Sicurezza

COMSUBIN, Marina: 31 gli ordigni residuati bellici rinvenuti durante il G7

  I Palombari del Gruppo Operativo Subacquei (GOS) della Marina, in supporto al dispositivo della Sicurezza per il G7, hanno concluso le operazioni di rimozione e neutralizzazione di 31 ordigni residuati bellici rinvenuti durante le attività di messa in sicurezza delle acque e dei siti, attraverso l’impiego di assetti C-IEDCounter Improvised Explosive Device – per la ricerca e la bonifica di ordigni esplosivi in ambiente marittimo e subacqueo.

È un comunicato stampa odierno della Marina Militare che ne dà notizia, specificando che nella mattinata di oggi, 28 maggio, “sono stati distrutti a mezzo ‘brillamento’ tutti gli ordigni rinvenuti, riconosciuti come proiettili di piccolo e medio calibro di fabbricazione tedesca, risalenti alla Seconda Guerra Mondiale”.

Le operazioni condotte dai Palombari, svolte con la massima cautela, hanno permesso di riconoscere gli ordigni inesplosi, ma ancora pericolosi, di rimuoverli dal fondale e di rimorchiarli in un’area di sicurezza individuata dalla locale autorità marittima, dove sono state portate a termine le procedure per la distruzione.

In occasione del summit, la componente aereo navale della Guardia di Finanza, responsabile della sicurezza a mare dell’evento entro le 12 miglia, ha affidato il coordinamento delle attività subacquee ai Palombari del GOS, che già in passato in occasione di diverse esercitazioni della Protezione Civile erano stati chiamati a guidare attività subacquee interforze e interagenzia.

Le attività in supporto alla sicurezza per il G7 hanno visto cooperare insieme ai Palombari della Marina anche i sommozzatori della Guardia di Finanza, dei Carabinieri e della Polizia di Stato, formatisi presso il Comando Subacquei e Incursori della Marina Militare (COMSUBIN).

Quest’operazione, come molte altre attività condotte dal personale del GOS, si inserisce nell’ambito delle capacità che la Marina Militare mette al servizio per la sicurezza della collettività e della salvaguardia del mare.

“I Palombari del COMSUBINriferisce il comunicatoin caso di rinvenimento accidentale, raccomandano a chiunque dovesse imbattersi in manufatti, con forme simili a quelle di un ordigno esplosivo o parti di esso, di non toccarli o manometterli in alcun modo, denunciandone, il prima possibile, il ritrovamento alla locale Capitaneria di Porto o alla più vicina stazione dei Carabinieri”.

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Difesa: finito il G7, si conclude l’impegno dei 3.300 militari del contingente interforze a supporto della sicurezza (28 maggio 2017)

Il COMSUBIN in Paola Casoli il Blog

Fonte e foto: Marina Militare

Difesa: finito il G7, si conclude l’impegno dei 3.300 militari del contingente interforze a supporto della sicurezza

Si è concluso ieri, 27 maggio, a Taormina, il G7, riunione dei governi delle sette potenze mondiali, a cui gli uomini e mezzi delle Forze Armate hanno fornito il concorso per il potenziamento delle attività di sicurezza, di prevenzione e controllo dei siti e degli obiettivi sensibili in supporto al Ministero dell’Interno, il 26 e 27 maggio.

È lo stato maggiore della Difesa a scriverlo, nel comunicato stampa del 27 maggio stesso.

Per l’evento le Forze Armate hanno messo in campo un contingente militare interforze di circa 3.300 unità per il rafforzamento dei dispositivi di sicurezza, che resteranno in vigore fino a domenica sera.

Al summit annuale, che ha visto la partecipazione dei Capi di Stato e di Governo delle 7 nazioni maggiormente industrializzate, le Forze Armate hanno fornito un dispositivo interforze articolato su un Comando della Forza, enucleato dal Comando Operativo di vertice Interforze (COI), e tre componenti operative (terrestre, marittima e aerea) per garantire il regolare svolgimento del vertice, l’incolumità della popolazione e dei partecipanti all’evento.

Il Capo di stato maggiore della Difesa (CaSMD), gen Claudio Graziano, ha sottolineato che “garantire la sicurezza per il G7 è stata una ulteriore dimostrazione della eccezionale capacità delle Forze Armate e delle Forze dell’Ordine a operare in maniera integrata. Un successo straordinario reso possibile dalla professionalità e dall’abnegazione dei nostri militari”.

Sin dall’inizio, l’Esercito, su indicazione della Prefettura e insieme alle altre Forze dell’Ordine, ha supportato la realizzazione di servizi di vigilanza e sicurezza per circa 100 obiettivi sensibili nell’area di Taormina.

Gli uomini e le donne della brigata Aosta hanno presidiato tutte le stradine di accesso al centro di Taormina e le aree ritenute maggiormente sensibili, mettendo a frutto l’addestramento e la pluriennale esperienza maturata nelle operazioni sul territorio nazionale e in quelle nei teatri operativi all’estero.

La Marina Militare ha schierato un dispositivo di sorveglianza e protezione di carattere polivalente, efficace sia in alto mare, con il cacciatorpediniere Francesco Mimbelli che ha agito da scudo al largo delle acque antistanti Taormina, che lungo la fascia litoranea, grazie all’azione combinata del cacciamine Rimini, incaricato di sorvegliare le acque rivierasche con il sonar ad altissima frequenza.

Presenti anche i palombari del Gruppo Operativo Subacquei, che hanno messo in sicurezza tutte le infrastrutture sensibili disseminate lungo la costa.

L’Aeronautica Militare ha contribuito a potenziare la difesa aerea e la gestione dello spazio aereo con l’impiego del Comando di Componente Aerea (Air Control Command), mettendo anche a disposizione aerei per il Combat Air Patrol e per il rifornimento in volo, elicotteri quali Slow Mover Interceptor e il Reparto Mobile di Comando e Controllo e Radar.

Inoltre, ha provveduto alle predisposizioni logistiche per l’atterraggio delle delegazioni, realizzando, nelle settimane antecedenti il summit, le elisuperfici e tutto l’occorrente per garantirne un autonomo funzionamento, mentre l’Aeroporto militare di Sigonella è stato impiegato per l’atterraggio e l’accoglienza delle delegazioni.

Sono stati infine impiegati assetti ad alta connotazione specialistica, come Team Counter Improvised Explosive Device Disposal per la ricerca e la bonifica di ordigni esplosivi in ambiente terrestre, marittimo e subacqueo, unità navali in supporto associato e una componente delle Forze Speciali.

Fonte e foto: Difesa

Difesa: il SSSD on Rossi incontra i militari di Strade Sicure al lavoro il 1° maggio, “professionisti in divisa”

“Grazie agli oltre settemila militari di Strade Sicure che anche oggi, 1° maggio, come ogni altro giorno, pattugliano e sorvegliano le principali città italiane contribuendo significativamente, assieme alle Forze di Polizia, a mantenere sempre alto il livello di sicurezza nel nostro Paese e aumentarne la percezione da parte dei cittadini”, ha affermato oggi, Festa dei Lavoratori, il Sottosegretario di Stato alla Difesa (SSSD) on Domenico Rossi, che ha incontrato i militari impegnati nei siti di Roma.

“Professionisti in divisa che sono un esempio di lavoro quotidiano e dedizione al servizio dell’Italia, dell’Europa e dell’intera comunità internazionale in un particolare momento, tanto complesso, come quello che stiamo vivendo”, è stata la sua definizione dei militari impegnati, sempre, al servizio dei cittadini.

Sono settemila i militari che operano nelle città italiane nell’ambito dell’operazione Strade Sicure, ricorda la nota stampa dell’Ufficio Comunicazione del SSSD on Rossi, specificando che “a loro si aggiungono altri settemila uomini e donne impegnati nelle missioni all’estero”.

“In numerosissime occasioni – ha proseguito oggi il SSSD on Rossi – ho avuto modo di rendermi conto della professionalità dimostrata in addestramento e nelle attività operative, in Patria e all’estero: vi ringrazio per tutto ciò che fate quotidianamente e silenziosamente. Sono orgoglioso del vostro operato e dei risultati conseguiti”.

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Fonte e foto: Ufficio Comunicazione SSSD on Rossi

Difesa, dialogo politico-strategico Italia-Vietnam: formazione e vendita attrezzature nel memorandum con il SSSD on Rossi

“Un appuntamento rinnovato per una maggiore collaborazione nei settori militari e nella cooperazione industriale”: apre così il comunicato stampa dell’Ufficio comunicazione del Sottosegretario di Stato alla Difesa (SSSD), on Domenico Rossi, riferendosi al secondo dialogo politico-strategico tra il SSSD on Rossi e il viceministro della Difesa della Repubblica Socialista del Vietnam, generale Nguyen Chi Vinh, svoltosi oggi 28 aprile a Roma.

Nel corso dell’incontro, che rappresenta la continuazione di un rapporto iniziato tra i due paesi con la firma di uno specifico Memorandum of Understanding nel 2013, è stata rafforzata la reciproca volontà di cooperazione nel settore della Difesa per il conseguimento di obiettivi comuni. Particolare attenzione è stata posta a un partenariato concreto e crescente tra i due paesi, sottolinea il comunicato.

“Il colloquio di oggi ha prodotto molte intese che spero si concretizzino in una più forte collaborazione tra Italia e Vietnam” ha detto il Sottosegretario Rossi richiamando l’attenzione sulla possibilità dell’industria italiana, che opera nel settore della Difesa, di incrementare la collaborazione con il governo vietnamita.

Tra i principali temi si è discusso anche dell’impegno nel contrasto al terrorismo, della sorveglianza marittima, del controllo dei flussi migratori, della situazione nella Corea del nord e della minaccia nucleare.

“La missione in Iraq contro Daesh è il principale sforzo dell’Italia, che rappresenta il secondo contingente dopo gli Stati Uniti”, ha sottolineato il Sottosegretario Rossi, “Il nostro impegno internazionale è volto ad aiutare Paesi meno fortunati, martoriati dalla guerra. Una risoluzione delle controversie nel rispetto delle norme di diritto internazionale”.

“L’Italia rappresenta per il Vietnam un partner strategico molto importante”, ha detto il viceministro Vinh.

Sul tema dell’addestramento, che rappresenta uno dei principali pilastri di cooperazione tra i due paesi, è stata rinnovata la disponibilità della Difesa italiana nella formazione di ufficiali vietamiti, interessati soprattutto nel settore della bonifica di ordigni esplosivi.

“I nostri specialisti del Genio hanno raggiunto un livello di preparazione altissimo nel settore della bonifica degli ordigni esplosivi”, ha detto Rossi, “Un’esperienza maturata sul territorio nazionale nella bonifica di residuati bellici e all’estero, soprattutto in Afghanistan, contro dispositivi improvvisati”.

Ufficiali vietnamiti hanno già frequentato corsi di formazione nel settore della bonifica degli ordigni esplosivi presso il Centro di Eccellenza Counter IED dell’Esercito.

“Questo centro – ha detto Rossi – si propone come punto di riferimento interforze e saremo ben lieti di formare altro personale”.

Un’offerta formativa completa, quella della Difesa, che vede una collaborazione con le Forze Armate di oltre 70 paesi, tra cui anche il Vietnam.

Il Sottosegretario Rossi, riscuotendo a sua volta il consenso del viceministro Vihn, ha poi richiamato l’attenzione sulla possibilità di incrementare la collaborazione tra l’industria della Difesa italiana e il Governo vietnamita.

Da parte sua il viceministro Vinh ha espresso l’interesse del governo vietnamita per l’acquisto di attrezzature tecniche del Genio in previsione di un possibile futuro impiego nel Sud del Sudan.

Tra gli altri erano presenti, il vice Segretario Generale della Difesa, generale Nicolò Falsaperna, un rappresentante dell’Agenzia Industrie e Difesa e l’Ambasciatore del Vietnam in Italia, Cao Chinh Thien.

A conclusione del secondo dialogo politico-strategico, per confermare l’impegno di collaborazione reciproca, un documento tecnico è stato controfirmato dai rappresentanti militari della Difesa italiana e vietnamita.

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Fonte e foto: Ufficio Comunicazione SSSD on Rossi

Sicurezza e privacy: Paola Casoli il Blog è ora un sito HTTPS

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COSINT: continua l’attività all’insegna del motto “fatti, non parole”. Anche in Zambia

Sarà anche il loro motto, “fatti, non parole”, che per i Corpi Sanitari Internazionali (COSINT) è diventato lo stile di aiuto e di intervento ai bisognosi, ma Paola Casoli il Blog ha deciso di parlarne. Perché è anche con le parole che si viene a conoscenza dei fatti.

“Ecco un po’ di storia circa quanto è stato fatto e si farà in Zambia, anticipa via mail il Gen. B.(r.o.) dei Corpi Sanitari Internazionali Comando Lombardia Claudio Mantovani. Ed elenca una serie di interventi che da soli meriterebbero un articolo ciascuno.

Di più. Al telefono il gen Mantovani spiega nel dettaglio la ricostruzione di una chiesa in Zambia – precedentemente distrutta da Boko Haram, secondo quanto meglio specificato – “con sforzi non indifferenti della Associazione Amici dei frati di San Giovanni Battista di Desio e un contributo personale come Gen. B.(r.o.) dei Corpi Sanitari Internazionali Comando Lombardia, oltre al supporto del nostro Comandante Generale Gen.C.A. (r.o.) Alessandro Della Posta: la Chiesa ora è stata totalmente ristrutturata”.

“È stato proprio in questa realtà – continua Mantovani -che ho conosciuto il Console Generale del Gambia, Prof. Avv. Francesco Cristina, e grazie a quella che è divenuta fraterna amicizia sono partito con il progetto andato a buon fine in Gambia (alimenti, scarpe, quaderni, giocattoli etc etc ) arrivati tutti, nonostante il colpo di stato in atto in Gambia, ai bambini della Antonio Cristina Nursery School (link articolo in calce).

I due progetti richiedono un certo impegno, è per questo che “Ora sto lavorando con gli Amici della Associazione – fa sapere Mantovani -e grazie al supporto del nostro Comandante di Monza, Ten. Col.( r.o.) dott Carmelo Spinella, al recupero di materassi da spedire ai bambini dello Zambia e del Gambia”.

L’Associazione amici dei frati di San Giovanni Battista, da 20 anni, supporta le attività missionarie della Congregazione dei frati di San Giovanni Battista sia in Italia, sia in Africa, si apprende.

Il gen Mantovani ha recentemente stretto amicizia con Padre Innocenzo Ricci, divenuto poi cappellano del COSINT per il Nord Italia, e Mons Padre Jarek Cielecki, “Sacerdote Carismatico ed Esorcista che ha avuto la fortuna di vivere vicino a San Giovanni Paolo II”. Incontri che Mantovani considera “regalo di Dio”.

Tra i progetti umanitari compiuti a beneficio delle persone più vulnerabili e deboli, il gen Mantovani ha segnalato i più recenti:

Ristrutturazione Chiesa Conventuale

Convento e scuola di formazione dei frati novizi di San Giovanni Battista.

Diocesi di Lusaka (Zambia). Triennio 2013/2016 riqualificazione, ristrutturazione e agibilità chiesa conventuale.

Oggi, per le popolazioni dei villaggi limitrofi il principale riferimento di accoglienza, ascolto e spiritualità.

Progetto di alfabetizzazione

Missione dei frati di San Giovanni Battista, Diocesi di Chipata (Zambia).

Mantenimento allo studio attualmente di 30 bambini, le cui famiglie, le più povere tra i poveri non hanno alcuna risorsa economica.

I frati stimano nel biennio 2017/2019 di accogliere e garantire l’istruzione per oltre 100 bambini.

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Fonte e foto: COSINT/gen Claudio Mantovani

Difesa e immigrazione: “l’Europa investa nella ricerca dei problemi all’origine”, il SSSD on Rossi alla Scuola di Polizia

Il Sottosegretario di Stato alla Difesa, on Domenico Rossi, è intervenuto oggi, 1° febbraio, alla chiusura del convegno dedicato a “I richiedenti protezione internazionale in Italia” che si è svolto presso la Scuola di perfezionamento per le Forze di Polizia. È il suo stesso ufficio comunicazione a darne notizia in data odierna.

L’attuale tema dell’immigrazione è stato analizzato da differenti prospettive grazie alla partecipazione di illustri relatori che sono intervenuti nelle due sessioni del seminario, si apprende.

A rappresentare la Difesa il sottosegretario Rossi, che nel suo intervento ha sottolineato l’importanza di coniugare il rigore con l’umanità e la solidarietà nei confronti di chi scappa da guerra e povertà”.

“In questo senso – ha proseguito – è evidente che non possono essere condivise, in termini generali, idee di innalzamento di muri”, definendo piuttosto “un’accoglienza che comunque non influenzi il comune senso di sicurezza”.

Dopo aver rimarcato l’impegno della Difesa nelle attività di prevenzione svolte sul territorio nazionale, in concorso alla Forze di Polizia “che contribuiscono ad aumentare realmente la percezione della sicurezza da parte del cittadino”, il sottosegretario Rossi ha sottolineato che “seppur non sia facile, dobbiamo lanciare un messaggio culturale alla società: non collegare immigrazione con terrorismo”.

“Noi subiamo gli effetti di questo fenomeno, ma è indispensabile analizzarne le cause”, ha aggiunto il sottosegretario Rossi nel suo intervento, “Pertanto è importante che l’Europa possa investire affinché i problemi vengano risolti dove hanno origine i flussi migratori”.

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Fonte e foto: Ufficio Comunicazione SSSD on Rossi

NATO: ex ufficiali turchi chiedono asilo in Europa. Un’intervista per GQ Italia magazine online

Da GQ Italia online (pubblicato il 25 gennaio 2017)

(Link  articolo:  http://www.gqitalia.it/news/2017/01/25/noi-in-fuga-da-erdogan-il-racconto-di-due-ex-ufficiali-turchi/)

«Noi, in fuga da Erdogan». Il racconto di due ex ufficiali turchi

(Paola Casoli)

Due ex militari in servizio alla Nato raccontano come sono sfuggiti all’epurazione dopo il tentato golpe del 15 luglio 2016. E svelano una caccia alle streghe condotta dalla polizia segreta del presidente turco

Sono sfuggiti tutti e due all’epurazione di Erdogan per una botta di fortuna, o dillo con parole tue se preferisci dato che questa non è propriamente una fiaba da mille e una notte. Ora si trovano in un paese del Nord Europa con le loro famiglie, senza più lavoro, conto corrente né auto. Gli amici e colleghi sotto tortura – se ancora vivi – in qualche carcere turco e i parenti divisi tra sospetto e pena. “Ma siamo vivi, qui, con mogli e figli”.

Chiedono l’anonimato e il perché lo spiegano subito, presentandosi con una occidentalissima stretta di mano: «Siamo ‘terroristi’, – affermano i due, entrambi ex ufficiali turchi della Nato richiedenti asilo in Europa dopo il golpe in Turchia del 15 luglio – i nostri nomi sono stati pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale turca, ritenuti responsabili del colpo di stato e accusati di far passare notizie dalla Nato al Pkk cospirando contro il presidente Tayyip Erdogan».

Esatto, proprio quel colpo di stato di cui si è parlato tanto e si è saputo poco.

Loro dicono che il golpe lo hanno visto dagli smartphone mentre erano in vacanza a Londra e Stoccolma e assistevano increduli a quello che aveva l’aria di essere una bufala del web: all’ora di punta della sera, nella caotica Istanbul, i tank dei militari stavano bloccando una carreggiata del trafficatissimo Ponte sul Bosforo, ora ribattezzato da Erdogan “Ponte dei Martiri del 15 luglio”. Chi diede ai militari l’ordine?

Osman (ma non è il suo vero nome) spiega che quel 15 luglio il ponte che tutti abbiamo visto inquadrato dal poco di attività mediatica possibile quella notte in realtà «non rappresentava un obiettivo strategico: non si sa neppure da chi sia arrivato l’ordine di ostruire la carreggiata con i mezzi militari», e, quel che più alimenta il sospetto, «poi Erdogan ha invitato la popolazione a scendere in strada per bloccare i militari e difendere la patria contro il golpe in atto».

Quanto successo dopo, a Londra e Stoccolma, è stato un rapido impacchettamento dei bagagli e il precipitoso ritorno nelle sedi di lavoro Nato nel Nord Europa, dove i due ufficiali stavano prestando servizio. «Tempo qualche ora e siamo stati raggiunti da una telefonata sui cellulari di un nostro superiore presso il comando statunitense in Virginia che ci ordinava di non presentarci più negli uffici dell’Alleanza Atlantica, saremmo invece dovuti rientrare immediatamente con il primo volo in Turchia».

All’ordine verbale non è seguito mai nulla di scritto. Sono stati invece invalidati da subito i passaporti, reso inaccessibile il conto corrente e annullati tutti i brevetti militari, le security clearance e i titoli di studio non solo dei due ufficiali, ma anche delle loro mogli, una docente universitaria e una insegnante di liceo.

Come ti sentiresti se il tuo PhD venisse improvvisamente annullato e disconosciuto? Aggiungici una accusa di terrorismo e cospirazione insaporita con un ordine di cattura internazionale, senza più i tuoi soldi in banca, l’assenza di futuro per i tuoi figli e ottieni più o meno lo smarrimento e l’impotenza di questi ex ufficiali che hanno perso tutto.

«Sono stato dismesso dal mio ruolo di militare, ero un ufficiale di staff turco e lavoravo in un quartier generale della Nato: ho perso la pensione, la copertura sanitaria mia e dei miei famigliari, tutti i miei averi sono stati confiscati. È la morte civile. Ho perso il mio passato, 25 anni di esperienza al servizio del mio paese e dell’Alleanza …». Comincia così il lungo testamento che Kemal (altro nome di fantasia) mi lascia tra le mani mentre scorre da youtube i filmati dei colleghi e amici che sono finiti sotto custodia della polizia direttamente all’aeroporto, obbedienti all’ordine di rientro.

Volti tumefatti, sguardi fieri e camicie inzuppate di sangue. Sono capi di stato maggiore, military attaché, comandanti, piloti. La maggior parte di loro ha un PhD negli States. Tutti hanno un’educazione occidentale e un inglese scioltissimo.

Molti di loro che si trovavano in Turchia al momento del golpe sono stati irretiti con un abile stratagemma che sa di dramma teatrale contemporaneo: la notte del golpe un whatsapp con l’ordine di rientrare subito nelle loro caserme li ha riuniti tutti nei loro comandi, dove poi si è presentata la polizia che li ha arrestati contestandone la presenza in un orario inusuale e dunque correlato al golpe. Ecco pronta l’accusa: risultavano coinvolti direttamente nel putsch.

Gli ufficiali arrestati erano a cerimonie di nozze, a feste estive o a casa loro quando hanno ricevuto l’ordine via whatsapp. «Il comandante del corpo d’armata di reazione rapida della Nato in Turchia – continuano a spiegare i due – quando ha capito cosa stava succedendo si è chiuso nella caserma con i suoi uomini, telefonando alla CNN turca per dichiarare l’estraneità di tutto il suo comando. Lo hanno arrestato e di lui e della sua famiglia non abbiamo più notizie».

«È chiaro che l’azione era stata ben architettata, con la lista dei militari da eliminare redatta in anticipo», sottolineano i due ‘terroristi’. Dietro questa rete di numeri di telefono personali dei cellulari degli ufficiali c’è lo spettro del Sadat, l’istituto di consulenza internazionale e di informazione di Erdogan: «tipo una polizia segreta» lo definisce una delle due mogli. Se lo cerchi nel web trovi un sito che ti fa pensare subito a un think tank serio e competentissimo, con una grafica accattivante ma essenziale».

Ma quali erano i militari da eliminare? «Ci arriviamo subito, intanto segui bene il ragionamento perché tutto quello che stai leggendo in giro in questo periodo ti starà depistando – mette in guardia Osman – a partire dal dossier che identifica come responsabile del golpe quel capro espiatorio di Fethullah Gülen, esule negli Stati Uniti – una lectio facilior, per così dire, fino alle presunte insuperabili ostilità dei militari nei confronti del supporto al Pkk in favore della lotta all’Isis. Qui in realtà la parola chiave è ‘radicalizzazione’».

Come spiega bene l’ufficiale, che in fatto di analisi tradisce tutta la sua preparazione militare di alto livello.In Turchia, dove esistono solo bianco e nero, o sei con Erdogan o sei contro e se sei contro di lui sei un terrorista. «Tayyip ha radicalizzato la società, ecco perché la popolazione si sente intrisa di patriottismo ed è avversa ai militari», inizia a chiarire Osman anticipando una valutazione molto lucida.

«Nel 2012 Erdogan ha iniziato a lavorare sodo in ogni settore: istruzione, economia, giustizia, società. Grandi investimenti e una progressiva sostituzione dei vertici di ogni dicastero e istituzione, un piano che non ha avuto altrettanto successo nelle forze armate».

Ma «non puoi controllare la Turchia se non controlli i militari» e in più in Turchia, spiegano i due ‘terroristi’, il settore militare è bipartito: una fazione atlantica si contrappone a quella sino-asiatica. «Erdogan voleva sbarazzarsi della prima, costituita da ufficiali educati in accademie statunitensi, con PhD occidentali e una laicità universalmente riconosciuta in quanto ispirati allo storico padre della Turchia Mustafa Kemal Atatürk”. Ecco perché la notte del golpe sono stati i colleghi ‘atlantici’ a ricevere il whatsapp. Si era creata l’occasione per incolparli e allontanarli dai piani del Presidente. Quelli che oggi si incominciano a intravedere con la riforma alla Costituzione, se non ti sono sfuggite le ultime news sulla Turchia.

Tayyip ha dunque abilmente creato il nemico contro cui scatenare la furia del popolo, ora i ‘traditori’ – non solo i militari, ma anche gli insegnanti, i giudici, gli avvocati, i giornalisti, i portalettere (sic!), gli avvocati e i cittadini che hanno aperto un conto corrente in una banca ritenuta gülista – i ‘traditori’, dicevamo, e le loro famiglie vengono allontanati da tutti. Costretti a vivere per strada senza lavoro né soldi né scuola, «proprio come i profughi siriani» fa sapere una delle due signore riferendo una triste realtà.

I loro corpi vengono sepolti in una fossa comune alla periferia est di Istanbul: la tomba dei traditori, sul terreno offerto dal sindaco animato dallo spirito patriottico acceso da Erdogan.

Come vedi la Turchia di smeraldo dove vai a fare le vacanze in caicco, quella culla di civiltà da cui ti porti a casa spezie sottovuoto e tappeti in seta, non è solo hüzün e simit, melancolia e ciambelle di pane al sesamo, ma imprevedibilità asiatica e laicità tradita.

Le atrocità degli stati maggiori ottomani sono in fondo ancora lì, pronte a riemergere dal profondo della storia in tutto il loro anacronismo: la Turchia è un membro della Nato dal 1949, ovvero dall’anno della fondazione dell’Alleanza. Ma il suo ultimo califfo non tollera più l’atlantismo che promuove la democrazia, per questo mette in discussione la stessa tradizione laica iniziata oltre un secolo fa da Atatürk, ritenuto il padre della moderna Turchia.

All’ultimo sorso di tè, che nelle case turche si beve nel bicchierino così come avrai fatto anche tu nei baretti del bazar o tra i sofà lussuosi del Divan di Istanbul, Kemal e Osman confermano di essere ricercati dall’Interpol. Sono ‘terroristi’. Come me che ho scritto di loro. Come te che hai letto questo articolo. È la radicalizzazione, bellezza.

Fonte e foto: GQ Italia

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Cybersecurity, ITASEC17: “oggi il campo di battaglia è la rete internet”, spiega il sottosegretario alla Difesa on Rossi

Il Sottosegretario di Stato alla Difesa, onorevole Domenico Rossi, è intervenuto il 20 gennaio scorso alla prima edizione della conferenza Itasec17, dedicata al tema della cybersecurity, che si è tenuta presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia dal 17 al 20 gennaio.

Cyber war, protezione delle infrastrutture critiche, capacità nazionali di difesa cibernetica sono stati i principali argomenti trattati nel corso del simposio, iniziato lo scorso 17 gennaio, al quale hanno partecipato rappresentanti della pubblica amministrazione, del governo, del mondo universitario e dell’industria.

Nel suo intervento il sottosegretario Rossi ha parlato dell’evoluzione della minaccia nel campo della Difesa, “una evoluzione rapidissima che conferma anche l’importanza di una struttura di difesa comune europea”, come ha sottolineato.

“In un passato non troppo lontano, la vittoria era condizionata dal rapporto di forza dei soldati schierati sul terreno”, ha detto il sottosegretario Rossi, “oggi il principale campo di battaglia è la rete internet, che rappresenta il vero sistema venoso e nervoso dell’economia.”

E poi, riferendosi alla condotta delle operazioni militari, ha sottolineato l’importanza della capacità di comando e controllo: “un collegamento capillare con tutti i militari in campo, per garantire la massima capacità di reazione. Questa esigenza si traduce, in termini di tecnologia, attraverso un flusso di informazioni digitali. Ciò rappresenta un punto di forza ma anche una debolezza se non si dispone di una adeguata sicurezza cibernetica.”

In tale contesto, l’impegno della Difesa è volto a fronteggiare una minaccia crescente e sempre più complessa anche attraverso la strutturazione di un Comando Interforze per le Operazioni Cibernetiche (CIOC).

“Un processo impegnativo”, ha concluso il sottosegretario Rossi, “che si sviluppa attraverso l’implementazione di strutture difensive adeguate, in continuo aggiornamento, e grazie alla ricerca e alla formazione di personale qualificato nel settore della difesa cibernetica”.

Disporre di capacità di cyber defence significa dunque essere in grado di espletare funzioni di prevenzione e di protezione della propria infrastruttura in uno scenario geopolitico mondiale asimmetrico e multiforme.

L’appuntamento con Itasec è stato rinnovato il prossimo anno a Milano.

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Cybersecurity: se ne parla all’Università Ca’ Foscari di Venezia (18 gennaio 2017)

La cybersecurity in Paola Casoli il Blog

Fonte e foto: Resp Comunicazione Sottosegretario on Rossi

 

Cybersecurity: se ne parla all’Università Ca’ Foscari di Venezia

L’Università Ca’ Foscari Venezia sta ospitando la prima conferenza italiana sulla cybersecurity in corso da ieri, 17 gennaio, fino al prossimo 20 gennaio 2017 nel campus di San Giobbe, a Venezia.

L’obiettivo della conferenza, nata in seno al Laboratorio Nazionale Cybersecurity del Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica (CINI), è mettere assieme la dimensione accademica, la componente industriale e il settore governativo.

Tra i temi di attualità in discussione, fa sapere la stessa università con un comunicato stampa di ieri, 17 gennaio, la difesa cyber della nazione, le policy nazionali ed europee, la partnership pubblico-privato, la protezione delle infrastrutture critiche, l’intelligence sul web, per non tralasciare neppure la malware analysis e l’attack detection.

Intervengono, tra gli altri, Pier Paolo Baretta, sottosegretario al Ministero dell’Economia e delle Finanze, Domenico Rossi, sottosegretario al Ministero della Difesa, Paolo Ciocca, vicedirettore del Sistema Informazione Sicurezza della Repubblica.

La conferenza si caratterizza per il suo aspetto multidisciplinare, annuale e itinerante e spazia dalla tecnologia all’economia, alla sociologia, alla politica, alla giurisprudenza.

A Venezia, nello Spazio Stakeholder, ad accesso libero, si alterneranno ospiti internazionali nell’Aula Magna Cazzavillan.

Tra questi, Matthew Barret del NIST USA, Andrea Servida (EU DG Connect), Luigi Rebuffi (ECSO) e Harry Perper (National Cybersecurity Center of Excellence, MITRE).

Folta la presenza di soggetti pubblici e privati, tra i quali Cisco, IBM, Leonardo, Microsoft, TrendMicro, PaloAlto Networks, Blu5, Business-e, Check Point, inthecyber, Saiv, RSA, Var Group, Deloitte, KPMG, Accenture, Hermes Bay, Banca d’Italia, Confindustria, Enel, Associazione Italiana Infrastrutture Critiche, Enisa, Sogei, CERT Nazionale (MiSE) e CNR.

Lo Spazio Tecnico/Scientifico vede invece alternarsi tre filoni principali: una Scientific Track sulla cybersecurity, una Demo Track mirata a presentare strumenti innovativi sviluppati da industrie, centri di ricerca, e università, e una Fil-Rouge Track, comprendente una serie di sessioni multidisciplinari su ‘temi caldi’ della sicurezza informatica. In tutto più di sessanta presentazioni selezionate da oltre quaranta università e dai maggiori centri di ricerca italiani.

Il comitato di selezione è stato guidato dai professori Riccardo Focardi, dell’Università Ca’ Foscari Venezia, Alessandro Armando dell’Università di Genova, e Roberto Baldoni, direttore del Laboratorio Nazionale Cybersecurity del CINI e docente dell’Università di Roma La Sapienza.

Del comitato hanno fatto parte più di 60 tra accademici e ricercatori di profilo internazionale, si apprende, provenienti da oltre quaranta tra università e centri di ricerca.

Programma dettagliato sul sito www.itasec.it

Fonte: Uff Comunicazione Università Ca’ Foscari

Foto dal blog di Ayoub Bahar