La regione del Grande Mar Nero a cavallo tra Europa e Asia; focus sulle interrelazioni con la Bulgaria, A.Miykova/5

By Anna Miykova

Cap 1.4 della tesi “La regione del Grande Mar Nero a cavallo tra Europa e Asia; focus sulle interrelazioni con la Bulgaria” (Anna Miykova)

La Bulgaria

La Bulgaria occupa una regione – quella dell’Europa Sud-Orientale – di enorme valenza strategica e storica, a diretto contatto con quei Balcani che hanno prodotto complesse e spesso tragiche pagine nella storia delle relazioni internazionali contemporanee. Investita solo marginalmente dalle guerre dell’ex Jugoslavia, costituisce, infatti, un elemento cruciale per il futuro assetto di questa regione, in attesa che si chiarisca il futuro di Serbia e Croazia. Ma soprattutto, esso segna la fine di quella “sindrome di Yalta” che la vedeva subire passivamente le decisioni delle Grandi Potenze dopo la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale e la successiva accettazione di una pace “imposta”.

Grazie a numerosi obiettivi comuni – ingresso nella NATO e nell’Unione Europea – la Bulgaria come anche la Romania hanno compreso che, cooperando, possono rilanciare il proprio ruolo di ponte tra Europa e Mar Nero e contribuire ad accrescere la sicurezza in tutto il Sud Est Europa.

Le relazioni che la Bulgaria ha intrattenuto con gli Stati della regione non sono sempre state improntate sulla cooperazione e, al contrario, vi sono stati numerosi conflitti, che non sempre si sono risolti a suo vantaggio: la storiografia bulgara riporta in particolare 3 tappe storiche che definisce come i ricordi più dolorosi nella coscienza nazionale.

Il “primo disastro nazionale” fu la Seconda Guerra Balcanica o guerra interalleata, nella quale lo Stato dovette rinunciare a importanti possedimenti territoriali. Con il Trattato di pace di Bucarest il governo di Sofia cedette alla Romania la Dobrugia meridionale; la Serbia e la Grecia (in precedenza alleate nella Lega Balcanica insieme alla Bulgaria in funzione anti-ottomana) si spartirono di fatto la Macedonia, ricevendo rispettivamente la regione del Vardar con la città di Skopje e la regione egea con la città di Salonicco, mentre la Bulgaria ricevette solamente i territori di Pirin, con uno sbocco sul Mar Egeo nella Tracia Occidentale.

Anche il Trattato di pace con la Turchia sferrò un duro colpo ai suoi possedimenti in Tracia Orientale, inclusa la città di Odrin, che ricadde quasi interamente sotto l’influenza ottomana ad eccezione di Malko Tarnovo, Svilengrad, Tsarevo e i suoi dintorni.

Di fatto, la Bulgaria che prima delle guerre balcaniche era di gran lunga superiore ai suoi vicini sia per popolazione che per territorio, e che aveva dato il maggior contributo militare alla vittoria contro l’Impero Ottomano, fu superata dopo i trattati di pace dai suoi ex-alleati ottenendo una parte risibile dei territori liberati.

Il “secondo disastro nazionale” si manifestò alla fine del primo conflitto mondiale con nuove pesanti perdite non solo in termini territoriali ma anche economici, sociali e strategici. In seguito al Trattato di pace di Neuilly-sur-Seine, il territorio bulgaro che nel 1916 corrispondeva a 114 425 km² ( di cui 111 837 km² in base al Trattato di Bucarest del 1913 e 2 288 km² in forza alla Convenzione bulgaro-turca del 1915) venne ridotto di 279 km² e nel dopoguerra ricopriva un territorio di soli 103 146 km² .

Le clausole territoriali del trattato disponevano le seguenti modifiche territoriali :

i. il ritorno della Macedonia vardarica alla Serbia (trasformatasi nel 28 luglio 1918 in Regno serbo-croato-sloveno) e l’annessione dei distretti di Tsaribrod, Bosilegrad e Strumitsa sul confine tra i due Stati.

ii. il ritorno della Macedonia egea alla Grecia (la quale, peraltro, non era mai stata occupata dalle truppe bulgare ad eccezione della regione di Drama e il porto di Kavala);

iii. in ultimo, il ritorno della Dobrugia meridionale sotto la sovranità della Romania che l’aveva ceduta alla Bulgaria nel trattato di pace del 1918 tra la Quadruplice Alleanza e la Romania.

In altre parole, in soli 7 anni (1912-1919) la Bulgaria subì un brusco declassamento da maggiore Stato dei Balcani (escludendo dal computo le “forze esterne” come la Sublime Porta o la Romania) a Stato “più insignificante” in base agli indicatori quantitativi di territorio e popolazione, seconda solo all’Albania.

La dimensione umana delle perdite contava, invece, più di 150 000 morti e 250 000 feriti, aggravando il problema demografico con l’arrivo di decine di migliaia di profughi provenienti dai territori perduti. Secondo alcune stime del 1920 in Bulgaria vivevano oltre 250 000 profughi macedoni, 200 000 provenienti dalla Tracia occidentale e orientale e 40 000 dalla Dobrugia.

La sconfitta della Prima guerra mondiale portò in seguito a profondi cambiamenti politici: in Bulgaria, come d’altra parte in molti altri paesi dell’Europa, si inasprirono i conflitti sociali, il tradizionale sistema politico fu sottoposto a dura prova e comparirono nuove tendenze in politica estera. Ma, più di tutti, le manifestazioni che avrebbero lasciato la traccia più duratura e profonda non erano di natura economica, militare o politica ma toccavano da vicino la coscienza della nazione: “la Bulgaria ha vissuto una nuova catastrofe nazionale e questa parola resterà nel vocabolario, nelle menti, e nella mentalità di tutti”.

Infine, “La terza sconfitta nazionale” si manifestò durante il successivo conflitto mondiale che, dopo un’iniziale posizione neutrale della Bulgaria, la vide schierarsi con le potenze dell’Asse Tripartito. Il governo bulgaro fu presto allettato dalla garanzia di riprendere, dopo la sconfitta della Grecia, la Tracia occidentale e parte della Macedonia egea. Pur non partecipando direttamente alle azioni militari condotte dall’Asse contro la Jugoslavia e la Grecia, occupò con 3 divisioni la Macedonia vardarica e la Tracia occidentale al fine di liberare i reparti tedeschi che potevano essere utilmente utilizzati su altri fronti. Dopo la capitolazione italiana, nel settembre del 1943 e i bombardamenti anglo-americani su Sofia nell’inverno tra il 1943 e il 1944 il destino del paese sembrava predestinato.

La sua posizione fu ulteriormente peggiorata dalla morte prematura di re Boris III il 28 agosto del 1943, che creò tanto scompiglio nella vita politica del paese quanto quello portato dalle disfatte tedesche nei diversi fronti del conflitto. Anche le timide manovre diplomatiche del governo non servirono a evitare la sconfitta. Nel Trattato di pace di Parigi concluso il 10 febbraio 1947, la Bulgaria venne nuovamente annoverata nel numero dei paesi sconfitti benché avesse partecipato all’ultima fase della guerra contro la Germania nazista. Le clausole militari disponevano una forte riduzione delle sue forze armate e l’obbligo di corrispondere alla Jugoslavia e alla Grecia 70 milioni di dollari sotto forma di riparazioni di guerra.

Ne conseguono due considerazioni principali. In primis, il fatto che la Bulgaria fosse riuscita a preservare i suoi confini e addirittura ad allargare il suo territorio rispetto al precedente Trattato di Neuilly – includendo la Dobrugia meridionale in base al disposto del Trattato di Craiova – rappresenta la causa principale per cui la sconfitta nel terzo conflitto consecutivo non venisse considerata alla stregua di una catastrofe nazionale. Inoltre, essa fu l’unica nazione tra le alleate europee della Germania nazista a non dichiarare guerra all’URSS e a condurre relazioni diplomatiche con Mosca fino al 5 settembre 1944. Fino al mese successivo, quando le sue armate vennero incluse nelle azioni militari della coalizione anti-nazista, non prese parte a reali operazioni di guerra e non ebbe vittime civili se non quelle provocate dai bombardamenti anglo-americani.

Nonostante ciò, i tratti positivi della politica bulgara non possono celare la verità: dopo la Seconda guerra mondiale essa si ritrovò nuovamente seduta al “banco degli imputati” delle nazioni vinte. Questo evento servì, ancora una volta, per confermare i complessi della politica estera, e la “sindrome della via sbagliata” anche nei confronti delle nazioni del Mar Nero.

Ma questo non è tutto. Alla nazione bulgara sarebbe toccato vivere, dopo mezzo secolo, una nuova pesante delusione. La fine della Guerra Fredda tra il 1989-1991, benché priva delle cicatrici tipiche delle disfatte militari e di una conseguente Conferenza di pace portò a cambiamenti fondamentali nelle relazioni globali tra le potenze, fissando in tal modo il complesso della “via sbagliata”. Uno dei principali insegnamenti da trarre dalla posizione nella quale si trovò la Bulgaria dopo il 1990, fu che, per la quarta volta consecutiva nella sua storia aveva “scelto” in modo erroneo il proprio alleato – in questo caso l’Unione sovietica – e che in conseguenza a ciò, era costretta a ricominciare tutto da capo, anche se – a dire il vero – la presenza dell’Armata Rossa sul suo territorio aveva reso questa scelta priva di alternative.

Anna Miykova

Seguirà: La Bulgaria dopo il secondo conflitto mondiale

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