Stati Uniti

Prima Parthica, Erbil: il KTCC si addestra con gli istruttori militari US sui sistemi d’arma destinati ai Peshmerga

Gli addestratori militari italiani della Task Force Erbil, coordinati dal comando multinazionale KTCC (Kurdistan Training Coordination Center) a guida italiana, hanno avviato un’attività di cooperazione con gli istruttori militari statunitensi tesa alla conoscenza dei loro sistemi d’arma che prossimamente equipaggeranno le Forze di sicurezza curde, si apprende dal sito italiano della Difesa.

L’attività addestrativa è coordinata dal KTCC composto da militari italiani, inglesi, tedeschi, olandesi, norvegesi e finlandesi che addestrano i Peshmerga curdi su richiesta dei rappresentanti curdi del MoP (Ministry of Peshmerga).

20150721_KTCC_TF Erbil_addestramento con militari US (2)A seguito dell’espansione dell’autoproclamatosi Islam State of Iraq and the Levant (ISIL) in Iraq e Siria, gli Stati Uniti hanno dato vita ad una Coalition Of Willing (COW), a cui partecipa anche l’Italia, al fine di contrastare la minaccia jihadista sostenendo le forze di sicurezza curde.

Articoli correlati:

Kurdistan Training Coordination Centre (KTCC): a Erbil i militari italiani addestrano le Kurdish Security Forces contro l’Isis (16 luglio 2015)

Fonte e foto: KTCC via difesa.it

Ucraina, una crisi da “maneggiare con cura”

Proteste Kiev UcrainaBy Filippo Malinverno

Di conflitti l’Europa ne ha visti tanti nel corso della sua millenaria storia e le ferite della Seconda Guerra Mondiale, l’ultimo di questa lunga lista, hanno impiegato anni per rimarginarsi, senza mai giungere ad una guarigione completa.

Dopo il 1945, quando i “tre grandi” [Unione Sovietica, Stati Uniti e Gran Bretagna, ndr] si riunirono prima a Yalta e poi a Potsdam per ridisegnare i confini di un continente devastato dalle bombe e dalla fame, si era venuto a creare un equilibrio più o meno stabile tra il blocco atlantico, USA-dipendente, e l’elefantiaco blocco sovietico, assoggettato alle paranoie di Stalin e dei suoi successori.

Per anni, il Vecchio Mondo ha potuto godere di un lungo periodo di pace, messo in pericolo soltanto negli anni Novanta con le guerre in ex-Jugoslavia e in Kosovo che, nonostante la gravità e l’efferatezza del loro svolgimento, furono comunque risolte da un’azione congiunta degli Stati Uniti, allora non più in possesso del loro status di superpotenza globale, dell’Europa, alla ricerca di una politica comune, e della Russia post-sovietica, impegnata nella sua ricostruzione radicale dopo il crollo del muro.

Gradualmente, trattati, dichiarazioni, convenzioni e proclami di vario genere hanno condannato e demonizzato la parola “guerra”, nel tentativo di impedire la rinascita delle rivalità interstatali e dell’ardore bellicoso tipico delle nazioni europee fino alla metà del Novecento. Una battaglia condotta da uomini e donne che la guerra vera l’avevano vissuta sulla propria pelle non molto tempo prima e che ancora provavano un dolore indelebile verso quegli innumerevoli orrori; una battaglia pacifica e pacifista che è stata tramandata alle generazioni più giovani, creando un sentimento comune di repulsione verso la violenza che non si era mai visto prima.

Ora che l’equilibrio può dirsi completamente raggiunto nell’Europa occidentale, quella orientale rischia di essere travolta nuovamente da una guerra lunga, logorante e colma di scenari agghiaccianti per il mondo intero.

A dire il vero, questa guerra, in Ucraina, esiste già da più di un anno: è una realtà cruda e apparentemente senza soluzione, che coinvolge un’intera nazione, divisa in due da sentimenti e identità nazionali opposti. Era il 18 marzo 2014 quando la Russia annetté ufficialmente la penisola di Crimea al proprio territorio: questa astuta mossa di Putin sconcertò non poco l’opinione pubblica mondiale, ma dato che la decisione finale era stata confermata da un referendum popolare palesemente a favore, l’iniziativa dell’Occidente per appoggiare Kiev dovette limitarsi a un supporto per così dire morale.

Poco dopo, nella parte orientale dell’Ucraina, sarebbe esploso un conflitto che avrebbe portato alla creazione delle repubbliche autonome di Lugansk e Donetsk, supportate militarmente da Mosca tramite aiuti materiali e insospettabili milizie senza mostrine sulle divise (forse sbucate dalle sabbie del prosciugato Lago d’Aral?). Questa volta la risposta occidentale è stata severa e inamovibile: sanzioni economiche pesantissime hanno messo in ginocchio l’economia russa, raffreddando ulteriormente i già precari rapporti con il Cremlino.

Nonostante la gravità dello scenario, poco tempo fa in molti erano fiduciosi in una fine rapida e positiva della guerra civile ucraina, senza ipotizzare alcuna escalation di violenza tale da compromettere addirittura la pace mondiale. Oggi, invece, le carte in tavola sono sensibilmente cambiate: la Russia, irritata dalle sanzioni, dal crollo del prezzo del petrolio e sempre più costretta a indebitarsi con il dragone cinese, sembra meno disposta a trattare, mentre gli Stati Uniti, forti dell’esponenziale crescita del loro PIL e gioiosi di vedere i russi allo stremo, non hanno alcuna intenzione di fare un passo indietro.

In mezzo, come al solito, c’è l’Europa, principale palcoscenico del conflitto americano-sovietico fino agli anni Sessanta e ora nuovamente in auge come campo di una possibile battaglia, non solo verbale, tra Washington e Mosca, rispettivamente a difesa di due metà diverse dell’Ucraina.

Le parole di Obama, pronto, se necessario, a fornire aiuti militari a Kiev, e di Putin, che minaccia ritorsioni belliche in caso di intromissione statunitense nella guerra civile, fanno capire che questa volta le due eterne rivali fanno sul serio.

Ciò che più spaventa nell’ambito della questione ucraina tuttavia non sono le velate minacce di guerra del Cremlino o l’utilizzo della forza da parte della Casa Bianca (non sarebbe di certo il primo esempio di scontro verbale e mediatico tra i due), bensì l’intransigenza che entrambi i leader sembrano voler manifestare con le loro dichiarazioni: per la prima volta in cinquant’anni i due interlocutori più potenti del pianeta sembrano non volersi capire ed appaiono estremamente restii ad aprire un dialogo costruttivo, volendo risultare come vincitori in questo braccio di ferro dalle prospettive inquietanti.

Con una situazione ucraina gravemente compromessa, l’Europa e i suoi più influenti rappresentanti, Germania e Francia, hanno l’occasione e il dovere di farsi mediatori tra le parti per evitare l’aggravarsi di una crisi internazionale che pare alle porte, ma questo compito si sta rivelando più difficile del previsto.

20150212_Vertice di Minsk su Ucraina_Putin_Merkel_Hollande_PoroshenkoIl lunghissimo ed estenuante incontro di Minsk tra Hollande, Merkel, Putin e Poroshenko, come dimostrano le stesse dichiarazioni dei protagonisti, ha condotto a un risultato precario e insoddisfacente: un coprifuoco totale ma non immediato, seguito dal ritiro progressivo degli armamenti pesanti dal campo di battaglia. Certo, considerando che le vittime fino ad oggi sono state più di 5.000 l’esito non va sottovalutato, anche se tutti i leader coinvolti nella trattativa sanno bene che questa è solamente una soluzione di compromesso che lascia all’Ucraina il tempo di respirare, forse per un’ultima volta, prima di soccombere alla probabile disgregazione territoriale.

Nel frattempo, pare che 50 carri armati russi abbiano varcato il confine sud-orientale dell’Ucraina per supportare le ultime azioni militari dei ribelli: cosa avrà mai in mente di fare Putin? Queste truppe, se veramente si sono mosse, non staranno di certo facendo un giro di ricognizione e le diverse ore di combattimento rimanenti prima dell’inizio della tregua hanno dato la possibilità ai due eserciti di consolidare le proprie conquiste territoriali prima che il conflitto venisse congelato.

In molti potrebbero obiettare che una vera e propria scissione delle repubbliche orientali filo-russe da Kiev non avverrà a breve perché Poroshenko, supportato dall’Occidente (statunitense, soprattutto), non cederà alle minacce di Putin; tuttavia, la prospettiva di una trasformazione dell’Ucraina in Stato federale e la concessione di una maggiore autonomia a Donetsk e Lugansk, due soluzioni che caldeggiate dal nuovo zar, fungerebbero molto probabilmente da prologo per una futura annessione al territorio nazionale russo.

In questo senso, l’esperienza della Crimea dovrebbe averci insegnato come trattare con Mosca e averci aiutato ad intuire, almeno in parte, gli obiettivi extraterritoriali del Cremlino, casualmente corrispondenti ai vecchi confini dell’ex-Unione Sovietica. Forse la volontà della NATO di voler integrare nel proprio organico anche un paese dalla tradizione russofila come l’Ucraina ha contribuito ad acuire la rivalità con il mondo post-sovietico, varcando un confine fisico che per la politica estera russa è sempre stato la linea di demarcazione che separava l’Est dall’Occidente: dopo la Polonia e i paesi baltici, nei quali sono presenti forti minoranze russofone, perdere un altro tassello fondamentale come l’Ucraina non sarebbe tollerabile.

Kiev, in età medievale, fu il nucleo dal quale si sarebbero poi sviluppati il Principato di Mosca e il futuro impero zarista, culla delle popolazioni slave; avvicinandosi all’Ucraina, la NATO e l’Europa hanno pericolosamente irritato il grande orso russo, che la storia insegna essere particolarmente aggressivo se minacciato nel suo spazio di influenza vitale: ecco perché questo paese funge da protezione verso il pericoloso mondo occidentale, svolgendo lo stesso ruolo che fino al 1989 svolsero i paesi del Blocco comunista, “Stati cuscinetto” utili a mantenere salda la cortina di ferro.

La Russia, nonostante un rinnovato contatto con l’Europa a partire dagli anni Novanta, necessario per portare al termine la propria ricostruzione dopo la crisi del comunismo, ha avuto, ha e avrà sempre bisogno di mantenere un certo distacco dall’Occidente e un’Ucraina integrata nell’Alleanza Atlantica guidata dagli Stati Uniti non potrebbe essere un incubo peggiore.

Non è un’esigenza solamente politica, ma anche e soprattutto culturale e storica: forti del proprio glorioso passato, i russi non sono disposti a considerarsi una potenza emergente, bensì una grande potenza, ruolo che il destino gli ha sempre riservato. Di conseguenza, a differenza di quanto implicherebbe lo status di potenza in via di sviluppo, il ritenersi grande potenza presuppone un confronto attivo e talvolta esasperato con la controparte occidentale, nel tentativo di raggiungere quella supremazia mondiale sfuggita sia agli zar che al colosso sovietico.

Inoltre, non bisogna sottovalutare il fatto che, mostrando i muscoli alla Russia, Europa e NATO non fanno altro che creare un nemico esterno utile a Putin per cementare ulteriormente il suo fronte interno e acquisire più consenso, ora sensibilmente in calo a causa delle difficoltà economiche scaturite dalle sanzioni.

Un dialogo tra le parti è senza dubbio possibile, ma la cautela dovrà essere una costante imprescindibile: il compromesso a cui si giungerà, diverso da questa effimera tregua, dovrà mantenere intatta l’Ucraina, accrescere il peso internazionale dei principali paesi europei ed evitare un eccessivo rafforzamento di Putin. Più facile a dirsi che a farsi, poiché probabilmente ci troviamo di fronte alla crisi più delicata degli ultimi quarant’anni.

Filippo Malinverno

Foto: radiocittàfujiko.it e Repubblica

Le nuove direttive della politica energetica: shale gas e crisi ucraina allontanano la Russia dal mercato europeo? 1.USA, Europa e Russia

By Marco Antollovich

Come sta cambiando lo scacchiere energetico mondiale e quali le conseguenze della rivoluzione dello shale gas e della crisi ucraina per i mercati europei?

Analisi in tre puntate. Oggi, domani e dopodomani, in tre post su Paola Casoli il Blog, l’ultimo lavoro di Marco Antollovich sulle nuove direttive della politica energetica nello scacchiere internazionale.

#shalegas #fracking #gas

Per cercare di fornire un’analisi completa del quadro odierno è necessario analizzare il cambio di rotta nella politica energetica statunitense e cosa implichi la fantomatica indipendenza energetica di Washington.

In secondo luogo, bisogna comprendere quali siano le ripercussioni della crisi ucraina e dell’instabilità dei mercati mediorientali in Europa e, infine, analizzare la nuova politica russa nei confronti dell’Estremo Oriente.

La shale gas revolution negli Stati Uniti

Lo Shale gas, una delle cosiddette “risorse gasiere non convenzionali” (Shale Gas, Tight Gas e Coalbed Methane tre le più importanti),  rappresenta per gli Stati Uniti una risorsa di inestimabile valore. Sebbene gli Stati Uniti si posizionino soltanto al quarto posto per riserve di scisto comprovate (dopo Cina, Argentina e Algeria), essi sono gli unici ad aver tratto, finora, un reale beneficio a livello di mercato dallo sfruttamento di tale gas.

L’estrazione di Shale gas richiede infatti una notevole esperienza tecnica, requisito mancante alle grandi compagnie energetiche cinesi per esempio, oltre che un terreno favorevole da un punto di vista geologico, non eccessivamente duro e in territorio non montagnoso, e con giacimenti non in profondità (i giacimenti statunitensi si trovano tra poche centinaia di metri e i 3.000 metri, mentre quelli cinesi tra i 3.000 e gli 8.000 metri di profondità). Le compagnie statunitensi sembrano essere ora in grado di arginare quasi totalmente i danni derivanti dal fracking (micro-esplosioni settoriali all’interno del giacimento) e dall’immissione di agenti chimici, sabbie e acqua necessarie ad aumentare la pressione all’interno del pozzo e favorire la fuoriuscita del gas, altrimenti non spontanea.

Una volta ammortizzato l’investimento iniziale di capitale impiegato per l’acquisizione del know how necessario e sufficiente a contenere i danni ambientali e aumentare  il tasso di recuperabilità del giacimento, l’estrazione di shale gas risulta complessivamente meno dispendiosa rispetto all’estrazione di gas convenzionale.

Considerando che la percentuale di shale gas estratto negli Stati Uniti ammontava soltanto all’1% nel 2000 e ben al 20% nel 2010, l’Energy Information Administration stima che nel 2035 la produzione di gas di scisto possa raggiungere il 48%. Un tale aumento della produzione potrebbe portare Washington all’ autosufficienza energetica già nel 2020 secondo la dichiarazione rilasciata da Edward L. Morse, amministratore delegato e direttore generale dei servizi di Citi e confermata da Michael Levi, alto consigliere per l’Energia e l’Ambiente al Comitato delle Relazioni Internazionali statunitense. Un ulteriore aumento della produzione potrebbe dunque trasformare gli Stati Uniti da un importatore a un esportatore netto di gas, il che implicherebbe l’apertura di nuovi mercati, compreso quello europeo. Considerando che ora il prezzo del gas negli Stati Uniti è di 4$/MMBTU rispetto ai 10$/MMBTU in Europa e ai 15$/MMBTU in Giappone, se nel lungo periodo la domanda rimane costante e il prezzo del gas non subisce variazioni eccessive negli Stati Uniti, diventa ipotizzabile il trasporto via mare tramite cisterne verso l’Europa, come avviene per l’LNG (Liquefied Natural Gas) qatariano, australiano, malese e indonesiano.

L’Europa e la dipendenza dalla Russia

È necessario analizzare ora quali siano le ripercussioni della shale gas revolution per il mercato europeo e quale la reazione da un punto di vista interno.

La possibilità che una seconda rivoluzione del gas di scisto possa avvenire nel Vecchio Continente risulta estremamente remota. Le riserve europee, non solo risultano inferiori a quelle statunitensi, ma anche di più difficile estrazione.

La sensibilità dei governi e le forti critiche da parte di un pubblico spaventato dai possibili danni ambientali ha portato inoltre nel 2013 alla ratifica di moratorie da parte di Francia, Lussemburgo, Olanda, Repubblica Ceca e Bulgaria contro l’esplorazione e la produzione di gas di scisto in territorio nazionale. Numerose critiche sono state sollevate in Inghilterra, Romania e Germania.

Nel 2012 Il Parlamento Europeo ha stabilito che il potere decisionale riguardo la possibilità di permettere o meno attività di esplorazione e produzione di gas di scisto venga demandato al singolo stato membro e non al Parlamento Europeo, autorizzando i paesi dell’ Europa centrale a dare il via alla fase di esplorazione.

Un report della Commissione Europea del 2012 afferma tuttavia che “la produzione di shale gas non renderebbe comunque l’Europa autosufficiente per quanto concerne la produzione di gas naturale. Nel migliore dei casi, la riduzione della produzione di gas convenzionale può essere sostituita mantenendo un livello di dipendenza dalle importazioni al 60%.”

Secondo i dati forniti dall’ IEA (International Energy Agency, 2014), l’Europa importa il 70% del greggio, il 50% di gas naturale e il 44% del carbone necessario al fabbisogno energetico interno e, secondo rilevazioni della stessa agenzia, si prevede un aumento della dipendenza da importazioni di idrocarburi del 20% nei prossimi vent’anni. Tale dipendenza sta spingendo l’Europa a cercare nuovi partner per ridurre la leve che Gazprom, il colosso energetico russo, può esercitare sulla politica di sicurezza energetica dettata da Bruxelles.

Riferendoci ai dati forniti dallo U.S. Congressional Research Service (CRS) per l’Europa, i due maggiori esportatori di gas sui mercati europei sono Oslo (35%) e Mosca (34%), seguiti al terzo posto dall’Algeria.

Considerando ora che si prevede un lento declino della produzione norvegese a partire da 2015, ci si interroga su quali possano essere le vie di approvvigionamento alternative a quella russa. La crisi Ucraina del post – Maidan e il profilarsi di un potenziale conflitto congelato dei territori della Novorossija (Новоро́ссия in russo) minacciano pesanti ripercussioni sulla sicurezza energetica europea.

È necessario analizzare ora quali siano effettivamente le ripercussioni della crisi ucraina sul vecchio continente: i rifornimenti russi infatti raggiungono il territorio europeo esclusivamente via pipeline, così come quelli norvegesi, mentre il restante 25% di gas viene trasportato via nave sottoforma di LGN dai partner algerini, egiziani e qatariani.  Esistono 13 gasdotti che collegano Russia ed Europa escludendo il progetto South Stream: 3 di questi raggiungono la Finlandia, l’Estonia e la Lettonia, 4 passano attraverso Bielorussia, Polonia e Lituania, 5 attraverso l’Ucraina e l’ultimo, il Nord Stream, una sorta di corsia preferenziale volta a coronare l’idillio russo-tedesco, collega direttamente il terminale di Vyborg, non distante da San Pietroburgo, alla città di Greifswald, in Germania.

Pertanto, un inasprimento delle crisi ucraina potrebbe portare alla chiusura dei rubinetti da parte russa (come già avvenuto nel 2009) e questo implicherebbe una mancanza di approvvigionamento per metà Europa, considerando che le due pipeline con maggiore portata, Bratzvo (Fratellanza) e Soyuz (Unione) passano entrambe in territorio ucraino, per poi attraversare la Slovacchia e rifornire l’Europa orientale, mentre una terza pipeline rifornisce i Balcani e la Turchia.

Marco Antollovich

Seguirà domani South Stream o vie alternative?

Mappe: Economist, Geograficamente

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/15 – La questione energetica. Il ruolo del Caucaso

By Marco Antollovich

Cap 2: Pedina di un nuovo grande gioco. La questione energetica – Il ruolo del Caucaso

Il ruolo del Caucaso

Come nei secoli passati, il Caucaso continua a rivestire un ruolo geostrategico fondamentale nella nuova corsa all’oro. Sebbene caratterizzata da una perenne e profonda instabilità, le cancellerie europee e statunitensi hanno identificato proprio in quella fascia tra il Mar Caspio e il Mar Nero la testa di ponte verso l’Asia Centrale.

Non bisogna dimenticare che l’embargo che grava sull’Iran lo rende una pedina esterna al nuovo grande gioco energetico; la Russia invece, come già detto precedentemente, controlla già la stragrande maggioranza delle pipeline esistenti in Asia centrale. Si deve inoltre aggiungere che i fermenti indipendentisti di alcune repubbliche russe come la Cecenia costituiscono un problema analogo a quello caucasico.

Il Dagestan e la Cecenia costituivano infatti un passaggio obbligato non solo per i gasdotti e gli oleodotti russi che partono dalle coste del Mar Caspio, ma anche la sola opzione per il trasporto degli idrocarburi azeri, prima che l’Occidente offrisse una via alternativa.

Considerando l’annosa questione del Nagorno Karabakh, un oleodotto che raggiungesse la Turchia via Armenia risultava impossibile da attuare: l’unica soluzione, pertanto, era rappresentata dalla Georgia. Durante la presidenza Shevardnadze il mondo aveva potuto assistere ad un rapido avvicinamento georgiano all’Occidente. Con Saakashvili la Georgia si sarebbe sentita, de facto, parte dell’Occidente, sancendo il definitivo distacco dalla Russia.

Gli investimenti occidentali e il processo di democratizzazione interno avevano reso Tbilisi un partner economico e politico fidato, in grado di attirare capitali esteri sempre maggiori. Le repubbliche secessioniste di Abkhasia e Ossezia del Sud, sebbene ledessero l’integrità territoriale georgiana e creassero notevoli problemi nella politica interna del paese, non costituivano un problema poiché periferiche e complessivamente lontane dal percorso delle future pipeline.

Il primo passo verso la realizzazione di una pipeline al di fuori del territorio russo fu la costruzione di un oleodotto, il Baku – Supsa che, partendo dalla capitale azera, trasportava il petrolio dai giacimenti di Chirag e Guneshi fino al porto georgiano di Supsa sul Mar Nero. La realizzazione di questo progetto fu resa possibile grazie ai fondi del consorzio AIOC. Non bisogna dimenticare la rilevante presenza occidentale nel consorzio che raggiungeva il 60% di quote azionistiche, sommando il 45% delle compagnie americane al 17,12%detenuto dalla BP.

Una quota non trascurabile del 6,75% era stata assegnata inoltre alla TPAO turca, rendendo la partecipazione della Lukoil ( 10%), complessivamente di poco peso.

La partecipazione turca al nuovo grande gioco non si sarebbe limitata alle quote azionistiche dell’AIOC. Grazie ai legami con Georgia e Azerbaigian avrebbe potuto rappresentare un vero e proprio trait-d’union tra il Caucaso e l’Europa.

La creazione di un’asse orizzontale avrebbe reso la Turchia un valido partner economico a livello regionale; il fatto che Istanbul fosse inoltre un membro di non poco peso all’interno dell’Alleanza Atlantica rendeva i risvolti di una cooperazione turco-caucasica maggiormente rilevanti più da un punto di vista politico che economico.

La Turchia si è progressivamente avvicinata molto alla Georgia, corridoio di transito indispensabile per gli idrocarburi del Caspio verso l’Occidente, nell’ottica di evitare Russia e Iran. Istanbul diventerà il primo partner commerciale georgiano nel 2008 e azero nel 2010. La relazione preferenziale con le due Repubbliche Caucasiche ebbe inizio quando, forte dell’appoggio dell’amministrazione Clinton, venne formulato per la prima volta un progetto volto a collegare Baku ad un porto turco, Cheyan, con la finalità di esportare gli idrocarburi del Caspio in Europa.

La realizzazione della pipeline Baku-Tbilisi-Cheyan avrebbe costituito una svolta per le politiche energetiche europee e statunitensi, un successo “per aumentare e diversificare l’offerta energetica mondiale […] la conquista più importante nella politica estera americana del 1999” (J. Zarifian, Les Etats-Unis au Sud Caucase Post-Sovietique, pag. 182).

Il progetto costituiva una vittoria per l’amministrazione Clinton, poiché l’oleodotto avrebbe attraversato soltanto paesi alleati statunitensi, by-passando Armenia, Russia e Iran, ma la realizzazione di questo progetto faraonico risultava tutto fuorché facile da concretizzare: la costruzione della pipeline, terminata nel 2005 e lunga 1.764 km, sarebbe costata gli investitori 3,9 miliardi di dollari. Il pagamento di una cifra tale fu possibile solo grazie ai finanziamenti delle compagnie petrolifere occidentali, de facto padrone dell’oleodotto: più del 30% delle quote apparteneva infatti alla BP, 8,71% alla Staoil norvegese, l’ 8,4% alla Chevron, il 2,5% alla ConocoPhilips e il 2,36% alla Hess, tutte e tre americane.

Le restanti quote spettavano a Italia, Francia, Turchia, Giappone e il 25% alla SOCAR azera (Rispettivamente: Eni 5%, Total 5%, TPAO 6,5%, Impex 2,5%) Sebbene la Georgia non possedesse quote azionistiche e quindi non potesse beneficiare dei dividendi da queste derivanti, si può affermare con certezza che la costruzione del BTC abbia avuto e continui ad avere un impatto positivo sull’economia georgiana, come giustamente analizza l’economista georgiano Vladimir Papava. Lo statista di Tbilisi afferma infatti che si poté assistere a un miglioramento sia a livello micro economico che macro economico. Più precisamente, quattro erano gli obiettivi specifici che la Georgia avrebbe voluto raggiungere grazie al piano di investimenti internazionale:

1. aumento delle entrate e conseguente miglioramento delle capacità economiche del paese;

2. miglioramento del settore agricolo;

3. rilancio della qualità della vita attraverso una modernizzazione delle infrastrutture;

4. aumento dell’ autonomia delle comunità nei programmi di sviluppo sociale.

Per quanto concerne l’aspetto prettamente interno, le tasse di transito derivanti dal passaggio del petrolio azero in territorio georgiano garantivano a Tbilisi un’entrata di 1,86 dollari per tonnellata. La cifra, che potrebbe sembrare irrisoria di primo acchito, ammontava ad un complessivo annuale di 62,5 milioni di dollari all’anno, per un totale di 2,5 miliardi di dollari dilazionato in 40 anni (George Eradze, Mark Hudson, David Jinjolia, et al., “Economic Trends”, Georgian Economic Trends).

L’investimento diretto da parte statunitense, che ebbe inizio a partire dalla prima fase di costruzione dell’oleodotto, ammontò a 514.670 milioni di dollari soltanto in Georgia, creando inoltre 2.750 nuovi posti di lavoro; il tasso di disoccupazione registrò un drastico calo del 33,3%, mentre il Prodotto Interno Lordo aumentò del 6,6%.

Le entrate ottenute grazie al BTC consentirono allo stato georgiano di investire il nuovo patrimonio nella costruzione di infrastrutture, nell’educazione e nel sistema sanitario.

La realizzazione della pipeline ebbe inoltre profonde ripercussioni sul sistema di alleanze che andava formandosi nell’area: Georgia e Azerbaigian si dimostrarono partner fidati e alleati preziosi sia per gli Stati Uniti che per la Turchia. (altro…)

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/13

By Marco Antollovich

Cap 2: Gli Stati Uniti in Georgia.Una democrazia di comodo

L’occidentalizzazione della Georgia doveva tuttavia avere una base ideologica: la democrazia. Si tratta però di un espediente che molti autori trovano semplicemente funzionale alla politica di espansionismo statunitense e di allargamento della NATO.

Un caloroso discorso di George W. Bush spiegava infatti che: “Dalla Rivoluzione delle Rose nel 2003, il popolo georgiano ha tenuto delle libere elezioni, ha spianato la strada ad una crescita economica e ha costruito le fondamenta per una democrazia prospera”.

Il fatto che uno studio di Reporter Senza Frontiere abbia constatato un peggioramento nella libertà di stampa, facendo slittare la Georgia dal 73° al 93° posto dal 2003 al 2005 e che l’opposizione abbia accusato Saakashvili di clientelarismo, corruzione e autoritarismo è stato a lungo trascurato dalle cancellerie occidentali.

Anche la definizione stessa di “elezioni libere” sembrava stridere con gli avvenimenti reali: il filo-occidentale e democratico Saakhasvili, sebbene fosse stato eletto con una maggioranza quasi bulgara di voti nel 2003 (97,4) anche se in realtà nel 2003 Saakashvili era l’ uomo del momento, un leader carismatico, la figura chiave della “Rivoluzione delle Rose”; mancava in Georgia una vera opposizione, nè un possibile rivale per il futuro presidente, alle presidenziali del 2008 aveva vinto sì alla prima tornata elettorale, ma con un 53,47% di voti, accompagnato da accuse di brogli da molti osservatori internazionali.

Ciò che contava per l’Occidente erano altri avvenimenti, di minor importanza forse, ma che testimoniavano l’esistenza di una Georgia molto vicina all’Europa e agli Stati Uniti: una delle strade più importanti di Tbilisi era stata nominata George W. Bush Avenue in seguito alla visita del presidente nel 2005 e Saakashvili aveva dato inizio alla costruzione del nuovo palazzo presidenziale costruito da un architetto italiano su modello della Casa Bianca a Washington. Il fatto che fosse costato 12 milioni di lari, circa lo 0,2 % dell’intero budget statale non venne nemmeno menzionato.

Nel 2008 i principali partner commerciali di Tbilisi erano ormai tutte potenze regionali che avevano scavalcato la Russia, diminuendo l’influenza che Mosca aveva avuto sulla Georgia di Shevardnadze: Turchia, Azerbaigian, Ucraina e Germania avevano infatti declassato la Russia al quinto posto.

Come sottolinea Julien Zarafiran nel suo testo “Les Etats-Unis au Sud Caucase postsovietique” “Non si è più davvero sicuri che gli Stati Uniti sostengano qui la “democrazia” che trova difficoltà ad affermarsi appieno in Georgia. Loro sostengono piuttosto uno stato, grazie al quale la promozione della democrazia ha permesso un avvicinamento significativo e che è diventato un alleato”.

La decisione americana di adottare una politica di “soft power” nel Caucaso sarà solo il primo passo verso una politica di “hard power”. Come già analizzato precedentemente, il neonato esercito georgiano non era stato in grado di riaffermare lo status quo pre-1989 nelle regioni secessioniste, né tantomeno sarebbe stato in grado di contrastare un attacco russo, nell’eventualità (non troppo remota) in cui gli attriti tra Mosca e Tbilisi fossero degenerati in un conflitto aperto.

Oltre al sostegno economico in aiuto all’ideale democratico, giunsero in Georgia contributi altrettanto generosi per il rafforzamento della Difesa georgiana.

Cosa cercavano gli USA nell’alleato georgiano?

Un esercito forte avrebbe permesso a Saakashvili di ottenere un maggiore consenso interno, facendo leva sulla possibilità di attaccare le due regioni (ormai dichiaratesi indipendenti) e riportarle sotto il controllo di Tbilisi.

La formazione di battaglioni addestrati dalle truppe americane nella lotta contro il terrorismo internazionale avrebbe potuto ridurre le accuse di incompetenza (rivolte dai Russi) dell’esercito georgiano per quanto concerneva il controllo dei confini nella vallata del Pankisi.

I migliori reparti dell’esercito georgiano sarebbero stati mandati in Iraq e Afghanistan, avvicinando sempre più la Georgia alla  NATO.

Un ammodernamento radicale dell’esercito avrebbe implicato un acquisto massiccio di nuovi armamenti statunitensi, israeliani e, in seguito, ucraini.

La Georgia cominciò a ricevere aiuti americani già dal 1994 attraverso l’“International Military Education Training” volto appunto ad addestrare il neonato esercito georgiano, ricevendo 2,5 milioni di dollari dal 1994 al 2001 solo attraverso questo programma. In totale, nello stesso periodo, i fondi americani stanziati per un miglioramento della difesa georgiana ammontano a più di 40 milioni di dollari.

La crisi successiva alla guerra in Cecenia portò gli Stati Uniti a compiere un ulteriore passo: attraverso il “Train and Equip Program”, dal 2002 al 2004, l’invio di istruttori dell’esercito statunitense in Georgia fu accompagnato dalla vendita di autovetture, camion (circa 150), pezzi di ricambio per aerei da guerra, munizioni, carburante, divise e strumentazione radio.

Ben 150 milioni di dollari vennero stanziati in 12 anni attraverso il “Georgia Border Security and Low Enforcement”, una soluzione-escamotage volta ad addestrare le truppe georgiane senza che ciò potesse formalmente costituire una minaccia per Mosca: il programma infatti mirava a rafforzare il controllo sulle regioni di confine a Nord della Georgia, bloccando l’attività di contrabbando transfrontaliera e dichiarando guerra al terrorismo internazionale. Aumentando i controlli nella vallata del Pankisi, Georgia e Russia appianavano le divergenze d’opinione sulla questione cecena, dal momento che Tbilisi stessa si era impegnata a fronteggiare i ribelli ai confini.

Forte dei contributi ricevuti, la Georgia si impegnò, sia con Shevardnadze che con Saakashvili, a partecipare alle missioni NATO, fornendo un contributo non trascurabile.

Nel 1999 la Repubblica Georgiana prende parte alla missione in Kosovo, mettendo a disposizione circa 150 uomini raggruppati in reggimenti tedeschi e turchi. L’impegno si sarebbe fatto progressivamente maggiore durante la guerra in Iraq: dal 2003 al 2008 sarebbero stati impiegati quasi 4000 soldati georgiani, che avrebbero costituito la terza forza numerica dopo Stati Uniti e Regno Unito.

Durante la missione ISAF in Afghanistan lo spazio aereo georgiano venne aperto alla NATO, causando non pochi attriti con la Russia, e Tbilisi firmò il “Partnership Action Plan on Terrorism”, fornendo un contributo ufficiale alla lotta al terrorismo.

Nel 2012 la Georgia sarà il primo paese non NATO, in quanto a numero di soldati in campo, con ben 1685 uomini.

A fronte degli sforzi militari compiuti in supporto delle forze NATO, nel 2005 la Georgia firmò con la NATO un Piano di Azione Individuale (MAP) nella speranza di essere totalmente integrata come membro della struttura Nord Atlantica.

Nonostante la forte pressione degli Stati Uniti, al summit di Bucarest del 2008 né la Georgia né l’Ucraina riuscirono a ottenere il riconoscimento come membri.

Non bisogna trascurare infatti il ruolo di Francia e Germania sia come potenze NATO sia come partner commerciali della Russia. Una presa di posizione troppo marcata, con l’entrata delle due repubbliche all’interno dell’Alleanza, avrebbe potuto compromettere i rapporti con Mosca.

Il fallimento del Summit di Bucarest avrebbe avuto conseguenze dannose sia per la Georgia, che per gli Stati Uniti: un processo di cooperazione economica e militare durato più di un decennio subiva una brusca battuta d’arresto che rischiava di rovinare le relazioni tra i due stati e di lasciare esposta la Georgia, ormai considerata alleato statunitense,a dure ripercussioni russe.

E’ importante considerare che il cambiamento della politica estera russa con Putin rendeva la Georgia un bersaglio vulnerabile: Saakashvili aveva resistito alle pressioni e alle minacce di Mosca dal giorno del sua nomina a presidente, convinto che gli sforzi fatti sarebbero stati premiati con accesso alla NATO come membro e non come partner. Tale accesso avrebbe permesso alla Georgia un intervento deciso contro le repubbliche di Abcasia e Ossezia meridionale volto a tutelare l’integrità della Nazione.

Forte di una protezione dalla NATO, non avrebbe dovuto temere un attacco da parte russa, protettrice dell’indipendenza delle due repubbliche autonome.

Il fallimento di Bucarest creò una doppia complicazione: il mancato intervento contro le repubbliche abcase e sud ossete avrebbe potuto creare una crisi interna e aumentare il dissenso popolare e, al tempo stesso, un intervento avrebbe potuto portare ad un attacco russo volto a difendere le due repubbliche alleate.

Marco Antollovich

Seguirà La questione energetica. L’Azerbaigian: una nuova speranza

Il post precedente è al link  Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/12

Foto: George W.Bush è di Wikipedia

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/10

By Marco Antollovich

Capitolo Secondo: Georgia, pedina di un nuovo grande gioco

La nuova Russia e la politica del “Near Abroad”. L’allontanamento dal Cremlino

Fu proprio questa palese politica neo-imperialista russa che spinse Shevardnadze a svincolarsi il più possibile dal giogo di Mosca. Il 1998 fu l’anno della svolta: il presidente georgiano si dichiarò favorevole alla nascita di un progetto, la “Nuova via della Seta”, che avrebbe modificato gli assetti geostrategici del nuovo secolo.

Già dal 1993 erano state dettate le direttive generali di questo nuovo piano di sviluppo economico, noto anche con il nome di TRACECA, fortemente voluto dall’Unione Europea: i governi di Armenia, Azerbaigian, Georgia, Kazakhstan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Ucraina, Moldavia, Turchia, Bulgaria e Romania manifestavano così la volontà di condividere un progetto di integrazione economica che potesse rilanciarli sul mercato mondiale.

Nel 1998 a Baku venne rettificato il “Basic Multilateral Agreement” e due anni più tardi venne creata a Tbilisi una Commissione Intergovernativa.

Non bisogna inoltre trascurare che nell’ottobre del 1997 era nato un altro progetto, più contenuto negli intenti rispetto alla TRACECA, ma ugualmente importante: tale organizzazione, denominata GUAM (l’organizzazione cambiò il nome in GUUAM dal 1999 al 2005, periodo in cui l’ Uzbekistan aderì come quinto membro), vedeva la partecipazione di Georgia, Ucraina, Azerbaigian e Moldavia in un progetto di cooperazione ristretto volto a sviluppare le relazioni tra i quattro paesi svincolandosi dalle restrizioni della CSI.

Boris Nemstov sottolinea correttamente che la creazione del GUAM non era volta direttamente contro il Cremlino, ma contro “La Russia imperialista e despotica”; una Russia democratica, priva di conflitti con i paesi membri del GUAM, avrebbe una possibilità concreta di far parte dell’organizzazione”.

Bisogna infatti considerare che la Russia continuava a fomentare l’instabilità interna dei quattro paesi membri, sia in modo diretto che indiretto, sostenendo le spinte centrifughe di Abcasia e Ossezia del Sud in Georgia, della Transnistria in Moldavia, del Nagorno Karabakh in Azerbaigian (indiretto) e dei Russi residenti nell’Ucraina orientale e in Crimea.

Un forum di cooperazione regionale, dunque, avrebbe potuto creare maggiori possibilità per i quattro paesi “satelliti” della Federazione Russa che avrebbero costituito una sorta di blocco economico-politico cuscinetto tra la CSI e l’UE.

La presenza dell’Azerbaigian avrebbe inoltre permesso a Georgia e Ucraina di diversificare l’approvvigionamento di idrocarburi, allentando la morsa politica di Gazprom nella regione.

Le ottime relazioni che la Georgia poteva vantare con l’Ucraina, per non parlare del “Tandem Caucasico”azero-georgiano (espressione usata dall’ economista georgiano V.Papava per sottolineare la forte collaborazione economica tra Georgia e Azerbaigian all’ interno del GUAM), resero la Repubblica Georgiana fulcro e mediatore all’interno del GUAM, aumentandone il livello di cooperazione con la Turchia e spingendola sempre più lontana da Mosca.

Questa nuova politica di allontanamento, tuttavia, doveva avere delle basi solide, al fine di evitare un isolamento dannoso e tutto ciò che la Georgia aveva da offrire era la sua posizione strategica.

Durante gli anni della presidenza Shevardnadze, seguita poi da un orientamento ancor più filo-occidentale del suo successore Saakashvili, le tre grandi direttive che costituiranno il fulcro della politica estera georgiana saranno: avvicinamento all’UE, avvicinamento agli Stati Uniti e, come menzionato poco sopra, buon vicinato con Azerbaigian e Turchia.

La costruzione della pipeline Baku-Tiblisi-Cheyan, fortemente voluta da Azerbaigian, Georgia e Turchia, avrebbe sancito un nuovo asse caucasico orizzontale, volto a collegare il Mar Caspio all’Europa.

La Russia, tagliata fuori dal “Nuovo Grande Gioco”, avrebbe risposto con un proprio asse caucasico-verticale russo-armeno-iraniano passante, giocoforza, per Tbilisi. Grazie a ingenti contributi europei vennero lanciati nuovi progetti per la costruzione di gasdotti e oleodotti (BTS e BTE), volti ad avvicinare sempre di più il Caucaso all’Unione Europea: tale strategia era perfettamente conforme ai nuovi programmi sulla sicurezza energetica europea e sull’allargamento dell’Unione verso est. Il vero problema per la Russia non stava nel perdere il controllo economico sia sulla Georgia che sull’Azerbaigian, considerando che i paesi della CSI influiscono sul commercio russo con soltanto il 15%. Il problema era perdere il monopolio sul controllo delle pipeline che dalle Repubbliche Centro-Asiatiche e dalla Russia stessa rifornivano i mercati europei.

Un ulteriore passo verso l’occidente fu il ritiro della Georgia dalla CSTO nel 1999, seguito da una dichiarazione in cui “la Georgia sarebbe entrata a far parte della NATO entro cinque anni”.

La guerra in Cecenia, inoltre, contribuì considerevolmente a esacerbare i rapporti già tesi tra Georgia e Russia. Nel 1999 l’esercito russo era infatti intervenuto nella Repubblica Cecena (all’interno della Federazione Russa), con l’intento di sedarne le mire secessioniste e combattere alcune cellule del terrorismo islamico affiliate ad Al-Qaeda impegnate nella liberazione di Grozny.

Durante il conflitto molti combattenti ceceni si rifugiarono in territorio georgiano, nel Pankisi Gorge (la vallata del Pankisi), attraversando facilmente i mal sorvegliati confini.

Dopo l’11 settembre 2001 e l’intervento americano in Iraq, la Russia si appellò anch’essa all’ art. 51 della Carta delle Nazioni Unite (l’ articolo 51 sancisce il diritto di legittima difesa nel diritto internazionale; spesso si ricorre tuttavia al concetto di “legittima difesa preventiva”, non trattato nell’ articolo 51 e non percepita dalla maggior parte dei giuristi come “consuetudine”. Mancando un attacco diretto georgiano contro la Russia, la richiesta di legittima difesa sarebbe stata inopportuna da parte russa)  per potere intervenire militarmente in Georgia e combattere il terrorismo internazionale.

Tali accuse non erano del tutto infondate: Shevardnadze aveva apertamente negato a Mosca l’estradizione di alcuni ribelli ceceni catturati nella zona del Pankisi, poiché la loro appartenenza ad Al – Qaeda non era comprovata da alcuna evidenza.

In realtà il parallelismo tra ciò che era avvenuto in Abcasia e Ossezia e gli avvenimenti in nel Nord Caucaso di inizio 2000 era fin troppo evidente: la Russia aveva ospitato e apertamente appoggiato guerriglieri sud osseti e abcasi e la Georgia stava ora simpatizzando con i Ceceni in un’ottica antirussa.

Tuttavia la nuova Russia di Putin cominciava a covare ambizioni da grande potenza e da grande potenza agì: alle dichiarazioni georgiane seguirono bombardamenti nel Pankisi. Shevardnadze, pienamente sostenuto da Washington, dichiarò tali attacchi una violazione dell’integrità territoriale della Repubblica. Gli Stati Uniti inviarono pertanto un contingente di 500 unità, composto da forze d’élite, in Georgia con l’intento dichiarato di addestrare l’esercito georgiano alla lotta contro il terrorismo.

Sebbene, come affermò il Ministro della Difesa russo Alexander Kosovan, “la presenza di truppe statunitensi in Georgia dovrebbe allarmare ogni soldato russo”, non seguì alla decisione del Pentagono alcun intervento diretto da Mosca; era ancora troppo presto per un conflitto aperto russo-georgiano. Nell’ottobre del 2002 Shevardnadze si impegnò a consegnare tutti i ribelli catturati, evitando un’escalation che avrebbe avuto per la Georgia conseguenze catastrofiche.

Una politica più ambigua accompagnò gli ultimi mesi della presidenza Shevardnadze. La firma di nuovi accordi con Gazprom, sommati a un parziale allontanamento dagli Stati Uniti, avrebbero dovuto consentire al presidente di riaprire le trattative su Abcasia e Ossezia del sud, grazie a un rinato interesse russo sulla questione. Il fatto che Mosca si dimostrasse disponibile a riaprire le trattative in cambio di accordi commerciali con la Georgia è sintomatico del fatto che la “difesa” russa delle due repubbliche secessioniste fosse solo uno degli strumenti utilizzati dal Cremlino per mettere pressione a Tbilisi.

La forte corruzione e la mancanza di cambiamenti tangibili nella condizione economica del popolo georgiano portarono tuttavia il 23 novembre 2003 alle dimissioni di Shevardnadze a seguito di una rivoluzione pacifica, chiamata “Rivoluzione delle Rose”.

La nuova presidenza Saakhasvili avrebbe portato a un pericoloso avvicinamento alla NATO e all’Occidente e al definitivo scontro con Mosca l’08.08.2008.

Marco Antollovich

Seguirà : L’allargamento oltre il Mar Nero: gli Stati Uniti in Georgia

Il post precedente è al link Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/9

Foto: Mikheil Saakashvili è tratto da Wikipedia

La regione del Grande Mar Nero a cavallo tra Europa e Asia; focus sulle interrelazioni con la Bulgaria, A.Miykova/6

By Anna Miykova

Cap 1.4 della tesi La regione del Grande Mar Nero a cavallo tra Europa e Asia; focus sulle interrelazioni con la Bulgaria (Anna Miykova)

La Bulgaria dopo il secondo conflitto mondiale

Le vicende politiche della Bulgaria dal 1945 al 1989 non si sono discostate da quelle degli altri Paesi assegnati, dopo Yalta, alla sfera di influenza sovietica. A partire dal 1945, ebbe inizio una storia comune, e condivisa da tutta l’Europa Orientale, con l’affermazione dei Partiti Comunisti filo-sovietici, l’eliminazione – anche fisica – degli oppositori e la progressiva satellizzazione rispetto a Mosca, attraverso l’ingresso “spontaneo” nel COMECON33 e, nel 1955, nel Patto di Varsavia.

Liquidata l’opposizione, il Paese venne trasformato in una democrazia popolare: il governo realizzò la riforma agraria – attraverso la collettivizzazione – e nazionalizzò l’industria, fissando la produzione attraverso i piani quinquennali. Per mezzo secolo, la storia bulgara si cristallizza attorno alla figura di Todor Hristov Zhivkov (anche conosciuto in Bulgaria come “Tato”) rimasto ininterrottamente al potere fino alla “rivoluzione” del 1989.

Hristov Zhivkov fu il leader comunista indiscusso della Bulgaria dal 4 marzo 1954 al 10 novembre 1989. Nella seconda guerra mondiale, partecipò al movimento di resistenza contro la Germania nazista. Dopo la guerra, fu inviato in Unione Sovietica come comandante della Milizia del Popolo. In queste veci, fece arrestare migliaia di persone come prigionieri politici.

Nel 1951 divenne membro del Politburo e nel 1954 fu Primo Segretario del Comitato Centrale. Ricoprì inoltre la carica di Capo di Stato (Presidente del Consiglio di Stato) della Bulgaria dal 7 luglio 1971 al 17 novembre 1989. Nonostante un tentativo di colpo di Stato attuato da dissidenti militari e membri del partito nel 1965, fu il leader che rimase il più a lungo al potere in uno stato del blocco sovietico.

Durante il suo governo, tutte le voci dissidenti in Bulgaria furono aspramente soppresse, con migliaia di arresti in tutta la nazione. Con l’aiuto dell’URSS, Zhivkov rafforzò la collettivizzazione delle fattorie e tentò di modernizzare l’industria. Zhivkov era un protetto di Nikita Chruščёv, e un amico stretto di Leonid Brežnev, e pertanto era conosciuto per essere un servitore degli interessi dell’Unione Sovietica. Propose due volte l’unione della Bulgaria all’Unione Sovietica, portando come giustificazione il comune alfabeto cirillico e la condivisa eredità slava. Inviò le forze militari della Bulgaria a partecipare all’invasione della Cecoslovacchia nel 1968 da parte dei Paesi del Patto di Varsavia. Il dissidente Georgi Markov, che poi fu assassinato a Londra nel 1978 con un ombrello bulgaro avvelenato, disse: “Zhivkov ha servito l’Unione Sovietica più ardentemente di quanto abbiano fatto i leader sovietici stessi”. Il leader stalinista Enver Hoxha etichettò Zhivkov come una piccola cellula che avrebbe fatto qualunque cosa Chruščëv o il KGB avessero detto. Nonostante Zhivkov non divenne mai un despota come Stalin, dal 1981, passato ai 70 anni, il suo regime divenne sempre più corrotto e autocratico. Verso la fine del suo governo, cercò di effettuare timidi cambiamenti per modernizzare la Bulgaria, introducendo versioni più attenuate della glasnost’ e della perestrojka di Michail Gorbačëv. Questi tentativi non riuscirono a impedire la caduta del comunismo e la sua personale sconfitta. La campagna per “bulgarizzare” i nomi dei Turchi residenti nel Paese (che portò tra l’altro a un esodo dalla Bulgaria alla Turchia nel 1985), contribuì alla sua caduta.

Alla fine del 1989, Zhivkov fu espulso dalla Presidenza e dal Partito Comunista Bulgaro. Il partito rinunciò subito dopo al suo monopolio sul potere e nel giugno 1990 si tennero le prime elezioni libere in Bulgaria dal 1931.

Il leader comunista bulgaro fu arrestato nel gennaio 1990. Due anni dopo, fu condannato per malversazione e condannato a sette anni di carcere. Fu comunque autorizzato, a causa della sua salute, a scontare la pena con gli arresti domiciliari. Fu poi assolto dalla Corte Suprema Bulgara nel 1996.

Todor Zhivkov morì di polmonite nel 1998, e gli fu negato un funerale di Stato.

[Con Zhivkov] la Bulgaria divenne, se possibile, l’alleato perfetto per Mosca e il docile esecutore dei dettami moscoviti. Non vi fu mai un cenno di protesta né uno screzio mentre, in tutto il resto del blocco comunista, emergevano a fasi successive, moti di ribellione e insofferenza verso l’URSS (basti pensare alle crisi in Germania Est, Polonia, Cecoslovacchia e Ungheria, senza dimenticare la stessa Jugoslavia, espulsa dal COMINFORM).

Per anni, l’URSS è stata considerata “la seconda patria dei Bulgari” e, in base ad una legge del 1950, ai cittadini sovietici era attribuita parità di diritti e di doveri con quelli bulgari.

Agli inizi degli anni Ottanta, la Bulgaria assorbiva senza scosse – e anzi, approvava convinta – i due eventi più dirompenti per le democrazie popolari: la “normalizzazione” in Polonia imposta dal generale Jaruzelski e l’invasione sovietica dell’Afghanistan.

Questa fedeltà “assoluta” era ricompensata da Mosca mediante la cessione di greggio a prezzi speciali che, tuttavia, non avrebbe salvato il Paese dal disastro materializzatosi nel 1989. Allora, dopo decenni di totale immobilismo, per la Bulgaria iniziava una fase assai convulsa sia sotto il profilo politico sia economico, con poche luci e tante ombre, una forte instabilità e frequenti rimpasti di governo. La Costituzione democratica approvata il 12 luglio 1991 sanciva l’avvio di una repubblica unitaria parlamentare sul modello occidentale, nonostante il ruolo, tuttora forte, del Partito Socialista, erede di quello Comunista.

La transizione verso un sistema effettivamente libero e democratico non si rivelò né facile, né indolore. La politica di apertura del nuovo premier, Zhan Videnov, si dovette confrontare con due opposte fazioni: da un lato, l’ala conservatrice del partito e, dall’altra, quella del Presidente della Repubblica Zhelyu Zhelev, fautore di una progressiva integrazione nel sistema politico ed economico euro-atlantico. Il passaggio dal sistema statalista e centralizzato a quello liberale determinava un notevole peggioramento nelle condizioni di vita della popolazione e il malcontento, nel 1996, culminava in violente manifestazioni di piazza, con l’assalto – di manzoniana memoria – alla sede del Parlamento.

In quella fase convulsa erano molti, in Occidente, a temere per la Bulgaria una situazione simile a quella dell’Albania: collasso del sistema finanziario e creditizio, elevato rischio di una rivoluzione civile, evitata solo dalla decisione del governo di indire nuove elezioni nel 1997 – una data decisiva nella storia della Bulgaria e della sua progressiva integrazione nel sistema euro-atlantico.

Alla richiesta di adesione alla Partnership for Peace (PfP) della NATO, faceva seguito una serie di scelte coraggiose in ambito politico, nel quadro di un processo di democratizzazione: abolizione della pena capitale, ratifica della Convenzione Europea sui Diritti delle Minoranze (in base al censimento del 2001, la popolazione della Bulgaria è composta principalmente da Bulgari etnici, 83,9%, con due importanti minoranze: turchi, 9,4%, e Rom, 4,7%, il restante 2% consiste di diverse minoranze più piccole, comprendenti armeni, macedoni, russi, rumeni, ucraini, greci, tatari ed ebrei), che in Bulgaria rappresentano il 16% dell’intera popolazione, miglioramento dei rapporti bilaterali.

Italia, Grecia e Turchia hanno sostenuto la candidatura bulgara, al fine di creare un continuum con il resto dell’Alleanza Atlantica, consapevoli dell’elevata instabilità della regione. Peraltro, nei rapporti tra Atene e Sofia non sono mancati momenti di tensione, come nel 1999, per la questione di uno dei reattori nucleari di Kozloduy che hanno permesso alla Bulgaria di essere il principale esportatore di energia della regione e di cui l’UE ha chiesto, per ragioni di sicurezza, la chiusura – peraltro avvenuta qualche mese dopo.

Dal punto di vista geopolitico, la Bulgaria è, del resto, al centro di grandi progetti infrastrutturali che riguardano l’Europa Sud-Orientale: l’oleodotto dal Mar Nero all’Adriatico, attraverso il porto bulgaro di Burgas e quello albanese di Vlore e, dall’altro, l’autostrada da Trieste a Salonicco, da estendere eventualmente fino a Varna.

Grecia e Bulgaria, per ragioni storiche e strategiche, guardano con attenzione alla Macedonia: a partire dal 2001, hanno offerto supporto militare all’esercito di Skopje, nonostante vi fossero già presenti forze della NATO.

Gli interessi strategici bulgari, come quelli greci, in Macedonia sono storicamente molto forti: nonostante l’affinità tra Bulgari e Macedoni e il moderato ma vivo senso di koinè slava, Sofia ha sempre negato il carattere autonomo della lingua e dell’etnia macedone (visti, rispettivamente, come un dialetto bulgaro ed un gruppo particolare di Bulgari); secondo il Jane’s Sentinel, sembra, inoltre che essa sia coinvolta nel tentato assassinio, nel 1995, del Presidente macedone, Gligorov; dopo una fase di gelo, tuttavia, i rapporti bilaterali hanno conosciuto un netto miglioramento dopo la visita del Primo Ministro macedone, Georgievski, nel 1999.

Ma il governo bulgaro, contrario a un possibile – ma probabilmente poco realistico – ingresso nella NATO di Skopje, teme una possibile influenza serba e islamica in quell’area e un’estensione, entro i propri confini, delle tensioni etniche che caratterizzano la Macedonia: qui continua, infatti, l’attiva guerriglia dei separatisti albanesi sostenuti anche dall’UCK ed è sempre possibile un massiccio esodo di profughi.

L’Ushtria Çlirimtare e Kosovës (UÇK o UCK), nome albanese dell’Esercito di Liberazione del Kosovo, è stata l’organizzazione paramilitare guerrigliera e terroristica kosovaro-albanese che ha operato nei territori serbi del Kosovo e nella vicina vallata di Presevo. La sua azione inizia nel 1996 e acquista rapidamente consensi e forza, riuscendo, in certe fasi, a controllare circa la metà del Kosovo. Ha creato anche un governo per l’indipendenza. Nel giugno 1999 l’UCK fu ufficialmente dissolto ed i suoi membri – a dispetto degli accordi internazionali, firmati dal comandante inglese della Kfor, Mike Jackson e il capo dell’UCK, Hashim Thaci, che prevedevano il loro completo disarmo – andarono a costituire il neonato gruppo armato denominato in inglese Kosovo Protection Corps (KPC) A dispetto degli accordi, continuano a verificarsi scontri a fuoco anche contro le truppe della Kfor (ultima consultazione fonte <http://www.italia-liberazione.it/novecento/uck.html> Data ultima consultazione: 01.05.2012).

Dopo decenni di assoluta e provata “fedeltà”, sono mutati i rapporti con Mosca, nonostante gli accordi di cooperazione militare siglati nel 1992 con la Federazione Russa e l’Ucraina e, nel 1995, con la Bielorussia e la Moldova.

La Russia resta tuttora un attore importante nel Sud Est Europa: le Forze Armate bulgare, infatti, sono in gran parte ancora equipaggiate con mezzi di produzione russa e Mosca, che ha forti interessi in Bulgaria, non intende restare esclusa dai lucrosi appalti nel settore industriale, bellico (fornitura di armamenti) ed energetico.

Mosca non ha gradito la partecipazione di Bulgaria e Romania alla Forza di Pace del Sud Est Europa (MPFSEE), il cui Quartier Generale è proprio in Bulgaria, a Plovdiv e cui partecipano anche Albania, Grecia, Italia, Macedonia, Turchia. Un’idea interessante, lanciata nel 1997, prevedeva anche di creare una Forza Multinazionale del Mar Nero, formata da Bulgaria, Romania, Ucraina, Russia, Georgia e Turchia con compiti di assistenza umanitaria in caso di emergenza.

Rispolverando vecchi e mai sopiti timori di accerchiamento, Mosca ritiene la MPFSEE un ulteriore tentativo di limitare la sua influenza regionale; a più riprese, inoltre, ha espresso irritazione per il progressivo avvicinamento dei suoi ex alleati alle istituzioni euro-atlantiche, ritenuto inutile nel nuovo contesto post bipolare (nel 2001, alcune decisioni delle autorità bulgare hanno determinato nuove tensioni con Mosca: prima l’espulsione di alcuni diplomatici russi – definiti personae non gratae – poi l’introduzione di un visto obbligatorio per i cittadini russi che si fossero recati in Bulgaria).

Di notevole rilevanza strategica è l’accordo firmato nel 1999 con il Kazakistan: imprese bulgare parteciperanno alla realizzazione di una rete di gasdotti e oleodotti per convogliare gli idrocarburi kazaki verso i porti bulgari.

A trarre vantaggio dall’inasprimento nei rapporti russo-bulgari sono stati sia gli USA sia la Turchia – quest’ultima, per anni accusata da Sofia di volersi servire della minoranza turca in Bulgaria per destabilizzarla ed approfittare degli squilibri creati dal Trattato CFE44 nel Sud-Est Europa.

A differenza di altri Paesi dell’area carpato-balcanica, la Bulgaria non ha, all’interno, problemi di conflittualità etnico-religiosa: nel Paese, a stragrande maggioranza ortodossa, vive una minoranza turca – oltre il 9% della popolazione – di religione islamica, che non manifesta pulsioni fondamentaliste e ha, al contrario, una vocazione secolare e laica. (altro…)

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/7

By Marco Antollovich

Cap.2.3.3 della tesi “Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente” (M.Antollovich)

La Georgia nel Caos: il ruolo di Edward Shevardnadze. L’ epoca di Shevardnadze

La neonata Repubblica Georgiana all’arrivo di Shevardnadze, all’ inizio del 1992, versava in condizioni disastrose: Ossezia del Sud e Abcasia non nascondevano le proprie mire indipendentiste e filo-russe, mentre l’Ajara risultava sempre meno controllabile da Tbilisi. La struttura dell’apparato economico si stava sfaldando in modo apparentemente ancor più veloce rispetto allo sfaldamento a territoriale.

Come poté constatare tangibilmente Per Garthon, rapporteur svedese del Parlamento Europeo in Georgia, l’inflazione aumentava in modo allarmante: il rapido declino della produzione industriale e agricola era seguito da un’inflazione che raggiungeva il 50-60% mensile equivalente al 600-720 % annuo.

La nuova valuta, il “coupon”, rendeva gli stranieri sempre più restii all’idea di investire nel paese: si trattava di una valuta debolissima, in continua svalutazione e priva di potere d’acquisto. In breve tempo i salari divennero così bassi da non consentire alla popolazione di pagare sostanzialmente nulla: un coupon valeva all’incirca un centesimo di centesimo di euro e 1.000 coupon, pertanto, equivalevano a 10 centesimi. 18.000 coupon, il salario mensile, equivaleva a circa 2 euro. Quasi dieci anni dopo, nel 2002 uno stipendio medio andava dai 30 ai 100 lari, equivalente a circa 14-54 dollari statunitensi.

Dal 1990 al 1997 ebbe inizio un vero e proprio esodo di lavoratori georgiani verso la Russia, l’Unione Europea o gli Stati Uniti. Più di un milione di emigrati dal 1990 al 1997 lasciò il paese alla ricerca di ingaggi più remunerativi: circa 134.000 persone all’anno. Sebbene il tasso di disoccupazione rimanesse elevato (quasi il 14% nel 1999), tale ondata migratoria consentì un’entrata di capitale straniero grazie alle rimesse.

Shevardnadze si trovava dunque a ereditare un fardello gravoso e difficilmente gestibile. Eletto il 10 marzo 1992 preferì ottenere il potere attraverso un mandato parlamentare, piuttosto che impossessarsene con la forza. Le riforme che dovevano essere attuate per salvare la Georgia dal baratro nel quale stava precipitando erano tutte indissolubilmente collegate: la gestione dell’economia, della politica estera e di quella interna avrebbero determinato le sorti della Georgia negli anni successivi.

Il presidente neo-eletto (Edward Shevardnadze venne ufficialmente eletto presidente della Repubblica Georgiana il 16 novembre 1995) riconobbe dunque dapprima l’errore politico del suo predecessore in Ossezia del Sud: l’accettazione georgiana del cambio di status da “oblast autonomo” a “repubblica autonoma” avrebbe causato molti meno problemi rispetto a un intervento militare in un territorio impervio e sotto la tutela di Mosca.

La richiesta di scuse che ne seguì e l’apertura a un nuovo dialogo tra Sud-Osseti e Georgiani sembravano pertanto volte a ricostruire i rapporti tra i due popoli, non irreparabilmente compromesse.

La guerra in Abcasia aveva invece dato vita a uno scenario del tutto diverso: le strade di Tbilisi erano affollate da esuli senza casa dei territori conquistati e la partita per l’Abcasia sembrava lungi dall’esser conclusa; gli osservatori dell’OSCE avevano apertamente definito gli avvenimenti di Sukhumi “pulizia etnica”, ponendo la Georgia in una posizione di forza sul piano internazionale.

La terza regione autonoma, l’Ajara, la cui posizione sarebbe risultata di fondamentale importanza per la Georgia (l’ Ajara, regione georgiana al confine con la Turchia, acquisterà una grande importanza strategica per la Georgia, poichè vi sarebbe passata la pipeline Baku-Tbilisi-Supsa), continuava a essere governata da un signore della guerra locale, Abashidze, più vicino a Mosca che a Tbilisi.

In Ajara era infatti presente una delle ultime basi sovietiche in territorio georgiano e le più alte cariche dell’esercito russo vedevano in Abashidze un altro alleato nella lotta contro Shevardnadze. La repubblica di Ajara dunque, sebbene facesse parte de iure dello stato georgiano, non intratteneva con quest’ultimo nessuna forma di rapporto, né di dialogo. I contributi riscossi in Ajara restavano nella regione ed erano costituiti quasi esclusivamente dalle mazzette guadagnate per concedere il transito di mezzi e merci dalla Turchia alla capitale Tbilisi.

L’accordo tacito tra Abashidze e Shevardnadze, consisteva proprio nella ricerca di un modus vivendi attraverso un principio do ut des: l’amministrazione centrale non avrebbe interferito in alcun modo nella politica interna della regione autonoma, a patto che questa continuasse a esser parte della Repubblica Georgiana.

La dichiarata lotta alla corruzione, accompagnata da una relativa stabilità interna e dal prestigio esercitato dalla figura stessa di Shevardnadze, che si era guadagnato la simpatia e il rispetto dell’ Occidente – soprattutto in Germania e negli Stati Uniti – poichè, in qualità di Ministro degli Esteri dell’ Unione Sovietica, era stato promotore della politica di Glasnost e Perestrojka durante la presidenza Gorbaciov, consentirono una parziale ripresa dell’economia georgiana dovuta a un aumento degli investitori stranieri.

Pacificate le relazioni con la Russia grazie ai dialoghi tra il presidente georgiano ed Eltsin, Shevardnadze non fece mistero di voler avvicinare il proprio paese all’Occidente: al riconoscimento dell’indipendenza georgiana da parte dell’Unione Europea (23 marzo 1992) seguirono una visita del ministro degli affari esteri tedesco Genscher e l’apertura dell’Ambasciata statunitense il mese seguente.

Shevardnadze d’ora in poi avrebbe fatto appello all’Occidente e non alla Russia per risollevare le sorti del paese.

Sebbene il presidente esprimesse un sincero desiderio di entrare in Unione Europea, lui stesso si rendeva conto che raggiungere i parametri standard per l’accesso sarebbe stato impossibile in breve tempo: nel 2000 le entrate fiscali ammontavano a 25 milioni di lari, solo il 65 % del previsto, la disoccupazione si attestava attorno al 12% e l’economia sommersa influiva su quasi il 40% del totale.

Nel 1994 la Russia respinse la richiesta di Shevardnadze di essere integrata nella “zona-rublo”, nella speranza di limitare l’inflazione legandosi a una valuta forte. La Georgia dovette quindi volgere lo sguardo a Ovest alla ricerca di stabilità: cominciò a stringere dunque solidi legami con l’Occidente e, soprattutto, con gli Stati Uniti. (altro…)

La Corea Nord chiede a Corea Sud e USA di sospendere esercitazioni militari

La Corea del Nord ha indirizzato una precisa richiesta a Stati Uniti e Corea del Sud di sospendere le esercitazioni militari che si svolgono ogni anno tra febbraio e marzo, fa sapere Reuters oggi 16 gennaio.

Il motivo di tale richiesta starebbe nella percezione che tali attività costituiscano una provocazione.

La Corea del Nord non è nuova a queste richieste. Nell’agosto 2011, in occasione dell’esercitazione Ulchi Freedom Guardian (UFG11), condotta tra le marine militari di USA e Corea del Sud, la Corea del Nord chiedeva l’immediata sospensione delle attività in atto per scongiurare il rischio di una guerra nucleare (link articolo in calce).

Nella notizia riportata oggi da Reuters, inoltre, vengono ricordate anche le più recenti tensioni tra le due Coree.

Nel 2013, si ricorda infatti, la Corea del Nord ha detto che avrebbe reagito contro ogni atto ostile colpendo gli Stati Uniti, il Giappone e la Corea del Sud, acuendo così le tensioni militari nella penisola coreana.

Tra le due Coree esiste una tregua che ha sospeso il conflitto civile dei primi Anni ’50.

Articoli correlati:

Ex UFG11: o Seul e Washington sospendono esercitazione, o guerra nucleare da parte di Pyongyang (18 agosto 2011)

Le esercitazioni militari della Corea in Paola Casoli il Blog

Fonte: Reuters Italia

Foto d’archivio

Giovani analisti in scena. La categoria Nuove leve si arricchisce di altri due nomi nuovi, Anna Miykova e Giovanni Pallotta

La categoria Nuove leve, dedicata ai giovani analisti che si affacciano sulla scena dell’analisi d’area e di mezzi&armamenti, apre a due nuovi nomi dopo l’esordio di Luca Susic e Marco Antollovich. Si tratta di Anna Miykova e di Giovanni Pallotta, con temi legati rispettivamente all’area della Bulgaria e degli Stati Uniti.

A breve cominceranno a essere pubblicati su queste pagine.

Continua intanto su Paola Casoli il Blog la pubblicazione delle tesi di Luca Susic, incentrata sugli interessi statunitensi in Asia Centrale e la partnership NATO, e di Marco Antollovich, con la sua tesi intitolata Tra Russia e Stati Uniti Storia della Georgia indipendente.