello – e fornire risultati da valutare e analizzare”. Un insieme di lezioni apprese, dunque, utili in futuro a giudicare la bontà dell’esperimento e a decidere se “l’esempio Afghanistan”, di cui ha parlato il ministro degli Esteri Gianfranco Fini lo scorso 4 agosto a Camp Invictia (Kabul), sia davvero da ritenere un postulato di partenza per i teatri operativi in fase di ricostruzione.

Il comandante Sperotto sottolinea che “con l’attività del Prt si arriva a capire la società in cui si opera sotto tutti i punti di vista e se ne comprendono le esigenze e le richieste, ma non ci si sostituisce mai alle autorità del luogo. Anzi, è nostra intenzione veicolare la fiducia che la gente ripone in noi verso le autorità locali”.

Questo è reso possibile dall’attività del Cimic, la cooperazione civile-militare che costituisce la peculiarità del Prt e che consente di entrare in relazione con organismi tecnici e con autorità locali, arrivando a redigere relazioni, delineare progetti e a valutarne la fattibilità. “Il Cimic – chiarisce il colonnello Sperotto – è uno degli assetti più efficienti ed efficaci del Prt, il cui centro di gravità è il consenso”.

In meno di sei mesi il Cimic ha partecipato a 273 riunioni con organizzazioni governative, non governative e autorità locali; ha messo in atto 6 attività sanitarie a favore della popolazione; ha condotto 38 attività nei vari distretti della provincia di Herat; ha redatto 83 relazioni di valutazione in villaggi destinatari di attività di sviluppo; è coinvolto nella ricostruzione di 10 scuole, di spogliatoi per il palazzo dello sport di Herat, di 30 pozzi per l’acqua e della rete idrica in 4 distretti del capoluogo. In tutto percorrendo poco meno di 43.000 chilometri, dove il tempo medio di percorrenza del chilometro terrestre è inimmaginabile per gli standard occidentali.

“Senza consenso non si costruisce la fiducia” torna a ribadire il comandante Sperotto, che precisa: “La consegna degli aiuti è complementare al compito principale del Prt e rappresenta un ottimo veicolo per aumentare il consenso immediato nei nostri confronti”. Dal 13 febbraio al 29 luglio il Cimic ha distribuito aiuti umanitari in nove occasioni.

“Ma se volessimo solo ricostruire – spiega il colonnello – basterebbero i reparti Genio, così come se volessimo solo aiutare basterebbe la Croce rossa. Il Prt è una opportunità nuova che sta dando ottimi risultati”. Dare la possibilità ai locali di impegnarsi concretamente nella ricostruzione sulla base dei progetti preparati dal Cimic ha come conseguenza l’apprezzamento della popolazione alla propria autorità locale. “Accresce la responsabilità e il senso dello Stato” torna a sottolineare Sperotto, che conclude: “La gente comune e le stesse autorità stanno rispondendo positivamente a questa iniziativa e non hanno problemi a esporre la loro situazione, non sono diffidenti verso di noi. Da parte loro non ci sono pretese ma aspettative”.

Herat, Santangelo: dal 20 agosto la ricostruzione

venerdì, agosto 12th, 2005 62 views

pubblicato da Pagine di Difesa il 12 agosto 2005

Herat, Afghanistan. Comandante di contingente nazionale (Ncc) a Herat dal 22 aprile, il generale di brigata Giuseppe Santangelo ha la funzione di Regional Area Coordinator West (Rac-W) in ambito Nato dal 31 maggio. Riveste un duplice ruolo, dunque: è figura di vertice per il contingente italiano e coordinatore di quattro Provincial Reconstruction Team (Prt: l’italiano a Herat, lo spagnolo a Kaleh-Now, il lituano a Chaghcharan e lo statunitense a Farah) e la base di supporto avanzata (Forward Support Base, Fsb) situata nell’aeroporto di Herat.

E’ una figura del tutto nuova che si colloca nella fase di espansione della missione International Security Assistance Force (Isaf) in Afghanistan. Il Rac-W esercita il controllo tattico (Tacon) nella zona di sua competenza, questo significa che ha l’autorità di cambiare i compiti nell’ambito della missione assegnata. Dal 13 agosto prossimo, tuttavia, ci sarà una variazione importante: in vista delle elezioni parlamentari del 18 settembre. Al generale Santangelo verrà conferita la funzione di comandante. Da allora il Rac-W eserciterà nell’area di sua competenza il comando sulle forze di supporto alle elezioni, sugli elicotteri e sulla Quick Reaction Force (Qrf) spagnola dislocata nella Fsb.

Generale Santangelo, il 2 agosto scorso è stata diffusa la notizia della scomparsa di due lavoratori afgani a Farah nella zona a sud di Herat. Dal 2001 molti lavoratori per agenzie umanitarie sono stati rapiti nella zona occidentale dell’Afghanistan, considerata più sicura di quelle orientale e meridionale. Inoltre vi sono molti lavoratori locali impegnati nella costruzione dei 326 chilometri del tratto locale di strada perimetrale a progetto americano denominata Ring Road Project dove l’ambiente viene considerato ostile con un livello di rischio inaccettabile. Quali sono i pericoli e come sono oggi le relazioni con la popolazione locale?
Le relazioni con la gente sono molto buone a ogni livello, questo è un popolo fiero. Però l’influenza del regime talebano non è finita e l’area che è a sud di Farah mi preoccupa. Fuori da Herat andando verso sud c’è Shindand, un grosso centro della provincia: lì si sentono ancora gli effetti del passato regime. Vi mando spesso in pattuglia la Qrf per far vedere che ci siamo. Ha un effetto deterrente perché la Qrf, a differenza del Prt, ha un assetto combat.

Quali sono gli impegni del Prt?
Mano a mano che ci si avvicina alla data del 18 settembre il Prt si concentra sulla sicurezza dello svolgimento delle elezioni. Questo non significa sorveglianza ai seggi o trasporto di schede, ma attività di supporto fatta di pattugliamenti e di uno stretto coordinamento con il governatorato e l’Unama (missione di assistenza elettorale delle Nazioni Unite in Afghanistan, ndr). Si tratta di attività impegnative che si aggiungono alle visite a Camp Vianini, la sede del Prt di Herat, e ai prossimi sopralluoghi dei nostri uomini nei cantieri di lavoro finanziati dal governo italiano. Ora che i due milioni di euro per i progetti Cimic sono arrivati, le buste delle aziende che hanno partecipato alle gare d’appalto del 30 luglio verranno aperte il 20 agosto. Da allora avranno inizio i lavori e gli ingegneri della riserva selezionata effettueranno controlli periodici per verificarne lo stato di avanzamento.

Quali problemi ha incontrato nella costituzione del Prt?
All’inizio il problema è stato il rispetto delle procedure. Fino a tutto il mese di giugno ho dovuto lavorare per garantire che fossero applicate le procedure Nato a tutti i livelli della catena di comando. Per fortuna non ci sono stati incidenti che mi hanno distratto dall’impegno. In ogni caso il supporto delle autorità militari è stato forte e tutto è stato fatto con fondi nazionali. Sono grato all’ammiraglio Giampaolo Di Paola, il Capo di stato maggiore della Difesa, per avermi fatto venire qui più di un mese prima dell’avvio delle operazioni del Prt. E’ stata una lotta contro il tempo per far cominciare tutto nel modo giusto e ancora oggi le giornate volano. Al mio successore, il generale di brigata aerea Umberto Rossi, consegno una struttura con ottime relazioni interpersonali.

Quali sono i programmi per il futuro?
Consolidare la struttura di ricostruzione specialmente nei villaggi, dato che ce ne sono molti che versano in condizioni di grave degrado, questo senza disattenderne le aspettative. E’ l’unica raccomandazione che ritengo di fare al mio successore, che conosce bene la struttura della Nato e con il quale ho già lavorato insieme a Bruxelles.

Il prossimo 22 agosto il generale Santangelo, coordinatore dell’area ovest, cederà il comando al generale di brigata aerea Umberto Rossi che diventerà Ncc e Rac-W. Con il passaggio di consegne il generale Santangelo metterà nelle mani del suo successore una struttura consolidata – il Prt di Herat – in un’area dove si stanno concentrando investimenti stranieri. Se i tedeschi con i loro Prt del nord stanno cercando di consolidare la loro presenza nell’area, anche l’Iran sta investendo in termini commerciali e di infrastrutture fornendo energia elettrica a tutta la provincia e progettando una linea ferroviaria.

Herat è al centro di progetti di crescita. Il Cimic e l’attività del Prt, insieme con un progetto tutto italiano di definizione della panoramica storico-culturale-artistica della provincia, si uniscono nello stimolo allo sviluppo di questa città che era sulla storica via della seta e che è stata attraversata da grandi condottieri.

I buoni rapporti che intercorrono tra gli italiani con la gente del luogo e gli iraniani che stanno investendo qui spingono a considerare questo momento come il più favorevole per puntare sul potenziamento della visibilità dell’Italia nella provincia di Herat, invogliando a consolidare nel futuro quanto fin qui costruito.

Herat, Ismail Khan da signore della guerra a ministro

domenica, agosto 7th, 2005 31 views

pubblicato da Pagine di Difesa il 7 agosto 2005

casoli_050807_ismail-khan-heratHerat, Afghanistan – “Le elezioni? Penso che siano una buona cosa per la sicurezza” ha detto il 6 agosto all’aeroporto di Herat il signore della guerra Ismail Khan, lasciando intendere che gli afgani contribuiranno alla buona riuscita del processo elettorale.

Kahn è giunto a Herat in arrivo da Kabul in compagnia dell’attuale governatore Sayed Hoffain Angari, un afgano di etnia hazara della zona centrale del paese. Il signore della guerra è molto amato dalla popolazione di Herat, città dove è nato nel 1946 e dove è stato governatore prima dell’avvento dei talebani e in seguito fino al settembre 2004 e si è preoccupato della sua gente al punto da destinare alla provincia i proventi delle dogane al confine iraniano per tutto il tempo della sua carica.

Attualmente è ministro dell’Energia a Kabul. E’ dotato di forte carisma, è un abile amministratore ed è stato ufficiale afgano fino al rango di comandante mujahedin nel corso dell’invasione sovietica nel 1979. Oppositore dei talebani e fuggitivo in Iran, è stato catturato dagli stessi talebani per poi riuscire a evadere dalla prigione di Kandahar nel marzo 2000 ed entrare nelle file dell’Alleanza del nord. Qui si è trovato a militare accanto ad Anwari, governatore di Herat dal luglio 2005. Diventato governatore una seconda volta, è stato rimosso da Hamid Karzai nel settembre 2004 in seguito al decreto che impediva il mantenimento contemporaneo di cariche civili e militari.

Ismail Kahn ha un buon rapporto con il nuovo governatore e si mostra quasi sempre in sua compagnia nelle strade del paese. “E’ un segnale positivo” ha commentato il generale di brigata Giuseppe Santangelo, il coordinatore della regione ovest responsabile dei quattro team di ricostruzione provinciale della zona occidentale dell’Afghansitan. “In questo modo Kahn dimostra la continuità nell’organizzazione dello Stato; a Herat ha inaugurato molte strutture cittadine insieme con Anwari per dare un segnale alla popolazione, mentre non si mostrava quasi mai in compagnia del governatore precedente”.

Questo signore della guerra era a capo di 25.000 miliziani armati, è di etnia tagika e di religione sunnita. Molto conservatore per quanto riguarda l’aspetto religioso. “Qui a Herat – continua il generale Santangelo – è l’ago della bilancia su tutto e non ha bisogno di procedere sulla via della intimidazione: la gente gli vuole bene e lui vuole il bene della sua gente”.

Con le prossime elezioni potrebbe diventare ministro degli Interni o capo della opposizione. “In qualsiasi modo vada – assicura il generale – il suo carisma rimane inalterato ed è dovuto alla sua azione il fatto che non ci siano più candidati esclusi dalle elezioni in questa area”.

E’ di qualche ora, infatti, la notizia secondo cui i cinque candidati della provincia di Herat, esclusi dalle elezioni per possesso irregolare di armi, sono stati riammessi nelle liste elettorali.

Foto: materiale proprio

Follow Paola Casoli il Blog

  Follow PaolaCasoliBlog on Twitter  Follow PaolaCasoliBlog on Facebook Skype Me™! 
Find entries :