Lug 26, 2014
138 Views
0 0

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/13

Written by

By Marco Antollovich

Cap 2: Gli Stati Uniti in Georgia.Una democrazia di comodo

L’occidentalizzazione della Georgia doveva tuttavia avere una base ideologica: la democrazia. Si tratta però di un espediente che molti autori trovano semplicemente funzionale alla politica di espansionismo statunitense e di allargamento della NATO.

Un caloroso discorso di George W. Bush spiegava infatti che: “Dalla Rivoluzione delle Rose nel 2003, il popolo georgiano ha tenuto delle libere elezioni, ha spianato la strada ad una crescita economica e ha costruito le fondamenta per una democrazia prospera”.

Il fatto che uno studio di Reporter Senza Frontiere abbia constatato un peggioramento nella libertà di stampa, facendo slittare la Georgia dal 73° al 93° posto dal 2003 al 2005 e che l’opposizione abbia accusato Saakashvili di clientelarismo, corruzione e autoritarismo è stato a lungo trascurato dalle cancellerie occidentali.

Anche la definizione stessa di “elezioni libere” sembrava stridere con gli avvenimenti reali: il filo-occidentale e democratico Saakhasvili, sebbene fosse stato eletto con una maggioranza quasi bulgara di voti nel 2003 (97,4) anche se in realtà nel 2003 Saakashvili era l’ uomo del momento, un leader carismatico, la figura chiave della “Rivoluzione delle Rose”; mancava in Georgia una vera opposizione, nè un possibile rivale per il futuro presidente, alle presidenziali del 2008 aveva vinto sì alla prima tornata elettorale, ma con un 53,47% di voti, accompagnato da accuse di brogli da molti osservatori internazionali.

Ciò che contava per l’Occidente erano altri avvenimenti, di minor importanza forse, ma che testimoniavano l’esistenza di una Georgia molto vicina all’Europa e agli Stati Uniti: una delle strade più importanti di Tbilisi era stata nominata George W. Bush Avenue in seguito alla visita del presidente nel 2005 e Saakashvili aveva dato inizio alla costruzione del nuovo palazzo presidenziale costruito da un architetto italiano su modello della Casa Bianca a Washington. Il fatto che fosse costato 12 milioni di lari, circa lo 0,2 % dell’intero budget statale non venne nemmeno menzionato.

Nel 2008 i principali partner commerciali di Tbilisi erano ormai tutte potenze regionali che avevano scavalcato la Russia, diminuendo l’influenza che Mosca aveva avuto sulla Georgia di Shevardnadze: Turchia, Azerbaigian, Ucraina e Germania avevano infatti declassato la Russia al quinto posto.

Come sottolinea Julien Zarafiran nel suo testo “Les Etats-Unis au Sud Caucase postsovietique” “Non si è più davvero sicuri che gli Stati Uniti sostengano qui la “democrazia” che trova difficoltà ad affermarsi appieno in Georgia. Loro sostengono piuttosto uno stato, grazie al quale la promozione della democrazia ha permesso un avvicinamento significativo e che è diventato un alleato”.

La decisione americana di adottare una politica di “soft power” nel Caucaso sarà solo il primo passo verso una politica di “hard power”. Come già analizzato precedentemente, il neonato esercito georgiano non era stato in grado di riaffermare lo status quo pre-1989 nelle regioni secessioniste, né tantomeno sarebbe stato in grado di contrastare un attacco russo, nell’eventualità (non troppo remota) in cui gli attriti tra Mosca e Tbilisi fossero degenerati in un conflitto aperto.

Oltre al sostegno economico in aiuto all’ideale democratico, giunsero in Georgia contributi altrettanto generosi per il rafforzamento della Difesa georgiana.

Cosa cercavano gli USA nell’alleato georgiano?

Un esercito forte avrebbe permesso a Saakashvili di ottenere un maggiore consenso interno, facendo leva sulla possibilità di attaccare le due regioni (ormai dichiaratesi indipendenti) e riportarle sotto il controllo di Tbilisi.

La formazione di battaglioni addestrati dalle truppe americane nella lotta contro il terrorismo internazionale avrebbe potuto ridurre le accuse di incompetenza (rivolte dai Russi) dell’esercito georgiano per quanto concerneva il controllo dei confini nella vallata del Pankisi.

I migliori reparti dell’esercito georgiano sarebbero stati mandati in Iraq e Afghanistan, avvicinando sempre più la Georgia alla  NATO.

Un ammodernamento radicale dell’esercito avrebbe implicato un acquisto massiccio di nuovi armamenti statunitensi, israeliani e, in seguito, ucraini.

La Georgia cominciò a ricevere aiuti americani già dal 1994 attraverso l’“International Military Education Training” volto appunto ad addestrare il neonato esercito georgiano, ricevendo 2,5 milioni di dollari dal 1994 al 2001 solo attraverso questo programma. In totale, nello stesso periodo, i fondi americani stanziati per un miglioramento della difesa georgiana ammontano a più di 40 milioni di dollari.

La crisi successiva alla guerra in Cecenia portò gli Stati Uniti a compiere un ulteriore passo: attraverso il “Train and Equip Program”, dal 2002 al 2004, l’invio di istruttori dell’esercito statunitense in Georgia fu accompagnato dalla vendita di autovetture, camion (circa 150), pezzi di ricambio per aerei da guerra, munizioni, carburante, divise e strumentazione radio.

Ben 150 milioni di dollari vennero stanziati in 12 anni attraverso il “Georgia Border Security and Low Enforcement”, una soluzione-escamotage volta ad addestrare le truppe georgiane senza che ciò potesse formalmente costituire una minaccia per Mosca: il programma infatti mirava a rafforzare il controllo sulle regioni di confine a Nord della Georgia, bloccando l’attività di contrabbando transfrontaliera e dichiarando guerra al terrorismo internazionale. Aumentando i controlli nella vallata del Pankisi, Georgia e Russia appianavano le divergenze d’opinione sulla questione cecena, dal momento che Tbilisi stessa si era impegnata a fronteggiare i ribelli ai confini.

Forte dei contributi ricevuti, la Georgia si impegnò, sia con Shevardnadze che con Saakashvili, a partecipare alle missioni NATO, fornendo un contributo non trascurabile.

Nel 1999 la Repubblica Georgiana prende parte alla missione in Kosovo, mettendo a disposizione circa 150 uomini raggruppati in reggimenti tedeschi e turchi. L’impegno si sarebbe fatto progressivamente maggiore durante la guerra in Iraq: dal 2003 al 2008 sarebbero stati impiegati quasi 4000 soldati georgiani, che avrebbero costituito la terza forza numerica dopo Stati Uniti e Regno Unito.

Durante la missione ISAF in Afghanistan lo spazio aereo georgiano venne aperto alla NATO, causando non pochi attriti con la Russia, e Tbilisi firmò il “Partnership Action Plan on Terrorism”, fornendo un contributo ufficiale alla lotta al terrorismo.

Nel 2012 la Georgia sarà il primo paese non NATO, in quanto a numero di soldati in campo, con ben 1685 uomini.

A fronte degli sforzi militari compiuti in supporto delle forze NATO, nel 2005 la Georgia firmò con la NATO un Piano di Azione Individuale (MAP) nella speranza di essere totalmente integrata come membro della struttura Nord Atlantica.

Nonostante la forte pressione degli Stati Uniti, al summit di Bucarest del 2008 né la Georgia né l’Ucraina riuscirono a ottenere il riconoscimento come membri.

Non bisogna trascurare infatti il ruolo di Francia e Germania sia come potenze NATO sia come partner commerciali della Russia. Una presa di posizione troppo marcata, con l’entrata delle due repubbliche all’interno dell’Alleanza, avrebbe potuto compromettere i rapporti con Mosca.

Il fallimento del Summit di Bucarest avrebbe avuto conseguenze dannose sia per la Georgia, che per gli Stati Uniti: un processo di cooperazione economica e militare durato più di un decennio subiva una brusca battuta d’arresto che rischiava di rovinare le relazioni tra i due stati e di lasciare esposta la Georgia, ormai considerata alleato statunitense,a dure ripercussioni russe.

E’ importante considerare che il cambiamento della politica estera russa con Putin rendeva la Georgia un bersaglio vulnerabile: Saakashvili aveva resistito alle pressioni e alle minacce di Mosca dal giorno del sua nomina a presidente, convinto che gli sforzi fatti sarebbero stati premiati con accesso alla NATO come membro e non come partner. Tale accesso avrebbe permesso alla Georgia un intervento deciso contro le repubbliche di Abcasia e Ossezia meridionale volto a tutelare l’integrità della Nazione.

Forte di una protezione dalla NATO, non avrebbe dovuto temere un attacco da parte russa, protettrice dell’indipendenza delle due repubbliche autonome.

Il fallimento di Bucarest creò una doppia complicazione: il mancato intervento contro le repubbliche abcase e sud ossete avrebbe potuto creare una crisi interna e aumentare il dissenso popolare e, al tempo stesso, un intervento avrebbe potuto portare ad un attacco russo volto a difendere le due repubbliche alleate.

Marco Antollovich

Seguirà La questione energetica. L’Azerbaigian: una nuova speranza

Il post precedente è al link  Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/12

Foto: George W.Bush è di Wikipedia

Article Categories:
Marco Antollovich