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Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/12 – I campi e la detribalizzazione: una logistica ragionata

campo TindoufBy Luca Maiotti

Capitolo 3 della tesi Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi di Luca Maiotti

I campi e la detribalizzazione: una logistica ragionata

I campi dei rifugiati

Gli accordi di Madrid e la successiva invasione marocchina ebbero come conseguenza immediata la fuga di una consistente parte della popolazione saharawi verso il deserto al di là del confine algerino, nei pressi della città di Tindouf. Se l’esodo può esser descritto come la partenza volontaria di un insieme di persone dal proprio paese per motivi politici, religiosi o etici, questa definizione non sembra adattarsi perfettamente all’esperienza saharawi. Sembra infatti più giusto richiamare la definizione di esilio, inteso sì come sradicamento e obbligo di partire altrove, ma a cui si aggiunge l’importante sfumatura della prospettiva del ritorno qualora venga a cadere il motivo che ha originato la partenza.

L’esilio – che richiama la precarietà dell’asilo e la temporaneità del rifugio – si configura come conseguenza dell’esodo – che è più simile alla fuga.

Secondo le stime degli anni 2002-2004 dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) i Saharawi che beneficiano dell’assistenza di una delle organizzazioni delle Nazioni Unite nella zona di Tindouf sono circa 165.000, divisi in quattro campi che ospitano ognuno circa 40.000 persone.

tindouf-blocusQueste stime non sono però da considerarsi completamente attendibili: in primo luogo non è stato possibile effettuare un censimento affidabile: mancano infatti i dati di una parte dei rifugiati che vivono nel campo del 27 Febbraio e le stime si riferiscono alla situazione di dieci anni fa, non tenendo conto del tasso di crescita della popolazione.

Ci sono poi altri rifugiati Saharawi che sono monitorati dall’UNHCR – ma non rientrano direttamente nel programma di aiuti – che vivono in vari paesi del mondo – per esempio solo in Mauritania ce ne sono 27.000, ma è anche il caso di molti degli ex guerrilleros che ho intervistato in Francia.

Si calcola comunque che i rifugiati saharawi in totale siano circa 200.000, tenendo conto sia della popolazione nei campi, sia nei paesi europei ed extraeuropei.

Come visto, fu l’Algeria a mettere a disposizione uno spazio per i campi, nei dintorni della regione di Tindouf. Questo luogo rappresentò un ambiente talmente inospitale che i Saharawi vissero de facto in isolamento, conservando larga autonomia di organizzazione fin dall’inizio dell’esilio.
L’insieme dei campi fu – ed è tuttora – diviso in 4 wilayat (al singolare wilaya) o provincie, ognuna delle quali prende il nome di una città importante del Sahara Occidentale: El Ayun, Smara, Ausserd, Smara e Dakhla.

A questi si sono aggiunti il piccolo campo satellite del 27 febbraio (chiamato anche campo delle donne) e il campo amministrativo di Rabouni. Ogni wilaya è divisa in sei dawa’ir (al singolare daira), l’equivalente di un distretto.

Le esigenze fondamentali a cui dovette sottostare il progetto saharawi furono quelle della difesa e dell’accesso all’acqua. Rabouni non a caso è il principale punto idrico dell’intero dispositivo e i primi due campi, El-Ayun e Smara, si trovano nell’arco di 20 chilometri da lì, così come la prima scuola militare.

The_Sahrawi_refugees_–_a_forgotten_crisis_in_the_Algerian_desert_(7)Successivamente si scelse di creare un altro campo – quello di Ausserd – per decongestionare i primi due, mentre l’ultimo – quello di Dakhla – si trova a 170 chilometri a sud est di Tindouf, separato degli altri tre. I servizi centrali si trovano in un punto equidistante dai primi tre campi e ospitano la farmacia centrale, l’ospedale militare, la prima scuola elementare – ora diventato collegio (l’equivalente della scuola media e superiore) – un laboratorio artigianale e il principale orto coltivato, situato in un minuscolo spazio irrigato vicino ad una piccola sorgente. Tutti questi punti sono situati a pochi chilometri l’uno dall’altro.

Il piccolo campo del 27 febbraio nasce più recentemente intorno all’omonima scuola professionalizzante con l’intento di creare delle abitazioni per le famiglie del personale e di coloro che la frequentano. E’ anche chiamato campo delle donne perché è sede dell’Unione Nazionale delle Donne Saharawi, accanto ai centri di formazione e di artigianato.

L’organizzazione dei campi dovette però rispondere anche ad aspetti funzionali: ogni campo si strutturò secondo l’intrecciarsi del piano circolare e quello quadrato. Il piano circolare evoca l’idea di una comunità che si stringe intorno a se stessa per difendersi, dove le posizioni sulla circonferenza hanno tutte stesso valore ed in cui solo il centro si configura come gerarchicamente differenziato. Il quadrato invece è per definizione la formazione tesa all’attacco in tutti gli eserciti del mondo – a maggior ragione nella tradizione beduina impostata sui rapporti di forza tra tribù. Questo schema permette di distinguere non solo il centro dai lati, ma anche la prima linea dalla retroguardia e dalle ali – assegnando ad ogni posizione sul campo un posto corrispondente nella scala sociale. Il campo saharawi si presenta quindi come l’intersecarsi della dualità quadrato-cerchio, mostrando la contraddizione di una comunità gerarchizzata: al suo centro si trovano gli edifici amministrativi e funzionali (educazione, potere, salute), mentre la circonferenza è occupata da una serie di sei unità, cioè una serie di quadrati simmetricamente disposti intorno al nucleo.

Una logistica ragionata: l’obiettivo della detribalizzazione

Al momento dell’arrivo nei campi rifugiati – prima improvviso poi sempre più graduale – la dirigenza del Polisario si trovò suo malgrado davanti ad un’occasione imperdibile, quella di dare realizzazione ad una società che fino a quel momento esisteva solo sul piano ideale. Come visto, il diritto all’autodeterminazione si applicava soltanto ai popoli e l’ordine tribale era considerato causa strutturale di debolezza nella fallita resistenza alla colonizzazione. Così il 12 ottobre 1975 si celebrò il passaggio dalle tribù – al plurale – al popolo – singolare.

L’esilio si trasformò in strumento pratico in mano ai dirigenti del Polisario capace di produrre mutamenti sociali ispirati ad un’ideologia rivoluzionaria dalle dinamiche socialiste. La popolazione – contemporaneamente oggetto e soggetto coinvolto nel processo – fu coinvolta nel percorso che conduceva ad un tipo di società “nuova” – quasi totalmente diversa – rispetto a quella del passato.

Le condizioni materiali furono d’altronde un elemento importante nel preparare un terreno in cui potesse radicarsi il discorso ideologico del Polisario.

I campi erano infatti un’entità geograficamente separata dal resto dell’Algeria – che si incaricò del sostentamento dei rifugiati, chiusi da ingerenze esterne e dipendenti per qualsiasi forma di comunicazione dalla dirigenza del Polisario. Il territorio intorno a Tindouf gode addirittura di uno statuto speciale nel quadro dell’amministrazione pubblica algerina, che rende i campi de facto autonomi.

In più, i campi si popolarono di persone che non solo si riconoscevano in un’origine comune, ma che soprattutto avevano condiviso l’esperienza traumatica e caratterizzante della fuga – fattore diventato un marqueur dirimente rispetto al resto della popolazione rimasta nel Sahara Occidentale.

Poi, il servizio di camion organizzato dal Fronte Polisario per trasportare i profughi aveva condotto già ad un primo rimescolamento delle tribù: la fuga, per forza di cose disordinata, aveva riunito nello stesso spazio individui di città diverse e di diversa estrazione sociale.

Tutti si trovarono improvvisamente con lo stesso tipo di abitazione – le tende standard dell’UNHCR – lo stesso tipo di alimentazione – le razioni preparate – gli stessi vestiti da indossare – anche questi distribuiti dal Polisario – e le stesse ricchezze possedute – nessuna, perché la partenza era stata così precipitosa da non permettere a nessuno di portare alcunché.

Questo riportare ogni componente della società ad un livello “base” per quanto riguarda le condizioni materiali significò una traduzione pratica dell’egualitarismo sociale proclamato nei discorsi e negli slogan. Tutti diventarono improvvisamente uguali perché nessuno possedeva più niente e proprio su questo fondo si inserì l’azione del Polisario.

Il Fronte dispose le famiglie secondo la provenienza sociale, separando quelle simili e accostando strati sociali differenti, confidando nel fatto che con il passare del tempo i legami di convivenza si sarebbero stretti fino a superare le differenze originali – processo che si portò a compimento attraverso la condivisione di condizioni di vita eccessivamente dure. All’arrivo nei campi i rifugiati non poterono scegliere liberamente in quale wilaya sistemarsi, ma dovettero obbedire alle direttive che provenivano dal governo centrale.

Inoltre bisogna considerare che i compiti nei campi erano completamente differenti dalle attività del tempo nomadico. E, se come in ogni società al ruolo svolto veniva associato un grado nella gerarchia sociale, la scomparsa quasi totale di questi ruoli fece rapidamente perdere di significato l’ordine corrispondente, con l’eliminazione delle distinzioni tra tribù guerriere, di marabuti, pastori, artigiani e artisti.

Furono quindi le condizioni materiali che permisero al Polisario di sviluppare un discorso ideologico che associava le diseguaglianze sociali all’ordine tribale, in una situazione di guerra che esigeva un’unione sacra di tutte le componenti sociali in vista della realizzazione del ritorno in patria.

Il quotidiano nei campi

La vita nei campi fu caratterizzata fin dall’inizio dalla mancanza. Alla domanda “come è la vita nei campi” mi è stato risposto da Hamdi Abderrahmad:

“Molto difficile. E’ molto dura, ma la cosa migliore è che abbiamo scelto, e ci siamo raggruppati volontariamente. Abbiamo preferito così. Ci incoraggiamo tutti, ma viviamo con dignità. […]. Non c’è nessun modo di vivere, soffriamo molto, rimaniamo isolati dalla nostra famiglia che sta nel Territorio Occupato, però siamo dignitosi, viviamo in questo modo, con grande sofferenza, ma viviamo con dignità, in libertà.”

E’ percepibile da un lato il modo in cui è stato impostato il discorso intorno all’esilio e dall’altro la realtà dei campi che non lascia molto spazio alla retorica. In qualche modo infatti fu necessario “giustificare” la permanenza della popolazione nei campi, quindi si considerò la durezza della vita come il prezzo da pagare per poter vivere uno spazio di libertà e di dignità – in totale contrapposizione all’ingiustizia dell’invasione marocchina.

La libertà e la dignità – come traspare anche dalle altre interviste – vanno ad assumere un ruolo preponderante nell’universo di valori positivi che i Saharawi tendono a creare nella rappresentazione di sé. Questa scelta di valori non è ovviamente scevra da influenze precedenti, in riferimento alla figura del nomade che non poneva limiti fisici né costrizioni nei suoi spostamenti nel deserto.

Dall’altra parte è innegabile la condizione di difficoltà. Se sul piano ideale l’esilio è stato giustificato in funzione della scelta volontaria di una vita in libertà, sul piano materiale i limiti sono evidenti. Nonostante la condizione di condivisione (“ci incoraggiamo tutti”) non c’è nessuna fonte di sostentamento autonoma (“non c’è nessun modo di vivere”) – nel senso che ancora oggi la sopravvivenza di una larghissima parte della popolazione saharawi è garantita solo dagli aiuti internazionali e delle Organizzazioni Non Governative che operano nei campi.

L’altro elemento da notare è la percezione di separazione dalle famiglie che sono rimaste nel Sahara Occidentale – irraggiungibili perché strettamente controllate e addirittura allontanate con la successiva costruzione del Muro.

La durezza delle condizioni di vita è evidente anche dalle parole di Najim Shia, il quale restò nei campi senza essere arruolato perché insegnante:

“La vita nei campi alla fine del ’75 e se vogliamo anche all’inizio del ’76 è talmente, talmente, talmente difficile perché ci sono circa 120.000 Saharawi che hanno intrapreso l’esodo, sono arrivati nel territorio algerino senza niente, senza avere proprio niente. E ci sono le migliori famiglie, a quel tempo le migliori famiglie che sono arrivate e hanno preso le melhfas, la melhfa è l’abito delle donne saharawi, e l’hanno utilizzata per fare una tenda, e cercano per metterla, cercano di costruire, di fare una tenda per proteggersi da quel tempo con i bambini e con tutti gli altri. E, vedete, cioè, era talmente, talmente difficile. Ci sono anche uomini che non riescono ad avere delle melhfas per fare delle tende, ma c’è una volontà negli uomini saharawi, e nei bambini, per continuare a combattere l’invasione marocchina e mauritana.”

Najim Shia – a differenza degli altri guerrilleros che ho intervistato – arrivò nei campi già ventenne e quindi può ricordare il primissimo periodo, quello dell’accoglienza e dell’organizzazione spontanea. Tutti coloro che avevano attraversato il deserto non avevano potuto portare – o avevano abbandonato nel percorso – quanto necessario per una permanenza nel deserto: la khaima in primis, la tenda tradizionale, ma anche animali da pascolo – come capre o cammelli – utili per la sopravvivenza. Si dovettero quindi adattare e improvvisarono delle tende con l’unica cosa che avevano, ovvero il vestito tipico delle donne saharawi, per proteggersi dalle rigidità delle notti desertiche. Sopravvivere ad un’esperienza del genere diventa un marqueur, un segno distintivo.

E’ conseguente quindi che superare insieme una tale difficoltà crei un legame solidissimo in coloro che l’hanno sperimentata. La motivazione a resistere – in questo brano di intervista non a caso è assegnata in particolare agli uomini – è la volontà di rispondere all’evento traumatico che ha causato l’esodo: l’invasione marocchina. L’obiettivo immediatamente successivo – soddisfatta l’esigenza di organizzare dei campi – è infatti la resistenza armata, organizzata dal Polisario già nei due anni precedenti.

Per tornare alle condizioni materiali, lo stesso Najim Shia individua due difficoltà principali:

“La vita lì veramente era talmente difficile e dura per due cose. C’è la mancanza di mezzi e il clima. Il clima nei dintorni di Tindouf, là si chiama la hammāda, la temperatura arriva fino a zero e anche meno e durante l’estate sorpassa i quarantacinque-quarantasei gradi. C’è mancanza di mezzi e c’è il clima. E’ talmente, talmente, talmente difficile la vita a quel tempo.”

Una tale escursione termica fu il maggior ostacolo da superare – almeno all’inizio – e soltanto grazie all’aiuto finanziario e logistico dell’Algeria – che ancora oggi resta il più importante – si poté assicurare un riparo temporaneo ai rifugiati.

Passata questa prima fase, con l’intensificarsi degli aiuti internazionali e successivamente con la fine della guerra, la vita nei campi – e la percezione della stessa – cambiò migliorando sensibilmente, ma l’inizio fu terribile: secondo l’UNHCR solo nella primavera del 1976 morirono per un’epidemia di morbillo un migliaio di bambini saharawi – categoria più sensibile alla durezza clima e al cambio di dieta.

Tre sguardi sui campi dei rifugiati

Sembra utile ai fini della trattazione riportare qui tre brani di tre interviste diverse, che rispondono alla domanda “com’era la vita nei campi?”.

La prima è di Bucharaya Salek, un guerrillero che racconta le sue visite ai campi durante la guerra. Ogni militare aveva un periodo di congedo – di solito di due settimane – in cui tornava dal fronte ai campi dei rifugiati.

“Io vivevo con l’esercito nella zona liberata. Ora, mi sposai nei campi dei rifugiati e ci andavo in congedo di tanto in tanto, come il resto della gente. Quando era il mio turno, ogni tre o quattro mesi, dipende dalle cose da fare. Se non c’è niente si va in congedo, se ci sono si va poi, no? […] La vita militare, ti ho detto prima che è diversa dalla vita civile. Questo in qualunque posto, dipende se sei in guerra o no. Nel nostro caso è differente perché quasi tutti gli uomini erano in guerra e quindi quasi nessuno voleva stare indietro. Benché ti assegnino per lavorare con le donne là come maestro, come infermiere, come trasportatore o non so che, alla gente non piace, uno si arrabbia, però quando finì la guerra eravamo tornati a camminare ognuno con l’altro e così insieme ci conoscevamo e ci riunivamo e parlavamo e parlavamo di tutto.”

La prima indicazione che si può trarre da questa parte di intervista è la grossa differenza evidenziata dallo lo stesso Bucharaya: la presenza delle donne. I campi diventarono immediatamente dominio femminile perché gli uomini erano per la quasi totalità al fronte. L’etica maschile saharawi mutuò dalla tradizione l’immagine dell’uomo guerriero.

Chi fu scelto per insegnare, curare o lavorare da autista nei campi lo fece malvolentieri perché restare nei campi durante la guerra significava essere considerato alla stregua delle donne, dei bambini e dei feriti.

Considerato lo stato di guerra e l’esiguità del numero di combattenti saharawi, si scelse di impiegare qualunque braccio valido nello sforzo bellico.

Il ritorno nei campi degli uomini alla fine della guerra significò dover reintegrare nella vita dei campi una parte della popolazione che aveva condotto un tipo di vita differente da quella civile. Le frizioni sono nascoste nel “tornare a camminare ognuno con l’altro”, in quanto soprattutto la questione delle donne rappresentò uno dei motivi di maggiore attrito nella società dei campi dopo il cessate il fuoco.

Tuttavia lo status delle donne non solo non perse praticamente nulla dell’autonomia guadagnata durante gli anni della guerra, ma diventò anche uno dei maggiori vanti della società saharawi, uno degli aspetti che la distinguessero da altre società – come si può notare dai brani di interviste riportati successivamente in questo capitolo.

Un altro dei problemi del ritorno dei combattenti alla vita civile fu l’assegnazione dei ruoli e dei compiti all’interno dei campi, vista la quasi totale assenza di opportunità lavorative.

La dirigenza del Polisario aveva cercato di indirizzare la generazione della maggior parte degli intervistati, nata prima dell’invasione marocchina e che aveva vissuto in parte nei campi e in parti sul fronte di guerra – quella di Bucharaya e della maggior parte degli intervistati – verso studi che potessero avere un immediato risvolto pratico (ingegneri, infermieri, medici, insegnanti, militari).

Si cercò di trovare per ognuno un’attività adeguata alla propria specializzazione, assumendoli nell’amministrazione centrale o nelle ONG che operano nei campi, ma – per esempio – la maggior parte dei ruoli nell’amministrazione centrale era già occupata dai leader storici o da donne e il ricambio – generazionale e non solo – rappresenta ancora oggi una grande sfida per la politica interna saharawi.

Si può passare ora ad un’altra intervista, quella di Rachid Lehebib, che appartiene alla generazione successiva a quella che combatté la guerra, nato pochi anni prima del cessate il fuoco.

“La mia esperienza? E’ bella la vita nei campi dei rifugiato, sì, sei libero di andare dove vuoi, fare come vuoi, puoi giocare, puoi stare con la tua famiglia, posti differenti .. siamo liberi là. L’unica cosa è che non c’è lavoro, non ce n’è tanto. Sai, è normale, come gli altri rifugiati, è molto difficile, ma la vita in generale è molto tranquilla, è normale. Non ci sono cose strane, non c’è paura come negli altri campi dei rifugiati in altre parti del mondo, come in Sudan, come in Darfur, come in Somalia o da altre parti. La vita, secondo me, la migliore vita di rifugiati la fanno i rifugiati saharawi, siamo molto organizzati, non come il resto del mondo. Lì il rifugiato attacca l’altro e lo uccide per i soldi, tra i rifugiati saharawi no. E’ tutto organizzato, c’è gente che viene da altri paesi, tutto è organizzato e ognuno ha i suoi compiti e in ogni daira c’è un consiglio. La vita è molto facile, non c’è paura. Puoi dormire fuori casa tua di notte e lasciare casa tua aperta e nessuno tocca niente. La vita è molto normale, sì.”

Riacquisisce qui centralità il concetto di libertà, una delle parole-chiave più utilizzate nell’ambito dello spazio pubblico saharawi – come visto precedentemente.

La libertà qui si declina ancora come un poter fare ciò che si vuole – nelle memorie di un giovane di 24 anni – nel “poter giocare”, ma in realtà questa considerazione nasce anche dal confronto con gli altri campi dei rifugiati. In effetti un elemento ben presente è la volontà da parte dei Saharawi di sottolineare i tratti distintivi rispetto ad altre popolazioni.

Questa logica – che, alla luce di brani riportati in precedenza, interessa più casi – trova la sua ragion d’essere come risposta al discorso del re del Marocco che considera i Saharawi come “cugini” dei marocchini e pone ovviamente l’accento sulle omogeneità in vista dell’assimilazione culturale e territoriale del Sahara occidentale.

Per poter essere popolo – e soprattutto popolo riconosciuto, con conseguente diritto all’autodeterminazione – i Saharawi hanno scelto di marcare le differenze dal “resto del mondo”: dalla condizione della donna all’organizzazione dei campi dei rifugiati, dalla vita nell’esercito alla concezione attiva dell’esilio.

In questo brano di intervista emerge anche quella che sembra per lui essere l’unica nota negativa dei campi dei rifugiati: la mancanza di lavoro. Rachid era arrivato in Francia pochi mesi prima dell’intervista in cerca di un impiego, proprio perché nei campi le prospettive lavorative sono abbastanza scarse – fatta forse eccezione per l’amministrazione centrale e in particolare l’esercito.

In teoria nella regione di Tindouf un’attività economica basata sull’allevamento sarebbe potuta durare, viste le condizioni climatiche non troppo diverse da quelle del Sahara Occidentale. Nella pratica però risultò impossibile perché, oltre al fatto che i rifugiati erano partiti senza portar via né animali né averi, l’allevamento di tipo nomadico richiede un certo grado di libertà di movimento – e l’esilio limita fortemente questa possibilità.

Quindi anche la “tranquillità” dei campi assume una sfumatura negativa, perché è il riflesso di un’inazione dovuta alle condizioni materiali. Per esempio è solo dopo il cessate il fuoco che la moneta ha cominciato a circolare nei campi e si è potuto mettere in piedi qualche piccola attività in collaborazione – per la maggior parte dei casi – con i parenti fuggiti in Mauritania.

Per i giovani neo-laureati saharawi – in modo addirittura più accentuato rispetto ai loro coetanei in Nord Africa – l’unica prospettiva è quella di una partenza verso l’estero, andando ad ingrossare le fila dei componenti della “diaspora” saharawi e sperimentando una situazione di doppio esilio: quello dal Sahara Occidentale – patria geografica – e quello dalle famiglie nei campi – riferimento affettivo e ideale.

Il terzo brano di intervista appartiene a Brahim Ballagh, un attivista non violento arrestato nel Sahara Occidentale nel 1975 senza capi d’accusa e tenuto in prigione per motivi politici per più di 11 anni. Brahim Ballagh dà un’immagine dei campi dei rifugiati alla luce dell’esperienza della prigionia.

“Per quanto mi riguarda, quando sono partito per i campi dei rifugiati mi ricordo che ho sentito che nonostante gli anni, i trascorsi di sofferenza che sono restati sempre nella memoria, mi dicevo che quella era un’altra vita, che cominciava ad andare meglio. Sentivo di essere libero, nonostante non fossero i Territori [Occupati], ma dei campi di rifugiati, ma sentivo di essere libero, non sentivo che i campi fossero un esilio, perché di là [nei Territori Occupati] ero sotto una pressione fortissima, e mi son sentito quasi libero. Sì, con il tempo ho cominciato a dirmi, a farmi le domande, è l’esilio, non sono i Territori Occupati, c’è la mancanza, la sofferenza e ho cominciato a sentire il peso dell’esilio. E’ ancora abbastanza difficile, ma i primi giorni veramente ho sentito di essere nel mio paese liberato. Sì era l’emozione, l’emozione di uscire, si smetterla di sentirsi minacciato, quando la tua vita sta per essere liquidata perché ti hanno minacciato di farlo, io ero nei campi ed ero libero, e cominciavo a respirare. Poi con il tempo comincio a dirmi che non è facile e mi chiedo cosa succede alle persone che sono qui da più di trent’anni, mi comincio a fare delle domande, veramente tu non sei a casa tua, in un territorio che non è il tuo, sei separato dalla tua famiglia, cerchi di cominciarne un’altra. C’è un monologo interiore che comincia a imporsi e a prendere forma, nonostante me. Veramente è l’esilio, la parola esilio, si può sentire quanto pesi la parola esilio. E’ molto dura per una popolazione che è ancora separata da un muro.. vedi è.. come posso spiegarti quella mancanza di calore familiare che prima ricevevi. All’epoca mi ricordo che c’erano solo donne nei campi, non c’era niente. […] Ogni famiglia, se non uno, ha tre o quattro membri dall’altra parte, e tutti sono controllati. Ciò significa, e ritorno a quello che volevo dire, che siamo usciti da una piccola prigione in cui eravamo 311 e siamo entrati nella grande prigione in cui c’è tutta la popolazione saharawi”

Il primo impatto dei campi dei rifugiati è chiaramente positivo. Dopo la scarcerazione Brahim Ballagh aveva passato un breve periodo nel Sahara Occidentale, ma in seguito alle pressioni della polizia marocchina aveva deciso di passare nei campi dei rifugiati. La memoria dei giorni passati in prigione è fresca, ma nei campi – almeno all’inizio – sperimenta quell’occasione di espressione che gli era stata negata dal momento della sua incarcerazione. E’ infatti solo in un secondo momento che la pesantezza dell’esilio comincia a farsi sentire. E’ da notare che nel raccontare la propria esperienza nei campi dedichi una sola frase ad una descrizione più concreta: la presenza preponderante delle donne e la doppia mancanza – di mezzi e di affetti.

Nel brano di intervista non riportato cita infatti un episodio significativo. Per telefonare alla famiglia restata nel Sahara Occidentale era stato necessario arrivare fino alla prima città algerina e – una volta chiamato – aveva scoperto che le linee erano sotto controllo dei servizi di polizia interna marocchina.

Quando chiedo – sempre a Brahim Ballagh – la differenza tra la vita nel Sahara Occidentale prima dell’incarcerazione e i campi dei rifugiati, mi risponde:

“Non si può fare il confronto. Nei Territori Occupati c’è una società che vive – non dico normalmente – ma non male, anche se c’è la presenza coloniale e tutto il resto ci sono persone che lavorano, che hanno la loro famiglia, la loro casa, il loro quotidiano. Ci sono dei militanti che hanno cercato di fare una vita normale, ma una vita da militanti. Nei campi dei rifugiati c’è una società in esilio che ha guardato in viso e guarda ancora il pericolo della guerra, perché, vedi, ci sono famiglie che hanno dato cinque o sei martiri tra i loro figli. Vedi, c’è il quotidiano dell’esilio che unisce tutti, si lavora, ci si organizza, non c’è salario per niente e tutti sono volontari. Sono volontari sia nell’esercito, sia nella società civile. La società civile durante la guerra – anche se io sono arrivato dopo il cessate il fuoco quando non c’era più guerra, ma in quegli anni ho chiesto a tutti quelli che avevano vissuto – ci sono solo le donne che mandano avanti i campi. La sanità, le decisioni scolastiche, il quotidiano, l’amministrazione, solo le donne. Gli uomini sono in prima linea in guerra. E’ raro trovare i vecchi, gli handicappati, gli uomini che aiutano i vecchi o qualcuno che resta negli accampamenti.”

Dalle parole dei tre intervistati – il militare Bucharaya Salek, il giovane cresciuto nei campi Rachid Lehebib e il più vecchio Brahim Ballagh passato per la prigionia – si possono trarre alcune considerazioni comuni.

Nella prima e nella terza intervista emerge la presenza preponderante delle donne nella vita pubblica – elemento distintivo rispetto alla società saharawi prima dell’occupazione marocchina. Ciò non significa che la donna saharawi fosse poco indipendente o oppressa, ma vista la assenza degli uomini impegnati in guerra le attività dei campi furono coordinate dalla componente femminile – che raggiunse prerogative che oggi costituiscono un elemento di fierezza e originalità all’interno della società saharawi.

Ovviamente nella seconda intervista la differenza non risalta perché Rachid è nato e cresciuto nei campi, quindi non ha termini di paragone con la situazione precedente.

La mancanza di mezzi di sostentamento e di comodità è un elemento presente in ogni intervista, ma meno marcato nella prima e la seconda. Entrambi hanno infatti conosciuto la realtà dei campi da giovani – nel secondo caso fin dalla nascita – quindi è come se fosse una condizione data per assodata e non modificabile.

In generale dal racconto dei campi traspare un’impressione positiva. Essi sono la condizione di realizzazione per una vita in libertà – questo si evidenzia soprattutto nel terzo intervistato, Brahim Ballagh – nonostante tutte le difficoltà materiali che ciò implica: la mancanza di mezzi, la mancanza di lavoro, la lontananza dagli affetti.

I cambiamenti delle condizioni di vita nei campi

Nell’arco degli anni di esilio, le condizioni dei rifugiati migliorarono sensibilmente. I Saharawi al loro arrivo non avevano avuto la possibilità di scegliere dove e come vivere.

Dopo le prime notti – passate sotto ripari di fortuna, utilizzando le melhfas delle donne – giunsero gli aiuti internazionali (Unione Europea soprattutto) e algerini. Le tende dell’UNHCR – seppur non adatte al tipo di clima di Tindouf – diventarono per oltre trent’anni il luogo di attesa del ritorno.

La stessa scelta di costruire in “duro” – ovvero con mattoni e sabbia – solo gli edifici amministrativi ebbe un significato ben preciso, che attiene al concetto di esilio: lo spostamento della popolazione saharawi è solo temporaneo, perché la prospettiva del rientro in patria è rimasto – e rimane – l’obiettivo finale.

Creare una “casa” in un territorio che non fosse il Sahara Occidentale avrebbe implicitamente significato prendere in considerazione la possibilità di non ritornare. In altre parole, se l’esilio si caratterizza per la provvisorietà non avrebbe avuto senso creare degli edifici che poi si sarebbe dovuto abbandonare.

Nel 1991 in particolare, quando il referendum – come concordato – sembrava essere alle porte, i campi erano pronti ad essere lasciati in pochissimo tempo, perché considerati da tutti come una base temporanea utile ad un obiettivo contingente, la guerra e la sopravvivenza.

Nei tempi più recenti però – soprattutto con l’impantanarsi delle trattative e i vari tipi di ostruzionismo – le prime tende con supporti in duro hanno cominciato ad apparire. La maggiore facilità di movimento e la maggiore apertura nei campi – conseguenza della sospensione della lotta armata – ha fatto sì che ci fosse una liberalizzazione generale e cominciassero a circolare i primi semplici manufatti con cui rendere più accoglienti e vivibili le tende (tappeti, oggettistica varia).

Ci sono stati anche casi in cui i funzionari hanno cercato di assicurare migliori provvigioni di cibo per le loro famiglie, Land Rover o qualche cammello – trasgredendo alla rigida economia di guerra. In più circa 4.000 giovani hanno lasciato i campi – come Rachid Lehebib – in cerca di lavoro in Europa (Spagna soprattutto) andando ad ingrossare le fila della diaspora saharawi: le rimesse di questi emigrati e le pensioni degli ex-soldati spagnoli hanno permesso la circolazione di denaro e l’acquisto di qualche bene.

Questo fenomeno in particolare ha avuto per conseguenza che le tende fossero sempre più somiglianti a delle vere case (per esempio che l’elettricità fosse garantita attraverso pannelli solari) e si evidenziassero i primi segni di una differenza di status tra i rifugiati – fenomeno che, per le condizioni materiali, all’inizio non si era potuto verificare. La stessa Costituzione è stata aggiornata a metà degli anni 90 proprio per cercare di adattarsi alla nuova situazione dei campi, aprendo – una volta raggiunta l’indipendenza – al riconoscimento dell’economia di mercato e della libertà di iniziativa privata una volta raggiunta l’indipendenza.

Associare l’indipendenza ad un sistema di apertura economica è anche una mossa per cercare di tenere aperto il dossier del Sahara Occidentale: come visto nel primo capitolo, le risorse del sottosuolo e ittiche hanno già suscitato l’interesse alcune multinazionali – in modo che queste possano formare un gruppo di pressione favorevole all’autodeterminazione.

Tutto ciò potrebbe causare il venir meno di uno dei punti-cardine dell’estetica saharawi – l’uguaglianza in una comunità organica in opposizione alle divisioni della società tribale – creando di riflesso spaccature nell’unità di intenti della popolazione. In altre parole, la permanenza nei campi comincia a perdere la caratteristica di temporaneità.

Luca Maiotti

Il post precedente è al link Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/11 – I martiri saharawi e l’epica nazionale

Seguirà: 3.2 Lo spazio della donna saharawi: responsabilità, bride price, matrilocalità

Foto: Unhcr; Wikipedia; Polisario Think Twice