Caporetto

Scuola di Applicazione: la Battaglia di Caporetto, “una dolorosa sconfitta o una disastrosa disfatta?”

Sono passati cento anni dalla Battaglia di Caporetto: “fu una dolorosa sconfitta o una disastrosa disfatta?”, si è chiesta la Scuola di Applicazione dell’Esercito.

Proprio in concomitanza con i cento anni dalla “dodicesima battaglia dell’Isonzo”, infatti, la Scuola di Applicazione dell’Esercito ha dedicato a questo evento l’appuntamento culturale di ottobre, con l’intento di indagare una delle pagine più dibattute della storia italiana.

Protagonisti dell’appuntamento, ha fatto sapere la stessa Scuola con un comunicato stampa del 18 ottobre, il prof Alessandro Barbero, ordinario di Storia medievale all’Università del Piemonte Orientale; il prof Marco Di Giovanni, docente di Storia contemporanea all’Università di Torino, e il prof Giovanni Cerino Badone, aggiunto di Storia moderna all’Università del Piemonte Orientale.

Il gen Claudio Berto, Comandante per la Formazione e Scuola di Applicazione dell’Esercito, ha introdotto i relatori ricordando come “la conoscenza della storia militare rappresenti un elemento irrinunciabile per il bagaglio culturale di ciascun soldato”.

Nel corso del dibattito sono emerse interessanti riflessioni sulle premesse, sulla condotta e sulle conseguenze di una battaglia che “più di altre ha segnato una svolta nella contrapposizione tra il Regio Esercito, le forze austro-ungariche e tedesche”.

Nel suo intervento il prof Barbero ha affermato che “nonostante il drammatico esito dello scontro, perdere una battaglia è cosa ben diversa dal perdere una guerra”. Il prof Di Giovanni ha precisato come “sull’esito di Caporetto abbia influito il logoramento della società italiana, stremata dalla inaspettata lunghezza del conflitto”. Una visione condivisa dal prof Cerino Badone, che ha ricordato “l’eccellenza culturale austro-tedesca in campo tecnico”.

Dalle considerazioni dei relatori è emerso un quadro complesso e avvincente, dal quale scaturiscono innumerevoli letture di una vicenda, quella di Caporetto, nella quale le analisi di natura squisitamente tattica o strategica si affiancano a non meno importanti considerazioni di natura sociale, politica ed economica, sottolinea il comunicato.

Se vi furono errori di valutazione, non mancarono iniziative innovative quali ad esempio la creazione degli Arditi.

I relatori hanno convenuto che anche a distanza di un secolo sarebbe velleitario emettere un giudizio univoco e storicamente inconfutabile, anche alla luce della frequente contraddittorietà delle fonti.

“Se Caporetto – prosegue la Scuola nel suo comunicato – fu una cocente sconfitta dal punto di vista militare, fu probabilmente una disfatta in termini di immagine, alimentata dalla sfiducia di alcune componenti di un Paese che vedeva disgregarsi un pezzo della propria storia”. 

All’incontro, al quale hanno assistito i frequentatori dei corsi di formazione di base e avanzata dell’Istituto di studi militari e un folto pubblico di appassionati, ha presenziato il Comandante per la Formazione, Specializzazione e Dottrina dell’Esercito, gen Pietro Serino.

L’alto ufficiale ha espresso ai presenti il proprio plauso per “una iniziativa coinvolgente e in linea con le prestigiose tradizioni culturali di Palazzo Arsenale”.

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Fonte e foto: Comando per la Formazione e Scuola di Applicazione dell’Esercito

Centenario Grande Guerra: flash mob di fanfare e bande militari alle 19 del 24 ottobre in 17 città

Alle 19 di oggi, 24 ottobre, le fanfare e le bande militari dell’Esercito Italiano si esibiranno contemporaneamente in 17 città italiane, per ricordare, sulle note del “Silenzio d’ordinanza”, il centenario della Battaglia di Caporetto.

Il flash mob, organizzato dallo Stato Maggiore dell’Esercito (SME), è legato alle commemorazioni del centenario della Grande Guerra per l’anno 2017 e intende “ricordare il legame profondo tra i militari di oggi e le generazioni di soldati italiani che cento anni fa si sono immolati per la Patria e nel segno del quale hanno creduto e combattuto”, spiega lo stesso SME nel suo comunicato stampa.

Il 2017 è il terzo anno dedicato alle commemorazioni per il centenario della Grande Guerra.

Così come avvenuto negli anni scorsi con “L’Esercito marciava…” e “L’Esercito combatte”, la Forza Armata ha voluto realizzare una serie di attività ed eventi su tutto il territorio nazionale volti a favorire, sia nelle giovani generazioni che nella cittadinanza in generale, la conoscenza dell’evento bellico che ha segnato l’Italia e ha contribuito alla costruzione dell’identità nazionale.

“Il 1917 fu l’anno della ritirata di Caporetto, della crisi economica, il periodo più duro della guerra – ricorda il comunicato stampa – ma fu anche l’anno in cui l’Esercito Italiano dimostrò una grande capacità di resistenza, l’anno in cui fu costituita la linea di difesa lungo il Piave, punto di partenza e chiave di volta della successiva vittoria della guerra”.

Da qui, si apprende, l’idea di chiamare il progetto generale delle attività legate alla commemorazione della Grande Guerra per il 2017 “L’Esercito rESISTE”, perché “oggi come ieri, l’Esercito ‘esiste’, ‘resiste’ nel tempo e ‘continua’ la sua opera di difesa della Patria e per la sicurezza dei cittadini”.

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Fonte e foto: stato maggiore Esercito

Tra Caporetto e l’8 settembre 1943: il ferreo generale Gonzaga e il valoroso generale Bellomo

By Giovanni Punzo

Desidero ringraziare Paola Casoli non solo per l’opportunità di ricordare il generale Gonzaga, combattente della Grande Guerra, ma della lezione impartita (anche a me…) l’altro giorno. Da tempo abbiamo liquidato in toto l’Otto Settembre come un fuggi fuggi grottesco, complici anche film molto divertenti e libri famosi: determinate immagini sono diventate alla fine una interpretazione diffusa e accettata acriticamente, comoda e più o meno assolutoria per tutti. Senza cedere alla tentazione di banali moralismi sulle responsabilità – che pure ci furono –, con autonomia di giudizio, è ricordato un soldato che si è rifiutato di cedere le armi. Se, in questi anni, siamo stati proclivi e complici del clima invasivo da commedia all’italiana, Paola ci ha richiamato all’ordine smentendo solennemente l’immagine della “fuga”, dell’abbandono dei posti e delle responsabilità di tutto e di tutti.

Istintivamente ho pensato al padre del generale caduto la sera dell’Otto Settembre: Maurizio Ferrante, ferito gravemente a un ginocchio e a una mano a Stupizza (valle del Natisone) durante uno degli scontri della battaglia di Caporetto (ottobre 1917). In questo caso il rapporto non è più solo tra padre e figlio all’interno di una famiglia di tradizioni militari, ma diventa il comportamento di due soldati italiani immersi nelle più controverse e dolorose vicende della storia del nostro Paese quali furono appunto Caporetto e l’Otto Settembre.

Nato a Venezia nel 1861, quando la città era ancora sotto il Lombardo Veneto, Maurizio Ferrante Gonzaga frequentò la scuola militare diventando sottotenente nel 1881. Dopo una carriera regolare senza l’esperienza africana di Dogali o di Adua, ma prestando servizio ad esempio alle dipendenze di Cadorna, arrivò in Libia con il  grado di colonnello nel 1913.  Promosso maggior generale alle soglie della Grande Guerra, collaborò con il generale Frugoni nella fase della mobilitazione e ottenne il comando della 9a divisione nell’ottobre 1915. Con questa grande unità partecipò alla battaglia d’arresto della Strafexpedition nella primavera-estate del 1916. Dopo la riconquista del monte Cimone raggiunse il fronte dell’Isonzo.

Definito da un memorialista della Grande Guerra «il ferreo generale Gonzaga» (E. Baj-Macario), Maurizio Ferrante si distinse prima della battaglia di Caporetto nella conquista del Vodice avvenuta nel corso della decima battaglia dell’Isonzo ottenendo la prima medaglia d’oro. Al contrario di altri colleghi il posto comando della sua divisione (53a, composta dalle brigate «Teramo» e «Girgenti» e da un paio di battaglioni alpini) si trovava a poche centinaia di metri dalla prima linea. Benché il fatto con il tempo fosse ritenuto poco credibile, il rinato interesse per la Grande Guerra, soprattutto in Friuli e Slovenia, ha fatto invece rintracciare a un gruppo di ricercatori dei campi di battaglia la caverna con relativa iscrizione del tempo e sul generale e sulla divisione “di ferro” da lui comandata una casa editrice specializzata di Udine ha pubblicato anni addietro un interessante volumetto.

L’episodio più famoso avvenne comunque nelle confuse giornate di Caporetto. A Stupizza, a fondo valle, nei pressi della dogana del vecchio confine (quello cioè del 1866), ignorando la massa compatta di austro-tedeschi che stava calando verso Cividale, il generale Gonzaga si trovò in mezzo ai soldati della sua divisione che avevano eretto uno sbarramento provvisorio fatto di autocarri inutilizzabili, botti e masserizie delle case vicine. Era tuttavia necessario sapere cosa stesse preparando il nemico e fu fatto uscire in ricognizione un mezzo squadrone dei «Cavalleggeri di Alessandria». Respinto e quasi annientato il piccolo reparto, toccò allora allo sbarramento che, oggetto di violento fuoco di artiglieria leggera, fu letteralmente spazzato via. In questa fase Gonzaga fu ferito e costretto a raggiungere l’ospedale militare di Udine dove subì l’amputazione di due dita. Non si trattò di una ferita da poco (pare anche per le condizioni in cui era stata effettuata l’amputazione) perché poté riprendere servizio solo nell’agosto dell’anno dopo.

Ben diversa la storia del generale Nicola Bellomo. Il 9 settembre 1943, avendo avuto sentore che i tedeschi intendessero sabotare il porto di Bari, corse sul posto dopo aver raccolto pochi elementi tra Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, Guardie di Finanza e meno di un plotone di genieri. Colse di sorpresa i tedeschi che avevano già iniziato a minare le strutture del porto mettendoli in fuga. Il porto di Bari fu salvo e, per gli sviluppi che avrebbe preso la guerra nei mesi successivi, divenne uno dei punti essenziali della logistica alleata per la campagna d’Italia.

La conclusione amara fu che, nel giugno del 1945, quando ormai la guerra in Europa era finita, il generale Bellomo fu arrestato con l’accusa di essere responsabile della morte di un prigioniero inglese, in altre parole un ‘crimine di guerra’. Fu processato da un tribunale inglese, condannato a morte e fucilato. Perfino una giornalista inglese presente alle udienze fece notare che la corte aveva ricostruito con troppa ‘facilità’ le circostanze della morte del prigioniero e che tale ricostruzione non era del tutto attendibile. Ad esempio un testimone non poteva essere stato in grado di vedere quello che realmente accadde, diversamente da quanto dichiarò invece alla corte. Inoltre i colpi che avevano ucciso l’inglese erano stati sparati da un fucile e non dalla pistola di cui risultava armato il generale.

Bellomo non presentò domanda di grazia e affrontò il plotone d’esecuzione con la massima dignità, con la quale del resto si era comportato durante il processo. Stranamente né lo Stato Maggiore, né il Regio Esercito, né altre istituzioni avviarono alcuna iniziativa ufficiale nemmeno per la revisione del processo, sul quale intanto andavano maturando numerosi dubbi e soprattutto in maniera paradossale sulle testimonianze di alcuni italiani. Resta il fatto – che si commenta da solo – che Nicola Bellomo fu l’unico decorato al valore militare per la difesa di una città dai tedeschi e l’unico ‘criminale di guerra’ italiano giudicato colpevole e condannato.

Giovanni Punzo

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L’8 settembre 1943 in Paola Casoli il Blog

8 settembre 1943: il primo militare caduto dopo l’armistizio è stato un generale dell’Esercito (9 settembre 2012)

Foto: il generale Maurizio Ferrante Gonzaga è di miles.forumcommunity.net, il generale Nicola Bellomo è di digilander.libero.it

Quella della Nato in Afghanistan non si può definire “ritirata”. Ecco perché

By L’Anacoreta

Nei manuali della “Serie Dottrinale 900” in uso tra i frequentatori della Scuola di Guerra dell’Esercito di un po’ di tempo fa, veniva spiegata e codificata la cosiddetta  “manovra in ritirata”. Nei moderni manuali operativi la manovra in ritirata non è più contemplata, in quanto rappresenta un genere di operazione propria dei conflitti condotti in modo convenzionale, su larga scala, come lasciava ipotizzare la contrapposizione tra NATO e Patto di Varsavia.

Una situazione che ai giorni nostri non è più immaginabile tenendo conto dell’evoluzione che hanno subito le operazioni nelle quali il nostro esercito è impiegato. In tutte le operazioni recenti o meno in cui abbiamo contribuito con contingenti nazionali, lo scenario operativo di riferimento prevedeva l’effettuazioni di scenari COIN (counterinsurgency), per le cui connotazioni operative, completamente differenti da uno scenario warfighting, non ha senso parlare di “manovra in ritirata” (che è il termine forbito che sta per “ritirata”).

Infatti, tecnicamente per ritirata si intende un movimento retrogrado che consente di sottrarsi al contatto con il nemico quando l’azione del nemico è superiore alla propria, o quando si vogliono creare delle condizioni più favorevoli o di vantaggio per se stessi.

Può essere condotta per cercare di creare le condizioni per riguadagnare l’iniziativa o per sottrarre al nemico le proprie unità, o per ristabilire una situazione di forza a proprio vantaggio.

In sintesi, quando non si può conseguire un successo contro l’avversario, quando non si può vincere, quando sono state esaurite le proprie possibilità di manovra, allora si effettua una manovra in ritirata, che è una operazione alla stessa stregua della “manovra di attacco”.

Questa è una manovra (cioè una azione combinata nel tempo e nello spazio che si prefigge di ottenere un determinato risultato) a tutti gli effetti, che presenta una grossa difficoltà in quanto avviene in un momento di crisi e quindi  richiede una grossa capacità di comando per essere attuata.

Quando invece l’avversario impedisce di manovrare o sovrasta a tal punto da distruggere o danneggiare gravemente il proprio sistema di comando, allora la ritirata si può trasformare in una “rotta”.

Ad esempio, dopo lo sfondamento del fronte a Caporetto, a seguito di una iniziale “rotta” di alcuni reparti in prima linea, successivamente venne organizzata e condotta (quindi si trattò di una manovra pensata e voluta) dal Comando italiano,  una manovra in ritirata volta a preservare il grosso dell’Esercito e a evitare che, a seguito della penetrazione in profondità effettuata dagli austriaci, la maggioranza dell’Esercito venisse distrutta. La manovra venne condotta con successo e fermò gli austriaci in corrispondenza del Piave.

Nel caso attuale delle nostra partecipazione alla missione ISAF, si deve parlare di “ritiro” o “ripiegamento” di unità/ contingenti / forze,  in quanto si tratta di una fase naturale determinata dalle condizioni in cui si svolgono queste missioni.

In Afghanistan, che piaccia o no, si deve ricordare che siamo andati su INVITO delle Nazioni Unite e con un mandato limitato nel tempo che scade, infatti, il 31 dicembre 2014. A quella data le nazioni devono avere ritirato i propri contingenti militari.

Ora questo non può essere fatto sic et simpliciter in una settimana o in un mese, ma richiede un tempo molto lungo in quanto si tratta di un dispositivo enorme che deve essere smontato pezzo per pezzo e che non può essere abbandonato lì dove si trova. Deve, anzi, essere preparato per poi poter essere trasferito dove può, a sua volta, essere imbarcato su una nave, su un aereo, su un treno per ritornare in patria in condizioni di efficienza.

In più, quello che non è smontabile o trasferibile, ad esempio una installazione fissa, un bunker, una serie di alloggi, dei prefabbricati o delle strutture fisse, deve essere distrutto e soprattutto trasformato in “rifiuti” da smaltire in modo ordinato e secondo quelle che sono le normative ambientali per i vari tipi di materiali.

Il ripiegamento del dispositivo italiano all’interno di quello di ISAF non è quindi una fuga con abbandono di tutti i materiali e i mezzi! Non si tratta certo di una ritirata in quanto non esistono né le premesse militari, né un nemico che ci ha spinto ad andare via o ci ha cacciato o ci ha vinto.

Come è stato affermato nel meeting di Chicago e ribadito  a Tokyo, in Afghanistan nessuno se ne va. La sola cosa che cambia è il tipo di strumento con il quale le Nazioni Unite condurranno la loro attività direttamente o indirettamente per procura come hanno quasi sempre fatto!

Quindi se cambia lo strumento da usare, quello “vecchio” lo devo ritirate, portare via, ridislocare sostituendolo con quello nuovo.

Dopo il 2014 probabilmente dispiegheremo un altro strumento – non invadiamo quindi l’Afghanistan! – dopo aver ritirato quello vecchio.

La lingua inglese, che sembra tanto semplice e semplicistica, ma che invece è precisa (anche quella italiana lo è, ma bisognerebbe conoscerla a fondo), definisce la ritirata con il termine WITHDRAWAL. Mentre il ritirare, cioè il dislocare  da un’altra parte una unità, lo definisce con il termine REDEPLOYMENT .

Questo è solo un breve cenno sul significato semantico della parola “ritirata”, che è usata spesso e con tanta facilità da molti “esperti” che non sanno neanche di cosa stiano parlando, trasmettendo così un falso concetto.

L’Anacoreta

La mappa delle tre fasi della transizione è di ISAF NATO