mercoledì, agosto 29th, 2007 61 views
pubblicato da Embedded il 29 agosto 2007
I militari del 7° reggimento Vega dispiegati in Kosovo con la task force Ercole comandata dal maggiore pilota Mauro Bloise stanno lottando contro gli incendi che devastano il sud-ovest della provincia amministrata dalle Nazioni Unite.
Nella sola giornata di lunedì gli elicotteri italiani hanno svolto sei missioni per un totale di una decina di ore di attività sul fuoco. In tutto 92 trasporti con la benna – un contenitore trasportato al gancio baricentrico dell’elicottero (foto task force Ercole) – per un totale di oltre 52mila litri di acqua lanciati sulle fiamme.
L’attività si concentra soprattutto su incendi nell’area municipale di Pec nel sud-ovest del Kosovo.
Accanto agli italiani è attivo con due equipaggi anche un elicottero sloveno Bell-412, che lascerà il Kosovo a fine missione il prossimo 31 agosto.
Fonte: 7° Vega Rimini
Foto: task force Ercole
Commenti:
giacomo, Domenica 2 Settembre 2007 ore 20:59
sono passato per i Balcani i primi giorni di luglio. bosnia, più che altro, e croazia: già bruciavano i monti, già i campi di sterpaglie. e già allora non c’era nessuno che spegneva i roghi…
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domenica, novembre 14th, 2004 14 views
pubblicato da Pagine di Difesa il 14 novembre 2004
L’esercitazione della task force Ercole con i tedeschi si conclude alla Tana di Ercole, l’hangar dell’aeroporto di Giacova-Dakovica dove si ritrovano gli elicotteristi comandati dal tenente colonnello Antonino Giunta.
“E’ importante esercitarsi insieme, anche se è molto impegnativo” afferma Giunta. L’esercitazione appena condotta con i tedeschi è una di quelle che lascia gli occhi rossi per l’uso prolungato del visore notturno. “Era un’attività di infiltrazione ed esfiltrazione – spiega il comandante – con cui si è simulato un lancio di paracadutisti in territorio nemico e successivo recupero degli uomini. L’esercizio è stato reso più difficile dalla presenza di militari di lingua tedesca, cosa che ha richiesto un maggior impegno per comandare via radio tutte le azioni”.
“E’ andato tutto molto bene” commenta il leader della squadra teutonica proponendo a Giunta una nuova attività in comune. “Non è escluso che si organizzi presto, considerato che ci è molto utile per affinare le capacità di lavorare insieme con speditezza” assicura il comandante.
La task force Ercole è nata nel dicembre ‘98 per il trasporto di funzionari francesi. Dal mese di aprile 2000 ha preso sede definitiva all’aeroporto di Giacova-Dakovica. Nell’hangar mantiene sempre pronto un elicottero per l’evacuazione di feriti che durante il giorno diventa operativo in trenta minuti.
Un medico è reperibile 24 ore al giorno grazie a un collegamento radio che garantisce l’immediatezza della risposta. Per questi medici militari impegnati nei teatri operativi il periodo della missione non supera i 45 giorni, considerato che non possono allontanarsi dalla base e devono essere disponibili e operativi per tutto l’arco della giornata.
La missione coinvolge piloti abilitati all’uso dei visori notturni. Non ce ne sono moltissimi disponibili nell’Esercito Italiano: è un’attività che richiede molto addestramento sia per la specificità degli strumenti utilizzati, sia perché con i visori non è facile stimare l’altezza dal suolo. E questo può far intuire quali difficoltà si incontrino nel volo tattico notturno.
La task force Ercole lavora ogni giorno sulla sicurezza del volo. Anche un impatto con un volatile, cosa che può sembrare banale, è un rischio da considerare non tanto perché aggiungerebbe lavoro alle squadre di manutenzione, quanto piuttosto perché causa di incidenti. L’attività di sicurezza del volo è materia fondamentale e prevede frequenti briefing.
Dopo i disordini del 17 marzo, che hanno causato la morte di diciannove persone, la task force ha provveduto a sgomberare civili serbi con voli specifici. Dal 1° gennaio 2004 alla fine di ottobre il conto delle ore volate si attesta a poco meno di quattrocento.
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domenica, novembre 14th, 2004 19 views
pubblicato da Pagine di Difesa il 14 novembre 2004
E’ nel giorno del suo 56° compleanno che Jacques de Kermabon – generale a tre stelle comandante di Kfor dallo scorso 1° settembre – si concede a un’intervista campale sotto l’hangar del 1° Roa a Giacove-Dakovica. E’ la festa delle Forze Armate italiane e il vento sulla pista dell’aeroporto Amiko ha l’odore del freddo di ogni 4 novembre anche qui in Kosovo. Il generale francese ha le maniche rimboccate. Passa in rassegna le truppe schierate a passo deciso. Niente lancio di paracadutisti oggi, c’è troppo vento. I quattro elicotteri della task force Ercole comandati dal colonnello Antonino Giunta volano bassi portando il tricolore.
Generale, due teatri operativi su tre dei più sensibili sono a comando francese: Jean-Louis Py in Afghanistan e lei in Kosovo. Il peso della Francia nella Nato è aumentato?
E’ una coincidenza, perché non era stato previsto che io e il mio amico Jean-Louis Py diventassimo comandanti di teatri operativi nel medesimo periodo. Questo può certo significare un maggior impegno per la Francia nell’ambito della Nato. E’ chiara la volontà di lavorare a fianco di tutti i nostri alleati.
In quale misura gli eventi di marzo hanno influito sulla decisione di dare un messaggio forte prima delle elezioni?
Per evitare che tali fatti si ripetano, come sfortunatamente è successo dopo cinque anni di presenza della Nato in Kosovo, l’Alleanza Atlantica ha deciso di prepararsi ancora meglio. Si è voluto garantire le elezioni più pacifiche e calme possibile con il rinforzo di quattro battaglioni, cioè duemila uomini in più di quelli già presenti. Il risultato è qui: il mese di ottobre è passato senza particolari incidenti. Niente di peggio di quello che può accadere in qualsiasi altro paese del mondo. Parlo sul piano della sicurezza, ovviamente, perché si sa che i serbi non hanno partecipato al voto. Ma questa sarebbe una valutazione sul piano politico. Quel che conta è che oggi i principali leader politici discutono per la formazione del governo e mi auguro che questo avvenga abbastanza in fretta, in modo che il Kosovo abbia presto il proprio governo provvisorio.
Qual è il punto di vista del comandante di Kfor sul modo in cui si sono svolte le elezioni?
Si sono svolte nella tranquillità e nella calma. Non posso che esprimere il mio apprezzamento ai soldati di Kfor per il lavoro svolto nell’assicurare un ambiente favorevole alle operazioni di voto. Altrettanto voglio fare nei confronti dei kosovari che hanno dimostrato la propria maturità con un tasso di partecipazione relativamente importante e che dunque si sono dimostrati responsabili del buon andamento delle elezioni.
Kfor è una forza militare composta da 35 nazioni diverse. Questo significa anche 35 governi e 35 opinioni pubbliche. Che limiti incontra un comandante di forza multinazionale nell’esercizio della azione di comando?
Non è il caso di cogliere le differenze. Siamo tutti riuniti qui per il nostro mestiere di soldati, per la nostra etica di soldati e per la disciplina, che è disciplina militare. Le procedure sono un po’ diverse tra i vari paesi, ma noi lavoriamo insieme a dispetto delle differenze. Organizziamo operazioni comuni tra le varie unità per addestrarci a lavorare insieme e a intervenire insieme. In questo modo miglioriamo le procedure di lavoro.
Quali sono le direttive principali seguite da Kfor per il raggiungimento di una convivenza pacifica tra le etnie?
La direzione principale è di assicurare un ambiente sicuro e pacifico per tutti in modo da consentire la ripresa di una vita normale. Questa è la mia missione principale. Allo stesso tempo si agisce a livello militare e si favorisce il progresso verso la democrazia e lo sviluppo economico. Anche se questo è più il compito dell’Unmik che della Kfor. Ma con la nostra presenza e il nostro incoraggiamento possiamo aiutare la popolazione. Arrivando qui ho scelto una formula che applico alla Kfor e che è “ristabilire la fiducia”. Penso che sia la cosa più importante per poter costruire la società futura in Kosovo.
Quale sarà il futuro delle “restricted area” e delle “protected area” volute dal generale Danilo Errico?
Si vuole proteggere in modo particolare un certo numero di siti. E’ un modo per evitare che avvenimenti come quelli accaduti in marzo si ripropongano. Per questo sono state definite delle zone all’interno delle quali possono essere impiegate armi per dissuadere estremisti, fanatici o criminali dall’attaccare quelle zone. Ma prima di tutto si tratta di un processo di dissuasione per evitare che tali malintenzionati raggiungano quei siti. Dunque è più un concetto di impiego che una vera e propria definizione di zone sul terreno.
Foto: materiale proprio
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