gas

Le nuove direttive della politica energetica: shale gas e crisi ucraina allontanano la Russia dal mercato europeo? 1.USA, Europa e Russia

By Marco Antollovich

Come sta cambiando lo scacchiere energetico mondiale e quali le conseguenze della rivoluzione dello shale gas e della crisi ucraina per i mercati europei?

Analisi in tre puntate. Oggi, domani e dopodomani, in tre post su Paola Casoli il Blog, l’ultimo lavoro di Marco Antollovich sulle nuove direttive della politica energetica nello scacchiere internazionale.

#shalegas #fracking #gas

Per cercare di fornire un’analisi completa del quadro odierno è necessario analizzare il cambio di rotta nella politica energetica statunitense e cosa implichi la fantomatica indipendenza energetica di Washington.

In secondo luogo, bisogna comprendere quali siano le ripercussioni della crisi ucraina e dell’instabilità dei mercati mediorientali in Europa e, infine, analizzare la nuova politica russa nei confronti dell’Estremo Oriente.

La shale gas revolution negli Stati Uniti

Lo Shale gas, una delle cosiddette “risorse gasiere non convenzionali” (Shale Gas, Tight Gas e Coalbed Methane tre le più importanti),  rappresenta per gli Stati Uniti una risorsa di inestimabile valore. Sebbene gli Stati Uniti si posizionino soltanto al quarto posto per riserve di scisto comprovate (dopo Cina, Argentina e Algeria), essi sono gli unici ad aver tratto, finora, un reale beneficio a livello di mercato dallo sfruttamento di tale gas.

L’estrazione di Shale gas richiede infatti una notevole esperienza tecnica, requisito mancante alle grandi compagnie energetiche cinesi per esempio, oltre che un terreno favorevole da un punto di vista geologico, non eccessivamente duro e in territorio non montagnoso, e con giacimenti non in profondità (i giacimenti statunitensi si trovano tra poche centinaia di metri e i 3.000 metri, mentre quelli cinesi tra i 3.000 e gli 8.000 metri di profondità). Le compagnie statunitensi sembrano essere ora in grado di arginare quasi totalmente i danni derivanti dal fracking (micro-esplosioni settoriali all’interno del giacimento) e dall’immissione di agenti chimici, sabbie e acqua necessarie ad aumentare la pressione all’interno del pozzo e favorire la fuoriuscita del gas, altrimenti non spontanea.

Una volta ammortizzato l’investimento iniziale di capitale impiegato per l’acquisizione del know how necessario e sufficiente a contenere i danni ambientali e aumentare  il tasso di recuperabilità del giacimento, l’estrazione di shale gas risulta complessivamente meno dispendiosa rispetto all’estrazione di gas convenzionale.

Considerando che la percentuale di shale gas estratto negli Stati Uniti ammontava soltanto all’1% nel 2000 e ben al 20% nel 2010, l’Energy Information Administration stima che nel 2035 la produzione di gas di scisto possa raggiungere il 48%. Un tale aumento della produzione potrebbe portare Washington all’ autosufficienza energetica già nel 2020 secondo la dichiarazione rilasciata da Edward L. Morse, amministratore delegato e direttore generale dei servizi di Citi e confermata da Michael Levi, alto consigliere per l’Energia e l’Ambiente al Comitato delle Relazioni Internazionali statunitense. Un ulteriore aumento della produzione potrebbe dunque trasformare gli Stati Uniti da un importatore a un esportatore netto di gas, il che implicherebbe l’apertura di nuovi mercati, compreso quello europeo. Considerando che ora il prezzo del gas negli Stati Uniti è di 4$/MMBTU rispetto ai 10$/MMBTU in Europa e ai 15$/MMBTU in Giappone, se nel lungo periodo la domanda rimane costante e il prezzo del gas non subisce variazioni eccessive negli Stati Uniti, diventa ipotizzabile il trasporto via mare tramite cisterne verso l’Europa, come avviene per l’LNG (Liquefied Natural Gas) qatariano, australiano, malese e indonesiano.

L’Europa e la dipendenza dalla Russia

È necessario analizzare ora quali siano le ripercussioni della shale gas revolution per il mercato europeo e quale la reazione da un punto di vista interno.

La possibilità che una seconda rivoluzione del gas di scisto possa avvenire nel Vecchio Continente risulta estremamente remota. Le riserve europee, non solo risultano inferiori a quelle statunitensi, ma anche di più difficile estrazione.

La sensibilità dei governi e le forti critiche da parte di un pubblico spaventato dai possibili danni ambientali ha portato inoltre nel 2013 alla ratifica di moratorie da parte di Francia, Lussemburgo, Olanda, Repubblica Ceca e Bulgaria contro l’esplorazione e la produzione di gas di scisto in territorio nazionale. Numerose critiche sono state sollevate in Inghilterra, Romania e Germania.

Nel 2012 Il Parlamento Europeo ha stabilito che il potere decisionale riguardo la possibilità di permettere o meno attività di esplorazione e produzione di gas di scisto venga demandato al singolo stato membro e non al Parlamento Europeo, autorizzando i paesi dell’ Europa centrale a dare il via alla fase di esplorazione.

Un report della Commissione Europea del 2012 afferma tuttavia che “la produzione di shale gas non renderebbe comunque l’Europa autosufficiente per quanto concerne la produzione di gas naturale. Nel migliore dei casi, la riduzione della produzione di gas convenzionale può essere sostituita mantenendo un livello di dipendenza dalle importazioni al 60%.”

Secondo i dati forniti dall’ IEA (International Energy Agency, 2014), l’Europa importa il 70% del greggio, il 50% di gas naturale e il 44% del carbone necessario al fabbisogno energetico interno e, secondo rilevazioni della stessa agenzia, si prevede un aumento della dipendenza da importazioni di idrocarburi del 20% nei prossimi vent’anni. Tale dipendenza sta spingendo l’Europa a cercare nuovi partner per ridurre la leve che Gazprom, il colosso energetico russo, può esercitare sulla politica di sicurezza energetica dettata da Bruxelles.

Riferendoci ai dati forniti dallo U.S. Congressional Research Service (CRS) per l’Europa, i due maggiori esportatori di gas sui mercati europei sono Oslo (35%) e Mosca (34%), seguiti al terzo posto dall’Algeria.

Considerando ora che si prevede un lento declino della produzione norvegese a partire da 2015, ci si interroga su quali possano essere le vie di approvvigionamento alternative a quella russa. La crisi Ucraina del post – Maidan e il profilarsi di un potenziale conflitto congelato dei territori della Novorossija (Новоро́ссия in russo) minacciano pesanti ripercussioni sulla sicurezza energetica europea.

È necessario analizzare ora quali siano effettivamente le ripercussioni della crisi ucraina sul vecchio continente: i rifornimenti russi infatti raggiungono il territorio europeo esclusivamente via pipeline, così come quelli norvegesi, mentre il restante 25% di gas viene trasportato via nave sottoforma di LGN dai partner algerini, egiziani e qatariani.  Esistono 13 gasdotti che collegano Russia ed Europa escludendo il progetto South Stream: 3 di questi raggiungono la Finlandia, l’Estonia e la Lettonia, 4 passano attraverso Bielorussia, Polonia e Lituania, 5 attraverso l’Ucraina e l’ultimo, il Nord Stream, una sorta di corsia preferenziale volta a coronare l’idillio russo-tedesco, collega direttamente il terminale di Vyborg, non distante da San Pietroburgo, alla città di Greifswald, in Germania.

Pertanto, un inasprimento delle crisi ucraina potrebbe portare alla chiusura dei rubinetti da parte russa (come già avvenuto nel 2009) e questo implicherebbe una mancanza di approvvigionamento per metà Europa, considerando che le due pipeline con maggiore portata, Bratzvo (Fratellanza) e Soyuz (Unione) passano entrambe in territorio ucraino, per poi attraversare la Slovacchia e rifornire l’Europa orientale, mentre una terza pipeline rifornisce i Balcani e la Turchia.

Marco Antollovich

Seguirà domani South Stream o vie alternative?

Mappe: Economist, Geograficamente

Gli interessi statunitensi in Asia Centrale: storia recente e partnership NATO, L.Susic/5

By Luca Susic

Capitolo 1.2.2 della tesi “Gli interessi statunitensi in Asia Centrale: storia recente e partnership NATO” (L.Susic)

1.2.2 Petrolio e Gas

Reputo necessario dedicare uno spazio ampio a queste due importanti riserve, che accomunano le tre repubbliche più ricche e che ne influenzano maggiormente non solo lo sviluppo, ma anche l’importanza a livello internazionale. E’ attorno agli idrocarburi che si sta sviluppando un confronto fra grandi Potenze che ricorda da vicino il cosiddetto Grande Gioco, ma da cui differisce per la presenza di tre contendenti che non si affrontano per un dominio territoriale ma per quello puramente energetico.

Di conseguenza, i singoli Stati dell’Asia Centrale si trovano a dover agire in un contesto politico sempre più orientato a controllare le loro risorse e ad impedire che queste finiscano nelle mani di potenze straniere impegnate nella stessa attività.

Dal punto di vista economico, il Kazakistan si pone al vertice della produzione locale di petrolio, con oltre 1.6 milioni di barili al giorno, classificandosi al diciottesimo posto nella graduatoria mondiale, mentre è in continua espansione nel settore del gas naturale, le cui riserve stimate dal governo locale sarebbero l’1,7% del totale disponibile al mondo. Mentre l’oro nero è destinato in buona percentuale all’esportazione, il gas rappresenta il tallone d’Achille del grande Stato centroasiatico, che si è posto come obiettivo di medio periodo quello di poter raggiungere l’autosufficienza energetica in questo campo.

Fino al 2008, infatti, il consumo interno superava la produzione, ma il problema dei rifornimenti persiste poiché le infrastrutture necessarie al trasporto del gas non sono sufficienti a collegare in maniera adeguata i centri di produzione con quelli di consumo. Inoltre il 75% della produzione viene re-iniettata nel suolo per favorire l’estrazione di petrolio.

Al secondo posto di questa classifica, troviamo il Turkmenistan che, nonostante la fame di idrocarburi, riesce ad avere un export in crescita per entrambe le materie di cui sopra, ma che deve risolvere una importante disputa con l’Azerbaijan per il controllo di importanti giacimenti nel Mar Caspio, senza i quali vedrebbe notevolmente ridursi le proprie scorte.

Il paese con le riserve minori è l’Uzbekistan, che non riesce ogni anno ad essere autosufficiente per quanto riguarda il petrolio, ma che è nelle prime venti posizioni al mondo per produzione e vendita di gas naturale. I diversi tassi di crescita ottenuti grazie alla ricchezza del sottosuolo sono anche imputabili alle diverse politiche intraprese dai Presidenti dei vari Stati, che hanno sempre esercitato il monopolio sul settore energetico.

Da un lato Niyazov, che si faceva chiamare Turkmenbashi (padre di tutti i Turkmeni), stabilì un rigido controllo sulle risorse, poiché riteneva di essere il “comandante e capo dei giacimenti di gas del [suo] paese”: egli, diffidando di tutte le compagnie straniere e cercando di ostacolare in qualsiasi modo la loro penetrazione autonoma nel paese, ha autorizzato solo joint ventures fra il Ministero del Petrolio e del Gas e società personalmente selezionate. Nonostante i prestiti concessi da vari enti, come la Japan Export-Import Bank, questa linea non è cambiata sino alla morte del leader, che ha lasciato il Paese con il minor tasso regionale di PIL derivante da attività private.

La situazione è leggermente cambiata a partire dal 2008 quando sono state prese delle misure atte a garantire maggiore trasparenza all’interno del settore estrattivo, apprezzate anche dai mercati esteri che hanno iniziato timidamente ad investire in Turkmenistan, seppur ostacolati dal potere centrale.

Simile è la storia dell’Uzbekistan, anch’esso saldamente in mano ad un leader che non ha mai voluto delegare la gestione degli idrocarburi, nonostante una legislazione teoricamente molto aperta al libero mercato. Islam Karimov ha sempre deciso in maniera discrezionale le sorti delle multinazionali che bussavano alla sue porte: “He made deals at will” ebbe modo di dichiarare un rappresentante della Agip intervistato da Luong e Weinthal.

Il suo comportamento, comunque, ha iniziato a cambiare agli inizi degli anni 2000, con una serie di iniziative volte a rendere meno arbitrario l’accesso alle collaborazioni e permettere un maggiore afflusso di capitali stranieri, essenziali per poter procedere a nuove esplorazioni e a modernizzare strutture altrimenti obsolete. Mentre ciò ha funzionato nel settore del gas che, escludendo il 2009-2010, è in costante crescita per produzione, export e attrazione di investimenti, le cose sono andate diversamente con il petrolio per il quale, a fronte di una richiesta interna costante, la produzione è a livelli inferiori a quelli del 1992.

Migliore è la situazione in Kazakistan, paese che ha saputo attrarre capitale straniero a partire dall’indipendenza, senza però rinunciare al proprio peso negoziale, difeso dalla compagnia di stato KazMunayGaz (KMG), colosso creato nel 2002 che possiede una serie di società controllate impegnate in tutte le fasi dello sfruttamento del sottosuolo, dalla ricerca di nuove riserve alla raffinazione. L’apertura verso l’esterno ha permesso di iniziare l’uso di bacini di recente scoperta, come quello di Tengiz, attualmente gestito dalla TengizChevrOil , che produce da solo 550.000 barili di petrolio al giorno (quasi due volte e mezzo l’output giornaliero del Turkmenistan). La realtà energetica di questo paese è particolarmente rilevante per l’Italia, che risulta essere il primo importatore di oro nero kazako, e rappresenta da sola il 25% del suo mercato estero.

L’elemento comune a tutte queste realtà è la difficoltà che esse incontrano ad esportare i propri idrocarburi, motivo per cui sono costrette a sfruttare pipelines straniere, di solito russe, come è evidente nelle due cartine realizzate dall’EIA (tabella gasdotti, tabella oleodotti; le cartine in questione possono essere facilmente trovate all’indirizzo web: http://www.eia.gov/countries/cab.cfm?fips=TX).

Dalla cartina degli oleodotti è facile notare come tutti i paesi sfruttino prevalentemente oleodotti russi, indispensabili per far arrivare il greggio in Europa. L’alternativa principale è rappresentata dal porto di Baku, utilizzabile come hub energetico da cui far arrivare i prodotti in Turchia. E’ al vaglio anche un sistema di trasporto diretto sotto le acque del Mar Caspio (linea rossa tratteggiata) per collegare direttamente Kazakistan e Azerbaijan.

Maggiormente in difficoltà resta comunque l’Uzbekistan, che può contare solamente su un tratto che collega il Turkmenistan con le linee controllate dal governo di Astana.

Per quanto riguarda il gas (figura gasdotti), invece, il percorso principale è quello del CAC (Central Asia Center Pipeline), che dall’Uzbekistan si dirige a nord verso Orsk, in Russia, e appartiene a Gazprom (compagnia di Stato del Cremlino), che sfrutta tale sistema per trasportare anche gran parte della produzione Kazaka.

Diversa è la situazione del Turkmenistan, che può vantare collegamenti diretti con Iran e Cina, che permettono allo Stato di diversificare maggiormente la propria esportazione. Al fine di aumentare la capacità di vendita, il governo di Ashgabat ha iniziato a progettare una condotta che dovrebbe arrivare sino in India seguendo due possibili varianti, entrambe passanti per Afghanistan e Pakistan. L’irrealizzabilità del piano è dovuta alla scarsa stabilità politica che i due paesi hanno al momento.

Luca Susic

Seguirà 1.2.3 L’Uranio

Il post precedente è al link Gli interessi statunitensi in Asia Centrale: storia recente e partnership NATO, L.Susic/4

Mappe fornite dall’autore della tesi

Gli interessi statunitensi in Asia Centrale: storia recente e partnership NATO, L.Susic/4

By Luca Susic

Capitolo 1.2.1 della tesi “Gli interessi statunitensi in Asia Centrale: storia recente e partnership NATO” (L.Susic)

1.2.1 L’Acqua

Si tratta della risorsa che più di tutte influenza gli stili di vita, l’economia e l’organizzazione sociale delle popolazioni locali. Sin dall’antichità la possibilità di avere regolare accesso alle fonti idriche è stata l’elemento chiave dello sviluppo sociale dei gruppi autoctoni: nelle zone desertiche o semidesertiche le relazioni umane non riuscivano ad avere forme stabili e maggiormente complesse, pertanto la struttura tribale prevalse. Si sviluppò così una tecnologia della mobilità, che permetteva agli allevatori di spostarsi celermente alla ricerca di pascoli ed acqua.

Queste migrazioni, quasi sempre dirette verso ovest al fine di evitare l’instabilità climatica degli altipiani mongoli, portavano i clan a scontrarsi con le civiltà sedentarie, che venivano spesso sottomesse, anche se solo per brevi periodi, poiché i legami fra tribù erano estremamente instabili e inadatti alla creazione di entità statuali resistenti. Avversari dei nomadi erano gli abitanti delle cosiddette civiltà delle oasi, centri urbani dediti al commercio e all’agricoltura che si andavano diffondendo in zone particolarmente favorevoli. La necessità di regolamentare l’accesso all’acqua favorì lo sviluppo delle strutture centralizzate di potere dominate da un’élite di proprietari capi, la cui eredità è ancora radicata nella cultura locale.

In epoca contemporanea, invece, la grande crescita demografica ed industriale ha aumentato la storica dipendenza dai fiumi Syr Darya e Amu Darya, i due principali immissari del lago d’Aral, anche grazie all’enorme potenziale idroelettrico che essi garantiscono38 [stimato in oltre 34.5 GW]. Quindi, a distanza di secoli, il controllo delle risorse idriche è nuovamente oggetto di contesa tra le varie repubbliche ex-sovietiche, che non esitano a lanciarsi pesanti accuse di uso indebito delle stesse. La politica di sfruttamento dei bacini del Turkestan per la coltivazione del cotone, portata avanti dall’Impero Zarista prima e dall’URSS poi, ha prodotto effetti disastrosi. Dal 1961 ad oggi la condizione si è ulteriormente aggravata: riduzione dell’acqua trasportata dagli immissari dell’Aral, aumento dell’aridità e della salinità, diminuzione della profondità media sono tutti elementi che rendono più difficile la gestione del lago. Questi causano ingenti danni alle popolazioni locali e all’economia, come riportato dal sito del Central Asia Regional Water Information Base Project (CAREWIB), secondo cui “All these effects have resulted in economic losses amounting to US$115 million and social losses estimated in the amount of US$28.8 million annually”.

È per tali ragioni, quindi, che la tensione intorno all’uso dell’oro blu è aumentata nel corso degli ultimi anni ed è sfociata nelle minacce lanciate dal Presidente Uzbeko Islam Karimov contro i Tajiki, che progettano di costruire una diga lungo il Rogun, un affluente dell’ Amu Darya, e contro i Kyrgyzi che intendono realizzare un progetto simile sul Syr Darya. Gli elevati investimenti richiesti sembrano rendere tuttora impossibile lo sviluppo di questi progetti che, qualora fossero terminati, metterebbero fine alla carenza energetica endemica delle due repubbliche e permetterebbero di iniziare un proficuo export di elettricità, sia pure a danno degli Stati confinanti.

La crescente “fame” di acqua ha indotto gli USA a concentrarsi maggiormente sulla questione, considerati soprattutto i problemi che una controversia fra repubbliche sorelle dell’Asia Centrale potrebbe causare agli interessi Americani in quello che è il confine profondo dell’Afghanistan. Come si può leggere nel documento redatto il 22/01/2011 a termine dei lavori del Committee on Foreign Affairs del Senato USA, la commissione esprimeva preoccupazione per il fatto che

We [gli Stati Uniti] pay too little attention to the waters shared by their Indian and Central Asian neighbors—Uzbekistan, Tajikistan, Kazakhstan, Kyrgyzstan, and Turkmenistan. For example, in 2009 the United States provided approximately $46.8 million in assistance for water-related activities to Afghanistan and Pakistan compared with $3.7 million shared among all five Central Asian countries for these effort”.

Nonostante il chiaro input, inteso ad orientare la politica estera in loco in maniera tale da rispettare prima di tutto questa risorsa fondamentale, la strategia governativa USA non è mutata in maniera incisiva.

Luca Susic

Seguirà 1.2.2 Petrolio e gas

Il post precedente è al link Gli interessi statunitensi in Asia Centrale: storia recente e partnership NATO, L.Susic/3

Foto: One Steppe at a Time