venerdì, dicembre 16th, 2005
pubblicato da Pagine di Difesa il 16 dicembre 2005
Dal prossimo 15 dicembre i militari del contingente italiano svolteranno a destra appena usciti dall’aeroporto: direzione Butmir. Non più verso la città di Sarajevo percorrendo il viale dei cecchini, dunque, poiché la loro caserma non sarà più la centralissima Tito Barracks. Quella che è stata riconosciuta come la casa degli italiani per dieci anni sta per essere restituita al governo bosniaco.
“Si chiude una pagina di storia dell’Esercito Italiano” commenta il colonnello Francesco Diella, che dal 15 giugno è al comando del 17° reggimento artiglieria contraerei ‘Sforzesca’ di Sabaudia ed è attualmente comandante del contingente italiano in Bosnia. Il 15 dicembre Diella cederà il comando del contingente al colonnello Antonio Rendine, comandante del 7° reggimento bersaglieri di Bari. Da allora il contingente italiano sarà a Camp Butmir, a qualche chilometro dal centro di Sarajevo e dalle due torri commerciali che con i loro led luminosi indicavano ora, data e temperatura ai militari della Tito.
“La Tito consentiva al militare appena arrivato di avere subito un impatto con la città – spiega Diella – e con la parte più significativa di Sarajevo; usciti dall’aeroporto cittadino si svoltava a destra e si percorreva un lungo tratto del viale dei cecchini passando di fianco al fiume Miljacka e ai palazzi scheletriti dell’Onu e del Parlamento”. Il viale dei cecchini, meno noto con il suo nome di via maresciallo Tito, è stato nominato spesso nelle cronache di dieci anni fa. Lì si accaniva l’attività di cecchinaggio contro chiunque lo percorresse nel periodo che va dal 1992 alla primavera del 1996. Era il periodo dell’assedio di Sarajevo e il passaggio dei pedoni sul viale veniva protetto da container e coperte stese sui fili tirati da cassone a cassone.
“La prima immagine che ebbi della città fu proprio quella. La situazione appariva tranquilla, ma la gente era tesa perché il futuro, dopo gli accordi di Dayton che portavano a una suddivisone territoriale non corrispondente alla situazione esistente, era una grande incognita”. Così ricorda il generale di divisione Sandro Santroni, nel 1995 colonnello, a capo di un distaccamento avanzato di una quarantina di uomini: i primi militari del contingente italiano ad arrivare a Sarajevo nell’ambito della missione Nato.
“In realtà – chiarisce Santroni – arrivammo in città alla vigilia del passaggio di responsabilità dall’Onu alla Nato e non mostravamo ancora le nostre insegne dato che ufficialmente c’erano ancora i caschi blu che stavano alla Tito Barracks”. Con Santroni nei primi giorni a Sarajevo c’era anche il suo superiore, il generale di brigata Agostino Pedone, oggi generale di corpo d’armata in pensione.
“Fu proprio ai caschi blu francesi che chiedemmo accoglienza per la notte – continua il generale Santroni – e la Tito fu il nostro primo letto”. Quei primi italiani a Sarajevo rimasero alla Tito una decina di giorni, “il tempo di sistemarci all’hotel Bjokovo a Vogosca, un comune abitato da serbi ma destinato a divenire entità etnica musulmana per effetto degli accordi di Dayton”.
Santroni comandava un distaccamento con mansioni logistiche: “Il nostro compito era trovare alloggio per il grosso del contingente che sarebbe arrivato dall’Italia per la missione Ifor (Implementation Force) della Nato. I militari italiani dovevano sistemarsi sia in area serba che in area musulmana, proprio per garantire l’osservanza degli accordi di Dayton”.
“Si trattava di una missione del tutto nuova – racconta il generale Agostino Pedone – sia perché fu a carico di noi militari la ricerca dei compound e degli alloggi dove sistemare il contingente italiano sia perché la Nato interveniva per la prima volta al di fuori del proprio territorio di giurisdizione e al di fuori del proprio mandato”. Il generale Pedone ricorda le difficoltà dovute al mancato riconoscimento della Republika Srspka da parte del ministero degli Esteri italiano: “Dovevamo andare a firmare tutti i contratti per gli alloggi a Pale, là ogni trattativa veniva filmata dalla televisione serba e riprodotta a Sarajevo”.
Pedone rientrò in Italia dopo i primi giorni e quando a metà gennaio 1996 tornò a Sarajevo fu per andare a comandare un complesso di forze che comprendeva il battaglione logistico e l’ospedale da campo alla Tito Barracks. “Alla Tito si erano installati dei civili bosniaci di etnia musulmana – riferisce il generale riportando un episodio inedito – senza domandare niente a nessuno. Sembrava che non se ne volessero più andare e così ponemmo loro un ultimatum. Era pronto un piano per intervenire con la forza, ma prima dello scadere della mezzanotte del 19 marzo 1996, ora e data dell’ultimatum, se ne andarono”.
“La caserma Tito è diventata un piccolo pezzo di Italia a Sarajevo – ricorda ancora il colonnello Diella, ultimo comandante della casa degli italiani – ed è un punto di riferimento non solo per i cittadini ma anche per tutti gli italiani che lavorano a Sarajevo”. E’ un luogo di lavoro per molti sarajeviti che qui hanno trovato impiego nel settore dei servizi.
Kanita Focak, architetto da otto anni interprete con gli italiani alla Tito, ha visto tutte le trasformazioni che si sono susseguite a Sarajevo e nella caserma. “La Tito fu consegnata al contingente italiano in condizioni pessime: era devastata in quanto presa a bersaglio nel corso della guerra. Oggi la palazzina centrale è utilizzata per scopi culturali in connessione con l’università di Sarajevo”. La caserma subisce ora una nuova trasformazione per uso civile. Il sito “costruito nel 1878 dagli austro-ungarici – dice Kanita – verrà restituito al governo bosniaco entro giugno 2006. La sensazione è che si stia chiudendo una pagina di storia”.
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venerdì, novembre 18th, 2005
pubblicato da Pagine di Difesa il 18 novembre 2005
Con molti timori e profondi cambiamenti, ma la Bosnia deve affrontare una trasformazione se vuole entrare in Europa. In discussione ci sono un elevato numero di partiti politici (80), una incredibile quantità di ministri (200), troppi parlamenti (14) e ben tre presidenti a rotazione. Una situazione “incompatibile con gli standard europei”, come ha sottolineato ai primi di ottobre Doris Pack, presidentessa della delegazione del Parlamento europeo per il sud-est Europa, esortando la Bosnia, che attualmente conta quattro milioni di abitanti, a una ridefinizione.
La realtà puntiforme in cui versa oggi la regione balcanica è una eredità dell’Accordo di pace di Dayton, che pose fine alla guerra del 1992-1995 delineando una suddivisione basata su due diverse entità etniche con un proprio governo e i relativi ministri e servizi. Republika Srpska da una parte, comprendente i serbi di Bosnia, e Federazione di Bosnia-Erzegovina dall’altra, che riunisce croati e bosniaks (i bosniaci musulmani).
Dayton creò un “ethnic divide”, un divario etnico, pur di mettere fine con urgenza all’assedio di Sarajevo per opera delle forze serbe, che occuparono il 70% del territorio del paese uccidendo o facendo scappare centinaia di migliaia di croati e bosniaci musulmani. Come la Bosnia avrebbe potuto funzionare così suddivisa, sarebbe stato un argomento da affrontare in seguito, fa notare Isn Security Watch.
Il processo di sovversione dell’accordo di pace o – se si vuole definirlo più cautamente – la chiusura di un’epoca durata dieci anni e intrisa di speranze di ingresso nella Ue sarebbe già stato delineato in una bozza segreta dagli Usa. Un trattato non ancora ufficiale a cui esperti statunitensi avrebbero lavorato per sette mesi, stando a quanto riferito sia da Isn sia da media serbi.
Per discutere il loro destino sulla base di queste nuove direttive, i leader bosniaci delle tre etnie si sono incontrati a Bruxelles lo scorso fine settimana e si sono salutati con un nulla di fatto e accuse reciproche di insuccesso. Per tutti è stato chiaro però che l’idea avuta dagli Usa rappresenta un passo avanti, anche solo per il fatto di avere riunito intorno a un tavolo rappresentanti di etnie che si sono fatte la guerra.
La bozza di Costituzione prevede una riduzione delle figure istituzionali a tutt’oggi presenti a svantaggio delle entità etniche praticamente scollegate da un governo centrale. E’ prevista una unica figura presidenziale o un presidente con due vicepresidenti che possono assumere la carica di vertice secondo una rotazione di sedici mesi.
Il progetto è orientato all’efficienza e al raggiungimento degli standard internazionali europei, ma al di là del diffuso ottimismo per le entità etniche si tratta di un progresso difficoltoso. I serbi bosniaci temono che la Republika Srpska svanisca nel momento in cui vengono adottati i cambiamenti abbozzati , tanto che il capo dell’opposizione serbo-bosniaca ha affermato: “La Republika Srspka è una entità bosniaca che non danneggia la funzionalità dello stato; ogni tentativo di chiuderla condurrà alla fine delle negoziazioni”.
Quanto detto da Dodik nel corso di una conferenza stampa rispecchia il sentimento comune dei politici serbo-bosniaci, timorosi di essere dominati dai bosniaks e per questo sostenitori dell’esistenza della loro entità con tanto di amministrazione parallela, al massimo con lievi modifiche. Anche i croati di Bosnia hanno espresso timori arrivando al punto di chiedere la creazione di una terza entità, oltre alle due esistenti, a dominazione croata.
Donald Heys, il diplomatico statunitense a capo dell’Institute for Peace (Uisp) con un passato di deputato nella comunità internazionale come alto rappresentante per la Bosnia, è uno dei principali autori del progetto di costituzione che soppianterebbe le conseguenze dell’Accordo di pace di Dayton. Heys ha riconosciuto che i leader bosniaci hanno dimostrato a Bruxelles molto disaccordo “ma il progresso è ancora possibile”.
E l’Europa che ruolo avrebbe avuto nella stesura della bozza costituzionale? Semplicemente un ruolo di osservatore, benché influente, come sostenuto da Bruce Hitchner del Uisp, mentre altri rappresentanti dell’istituto statunitense affermano che l’Europa è stata consultata per tutto il processo di preparazione delle proposte.
In ogni caso, assicura il commissario per l’allargamento europeo Olli Rehn, l’Europa ha supportato pienamente le iniziative finalizzate alla creazione di uno Stato multietnico a misura di cittadino europeo. Ma si dovrà parlare di “evoluzione e non rivoluzione”, ha tenuto a precisare nel corso di un breve intervento in una conferenza stampa in ottobre. “E’ un chiaro segno della volontà emergente di rivedere la costituzione di Dayton. I leader del paese sono padroni del processo che la comunità europea è pronta a facilitare”.
“La parola d’ordine è non più stabilizzazione ma transizione” ha confermato in ottobre Paddy Ashdown, alto rappresentante della comunità internazionale in Bosnia.
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domenica, ottobre 24th, 2004

pubblicato da Pagine di Difesa il 24 ottobre 2004
Unitarietà e tecnologia al servizio del cittadino. Questo il messaggio che il ministero della Difesa ha voluto trasmettere con la sua presenza allo Smau 2004, il salone milanese dedicato alla information technology giunto quest’anno alla 41a edizione. Unitarietà, innanzi tutto: quattro stand adiacenti nel padiglione numero tredici, dove le quattro Forze armate si fanno conoscere al grande pubblico con l’esposizione di strumenti, modelli e materiali caratteristici di ogni Arma.
Per l’Esercito italiano, che ha mostrato il funzionamento del robot antisabotaggio appena rientrato da Nassiriya, è stata l’occasione di fornire previsioni meteorologiche in tempo reale da una postazione Meteosat-Meteomont situata all’interno dello stand e collegata con l’antenna sistemata sul tetto della fiera. Questa attività, che si basa sul costante confronto della situazione prevista e di quella reale sulla base di dati raccolti da apposite stazioni di rilevamento, permette di fornire bollettini per il soccorso alpino con particolare attenzione al rischio valanghe.
La valutazione dei cambiamenti di stato della neve attraverso la metamorfosi del manto è un’attività che richiede un anno di studio e lavoro prima di essere bene appresa, ma alla fine del corso – svolto in collaborazione con la Facoltà di Scienze forestali dell’Università di Torino – l’allievo ottiene la qualifica di “osservatore meteonivologico”. A visitare quest’area dello stand sono soprattutto i giovani, attratti dalla tecnologia usata dai militari in funzione dei civili. Molto interesse è stato riscontrato finora per le nuove figure richieste dall’Esercito che, nella neonata era della volontarietà del servizio militare, è orientato ad accogliere figure professionali qualificate oltre che motivate.
La Marina militare presenta quattro nuovi progetti – ancora in fase di realizzazione o già operativi – accanto al tradizionale modellismo navale e alla tecnologia subacquea. Per i visitatori è possibile raccogliere informazioni: sul sistema di apprendimento a distanza, il cosiddetto e-learning; sulla cartografia elettronica nazionale prodotta dall’Istituto idrografico; sullo studio relativo all’informatizzazione della gestione logistica dei depositi e delle scorte; sul progetto definito Gestione integrata reti della Marina militare (Geirmm), destinato a rendere possibile il controllo di tutte le stazioni periferiche da un’unica postazione con sede a Roma. Ma la vera novità è l’annuncio di una attività di cooperazione tra Italia e Libia prevista per la fine di novembre: in programma il trasporto di una unità mobile di medicina dell’ospedale Gaslini di Genova a bordo della San Marco alla volta della Libia.
Due gli stand dell’Aeronautica militare: uno, puramente informativo, è inserito nell’area del ministero della Difesa al padiglione 13. L’altro, più operativo, è sistemato nella zona dedicata ai videogiochi (Ilp) e dà l’opportunità di provare i due simulatori di volo forniti dalla associazione non-profit Virtual italian air force. L’esperienza di pilotaggio è molto realistica, dato che la strumentazione ripropone all’80% la situazione dei simulatori utilizzati dai piloti dell’Aeronautica militare.
Lo stand proposto dai Carabinieri è orientato a far conoscere i servizi multimediali offerti dal sito internet, come l’attività di risposta ai cittadini tramite e-mail e la figura del Carabiniere di quartiere. Tra gli strumenti esposti, anche una telecamera a raggi infrarossi utilizzata quando le condizioni ambientali non consentono una agevole registrazione di immagini. In primo piano nell’area del segretariato generale della Difesa il sistema Future Operator Console System (Focs), che consente di operare con comandi vocali e guanti digitali, e il Soldato futuro, equipaggiato con visori notturni, microcamere e uno speciale elmetto da terzo millennio. Nello stand è esposto un modellino del EF-2000 e un motore dello stesso velivolo.
In relazione all’aspetto tecnologico orientato al cittadino, il ministero della Difesa presenta quattro grandi monitor che inquadrano altrettante sedi di operazioni in teatro. Nassiriya, Sarajevo, Kabul e Prizren sono i collegamenti garantiti nel corso della mattinata. E’ il tipo di tecnologia più vicino alla fruizione quotidiana e consente ai visitatori di parlare con i militari impegnati nelle missioni di pace all’estero. Dopo l’intervento di tre ragazze che con un po’ di imbarazzo hanno ringraziato i militari in missione a Nassiriya, è stata la volta del ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri, che ha evidenziato come il prestigio dell’Italia venga rafforzato dall’attività dei militari italiani impegnati a promuovere il cammino verso democrazia e libertà.
L’occasione di confrontarsi con gli addetti alla Pubblica informazione è stata offerta anche a Pagine di Difesa, che ne ha ricavato un momento di confronto su situazioni attuali. Dal collegamento è emerso un grande equilibrio dei militari nell’affrontare le condizioni di maggiore difficoltà, quali il periodo pre-elettorale in Kosovo e lo spoglio delle schede a Kabul. In evidenza il prestigioso ruolo dell’attività di cooperazione civile-militare, impegnata non solo in attività di ricostruzione ma anche in progetti di promozione della multietnicità.
Foto: materiale proprio
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