martedì, marzo 9th, 2010 113 views
“Una questione superata” la cerimonia della Kosovo Security Force (KSF) con guardia d’onore in stile militare e bandiera della Nato, lo scorso 5 marzo, nel centro di Pristina. Così per il ministero delle Forze di Sicurezza kosovare.
Ma è così anche per la Nato, visto che la fermezza del comandante di Kfor nella sospensione del training a KSF è durata meno di un giorno festivo.
Dalla domenica pomeriggio al lunedì la sospensione è stata revocata e Kfor riprende da subito ad addestrare le forze di sicurezza del Kosovo come da mandato, ovvero per svilupparne una capacità da gestione delle emergenze civili.
La denuncia di inadeguatezza dello stile militare di KSF e di inaccettabilità dell’esposizione della bandiera della Nato alla parata, espressa domenica dal generale Markus Bentler comandante di Kfor e supportata dall’International Civilian Office (ICO) riportato da Koha Ditore, ha perso consistenza in poche ore sciogliendosi sotto il pronto ottimismo del vice primo ministro Hajredin Kuci: “nessuno si aspetterebbe che il Kosovo non si comportasse come uno stato sovrano”.
Probabilmente l’analisi dei media fatta dalla Nato avrà rilevato una tale copertura dell’evento sulle testate locali da far ritenere opportuno ritornare sui propri passi e riprendere subito ad addestrare il futuro esercito del Kosovo, così da evitare tensioni nell’ex provincia serba autoproclamatasi indipendente due anni fa.
O forse la confidenza di un analista, riportata da un sito americano, secondo cui “il peggioramento delle relazioni potrebbe portare a una presa delle armi contro la Nato” ha inciso altrettanto sul rinnovo dell’amicizia. Certo è che in questo modo la la fermezza e la determinazione dimostrate dalla Nato vacillano agli occhi dell’opinione pubblica. Meglio sarebbe stato non esprimersi del tutto, a questo punto.
E’ comunque sorprendente pensare come Kfor sia stata presa alla sprovvista da questa parata in stile inadeguatamente militare, quasi che non avesse il polso della situazione sul terreno dopo aver creato KSF dal vecchio Kosovo Protection Corps, (KPC, che già riciclava il TMK, ovvero il KLA anche noto come Uck) e averlo dotato nel corso degli anni di equipaggiamento specifico, come il dipartimento di telecomunicazioni nella caserma Adem Jashari di cui ha riferito Balkanalysis nel 2008.
Articolo correlato:
Kosovo: riappare il Kosovo Liberation Army e Kfor sospende il training della Kosovo Security Force (8 marzo 2010)
Fonte: Serbianna, Earth Times, Balkanalysis, Unmik
Vignetta: Jeton Mikullovci/Koha.net
Foto: Koha.net
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lunedì, marzo 8th, 2010 158 views
Niente più addestramento per la Kosovo Security Force (KSF) da parte di Kfor da ieri sera. Lo ha annunciato il comandante delle forze Nato in Kosovo generale Markus Bentler (qui su B92) dopo che venerdì 5 marzo una guardia d’onore in stile militare della KSF ha commemorato a Pristina il dodicesimo anniversario dell’uccisione di un leader del Kosovo Liberation Army (KLA, o Uck secondo l’acronimo albanese), il gruppo paramilitare albanese distintosi in azioni contro serbi e collaborazionisti negli anni Novanta del Novecento.
L’annuncio della Kfor è motivato dal fatto che “la guardia d’onore della KSF è apparsa nelle vesti di formazione militare nel corso di un evento dedicato a un ex leader del KLA”. Un aspetto che, come riportato da B92 che cita l’agenzia Beta, “non è in linea con la posizione della KSF, che non ha status militare”.
Ma c’è di più, alla parata sventolava la bandiera della Nato. Specifica Kfor: “La bandiera della Nato è stata esposta nel corso dei festeggiamenti, una cosa inaccettabile dato lo status di neutralità di Kfor”.
L’addestramento degli uomini della KSF, la forza costituita l’anno scorso con compiti di emergenza civile per riformulare il Kosovo Protection Corps formato da ex membri del KLA, è ora sospeso fino a nuovo avviso.
Intanto prevale l’ottimismo tra le autorità dell’ex provincia serba dichiaratasi unilateralmente indipendente poco più di due anni fa: il provvedimento di sospensione sarebbe stato in realtà male interpretato. Addirittura si attende un chiarimento, dato che – come ha affermato Hajredin Kuci, vice del primo ministro Hashim Thaci – “nessuno si aspetterebbe che il Kosovo non si comportasse come uno stato sovrano”.
KSF è addestrata da Kfor secondo quanto stabilito il 12 giugno 2008 in previsione del progressivo ridimensionamento delle forze militari Nato in Kosovo.
Per il ministro degli Esteri serbo Vuk Jeremic, espressosi sin dalla formazione della KSF, tale forza rappresenta un “gruppo paramilitare illegale” e una “diretta minaccia alla sicurezza nazionale, alla pace e alla stabilità dell’intera regione”.
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Kosovo, la lunga strada verso l’Occidente (14 novembre 2004)
Fonti: B92/Beta, Army Times/Associated Press, BBC, Kfor
Foto: BBC
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mercoledì, febbraio 23rd, 2005 63 views
pubblicato da Pagine di Difesa il 23 febbraio 2005
“Sono contro l’indipendenza del Kosovo. Non accetterò mai una tale soluzione”. Per Boris Tadic, primo capo di Stato serbo a mettere piede in Kosovo dopo la guerra del 1999 per una visita di due giorni, l’indipendenza della regione serba amministrata dalle Nazioni Unite è “inaccettabile”.
“Volevo parlare qui in Kosovo con i rappresentanti della comunità internazionale a proposito di Kosovo-Metohija e della situazione dei serbi e di tutti quei cittadini che vivono qui”. Tadic spiega così il motivo della sua visita del 13 e 14 febbraio, a cui non conferisce un particolare significato, dato cha la considera una normale visita del presidente della Serbia a una parte del suo territorio e della sua gente.
A Silovo, villaggio in cui ha avuto inizio il tour, il presidente serbo si è rivolto ai cittadini che lo attendevano: “Kosovo-Metohija è parte della Serbia non solo secondo la legge internazionale, ma anche secondo la nostra legge. Questa è la mia posizione personale e quella di Belgrado a Belgrado, in Kosovo, a Pristina e a Silovo”.
A proposito dei diritti delle minoranze, per cui la risoluzione Onu 1244 investe di responsabilità la comunità internazionale, Tadic si esprime così: “Non sono venuto qui con la bacchetta magica, quella esiste solo nelle favole, ma prometto che combatterò con tutto il mio potere per i diritti dei serbi e di ogni cittadino di Serbia che vive in Kosovo”.
La visita di Tadic nella regione autonoma arriva in un momento in cui dalla comunità internazionale cominciavano a levarsi sempre più frequenti i moniti per un veloce riconoscimento di indipendenza del Kosovo, pena un rigurgito di violenza da parte degli albanesi delusi e stanchi di aspettare l’avverarsi del sogno. Le sue dichiarazioni, proprio perché rilasciate in una terra costellata dalle vestigia serbo-ortodosse e considerata dai serbi di tutto il mondo come culla della loro identità, risuonano con particolare fermezza.
In totale contrasto rispetto agli obiettivi dell’Albanian National Army (Ana o Aksh in albanese), il gruppo armato che gli Stati Uniti hanno inserito nella blacklist delle organizzazioni terroristiche nel 2003, orientato all’unificazione dei territori abitati dagli albanesi nei Balcani. E’ l’idea della “grande Albania”, un sentimento nazionalista fomentato più dalla diaspora che da Tirana.
A capo dell’Ana c’è Idajet Beqiri, arrestato il 15 dicembre 2003 da Interpol-Tirana in Germania mentre cercava di entrare in Svizzera e subito estradato nella capitale albanese. Era accusato di “incitamento all’odio etnico” in Macedonia anche tramite internet. Ha scontato la pena di un anno e mezzo e il 16 agosto 2004 è stato rilasciato. Beqiri è blacklisted dagli Stati Uniti e recentemente anche dall’Unione Europea, che lo ha inserito nella lista nera con la motivazione di ostacolare l’attuazione dell’Accordo di Ohrid (Macedonia) siglato nel 2001 per porre fine all’insurrezione armata della minoranza albanese.
“Con quell’accordo – ha commentato all’emittente di Tirana News24 – non riusciamo a integrarci né in Europa né alla Nato. Ma con questo non vuol dire che siamo contrari all’accordo”. Il provvedimento preso da Bruxelles gli vieta l’ingresso e la circolazione nei paesi dell’Unione per un anno a partire dal 31 dicembre 2005, ma Beqiri – in virtù della possibilità della doppia cittadinanza concessa in Albania – ha anche passaporto belga.
Mentre Beqiri si adopera in via ufficiale per raccogliere le 50mila firme necessarie alla richiesta di un referendum sulla unificazione delle terre albanesi, Ana starebbe per mettere in atto un piano di destabilizzazione dei Balcani a partire dalla Macedonia, con l’obiettivo dell’indipendenza per il Kosovo, dell’autonomia o del controllo internazionale nella Presevo Valley (zona al confine con la Serbia già teatro di scontri nel 2001), della trasformazione della Macedonia in federazione e dell’autonomia per la regione albanese in Montenegro. Il tutto previsto nella primavera di quest’anno, secondo quanto rivelato da fonti di intelligence occidentali e albanesi, forse a partire dall’inizio di aprile.
L’azione, a quanto appreso, dovrebbe svolgersi in quattro atti. Il primo prevede la destabilizzazione della Macedonia nella sua zona occidentale e poi nelle aree di confine, prima dell’ingresso in Kosovo-Metohija e nel sud della Serbia. Il secondo atto consiste nell’attivare ogni forma di violenza politica: per questo dovrebbero venire coinvolti gruppi da assalto da 3 o 5 combattenti Ana fino a squadre di azione di 15 o 30 unità, configurate per controllare i corridoi del traffico in particolare verso i villaggi serbi. Il terzo atto si espande in due scenari: una domanda politica di demilitarizzazione della Serbia in favore di un controllo europeo o Nato tramite la polizia locale e la conduzione di operazioni da parte di Ana. Ultimo atto: insistere per l’autonomia albanese in Montenegro e supportare i piani per l’indipendenza del Montenegro, con la possibilità di praticare violenza in modo selettivo anche tramite il cartello dei narcotici albanese che opera in quella regione.
Il progetto sembra verosimile, se messo in collegamento con i fatti più recenti verificatisi nell’area compresa tra Montenegro, Albania e Macedonia. Ai primi di novembre 2004 un gruppo di uomini armati di kalashnikov e vestiti con uniformi nere ha cominciato a pattugliare le strade di Kondovo, un sobborgo di Skopje in Macedonia, bloccando ogni ingresso. Leader del gruppo di Kondovo sarebbero Lirim Jakupi e Agim Krasniqi, cittadini macedoni di nazionalità albanese blacklisted a fine gennaio dall’Unione Europea.
Secondo la ricostruzione dell’accaduto, il gruppo era composto da un massimo di 50 membri e in seguito alla resa, avvenuta dopo più di 60 giorni di blocco con divieto di accesso a polizia e giornalisti, i componenti sarebbero rientrati in Kosovo. Jakupi è stato arrestato a Pristina in circostanze che lo davano per ferito nel corso di una sparatoria. Nell’occasione era stata diffusa la notizia – non confermata – di un suo ricovero presso la struttura sanitaria di Camp Bondsteel, la base americana nei pressi di Urosevac in Kosovo.
L’incidente di Kondovo potrebbe trovare spiegazione nella richiesta di libertà di movimento per i veterani del disciolto Uck (o Kla, esercito di liberazione del Kosovo) e di una estensione dell’amnistia del 2001, quando una insurrezione della guerriglia albanese minacciò i Balcani per sette mesi con la guerra civile. Oppure il gruppo potrebbe essere nato in occasione del referendum del 7 novembre 2004 nel timore di una minaccia dei provvedimenti di pace. Una spiegazione che troverebbe spazio nei fatti di politica interna, dato che l’accordo della resa è giunto all’elezione a primo ministro della Macedonia di Vlado Buckovski, ex ministro della Difesa, che in quell’occasione ha dichiarato: “Non ho intenzione di permettere a nessuno di destabilizzare la situazione della sicurezza”.
Ma c’è anche un’altra interpretazione, favorita dalle dichiarazioni di Claude Moniquet, dello European Strategic Intelligence and Security Center di Bruxelles, in merito alla scuola islamica di Kondovo: “Questo tipo di scuole attrae persone che pensano che la società debba venire cambiata con la violenza. Dunque le forze di sicurezza macedoni dovrebbero prestare attenzione a questo come all’inizio di qualcosa di pericoloso”. L’istituto con sede a Bruxelles ritiene che questa scuola sia finanziata da fondamentalisti islamici dell’Arabia Saudita.
Quanto accaduto a Kondovo potrebbe allora essere collegato alla presenza islamica nei Balcani già documentata dai servizi segreti britannici e russi nel corso delle guerre a seguito del disgregamento della Yugoslavia. Nei giorni del blocco erano transitati dall’aeroporto di Skopje alcuni mujahedin dal Pakistan e dall’Arabia Saudita. All’apparenza Ana è costituita da membri del Kosovo Protection Corps (Kpc), del National Liberation Army e da albanesi reclutati dalla diaspora, ma non è da escludere, secondo fonti locali, che gruppi di terroristi islamici che intendono infiltrarsi nei Balcani siano collegati ad Ana.
“Ci sono arabi in Macedonia – ha chiarito il ministro degli Interni macedone Ljubco Mihajlovski ai primi di dicembre 2004 – ma il loro numero non è aumentato ultimamente. Alcuni di loro stanno studiando nel nostro paese”. Due leader radicali islamici stranieri, sotto le vesti di religiosi eruditi attivi in Kosovo e Macedonia, costituiscono la corrente islamica di Ana. Fonti occidentali hanno scoperto un centro islamico a Kosovska Mitrovica diretto da Rexhep Lushta, che avrebbe ultimato i suoi studi nella facoltà di teologia di Medina con Enis Rama, ex combattente in un gruppo di mujahedin ai tempi della crisi del Kosovo.
Il 19 gennaio scorso Gregory Copley, presidente della americana International Strategic Studies Association, ha messo in guardia da un movimento islamico che potrebbe diventare attivo in Montenegro, se questo paese persiste nelle sue aspirazioni di indipendenza. Secondo Copley, l’obiettivo del movimento sarebbe un porto sul mare e la sicurezza di una via diretta per droga, armi e operazioni dal mare Adriatico verso Bosnia-Erzegovina e Kosovo-Metohija. Nell’occasione Copley ha segnalato l’esistenza in Bosnia-Erzegovina di addestramenti di massa di terroristi, che vengono immessi in Iraq attraverso la Siria e in Cecenia attraverso la Turchia. Queste stesse persone, secondo Copley, ritornerebbero in Bosnia-Erzegovina dal nord di Cipro, assistite totalmente da gruppi di terroristi presenti in loco che cooperano con l’intelligence iraniana e il governo saudita: “I sauditi in Bosnia-Erzegovina stanno organizzando dei cosiddetti gruppi filantropici”.
Questa interpretazione dei fatti di Kondovo come di una rivelazione della islamizzazione latente dei Balcani poggia sulla situazione attuale dell’area, dove crimine organizzato, mafie e traffici di ogni genere si sviluppano grazie all’assenza del rispetto della legge. E i paesi che si trovano sulle rotte del traffico di armi e droga si arricchiscono improvvisamente, cambiando addirittura fisionomia. E’ il caso di Junik, per esempio, uno degli ultimi paesi nel Kosovo occidentale prima del valico di Morina verso l’Albania: qui sta sorgendo un grande centro islamico il cui cantiere è protetto dalle alte mura di una fattoria fortificata.
Oltre al caso di Kondovo, il 13 dicembre 2004 è stata diffusa la notizia del sequestro da parte della polizia albanese di tre missili Strela di fabbricazione yugoslava. I missili spalleggiabili, che di recente sono stati considerati una seria minaccia all’aviazione civile da parte di 31 paesi oltre a Stati Uniti e Russia, sono stati rinvenuti a bordo di due furgoni e di un’auto a circa 15 chilometri a nord di Tirana. Le armi provenivano con molta probabilità dalla Bosnia-Erzegovina ed erano passate attraverso il Montenegro e l’Albania per arrivare – secondo fonti ministeriali albanesi – in Macedonia. Erano forse destinate al gruppo di Kondovo? Oppure “dovevano essere portate in un museo” come ha chiesto con ironia un ufficiale della difesa macedone?
Lo stesso interrogativo si pone per il recente sequestro di 310 kalashnikov da parte dell’unità multinazionale di polizia a guida italiana costituita nell’ambito della missione dell’unione Europea in Bosnia. Le armi erano custodite in una abitazione alla periferia di Sarajevo di proprietà del bosniaco Hodzic Sulejman ed erano pronte per essere spedite.
Analisti militari calcolano che nel sud della Serbia siano presenti da 600 a 900 mila armi detenute da gruppi di etnia albanese, oltre a quantità di esplosivo ed equipaggiamenti militari per un valore di circa 300 milioni di dollari. Più fonti segnalano campi di addestramento di combattenti di Ana e del Kosovo Protection Corps (Kpc) nelle regioni di Drenica, Kamenica, Podujevo e Bajgora Mountains. I quartieri generali di Ana in Kosovo sembrano essere proprio Bajgora Mountains – un centro a est di Kosovska Mitrovica comandato dal generale Rahman Rama del Kpc – e i sobborghi di Pec e Djakovica, città nella regione del Kosovo-Metohija.
Secondo fonti di intelligence occidentali il Kosovo è diviso in sette zone operative, il Montenegro in tre, la Macedonia in cinque e la Grecia in due. In ogni zona sono operativi dai 200 ai 700 membri che formano il nucleo di Ana, con centri di comando nelle vicinanze di Tetovo, a ovest di Skopje in Macedonia, e Mount Sarplanina, a est di Prizren in Kosovo. Il costo di un combattente Ana si aggira sui 150 euro al giorno.
Riguardo al caso di Kondovo, Timothy der Veduven – portavoce della missione di polizia dell’Unione Europea in Macedonia Proxima – ha dichiarato alla vigilia di Natale 2004: “Il futuro ci mostrerà se questo caso è stato risolto, perché c’è la possibilità del deterioramento di certe situazioni”. A distanza di meno di due mesi rappresentanti stranieri a Skopje avvertono che la situazione attuale assomiglia a quella di novembre dello scorso anno: la polizia ha comunicato che Agim Krasniqi è di nuovo nel villaggio mentre quattro ex comandanti del Uck, operanti di solito in Kosovo e Macedonia, sono giunti a Kondovo qualche giorno fa.
Se tutti gli allarmi dell’intelligence sono reali, ai separatisti albanesi nei Balcani non mancano né le armi né i soldi per mettere in atto i loro piani nei tempi stabiliti. E dal 13 febbraio, con la visita e le dichiarazioni rilasciate dal presidente Boris Tadic in Kosovo, non manca neppure lo stimolo per agire con maggior determinazione.
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venerdì, dicembre 24th, 2004 45 views
pubblicato da Pagine di Difesa il 24 dicembre 2004
“Le Nazioni Unite devono essere state indebitamente ottimiste se hanno pensato che i colloqui sul futuro del Kosovo potessero seriamente aver luogo nel 2005. Ma se ci deve essere una possibilità di mettere insieme albanesi e serbi, sia i kosovari che le Nazioni Unite devono capire che proporre persone come Haradinaj come loro leader fa solo spostare indietro le lancette dell’orologio”. L’articolo dell’International Herald Tribune pubblicato lo scorso 20 dicembre ha messo in evidenza le scarse probabilità di intesa tra il nuovo primo ministro del Kosovo, Ramush Haradinaj – un “former guerrilla leader” con riferimento al suo passato nell’esercito di liberazione del Kosovo (Kla o Uck) – e la minoranza serba o lo stesso governo di Belgrado.
Oggi, 24 dicembre, la Opinion edition del New York Times ripubblica quasi integralmente quell’articolo sotto forma di editoriale. E’ un commento che, a pensarci sopra, diventa una riflessione su un fazzoletto di terra nel cuore dei Balcani. Undicimila chilometri quadrati in cui si concentrano le aspettative dell’Occidente e i sogni di indipendenza degli albanesi, i traffici illeciti e le inchieste del Tribunale internazionale. Qui, a migliaia di chilometri dalle redazioni delle due prestigiose testate giornalistiche, il parlamento ha scelto Haradinaj come primo ministro in vista dei prossimi colloqui sul futuro del Kosovo, la regione autonoma amministrata dalle Nazioni Unite dalla fine della guerra del 1999.
L’editoriale del New York Times rilancia la questione: “Se i kosovari vogliono mostrare che possono gestire un paese indipendente in cui la minoranza serba sia al sicuro, questo (l’elezione di Haradinaj a primo ministro, ndr) è il modo sbagliato di farlo”. L’ex leader del Kla è stato interrogato dal Tribunale internazionale due volte in Kosovo, solo un paio di settimane prima di essere eletto primo ministro. E’ accusato dai serbi di aver commesso atrocità nella regione di Decani, sia contro i serbi che contro gli albanesi sospettati di collaborare con le autorità serbe. Per questo l’articolo presenta come poco credibile una collaborazione tra Haradinaj e la parte serba.
C’è di più. “Se Haradinaj viene messo in stato di accusa, il problema diventerà peggiore: i kosovari albanesi che hanno votato per lui si irriteranno”, fa notare l’editoriale. L’alternativa, che potrebbe essere “accantonare una potenziale accusa perché l’obiettivo è il primo ministro”, finirebbe per indebolire la credibilità del Tribunale penale internazionale. Una risposta ai dubbi dovrebbe arrivare entro la fine dell’anno in corso, con la rivelazione dei nomi degli imputati da parte del giudice Carla Del Ponte.
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domenica, novembre 14th, 2004 68 views
pubblicato da Pagine di Difesa il 14 novembre 2004
E’ un’operazione tipica del contingente italiano di cui reca la caratteristica “friendly”. L’attività di door-to-door, definita appunto Friendly Sweep per l’impegno a entrare nelle abitazioni con incedere amichevole, è uno dei compiti della task force Aquila comandata dal colonnello Donato Federici.
L’operazione prevede il controllo a tappeto di abitazioni e negozi con l’intento di presentarsi alla popolazione per rilevarne i bisogni. L’attività è amichevole e come tale viene percepita dagli abitanti del territorio che spesso chiedono aiuto direttamente ai militari. Nel gruppo che accede alle abitazioni è sempre presente un medico pronto a offrire cure e, soprattutto, a farsi conoscere.
Eventuali armi vengono fotografate mentre ai bimbi viene offerto cibo. E di armi ce ne sono quasi in ogni abitazione, ma non tutte sono registrate. Al secondo gruppo tattico della task force, quello comandato dal tenente colonnello Fulvio Poli, è capitato di rinvenire dei bossoli di kalashnikov nella cucina di una famiglia di Decani, proprio vicino al divano sotto lo sguardo incorniciato di Ramush Haradinaj, ex comandante dell’Uck (Esercito di liberazione del Kosovo, autodiscioltosi nel giugno 1999) e ora leader dell’Aak (Alleanza per il futuro del Kosovo).
Chi ha armi registrate di solito le mostra subito, appoggiandole sulla soglia di casa tra le scarpe e le ciabatte lasciate sull’ingresso. All’interno di queste fattorie fortificate le donne di etnia albanese allevano sei o sette figli ciascuna senza l’appoggio del marito e facendo le serve nella casa dei suoceri, perché così vuole l’usanza. La povertà è cronica con una disoccupazione tra il 70 e il 75%. L’arma diventa allora uno strumento di difesa contro i criminali oltre a essere spesso usata secondo la tradizione, ovvero per sparare in aria in segno di festa.
Di armi se ne trovano anche nelle auto, ovviamente, e non solo in quelle che rientrano dai chiassosi matrimoni dove si festeggia a sventagliate di mitra. Ma a fine ottobre gli uomini comandati da Poli hanno cominciato a rinvenire anche qualcos’altro. Nel giro di due o tre giorni perfino cinque bastoni tipo mazza da baseball sono stati sequestrati dalla polizia locale (Kps), che con Unmik police collaborano con i militari della task force Aquila nelle cosiddette Cage Operations, i posti di blocco a controllo degli assi viari.
“I sequestri più rilevanti – dice il comandante Fulvio Poli – rimangono però quelli a danno del contrabbando di legname. Da metà luglio a fine ottobre sono state sequestrate 400 tonnellate di legna”. Questo è un vero e proprio business che sta sviluppando un giro di soldi superiore a qualsiasi altro. E sta impoverendo pericolosamente i monti ghiaiosi della Metohija, nella zona al confine con Albania e Montenegro.
Stando a quanto risulta dai dati raccolti, gli stessi taglialegna temono gli assalti dei contrabbandieri al punto da assoldare mercenari che li proteggano mentre svolgono il loro lavoro nei boschi. E i contrabbandieri, quando non riescono a impadronirsi della legna già tagliata, provvedono direttamente e senza troppo piegare la schiena segando i tronchi all’altezza delle proprie spalle.
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domenica, novembre 14th, 2004 61 views
pubblicato da Pagine di Difesa il 14 novembre 2004
Camminando nella notte lungo la strada che da Rznic porta a Glodjane arrivano sul viso folate d’aria calda profumate di fieno. E’ l’inizio di novembre e il caldo adesso è strano e inusuale. “Questa è una terra di contraddizioni” aveva avvisato il tenente Francesco Di Pierro.
A pochi chilometri ecco il primo evidente contrasto. Ripreso il cammino a bordo di un Vm, il mezzo utilizzato per l’attività di pattuglia, dopo un paio di curve a gomito compare il mausoleo dell’Uck (Esercito per la liberazione del Kosovo). E’ illuminato a giorno in una notte nero pece tra poche case dove la corrente elettrica arriva a singhiozzo. Questo è il paese della famiglia Haradinaj, qui Ramush si è costruito una villa a forma di castello. Dopo un passato di comandante dell’Uck è diventato un leader politico. Il suo partito, l’Aak (Alleanza per il futuro del Kosovo), ha ottenuto qui il maggior numero di voti di tutta l’area del Kosovo.
Sulle strade del feudo di Haradinaj sfrecciano spesso auto di lusso. Una grossa mercedes con targa italiana sembra una nota stonata tra i trattori tirati dai muli e i cani che corrono lungo la strada. Non ci sono problemi per il rifornimento di carburante perché tra Decani e Giacova-Dakovica si susseguono stazioni di servizio addirittura più lucide di quelle svizzere, anche se in mezzo alla polvere che sale dalla strada.
I bambini salutano volentieri i militari italiani che rispondono con un sorriso. In quest’area il tricolore è molto amato dalla popolazione. “Io voto Italia – dicevano alcuni albanesi a Giacova-Dakovica prima del 23 ottobre – perché è l’Italia che mi dà tutto”. Eppure al medesimo tempo vogliono l’indipendenza per il Kosovo che dal 1999 è amministrato ad interim dalle Nazioni Unite.
Gli albanesi, che sono la maggioranza, sono andati a votare. Loro sì, a differenza dei serbi che hanno disertato le urne disgustati dalla mancanza di risultati sul piano della tutela delle minoranze. “Lo schiavo per votare deve essere liberato” ha sentenziato un monaco di Decani, seguendo le direttive di astensione date dalla chiesa serbo-ortodossa. Ma il boicottaggio dei serbi ha avuto come conseguenza la perdita di rappresentanza in Parlamento e una scarsa sensibilizzazione dell’opinione pubblica. I serbi restano minoritari e senza voce.
Intanto la disoccupazione si attesta a percentuali tra il 70 e il 75%. L’economia non riparte e la pensione di anzianità è di 40 euro al mese. Un docente universitario guadagna quasi il quadruplo. Tutti gli altri, se lavorano, stanno in mezzo. Qui il pane costa 30 centesimi di euro al chilo e il latte tra i 60 e gli 80 centesimi al litro.
In questo scenario la criminalità è un rischio concreto. L’attività del Cimic (cooperazione civile-militare) punta tutto sui giovani per tentare una integrazione delle etnie. Feste multietniche, corsi di approfondimento culturale e iniziative di carattere sportivo. Sembra funzionare, ma il rientro periodico delle salme degli albanesi rinnova dolori e rancori.
In marzo si sono verificati disordini del tutto inattesi. Una cinquantina di focolai di rivolta sono scoppiati contemporaneamente in tutta la regione, lasciando sul campo 19 morti e 150 tra chiese e monasteri ortodossi completamente distrutti. Abitazioni date alle fiamme, tombe dissacrate e di nuovo civili in fuga. Se nel ‘99 erano gli albanesi a scappare, oggi sono i serbi.
Per tutelare il patrimonio artistico e religioso della minoranza, il generale Danilo Errico ha introdotto il concetto delle zone dove è concesso ai militari l’uso delle armi in caso di attacco. Le uniche due zone, definite restricted area, presenti nell’area di responsabilità del contingente italiano sono il monastero di Decani e il patriarcato di Pec-Peja. Se le truppe di Kfor dovessero andarsene, togliendo i loro check-point e i veicoli Dardo dagli ingressi, anche questi gioielli verrebbero con ogni probabilità distrutti.
“E’ un conflitto culturale, non tanto religioso o etnico”. Il sindaco della enclave di Goradzevac si dice sicuro di questo. A maggior ragione qualcuno dovrà prendersi cura di questi oggetti di culto e cultura che incarnano l’identità del popolo serbo e che proprio per questo vengono presi di mira da una maggioranza genericamente priva di una propria identità.
Per ovviare al senso di disorientamento intervengono alcune organizzazioni non governative impegnate nel recupero delle kula (abitazioni in pietra tipiche di questa regione) e nella costruzione di moschee. A Junik, un paese a sud-ovest di Decani, ce ne sono quattro, di cui una è destinata a diventare un centro islamico. E’ talmente grande che da sola potrebbe contenere tutti gli abitanti del paese.
La maggior parte degli islamici dei Balcani non è praticante. Gli anni di Tito hanno contribuito a diffondere un certo sopore nei confronti delle pratiche religiose. Ma la moschea è anche un luogo di ritrovo, dove ci si incontra e ci si confronta.
Nell’area tra Prizren e Pec-Peja si possono ascoltare inni cantati in strada da musulmani mai visti prima. Un imam interrogato in proposito confessa che ci sono persone pagate per girare vestite in foggia islamica e chiamare alla preghiera in moschea.
Se l’islam integralista ha progettato di entrare in Europa, allora il Kosovo fa al caso suo. Usando le moschee come centri di propaganda per una infiltrazione politica dal basso, l’integralismo potrebbe validamente attuare una islamizzazione che dalla base arriva ai vertici del potere. Seguendo un movimento opposto a quello del fondamentalismo, che invece si impone dall’alto e che in Europa non avrebbe possibilità di successo. Con il rischio di rompere quei sottili equilibri rispettati anche dal silenzio del Tribunale penale internazionale ormai sulle orme di Ramush Haradinaj.
Il Kosovo potrebbe allora diventare la base operativa dell’integralismo islamico in Europa, complici la mancanza di lavoro, il diffuso atteggiamento di attesa inoperosa e la voglia di occidente. “Noi siamo occidente” sostiene una ragazza musulmana. Ma forse il concetto non è chiaro a tutti, perché se da una parte molti giovani cominciano a capire l’importanza di farsi una base culturale (solo dopo la guerra si sono avute le prime donne diplomate in istituti superiori) dall’altra persistono rassegnazione e fatalismo.
Se la Kfor se ne andasse i primi a rimetterci sarebbero gli albanesi. Distrutto quel che resta dei serbi, i pochi che hanno la spinta imprenditoriale e la volontà di costruire un futuro concreto per entrare in Europa verrebbero travolti dal disorientamento dei più, che continuano ad attendere aiuti dall’esterno e rimangono nella loro disoccupazione dividendosi tra moschea e internet point.
All’Europa non conviene disinteressarsi del Kosovo. Questa è una terra di contraddizioni e la pace apparente che prima di marzo aveva indotto a una smobilitazione delle truppe è una dimostrazione di quello che l’intelligence non ha colto. Anche ammesso che si trattasse di una mossa degli albanesi per non perdere visibilità.
Foto: materiale proprio
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