martedì, marzo 9th, 2010 135 views
“Una questione superata” la cerimonia della Kosovo Security Force (KSF) con guardia d’onore in stile militare e bandiera della Nato, lo scorso 5 marzo, nel centro di Pristina. Così per il ministero delle Forze di Sicurezza kosovare.
Ma è così anche per la Nato, visto che la fermezza del comandante di Kfor nella sospensione del training a KSF è durata meno di un giorno festivo.
Dalla domenica pomeriggio al lunedì la sospensione è stata revocata e Kfor riprende da subito ad addestrare le forze di sicurezza del Kosovo come da mandato, ovvero per svilupparne una capacità da gestione delle emergenze civili.
La denuncia di inadeguatezza dello stile militare di KSF e di inaccettabilità dell’esposizione della bandiera della Nato alla parata, espressa domenica dal generale Markus Bentler comandante di Kfor e supportata dall’International Civilian Office (ICO) riportato da Koha Ditore, ha perso consistenza in poche ore sciogliendosi sotto il pronto ottimismo del vice primo ministro Hajredin Kuci: “nessuno si aspetterebbe che il Kosovo non si comportasse come uno stato sovrano”.
Probabilmente l’analisi dei media fatta dalla Nato avrà rilevato una tale copertura dell’evento sulle testate locali da far ritenere opportuno ritornare sui propri passi e riprendere subito ad addestrare il futuro esercito del Kosovo, così da evitare tensioni nell’ex provincia serba autoproclamatasi indipendente due anni fa.
O forse la confidenza di un analista, riportata da un sito americano, secondo cui “il peggioramento delle relazioni potrebbe portare a una presa delle armi contro la Nato” ha inciso altrettanto sul rinnovo dell’amicizia. Certo è che in questo modo la la fermezza e la determinazione dimostrate dalla Nato vacillano agli occhi dell’opinione pubblica. Meglio sarebbe stato non esprimersi del tutto, a questo punto.
E’ comunque sorprendente pensare come Kfor sia stata presa alla sprovvista da questa parata in stile inadeguatamente militare, quasi che non avesse il polso della situazione sul terreno dopo aver creato KSF dal vecchio Kosovo Protection Corps, (KPC, che già riciclava il TMK, ovvero il KLA anche noto come Uck) e averlo dotato nel corso degli anni di equipaggiamento specifico, come il dipartimento di telecomunicazioni nella caserma Adem Jashari di cui ha riferito Balkanalysis nel 2008.
Articolo correlato:
Kosovo: riappare il Kosovo Liberation Army e Kfor sospende il training della Kosovo Security Force (8 marzo 2010)
Fonte: Serbianna, Earth Times, Balkanalysis, Unmik
Vignetta: Jeton Mikullovci/Koha.net
Foto: Koha.net
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lunedì, marzo 8th, 2010 177 views
Niente più addestramento per la Kosovo Security Force (KSF) da parte di Kfor da ieri sera. Lo ha annunciato il comandante delle forze Nato in Kosovo generale Markus Bentler (qui su B92) dopo che venerdì 5 marzo una guardia d’onore in stile militare della KSF ha commemorato a Pristina il dodicesimo anniversario dell’uccisione di un leader del Kosovo Liberation Army (KLA, o Uck secondo l’acronimo albanese), il gruppo paramilitare albanese distintosi in azioni contro serbi e collaborazionisti negli anni Novanta del Novecento.
L’annuncio della Kfor è motivato dal fatto che “la guardia d’onore della KSF è apparsa nelle vesti di formazione militare nel corso di un evento dedicato a un ex leader del KLA”. Un aspetto che, come riportato da B92 che cita l’agenzia Beta, “non è in linea con la posizione della KSF, che non ha status militare”.
Ma c’è di più, alla parata sventolava la bandiera della Nato. Specifica Kfor: “La bandiera della Nato è stata esposta nel corso dei festeggiamenti, una cosa inaccettabile dato lo status di neutralità di Kfor”.
L’addestramento degli uomini della KSF, la forza costituita l’anno scorso con compiti di emergenza civile per riformulare il Kosovo Protection Corps formato da ex membri del KLA, è ora sospeso fino a nuovo avviso.
Intanto prevale l’ottimismo tra le autorità dell’ex provincia serba dichiaratasi unilateralmente indipendente poco più di due anni fa: il provvedimento di sospensione sarebbe stato in realtà male interpretato. Addirittura si attende un chiarimento, dato che – come ha affermato Hajredin Kuci, vice del primo ministro Hashim Thaci – “nessuno si aspetterebbe che il Kosovo non si comportasse come uno stato sovrano”.
KSF è addestrata da Kfor secondo quanto stabilito il 12 giugno 2008 in previsione del progressivo ridimensionamento delle forze militari Nato in Kosovo.
Per il ministro degli Esteri serbo Vuk Jeremic, espressosi sin dalla formazione della KSF, tale forza rappresenta un “gruppo paramilitare illegale” e una “diretta minaccia alla sicurezza nazionale, alla pace e alla stabilità dell’intera regione”.
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I piani di destabilizzazione islamica dei Balcani (23 febbraio 2005)
Kosovo, la lunga strada verso l’Occidente (14 novembre 2004)
Fonti: B92/Beta, Army Times/Associated Press, BBC, Kfor
Foto: BBC
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giovedì, novembre 5th, 2009 109 views
Il Kosovo come protettorato della Nato, tagliato via dal resto della Serbia per farci ciò che la Nato desidera con chi desidera. Eulex come cavallo di Troia, introdotto dall’Occidente nel cuore dell’ortodossia balcanica. Sono alcuni dei commenti alla notizia sull’agenzia belgradese B92 relativa all’esercitazione Kfor in corso da stamane nel nord dell’ex provincia serba.
Del resto questa esercitazione di due giorni, denominata Strong Gates e finalizzata ufficialmente a migliorare la cooperazione tra Kfor, Eulex e Polizia del Kosovo (KPS, Kosovo Police Service), è di difficile interpretazione e si presta a molteplici letture.
In primo luogo la Strong Gates non solo viene condotta nei checkpoint vicino a Leposavic e Zubin Potok, quindi a nord di Mitrovica dove si trovano i gates o checkpoint amministrativi di passaggio dall’ex provincia serba al territorio serbo, ma si prefigge anche lo scopo di far raggiungere agli attori – forze di riserva incluse – una maggior familiarità con i luoghi (la fascia a ridosso con il confine serbo, appunto).
Di più. Stando alla notizia riportata da B92, Kfor ha dichiarato ufficialmente che con questa esercitazione “i militari acquisiranno maggior confidenza con il territorio e con tutte le procedure di difesa alle linee di confine di Brnjak e di Jarinje”.
Di difesa da che cosa se solo martedì scorso il comandante di Kfor, il generale tedesco Markus Bentler, aveva dichiarato che non sussistono minacce esterne al Kosovo?
Una provocazione contro Belgrado per dimostrare che “la Serbia ha sicuramente perso il Kosovo e che sul suolo serbo è stato definitivamente costituito uno stato della Nato” secondo il Serbian National Council, che si dichiara convinto che i 250mila serbi costretti a lasciare le loro case in Kosovo dopo l’intervento nel 1999 dell’Occidente “prima o poi torneranno”.
Un modo per far reagire aspramente Belgrado prima del meeting dell’Icj sulla legittimità della dichiarazione di indipendenza del Kosovo, in modo da evidenziare il lato temibile del carattere dei serbi, secondo alcuni commentatori.
Oppure, e qui sono ancora i lettori di B92 a ipotizzare diverse interpretazioni, l’esercitazione potrebbe essere sostenuta dal timore della creazione di una base militare russa a Nis.
Fonte: B92
Foto: larson74/www.panoramio.com
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mercoledì, settembre 2nd, 2009 102 views
Se l’attività di peacekeeping debba risultare redditizia o meno alla nazione che vi investe le proprie risorse – umane e non – è forse più questione di morale che di politica. Senza troppo scomodare accenni di colonialismo.
Però viene da pensare che già che ci troviamo in un teatro operativo con uomini e mezzi impegnati a garantire sicurezza e gestire attività di Cooperazione civile-militare (Cimic), tanto vale promuovere anche legami di tipo economico con la nazione ospitante.
I contatti già stabiliti tramite il Cimic e la sicurezza ricostituita nelle aree di responsabilità dei comandanti delle nazioni contributrici, oltre all’immagine della propria nazione esportata dagli stessi militari attraverso il loro operato, sono elementi che vanno a costituire un valido substrato per l’inserimento in area di attività economiche e imprenditoriali. Che equivale a mettere a frutto il denaro che la nazione ha investito aderendo alla missione.
Il peacekeeping acquisterebbe allora un significato ancora più concreto e orientato al futuro.
E’ un’osservazione facilmente strumentalizzabile a seconda del credo storico-politico del lettore. Però anche un modo per non gettare anni di lavoro e vite umane relegando un impiego fuori area alla memoria storica.
Per noi italiani che abbiamo una naturale predisposizione alla creazione di legami sociali e culturali con altre popolazioni, per noi insomma che siamo espansivi e simpatici, dovrebbe essere un gioco da ragazzi.
Al momento ci ha pensato la Germania a bagnarci il naso e a promuovere il proprio paese all’estero con iniziative artistico-culturali orientate a veicolare attività economiche.
E’ successo in Kosovo. Nell’ex-provincia serba stanno infatti per celebrarsi le Settimane della cultura tedesca, una manifestazione che ormai “è diventata una vera e propria tradizione” secondo quanto riferisce il portale di informazione New Kosova Report.
La Germania ha messo dunque a frutto il proprio impegno di uomini, mezzi e anni di lavoro fuori area creando il famoso substrato dove inserire il sistema paese. L’Italia per il momento sta a guardare e lascia l’esplorazione di aree nuove all’iniziativa privata di singoli pionieri, a chi cioè viene in mente di rivolgersi agli uffici per il commercio estero se non a contatti già singolarmente instaurati.
Non si capisce se si tratti di semplice individualismo. Ma forse c’è carenza di visione geostrategica.
Si tratterebbe solo di attualizzare e far conoscere il proprio paese in terre lontane in modo sistematico con eventi organizzati da trasformare in appuntamenti fissi. Ben vengano le iniziative culturali come quella tedesca in Kosovo, è tutta promozione che rende redditizi anni di peacekeeping.
Foto: www.einsatz.bundeswehr.de
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giovedì, maggio 21st, 2009 91 views
Questa visita non s’ha da fare, né domani né mai. Per il vescovo Artemije, ovvero la chiesa serba in Kosovo, non si pone neppure la questione: il vicepresidente americano Joseph Biden sta visitando il Kosovo intendendolo come stato indipendente. In questo modo conferma la sottrazione forzata alla Serbia di parte del suo territorio e la successiva consegna nelle mani di terroristi albanesi colpevoli di crimini contro i serbi e i loro siti, si legge nel comunicato stampa della diocesi di Ras e Prizren.
Di più. Secondo il programma della visita, nel tardo pomeriggio di oggi 21 maggio il vicepresidente Usa dovrebbe essere in visita al monastero di Decani. “Non è che così facendo Biden voglia confermare anche che il monastero di Decani in Kosovo Metohija sia una base americana come quella di Bondsteel?”, continua il comunicato denunciando il disinteresse per le problematiche serbe dell’attuale amministrazione del monastero.
Biden oggi ha assicurato nel suo discorso al Parlamento di Pristina che “l’indipendenza è irreversibile, assolutamente irreversibile”, rappresentando ancora una volta la certezza americana secondo cui solo così si garantisce la stabilità dell’area. Attualmente il Kosovo è stato riconosciuto da 60 paesi, per primo l’Afghanistan; contrarie all’indipendenza Russia e Serbia che considerano il Kosovo una provincia autonoma serba.
Nell’area nordoccidentale è presente il contingente italiano della missione Nato Kfor, che con Romania, Slovenia, Spagna e Ungheria ha la responsabilità dell’area sotto il comando italiano del generale di brigata Roberto Perretti.
Foto: Beta/AP
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mercoledì, maggio 20th, 2009 146 views
L’intervista è andata in onda oggi 20 maggio nel corso dell’edizione delle 13.00 del Tg2 Rai. A parlare di spalle un muratore che aveva prestato la sua opera in un’impresa impegnata nella costruzione dell’ospedale dell’Aquila una ventina di anni fa. La tematica è nota ed è fatto di cronaca.
Piuttosto, ciò che attira l’attenzione sono la scritta sul retro della maglietta indossata dall’intervistato e il curioso accostamento con il simbolo sul cappellino: rispettivamente Islamic Relief sulla prima e una M arrotondata sul secondo. Simboli ormai di una globalità acquisita. Infatti, Islamic Relief (IR) è una organizzazione non governativa (ong) “ispirata a valori umanitari islamici” che opera in 25 paesi del mondo “al servizio dei più poveri”, come una multinazionale, mentre McDonald’s è ormai indiscutibilmente globale e riconoscibile dalla famosa M gialla maiuscola un po’ tondeggiante.
Nell’aquilano, Islamic Relief Italia è presente a Onna dove opera nel campo per terremotati della Protezione Civile dallo scorso 24 aprile. Sul sito italiano dell’ong è pubblicata l’entità dell’aiuto prestato in termini di materiale consegnato.
L’organizzazione Islamic Relief (IR) è stata fondata nel 1984 da un medico egiziano, Hany el Banna, e ha la sede principale a Birmingham (Regno Unito). L’immagine usata a simbolo dell’organizzazione riproduce una moschea con due minareti che ricorda la facciata della moschea di Klina, in Kosovo, costruita con i fondi del Saudi Joint Committee for the Relief of Kosovo and Chechenya (SJCRKC).
Anche Islamic Relief opera in Kosovo. Al suo riguardo nel libro The Coming Balkan Caliphate (Praeger, 2007) del giornalista americano Chris Deliso si legge: Fin dal 2003 [...] Islamic Relief ha camuffato il suo intento di proselitismo attraverso progetti come riparazioni di infrastrutture e costruzione di acquedotti, cliniche e assistenza agli orfani. [...] Nell’aprile 2003, Islamic Relief ha cominciato a finanziare gli orfani con un programma di microcredito per contadini e piccoli imprenditori. Nel settembre 2004 aveva erogato più di 500 prestiti, tutti “basati su principi islamici”.
Nel 2006 un cooperante di IR è stato espulso da Israele con l’accusa di fornire supporto ad Hamas. Ayaz Ali, di nazionalità britannica, operava per IR nella striscia di Gaza. Il suo rilascio e successivo rientro in Uk è stato accolto con soddisfazione dallo stesso fondatore di IR.
L’anno successivo IR ha incontrato problemi in Italia, dove aveva organizzato un incontro di tre giorni in Emilia Romagna per riunire gli islamici di Bologna, Milano e Sassuolo. Al Palanord di Bologna, dove IR parlava di Globalizzazione della solidarietà, era riecheggiata la denuncia del rischio di “politica di indottrinamento contro l’Occidente e di incitamento alla guerra santa”.
IR ha uffici di raccolta fondi in 11 paesi: Belgio, Francia, Germania, Italia, Malesia, Mauritius,Olanda, Svezia, Svizzera, UK, Usa.
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mercoledì, maggio 6th, 2009 657 views
“Sono convinto che sicurezza e rispetto sono elementi essenziali per lo sviluppo in Kosovo”, ha dichiarato il comandante della Multinational Task Force West della Kosovo Force (Mntf-W Kfor), che da oggi è il generale di brigata Roberto Perretti comandante in patria della brigata meccanizzata Aosta.
“Sono certo che conseguiremo il comune obiettivo grazie a leale cooperazione, tolleranza, reciproca conoscenza e in continuità di azione con le unità che ci hanno preceduto”, ha continuato il generale Perretti dopo aver fatto riferimento al “profondo senso di fierezza” che prova “nell’essere il comandante di soldati provenienti da così tante nazioni: Italia, Romania, Slovenia, Spagna e Ungheria”.
Il cambio di comando è avvenuto stamane 6 maggio a Villaggio Italia, a Belo Polje, dove ha sede il contingente italiano responsabile dell’area nord-occidentale del Kosovo nell’ambito della missione Kfor. Il generale Perretti è subentrato al pari grado generale di brigata Giovanni Armentani, che nel discorso di commiato ha ringraziato i giornalisti locali per il rilievo mediatico dato alle attività della Mntf-W.
L’Aosta subentra così alla Granatieri in una cerimonia celebrata nel Piazzale della Pace all’interno della base italiana alla presenza del comandante di Kfor, generale di corpo d’armata italiano Giuseppe Emilio Gay, del reggimento di formazione multinazionale comandato dal colonnello Fabrizio Biancone, comandante della task force Aquila, e delle autorità locali.
L’area di responsabilità della Mntf-W è nota per aver dato i natali all’ex primo ministro ed ex comandante dell’Uck Ramush Haradinaj, rientrato qui dall’Aja dopo l’assoluzione dall’accusa per crimini di guerra lo scorso 4 aprile 2008.
Nella zona l’etnia di maggioranza è albanese, ma sono presenti due siti religiosi di notevole significato per l’ortodossia serba: il Patriarcato di Pec e il monastero di Decani. Mentre rimane una enclave della minoranza serba a Goradzevac. Le tensioni etniche sono apparentemente sopite, essendo ormai quasi assente l’etnia serba; rimangono comunque attive nell’area organizzazioni non governative finalizzate a facilitare il rientro dei serbi nelle loro proprietà. Lo scorso anno il Rappresentante regionale di Unmik è stato aggredito nella sua abitazione nella piazza centrale di Decani, dopo essere stato dichiarato pubblicamente persona non grata tramite organi di stampa locali.
Permangono dunque tensioni latenti in zona e il compito della Mntf-W, come ricorda il comunicato dello stato maggiore della Difesa italiano, è proprio quello di assicurare libertà di movimento e un ambiente sicuro a tutte le etnie presenti nell’area di responsabilità.
Fonte: smD, fonti proprie
Foto: Kfor
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giovedì, marzo 26th, 2009 200 views
“Hai scritto in poche righe tutto quello che ci siamo detti in questo ultimo anno”. Ma Angelo non potrà mai pubblicare questa lettera sul foglio militare che dirige. Va da sé che non lo potrà fare, per evitare il rischio di strigliata non solo per lui ma anche per i suoi militari che lo accompagneranno nella prossima missione in Kosovo.
Io la pubblico qui con la sua autorizzazione, prendendo occasione dal decimo anniversario dell’inizio dei bombardamenti Nato sulla Serbia (24 marzo 1999) e dalle recenti controverse questioni legate all’annuncio del ritiro dei militari spagnoli dal Kosovo.
Caro Angelo,
ci sono momenti in cui il giornalista si deve fare da parte e lasciare spazio alla soggettività. E questo è proprio uno di quei momenti. Perché non si può essere obiettivi quando mi chiedi un pezzo a pochi giorni dalla chiusura del numero del […] scatenandomi tutto un vissuto di emozioni professionali altissime. Proprio quando la brigata sta per partire di nuovo per il tranquillo e insignificante Kosovo (il perché sia tranquillo e insignificante te lo spiego dopo).
Non si può essere ostinatamente obiettivi, dicevo, quando in Kosovo ci si va anche al di fuori dagli accrediti ufficiali e si alloggia dalle monache o si seminano le guardie del corpo di qualche influente politico o, più semplicemente, si portano i saluti dall’Italia sotto forma di cioccolatini e biscotti.
Un anno fa, quando su esplicita richiesta ho testimoniato in Italia la situazione di annuale tentennamento pre e durante dichiarazione di indipendenza del Kosovo – con annesso glaciale atteggiamento di fermezza della Serbia, visto che rientravo da Belgrado – sono stata bollata come filo-serba. E, naturalmente, allontanata dalla conferenza organizzata da una associazione di sinistra della mia città. Esattamente quella sinistra che quando occorre sfoggia l’antiamericanismo di facciata, ma che poi nell’indugio si rifugia sotto le gonne di nonna America per farsi difendere. Come fare a essere obiettivi se volendo comprare una splendida copia finemente decorata del Corano in centro a Pec/Peja si viene convinti a desistere da una improvvisa serrata con tanto di fuggi fuggi di uomini barbuti in motorino. Che dire, sembrerebbe che il dettato deontologico dell’Ordine riguardo all’obiettività imponga in questo caso le sofferenze di un cilicio.
Ancora: nel 2003 ragionavo con l’ausilio di fonti aperte su come la situazione stesse prendendo una piega alquanto sospetta. Armi ai paramilitari fornite da potenti nazioni europee interessate a mantenere il dominio sul Kosovo, legami transfrontalieri con gruppi aggressivi e senza scrupoli, diaspora incontrastabile nel cuore della Svizzera erano elementi che affioravano sempre più dall’inconscio del Kosovo. Le mail che mi arrivarono allora erano facili e scontate offese al mio status femminile.
Nel 2004 raccontavo dell’impegno dei soldati italiani e dell’idea di un comandante di definire zone protette intorno ai monasteri. Risultato: sei un pelino oltre, diciamo che non stai nel mucchio, ecco. Perché – tanto per cominciare – non si può parlare di enclave serbe ma bisogna trovare un’altra parola, magari più soft. Come si dice, di grazia: ghetto? Prigione? Campo profughi? E il comandante, che sei anni fa a Prizren mi regalava la sua medaglia della missione con tanto di brindisi e cena, mi tolse poi il saluto (l’ho visto di recente, tra le poltroncine morbide di una ovattata aula magna in un cinquecentesco palazzo sul Lungotevere: con un rapido sguardo ci siamo riconosciuti e ci siamo lasciati).
Dal 2005 a oggi riporto di tanto in tanto ciò che mi sembra più significativo in una nebbia di indifferenza, come l’isolamento progressivo a cui vengono condannati quegli internazionali di Unmik troppo onestamente dediti al loro lavoro. O come il revisionismo artistico prima che storico stia ridefinendo un’intera provincia. Nell’indifferenza del più classico laissez faire laissez passer mi sono beccata una svista dei poligrafici di un periodico militare che hanno pubblicato un mio articolo corredato da una cartina del Kosovo con la singola toponomastica albanese! Alla faccia del politicamente corretto.
E io dovrei essere obiettiva. Dovrei esserlo anche dopo aver evitato con tutte le forze, ma con successo, di dormire dall’imam venuto dall’Albania e passato dal Cairo che mi aveva concesso un’intervista nel cuore del Kosovo innevato. Ma che in cambio voleva ospitarmi per quella notte così come faceva con gli amici che venivano da lontano (e certo non si tratta di amici con cui divertirsi al tavolo verde). Come posso, Angelo? Il Kosovo indipendente è uno schiaffo al diritto internazionale, una linguaccia tirata al concetto di sovranità degli stati, una bugia raccontata agli ossetani. Ma anche un sassolino da togliersi al più presto dalla scarpa.
Prova ne è la fretta del comandante della missione Kfor nello svelare i piani di ridimensionamento degli uomini Nato laggiù. La smentita del portavoce dell’Alleanza è arrivata a stretto giro, d’accordo, ma ormai la frittata è fatta: il Kosovo è una patata bollente, meglio liberarsene prima di doversela sbucciare con le proprie mani. In questo periodo di tranquillità i britannici hanno annunciato, loro sì unanimemente e ufficialmente, il ritiro entro l’estate. Meglio andarsene prima che ci si accorga di quanto inutile sia stata ai più questa campagna, risultata un affare quasi solo per i tedeschi storicamente interessati a tenere il controllo sui Balcani (per gli americani era scontato, sempre per gli stessi motivi storici).
Ormai ci sono i poliziotti albanesi della Kosovo Police a fare la guardia ai monasteri serbi, ormai la legittimazione dell’ex Tmk/ex Kla (il noto Uck) è avvenuta. Grazie agli impegni presi dalle nazioni Nato, Spagna esclusa, nell’addestrare ed equipaggiare questi convinti sostenitori non tanto dell’indipendenza del paese quanto piuttosto dell’autonomia degli affari. Business is business, non importa se sei albanese perché se mi metti i bastoni tra le ruote sparisci anche tu. E l’area ovest del Kosovo è una testimonianza alla portata di tutti dei modi sbrigativi del Kla.
Non occorre essere giornalisti per andarsela a vedere, tanto meno giornalisti di guerra visto che in Kosovo non c’è guerra da dieci anni. Solo una effimera e fasulla tranquillità per gli ingenui. Quanto poi al fatto che il Kosovo sia insignificante è chiaro: ai media non interessa fino a quando non ci saranno di nuovo petardi lanciati sul ponte dell’Ibar o incendi appiccati allo Yu Program. Neppure l’intervista all’imam è interessata alla stampa periodica italiana. Se la sono presa gli americani, che non hanno in mente sempre e solo le sollevazioni parlamentari come mèta finale delle loro pubblicazioni.
Come essere obiettiva, Angelo, visto che vi vedo partire al servizio di uno stato che politicamente ha già deciso da che parte stare dieci anni fa. Il Kosovo tornerà a essere il contrario di tranquillo e insignificante solo quando le truppe Nato se ne saranno andate, lasciava bene intendere l’imam. Ma a quel punto la brigata sarà impegnata su altri fronti. Ora concludo la mia parentesi di soggettività e ti lascio la responsabilità di scegliere se pubblicarmi, tu che sei il direttore del […]. Ma se lo fai non amputarmi il pezzo di una riga: sono una giornalista obiettiva, lo sai.
Paola Casoli
Varese, 11 marzo 2009
Articolo correlato:
Terror & Gratitude: Albanian Imam’s Kosovo Mission (29 dicembre 2007)
Foto: informazione.it
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giovedì, giugno 26th, 2008 64 views
Appuntamento alle 10.30 di stamattina all’aeroporto Vassura di Rimini per il saluto ai gruppi del 7° reggimento aviazione esercito Vega in partenza per i teatri operativi.
Il 25° gruppo elicotteri Cigno è in partenza per il Kosovo, mentre il 53° gruppo elicotteri Cassiopea per il Libano.
A salutarli oggi ci sarà il distaccamento della brigata aeromobile Friuli attualmente impiegata a Herat, in Afghanistan.
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mercoledì, giugno 11th, 2008 55 views
“Mi aspetto un piano di riconfigurazione (di Unmik, ndr) nei prossimi giorni” ha riferito oggi a Pristina nel corso dell’incontro settimanale con i media il portavoce dell’Unmik Alexander Ivanko. E riguardo al bilancio ci sarà una correzione di circa il 9 o 10% al ribasso, con un mantenimento del 30% del personale operante in Kosovo nell’ambito della missione dell’Onu.
Ivanko non ha fornito ulteriori dettagli riguardo al numero di personale di staff che verrà confermato dopo la riconfigurazione dalla sede centrale newyorkese, ma ha intanto ribadito la posizione contraria di Unmik verso le assemblee municipali serbe elette sulla base del risultato elettorale dell’11 maggio scorso: sono istituzioni illegali perché per Unmik erano illegali le stesse elezioni.
Unmik amministra il Kosovo dal 1999. Dovrebbe trasferire gradatamente i poteri a Eulex, missione a guida europea, nel prossimo autunno. Oggi il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini ha anticipato che il contributo italiano di Eulex sarà di duecento persone.
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