Marco Antollovich

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/16 – Dopo la Rivoluzione delle Rose. L’idea di democraticità

By Marco Antollovich

Cap.3 della tesi Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, di Marco Antollovich. Saakashvili e l’estremizzazione della politica georgiana

Dopo la Rivoluzione delle Rose: la presidenza Saakashvili

L’ultimo anno di presidenza Shevardnadze fu caratterizzato da una politica estera complessivamente più ambigua e sfumata rispetto agli anni precedenti: nel 2003 infatti il presidente georgiano raggiunse una serie di accordi con la Russia volti a ridurre il ruolo delle Nazioni Unite in Abcasia; veniva sancita inoltre la riapertura della ferrovia Tbilisi-Soci e rinnovato l’accordo con Gazprom, riguardo la fornitura di gas da parte russa.

I due leader stabilivano infine una riduzione dei finanziamenti statunitensi da 100 milioni di dollari (nel 2003) a 77 milioni (nel 2004).

Il riavvicinamento a Mosca turbava tuttavia la nuova generazione politica filooccidentale: il gruppo capeggiato da Saakashvili, Zhvania e Burjanaze intravedeva una via d’uscita dell’empasse georgiano solo attraverso una stretta collaborazione con la NATO, con l’Unione Europea e con gli Stati Uniti. Mosca, sebbene non potesse essere trascurata a causa delle sua vicinanza e del peso economico e politico che ancora esercitava nell’area, passava in secondo piano.

La nuova politica di Shevardnadze doveva essere bloccata per permettere alla Georgia di consolidare il processo di occidentalizzazione già avviato e per contenere le spinte centripete che avrebbero potuto rendere la repubblica caucasica un nuovo satellite del Cremlino.

Bisogna inoltre ricordare che nel 2003 il prodotto interno lordo georgiano ammontava a meno di un terzo rispetto a quello del 1990, lo stipendio medio era di circa 50$, circa un milione di persone avevano abbandonato il paese, l’Abcasia e l’Ossezia meridionale costituivano ormai, de facto, una realtà lontana da Tbilisi e la regione autonoma dell’Ajara era governata da un signore locale in conflitto con Shevradnadze (il leader ajaro, Aslan Abashidze, in un primo momento si era posto in contrasto contro Shevardnadze; in seguito grazie a un tacito accordo, Abashidze ebbe il totale controllo della propria regione, non pagando tasse allo stato georgiano e potendo controllare una milizia privata, in cambio dell’ appoggio al presidente georgiano durante le campagne elettorali. Grazie a brogli elettorali – ufficialmente denunciati da molte NGO occidentali – il leader ajaro garantiva sempre un cospicuo numero di voti a Shevardnadze. Verrà poi allontanato durante il mandato di Saakashvili).

Considerando inoltre la scarsa libertà di stampa, le accuse di brogli elettorali e la corruzione dilagante, la Georgia poteva essere considerata, nel 2003, uno Stato fallito sotto ogni punto di vista.

Unendo lo scontento popolare alle ambizioni occidentali di molti politici georgiani, l’ex ministro della difesa Mikail Saakashvili si fece promotore di una serie di proteste pacifiche, conosciute poi come “Rivoluzione delle Rose”, che avrebbero portato, il 22 novembre 2003, alla cacciata di Shevardnadze dal parlamento.

Grazie alla sua lungimiranza politica, l’ex ministro degli esteri sovietico evitò un inutile bagno di sangue, se non addirittura una guerra civile; le dimissioni dell’ex presidente resero Saakashvili il nuovo indiscusso leader georgiano, (sebbene Saakashvili fosse il leader indiscusso, la presidenza ad interim passò a Nino Burjanadze, presidente(ssa) del Parlamento) un personaggio carismatico e acculturato, che aveva studiato a Tbilisi, a Kiev, alla Columbia e alla George Washington University, parlava correttamente il georgiano, il russo, l’inglese, l’ucraino e il francese. Le cancellerie occidentali manifestarono da subito un vivo entusiasmo sia per la correttezza della figura di Shevardnadze, (in realtà la “scelta pacifica” di Shevardnadze era l’ unica scelta possibile: come afferma Lincoln Mitchell in una breve analisi della Rivoluzione delle Rose, “ In realtà Shevardnadze si dimise poiché si rese conto, in fine, della propria debolezza, essendo consapevole del fatto di non poter più controllare né l’ esercito né le forze di sicurezza interna) sia per l’avvento di una democrazia sostenuta direttamente dal popolo, sia per la scelta del nuovo presidente.

La Russia, dal canto suo, auspicava un miglioramento delle relazioni con la nuova amministrazione georgiana.

Colpo di stato o manifestazione della vox populi?

L’ipotesi che il rapido susseguirsi di eventi, culminato il 22 novembre 2003, fosse stato organizzato direttamente dalla CIA non risulta inverosimile. Sebbene manchi una prova certa della partecipazione diretta dell’agenzia americana, i “sintomi” del colpo di stato, per quanto pacifico, sono chiari ed evidenti: la nomina del nuovo ambasciatore Richard Miles a Tbilisi nel 2002 non sembra un evento “casuale”.

“Miles è stato ambasciatore statunitense in Azerbaigian, Serbia e Georgia e in ogni nazione in cui è stato nominato, si è verificato un colpo di stato” (Thomas Goltz, Georgian Diary).

Il grido di liberazione georgiano “Kmara!” sembra riprendere quasi alla lettera l’“Otpor!” serbo dei militanti anti-Milosevich (Otpor, Отпор, letteralmente “resistenza“era un movimento giovanile attivo in Serbia dal 1998 fino al 2003 nato per manifestare un’ opposizione pacifica contro il leader serbo Slobodan Milošević; Kmara, tradotto in inglese con “Enough”, in italiano indicativamente con “[ne abbiamo] abbastanza” è l’analogo movimento georgiano).

Le organizzazioni studentesche promotrici della rivoluzione “dal basso” si erano formate al Liberty Institute di Tbilisi, un’associazione che da sempre gode di cospicui finanziamenti statunitensi. Lo stesso Saakashvili aveva studiato negli stati uniti e poteva contare sull’appoggio di personalità potenti, come il senatore John McCain o George Soros; molti altri ministri, come quello della difesa o dell’energia, avevano studiato in università americane.

D’altra parte, sono molte le dichiarazioni di genuinità del movimento Kmara: lo stesso Zhvania nega una partecipazione diretta di Washington. Sembra addirittura che lo stesso Miles in una conversazione il 21 novembre avesse predetto la disfatta di Saakhasvili, meravigliandosi il giorno seguente di trovare “Misha” leader indiscusso del paese.

Quali furono tuttavia le conseguenze della “Rivoluzione delle Rose” in un’ottica internazionale e perché i rapporti con la Russia degenerarono a tal punto da rendere il conflitto armato del 2008 l’unica soluzione possibile?

Giaidz Minassian sintetizza in cinque punti il successo della rivoluzione:

– l’apparato statale comincia a funzionare

– viene riorganizzato l’esercito

– la volontà popolare viene rispettata per la prima volta

– si pone fine all’ annosa questione Adjara

– vengono normalizzate le relazioni tra Armenia e Georgia.

Sebbene effettivamente la nuova presidenza Saakashvili fosse il risultato della volontà popolare espressa nel novembre 2003, bisogna riconoscere che non vi sarà un radicale cambiamento nella politica interna per quanto riguarda i parametri “democratici”: analizzando gli anni 1999 e 2006 si riscontra un minimo miglioramento della voce “società civile”, mentre si è verificato un peggioramento sotto le voci “processo elettorale”, “indipendenza dei media”, “indipendenza del sistema giudiziario” e “ tasso di corruzione”.

Nessuno dei miglioramenti promessi per trasformare lo stato in una vera e propria democrazia troverà un riscontro pratico: nel 2005 la Georgia sarebbe stata 130° su 157 paesi nell’indice di corruzione, al pari della Cambogia.

L’idea stessa di “democraticità” era sufficiente per ottenere le simpatie dell’Occidente e poter perseguire la propria politica interna. Stando a quanto affermato una volta dal premio nobel Solzenicyn “La Georgia è un impero nano”, un impero in miniatura; la presidenza Saakashvili riportò in auge il concetto di stato forte che sarebbe stato, come lo era stato per Gamsakhurdia, uno dei cavalli di battaglia del nuovo leader. L’aumento delle riserve statali, dovuto ai progetti già avviati e ai nuovi investimenti statunitensi, consentirono di destinare alla difesa 300 milioni di lari, ovvero dieci volte la cifra stanziata dall’ultimo governo Shevardnadze.

Un ammodernamento dell’esercito risultava infatti fondamentale per evidenziare la forza del nuovo stato georgiano per due motivi: dal punto di vista interno, avrebbe reso possibile la riconquista dei territori persi e, dal punto di vista internazionale, avrebbe invece consentito alla Georgia di poter rientrare nei parametri stabiliti dalla NATO.

Marco Antollovich

Seguirà I primi anni di mandato

Il post precedente è al link Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/15 – La questione energetica, il ruolo del Caucaso

Il logo del movimento Kmara è di Wikipedia

Le nuove direttive della politica energetica: shale gas e crisi ucraina allontanano la Russia dal mercato europeo? 3.Conclusioni

By Marco Antollovich

Come sta cambiando lo scacchiere energetico mondiale e quali le conseguenze della rivoluzione dello shale gas e della crisi ucraina per i mercati europei?

Analisi in tre puntate. Si conclude oggi, con le conclusioni dell’autore, la pubblicazione su Paola Casoli il Blog dell’ultimo lavoro di Marco Antollovich sulle nuove direttive della politica energetica nello scacchiere internazionale.

#shalegas #LNG #Cina #Giappone #Russia

Conclusioni: La virata a Oriente

L’inasprimento della crisi ucraina e una politica europea e statunitense marcatamente ostili a Mosca hanno spinto la Russia ad aumentare le esportazioni di idrocarburi verso paesi non ancora autosufficienti dal punto di vista energetico: Cina, Corea e Giappone.

Dopo l’incidente di Fukushima la dipendenza giapponese da LNG è aumentata drasticamente, il che ha spinto Tokio a incentivare una serie di joint-ventures russo-giapponesi volte a favorire la produzione di Liquefied Natural Gas russo (Progetti Sakhalin I e Sakhalin II).

Tuttavia, dei tre paesi asiatici, Pechino risulta essere l’attore di maggior peso nell’area, considerando il recente sorpasso a “danno” degli Stati Uniti come primo importatore netto di petrolio e altri combustibili liquidi al mondo (Energy Information Agency, 2014).  Con i consumi in piena crescita, la produzione interna di greggio in calo (i due enormi giacimenti di Daqing e Shengli risultano infatti in uno stadio ormai maturo, poiché attivi sin dai primi anni ’60) e l’impossibilità materiale di sfruttare le riserve di shale gas nel breve periodo hanno spinto la Cina direttamente tra le braccia di Mosca.

La stipula di quello che viene definito come l’”Accordo del Secolo” tra Russia e Cina sembra in realtà una mossa abbastanza ovvia, considerando il fatto che il più grande esportatore di gas naturale e il più grande importatore mondiale di idrocarburi hanno una frontiera comune di 4.245 chilometri. Tuttavia, sebbene la costruzione di un gasdotto sino-russo fosse prevedibile, ciò che risultava meno scontato era la tempistica, il timing.

Un accordo da 400 miliardi di dollari (considerando che il prezzo del gas russo per la Cina dovrebbe essere di circa 350 dollari per 1.000 metri cubi) difficilmente viene ignorato, ma diventa sintomatico di una virata di interessi verso i mercati asiatici se avviene alla vigilia della dichiarazione delle sanzioni ai danni della Russia.

La costruzione del gasdotto “Potere della Siberia” (Сила Сибири – Sila Sibiri in russo o Yakutia–Khabarovsk–Vladivostok pipeline) avrà ripercussioni certamente positive sia per il mercato russo che per quello cinese nel lungo periodo, il tutto senza privare Mosca della possibilità di esportare gas in Europa.

In Russia, la maggior parte degli idrocarburi destinati all’Europa provengono dalle regioni “storiche”, ovvero la Siberia Occidentale, il bacino del Volga – Urali e il bacino settentrionale di Timan – Pechora, mentre per quelli destinati alla Cina proviene invece quasi interamente  dai nuovi bacini della Siberia Orientale, troppo distanti dall’Europa per compensare i costi di trasporto in base al prezzo corrente del gas.

Tale divisione dei bacini di approvvigionamento implica il fatto che Mosca non stia rinunciando al redditizio mercato europeo, bensì che stia cercando nuovi mercati nel caso in cui le sanzioni occidentali portassero a una riduzione del volume di esportazioni russe.

Considerando che l’Europa acquista circa 160 miliardi di metri cubi di gas all’anno dalla Russia e che, una volta terminato il gasdotto sino-russo, Mosca dovrebbe fornire alla Cina fino a 68 miliardi di metri cubi di gas annui, è difficile negare la vittoria russa sullo scacchiere energetico mondiale. Se l’Europa decidesse infatti di ridurre drasticamente le importazioni di gas dalla Russia nel breve periodo, si troverebbe priva di potenziali fornitori alternativi, mentre Mosca, grazie all’ accordo con Pechino, è stata in grado di assicurarsi un compratore che da solo andrebbe a coprire quasi metà delle mancate esportazioni verso il Vecchio Continente.

Marco Antollovich

I due post precedenti sono ai link:

Le nuove direttive della politica energetica:  shale gas e crisi ucraina allontanano la Russia dal mercato europeo? 1.USA, Europa e Russia (19 agosto 2014)

Le nuove direttive della politica energetica:  shale gas e crisi ucraina allontanano la Russia dal mercato europeo? 2.South Stream o vie alternative (20 agosto 2014)

Dello stesso autore:

Transnistria e Ucraina: i dati che nessuno sembra vedere. E quella telefonata scurrile della Tymoshenko (26 marzo 2014)

Transnistria: un conflitto congelato da vent’anni nell’interesse delle grandi potenze e delle élite russe e ucraine (18 marzo 2014)

La pubblicazione in corso della tesi: Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente

Foto: presstv.ir

Le nuove direttive della politica energetica: shale gas e crisi ucraina allontanano la Russia dal mercato europeo? 2.South Stream o vie alternative

By Marco Antollovich

Come sta cambiando lo scacchiere energetico mondiale e quali le conseguenze della rivoluzione dello shale gas e della crisi ucraina per i mercati europei?

Analisi in tre puntate. Ieri, oggi e domani, in tre post su Paola Casoli il Blog, l’ultimo lavoro di Marco Antollovich sulle nuove direttive della politica energetica nello scacchiere internazionale.

#shalegas #SouthStream #TANAP #TAP #LNG #Ukraine #Anatolia

South Stream o vie alternative?

La minaccia di un isolamento energetico ha spinto l’Europa ad adottare due comportamenti diametralmente opposti: continuare con il progetto South Stream, o cercare vie alternative alle esportazioni di gas russo.

Nonostante l’opposizione statunitense e le minacce della Commissione Europea, pare che i paesi coinvolti nella costruzione del gasdotto (Russia, Bulgaria, Serbia, Ungheria, Slovenia, Croazia e Austria) siano comunque inclini a realizzare il progetto, nonostante la Bulgaria sia stata costretta a sospendere momentaneamente i lavori su pressione di Bruxelles nel giugno 2014.

Il South Stream (Южный Поток o Južnyi Potok in russo, o Flusso Meridionale in italiano) rappresenta infatti una fonte di approvvigionamento energetico sicura, poiché in grado di bypassare interamente il territorio ucraino ed evitare che un inasprimento della crisi tra Mosca e Kiev possa avere ripercussioni sui mercati europei.

I costi del progetto inoltre potrebbero risultare più contenuti in seguito alla de facto acquisizione della Crimea da parte russa e, con essa, delle acque territoriali un tempo ucraine. Tale modifica territoriale comporta un doppio vantaggio per la Russia poiché, in seguito al passaggio della penisola sotto il controllo di Mosca, il tratto di gasdotto sottomarino che attraversa il Mar Nero passa ora più vicino alla costa in acque territoriali russe, il che implica sia un abbassamento dei costi di produzione, sia l’esclusione della Turchia dal progetto, riducendo così i costi di transito del gas.

Un collegamento diretto tra la Russia e l’Europa Centrale attraverso i Balcani avrebbe considerevoli ripercussioni  sia da un punto di vista sia economico che geopolitico e la frattura che si sta creando tra sostenitori e oppositori è sintomatica: se da una parte Bruxelles pare particolarmente incline ad assecondare le velleità statunitensi a ridurre il peso di Mosca, dall’atro lato i paesi diretti beneficiari e le grandi compagnie energetiche partner (l’italiana Eni con il 20%, la  francese Edf con il 15% e la tedesca Wintershall, controllata di Basf, con il 15%) continuano a sostenere la costruzione del South Stream anche (e forse soprattutto) in seguito alla crisi ucraina.

Indicativo il voltafaccia dell’austriaca OMV, un tempo grande sostenitrice dell’ormai abbandonato progetto Nabucco, e ora partner fidato russo nella realizzazione dello Južnyi Poto, da quando il punto di arrivo del gasdotto è stato spostato da Tarvisio a Baumgarten, trasformando potenzialmente l’Austria in uno dei principali hub energetici dell’Europa Centrale.

Nel caso in cui le pressioni di Bruxelles risultassero efficaci e riuscissero a spingere i paesi favorevoli alla costruzione del South Stream ad allentare i legami con Mosca, si aprirebbero allora diverse possibilità per ridurre il peso russo sui mercati europei.

Tuttavia, bisogna considerare che si tratta di progetti di medio-lungo periodo e che l’Europa non può, ora come ora, trovare un sostituto valido agli approvvigionamenti russi. Oltre al potenziale energetico statunitense, le due aree di maggior interesse per l’ Europa sono il Nordafrica e gli stati costieri del Mar Caspio.

Data la riduzione della produzione libica in seguito alla caduta del regime di Gheddafi e l’instabilità interna che caratterizza l’Egitto degli ultimi anni  (il cui gas viene venduto soltanto a Israele e Giordania per il momento), l’Algeria sembra essere l’unico partner affidabile, fingendo di dimenticare la crisi degli ostaggi del 16 gennaio 2013. Nonostante la produzione algerina sia in declino dal 2005, si spera che la progressiva privatizzazione del settore energetico sommata all’autorizzazzione allo sfruttamento dei giacimenti di shale gas del marzo 2013 possa aumentare le esportazioni in Europa, sia tramite LNG, sia tramite il gasdotto algerino-spagnolo già in funzione.

Nonostante la mancanza di competitività del progetto Nabucco, lo scenario causasico-centro asiatico non manca di attrattività per il mercato europeo. La costruzione delle pipeline Baku-Tbilisi-Supsa, Baku-Tbilisi-Cheyan e Baku-Tbilisi-Ezerum hanno fornito un prima prima base per la costruzione di un complesso sistema in grado di fornire un approvvigionamento costante grazie allo sfruttamento del bacino gasiero dello Shah Deniz, in Azerbaigian. Tutte le compagnie occidentali del consorzio (BP, LUKoil, SOCAR, Eni, TPAO), escluse dunque LUKoil e l’iraniana NIOC (che possiede solo quote passive a causa delle sanzioni statunitensi a danni dell’Iran), hanno favorito l’esportazione del gas azero verso l’Europa attraverso la costruzioni di progetti minori volti a migliorare la resa delle tre pipeline già esistenti.

Tra questi la TANAP (Trans Anatolian Gas Pipeline), la cui costruzione è stata avviata nel 2014, dovrebbe trasportare il gas azero lungo tutto il territorio turco per poi dividersi in due rami, uno diretto in Bulgaria e uno diretto in Grecia e qui congiungersi a un secondo progetto, la TAP (Trans Adriatic Pipeline). La realizzazione del gasdotto che, partendo da Salonicco, attraversa l’Albania e il Mar Ionio per raggiungere le coste della Puglia è prevista nel 2018 e consentirebbe al gas azero di congiungersi alle già esistenti infrastrutture italiane per raggiungere il nord Europa Centrale.

Il problema maggiore, tuttavia, sta alla base: Baku da sola non può rifornire l’intero mercato europeo e le risorse azere potrebbero non essere sufficienti in una prospettiva di lungo periodo.  Per aumentare la capacità e la durata nel tempo delle pipeline che riforniscono l’Europa di gas azero sono due: la prima prevede l’utilizzo di gas iraniano nel caso in cui vi fosse un ammorbidimento delle sanzioni da parte europea e statunitense nei confronti di Teheran, cosa non del tutto inverosimile in seguito alle elezioni del presidente Rouhani e alla crisi irachena.

La seconda invece, posto che si voglia evitare il passaggio di idrocarburi centroasiatici attraverso Russia e Iran, porterebbe alla costruzione di una pipeline trans-caspica, così da congiungere i giacimenti gasieri kazaki, ma soprattutto turkmeni, al terminale azero di Sangachal.

Il progetto sembra tuttavia stridere con le nuove direttive delle politiche energetiche di Mosca, Astana e Asgabat, orientate verso un immenso mercato cinese in piena espansione.

Marco Antollovich

Seguiranno domani le Conclusioni

Foto: Limes

Le nuove direttive della politica energetica: shale gas e crisi ucraina allontanano la Russia dal mercato europeo? 1.USA, Europa e Russia

By Marco Antollovich

Come sta cambiando lo scacchiere energetico mondiale e quali le conseguenze della rivoluzione dello shale gas e della crisi ucraina per i mercati europei?

Analisi in tre puntate. Oggi, domani e dopodomani, in tre post su Paola Casoli il Blog, l’ultimo lavoro di Marco Antollovich sulle nuove direttive della politica energetica nello scacchiere internazionale.

#shalegas #fracking #gas

Per cercare di fornire un’analisi completa del quadro odierno è necessario analizzare il cambio di rotta nella politica energetica statunitense e cosa implichi la fantomatica indipendenza energetica di Washington.

In secondo luogo, bisogna comprendere quali siano le ripercussioni della crisi ucraina e dell’instabilità dei mercati mediorientali in Europa e, infine, analizzare la nuova politica russa nei confronti dell’Estremo Oriente.

La shale gas revolution negli Stati Uniti

Lo Shale gas, una delle cosiddette “risorse gasiere non convenzionali” (Shale Gas, Tight Gas e Coalbed Methane tre le più importanti),  rappresenta per gli Stati Uniti una risorsa di inestimabile valore. Sebbene gli Stati Uniti si posizionino soltanto al quarto posto per riserve di scisto comprovate (dopo Cina, Argentina e Algeria), essi sono gli unici ad aver tratto, finora, un reale beneficio a livello di mercato dallo sfruttamento di tale gas.

L’estrazione di Shale gas richiede infatti una notevole esperienza tecnica, requisito mancante alle grandi compagnie energetiche cinesi per esempio, oltre che un terreno favorevole da un punto di vista geologico, non eccessivamente duro e in territorio non montagnoso, e con giacimenti non in profondità (i giacimenti statunitensi si trovano tra poche centinaia di metri e i 3.000 metri, mentre quelli cinesi tra i 3.000 e gli 8.000 metri di profondità). Le compagnie statunitensi sembrano essere ora in grado di arginare quasi totalmente i danni derivanti dal fracking (micro-esplosioni settoriali all’interno del giacimento) e dall’immissione di agenti chimici, sabbie e acqua necessarie ad aumentare la pressione all’interno del pozzo e favorire la fuoriuscita del gas, altrimenti non spontanea.

Una volta ammortizzato l’investimento iniziale di capitale impiegato per l’acquisizione del know how necessario e sufficiente a contenere i danni ambientali e aumentare  il tasso di recuperabilità del giacimento, l’estrazione di shale gas risulta complessivamente meno dispendiosa rispetto all’estrazione di gas convenzionale.

Considerando che la percentuale di shale gas estratto negli Stati Uniti ammontava soltanto all’1% nel 2000 e ben al 20% nel 2010, l’Energy Information Administration stima che nel 2035 la produzione di gas di scisto possa raggiungere il 48%. Un tale aumento della produzione potrebbe portare Washington all’ autosufficienza energetica già nel 2020 secondo la dichiarazione rilasciata da Edward L. Morse, amministratore delegato e direttore generale dei servizi di Citi e confermata da Michael Levi, alto consigliere per l’Energia e l’Ambiente al Comitato delle Relazioni Internazionali statunitense. Un ulteriore aumento della produzione potrebbe dunque trasformare gli Stati Uniti da un importatore a un esportatore netto di gas, il che implicherebbe l’apertura di nuovi mercati, compreso quello europeo. Considerando che ora il prezzo del gas negli Stati Uniti è di 4$/MMBTU rispetto ai 10$/MMBTU in Europa e ai 15$/MMBTU in Giappone, se nel lungo periodo la domanda rimane costante e il prezzo del gas non subisce variazioni eccessive negli Stati Uniti, diventa ipotizzabile il trasporto via mare tramite cisterne verso l’Europa, come avviene per l’LNG (Liquefied Natural Gas) qatariano, australiano, malese e indonesiano.

L’Europa e la dipendenza dalla Russia

È necessario analizzare ora quali siano le ripercussioni della shale gas revolution per il mercato europeo e quale la reazione da un punto di vista interno.

La possibilità che una seconda rivoluzione del gas di scisto possa avvenire nel Vecchio Continente risulta estremamente remota. Le riserve europee, non solo risultano inferiori a quelle statunitensi, ma anche di più difficile estrazione.

La sensibilità dei governi e le forti critiche da parte di un pubblico spaventato dai possibili danni ambientali ha portato inoltre nel 2013 alla ratifica di moratorie da parte di Francia, Lussemburgo, Olanda, Repubblica Ceca e Bulgaria contro l’esplorazione e la produzione di gas di scisto in territorio nazionale. Numerose critiche sono state sollevate in Inghilterra, Romania e Germania.

Nel 2012 Il Parlamento Europeo ha stabilito che il potere decisionale riguardo la possibilità di permettere o meno attività di esplorazione e produzione di gas di scisto venga demandato al singolo stato membro e non al Parlamento Europeo, autorizzando i paesi dell’ Europa centrale a dare il via alla fase di esplorazione.

Un report della Commissione Europea del 2012 afferma tuttavia che “la produzione di shale gas non renderebbe comunque l’Europa autosufficiente per quanto concerne la produzione di gas naturale. Nel migliore dei casi, la riduzione della produzione di gas convenzionale può essere sostituita mantenendo un livello di dipendenza dalle importazioni al 60%.”

Secondo i dati forniti dall’ IEA (International Energy Agency, 2014), l’Europa importa il 70% del greggio, il 50% di gas naturale e il 44% del carbone necessario al fabbisogno energetico interno e, secondo rilevazioni della stessa agenzia, si prevede un aumento della dipendenza da importazioni di idrocarburi del 20% nei prossimi vent’anni. Tale dipendenza sta spingendo l’Europa a cercare nuovi partner per ridurre la leve che Gazprom, il colosso energetico russo, può esercitare sulla politica di sicurezza energetica dettata da Bruxelles.

Riferendoci ai dati forniti dallo U.S. Congressional Research Service (CRS) per l’Europa, i due maggiori esportatori di gas sui mercati europei sono Oslo (35%) e Mosca (34%), seguiti al terzo posto dall’Algeria.

Considerando ora che si prevede un lento declino della produzione norvegese a partire da 2015, ci si interroga su quali possano essere le vie di approvvigionamento alternative a quella russa. La crisi Ucraina del post – Maidan e il profilarsi di un potenziale conflitto congelato dei territori della Novorossija (Новоро́ссия in russo) minacciano pesanti ripercussioni sulla sicurezza energetica europea.

È necessario analizzare ora quali siano effettivamente le ripercussioni della crisi ucraina sul vecchio continente: i rifornimenti russi infatti raggiungono il territorio europeo esclusivamente via pipeline, così come quelli norvegesi, mentre il restante 25% di gas viene trasportato via nave sottoforma di LGN dai partner algerini, egiziani e qatariani.  Esistono 13 gasdotti che collegano Russia ed Europa escludendo il progetto South Stream: 3 di questi raggiungono la Finlandia, l’Estonia e la Lettonia, 4 passano attraverso Bielorussia, Polonia e Lituania, 5 attraverso l’Ucraina e l’ultimo, il Nord Stream, una sorta di corsia preferenziale volta a coronare l’idillio russo-tedesco, collega direttamente il terminale di Vyborg, non distante da San Pietroburgo, alla città di Greifswald, in Germania.

Pertanto, un inasprimento delle crisi ucraina potrebbe portare alla chiusura dei rubinetti da parte russa (come già avvenuto nel 2009) e questo implicherebbe una mancanza di approvvigionamento per metà Europa, considerando che le due pipeline con maggiore portata, Bratzvo (Fratellanza) e Soyuz (Unione) passano entrambe in territorio ucraino, per poi attraversare la Slovacchia e rifornire l’Europa orientale, mentre una terza pipeline rifornisce i Balcani e la Turchia.

Marco Antollovich

Seguirà domani South Stream o vie alternative?

Mappe: Economist, Geograficamente

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/15 – La questione energetica. Il ruolo del Caucaso

By Marco Antollovich

Cap 2: Pedina di un nuovo grande gioco. La questione energetica – Il ruolo del Caucaso

Il ruolo del Caucaso

Come nei secoli passati, il Caucaso continua a rivestire un ruolo geostrategico fondamentale nella nuova corsa all’oro. Sebbene caratterizzata da una perenne e profonda instabilità, le cancellerie europee e statunitensi hanno identificato proprio in quella fascia tra il Mar Caspio e il Mar Nero la testa di ponte verso l’Asia Centrale.

Non bisogna dimenticare che l’embargo che grava sull’Iran lo rende una pedina esterna al nuovo grande gioco energetico; la Russia invece, come già detto precedentemente, controlla già la stragrande maggioranza delle pipeline esistenti in Asia centrale. Si deve inoltre aggiungere che i fermenti indipendentisti di alcune repubbliche russe come la Cecenia costituiscono un problema analogo a quello caucasico.

Il Dagestan e la Cecenia costituivano infatti un passaggio obbligato non solo per i gasdotti e gli oleodotti russi che partono dalle coste del Mar Caspio, ma anche la sola opzione per il trasporto degli idrocarburi azeri, prima che l’Occidente offrisse una via alternativa.

Considerando l’annosa questione del Nagorno Karabakh, un oleodotto che raggiungesse la Turchia via Armenia risultava impossibile da attuare: l’unica soluzione, pertanto, era rappresentata dalla Georgia. Durante la presidenza Shevardnadze il mondo aveva potuto assistere ad un rapido avvicinamento georgiano all’Occidente. Con Saakashvili la Georgia si sarebbe sentita, de facto, parte dell’Occidente, sancendo il definitivo distacco dalla Russia.

Gli investimenti occidentali e il processo di democratizzazione interno avevano reso Tbilisi un partner economico e politico fidato, in grado di attirare capitali esteri sempre maggiori. Le repubbliche secessioniste di Abkhasia e Ossezia del Sud, sebbene ledessero l’integrità territoriale georgiana e creassero notevoli problemi nella politica interna del paese, non costituivano un problema poiché periferiche e complessivamente lontane dal percorso delle future pipeline.

Il primo passo verso la realizzazione di una pipeline al di fuori del territorio russo fu la costruzione di un oleodotto, il Baku – Supsa che, partendo dalla capitale azera, trasportava il petrolio dai giacimenti di Chirag e Guneshi fino al porto georgiano di Supsa sul Mar Nero. La realizzazione di questo progetto fu resa possibile grazie ai fondi del consorzio AIOC. Non bisogna dimenticare la rilevante presenza occidentale nel consorzio che raggiungeva il 60% di quote azionistiche, sommando il 45% delle compagnie americane al 17,12%detenuto dalla BP.

Una quota non trascurabile del 6,75% era stata assegnata inoltre alla TPAO turca, rendendo la partecipazione della Lukoil ( 10%), complessivamente di poco peso.

La partecipazione turca al nuovo grande gioco non si sarebbe limitata alle quote azionistiche dell’AIOC. Grazie ai legami con Georgia e Azerbaigian avrebbe potuto rappresentare un vero e proprio trait-d’union tra il Caucaso e l’Europa.

La creazione di un’asse orizzontale avrebbe reso la Turchia un valido partner economico a livello regionale; il fatto che Istanbul fosse inoltre un membro di non poco peso all’interno dell’Alleanza Atlantica rendeva i risvolti di una cooperazione turco-caucasica maggiormente rilevanti più da un punto di vista politico che economico.

La Turchia si è progressivamente avvicinata molto alla Georgia, corridoio di transito indispensabile per gli idrocarburi del Caspio verso l’Occidente, nell’ottica di evitare Russia e Iran. Istanbul diventerà il primo partner commerciale georgiano nel 2008 e azero nel 2010. La relazione preferenziale con le due Repubbliche Caucasiche ebbe inizio quando, forte dell’appoggio dell’amministrazione Clinton, venne formulato per la prima volta un progetto volto a collegare Baku ad un porto turco, Cheyan, con la finalità di esportare gli idrocarburi del Caspio in Europa.

La realizzazione della pipeline Baku-Tbilisi-Cheyan avrebbe costituito una svolta per le politiche energetiche europee e statunitensi, un successo “per aumentare e diversificare l’offerta energetica mondiale […] la conquista più importante nella politica estera americana del 1999” (J. Zarifian, Les Etats-Unis au Sud Caucase Post-Sovietique, pag. 182).

Il progetto costituiva una vittoria per l’amministrazione Clinton, poiché l’oleodotto avrebbe attraversato soltanto paesi alleati statunitensi, by-passando Armenia, Russia e Iran, ma la realizzazione di questo progetto faraonico risultava tutto fuorché facile da concretizzare: la costruzione della pipeline, terminata nel 2005 e lunga 1.764 km, sarebbe costata gli investitori 3,9 miliardi di dollari. Il pagamento di una cifra tale fu possibile solo grazie ai finanziamenti delle compagnie petrolifere occidentali, de facto padrone dell’oleodotto: più del 30% delle quote apparteneva infatti alla BP, 8,71% alla Staoil norvegese, l’ 8,4% alla Chevron, il 2,5% alla ConocoPhilips e il 2,36% alla Hess, tutte e tre americane.

Le restanti quote spettavano a Italia, Francia, Turchia, Giappone e il 25% alla SOCAR azera (Rispettivamente: Eni 5%, Total 5%, TPAO 6,5%, Impex 2,5%) Sebbene la Georgia non possedesse quote azionistiche e quindi non potesse beneficiare dei dividendi da queste derivanti, si può affermare con certezza che la costruzione del BTC abbia avuto e continui ad avere un impatto positivo sull’economia georgiana, come giustamente analizza l’economista georgiano Vladimir Papava. Lo statista di Tbilisi afferma infatti che si poté assistere a un miglioramento sia a livello micro economico che macro economico. Più precisamente, quattro erano gli obiettivi specifici che la Georgia avrebbe voluto raggiungere grazie al piano di investimenti internazionale:

1. aumento delle entrate e conseguente miglioramento delle capacità economiche del paese;

2. miglioramento del settore agricolo;

3. rilancio della qualità della vita attraverso una modernizzazione delle infrastrutture;

4. aumento dell’ autonomia delle comunità nei programmi di sviluppo sociale.

Per quanto concerne l’aspetto prettamente interno, le tasse di transito derivanti dal passaggio del petrolio azero in territorio georgiano garantivano a Tbilisi un’entrata di 1,86 dollari per tonnellata. La cifra, che potrebbe sembrare irrisoria di primo acchito, ammontava ad un complessivo annuale di 62,5 milioni di dollari all’anno, per un totale di 2,5 miliardi di dollari dilazionato in 40 anni (George Eradze, Mark Hudson, David Jinjolia, et al., “Economic Trends”, Georgian Economic Trends).

L’investimento diretto da parte statunitense, che ebbe inizio a partire dalla prima fase di costruzione dell’oleodotto, ammontò a 514.670 milioni di dollari soltanto in Georgia, creando inoltre 2.750 nuovi posti di lavoro; il tasso di disoccupazione registrò un drastico calo del 33,3%, mentre il Prodotto Interno Lordo aumentò del 6,6%.

Le entrate ottenute grazie al BTC consentirono allo stato georgiano di investire il nuovo patrimonio nella costruzione di infrastrutture, nell’educazione e nel sistema sanitario.

La realizzazione della pipeline ebbe inoltre profonde ripercussioni sul sistema di alleanze che andava formandosi nell’area: Georgia e Azerbaigian si dimostrarono partner fidati e alleati preziosi sia per gli Stati Uniti che per la Turchia. (altro…)

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/14 – La questione energetica

By Marco Antollovich

Cap 2: La questione energetica

L’Azerbaigian: una nuova speranza

L’esistenza di giacimenti petroliferi nel bacino del Mar Caspio è nota ormai da secoli. La fuoriuscita spontanea di gas veniva considerata di natura divina. Alexandre Dumas, durante il suo viaggio nel Caucaso, descriveva l’esistenza di veri e propritempli, gli Atashgah, nei quali il gas fuoriusciva e ardeva per combustione spontanea,divenendo fenomeno di culto per gli zoroastriani.

Fu solo nel 1873 che i fratellisvedesi Alfred e Robert Nobel pensarono di sfruttare i giacimenti naturali di Baku,allora nell’Impero Russo, per dar vita a un commercio fiorente con l’Europa. Da allora, le risorse del Mar Caspio avrebbero suscitato un notevole interesse e avrebbero reso il Caucaso un’area di importanza strategica non trascurabile.

Al crollo dell’Unione Sovietica non esistevano gasdotti né oleodotti che potessero approvvigionare i mercati occidentali senza passare attraverso il territorio russo: le repubbliche di Azerbaigian, Kazakhstan e Turkmenistan erano infatti costrette a servirsi delle pipeline già esistenti per rifornire il mercato europeo.

Poiché la costruzione di “vie alternative” sarebbe risultata troppo costosa e politicamente pericolosa per i paesi della CSI, nei primi anni ’90, la Federazione Russa poté sfruttare la dipendenza delle neonate repubbliche per renderle sempre più indissolubilmente legate a sé da un punto di vista economico.

Fu questa politica di asservimento forzato che portò il presidente azero Heydar Aliyev a cercare nell’occidente un partner commerciale che potesse spezzare il legame con Mosca. Solo le grandi compagnie petrolifere americane e inglesi avrebbero infatti potuto fornire agli azeri il know-how e il capitale sufficiente per sfruttare i vasti giacimenti di idrocarburi del Caspio; in tal modo l’Azerbaigian sarebbe potuto diventare un fornitore in concorrenza con Mosca e non un suo dipendente.

E’ necessario tuttavia chiarire da subito che le risorse azere sono state sovrastimate per decenni: quella che si credeva fosse una vera e propria miniera d’oro nero, in realtà, non è che un piccolo attore: le risorse di petrolio azere costituiscono soltanto lo 0,4% del totale, mentre quelle di gas raggiungono lo 0,6% (fonte BP Statistical Review of World Energy, giugno 2012, pag 6; pag 20). Mettendo piede per la prima volta in Azerbaigian dopo il 1917, le industrie petrolifere occidentali intravedevano la possibilità di raggiungere, in un futuro, anche i mercati turkmeno e kazaco, di gran lunga più redditizi rispetto a quello azero.

Il 20 settembre del 1994 venne fondato l’AIOC (Azerbaigian International Oil Corporation), un consorzio internazionale dove Inglesi e Americani diventavano i maggiori azionisti, lasciando i Russi quasi completamente esclusi dal nuovo “bolsh’aya igra” azero (Bolsc’aya Igra, большая игра, non è altro che il corrispettivo russo di “Grande Gioco”).

Una via alternativa: l’isolamento russo

La perdita del controllo di una piccola pedina, quale Baku effettivamente era, da parte della Federazione Russa, avrebbe potuto avere per Mosca conseguenze drammatiche.

Non bisogna dimenticare infatti che le pipeline russe rifornivano monopolisticamente Armenia e Georgia e costituivano la più grande fonte di approvvigionamento di gas per Ucraina, Turchia, Est Europa e soprattutto per l’Unione Europea.

Il rapporto preferenziale che l’Azerbaigian aveva instaurato con l’Occidente sanciva la fine dell’egemonia russa nel mercato degli idrocarburi; il fatto per sé era importante, poiché creava un concorrente nel Caucaso, ma poteva avere conseguenze di gran lunga peggiori.

Il tutto dipendeva dalla disponibilità economica degli investitori occidentali i quali avrebbero dovuto, dopo la nascita dell’ AIOC, stabilire come e in quale quantità trasportare gli idrocarburi azeri nel mercato europeo. In base al successo delle future pipeline nel Caucaso, l’Occidente avrebbe potuto cercare di raggiungere anche la sponda est del Mar Caspio, chiudendo la partita con la Russia sulla “Grande scacchiera”.

Un elemento non trascurabile in questa analisi è rappresentato dal fatto che il 68,8% delle esportazioni russe è costituito dalla vendita di idrocarburi. Più l’Europa cerca di diversificare gli approvvigionamenti coinvolgendo un numero sempre maggiore di attori, più la Russia perde peso dal punto di vista internazionale.

Come già detto, le pipeline russe trasportano sì gas e petrolio prettamente russi, ma rappresentano l’unico mezzo attraverso il quale Kazakhstan e Turkmenistan possono raggiungere l’Europa. Queste due repubbliche dispongono di risorse energetiche sufficienti per mettere in discussione l’egemonia russa nell’Asia Centrale.

Secondo una stima pubblicata sulla BP Statistical Review sull’energia, le riserve petrolifere kazache rappresenterebbero ben l’1,8% del totale mondiale, e l’1% per quanto concerne il gas. Le riserve di gas Turkmene rappresenterebbero invece il 12% del totale, rendendo la repubblica il quarto produttore di gas mondiale.

Un dato che sarebbe opportuno tenere in considerazione è che, “anche calcolato con i prezzi degli anni ’90, la stima complessiva delle riserve di petrolio e gas [nel Mar Caspio] è approssimativamente di 5 mila miliardi di dollari”, il che rende il bacino del Caspio il secondo più ricco al mondo (Alice J. Barnes and Nicholas S. Briggs, The Caspian Oil Reserves, Edge, Inverno 2003, pag 13).

Considerando le immense riserve presenti nell’area, il vuoto lasciato dal crollo dell’Unione Sovietica poteva permettere alle nuove Repubbliche Centro-Asiatiche di creare legami più saldi con nuovi partner economici.

Dall’inizio degli anni ’90 ebbe pertanto inizio una vera e propria “politica delle pipeline”, in base alla quale la costruzione di nuovi oleodotti o gasdotti avrebbe plasmato le nuove direttive delle politiche estere delle neonate repubbliche.

E’ opportuno sottolineare che i cinque maggiori consumatori mondiali di idrocarburi sono Stati Uniti, Unione Europea, Cina, Giappone e India. Considerando che i suddetti stati possiedono soltanto il 3,1% delle riserve petrolifere del pianeta e l’8,4%115 di quelle di gas, è chiaro che la politica energetica sia il fulcro delle relazioni internazionali, sia politiche che economiche, di queste potenze mondiali.

La costruzione di pipeline che riforniscano direttamente i mercati cinesi sfruttando le risorse kazache e turkmene potrebbe lenire la dipendenza di Pechino dalle politiche russe. Allo stesso modo la costruzione di gasdotti e oleodotti che rifornissero i mercati europei, passando attraverso il Caucaso indipendente e la Turchia, costituirebbero una grave minaccia per la politica energetica condotta da Mosca.

La sfida per la costruzione di nuove pipeline avrebbe dunque avuto come obiettivo principale far sì che esse passassero al di fuori della Federazione Russa per tutte le cancellerie occidentali e all’interno, ovviamente, per Mosca.

Ragionando in termini economici, basti pensare che la costruzione della MEP (Main Export Pipeline) fortemente voluta dalla Russia, avrebbe potuto garantirle 5,5 miliardi di dollari di dividendi, 18,4 miliardi di tasse annuali e 900$ milioni di introiti derivati dal passaggio territoriale.

Considerando lo spessore dei potenziali introiti, il controllo delle pivotal areas sarebbe risultato fondamentale dopo la caduta del gigante sovietico.

Marco Antollovich

Seguirà Il ruolo del Caucaso

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Foto: IspiOnline

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/13

By Marco Antollovich

Cap 2: Gli Stati Uniti in Georgia.Una democrazia di comodo

L’occidentalizzazione della Georgia doveva tuttavia avere una base ideologica: la democrazia. Si tratta però di un espediente che molti autori trovano semplicemente funzionale alla politica di espansionismo statunitense e di allargamento della NATO.

Un caloroso discorso di George W. Bush spiegava infatti che: “Dalla Rivoluzione delle Rose nel 2003, il popolo georgiano ha tenuto delle libere elezioni, ha spianato la strada ad una crescita economica e ha costruito le fondamenta per una democrazia prospera”.

Il fatto che uno studio di Reporter Senza Frontiere abbia constatato un peggioramento nella libertà di stampa, facendo slittare la Georgia dal 73° al 93° posto dal 2003 al 2005 e che l’opposizione abbia accusato Saakashvili di clientelarismo, corruzione e autoritarismo è stato a lungo trascurato dalle cancellerie occidentali.

Anche la definizione stessa di “elezioni libere” sembrava stridere con gli avvenimenti reali: il filo-occidentale e democratico Saakhasvili, sebbene fosse stato eletto con una maggioranza quasi bulgara di voti nel 2003 (97,4) anche se in realtà nel 2003 Saakashvili era l’ uomo del momento, un leader carismatico, la figura chiave della “Rivoluzione delle Rose”; mancava in Georgia una vera opposizione, nè un possibile rivale per il futuro presidente, alle presidenziali del 2008 aveva vinto sì alla prima tornata elettorale, ma con un 53,47% di voti, accompagnato da accuse di brogli da molti osservatori internazionali.

Ciò che contava per l’Occidente erano altri avvenimenti, di minor importanza forse, ma che testimoniavano l’esistenza di una Georgia molto vicina all’Europa e agli Stati Uniti: una delle strade più importanti di Tbilisi era stata nominata George W. Bush Avenue in seguito alla visita del presidente nel 2005 e Saakashvili aveva dato inizio alla costruzione del nuovo palazzo presidenziale costruito da un architetto italiano su modello della Casa Bianca a Washington. Il fatto che fosse costato 12 milioni di lari, circa lo 0,2 % dell’intero budget statale non venne nemmeno menzionato.

Nel 2008 i principali partner commerciali di Tbilisi erano ormai tutte potenze regionali che avevano scavalcato la Russia, diminuendo l’influenza che Mosca aveva avuto sulla Georgia di Shevardnadze: Turchia, Azerbaigian, Ucraina e Germania avevano infatti declassato la Russia al quinto posto.

Come sottolinea Julien Zarafiran nel suo testo “Les Etats-Unis au Sud Caucase postsovietique” “Non si è più davvero sicuri che gli Stati Uniti sostengano qui la “democrazia” che trova difficoltà ad affermarsi appieno in Georgia. Loro sostengono piuttosto uno stato, grazie al quale la promozione della democrazia ha permesso un avvicinamento significativo e che è diventato un alleato”.

La decisione americana di adottare una politica di “soft power” nel Caucaso sarà solo il primo passo verso una politica di “hard power”. Come già analizzato precedentemente, il neonato esercito georgiano non era stato in grado di riaffermare lo status quo pre-1989 nelle regioni secessioniste, né tantomeno sarebbe stato in grado di contrastare un attacco russo, nell’eventualità (non troppo remota) in cui gli attriti tra Mosca e Tbilisi fossero degenerati in un conflitto aperto.

Oltre al sostegno economico in aiuto all’ideale democratico, giunsero in Georgia contributi altrettanto generosi per il rafforzamento della Difesa georgiana.

Cosa cercavano gli USA nell’alleato georgiano?

Un esercito forte avrebbe permesso a Saakashvili di ottenere un maggiore consenso interno, facendo leva sulla possibilità di attaccare le due regioni (ormai dichiaratesi indipendenti) e riportarle sotto il controllo di Tbilisi.

La formazione di battaglioni addestrati dalle truppe americane nella lotta contro il terrorismo internazionale avrebbe potuto ridurre le accuse di incompetenza (rivolte dai Russi) dell’esercito georgiano per quanto concerneva il controllo dei confini nella vallata del Pankisi.

I migliori reparti dell’esercito georgiano sarebbero stati mandati in Iraq e Afghanistan, avvicinando sempre più la Georgia alla  NATO.

Un ammodernamento radicale dell’esercito avrebbe implicato un acquisto massiccio di nuovi armamenti statunitensi, israeliani e, in seguito, ucraini.

La Georgia cominciò a ricevere aiuti americani già dal 1994 attraverso l’“International Military Education Training” volto appunto ad addestrare il neonato esercito georgiano, ricevendo 2,5 milioni di dollari dal 1994 al 2001 solo attraverso questo programma. In totale, nello stesso periodo, i fondi americani stanziati per un miglioramento della difesa georgiana ammontano a più di 40 milioni di dollari.

La crisi successiva alla guerra in Cecenia portò gli Stati Uniti a compiere un ulteriore passo: attraverso il “Train and Equip Program”, dal 2002 al 2004, l’invio di istruttori dell’esercito statunitense in Georgia fu accompagnato dalla vendita di autovetture, camion (circa 150), pezzi di ricambio per aerei da guerra, munizioni, carburante, divise e strumentazione radio.

Ben 150 milioni di dollari vennero stanziati in 12 anni attraverso il “Georgia Border Security and Low Enforcement”, una soluzione-escamotage volta ad addestrare le truppe georgiane senza che ciò potesse formalmente costituire una minaccia per Mosca: il programma infatti mirava a rafforzare il controllo sulle regioni di confine a Nord della Georgia, bloccando l’attività di contrabbando transfrontaliera e dichiarando guerra al terrorismo internazionale. Aumentando i controlli nella vallata del Pankisi, Georgia e Russia appianavano le divergenze d’opinione sulla questione cecena, dal momento che Tbilisi stessa si era impegnata a fronteggiare i ribelli ai confini.

Forte dei contributi ricevuti, la Georgia si impegnò, sia con Shevardnadze che con Saakashvili, a partecipare alle missioni NATO, fornendo un contributo non trascurabile.

Nel 1999 la Repubblica Georgiana prende parte alla missione in Kosovo, mettendo a disposizione circa 150 uomini raggruppati in reggimenti tedeschi e turchi. L’impegno si sarebbe fatto progressivamente maggiore durante la guerra in Iraq: dal 2003 al 2008 sarebbero stati impiegati quasi 4000 soldati georgiani, che avrebbero costituito la terza forza numerica dopo Stati Uniti e Regno Unito.

Durante la missione ISAF in Afghanistan lo spazio aereo georgiano venne aperto alla NATO, causando non pochi attriti con la Russia, e Tbilisi firmò il “Partnership Action Plan on Terrorism”, fornendo un contributo ufficiale alla lotta al terrorismo.

Nel 2012 la Georgia sarà il primo paese non NATO, in quanto a numero di soldati in campo, con ben 1685 uomini.

A fronte degli sforzi militari compiuti in supporto delle forze NATO, nel 2005 la Georgia firmò con la NATO un Piano di Azione Individuale (MAP) nella speranza di essere totalmente integrata come membro della struttura Nord Atlantica.

Nonostante la forte pressione degli Stati Uniti, al summit di Bucarest del 2008 né la Georgia né l’Ucraina riuscirono a ottenere il riconoscimento come membri.

Non bisogna trascurare infatti il ruolo di Francia e Germania sia come potenze NATO sia come partner commerciali della Russia. Una presa di posizione troppo marcata, con l’entrata delle due repubbliche all’interno dell’Alleanza, avrebbe potuto compromettere i rapporti con Mosca.

Il fallimento del Summit di Bucarest avrebbe avuto conseguenze dannose sia per la Georgia, che per gli Stati Uniti: un processo di cooperazione economica e militare durato più di un decennio subiva una brusca battuta d’arresto che rischiava di rovinare le relazioni tra i due stati e di lasciare esposta la Georgia, ormai considerata alleato statunitense,a dure ripercussioni russe.

E’ importante considerare che il cambiamento della politica estera russa con Putin rendeva la Georgia un bersaglio vulnerabile: Saakashvili aveva resistito alle pressioni e alle minacce di Mosca dal giorno del sua nomina a presidente, convinto che gli sforzi fatti sarebbero stati premiati con accesso alla NATO come membro e non come partner. Tale accesso avrebbe permesso alla Georgia un intervento deciso contro le repubbliche di Abcasia e Ossezia meridionale volto a tutelare l’integrità della Nazione.

Forte di una protezione dalla NATO, non avrebbe dovuto temere un attacco da parte russa, protettrice dell’indipendenza delle due repubbliche autonome.

Il fallimento di Bucarest creò una doppia complicazione: il mancato intervento contro le repubbliche abcase e sud ossete avrebbe potuto creare una crisi interna e aumentare il dissenso popolare e, al tempo stesso, un intervento avrebbe potuto portare ad un attacco russo volto a difendere le due repubbliche alleate.

Marco Antollovich

Seguirà La questione energetica. L’Azerbaigian: una nuova speranza

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Foto: George W.Bush è di Wikipedia

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/12

By Marco Antollovich

Cap 2: Gli Stati Uniti in Georgia. Il “soft power” statunitense

Il messaggio della politica statunitense era chiaro: nelle zone in cui risulta impossibile un intervento militare in difesa dei propri alleati e dei propri interessi, l’aiuto economico non deve essere considerato meno efficace.

Il “soft power” risultava uno strumento estremamente potente in tutte le ex-Repubbliche sovietiche, forse più desiderose di benessere economico che di tutela militare in un periodo di pace. La Georgia quindi, il cui obiettivo principale era quello di cercare uno sviluppo economico fuori dall’ombra di Mosca, si sarebbe avvicinata sempre più all’Occidente, diventandone partner, ma anche pedina.

La nuova Repubblica Georgiana post-Rivoluzione delle Rose veniva considerata un baluardo di democrazia e libertà in una regione poco conosciuta dal pubblico occidentale. Forte delle sua democraticità, concreta o presunta che fosse, la Georgia vide aumentare l’interesse degli investitori internazionali: un esempio significativo è rappresentato dal fatto che in un anno (dal 2004 al 2005) gli aiuti statunitensi passarono da 84 milioni a 108 milioni di dollari.

Come testimoniato infatti dal segretario di stato Jones al  Congresso nel marzo del 2004 “le rapide riforme democratiche in Georgia meritavano [corsivo dell’autore] un incremento degli aiuti economici statunitensi”.

L’impegno economico dell’Occidente andò a colpire ogni settore della nuova Georgia. Si giunse persino a pagarne interamente lo stipendio del nuovo parlamento: l’argomentazione addotta a giustificare questo bizzarro intervento nella politica interna era ancora una volta la difesa dell’ideale democratico.

Un ministro georgiano durante l’ultimo governo Shevardnadze riceveva infatti uno stipendio mensile di 200 lari (circa 80 euro); tale cifra, considerata troppo bassa per la carica ricoperta, spingeva i parlamentari ad “arrotondare” le entrate intascando ingenti somme di denaro da “businessman” locali sottoforma di mazzette.

Per garantire gli interessi occidentali e contrastare la dilagante corruzione dei funzionari pubblici, la fondazione del multimilionario George Soros (multimilionario statunitense di origine ungherese; attualmente presidente del Soros Fund Management e dell’Open Society Institute ed è anche ex membro del Consiglio di amministrazione del Council on Foreign Relations. Dopo aver sostenuto il movimento polacco “Solidarnosc” e quello cecoslovacco “Charta 77”, ha finanziato, più recentemente, i movimenti rivoluzionari in Ucraina e in Georgia e dei gruppi di opposizione in Bielorussia) si occupò personalmente di retribuire il nuovo parlamento georgiano in modo adeguato: lo stipendio venne alzato a 2.000 lari (800 euro) più 1.000 dollari al mese.

Come constatato da Peter Gahrton: “Tale cifra era più che sufficiente per vivere ad un “livello ministeriale” in un paese dove lo stipendio mensile di un professore universitario non superava i 100 lari (40 euro)”.

Ormai la Georgia era di fatto un’economia di libero mercato e continuava a stimolare gli investitori stranieri: la repubblica Caucasica passò dal 21° al 15° posto sotto la voce “facilità di fare affari” nel 2009 e poté vantare una crescita degli investimenti diretti stranieri del 492,4% dal 2003 al 2007.

Marco Antollovich

Seguirà Gli Stati Uniti in Georgia.Una democrazia di comodo

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Foto George Soros è di georgesoros.com

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/11

By Marco Antollovich

Capitolo Secondo: Georgia, Pedina Di Un Nuovo Grande Gioco. L’allargamento oltre il Mar Nero: gli Stati Uniti in Georgia.

Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica gli Stati Uniti cominciarono a intravedere nel caos che caratterizzò i primi anni ’90 nel Caucaso e nelle neonate Repubbliche Centro-asiatiche la possibilità di creare un nuovo ordine, rimescolando le carte del “Grande gioco”.

La politica di penetrazione statunitense nell’area fu un processo progressivo e calcolato: partendo dal riconoscimento delle repubbliche indipendenti, si passò a una cooperazione economica, politica e infine militare.

Considerando l’iniziale debolezza russa, impegnata in una ridefinizione della propria politica interna, gli Stati Uniti non ebbero difficoltà a ergersi come salvatori delle traballanti economie caucasiche.

Già sotto la presidenza Bush, nel 1992 vennero firmati la “Joint Declaration Relation” e l’“Agreement on Promotion of Invesments” tra Stati Uniti e Georgia.

Durante l’anno seguente, tuttavia, quando il testimone passò a Bill Clinton, il Caucaso cominciò ad acquistare per Washington un peso sempre maggiore.

Bisogna riconoscere, in parte, che le scelte statunitensi si adattarono complessivamente alle scelte già effettuate da Mosca nei rapporti con le Repubbliche Caucasiche: come già analizzato precedentemente, la Federazione Russa aveva garantito un appoggio maggiore all’Armenia durante il conflitto con il vicino Azerbaigian e aveva sostenuto le mire secessionistiche di Abcasia e Ossezia del sud per contrastare il nazionalismo georgiano. Ciò detto, risultò facile per l’amministrazione Clinton creare legami più saldi con l’Azerbaigian e soprattutto con la Georgia, “salvandole” da un isolamento pericoloso.

Pertanto, nel dicembre del 1993 venne ratificato l’“Agreement Concerning the Provision of Training Under the United State International Military education and Training” che diede inizio a una serie di accordi volti a fornire al partner georgiano un aiuto sempre più tecnico e meno umanitario.

L’aiuto statunitense alla democrazia georgiana

La nuova dottrina Clinton, detta anche dell’“Allargamento democratico”, prevedeva il rafforzamento di istituzioni democratiche in stati in processo di formazione, creando conseguentemente le condizioni per la nascita di un sistema di libero mercato su modello occidentale; in questo caso inoltre “la promozione della democrazia” si unisce qui a una volontà affermata di ingrandire la sfera NATO e inglobarvi i paesi provenienti dall’ex blocco comunista”.

A ciò va aggiunta una dichiarazione ancora più esaustiva della posizione statunitense nelle Repubbliche Caucasiche: come affermò Strobe Talbott i punti cardine della nuova dottrina consistevano nel:

sostenere le riforme politiche ed economiche […], operare nell’interesse della sicurezza energetica e favorire l’accesso delle imprese americane ai mercati del Sud Caucaso

La stabilità del Caucaso appare dunque strumentale all’instaurazione di aziende americane in loco e volta a rassicurare gli investitori internazionali della fondatezza dei loro investimenti.

[Va detto che] L’ utilizzo del “soft power” statunitense in Georgia prevedeva un considerevole impegno economico nell’area, anche tramite investitori privati. In questo capitolo, analizzando la tipologia di intervento da parte russa e da parte statunitense, vi è una certa eterogeneità nella descrizione dei metodi utilizzati dalle due potenze. Tale eterogeneità dell’ analisi è dovuta sia a una scelta nella selezione del materiale reperito, sia a un’ effettiva diversità nella metodologia di intervento. Grazie alla trasparenza delle pubblicazioni statunitensi, è stato possibile inserire maggiori dati (prevalentemente di carattere economico) rispetto al paragrafo dedicato alla Russia. Nel suddetto paragrafo le informazioni sono più generiche e meno “statistiche” a causa delle differente modalità d’ azione da parte russa, di carattere politico-militare, piuttosto che economica.

Dopo la Rivoluzione delle Rose, non a caso, gli investimenti stranieri in Georgia aumenteranno considerevolmente, consentendo a Tbilisi di raggiungere tassi di crescita fino al 12% annuo.

La logica che sta alla base di tutto ciò è complessivamente semplice e lineare: gli USA stanziano prima dei fondi con scopi umanitari, poi ne stanziano degli altri volti a un miglioramento dell’economia locale; a questi si aggiungono dei contributi per la difesa e la riforma dell’esercito.

Un investitore occidentale può presumere che, considerando l’ampia portata delle riforme statunitensi in Georgia, sia conveniente investire nel paese. Il fatto che dal 2003 un presidente democraticamente eletto considerasse l’avvicinamento alla NATO e all’Occidente e la lotta alla corruzione obiettivi primari della propria politica in una regione che veniva considerata ancora all’interno dall’Unione Sovietica dall’investitore medio, faceva presumere una potenziale stabilità interna.

Gli investimenti ottenuti consentirono la realizzazione di progetti faraonici (vedi BTC, BTS, BTE) volti a risollevare ulteriormente l’economia georgiana e a favorire gli interessi di Stati Uniti e Unione Europea nell’area. Considerando la mancanza di giacimenti di idrocarburi o di risorse naturali rilevanti, la Georgia poteva offrirsi ai mercati occidentali in due modi: come “corridoio” e come “cuscinetto”.

Entrambe le alternative destavano l’interesse statunitense: come “corridoio”, poiché passaggio forzato del petrolio del Caspio in Europa via Turchia, e come “cuscinetto”, per contenere il neo-espansionismo russo e l’altrettanto pericoloso espansionismo (principalmente economico e culturale) iraniano.

Considerate queste premesse, tra la fine degli anni ’90 e i primi anni del 2000 il contributo economico statunitense alla Georgia avrebbe raggiunto i 180 milioni di dollari all’anno, per un totale di 3,37 miliardi di dollari. Tali fondi venivano stanziati attraverso l’USAID, tutelato dal Freedom Support Act del 1992, e poi grazie alla Millennium Challenge Corporation. La MCC, nata durante l’amministrazione Bush, aveva come obiettivo principale quello di ridurre la povertà attraverso interventi mirati in quei paesi che “già avevano avviato delle politiche volte a favorire la crescita e che rendessero pertanto l’assistenza efficace”.

La Georgia, che aveva dato il via a molte riforme in campo economico e aveva precedentemente ottenuto fondi da altri istituti di credito americani, ricevette dunque un pacchetto “compatto” di 395 milioni di dollari per il miglioramento del sistema stradale, la riabilitazione del gasdotto Nord-Sud, la redistribuzione delle risorse idriche nel territorio e l’agricoltura. Tali fondi saranno accompagnati nel corso degli anni a ulteriori contributi per le spese militari al fine di una possibile candidatura Georgiana alla NATO.

Non si deve inoltre trascurare il fatto che la Georgia assumerà un ruolo sempre più importante per la politica statunitense nel post-11 settembre. La repubblica caucasica avrebbe potuto costituire una vera e propria testa di ponte per la missione ISAF (International Security Assistance Force) fornendo basi militari, piste di atterraggio e porti sul mar Nero.

Tbilisi costituirà, durante la presidenza Saakashvili, il più valido e fedele alleato statunitense nel Caucaso, grazie a un’intensa cooperazione, sia per quanto concerne le tematiche di sicurezza energetica che per quanto concerne la partecipazione militare in Iraq e Afghanistan.

Significativo il fatto che gli Stati Uniti, i quali non vollero o non poterono intervenire durante la “guerra dei cinque giorni” tra Georgia e Russia, stanziarono l’esorbitante cifra di un miliardo di dollari dilazionato in soli due anni alla repubblica caucasica indirizzato alla ricostruzione nelle zone distrutte dall’attacco russo.

Marco Antollovich

Seguirà : Il “soft power” statunitense

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Foto: Bill Clinton (foto d’archivio) è di The Fab Empire

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/10

By Marco Antollovich

Capitolo Secondo: Georgia, pedina di un nuovo grande gioco

La nuova Russia e la politica del “Near Abroad”. L’allontanamento dal Cremlino

Fu proprio questa palese politica neo-imperialista russa che spinse Shevardnadze a svincolarsi il più possibile dal giogo di Mosca. Il 1998 fu l’anno della svolta: il presidente georgiano si dichiarò favorevole alla nascita di un progetto, la “Nuova via della Seta”, che avrebbe modificato gli assetti geostrategici del nuovo secolo.

Già dal 1993 erano state dettate le direttive generali di questo nuovo piano di sviluppo economico, noto anche con il nome di TRACECA, fortemente voluto dall’Unione Europea: i governi di Armenia, Azerbaigian, Georgia, Kazakhstan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Ucraina, Moldavia, Turchia, Bulgaria e Romania manifestavano così la volontà di condividere un progetto di integrazione economica che potesse rilanciarli sul mercato mondiale.

Nel 1998 a Baku venne rettificato il “Basic Multilateral Agreement” e due anni più tardi venne creata a Tbilisi una Commissione Intergovernativa.

Non bisogna inoltre trascurare che nell’ottobre del 1997 era nato un altro progetto, più contenuto negli intenti rispetto alla TRACECA, ma ugualmente importante: tale organizzazione, denominata GUAM (l’organizzazione cambiò il nome in GUUAM dal 1999 al 2005, periodo in cui l’ Uzbekistan aderì come quinto membro), vedeva la partecipazione di Georgia, Ucraina, Azerbaigian e Moldavia in un progetto di cooperazione ristretto volto a sviluppare le relazioni tra i quattro paesi svincolandosi dalle restrizioni della CSI.

Boris Nemstov sottolinea correttamente che la creazione del GUAM non era volta direttamente contro il Cremlino, ma contro “La Russia imperialista e despotica”; una Russia democratica, priva di conflitti con i paesi membri del GUAM, avrebbe una possibilità concreta di far parte dell’organizzazione”.

Bisogna infatti considerare che la Russia continuava a fomentare l’instabilità interna dei quattro paesi membri, sia in modo diretto che indiretto, sostenendo le spinte centrifughe di Abcasia e Ossezia del Sud in Georgia, della Transnistria in Moldavia, del Nagorno Karabakh in Azerbaigian (indiretto) e dei Russi residenti nell’Ucraina orientale e in Crimea.

Un forum di cooperazione regionale, dunque, avrebbe potuto creare maggiori possibilità per i quattro paesi “satelliti” della Federazione Russa che avrebbero costituito una sorta di blocco economico-politico cuscinetto tra la CSI e l’UE.

La presenza dell’Azerbaigian avrebbe inoltre permesso a Georgia e Ucraina di diversificare l’approvvigionamento di idrocarburi, allentando la morsa politica di Gazprom nella regione.

Le ottime relazioni che la Georgia poteva vantare con l’Ucraina, per non parlare del “Tandem Caucasico”azero-georgiano (espressione usata dall’ economista georgiano V.Papava per sottolineare la forte collaborazione economica tra Georgia e Azerbaigian all’ interno del GUAM), resero la Repubblica Georgiana fulcro e mediatore all’interno del GUAM, aumentandone il livello di cooperazione con la Turchia e spingendola sempre più lontana da Mosca.

Questa nuova politica di allontanamento, tuttavia, doveva avere delle basi solide, al fine di evitare un isolamento dannoso e tutto ciò che la Georgia aveva da offrire era la sua posizione strategica.

Durante gli anni della presidenza Shevardnadze, seguita poi da un orientamento ancor più filo-occidentale del suo successore Saakashvili, le tre grandi direttive che costituiranno il fulcro della politica estera georgiana saranno: avvicinamento all’UE, avvicinamento agli Stati Uniti e, come menzionato poco sopra, buon vicinato con Azerbaigian e Turchia.

La costruzione della pipeline Baku-Tiblisi-Cheyan, fortemente voluta da Azerbaigian, Georgia e Turchia, avrebbe sancito un nuovo asse caucasico orizzontale, volto a collegare il Mar Caspio all’Europa.

La Russia, tagliata fuori dal “Nuovo Grande Gioco”, avrebbe risposto con un proprio asse caucasico-verticale russo-armeno-iraniano passante, giocoforza, per Tbilisi. Grazie a ingenti contributi europei vennero lanciati nuovi progetti per la costruzione di gasdotti e oleodotti (BTS e BTE), volti ad avvicinare sempre di più il Caucaso all’Unione Europea: tale strategia era perfettamente conforme ai nuovi programmi sulla sicurezza energetica europea e sull’allargamento dell’Unione verso est. Il vero problema per la Russia non stava nel perdere il controllo economico sia sulla Georgia che sull’Azerbaigian, considerando che i paesi della CSI influiscono sul commercio russo con soltanto il 15%. Il problema era perdere il monopolio sul controllo delle pipeline che dalle Repubbliche Centro-Asiatiche e dalla Russia stessa rifornivano i mercati europei.

Un ulteriore passo verso l’occidente fu il ritiro della Georgia dalla CSTO nel 1999, seguito da una dichiarazione in cui “la Georgia sarebbe entrata a far parte della NATO entro cinque anni”.

La guerra in Cecenia, inoltre, contribuì considerevolmente a esacerbare i rapporti già tesi tra Georgia e Russia. Nel 1999 l’esercito russo era infatti intervenuto nella Repubblica Cecena (all’interno della Federazione Russa), con l’intento di sedarne le mire secessioniste e combattere alcune cellule del terrorismo islamico affiliate ad Al-Qaeda impegnate nella liberazione di Grozny.

Durante il conflitto molti combattenti ceceni si rifugiarono in territorio georgiano, nel Pankisi Gorge (la vallata del Pankisi), attraversando facilmente i mal sorvegliati confini.

Dopo l’11 settembre 2001 e l’intervento americano in Iraq, la Russia si appellò anch’essa all’ art. 51 della Carta delle Nazioni Unite (l’ articolo 51 sancisce il diritto di legittima difesa nel diritto internazionale; spesso si ricorre tuttavia al concetto di “legittima difesa preventiva”, non trattato nell’ articolo 51 e non percepita dalla maggior parte dei giuristi come “consuetudine”. Mancando un attacco diretto georgiano contro la Russia, la richiesta di legittima difesa sarebbe stata inopportuna da parte russa)  per potere intervenire militarmente in Georgia e combattere il terrorismo internazionale.

Tali accuse non erano del tutto infondate: Shevardnadze aveva apertamente negato a Mosca l’estradizione di alcuni ribelli ceceni catturati nella zona del Pankisi, poiché la loro appartenenza ad Al – Qaeda non era comprovata da alcuna evidenza.

In realtà il parallelismo tra ciò che era avvenuto in Abcasia e Ossezia e gli avvenimenti in nel Nord Caucaso di inizio 2000 era fin troppo evidente: la Russia aveva ospitato e apertamente appoggiato guerriglieri sud osseti e abcasi e la Georgia stava ora simpatizzando con i Ceceni in un’ottica antirussa.

Tuttavia la nuova Russia di Putin cominciava a covare ambizioni da grande potenza e da grande potenza agì: alle dichiarazioni georgiane seguirono bombardamenti nel Pankisi. Shevardnadze, pienamente sostenuto da Washington, dichiarò tali attacchi una violazione dell’integrità territoriale della Repubblica. Gli Stati Uniti inviarono pertanto un contingente di 500 unità, composto da forze d’élite, in Georgia con l’intento dichiarato di addestrare l’esercito georgiano alla lotta contro il terrorismo.

Sebbene, come affermò il Ministro della Difesa russo Alexander Kosovan, “la presenza di truppe statunitensi in Georgia dovrebbe allarmare ogni soldato russo”, non seguì alla decisione del Pentagono alcun intervento diretto da Mosca; era ancora troppo presto per un conflitto aperto russo-georgiano. Nell’ottobre del 2002 Shevardnadze si impegnò a consegnare tutti i ribelli catturati, evitando un’escalation che avrebbe avuto per la Georgia conseguenze catastrofiche.

Una politica più ambigua accompagnò gli ultimi mesi della presidenza Shevardnadze. La firma di nuovi accordi con Gazprom, sommati a un parziale allontanamento dagli Stati Uniti, avrebbero dovuto consentire al presidente di riaprire le trattative su Abcasia e Ossezia del sud, grazie a un rinato interesse russo sulla questione. Il fatto che Mosca si dimostrasse disponibile a riaprire le trattative in cambio di accordi commerciali con la Georgia è sintomatico del fatto che la “difesa” russa delle due repubbliche secessioniste fosse solo uno degli strumenti utilizzati dal Cremlino per mettere pressione a Tbilisi.

La forte corruzione e la mancanza di cambiamenti tangibili nella condizione economica del popolo georgiano portarono tuttavia il 23 novembre 2003 alle dimissioni di Shevardnadze a seguito di una rivoluzione pacifica, chiamata “Rivoluzione delle Rose”.

La nuova presidenza Saakhasvili avrebbe portato a un pericoloso avvicinamento alla NATO e all’Occidente e al definitivo scontro con Mosca l’08.08.2008.

Marco Antollovich

Seguirà : L’allargamento oltre il Mar Nero: gli Stati Uniti in Georgia

Il post precedente è al link Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/9

Foto: Mikheil Saakashvili è tratto da Wikipedia