Kps

Kosovo, serbi senza voce

Prima la corrente, poi i telefoni cellulari. Se prima erano senza luce, ora i serbi del Kosovo sono anche senza voce.

Nel corso dell’ultimo fine settimana, infatti, oltre una ventina di ripetitori di Telekom Srbija e Telenor sono stati danneggiati, spegnendo così ogni cellulare della rete mobile serba in Kosovo.

Esecutore materiale della decisione del governo dell’ex provincia serba del Kosovo, autoproclamatasi indipendente un paio di anni fa, è la Kosovo Regulatory Agency for Telecommunications con il supporto della polizia del Kosovo (KPS, Kosovo Police Service), stando a quanto riportato da B92.

Secondo il capo distretto del Kosovo Goran Arsic, Pristina starebbe tentando di isolare sempre più i serbi del Kosovo e di integrarli forzatamente nel sistema creato con la dichiarazione di indipendenza. Per il premier serbo Mirko Cvetkovic la disabilitazione dei telefoni cellulari in Kosovo rappresenta un problema serio.

Perfino al ministro degli Esteri italiano Franco Frattini, in visita in questi giorni a Belgrado, è stato chiesto dall’agenzia Tanjug di esprimere un parere sulla situazione: “ogni mossa va considerata con cura in questa delicata situazione”, è stato il suo commento, “devono essere urgentemente trovate soluzioni tecniche per evitare ogni escalation e ogni rischio che la situazione si trasformi in una questione politica”.

Di fatto si tratta già di una questione politica. Il ministro per le Telecomunicazioni Jasna Matic ha indirizzato al capo di Unmik Lamberto Zannier una richiesta formale di intervento, stante quella che viene definita una violazione della risoluzione Onu 1244 da parte del governo di Pristina.

Domenica 25 aprile l’Associazione dei giornalisti serbi (UNS) e la Società dei giornalisti della Methoija (DNKiM) avevano denunciato l’atto di vandalismo contro stazioni radio e tv.

Cavi tagliati e distruzione di un generatore di corrente a bloccare le trasmissioni in lingua serba, consentite da regolare licenza: siamo inorriditi, hanno dichiarato i giornalisti, dalla mancanza di intervento da parte delle istituzioni serbe, della comunità internazionale e del governo del Kosovo.

Lunedì 26 circa 3mila serbi si sono riuniti in protesta per le strade di Gracanica, con le ambulanze in testa al corteo a significare la necessità di un canale di comunicazione per le emergenze. Martedì sera il tentativo di ripristinare la funzionalità di un ripetitore.

Fonte: B92

Foto: BBC, Beta/B92

Nato: undici anni fa iniziò attacco alla Serbia. Intanto in Kosovo Kfor trasferisce responsabilità sicurezza monumenti serbi alla polizia kosovara

Gazimestan_KosovoMentre a Belgrado le sirene ricordano oggi l’inizio dell’attacco Nato sulla Serbia avvenuto il 24 marzo di undici anni fa, nell’ex provincia serba autoproclamatasi indipendente – il Kosovo – la forza Nato in fase di ridimensionamento a vantaggio di altri fronti operativi sta trasferendo la responsabilità del controllo di siti di interesse serbo alle nuove forze kosovare.

Meno di una settimana fa, il 18 marzo scorso, il monumento che segna per i Serbi la nascita della loro nazione è stato dato in custodia alla polizia del Kosovo (Kosovo Police Service, KPS). Il Gazimestan, la torre alta una cinquantina di metri che nella pianura di Kosovo Polje vicino a Pristina ricorda la sconfitta contro i turchi subita nel 1389, ora non è più sotto la tutela dei militari della Nato ma di quella dei poliziotti kosovari.

Gli ultimi militari della Kfor ad avere la responsabilità della sicurezza di un monumento così importante per i serbi sono stati quelli della Repubblica Ceca, che a loro volta l’avevano ricevuta dai colleghi slovacchi (il cui governo non ha riconosciuto l’indipendenza del Kosovo). Il passaggio di consegne alla polizia del Kosovo, fa notare Prague Daily Monitor, è avvenuto il giorno successivo al sesto anniversario del pogrom di marzo 2004, quando disordini di natura etnica hanno portato all’allontanamento dalle loro case di migliaia di serbi e alla totale distruzione di trentacinque siti religiosi ortodossi per mano albanese.

Ma ora il Kosovo si presenta tranquillo stando a quanto dichiarato il 19 marzo a Pristina dal vertice del comando Nato responsabile per l’area dei Balcani, l’ammiraglio Mark Fitzgerald comandante dell’Allied Joint Force Command di Napoli. Così tranquillo, nonostante gli attacchi ai pochi serbi rimasti e alla dissacrazione anche delle sepolture più fresche, che nel prossimo futuro addirittura i monasteri serbi verranno messi sotto la custodia delle forze del Kosovo.

Già lo scorso 19 febbraio, come riportato da Kosovo Compromise, lo stesso ammiraglio Fitzgerald aveva anticipato sempre a Pristina che la polizia del Kosovo (KPS) e la missione di giustizia europea Eulex si occuperanno della sicurezza di chiese e monasteri serbi ortodossi. Notizia confermata dalla stessa KPS, che in occasione dell’assunzione di responsabilità della tutela del Gazimestan si è dichiarata pronta a fare altrettanto anche per “altre strutture di cultura e di religione ortodossa”.

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Kosovo, due pogrom a confronto: 17 marzo 2004 – 17 marzo 2008 (17 marzo 2008)

Fonte: B92/Beta, Prague Daily Monitor, Kosovo Compromise, Blic

Foto: Wikipedia

Kfor si esercita a ridosso dei gates a nord di Mitrovica. Per le procedure di difesa

gate_one_kosovoIl Kosovo come protettorato della Nato, tagliato via dal resto della Serbia per farci ciò che la Nato desidera con chi desidera. Eulex come cavallo di Troia, introdotto dall’Occidente nel cuore dell’ortodossia balcanica. Sono alcuni dei commenti alla notizia sull’agenzia belgradese B92 relativa all’esercitazione Kfor in corso da stamane nel nord dell’ex provincia serba.

Del resto questa esercitazione di due giorni, denominata Strong Gates e finalizzata ufficialmente a migliorare la cooperazione tra Kfor, Eulex e Polizia del Kosovo (KPS, Kosovo Police Service), è di difficile interpretazione e si presta a molteplici letture.

In primo luogo la Strong Gates non solo viene condotta nei checkpoint vicino a Leposavic e Zubin Potok, quindi a nord di Mitrovica dove si trovano i gates o checkpoint amministrativi di passaggio dall’ex provincia serba al territorio serbo, ma si prefigge anche lo scopo di far raggiungere agli attori – forze di riserva incluse – una maggior familiarità con i luoghi (la fascia a ridosso con il confine serbo, appunto).

Di più. Stando alla notizia riportata da B92, Kfor ha dichiarato ufficialmente che con questa esercitazione “i militari acquisiranno maggior confidenza con il territorio e con tutte le procedure di difesa alle linee di confine di Brnjak e di Jarinje”.

Di difesa da che cosa se solo martedì scorso il comandante di Kfor, il generale tedesco Markus Bentler,  aveva dichiarato che non sussistono minacce esterne al Kosovo?

Una provocazione contro Belgrado per dimostrare che “la Serbia ha sicuramente perso il Kosovo e che sul suolo serbo è stato definitivamente costituito uno stato della Nato” secondo il Serbian National Council, che si dichiara convinto che i 250mila serbi costretti a lasciare le loro case in Kosovo dopo l’intervento nel 1999 dell’Occidente “prima o poi torneranno”.

Un modo per far reagire aspramente Belgrado prima del meeting dell’Icj sulla legittimità della dichiarazione di indipendenza del Kosovo, in modo da evidenziare il lato temibile del carattere dei serbi, secondo alcuni commentatori.

Oppure, e qui sono ancora i lettori di B92 a ipotizzare diverse interpretazioni, l’esercitazione potrebbe essere sostenuta dal timore della creazione di una base militare russa a Nis.

Fonte: B92

Foto: larson74/www.panoramio.com

Kosovo, due pogrom a confronto: 17 marzo 2004 – 17 marzo 2008

Nell’anniversario del primo pogrom di marzo contro i serbi eccone pronto un secondo, più curato nell’aspetto in quanto condotto sotto un’aura di legalità e internazionalità.

chiesa ortodossa Se quattro anni fa i serbi vennero attaccati dall’etnia albanese sotto gli occhi della Nato e delle Nazioni Unite per un motivo ancora non chiarito (l’uccisione dei bambini albanesi nel fiume Bistrica sembra infatti che abbia proprio una regia albanese e non serba), oggi gli stessi serbi vengono attaccati una seconda volta.

Ma non più con sassi e bottiglie incendiarie per distruggere case e monasteri serbi (35 monasteri ortodossi distrutti e 800 case serbe bruciate), bensì con le manette del Kosovo Police Service (Kps), la polizia di Unmik.

Stamane infatti a Mitrovica la Kps è intervenuta per arrestare una cinquantina di serbi insediatisi nel tribunale che dallo scorso venerdì 15 marzo protestavano pacificamente e disarmati, occupando i locali dove lavoravano fino al 1999 e da dove sono stati rimossi da Unmik che vi ha insediato i propri funzionari. Il problema principale è stato la folla all’esterno, che avrebbe indirizzato colpi d’arma da fuoco contro gli internazionali.

Intanto quei serbi sono disoccupati da otto anni e mezzo.

Perché Unmik non li ha reintegrati nelle loro posizioni pur inquadrandoli nell’internazionalità della missione? Se avessero avuto il loro lavoro oggi quei serbi non avrebbero messo a rischio la loro vita quotidiana esponendosi a un arresto e a un trasferimento per il processo a Pristina, dove gli albanesi sono il 100%. E non avrebbero neppure recato disagio a Kps e Kfor o messo in allarme il governo di Pristina, spingendo il fiero primo ministro Hashim Thaci a supplicare l’intervento di Unmik contro gli “hooligans” già sabato scorso.

Una richiesta così accorata da parte di chi oggi disprezza la violenza “da qualsiasi parte provenga” che Joachim Ruecker, rappresentante del segretario generale dell’Onu in Kosovo, ha dato il via alle 5.30 di stamane all’operazione di sgombero del tribunale.

Thaci e il suo governo possono ora stare tranquilli.

L’ordine è stato ricostituito e confermato con un comunicato stampa del vice portavoce di Unmik e del comandante di Kfor che accusano i serbi di aver violato la risoluzione 1244. Questo perché chi di loro protestava fuori dal tribunale avrebbe esercitato “violenza letale”. Nel pomeriggio di oggi è intervenuto anche il ministro degli Esteri italiano Massimo D’Alema esortando Belgrado alla pacificazione.

Un modo sottile per eliminare i serbi ancora presenti nella parte nord di Mitrovica. Nel resto del Kosovo, invece, quella che un monaco ortodosso ha definito “pulizia etnica” si è quasi del tutto completata: se da una parte per i serbi non c’è possibilità di dimostrare il diritto di proprietà di immobili per intoppi burocratici, dall’altra diventa sempre più difficile curarsi nelle enclave dove le medicine non arrivano più. Bloccate, anche loro, da una questione burocratica di permessi non riconosciuti.

Task Force Aquila, l’approccio friendly tra kalashnikov e contrabbando

pubblicato da Pagine di Difesa il 14 novembre 2004

E’ un’operazione tipica del contingente italiano di cui reca la caratteristica “friendly”. L’attività di door-to-door, definita appunto Friendly Sweep per l’impegno a entrare nelle abitazioni con incedere amichevole, è uno dei compiti della task force Aquila comandata dal colonnello Donato Federici.

L’operazione prevede il controllo a tappeto di abitazioni e negozi con l’intento di presentarsi alla popolazione per rilevarne i bisogni. L’attività è amichevole e come tale viene percepita dagli abitanti del territorio che spesso chiedono aiuto direttamente ai militari. Nel gruppo che accede alle abitazioni è sempre presente un medico pronto a offrire cure e, soprattutto, a farsi conoscere.

Eventuali armi vengono fotografate mentre ai bimbi viene offerto cibo. E di armi ce ne sono quasi in ogni abitazione, ma non tutte sono registrate. Al secondo gruppo tattico della task force, quello comandato dal tenente colonnello Fulvio Poli, è capitato di rinvenire dei bossoli di kalashnikov nella cucina di una famiglia di Decani, proprio vicino al divano sotto lo sguardo incorniciato di Ramush Haradinaj, ex comandante dell’Uck (Esercito di liberazione del Kosovo, autodiscioltosi nel giugno 1999) e ora leader dell’Aak (Alleanza per il futuro del Kosovo).

Chi ha armi registrate di solito le mostra subito, appoggiandole sulla soglia di casa tra le scarpe e le ciabatte lasciate sull’ingresso. All’interno di queste fattorie fortificate le donne di etnia albanese allevano sei o sette figli ciascuna senza l’appoggio del marito e facendo le serve nella casa dei suoceri, perché così vuole l’usanza. La povertà è cronica con una disoccupazione tra il 70 e il 75%. L’arma diventa allora uno strumento di difesa contro i criminali oltre a essere spesso usata secondo la tradizione, ovvero per sparare in aria in segno di festa.

Di armi se ne trovano anche nelle auto, ovviamente, e non solo in quelle che rientrano dai chiassosi matrimoni dove si festeggia a sventagliate di mitra. Ma a fine ottobre gli uomini comandati da Poli hanno cominciato a rinvenire anche qualcos’altro. Nel giro di due o tre giorni perfino cinque bastoni tipo mazza da baseball sono stati sequestrati dalla polizia locale (Kps), che con Unmik police collaborano con i militari della task force Aquila nelle cosiddette Cage Operations, i posti di blocco a controllo degli assi viari.

“I sequestri più rilevanti – dice il comandante Fulvio Poli – rimangono però quelli a danno del contrabbando di legname. Da metà luglio a fine ottobre sono state sequestrate 400 tonnellate di legna”. Questo è un vero e proprio business che sta sviluppando un giro di soldi superiore a qualsiasi altro. E sta impoverendo pericolosamente i monti ghiaiosi della Metohija, nella zona al confine con Albania e Montenegro.

Stando a quanto risulta dai dati raccolti, gli stessi taglialegna temono gli assalti dei contrabbandieri al punto da assoldare mercenari che li proteggano mentre svolgono il loro lavoro nei boschi. E i contrabbandieri, quando non riescono a impadronirsi della legna già tagliata, provvedono direttamente e senza troppo piegare la schiena segando i tronchi all’altezza delle proprie spalle.