2004

Kosovo, Austria e Svizzera non ritirano le truppe

pubblicato da Pagine di Difesa il 29 dicembre 2004

Austria e Svizzera non ritireranno i loro contingenti in Kosovo nel 2005. La volontà di mantenere le proprie truppe nella regione balcanica, che dall’intervento della Nato del 1999 viene amministrata dalle Nazioni Unite, è stata resa nota in momenti distinti sia dal presidente austriaco Heinz Fischer che dal comandante del contingente svizzero (Swisscoy) tenente colonnello Hubert Bittel.

Entrambe le nazioni sono interessate alla pace e alla stabilità dell’area balcanica. Il parlamento e il governo austriaci hanno già deciso di non ridurre il numero dei soldati in Kosovo nel corso del prossimo anno, mentre il governo svizzero si è espresso a favore di una estensione del mandato fino al 2008. “Diversamente dagli stati membri della Nato – ha spiegato Hubert Bittel, comandante del Swisscoy, in un’intervista rilasciata prima di Natale al quotidiano Der Bund – noi non siamo visti come rappresentanti di una forza di occupazione. Godiamo di una specie di status particolare”.

Circa il dieci per cento della popolazione del Kosovo vive in Svizzera dagli anni ’90 e secondo quanto dichiarato da Bittel “quasi tutti qui hanno un membro della famiglia in Svizzera”. E’ dunque interesse della Confederazione promuovere pace e stabilità nella regione autonoma al fine di ridurre il rischio di una nuova ondata di rifugiati.

Il contingente svizzero, chiamato Swisscoy, ha base alla periferia di Suva Reka, tra Prizren e Pristina, nell’ambito della brigata multinazionale sud-ovest. Il campo, che ospita 214 militari volontari, è stato preparato tra la fine di agosto e l’inizio di ottobre 1999 con un totale di 1.715 tonnellate di materiali portati in Kosovo e Fyrom con nove voli e tre convogli su via ferroviaria, stradale e marittima.

L’intervento del contingente svizzero in Kosovo è stato deciso dal governo federale il 23 giugno 1999 quale adesione a un’operazione di peacekeeping sulla base della risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza della Nazioni Unite. Non va inteso come un’azione isolata, ma come parte di una politica finalizzata ad affrontare da un lato il problema dei rifugiati in Svizzera e dall’altro l’organizzazione degli aiuti in Kosovo.

Comando, staff e autorità disciplinare del Swisscoy sono sotto esclusivo controllo svizzero e non sono sottoposti né al comando Nato né a quello di altre nazioni. Ogni militare detiene la propria arma a titolo di difesa personale così come stabilito da inizio missione. I compiti del contingente vanno dagli aiuti medici al trattamento dell’acqua, dall’allestimento dei campi ai trasporti speciali. Per questo Swisscoy ha messo a disposizione della brigata un elicottero Superpuma da trasporto.

I compiti del contingente svizzero si articolano nell’ambito del supporto logistico al battaglione austriaco Aucon-Kfor, che ha base nello stesso campo di Suva Reka a una cinquantina di chilometri a sud di Pristina. L’impiego del contingente di fanteria Aucon è stato deciso dal governo federale austriaco il 25 giugno 1999. E’ costituito da circa 500 uomini di equipaggio del carro da trasporto Panzer inquadrati nella brigata tedesca. Nel contingente austriaco sono incorporati anche soldati provenienti dalla Svizzera e dalla Germania.

Attualmente al campo di Suva Reka, chiamato Casablanca, si trovano 583 militari del contingente Aucon, che lo scorso 21 dicembre hanno ricevuto la visita del presidente austriaco Heinz Fischer e del ministro della Difesa Gunter Plater. Nell’occasione si sono sentiti incoraggiati dal loro stesso presidente a “proseguire nell’eccellente lavoro svolto in Kosovo”.

Kosovo, Haradinaj sul filo del rasoio

pubblicato da Pagine di Difesa il 24 dicembre 2004

“Le Nazioni Unite devono essere state indebitamente ottimiste se hanno pensato che i colloqui sul futuro del Kosovo potessero seriamente aver luogo nel 2005. Ma se ci deve essere una possibilità di mettere insieme albanesi e serbi, sia i kosovari che le Nazioni Unite devono capire che proporre persone come Haradinaj come loro leader fa solo spostare indietro le lancette dell’orologio”. L’articolo dell’International Herald Tribune pubblicato lo scorso 20 dicembre ha messo in evidenza le scarse probabilità di intesa tra il nuovo primo ministro del Kosovo, Ramush Haradinaj – un “former guerrilla leader” con riferimento al suo passato nell’esercito di liberazione del Kosovo (Kla o Uck) – e la minoranza serba o lo stesso governo di Belgrado.

Oggi, 24 dicembre, la Opinion edition del New York Times ripubblica quasi integralmente quell’articolo sotto forma di editoriale. E’ un commento che, a pensarci sopra, diventa una riflessione su un fazzoletto di terra nel cuore dei Balcani. Undicimila chilometri quadrati in cui si concentrano le aspettative dell’Occidente e i sogni di indipendenza degli albanesi, i traffici illeciti e le inchieste del Tribunale internazionale. Qui, a migliaia di chilometri dalle redazioni delle due prestigiose testate giornalistiche, il parlamento ha scelto Haradinaj come primo ministro in vista dei prossimi colloqui sul futuro del Kosovo, la regione autonoma amministrata dalle Nazioni Unite dalla fine della guerra del 1999.

L’editoriale del New York Times rilancia la questione: “Se i kosovari vogliono mostrare che possono gestire un paese indipendente in cui la minoranza serba sia al sicuro, questo (l’elezione di Haradinaj a primo ministro, ndr) è il modo sbagliato di farlo”. L’ex leader del Kla è stato interrogato dal Tribunale internazionale due volte in Kosovo, solo un paio di settimane prima di essere eletto primo ministro. E’ accusato dai serbi di aver commesso atrocità nella regione di Decani, sia contro i serbi che contro gli albanesi sospettati di collaborare con le autorità serbe. Per questo l’articolo presenta come poco credibile una collaborazione tra Haradinaj e la parte serba.

C’è di più. “Se Haradinaj viene messo in stato di accusa, il problema diventerà peggiore: i kosovari albanesi che hanno votato per lui si irriteranno”, fa notare l’editoriale. L’alternativa, che potrebbe essere “accantonare una potenziale accusa perché l’obiettivo è il primo ministro”, finirebbe per indebolire la credibilità del Tribunale penale internazionale. Una risposta ai dubbi dovrebbe arrivare entro la fine dell’anno in corso, con la rivelazione dei nomi degli imputati da parte del giudice Carla Del Ponte.

Kosovo, la prima intervista di Haradinaj

pubblicato da Pagine di Difesa il 18 dicembre 2004

Ramush Haradinaj ha concesso la sua prima intervista da primo ministro del Kosovo. Dopo aver affermato alla Reuters a cinque giorni dalla sua elezione che le prove contro di lui erano “invenzioni di Belgrado”, il 13 dicembre assicura alla United Press International di essere aperto al dialogo con il governo serbo. E parla di Kosova, secondo la dizione esclusivamente albanese.

Haradinaj venne eletto primo ministro lo scorso 3 dicembre dal Parlamento di Pristina, capitale della regione autonoma del Kosovo amministrata dal 1999 dalle Nazioni Unite. La nomina giunse dopo una coalizione con la maggioranza di Ibrahim Rugova, rieletto presidente a seguito delle votazioni del 23 ottobre 2004 boicottate in massa dalla minoranza serba.

Ai leader serbi questa nomina è apparsa come un fallimento della missione delle Nazioni Unite in Kosovo, ritenute incapaci di tutelare le libertà fondamentali delle minoranze, prima di tutte quella serba. Il nuovo primo ministro è accusato dai suoi avversari di essere un criminale per aver agito contro civili serbi di ogni età e lo scorso mese di novembre Haradinaj è stato interrogato un paio di volte dal Tribunale penale internazionale. La Nato e l’Occidente temono lo scoppio di nuovi disordini nel caso in cui il primo ministro venga convocato all’Aja nel corso del suo mandato.

“Non permetterò – assicura Haradinaj facendo tirare un sospiro di sollievo – che questo mi distragga dai miei impegni. Accetterò di collaborare con la giustizia”. Ma allo stesso tempo considera gli albanesi come vittime di una propaganda condotta contro di loro dai serbi e si dichiara pronto a perdonare nella speranza che i serbi colgano l’occasione per “smettere di portare tragedie”.

I suoi progetti da primo ministro sono orientati a garantire la libertà di movimento a tutta la popolazione del Kosovo nella prospettiva di una ampia apertura al dialogo, sia sul fronte interno con serbi e Belgrado sia con le Nazioni Unite. Entro 12 mesi vuole portare alla ribalta dell’Europa un Kosovo indipendente, modello di integrazione religiosa e sociale.

Accanto al dissenso dei serbi in merito alla sua nomina e all’impossibilità di bloccarla da parte del governatore Jessen-Petersen in nome della democrazia, contro Haradinaj si è diffusa in Fyrom (ex repubblica yugoslava di Macedonia) la notizia della sua vicinanza ai leader del gruppo armato che sta terrorizzando il paese di Kondovo. Il sobborgo di Skopje (Fyrom) da circa un mese registra la presenza di individui armati con uniformi non riconducibili ad altre viste prima.

Contro il primo ministro anche la dichiarazione del vice-presidente del Serbian national council per il nord del Kosovo, Rada Trajkovic, che in uno studio televisivo mercoledì ha detto: “La sua nomina è offensiva così come avrebbe potuto essere per la gente di New York l’elezione di Bin Laden a sindaco”. Oltre alle dichiarazioni di dissenso, a concreto svantaggio di Haradinaj va il black-out durato 13 giorni nel villaggio serbo di Priluzje, un elemento che offre fondati motivi di discussione ai serbi.

Tra i primi impegni ufficiali imposti dalla nuova carica, Haradinaj ha presenziato al rientro dalla Serbia dei resti di 44 salme di albanesi – bambini, uomini e donne – scomparsi nella guerra del 1999 e ritrovati in una fossa comune fuori Belgrado. Sarebbero stati uccisi in Kosovo e trasportati in segreto per 350 chilometri verso nord. Il 65% di loro morì per ferite di arma da fuoco, secondo le perizie effettuate da esperti delle Nazioni Unite.

La presenza di Haradinaj arricchisce il momento del rientro delle salme di ulteriore forza: il dolore viene ravvivato nel ricordo. Se il primo ministro non trascura questo argomento, allora può contare su una opinione pubblica occidentale già sensibilizzata agli orrori del genocidio. In particolare ora che la Corte internazionale di giustizia sostiene di non avere giurisdizione a pronunciarsi sulla legalità dell’intervento della Nato in Kosovo nel 1999.

Se poi riesce a dimostrare una serena apertura al dialogo con Belgrado, ecco allora che l’indipendenza si avvicina confortando la speranza degli albanesi del Kosovo di cui Haradinaj è diventato portavoce: “Confidiamo nell’indipendenza del Kosova entro la fine dell’anno prossimo”.

Usa, un film sulla sofferenza del Kosovo

pubblicato da Pagine di Difesa il 16 dicembre 2004

E’ stato proiettato il 15 dicembre a Washington, all’Institute for Religious and Political issues, il film “Autumn on Nobody’s Land” di Ninoslav Randjelovic. Il 14, sempre a Washington, è stato visto al National Press Club.

E’ uno spaccato di vita quotidiana nella regione del Kosovo-Metohija, descritta dopo gli eventi del 17 marzo che hanno inasprito i rapporti tra la maggioranza albanese del Kosovo e la minoranza serba. Secondo il regista, il fatto che circoli accademici statunitensi siano interessati a vedere questo film è incoraggiante. Il documento mostra le sofferenze dei serbi nella regione autonoma amministrata ad interim dalle Nazioni Unite.

“Penso che ci dobbiamo liberare da tutte le moderazioni – sostiene Randjelovic – e parlare del Kosovo-Metohija come di un essere umano che soffre. Dovremmo guardare alle cose che stanno succedendo laggiù liberi da condizionamenti politici e ammettere che in Kosovo adulti e bambini vengono uccisi, che le libertà di base vengono violate e che tutto questo si sta verificando nell’Europa del 21° secolo. E’ questo l’approccio del mio film”.

Il film di Randjelovic è l’unica voce serba che si leva alta negli Stati Uniti e lo fa sfruttando la potenza delle immagini. Qui, non più tardi di tre mesi fa, John Kerry conduceva la propria campagna elettorale largamente finanziata dagli albanesi del Nuovo continente, che riponevano in lui la speranza di una immediata indipendenza del Kosovo in caso di sconfitta dell’avversario Bush. Da qui nel 1999 l’Fbi è partita, ma anche presto rientrata, alla ricerca di quelle fosse comuni che a tutt’oggi non riaffiorano, mentre tutta la regione del Kosovo rimane un territorio senza status a cinque anni dalla fine della guerra dichiarata a fini umanitari.

“Parlare di Kosovo-Metohija oggi – spiega il regista di Autumn on Nobody’s Land – significa parlare di tutti gli errori che sono stati fatti”. Il film verrà proiettato alla New York’s Columbia University nel prossimo mese di febbraio e subito dopo alla Harvard University di Boston. Intanto, sul versante europeo, l’Accademia delle scienze e delle arti svedese ha invitato il regista Randjelovic per proiettare il film ai membri del prestigioso sodalizio.

Oggi a Washington la pellicola di Autumn on Nobody’s Land viene vista dal presidente dell’Institute for Religious and Political issues, Joseph Gribosky, che dopo aver visitato il Kosovo nello scorso mese di agosto ha espresso la volontà di assistere finanziariamente la distribuzione del film.

Kosovo, Haradinaj primo ministro, possibili rischi

pubblicato da Pagine di Difesa il 4 dicembre 2004

Ramush Haradinaj, ex leader dell’esercito di liberazione del Kosovo (Kla) e vincitore di nove seggi con il suo partito Alleanza per il futuro del Kosovo (Aak) alle elezioni di ottobre, è stato eletto primo ministro dalla Assemblea del Kosovo. L’Assemblea, che conta 120 rappresentanti, si è espressa a favore di Haradinaj con 72 voti favorevoli e tre contrari. Nella stessa seduta Ibrahim Rugova è stato confermato alla presidenza.

Quando la voce di una possibile elezione di Haradinaj venne diffusa lo scorso 19 novembre, provocando preoccupazione a occidente e rabbia a Belgrado, l’ufficio del procuratore del tribunale penale internazionale Carla Del Ponte comunicò l’impegno investigativo a carico di “un vecchio leader del Kla” senza aggiungere altri dettagli. Ma che il giovane Ramush – 36 anni – venisse ricercato dalla Del Ponte venuta apposta per lui da Bruxelles non era più un mistero.

Haradinaj fu interrogato due volte nella seconda settimana di novembre in merito ai crimini di guerra verificatisi in Kosovo. Potrebbe essere presto accusato dal tribunale dell’Aja per presunte atrocità condotte contro le forze serbe durante la guerra del 1998-1999.

Soren Jessen-Petersen, governatore dell’amministrazione provvisoria delle Nazioni Unite, commentò la voce di un possibile Haradinaj primo ministro affermando: “Dire di no a questo candidato è dire di no alla democrazia”. La dichiarazione relativa alla candidatura a primo ministro del Kosovo di Ramush Haradinaj, rilasciata lo scorso 17 novembre, provocò invece una ferma reazione da parte del presidente serbo Boris Tadic.

“E’ assolutamente inaccettabile – commentò Tadic prendendo duramente le distanze dal governatore Unmik nel corso di una trasmissione televisiva – non saremmo arrivati a questo se i serbi avessero votato”. Lo scorso 23 ottobre i serbi di fatto boicottarono le urne nel tentativo di rendere pubblica la mancanza di tutela dei diritti umani fondamentali sofferta dalla minoranza serba in Kosovo.

A Javier Solana, capo della politica estera europea, Haradinaj non sembra la persona più appropriata per portare il Kosovo allo status finale. Eppure, eletto primo ministro, l’ex leader del Kla parteciperà ai colloqui previsti per la metà del prossimo anno discutendo di democrazia e di legalità. Per questo Haradinaj di Glodjane si è impegnato a siglare una coalizione con il partito di maggioranza del presidente Ibrahim Rugova.

Ma c’è di più. Se Haradinaj – una volta insediatosi – venisse chiamato dal tribunale penale internazionale dell’Aja, il Kosovo resterebbe senza primo ministro con conseguente destabilizzazione della regione e forse anche dei paesi limitrofi.

Nel timore del verificarsi di disordini, come è successo lo scorso 17 marzo a danno della minoranza serba, la Nato ha previsto un miglior equipaggiamento per i 17.500 peacekeepers presenti in Kosovo. Non ci saranno aumenti del personale impiegato nella regione, ma – da quanto riporta l’agenzia Reuters da Bruxelles – si prende atto delle lamentele dei comandanti circa le restrizioni che hanno limitato la capacità di reazione ai precedenti scontri.

Secondo fonti Nato l’apparato di intelligence è stato potenziato in vista di un possibile nuovo scoppio di violenza, soprattutto nel caso in cui Haradinaj venga convocato dal tribunale dell’Aja.

Il rischio di nuovi scontri si delinea a circa un mese dalle elezioni che hanno riacceso nella maggioranza albanese la voglia di indipendenza. La sicurezza della popolazione serba, secondo il ministro della Difesa inglese Geoffrey Hoon a colloquio con il primo ministro serbo Vojislav Kostunica, sarebbe il problema più grande, mentre rimane urgente la definizione del rientro dei profughi serbi.

Uno scoppio di violenza potrebbe verificarsi anche al di fuori dai confini del Kosovo. Secondo Violeta Matovic, direttore della Commissione nazionale serba per la lotta contro il terrorismo, la popolazione sarebbe del tutto impreparata: “Non è stato sviluppato un piano per la popolazione nel caso di attacco terroristico”.

Obiettivo degli attentati, che potrebbero essere condotti da terroristi albanesi provenienti dal Kosovo, sarebbero le città della Serbia centrale dove ancora si rifugiano profughi serbi. Se così fosse, i disordini si estenderebbero davvero oltre la regione amministrata dall’Onu.

Goradzevac, protected area serba, quasi una prigione

pubblicato da Pagine di Difesa il 14 novembre 2004

Il villaggio di Goradzevac si trova a poca distanza da Belo Polje, andando verso est. E’ una enclave composta da circa seicento famiglie serbe. La strada che lo attraversa è percorsa con frequenza dalla popolazione locale, che è di maggioranza albanese. Ogni macchina che passa per il villaggio deve fermarsi al check-point: Goradzevac è una protected area, segnalata con cartelli blu. Significa che se si verifica qualche disordine può essere trasformata dal comandante della Brigata in restricted area, dove ai militari è consentito l’uso delle armi.

“Se di sera non passa la macchina della Kfor – spiega Slobodan Petrovic, sindaco di questa enclave – i miei familiari non riescono ad addormentarsi. E la mia famiglia non è una eccezione”. L’ufficio di Petrovic si trova nella piazza centrale, in uno scenario che ricorda l’Italia degli anni Cinquanta. Pochi lampioni e l’odore della campagna intorno. In cielo volteggiano rumorosi gli uccelli neri che danno il nome a questa terra e un paio di ragazze giocano a rincorrersi davanti agli occhi di un anziano seduto sulla porta della cucina.

“I serbi – afferma il sindaco – possono coltivare solamente il quaranta per cento dei loro campi. In pratica, solo quelli inclusi nell’area controllata dai militari della Kfor”. Petrovic è un fiume in piena. Non fa pause quando parla e costringe il giovane interprete a rincorrere le parole. “Ci sentiamo sicuri solo perché la Kfor ci controlla 24 ore su 24: se non ci fossero questi militari avremmo molti problemi. Grazie a loro possiamo procurarci i medicinali che ci servono, dato che non è possibile uscire da soli per acquistarli”.

Anche un ricovero in ospedale diventa un problema. L’interprete, che abita con la famiglia in questa enclave da meno di tre anni, ha fatto nascere il figlio un anno e mezzo fa all’ospedale di Belgrado, in Serbia. “Questa non è una vita tollerabile, diventiamo matti” spiega il sindaco e l’interprete traduce annuendo. “Ci manca la libertà di movimento – prosegue Petrovic – e riusciamo a mantenere i contatti con Mitrovica nord (area serba, ndr) solamente grazie a un bus che passa due volte a settimana. Per fare acquisti dobbiamo andare in Serbia o fare affidamento su amici”.

Petrovic è andato a votare lo scorso 23 ottobre. Crede nell’attività politica e si aspetta che la legge venga rafforzata: “Le persone che infrangono la legge vanno punite. E’ evidente che la storia si ripete, noi comunque non neghiamo le nostre responsabilità”. Prima della guerra lavorava a Pec-Peja in un ufficio di trasporti pubblici “ma dal ’99 l’economia è ferma e le fabbriche non funzionano”. L’impresa dava impiego a seicento persone, di maggioranza albanesi, e Petrovic era uno dei quadri aziendali. “Ma erano altri tempi – ricorda il sindaco – e davvero preferirei che i serbi vivessero oggi come gli albanesi all’epoca di Milosevic”.

Media combat team, le immagini che valgono più delle parole

pubblicato da Pagine di Difesa il 14 novembre 2004

“Un’immagine vale più di mille parole”. Con questa massima il tenente Roberto Lozzi, responsabile del Media combat team, presenta la sua squadra immediatamente dispiegabile e sempre pronta a intervenire. “Disponiamo di professionalità militare – spiega Lozzi – e sappiamo utilizzare gli strumenti tecnologici in dotazione. In questo modo siamo in grado di fornire documentazione che testimonia una missione in tutti i suoi aspetti”.

Il punto di forza del concetto di questo team sta tutto nella preparazione militare che un fotografo o cameraman civile difficilmente riesce ad avere. Il progetto è nato circa un anno fa, quando l’Esercito ha avvertito l’esigenza di documentare l’attività dei militari in Patria e nel corso delle missioni all’estero.

Questa in Kosovo è la prima uscita in teatro del Media combat team, inviato alla vigilia delle elezioni per raccogliere testimonianze dirette sulla vita quotidiana di militari e civili. “Ci siamo misurati subito con questa realtà” racconta Lozzi, ricordando un momento di tensione verificatosi proprio nei primi giorni.

“Avevamo appena montato la nostra attrezzatura – spiega l’ufficiale – quando una sventagliata di mitra ha attirato la nostra attenzione. Abbiamo pertanto smontato le attrezzature e insieme con il dispositivo dispiegato sul terreno ci siamo portati nella direzione di provenienza della raffica, per verificare cosa stesse accadendo.

Il team lavora comunque in sicurezza: è previsto tra l’altro che un assistente accompagni l’operatore della telecamera, impossibilitato a guardare dove mette i piedi. “Non è un lavoro improvvisato – conclude Lozzi – dato che prima di essere considerati abilitati a operare nel Media combat team bisogna superare un corso specifico di dodici settimane, oltre ad avere la preparazione militare di base”.

La cooperazione civile militare e l’obiettivo multietnico

pubblicato da Pagine di Difesa il 14 novembre 2004

“La prerogativa del Cimic (cooperazione civile-militare, ndr) è quella di creare i contatti per la cooperazione. Il resto è politica”. Questo, sintetizzato dal capitano Mauro Ocone comandante dell’Italian Cimic team in Kosovo, è il compito dell’attività di cooperazione civile-militare in ogni area di responsabilità. In particolare, il gruppo comandato da Ocone è responsabile delle quattro municipalità di Dakovica-Giacova, Decani, Klina e Pec-Peja.

Qui tutte le attività sono state orientate alla integrazione dei diversi gruppi etnici presenti. In questa zona della regione autonoma del Kosovo la maggioranza della popolazione è albanese. I pochi abitanti che appartengono a etnie diverse, quali i serbi, gli ashkali, i rom, i bosniaci e i gorani, vivono in aree ben individuate. I serbi, addirittura, in veri e propri ghetti più o meno ampi. Si va dalla enclave di circa trentamila abitanti, Gracanica, al gruppo familiare di profughi appena reinsediati.

Mauro Ocone e il suo team, alle dirette dipendenze del generale Danilo Errico, comandante della Brigata multinazionale Sud-Ovest, si sono posti l’obiettivo di instaurare un dialogo con le personalità politiche e con le organizzazioni governative e non governative. “Dopo una fase iniziale dedicata alle presentazioni e a rendere note le nostre intenzioni, siamo passati alla definizione di piccoli progetti di cooperazione che poi sono stati realizzati” spiega il capitano facendo riferimento a un paio di iniziative che oltre al successo tra la popolazione locale hanno anche avuto gli onori della popolarità mediatica.

“L’Italian day ha raccolto circa seimila persone nella piazza di Decani – illustra Ocone – e i corsi di italiano si sono dovuti svolgere su due turni: uno a Decani, frequentato da volontari di organizzazioni non governative e medici locali, e uno a Giacova-Dakovica per adolescenti”. Oltre a queste iniziative, il 25 ottobre scorso il Cimic ha realizzato un Party multietnico a Villaggio Italia con la partecipazione di centoquaranta giovani tra albanesi, rom, serbi e bosniaci. Qualche giorno prima una partita di basket che ha attirato una cinquantina di tifosi a Giacova-Dakovica.

In queste attività la collaborazione delle infermiere volontarie della Croce Rossa italiana della regione Puglia, ausiliarie delle Forze armate reclutate dalla Brigata Pinerolo di Bari, si è rivelata preziosa. In tre turni da giugno a novembre le sei sorelle hanno reso possibile non solo la concreta realizzazione dei corsi di italiano e delle feste organizzate per i giovani, ma anche la distribuzione degli aiuti umanitari, l’assistenza alla popolazione e gli approfondimenti su temi di interesse attuale, quale il rischio Aids.

“Il Party è stato proprio un gran successo – commentano le infermiere – un esempio di come i giovani di diverse etnie possano festeggiare insieme al di là delle differenze culturali e degli attriti rimasti dalla guerra del 1999”. “Ma il dolore di quella guerra – aggiungono le due volontarie – viene rinnovato ogni volta che le salme degli albanesi sono rimpatriate”.

Dai contatti avuti con la popolazione, sia il Cimic che le ausiliarie di Croce Rossa hanno ricavato dati incoraggianti: i giovani sono interessati a corsi di approfondimento e hanno voglia di cultura. Lo hanno dimostrato non solo dalla massiccia adesione ai corsi di lingua italiana e dalla partecipazione alla festa multietnica, ma anche dal coinvolgimento delle organizzazioni non governative locali nelle attività proposte dal Cimic.

“Ho chiesto personalmente al segretario della Croce Rossa kosovara di Pec-Peja – racconta il capitano Ocone – di partecipare alla distribuzione di aiuti umanitari in favore dei serbi di Goradzevac, un villaggio serbo di circa seicento famiglie. E la risposta è stata subito positiva”. In quella occasione sono stati distribuiti materassi, guanciali, coperte, cibo e indumenti. E proprio da quel villaggio sono partiti i ragazzi serbi che hanno partecipato al Party multietnico del 25 ottobre.

Villaggio Italia, il pilastro logistico dall’acqua ai raggi X

pubblicato da Pagine di Difesa il 14 novembre 2004

Quando il sottufficiale di guardia accende la luci compaiono tutte insieme le nove vasche colme d’acqua. L’ambiente è fresco e per il fragore sembra di essere in mezzo a una cascata. E’ l’acquedotto del Villaggio Italia di Belo Polje, che filtra il fabbisogno dei 1.200 militari che qui vivono la loro missione all’estero.

“Quest’acqua – spiega il colonnello Cosimo Dello Russo, comandante del Gruppo supporto aderenza e dello stesso Villaggio Italia – viene controllata ogni settimana dal gruppo Nbc (nucleare, biologico e chimico). Grazie a questo acquedotto tutto il villaggio è autonomo, dato che l’acqua locale non viene considerata sicura”. La portata della struttura è poco al di sotto dei due milioni di litri, che vengono filtrati e fatti decantare in quelle grandi vasche a ridosso dei monti dopo essere stati prelevati da cinque pozzi.

“Il Gruppo supporto aderenza – dice Dello Russo – svolge un lavoro oscuro ma essenziale: scarsa visibilità e grandi oneri”. Senza Gsa non ci sarebbe autonomia per questo villaggio di 700 mila metri quadrati e tre chilometri e mezzo di perimetro. Il gruppo deve assicurare l’aderenza nei teatri operativi in modo flessibile, mentre in Patria fornisce sostegno. Si avvale della collaborazione di task force e del lavoro di locali per garantire i rifornimenti, i trasporti, il mantenimento e la gestione dei transiti.

Tutti i viveri sono italiani, come i cuochi, i medici, gli impiegati dell’ufficio postale. Le condizioni di vita sono autonome, mancano solo i panificatori. Per il pane si ricorre a personale locale a cui viene fornita l’acqua per impastare la farina. “Ma stiamo pensando di farli arrivare dall’Italia – assicura Dello Russo in linea con il concetto di autonomia del villaggio – qui gestiamo tutti i materiali e i loro flussi, compresi quelli delle altre task force. Abbiamo una sala operativa che è il cuore del gruppo e mantiene il controllo tattico sul terreno”.

Da questo villaggio viene controllato lo stato di salute dei militari impiegati in missione. Appositi strumenti individuali di rilevazione dei dati ambientali vengono forniti dal gruppo Nbc, che dipende dal comando Brigata e che è specializzato nel rilievo di elementi tossici nell’ambito dell’area di responsabilità. Ogni variazione dei livelli di radioattività o di inquinanti viene registrato. E nel villaggio funziona un laboratorio di analisi, oltre a una tenda radiologica in procinto di essere trasferita in una struttura fissa. La consulenza di medici specialisti è garantita dal servizio di telemedicina.

Al Villaggio Italia è entrato in funzione a fine agosto il satellite militare Sicral, utilizzato per la prima volta in missioni operative. Il Kosovo è un po’ il banco di prova per questo satellite che garantisce autonomia di collegamento. Le reti di trasmissione vengono gestite tutte da questa sede, con assistenza continua sia per le cabine telefoniche sul territorio che per i gruppi elettronici e tutto il software e l’hardware impiegato dal contingente.

Il villaggio è tale a tutti gli effetti, organizzato per essere autonomo con il comfort del campo da calcetto e la palestra. Qui ha preso sede definitiva Radio West, la prima radio a trasmettere in Kosovo dalla guerra del ’99.

La Task Force Astro, una difficile opera di ricostruzione

pubblicato da Pagine di Difesa il 14 novembre 2004

eod_2004Cento anni fa i loro antenati festeggiavano l’inaugurazione del ponte appena costruito sollevando un’ancora di 80 chili. Oggi il 2° genio pontieri di Piacenza ricostruisce strade e ponti nella regione autonoma del Kosovo.

La task force Astro, comandata dal 3 giugno dal colonnello Paolo Coricciati, migliora le strade conducendo lavori di movimento terra e asfaltatura. Ricostruisce tetti danneggiati sia nelle abitazioni civili che all’interno dei distaccamenti militari. Supporta attività del Cimic (cooperazione civile-militare) nella preparazione di aree per insediamenti industriali e abitativi.

Senza questo gruppo non sarebbe possibile alloggiare i cani dell’unità cinofila in arrivo a fine novembre al Villaggio Italia di Belo Polje, dove è stato costruito un ampio canile. La strada perimetrale dell’aeroporto di Giacova-Dakovica non esisterebbe e i siti da difendere, quali i monasteri o le chiese o le stesse abitazioni danneggiate dai disordini di marzo, non avrebbero torri di osservazione. Uno dei monasteri presi di mira dalla furia di quelle sommosse, il monastero di Zociste a Orahovac, è stato recentemente restaurato dalla task force Astro, che ha reso possibile in questo modo il reinsediamento di due monaci ortodossi in un’area a prevalenza albanese.

Tra chilometri di asfalto stesi ed edifici ricostruiti gli uomini di Coricciati hanno anche compiti di Eod (esplosive ordnance disposal; in italiano Boe, bonifica ordigni esplosivi) e Ied (improvised esplosive device, ordigni esplosivi improvvisati). Accanto al recupero di armi e alla relativa distruzione, il gruppo è in grado di fornire consulenza per il recupero di prove con valore legale. Come è successo nel mese di giugno per l’esplosione di ordigni artigianali che hanno causato seri danni a persone.

Molti degli ordigni rinvenuti sono esposti nell’aula didattica utilizzata per gli aggiornamenti degli esperti Eod-Iedd. Sugli scaffali, tra le bombe a mano e le mine antiuomo o anticarro, si trovano anche un orsacchiotto di peluche e una scatola di cioccolatini a forma di cuore. Oggetti pronti a scoppiare nelle mani di che se ne appropria ingenuamente.

A disposizione del gruppo c’è il nuovo robot antisabotaggio che con il comando a distanza e i cingoli riesce anche a salire le scale per recuperare oggetti da cui è meglio tenersi lontani. Dal mese di gennaio a ottobre sono stati rinvenuti 935 ordigni esplosivi e sono state eseguite 481 attività addestrative Eod-Iedd.

Foto: materiale proprio