Wehrmacht

“Un Esercito degno di questo nome” (II Parte)

Continua da “Un Esercito degno di questo nome” (I Parte)

By Vincenzo Ciaraffa

E’ sotto gli occhi di tutti che, oggi, essi non sono in grado di fare tutte e due le cose e che, forse, non sono  in grado di farne bene neanche una soltanto. D’altronde, anche al più inguaribile degli ottimisti, riuscirebbe difficile sostenere che all’estero possa essere credibile un Esercito che non ha le risorse economiche neppure per rinnovare i Quadri, i sistemi d’arma, il parco automezzi e, più banalmente, per addestrarsi.

Le necessità da soddisfare e le problematiche da risolvere nel settore Difesa sono, dunque, di quelle che farebbero tremare i polsi, ma i nostri vertici politici e militari sono persuasi che i fondi per le Forze Armate potranno essere reperiti dalla vendita delle infrastrutture militari in disuso o – come auspicava l’immaginifico Generale Cecchi –  negli studios cinematografici.

Soltanto questa diffusa persuasione potrebbe spiegare il silenzio che, come un sudario, tende ad avvolgere un problema che, nella sostanza, mette in discussione il nostro stesso modello di difesa, un silenzio che, in verità, giova a tutti, eccetto che alla verità.

Giova alla classe politica, perché così essa può continuare a far credere all’opinione pubblica che quello della difesa militare è un problema delle Forze Armate e non del Parlamento; giova ai vertici militari i quali, per il solo fatto di avere presentato alcuni Cahiers de doléances, si sentono con la coscienza a posto.

Questi ultimi, insomma, si comportano come un Ufficiale di Picchetto che, una volta data la sveglia alla caserma, se ne torna placidamente a dormire. E, alla presenza di una situazione così disastrosa, si guardano bene dal presentarsi al Ministro della Difesa, salutare la bandiera, sbattere i tacchi e rimettere il proprio incarico, per riportare, così, all’attenzione della Nazione un problema che la riguarda molto da vicino.

Ma, a quanto pare,  i termini e le dimensioni del problema non sono chiari neppure allo stesso reggitore dello specifico dicastero, il quale – mentre le Forze Armate rischiano di scomparire come complesso operativo per mancanza di soldi –  è andato ad inventarsi la “Mini naja”. Questo significherà che, per quindici giorni, alcune centinaia di ragazzi fingeranno di essere soldati, fruendo di vestiario, vitto, alloggio e paga giornaliera e, dopo questa scampagnata in grigioverde, se ne ritorneranno a casa.

D’altronde, il Ministro per la Difesa non può neppure invocare a giustificazione delle sue maldestre trovate il fatto che, essendo il suo un ruolo politico, non ha ben chiara la deficitaria situazione economica delle Forze Armate, stante l’intervista che ha rilasciato al Corriere della Sera il 10 agosto del 2010.

Nella circostanza, infatti, il reggitore del dicastero difesa ha rivelato che le autoblindo operanti in Afghanistan reperivano i pezzi di ricambio “cannibalizzando” quelle fuori uso, senza rendersi conto che con quell’affermazione inseguiva la stessa logica di Mussolini all’atto di scaraventare l’Italia nella II Guerra Mondiale: non importa se scassati e senza neppure i pezzi di ricambio, l’importante è esserci!

Probabilmente il Ministro aveva pensato che, dal punto di vista finanziario, gli euro da spendere  per la “Mini – naja” sarebbero stati, in fondo, soltanto gocce nel mare, senza realizzare che, quando il mare diventa un catino, bisognerebbe centellinare anche le gocce.

Meglio avrebbe fatto il Ministro ad occuparsi della vera naja, cioè del futuro dei cosiddetti Volontari in Ferma Prolungata (VFP1) i quali, chiamati a sostituire per un paio di anni la frettolosamente abolita leva, con stipendi mortificanti, la maggior parte di essi non viene transitata in servizio permanente pur avendo acquisito costose specializzazioni militari che, così, vanno disperse. E, invece,  tornati a casa sono costretti a sottoporsi ad una nuova via Crucis per trovare un posto di lavoro.

Meglio ancora avrebbe fatto il Ministro a preoccuparsi per la penuria di Sottufficiali del ruolo Sergenti, e per dotare i nostri militari in Afghanistan di mezzi di protezione più sofisticati. Molti italiani di una certa età forse ricordano l’orgogliosa risposta che il Cancelliere della Germania Ovest, Willy Brandt,  diede ad un giornalista che gli aveva chiesto se era vero che l’Armata Rossa sarebbe potuta arrivare a Bonn in mezz’ora: “Sì, se la Wehrmacht, però, si mette a dirigere il traffico!”.

Un nostro capo del governo potrebbe dare la stessa risposta  ad una similare domanda? Ovvero, le attuali Forze Armate sono realmente in grado di difendere il nostro Paese o, se vogliamo, sono in mani competenti? (segue III e ultima Parte)

Vincenzo Ciarafffa

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“Un Esercito degno di questo nome” (I Parte) – di Vincenzo Ciaraffa (6 gennaio 2012)

Foto: direttanews.it

La Wehrmacht rivive in un manuale di Simulated Combat Training

Addestramento creativo. Al limite del realismo, anzi, molto molto reale. Soldati che si addestrano sul modello della Nazi-Wehrmacht, seguendo le operazioni condotte nella Seconda Guerra che nel realismo esercitativo prestano nomi e caratteristiche dei protagonisti per meglio adeguare lo scenario agli obiettivi del training.

E’ il think tank German-Foreign-Policy.com a rivelare con un proprio reportage ciò che da anni viene proposto alle truppe tedesche dai manuali del German Armed Forces Military History Research Office (MGFA).

L’ufficiale delle SS Paul Karl Schmidt, capo dell’ufficio stampa del ministero degli Esteri tedesco fino al 1945, diventerebbe nel realismo esercitativo il signor Paul Carell. Mentre nella guida dell’MGFA per le truppe dispiegate in Afghanistan il “fervente antisemita” Oskar Ritter von Niedermayer viene descritto come colui che rappresenta le “buone relazioni tra Germania e Afghanistan” prima, durante e dopo la Seconda Guerra.

In tutto i case studies presentati nel manuale di Simulated Combat Training a vantaggio dell’addestramento delle truppe sono quattro, secondo quanto riportato. Tutti orientati a fornire un quadro il più possibile realistico della guerra e per questo piuttosto estremi.

Il “winter combat” della Wehrmacht contro l’Armata Rossa nel 1942, tra gli altri casi presenti,  permette agli istruttori di insistere sullo stress fisico ed emotivo degli esercitati, facendo leva sull’ambiente completamente diverso da quello a cui i soldati tedeschi sono abituati: “evidente il parallelo con le operazioni in Afghanistan – afferma l’articolo – con condizioni climatiche ostili e terreno difficile”.

Fonte: German-Foreign-Policy.com

Foto: www.britannica.com