Waterloo

20 Settembre 1792, battaglia di Valmy: Goethe, primo giornalista embedded

By Giovanni Punzo

Accade spesso che un semplice scontro, più che una vasta battaglia vera e propria, attiri su di sé molta più attenzione di quella apparentemente dovuta e la mantenga poi inalterata per secoli.

Questo vale soprattutto quando all’episodio è conferito grande valore simbolico e, nel caso di Valmy, si tratta del momento del passaggio tra le guerre settecentesche (le guerre in merletti, ‘en dentelles’ in francese) e le ‘guerre della nazione’. Non solo da questo momento cambiano combattenti e modo di combattere, ma anche strategie e obiettivi politici.

Curiosamente sotto Napoleone, che pure era considerato l’esportatore della Rivoluzione francese con le baionette, Valmy ha poca risonanza ed è considerata solo una delle tante battaglie, mentre sembra che il mito della battaglia nasca invece dopo, in piena Restaurazione, a partire cioè dalla realizzazione di un grande quadro di Horace Vernet (1825) oggi conservato a Versailles (foto).

Come mai allora la monarchia alimenta un mito nato fisicamente durante la Rivoluzione? Credo che la ragione sia molto semplice: Valmy, pur non essendo una grande vittoria che sbaraglia definitivamente gli eserciti avversari, li arresta quando sono penetrati ormai sul suolo francese e rappresenta comunque un aspetto del legame tra i combattenti e la nazione da difendere: in altre parole, anche se da un punto di vista politico si cerca di contenere l’evoluzione democratica delle strutture istituzionali, il suddito non è più quello del vecchio stato dispotico: concorre in prima persona alla difesa della patria in pericolo che si sta trasformando in monarchia costituzionale. ‘La nazione’ insomma continua a esistere, sebbene avesse cambiato vorticosamente tre o quattro forme di governo in un turbinoso ventennio dal 1795 al 1815, anno di Waterloo.

Definita «Le Termopili della Francia», la battaglia ha un andamento per così dire classico, privo di manovre ardite o stratagemmi geniali: austriaci e prussiani (40.000 uomini, in superiorità numerica, quindi, sui circa 25.000 francesi) tentano di sfondare la linea francese, ma sono respinti dopo una giornata di intenso cannoneggiamento e due attacchi finali alla baionetta.

Più complessa la questione dell’organizzazione delle due armate: austro-prussiani hanno reparti regolari ben armati e addestrati al comando del feldmaresciallo prussiano duca di Brunswick, mentre da parte francese c’è appena stata una crisi di comando con la sostituzione di Rochambeau, Luckner e La Fayette da parte di Kellerman e Dumouriez e la riorganizzazione di tre armate in due.

Il primo è ancora un generale monarchico, nel senso che la sua adesione alla Rivoluzione non è di tipo ideologico, ma di semplice fedeltà al Paese, mentre Dumouriez sembra ancora più disinvolto da un punto di vista etico, avendo ottenuto parecchi favori dalla monarchia.

I fanti francesi, oltre a essere male armati ed equipaggiati, sono di diversa estrazione: accanto ai veterani delle guerre del re sono accorsi ‘volontari’ e guardie nazionali. L’amalgama non pare affatto ben riuscita: i volontari sono circa il doppio dei regolari e pertanto solo un terzo degli effettivi sembra affidabile. Ciò significa che il loro numero è pressappoco di 8 o 9.000 uomini, decisamente pochi per affrontare i 40.000 austro-prussiani. Vistosa eccezione da parte francese è invece l’artiglieria, riformata da poco secondo le indicazioni di Gribeauval.

Il primo significato di Valmy è da ricercare quindi sul piano psicologico: gli ‘straccioni’ arrestano l’avanzata delle migliori e più addestrate fanterie europee, sia pure subendo perdite superiori.

Cadono circa 300 francesi rispetto a meno di duecento prussiani, eppure l’esitazione degli austro-tedeschi ha ripercussioni sulla campagna stessa perché intorno al 20 ottobre (esattamente un mese dopo) comincia la ritirata dal suolo francese.

Parigi, che sembrava direttamente minacciata dagli eserciti della coalizione – che puntavano sulla città con l’idea di ristabilirvi l’ordine –, è salva e con essa la Rivoluzione. In realtà Federico Guglielmo II di Prussia, poco sensibile al destino della monarchia in Francia, aveva preferito trattare un accordo segreto con la Russia per la spartizione della Polonia ai danni dell’Austria.

Resta il fatto che, dopo Valmy, riprese la fiducia nell’esercito e comparve un primo ordinamento che prevedeva la coscrizione obbligatoria e l’organizzazione permanente di armate.

Tuttavia, il giudizio più famoso espresso sulla battaglia non è di un militare, né di un politico, ma di un letterato: «… da oggi inizia un’era nuova» scrisse Goethe, fisicamente presente sul campo essendo al seguito del duca di Weimar che, al comando di un prestigioso reggimento di corazzieri prussiani, faceva parte dell’armata.

Sulla frase sono stati versati fiumi di inchiostro e ci si interroga ancora sul suo significato reale: troppo semplice pensare che Goethe, leale suddito del duca, sostenesse i rivoluzionari. Il poeta poteva forse definirsi inquieto, ma non rivoluzionario.

Resta probabilmente una grande intuizione sulla ‘modernità’ e, del resto, il diario della campagna di Francia dello scrittore tedesco è la prima ‘corrispondenza di guerra’ in senso contemporaneo e Goethe il primo giornalista  embedded.

Giorno per giorno, al seguito del duca di Weimar, Goethe annota una infinità di particolari tra i più minuti: dalle strade al cibo dei soldati, dai monumenti ai paesaggi, dalle conversazioni colte a quelle davanti al fuoco dei bivacchi. Riferendosi proprio a Valmy, anche se la stesura fu probabilmente successiva, Goethe intuisce che il nuovo protagonista della Storia sarebbe diventato lo Stato-nazione e che i sudditi, attraverso la coscrizione obbligatoria, avrebbero avuto anche un ruolo diverso.

Giovanni Punzo

La battaglia di Valmy di Vernet è della National Gallery