Ucraina

NATO VJTF, il nuovo strumento di sicurezza ai confini dell’Alleanza: definizione, utilizzi e percorso addestrativo

NATO_soldiers-of-the-1st-germannetherlands-corps-salute-during-eefh89Il nuovo concetto del VJTF è stato introdotto dall’ultimo summit della Nato che si è tenuto nel Galles lo scorso mese di settembre 2014, prendendo vita dalle tensioni internazionali che hanno caratterizzato le cronache più recenti a partire dalla questione dell’Ucraina e della Crimea, fino alla minaccia islamica dell’ISIS e alla debolezza del fronte mediterraneo minacciato da infiltrazioni terroristiche. Si chiama Very High Readiness Joint Task Force (VJTF), ed è una forza rapida di immediato impiego considerata una vera e propria punta di lancia della Nato nella gestione delle tensioni ai confini nazionali dei paesi membri, con particolare attenzione all’est europeo.

Di questo nuovo strumento di cui ha deciso di dotarsi l’Alleanza Atlantica si è già parlato in Paola Casoli il Blog, in particolare nell’intervista al generale Massimo Panizzi (link intervista in calce) e all’allora sua brigata italo-francese, che si è formata e addestrata proprio in questa ottica di dispiegamento rapido transnazionale.

Ora riaffrontiamo l’argomento per dare una visione specifica, ma chiara nei termini, di questa novità che ci riguarda molto da vicino, non solo in quanto membri dell’Alleanza Atlantica, in considerazione della complessa esercitazione che il NATO Rapid Deployable Corps-Italy (NRDC-ITA) di Solbiate Olona sta per affrontare al NATO Joint Warfare Centre (JWC) di Stavanger, in Novegia: la Trident Jaguar 15, finalizzata alla validazione NATO del comando multinazionale con sede nella caserma Mara alla vigilia di un periodo di standby quale comando di pronto intervento per una Small Joint Operation in ambito internazionale. In questo caso il VJTF pur non essendo parte della TF costituita da NRDC-ITA potrebbe rappresentare, a seconda degli scenari, l’elemento avanzato da rinforzare e sostituire.

Come anticipato, la brigata VJTF è caratterizzata da una capacità rapida di dispiegamento: 48 ore. Può essere composta, nel caso, da 5.000 elementi e costituisce parte della già meglio conosciuta NATO Response Force (NRF), su cui già si è scritto e si scrive (link articoli in calce).

Come la NRF, forza “joint and combined”, cioè complesso interforze (in cui sono armonizzate le componenti terrestre, navale, aerea e delle forze speciali) e multinazionale, che esprime la capacità immediata di risposta dell’Alleanza a una qualsiasi crisi, così anche la VJTF è finalizzata a dimostrare la volontà delle difesa collettiva dell’Alleanza dotandosi di uno strumento immediatamente impiegabile in tempi ristrettissimi e proiettabile verso i confini della NATO.

Official portrait of NATO Secretary General Jens  Stoltenberg“La forza giusta nel posto giusto”, l’ha definita di recente il Segretario Generale della NATO, il norvegese Jens Stoltenberg. Ed è proprio questa la finalità del Readiness Action Plan (RAP) delineato e concordato al summit del Galles, un piano in cui questo nuovo strumento militare entra a far parte a pieno titolo.

Il RAP è la riposta che la NATO ha inteso dare ai più recenti cambiamenti nel settore della sicurezza, soprattutto in relazione a ciò che accade ai confini dei suoi membri orientali e meridionali. Crimea, Ucraina, Repubbliche Baltiche, ISIS e Libia sono solo alcune delle parole chiave che ispirano questo nuovo progetto atlantico. L’obiettivo è garantire la prontezza di una risposta ferma a ogni minaccia alla sicurezza.

Nel RAP sono incluse tutte le misure della NATO a tutela della sicurezza dei paesi membri, compreso un potenziamento della NRF e la creazione, appunto, di questa VJTF, vera e propria “punta di lancia della NATO”.

La VJTF si centra sul comando di una unità a livello di una brigata in condizione di gestire una componente land fino a cinque battaglioni e con le possibilità di essere supportata da adeguati assetti aeronautici navali e di forze speciali. Il livello di prontezza richiesto gli consentirà di dispiegarsi completamente in un periodo di 48 – 72 ore al massimo.

Lo sviluppo e la sperimentazione del concetto VJTF consta di un percorso addestrativo che, assicura la NATO, procede secondo i ritmi prestabiliti. Nel 2016 la nuova forza sarà pienamente operativa così come concepita al summit del Galles.

20150402_150402-spearhead_NATO VJTFNon essendo ancora a pieno regime, dunque, nella VJTF è attualmente la parte terrestre della NRF a fare la funzione di una VJTF ad interim, fornendo la base per lo sviluppo della vera e propria forza VJTF.

Nel 2015 il personale è fornito in prima battuta da Germania, Norvegia e Olanda.

Il 2015 è anche l’anno in cui verrà condotto un intenso programma di esercitazioni e valutazioni del progetto, al fine di implementare il nuovo strumento atlantico entro la fine dell’anno in corso.

La VJTF sarà perciò totalmente operativa dal 2016, in grado di rispondere ovunque e in qualsiasi momento si renda necessario Intanto, a cammino di completamento della formazione e dell’addestramento già cominciato, la VJTF ha già raggiunto una sua capacità, anche se ad interim, e ha cominciato ad affrontare specifiche esercitazioni.

La prima di questa serie è quella che il 4 e 5 marzo scorsi, in Germania, ha visto coinvolto il Comando tedesco-olandese (1st German-Netherlands Corps), componente terrestre in standby nella NRF per tutto il 2015, al suo terzo turno in questo ruolo. Il comando con sede a Muenster ricopre dunque la funzione di Interim VJTF, secondo il concetto spiegato più sopra.

Le prossime esercitazioni si terranno in aprile (alert exercise) e in giugno (deployment exercise).

Leopard_2A6,_PzBtl_WikipediaArticoli correlati:

La Trident Jaguar 15 in Paola Casoli il Blog

NRDC-ITA in Paola Casoli il Blog

Il Comando tedesco-olandese in Paola Casoli il Blog

La VJTF in Paola Casoli il Blog

L’intervista al gen Massimo Panizzi di Paola Casoli il Blog

La NRF in Paola Casoli il Blog

Le esercitazioni militari in Paola Casoli il Blog

Fonte: NATO

Foto: NATO; alamy.com; Wikipedia

Ucraina, una crisi da “maneggiare con cura”

Proteste Kiev UcrainaBy Filippo Malinverno

Di conflitti l’Europa ne ha visti tanti nel corso della sua millenaria storia e le ferite della Seconda Guerra Mondiale, l’ultimo di questa lunga lista, hanno impiegato anni per rimarginarsi, senza mai giungere ad una guarigione completa.

Dopo il 1945, quando i “tre grandi” [Unione Sovietica, Stati Uniti e Gran Bretagna, ndr] si riunirono prima a Yalta e poi a Potsdam per ridisegnare i confini di un continente devastato dalle bombe e dalla fame, si era venuto a creare un equilibrio più o meno stabile tra il blocco atlantico, USA-dipendente, e l’elefantiaco blocco sovietico, assoggettato alle paranoie di Stalin e dei suoi successori.

Per anni, il Vecchio Mondo ha potuto godere di un lungo periodo di pace, messo in pericolo soltanto negli anni Novanta con le guerre in ex-Jugoslavia e in Kosovo che, nonostante la gravità e l’efferatezza del loro svolgimento, furono comunque risolte da un’azione congiunta degli Stati Uniti, allora non più in possesso del loro status di superpotenza globale, dell’Europa, alla ricerca di una politica comune, e della Russia post-sovietica, impegnata nella sua ricostruzione radicale dopo il crollo del muro.

Gradualmente, trattati, dichiarazioni, convenzioni e proclami di vario genere hanno condannato e demonizzato la parola “guerra”, nel tentativo di impedire la rinascita delle rivalità interstatali e dell’ardore bellicoso tipico delle nazioni europee fino alla metà del Novecento. Una battaglia condotta da uomini e donne che la guerra vera l’avevano vissuta sulla propria pelle non molto tempo prima e che ancora provavano un dolore indelebile verso quegli innumerevoli orrori; una battaglia pacifica e pacifista che è stata tramandata alle generazioni più giovani, creando un sentimento comune di repulsione verso la violenza che non si era mai visto prima.

Ora che l’equilibrio può dirsi completamente raggiunto nell’Europa occidentale, quella orientale rischia di essere travolta nuovamente da una guerra lunga, logorante e colma di scenari agghiaccianti per il mondo intero.

A dire il vero, questa guerra, in Ucraina, esiste già da più di un anno: è una realtà cruda e apparentemente senza soluzione, che coinvolge un’intera nazione, divisa in due da sentimenti e identità nazionali opposti. Era il 18 marzo 2014 quando la Russia annetté ufficialmente la penisola di Crimea al proprio territorio: questa astuta mossa di Putin sconcertò non poco l’opinione pubblica mondiale, ma dato che la decisione finale era stata confermata da un referendum popolare palesemente a favore, l’iniziativa dell’Occidente per appoggiare Kiev dovette limitarsi a un supporto per così dire morale.

Poco dopo, nella parte orientale dell’Ucraina, sarebbe esploso un conflitto che avrebbe portato alla creazione delle repubbliche autonome di Lugansk e Donetsk, supportate militarmente da Mosca tramite aiuti materiali e insospettabili milizie senza mostrine sulle divise (forse sbucate dalle sabbie del prosciugato Lago d’Aral?). Questa volta la risposta occidentale è stata severa e inamovibile: sanzioni economiche pesantissime hanno messo in ginocchio l’economia russa, raffreddando ulteriormente i già precari rapporti con il Cremlino.

Nonostante la gravità dello scenario, poco tempo fa in molti erano fiduciosi in una fine rapida e positiva della guerra civile ucraina, senza ipotizzare alcuna escalation di violenza tale da compromettere addirittura la pace mondiale. Oggi, invece, le carte in tavola sono sensibilmente cambiate: la Russia, irritata dalle sanzioni, dal crollo del prezzo del petrolio e sempre più costretta a indebitarsi con il dragone cinese, sembra meno disposta a trattare, mentre gli Stati Uniti, forti dell’esponenziale crescita del loro PIL e gioiosi di vedere i russi allo stremo, non hanno alcuna intenzione di fare un passo indietro.

In mezzo, come al solito, c’è l’Europa, principale palcoscenico del conflitto americano-sovietico fino agli anni Sessanta e ora nuovamente in auge come campo di una possibile battaglia, non solo verbale, tra Washington e Mosca, rispettivamente a difesa di due metà diverse dell’Ucraina.

Le parole di Obama, pronto, se necessario, a fornire aiuti militari a Kiev, e di Putin, che minaccia ritorsioni belliche in caso di intromissione statunitense nella guerra civile, fanno capire che questa volta le due eterne rivali fanno sul serio.

Ciò che più spaventa nell’ambito della questione ucraina tuttavia non sono le velate minacce di guerra del Cremlino o l’utilizzo della forza da parte della Casa Bianca (non sarebbe di certo il primo esempio di scontro verbale e mediatico tra i due), bensì l’intransigenza che entrambi i leader sembrano voler manifestare con le loro dichiarazioni: per la prima volta in cinquant’anni i due interlocutori più potenti del pianeta sembrano non volersi capire ed appaiono estremamente restii ad aprire un dialogo costruttivo, volendo risultare come vincitori in questo braccio di ferro dalle prospettive inquietanti.

Con una situazione ucraina gravemente compromessa, l’Europa e i suoi più influenti rappresentanti, Germania e Francia, hanno l’occasione e il dovere di farsi mediatori tra le parti per evitare l’aggravarsi di una crisi internazionale che pare alle porte, ma questo compito si sta rivelando più difficile del previsto.

20150212_Vertice di Minsk su Ucraina_Putin_Merkel_Hollande_PoroshenkoIl lunghissimo ed estenuante incontro di Minsk tra Hollande, Merkel, Putin e Poroshenko, come dimostrano le stesse dichiarazioni dei protagonisti, ha condotto a un risultato precario e insoddisfacente: un coprifuoco totale ma non immediato, seguito dal ritiro progressivo degli armamenti pesanti dal campo di battaglia. Certo, considerando che le vittime fino ad oggi sono state più di 5.000 l’esito non va sottovalutato, anche se tutti i leader coinvolti nella trattativa sanno bene che questa è solamente una soluzione di compromesso che lascia all’Ucraina il tempo di respirare, forse per un’ultima volta, prima di soccombere alla probabile disgregazione territoriale.

Nel frattempo, pare che 50 carri armati russi abbiano varcato il confine sud-orientale dell’Ucraina per supportare le ultime azioni militari dei ribelli: cosa avrà mai in mente di fare Putin? Queste truppe, se veramente si sono mosse, non staranno di certo facendo un giro di ricognizione e le diverse ore di combattimento rimanenti prima dell’inizio della tregua hanno dato la possibilità ai due eserciti di consolidare le proprie conquiste territoriali prima che il conflitto venisse congelato.

In molti potrebbero obiettare che una vera e propria scissione delle repubbliche orientali filo-russe da Kiev non avverrà a breve perché Poroshenko, supportato dall’Occidente (statunitense, soprattutto), non cederà alle minacce di Putin; tuttavia, la prospettiva di una trasformazione dell’Ucraina in Stato federale e la concessione di una maggiore autonomia a Donetsk e Lugansk, due soluzioni che caldeggiate dal nuovo zar, fungerebbero molto probabilmente da prologo per una futura annessione al territorio nazionale russo.

In questo senso, l’esperienza della Crimea dovrebbe averci insegnato come trattare con Mosca e averci aiutato ad intuire, almeno in parte, gli obiettivi extraterritoriali del Cremlino, casualmente corrispondenti ai vecchi confini dell’ex-Unione Sovietica. Forse la volontà della NATO di voler integrare nel proprio organico anche un paese dalla tradizione russofila come l’Ucraina ha contribuito ad acuire la rivalità con il mondo post-sovietico, varcando un confine fisico che per la politica estera russa è sempre stato la linea di demarcazione che separava l’Est dall’Occidente: dopo la Polonia e i paesi baltici, nei quali sono presenti forti minoranze russofone, perdere un altro tassello fondamentale come l’Ucraina non sarebbe tollerabile.

Kiev, in età medievale, fu il nucleo dal quale si sarebbero poi sviluppati il Principato di Mosca e il futuro impero zarista, culla delle popolazioni slave; avvicinandosi all’Ucraina, la NATO e l’Europa hanno pericolosamente irritato il grande orso russo, che la storia insegna essere particolarmente aggressivo se minacciato nel suo spazio di influenza vitale: ecco perché questo paese funge da protezione verso il pericoloso mondo occidentale, svolgendo lo stesso ruolo che fino al 1989 svolsero i paesi del Blocco comunista, “Stati cuscinetto” utili a mantenere salda la cortina di ferro.

La Russia, nonostante un rinnovato contatto con l’Europa a partire dagli anni Novanta, necessario per portare al termine la propria ricostruzione dopo la crisi del comunismo, ha avuto, ha e avrà sempre bisogno di mantenere un certo distacco dall’Occidente e un’Ucraina integrata nell’Alleanza Atlantica guidata dagli Stati Uniti non potrebbe essere un incubo peggiore.

Non è un’esigenza solamente politica, ma anche e soprattutto culturale e storica: forti del proprio glorioso passato, i russi non sono disposti a considerarsi una potenza emergente, bensì una grande potenza, ruolo che il destino gli ha sempre riservato. Di conseguenza, a differenza di quanto implicherebbe lo status di potenza in via di sviluppo, il ritenersi grande potenza presuppone un confronto attivo e talvolta esasperato con la controparte occidentale, nel tentativo di raggiungere quella supremazia mondiale sfuggita sia agli zar che al colosso sovietico.

Inoltre, non bisogna sottovalutare il fatto che, mostrando i muscoli alla Russia, Europa e NATO non fanno altro che creare un nemico esterno utile a Putin per cementare ulteriormente il suo fronte interno e acquisire più consenso, ora sensibilmente in calo a causa delle difficoltà economiche scaturite dalle sanzioni.

Un dialogo tra le parti è senza dubbio possibile, ma la cautela dovrà essere una costante imprescindibile: il compromesso a cui si giungerà, diverso da questa effimera tregua, dovrà mantenere intatta l’Ucraina, accrescere il peso internazionale dei principali paesi europei ed evitare un eccessivo rafforzamento di Putin. Più facile a dirsi che a farsi, poiché probabilmente ci troviamo di fronte alla crisi più delicata degli ultimi quarant’anni.

Filippo Malinverno

Foto: radiocittàfujiko.it e Repubblica

Al via oggi il secondo NATO Social Media User Online Course: ISIS e Ucraina i case study di questa seconda edizione

Ricominciano da oggi, 20 ottobre, le lezioni online della seconda edizione del NATO Social Media User Online Course sponsorizzato dall’Allied Command Transformation (ACT) della NATO.

Dopo il successo della prima edizione, svoltasi a partire dal mese di febbraio di quest’anno, ora si fa il bis con questo corso del tutto innovativo ideato per i militari e i civili appartenenti alle organizzazioni di sicurezza e Difesa e focalizzato sull’addestramento all’uso dei social media per il personale NATO e proveniente da paesi NATO.

Si tratta di una opportunità del tutto free che richiede solo una registrazione per poter accedere alle lezioni online, al forum specificamente ideato per la discussione degli argomenti trattati, all’area esercizi e alla sessione live con gli istruttori, dove è possibile rivolgere direttamente le proprie domande a chi ha tenuto ogni lezione.

I casi di studio presentati in questa edizione sono concentrati su Ucraina e ISIS. A termine corso il certificato di partecipazione anche per chi interessato solo alla parte teorica.

Il progetto di un corso online specifico sull’uso dei social media nel senso più ampio del significato, dalla narrative passando attraverso la sicurezza fino alla gestione delle crisi comunicative, è stato dettato dall’evoluzione dell’uso del web ed è stato reso possibile da un progetto risalente a oltre un anno e mezzo fa in seno all’ACT NATO che ha riunito più di un centinaio di persone e una decina di istruttori con relativi assistenti.

Per iscriversi, seguire le lezioni e avere maggiori info clic su Innovation Hub.

L’hashtag di riferimento è #SM4nato

Articoli correlati:

NATO e social media: al via il primo corso online per militari e civili della Difesa. Stay on top with NATO MOOC! (10 febbraio 2014)

Foto: Innovation Hub – NATO Allied Command Transformation

Le nuove direttive della politica energetica: shale gas e crisi ucraina allontanano la Russia dal mercato europeo? 2.South Stream o vie alternative

By Marco Antollovich

Come sta cambiando lo scacchiere energetico mondiale e quali le conseguenze della rivoluzione dello shale gas e della crisi ucraina per i mercati europei?

Analisi in tre puntate. Ieri, oggi e domani, in tre post su Paola Casoli il Blog, l’ultimo lavoro di Marco Antollovich sulle nuove direttive della politica energetica nello scacchiere internazionale.

#shalegas #SouthStream #TANAP #TAP #LNG #Ukraine #Anatolia

South Stream o vie alternative?

La minaccia di un isolamento energetico ha spinto l’Europa ad adottare due comportamenti diametralmente opposti: continuare con il progetto South Stream, o cercare vie alternative alle esportazioni di gas russo.

Nonostante l’opposizione statunitense e le minacce della Commissione Europea, pare che i paesi coinvolti nella costruzione del gasdotto (Russia, Bulgaria, Serbia, Ungheria, Slovenia, Croazia e Austria) siano comunque inclini a realizzare il progetto, nonostante la Bulgaria sia stata costretta a sospendere momentaneamente i lavori su pressione di Bruxelles nel giugno 2014.

Il South Stream (Южный Поток o Južnyi Potok in russo, o Flusso Meridionale in italiano) rappresenta infatti una fonte di approvvigionamento energetico sicura, poiché in grado di bypassare interamente il territorio ucraino ed evitare che un inasprimento della crisi tra Mosca e Kiev possa avere ripercussioni sui mercati europei.

I costi del progetto inoltre potrebbero risultare più contenuti in seguito alla de facto acquisizione della Crimea da parte russa e, con essa, delle acque territoriali un tempo ucraine. Tale modifica territoriale comporta un doppio vantaggio per la Russia poiché, in seguito al passaggio della penisola sotto il controllo di Mosca, il tratto di gasdotto sottomarino che attraversa il Mar Nero passa ora più vicino alla costa in acque territoriali russe, il che implica sia un abbassamento dei costi di produzione, sia l’esclusione della Turchia dal progetto, riducendo così i costi di transito del gas.

Un collegamento diretto tra la Russia e l’Europa Centrale attraverso i Balcani avrebbe considerevoli ripercussioni  sia da un punto di vista sia economico che geopolitico e la frattura che si sta creando tra sostenitori e oppositori è sintomatica: se da una parte Bruxelles pare particolarmente incline ad assecondare le velleità statunitensi a ridurre il peso di Mosca, dall’atro lato i paesi diretti beneficiari e le grandi compagnie energetiche partner (l’italiana Eni con il 20%, la  francese Edf con il 15% e la tedesca Wintershall, controllata di Basf, con il 15%) continuano a sostenere la costruzione del South Stream anche (e forse soprattutto) in seguito alla crisi ucraina.

Indicativo il voltafaccia dell’austriaca OMV, un tempo grande sostenitrice dell’ormai abbandonato progetto Nabucco, e ora partner fidato russo nella realizzazione dello Južnyi Poto, da quando il punto di arrivo del gasdotto è stato spostato da Tarvisio a Baumgarten, trasformando potenzialmente l’Austria in uno dei principali hub energetici dell’Europa Centrale.

Nel caso in cui le pressioni di Bruxelles risultassero efficaci e riuscissero a spingere i paesi favorevoli alla costruzione del South Stream ad allentare i legami con Mosca, si aprirebbero allora diverse possibilità per ridurre il peso russo sui mercati europei.

Tuttavia, bisogna considerare che si tratta di progetti di medio-lungo periodo e che l’Europa non può, ora come ora, trovare un sostituto valido agli approvvigionamenti russi. Oltre al potenziale energetico statunitense, le due aree di maggior interesse per l’ Europa sono il Nordafrica e gli stati costieri del Mar Caspio.

Data la riduzione della produzione libica in seguito alla caduta del regime di Gheddafi e l’instabilità interna che caratterizza l’Egitto degli ultimi anni  (il cui gas viene venduto soltanto a Israele e Giordania per il momento), l’Algeria sembra essere l’unico partner affidabile, fingendo di dimenticare la crisi degli ostaggi del 16 gennaio 2013. Nonostante la produzione algerina sia in declino dal 2005, si spera che la progressiva privatizzazione del settore energetico sommata all’autorizzazzione allo sfruttamento dei giacimenti di shale gas del marzo 2013 possa aumentare le esportazioni in Europa, sia tramite LNG, sia tramite il gasdotto algerino-spagnolo già in funzione.

Nonostante la mancanza di competitività del progetto Nabucco, lo scenario causasico-centro asiatico non manca di attrattività per il mercato europeo. La costruzione delle pipeline Baku-Tbilisi-Supsa, Baku-Tbilisi-Cheyan e Baku-Tbilisi-Ezerum hanno fornito un prima prima base per la costruzione di un complesso sistema in grado di fornire un approvvigionamento costante grazie allo sfruttamento del bacino gasiero dello Shah Deniz, in Azerbaigian. Tutte le compagnie occidentali del consorzio (BP, LUKoil, SOCAR, Eni, TPAO), escluse dunque LUKoil e l’iraniana NIOC (che possiede solo quote passive a causa delle sanzioni statunitensi a danni dell’Iran), hanno favorito l’esportazione del gas azero verso l’Europa attraverso la costruzioni di progetti minori volti a migliorare la resa delle tre pipeline già esistenti.

Tra questi la TANAP (Trans Anatolian Gas Pipeline), la cui costruzione è stata avviata nel 2014, dovrebbe trasportare il gas azero lungo tutto il territorio turco per poi dividersi in due rami, uno diretto in Bulgaria e uno diretto in Grecia e qui congiungersi a un secondo progetto, la TAP (Trans Adriatic Pipeline). La realizzazione del gasdotto che, partendo da Salonicco, attraversa l’Albania e il Mar Ionio per raggiungere le coste della Puglia è prevista nel 2018 e consentirebbe al gas azero di congiungersi alle già esistenti infrastrutture italiane per raggiungere il nord Europa Centrale.

Il problema maggiore, tuttavia, sta alla base: Baku da sola non può rifornire l’intero mercato europeo e le risorse azere potrebbero non essere sufficienti in una prospettiva di lungo periodo.  Per aumentare la capacità e la durata nel tempo delle pipeline che riforniscono l’Europa di gas azero sono due: la prima prevede l’utilizzo di gas iraniano nel caso in cui vi fosse un ammorbidimento delle sanzioni da parte europea e statunitense nei confronti di Teheran, cosa non del tutto inverosimile in seguito alle elezioni del presidente Rouhani e alla crisi irachena.

La seconda invece, posto che si voglia evitare il passaggio di idrocarburi centroasiatici attraverso Russia e Iran, porterebbe alla costruzione di una pipeline trans-caspica, così da congiungere i giacimenti gasieri kazaki, ma soprattutto turkmeni, al terminale azero di Sangachal.

Il progetto sembra tuttavia stridere con le nuove direttive delle politiche energetiche di Mosca, Astana e Asgabat, orientate verso un immenso mercato cinese in piena espansione.

Marco Antollovich

Seguiranno domani le Conclusioni

Foto: Limes

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/14 – La questione energetica

By Marco Antollovich

Cap 2: La questione energetica

L’Azerbaigian: una nuova speranza

L’esistenza di giacimenti petroliferi nel bacino del Mar Caspio è nota ormai da secoli. La fuoriuscita spontanea di gas veniva considerata di natura divina. Alexandre Dumas, durante il suo viaggio nel Caucaso, descriveva l’esistenza di veri e propritempli, gli Atashgah, nei quali il gas fuoriusciva e ardeva per combustione spontanea,divenendo fenomeno di culto per gli zoroastriani.

Fu solo nel 1873 che i fratellisvedesi Alfred e Robert Nobel pensarono di sfruttare i giacimenti naturali di Baku,allora nell’Impero Russo, per dar vita a un commercio fiorente con l’Europa. Da allora, le risorse del Mar Caspio avrebbero suscitato un notevole interesse e avrebbero reso il Caucaso un’area di importanza strategica non trascurabile.

Al crollo dell’Unione Sovietica non esistevano gasdotti né oleodotti che potessero approvvigionare i mercati occidentali senza passare attraverso il territorio russo: le repubbliche di Azerbaigian, Kazakhstan e Turkmenistan erano infatti costrette a servirsi delle pipeline già esistenti per rifornire il mercato europeo.

Poiché la costruzione di “vie alternative” sarebbe risultata troppo costosa e politicamente pericolosa per i paesi della CSI, nei primi anni ’90, la Federazione Russa poté sfruttare la dipendenza delle neonate repubbliche per renderle sempre più indissolubilmente legate a sé da un punto di vista economico.

Fu questa politica di asservimento forzato che portò il presidente azero Heydar Aliyev a cercare nell’occidente un partner commerciale che potesse spezzare il legame con Mosca. Solo le grandi compagnie petrolifere americane e inglesi avrebbero infatti potuto fornire agli azeri il know-how e il capitale sufficiente per sfruttare i vasti giacimenti di idrocarburi del Caspio; in tal modo l’Azerbaigian sarebbe potuto diventare un fornitore in concorrenza con Mosca e non un suo dipendente.

E’ necessario tuttavia chiarire da subito che le risorse azere sono state sovrastimate per decenni: quella che si credeva fosse una vera e propria miniera d’oro nero, in realtà, non è che un piccolo attore: le risorse di petrolio azere costituiscono soltanto lo 0,4% del totale, mentre quelle di gas raggiungono lo 0,6% (fonte BP Statistical Review of World Energy, giugno 2012, pag 6; pag 20). Mettendo piede per la prima volta in Azerbaigian dopo il 1917, le industrie petrolifere occidentali intravedevano la possibilità di raggiungere, in un futuro, anche i mercati turkmeno e kazaco, di gran lunga più redditizi rispetto a quello azero.

Il 20 settembre del 1994 venne fondato l’AIOC (Azerbaigian International Oil Corporation), un consorzio internazionale dove Inglesi e Americani diventavano i maggiori azionisti, lasciando i Russi quasi completamente esclusi dal nuovo “bolsh’aya igra” azero (Bolsc’aya Igra, большая игра, non è altro che il corrispettivo russo di “Grande Gioco”).

Una via alternativa: l’isolamento russo

La perdita del controllo di una piccola pedina, quale Baku effettivamente era, da parte della Federazione Russa, avrebbe potuto avere per Mosca conseguenze drammatiche.

Non bisogna dimenticare infatti che le pipeline russe rifornivano monopolisticamente Armenia e Georgia e costituivano la più grande fonte di approvvigionamento di gas per Ucraina, Turchia, Est Europa e soprattutto per l’Unione Europea.

Il rapporto preferenziale che l’Azerbaigian aveva instaurato con l’Occidente sanciva la fine dell’egemonia russa nel mercato degli idrocarburi; il fatto per sé era importante, poiché creava un concorrente nel Caucaso, ma poteva avere conseguenze di gran lunga peggiori.

Il tutto dipendeva dalla disponibilità economica degli investitori occidentali i quali avrebbero dovuto, dopo la nascita dell’ AIOC, stabilire come e in quale quantità trasportare gli idrocarburi azeri nel mercato europeo. In base al successo delle future pipeline nel Caucaso, l’Occidente avrebbe potuto cercare di raggiungere anche la sponda est del Mar Caspio, chiudendo la partita con la Russia sulla “Grande scacchiera”.

Un elemento non trascurabile in questa analisi è rappresentato dal fatto che il 68,8% delle esportazioni russe è costituito dalla vendita di idrocarburi. Più l’Europa cerca di diversificare gli approvvigionamenti coinvolgendo un numero sempre maggiore di attori, più la Russia perde peso dal punto di vista internazionale.

Come già detto, le pipeline russe trasportano sì gas e petrolio prettamente russi, ma rappresentano l’unico mezzo attraverso il quale Kazakhstan e Turkmenistan possono raggiungere l’Europa. Queste due repubbliche dispongono di risorse energetiche sufficienti per mettere in discussione l’egemonia russa nell’Asia Centrale.

Secondo una stima pubblicata sulla BP Statistical Review sull’energia, le riserve petrolifere kazache rappresenterebbero ben l’1,8% del totale mondiale, e l’1% per quanto concerne il gas. Le riserve di gas Turkmene rappresenterebbero invece il 12% del totale, rendendo la repubblica il quarto produttore di gas mondiale.

Un dato che sarebbe opportuno tenere in considerazione è che, “anche calcolato con i prezzi degli anni ’90, la stima complessiva delle riserve di petrolio e gas [nel Mar Caspio] è approssimativamente di 5 mila miliardi di dollari”, il che rende il bacino del Caspio il secondo più ricco al mondo (Alice J. Barnes and Nicholas S. Briggs, The Caspian Oil Reserves, Edge, Inverno 2003, pag 13).

Considerando le immense riserve presenti nell’area, il vuoto lasciato dal crollo dell’Unione Sovietica poteva permettere alle nuove Repubbliche Centro-Asiatiche di creare legami più saldi con nuovi partner economici.

Dall’inizio degli anni ’90 ebbe pertanto inizio una vera e propria “politica delle pipeline”, in base alla quale la costruzione di nuovi oleodotti o gasdotti avrebbe plasmato le nuove direttive delle politiche estere delle neonate repubbliche.

E’ opportuno sottolineare che i cinque maggiori consumatori mondiali di idrocarburi sono Stati Uniti, Unione Europea, Cina, Giappone e India. Considerando che i suddetti stati possiedono soltanto il 3,1% delle riserve petrolifere del pianeta e l’8,4%115 di quelle di gas, è chiaro che la politica energetica sia il fulcro delle relazioni internazionali, sia politiche che economiche, di queste potenze mondiali.

La costruzione di pipeline che riforniscano direttamente i mercati cinesi sfruttando le risorse kazache e turkmene potrebbe lenire la dipendenza di Pechino dalle politiche russe. Allo stesso modo la costruzione di gasdotti e oleodotti che rifornissero i mercati europei, passando attraverso il Caucaso indipendente e la Turchia, costituirebbero una grave minaccia per la politica energetica condotta da Mosca.

La sfida per la costruzione di nuove pipeline avrebbe dunque avuto come obiettivo principale far sì che esse passassero al di fuori della Federazione Russa per tutte le cancellerie occidentali e all’interno, ovviamente, per Mosca.

Ragionando in termini economici, basti pensare che la costruzione della MEP (Main Export Pipeline) fortemente voluta dalla Russia, avrebbe potuto garantirle 5,5 miliardi di dollari di dividendi, 18,4 miliardi di tasse annuali e 900$ milioni di introiti derivati dal passaggio territoriale.

Considerando lo spessore dei potenziali introiti, il controllo delle pivotal areas sarebbe risultato fondamentale dopo la caduta del gigante sovietico.

Marco Antollovich

Seguirà Il ruolo del Caucaso

Il post precedente è al link Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/13 – Gli USA e la Georgia, una democrazia di comodo

Foto: IspiOnline

Ukraine: USA war machine is heating up its motors, 1600 Marines are headed for Kogalniceanu AFB

Giovanni Pallotta in Bucharest

With the southern area of Eastern Europe  causing worry and trepidation for many Chancellor’s offices around the world, and the whispering of so-called political encounters and negotiations (both public and private) have not helped to ease tensions, USA and its Allied war machine are heating up its motors.

If worldwide opinion is fully aware of Russia’s military exercises causing worry and fears, the manoeuvres and exercises by the Allied forces are a well-kept secret. Since the middle of March, in the areas situated near Ukraine, military and air force exercises has been regularly conducted by American, Romanian, Polish and Bulgarian military forces.

The first important military exercise took place in the Black Sea area on March 12th and involved the destroyer USS Truxtun, the warship Queen Mary, escorted by Romanian corvettes, Vice Admiral Eugeiu Rosca and Second Admiral Eustatiu Sebastian, and by the Bulgarian battleship Darzki.

This line-up may appear modest, if we take into consideration the forces that Russia can count upon in its naval base in Sebastopol; where Russia boasts a submarine, a cruiser, two destroyers, two battleships and an air float of 22 Sukhoi 24M and the famous Soviet Sukhoi 24 attack aircraft.

Regardless of this fact, the presence of four naval units from three different nations has evoked upsetting feelings for various reasons. First of all, the Romanian naval base of Constanta, situated 220 nautical miles from Sebastopol has become the departure port of operations. Furthermore and above all, the presence of a task force which includes the American air-craft carrier, George Bush, escorted by destroyers, Roosevelt and Philippine Sea, with 1700 marines and 90 Hornet and Superhornet all placed near the River Bosforo has evoked tension and worries.

Taking into consideration all these factors, one can understand the feelings of extreme anxiety and worry in Russian military and information sectors. These feelings can be summarized in the English foreign affairs journal Russian Global Affairs Director, Mr Fyodor Lukyaov. In a statement to Reuters, Mr Lukyav affirmed that concerning  American provocations, Mr Putin has every reason to be concerned about the Russian float in Sebastopol.

The exercises terminated at the end of March, however the tense situation in the Black Sea area has not been placated. On Sunday, April 13th, Romanian President, Mr Traian Basescu, visited the American destroyer, Donald Cook (which had been patrolling Romanian waters in the Black Sea since April 1st) and declared that he and his country opposed Putin’s political stance. During his visit on board, a Russian attack aircraft, the Sukhoi 24M, circled twelve times at a low altitude causing tension to the personnel on board while counter measures in case of an air raid were activated. Subsequently, this act was condemned harshly by the Pentagon that defined the action as a provocation without precedence and against all military protocol.

If the Black Sea area has been a hot spot during these last few weeks, the situation in the Eastern European skies is not much better. Meanwhile, during the last two weeks of March, American and Polish aviation have been carrying out joint operation actions. If, at the beginning of the crisis in the Crimean area joint operations had been foreseen only for the bombers, the Polish command has now asked for twelve F16s to be sent over. These aircrafts are not only able to respond to air fire, but they can also be used as fighter-bombers and reconnaissance aircraft. Simultaneously, with the end of the operations, the Commander of the American Air Force in Europe has received orders to set up patrols along the borders of Polish, Romanian and Ukrainian air space using planes equipped with Airborne Warning and Control Systems. The decision was confirmed by US Defense Secretary Chuck Hagel during a press conference on 18th April.

The picture that is emerging seems to be quite evident. Some NATO nations and the United States are gearing up to react to whatever scenario may appear on the horizon. On one hand, diplomacy is being used, thus taking on the role of Protectorate of regional order, while on the other the forces are getting ready to show Moscow that in case the stakes get higher, they are ready to take counter measures regarding the whole  area and in a very vast arena. In this “match”, Washington will be aided by its Eastern European allies, in particular Romania and Poland that have realized that they will have the opportunity to play an active role as real regional powers. It is important to remember that the Romanian authorities, in particular, are pressuring the American military forces to maintain a stable and constant presence of NATO forces in Romania, in particular it is important to consider the political efforts made by the former Romanian minister of Foreign Affairs, Mircea Geoana (he was minister in 2004 when Romania joined the NATO).

This pressure received tangible results on March 27th when the American government formally pointed out the need to reinforce American presence in the Air Force base of Kogalniceanu near Constanta. By the end of April, 1600 Marines airborne trained will be sent to the Romanian military base. With this increase of this contingent, an increase in logistic support, particularly, amphibious operation ships are also foreseen. These are all signs that let the reader understand that the game in Eastern Europe is still a long way from being over.

Giovanni Pallotta

See also:

Operativo in Romania l’hub di ingresso e uscita dall’Afghanistan per i militari americani. Sostituisce Manas in Kirgizistan (4 marzo 2014)

Photo credits novinite.com

Ucraina: la reazione dei Balcani, tra Dayton e il ricordo dei bombardamenti della NATO

By Luca Susic

Mentre il mondo guarda con il fiato sospeso agli avvenimento ucraini, alcuni paesi balcanici sono alle prese con uno psicodramma: con chi stare?

Per quanto questa domanda possa sembrare banale o di scarso interesse, visto che in realtà le misure prese non sono poi così dure, in Bosnia, Montenegro e Serbia la gente l’ha presa sul serio. Si sono quindi creati due schieramenti opposti: da una parte i filo-europei che sostengono delle azioni di condanna all’annessione della Crimea e giurano fedeltà a Bruxelles, dall’altra i russofili che non solo si oppongono a iniziative contro il Cremlino, ma lo supportano con decisione.

Ma andiamo con ordine.

Come era prevedibile vista la sua storia recente, uno dei paesi più spaccati al suo interno è  la Bosnia, dove i vari gruppi etnici hanno preso posizioni divergenti. Milorad Dodik, Presidente della Republika Srpska, ha immediatamente espresso vicinanza alla causa Crimeana, sottolineando che non è corretto paragonare quanto sta avvenendo lì con i fatti dell’ex provincia serba del Kosovo, poiché questa ha “illegittimamente dichiarato la propria indipendenza e violato la Carta ONU e la risoluzione 1244”. Egli ha aggiunto che “il referendum in Crimea è  una democratica espressione di volontà popolare” e che intende imparare da quei fatti, monitorando nel contempo anche gli avvenimenti del Veneto, della Scozia e della Catalogna, che rappresentano un’importante esperienza da utilizzare al “momento giusto”. In maniera non troppo velata, quindi, il leader ha ricordato che la soluzione federale della Bosnia va stretta a lui e a molta della sua gente.

Completamente opposta è la situazione nell’altra metà del paese, dove i Bosgnacchi, sostenitori dell’ordine sancito da Dayton, hanno immediatamente espresso la loro contrarietà alle iniziative russe in Ucraina, sottolineando che questi fatti potrebbero rappresentare un grave precedente per il paese. A tal proposito sono molto chiare le dichiarazioni di Senadin Laviċ, presidente della Comunità Culturale Bosgnacca (BZK), secondo cui è “impossibile che in Republika Srpska si arrivi allo stesso scenario della Crimea, in Ucraina”, poiché la “Bosnia è un paese indipendente, sovrano e  indivisibile e come tale riconosciuto nel mondo”.

Una posizione peculiare è stata invece presa da Ivan Vukoja, scrittore e sociologo erzegovese, che, come riportato dal quotidiano Oslobodjenje, sostiene che la creazione di una terza entità federale a maggioranza croata non sia più un tabù. Stando a fonti locali, per mettere (forse) a tacere le velleità secessioniste sono intervenuti anche gli USA che, per bocca della loro Ambasciata a Sarajevo, hanno dichiarato che né gli accordi del 1995 né la Costituzione del paese permettono il diritto di secessione.

Sebbene gli argomenti di cui sopra abbiano potenzialmente la forza di allargare la profonda frattura interna al paese e allontanare ulteriormente i sostenitori di Dayton da coloro i quali detestano tali accordi, al momento non si sono registrate reazioni violente. Ciò è forse dovuto anche al fatto che la Bosnia sta attraversando un momento estremamente critico e che per la prima volta le élite al potere sono apertamente contestate dal popolo.

Più strana è la situazione verificatasi in Montenegro, paese che, fino a pochi giorni fa, sembrava aver adottato (scatenando l’ilarità del web) le sanzioni anti-Russe proposte dall’Unione Europea. La conferma di ciò era arrivata anche dall’agenzia di stampa Tanjug che, basandosi su informazioni provenienti dallo staff di Catherine Ashton, aveva inserito Podgorica nella lista delle capitali extra-UE che avevano seguito Bruxelles. Il 27 marzo, però, il Premier Đukanoviċ, rivolgendosi al Parlamento, ha negato con forza che il suo governo abbia adottato alcuna forma di misura contro il Cremlino, pur ricordando che il paese ha “l’obbligo di seguire l’Unione Europea”. La posizione ambigua del Governo, comunque, riflette il particolare orientamento della classe dirigente, sempre più filo-occidentale. Sebbene storicamente legato alla Russia (“noi e i Russi siamo 200 milioni” è un vecchio detto), infatti, il Montenegro ha intrapreso passi decisi verso l’integrazione europea e la NATO, due realtà dalle quali ora non può distanziarsi in materia di politica estera. A conferma di ciò, lo stato non solo non ha riconosciuto l’esito del referendum, ma ha anche votato favorevolmente alla Risoluzione sull’integrità territoriale dell’Ucraina approvata il 27 marzo scorso dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Come era logico attendersi, però, la posizione più difficile è quella della Serbia, paese maggiormente esposto alle possibili conseguenze della crisi Ucraina e permeato di un forte sentimento filo-russo. Il principale problema è rappresentato dalla spinosa questione del Kosovo,   diventato il caso limite utilizzato da Mosca per dimostrare che gli occidentali, dopo aver riconosciuto addirittura l’indipendenza di Priština, non hanno ragioni per negarla alla Crimea. I serbi, quindi, si sono trovati costretti a riflettere su come esprimersi sull’esito del voto, visto il diffuso timore che convalidare l’esito del referendum organizzato da Sinferopoli e Sebastopoli significherebbe di fatto accettare anche la perdita del Kosovo.  La soluzione trovata per evitare questi dilemmi, però, è stata più semplice del previsto: a livello ufficiale, infatti, il paese non ha preso posizione, poiché, come ha detto il Presidente Nikolić, “non serve che la Serbia entri nelle liti dei grandi”. Sebbene tale decisione sembri la più ovvia, non era in realtà così scontata. Da un lato, infatti, la Serbia sta facendo grandi passi verso l’ingresso nella UE, e quindi deve avvicinarsi alla linea indicata da Bruxelles, dall’altro deve confrontarsi con i grandi aiuti economici provenienti da Mosca che permettono di costruire il South Stream e modernizzare le ferrovie.

Ma al di là di questi aspetti politici ed economici, vi è, secondo me, un altro elemento che ha, suggerito al nuovo Premier Aleksandar Vučić di restare molto prudente in questa fase: il quindicesimo anniversario dei bombardamenti NATO sulla Jugoslavia. I fatti del ’99 sono ancora scolpiti nella mente dei Serbi, che quest’anno hanno ricordato con rinnovato vigore i propri morti. Tutti i principali giornali hanno dedicato ampio spazio al periodo in cui il paese era oggetto di raid mirati organizzati dall’Alleanza Atlantica in risposta alla crisi del Kosovo, facendo riemergere il sentimento patriottico e l’avversione per l’organizzazione. Questo aspetto, poco considerato, è andato a scontrarsi con gli inviti, venuti da più parti, di condannare apertamente le azioni russe, risultando decisivo nel far schierare buona parte dell’opinione pubblica a favore di Mosca. Per quanto banale possa sembrare, un esempio di questa vicinanza è rappresentato dalla grande bandiera russa esposta durante una partita di Eurolega di Basket giocata dalla Stella Rossa di Belgrado contro una squadra di Kiev.

In ogni caso, se al momento il paese è ancora “neutrale”, la responsabilità è in parte anche da attribuire ad alcune affermazioni poco felici di esponenti o ex figure di spicco dell’Alleanza Atlantica. La portavoce della Nato Oana Lungescu, ad esempio, nel giorno in cui iniziavano le celebrazioni in memoria del bombardamento del 1999 sulla Jugoslavia, ha twittato un’immagine controversa (pubblicata in precedenza dalla Ministro per l’Integrazione Europea del Kosovo) in cui campeggiava la scritta “Nato Air. Just do it”, un chiaro richiamo alla missione Allied Force. Come se non bastasse, pochi giorni dopo, come riporta NSPM, il generale in pensione Wesley Clark ha dichiarato che l’intervento di guerra in Serbia ha creato la pace e messo fine a un regime, sottolineando che chi sta con Putin è libero di andare da lui, visto che la “Siberia è enorme e c’è posto per loro [i filorussi]”.

Una presa di posizione interessante è quella dell’Ambasciatore Statunitense a Belgrado Michael Kirby che, come riporta la TV di Stato, durante un’intervista al quotidiano Politika ha suggerito al paese di valutare attentamente la situazione, soprattutto alla luce della posizione nazionale sul tema dell’integrità territoriale. Per quanto possa sembrare strano, quindi, sono proprio gli USA a ricordare alla Serbia l’importanza dell’argomento, sebbene siano stati proprio loro gli sponsor principali  dell’indipendenza del Kosovo.

In conclusione, è bene considerare che un’eventuale fallimento delle trattative in Ucraina potrebbe causare una frattura anche all’interno degli stati balcanici. In ogni caso, anche se la UE e gli USA ne dovessero uscire vincitori, reputo che sia fondamentale evitare di forzare la mano per mutare in breve tempo l’orientamento culturale prevalente. Le forti relazioni tra la Russia e i paesi sopracitati non possono essere cancellate con un semplice colpo di spugna. Il tentativo di farlo comunque, evidenziato dall’insoddisfazione di alcuni rappresentanti occidentali dinanzi alla sostanziale indecisione dei leader locali, rischia di compromettere la stabilità appena raggiunta ed esacerbare il sentimento anti-Europeo presente in alcuni stati.

Luca Susic

Nella foto Reuters fornita dall’autore l’esito della votazione Risoluzione Assemblea Generale: Montenegro sì, Bosnia e Serbia non votano

Transnistria e Ucraina: i dati che nessuno sembra vedere. E quella telefonata scurrile della Tymoshenko

By Marco Antollovich e Luca Susic

Le recenti dichiarazioni di Philip M. Breedlove, NATO Supreme Allied Commander Europe, circa una possibile minaccia russa all’autoproclamata repubblica di Transnistria hanno scosso profondamente i media internazionali, ma soprattutto quelli italiani, che si sono affrettati a riportare la notizia con toni allarmistici. Ad aumentare la preoccupazione ci hanno pensato poi  Andriy Parubiy, secondo il quale Mosca sta ammassando truppe in vista di un’invasione del paese, e la Polonia che, per bocca del portavoce del Ministro della Difesa, ha dichiarato che intende valutare le migliori offerte per rinnovare la sua difesa missilistica.

Concettualmente, tuttavia, affermare che la “Russia minaccia la Transnistria”, come riportato da numerose testate italiane e straniere, sembra essere un controsenso sintomatico della scarsa conoscenza dei trascorsi che hanno visto protagonista Tiraspol negli ultimi vent’anni.

La Transnistria, repubblica de facto indipendente dalla Moldavia dal 2 settembre 1990, vuole essere russa. La popolazione della regione, etnicamente ripartita tra un terzo di moldavi, un terzo di russi e altrettanti ucraini generalmente filorussi e russofoni, ha più volte manifestato la volontà di far parte della Federazione Russa. Già il 17 settembre del 2006 un referendum, tenutosi nell’area, aveva testimoniato che il 98,07% della popolazione era favorevole al ricongiungimento con Mosca. La comunità internazionale, però, non ne aveva accettato l’esito, accusando inoltre Tiraspol di brogli elettorali.

Se il referendum del 2006 ha lasciato l’Occidente complessivamente indifferente, lo stesso non si può dire dell’appello rivolto da Tiraspol al presidente Putin il 16 marzo 2014 in seguito agli avvenimenti di Maidan Nezalezhnosti. Sembra comunque improbabile che il Cremlino entri in guerra per difendere la popolazione russa in Transnistria, considerando che quella sottile striscia di terra che divide Moldavia e Ucraina è stata sostanzialmente ignorata per vent’anni. A conferma di ciò, lo stesso vice primo ministro russo Dimitrj Kozak il 24 marzo ha negato che “il governo abbia discusso una possibile annessione della Transnistria alla Russia”. Il quadro generale, tuttavia, potrebbe essere cambiato in seguito al referendum in Crimea e molti si interrogano su quali potrebbero essere le prossime mosse di Mosca, soprattutto alla luce del fatto che tutta l’Ucraina orientale a grande presenza Russa è in fermento. Se Putin intervenisse in difesa delle popolazioni del sud e dell’est ucraino, spaventate dal nuovo governo e dalle minacce rivolte alle minoranze non etnicamente ucraine, la Transnistria sarebbe solo l’ultimo territorio da annettere per unire tutte le regioni russofone metaforicamente più vicine a Mosca che a Kiev.

Pertanto, rebus sic stantibus, l’interessamento del Cremlino nei confronti della popolazione Transnistria può avere un solo significato immediatamente percepibile: la Moldavia non deve imitare le azioni ucraine. Se così facesse, l’annessione della Transnistria alla Federazione Russa minaccerebbe direttamente l’integrità territoriale di Chisinau, così come è avvenuto in Ucraina con la perdita della Crimea.

A nostro avviso, però, vi è anche un altro elemento che dovrebbe preoccupare  gli stati occidentali, cioè la diffusione della protesta anti-Kiev anche a Odessa, Oblast’ abitato in netta prevalenza da ucraini (62,8% secondo il censimento del 2001), dove nei giorni scorsi migliaia di persone si sono radunate al grido di “Odessa è una città Russa” e “Referendum”. Si tratta di un dato particolarmente significativo poiché mostra che l’insofferenza verso il governo centrale si è estesa anche in zone più lontane dalla Russia e dove la componente russofona è composta in gran parte da cittadini non appartenenti al gruppo etnico russo.

Nonostante le proteste e i richiami alla vicinanza con Mosca siano in continua espansione, il Governo nazionale ha iniziato a utilizzare una retorica più dura e schierata apertamente contro l’imponente vicino. Ne sono la prova le recenti affermazioni di due esponenti chiave dell’élite di Kiev: Julia Tymoschenko e il già citato Andriy Parubiy. Come riporta il Kyiv Post, il 21 marzo, durante un’intervista televisiva, l’ex primo ministro ha sostenuto che i legami con l’Unione Europea saranno uno dei fattori chiave per unire il paese e che in questo momento difficile è quanto mai importante che i cittadini sostengano tutti i partiti al governo (tra i quali vi è anche la criticata Svoboda). Il 23 marzo, inoltre, ha confermato che l’Ucraina si riprenderà presto la Crimea. Come se ciò non bastasse per infiammare gli animi, nella giornata di lunedì 24 la maggior parte dei media russi hanno pubblicato l’audio di una telefonata avvenuta fra la pasionaria della rivoluzione arancione e il parlamentare Nestor Shufrych. Nella registrazione si può sentire la Tymoschenko che, dopo aver inveito contro Putin (dicendosi pronta a “sparare in faccia a questo sacco di m… ”), insulta pesantemente anche i russi di Ucraina, sostenendo che contro di loro debbano essere usate le armi atomiche. La protagonista di queste controverse dichiarazioni ha confermato la veridicità dell’audio, scusandosi però per il linguaggio scurrile, ma accusando i servizi russi di aver manipolato l’ultima parte (quella sulla minoranza russa in Ucraina).

Dal canto suo, invece, l’uomo forte dell’esecutivo si  è concentrato più sul lato muscolare della contesa, evidenziando che le proteste filorusse sono organizzate da “estremisti” e che è importante “to unite against Russian troops that stand near Ukrainian borders from Chernihiv to Donetsk. They have more military forces than Ukraine, but Yanukovych had more riot police”.

Alla luce di ciò, è evidente che queste prese di posizione possono rafforzare la coesione dello schieramento anti-Putin, ma il costo rischia di essere molto alto. I richiami alla UE, alla NATO e alla contrapposizione alla Russia come elementi di unità nazionale, infatti, sono esattamente ciò che incontra la maggiore ostilità delle popolazioni russofile e che le hanno portate a schierarsi contro il nuovo governo. In definitiva, quindi, se il Governo centrale desidera tranquillizzare le regioni “separatiste” questo genere di dichiarazioni non sembrano essere le più efficaci, ma, anzi, rischiano di ampliare la frattura già esistente. Il continuo richiamo all’imminenza della guerra e alla totale responsabilità Russa per un eventuale disastro rischia inoltre di convincere ancor di più la popolazione russofila/russofona che solo Mosca possa difenderli dalla “vendetta” e aggressività dell’Ucraina.

Marco Antollovich e Luca Susic

Articoli correlati:

Ucraina: in Crimea la Russia gioca di soft power in contropiede – By Luca Susic (19 marzo 2014)

Transnistria: un conflitto congelato da vent’anni nell’interesse delle grandi potenze e delle élite russe e ucraine – By Marco Antollovich (18 marzo 2014)

Mappa di statopotenza.eu

Ucraina: Putin gela “Euromaidan” affinché il Mar Nero non diventi un lago ostile al Cremlino

L’Ucraina oggi: crisi inevitabile o scontro annunciato?

By Luca Susic

E dai Greci andammo, e vedemmo dove officiavano in onore del loro Dio,                 e non sapevamo se in cielo ci trovavamo oppure in terra: […]; solo questo sappiamo: che là Dio con l’uomo coesiste, e che il rito loro è migliore.Conversione del popolo della Rus’ di Kiev al Cristianesimo, da Racconto dei tempi passati. Cronaca russa del XII secolo, a cura di Italia Pia Sbriziolo, Einaudi, Torino, 1971

In quest’ultimo periodo molto, forse troppo, è stato scritto sulla crisi Ucraina. Lo scopo di questo articolo, quindi, non è quello di fornire al lettore uno scoop da Pulitzer, ma semplicemente cercare di aggiungere ciò che, secondo me, è più mancato nell’interpretazione dei fatti: un po’ di spirito critico. Ciò non significa, chiaramente, che le conclusioni a cui giungerò saranno necessariamente corrette od obiettive (mi sforzerò di realizzare almeno questo punto), ma potranno forse essere di qualche utilità per chi ha intenzione di affrontare da una diversa prospettiva i recenti avvenimenti.

Le proteste anti-Janukovič si sono originate verso la fine di novembre 2013, dopo che il Presidente Ucraino aveva deciso di sospendere i negoziati con l’Unione Europea per la stipula dell’European Union Association Agreement. La motivazione principale di tale scelta è sicuramente da ricercare nelle fortissime pressioni Russe per rinunciare all’accordo e iniziare il percorso di avvicinamento alla Customs Union organizzata da Mosca. L’improvviso voltafaccia del governo ha chiaramente irritato gli stati Occidentali che, più o meno immediatamente, si sono schierati a favore dei manifestanti pro-UE di Kiev.

Lasciando perdere in questa sede la cronologia dei fatti, è opportuno sottolineare che già allora gli esperti disponevano dei dati necessari a comprendere che qualsiasi scelta portata avanti dal governo centrale avrebbe necessariamente scontentato almeno metà del paese. Inspiegabilmente, però, si è deciso di ignorare questo dato e, forse rinfrancati nel vedere che Putin si concentrava sulle Olimpiadi, proseguire in una politica che, seppur comprensibile alla luce dei fatti che si stavano verificavano nella capitale, era destinata a spaccare l’Ucraina. Già il 26 novembre 2013, infatti, il Kiev International Institute of Sociology aveva pubblicato uno studio sull’orientamento del paese in materia di Unione Europea e Unione Doganale. I risultati del sondaggio parlano da soli: se si fosse dovuta votare a quel tempo l’organizzazione a cui aderire, le due entità sarebbero state separate solo da uno 0,2% dei voti (a favore della Customs Union). Andando a spulciare i dati, si sarebbe poi visto che le risposte provenienti dalla parte centrale e occidentale erano opposte a quelle delle restanti zone dell’Ucraina. Un esempio? L’Unione Europea otteneva oltre il 65% dei consensi a ovest, mentre raggiungeva solo il 14,5% a est. A mio avviso era, pertanto, facile prevedere che qualunque attore esterno avesse cercato di tirare a sé  tutto il paese senza procedere per tappe successive avrebbe finito per gettare il seme della discordia fra le due anime dell’Ucraina.

La situazione è stata inoltre aggravata dal fatto che il premier deposto fosse altamente rappresentativo  di quelle zone meno legate al potere ucraino e più vicine, per lingua e cultura, a Mosca. La sostituzione del loro candidato con uno maggiormente rappresentativo dell’area fortemente filo-occidentale ha fatto sì che russi e russofoni si sentissero minacciati dalla svolta “occidentalista” del nuovo esecutivo e dalla presenza, al suo interno, di gruppi estremisti della destra xenofoba o dichiaratamente fascista. Il risultato di questi timori si è concretizzato nella pressante richiesta di aiuto inviata a Mosca da tutte le regioni sud-orientali e non dalla sola Crimea come è stato spesso riferito.

Ancora una volta, quindi, la strettissima relazione fra lingua madre, gruppo etnico di appartenenza, origine geografica e orientamento politico è stata confermata sul campo. Già nel 2004, comunque, in occasione delle elezioni presidenziali, il Kiev Center of Political Studies and Conflictology aveva chiaramente dimostrato che i fattori di cui sopra erano risultati decisivi per stabilire l’esito della votazione. Il 67% dei voti totali per Viktor Jušenko (pro-Europeo), infatti, venivano da Ucraini – ucrainofoni, il 17% da Ucraini russofoni, mentre solo il 4% (4%!) dei russi – russofoni avevano scelto di appoggiarlo.

Al di là dell’orientamento delle popolazioni locali, comunque, era prevedibile che Mosca non potesse restare passiva davanti a quanto stava accadendo, perché troppo alta era la posta in gioco. Innanzitutto, come riportato da molti, è evidente che la cacciata di Janukovič avrebbe potuto destabilizzare anche la Russia, mostrando che un presidente autoritario poteva essere cacciato da una rivolta popolare più o meno spontanea. Ma ci sono altre ragioni, ben più serie, che avrebbero dovuto mettere in guardia i sostenitori di Euromaidan sull’inevitabilità di una reazione del Cremlino, pur non considerando qui l’incredibile importanza che l’Ucraina riveste per la Russia in ambito energetico ed economico, elementi che, a mio avviso, da soli sarebbero sufficienti per comprendere le motivazioni che hanno portato Putin a reagire:

  • l’Ucraina riveste un ruolo fondamentale nella cultura e religione russe, che si sono sviluppate proprio a partire dal Rus’ di Kiev (a tal proposito consiglio la lettura di Storia dello Spirito Russo di Dmitrij Čiževskij) . E’ particolarmente importante considerare queste radici quando si analizzano avvenimenti che hanno come protagonisti popoli slavi e ortodossi (basti pensare all’importanza del Kosovo per i Serbi);
  • Le proposte di far entrare Kiev sia nella UE che nella NATO sono percepite da Mosca come una manovra di accerchiamento molto aggressiva  e volta a erodere il cuscinetto che la separa dai suoi competitors. Perdere questa sfida significherebbe anche venire quasi cacciati dal Mar Nero, che si troverebbe a diventare un “lago” ostile al Cremlino. Oltre a ciò la Russia finirebbe per confinare con uno stato nemico che, in futuro, potrebbe potenzialmente ospitare anche il sistema di difesa missilistico dell’Alleanza Atlantica.

In conclusione, ciò che forse stupisce di più di tutta questa vicenda sono la passività, la poca unità e la scarsa preparazione dell’Europa che, da guida per le componenti più occidentaliste dell’Ucraina, si trova ora a essere in balia degli eventi e dell’attivismo di John Kerry. La politica degli USA,  impegnata com’è a realizzare degli obiettivi di interesse nazionale, non è né coerente con alcuni  comportamenti tenuti in precedenza (si veda il caso del non riconoscimento del referendum in Crimea), né, soprattutto, sembra essere in  sintonia con gli interessi che dovremmo avere noi Europei. Per ricordarcelo basta pensare che,  in ogni crisi,  i primi a pagare il prezzo economico e sociale di un eventuale escalation sono i gli stati vicini, cioè noi, soprattutto se, come in questo caso, dipendono così pesantemente dai rifornimenti energetici provenienti da est.

Luca Susic

Nella mappa, fornita dall’autore, i risultati delle elezioni presidenziali in Ucraina del 2004 e del 2010: Le aree colorate in giallo o viola sono quelle schieratesi con i candidati filo-occidentali nelle elezioni del 2004,2007,2010 e 2012. In blu, invece, vengono rappresentate le zone filo-Janukovič.

Ucraina: in Crimea la Russia gioca di soft power in contropiede

La crisi in Crimea: Perché l’Occidente teme il diritto di auto-determinazione?

By Marco Antollovich

Il 16 marzo si è tenuto in Crimea il referendum sul ritorno della regione ucraina all’interno della Federazione Russa. Uno schiacciante 96,6% dei voti ha confermato la volontà della popolazione russa o russofona e filo-russa di “ritornare a casa”, come affermano numerosi elettori intervistati all’uscita dai seggi elettorali. Le bandiere della Federazione Russa inondano le piazze di Simferopoli e Sebastopoli, rispettivamente capitale della Repubblica autonoma di Crimea e città più popolata, in un clima di festa. I numerosi osservatori internazionali provenienti da 23 paesi (grandi esclusi i rappresentanti di OSCE e CSI) non hanno riscontrato brogli, testimoniando inoltre un clima di apparente tranquillità; le milizie pro-russe, non vengono percepite come una minaccia dalla maggioranza della popolazione. Ciò non vale, tuttavia, per i membri della minoranza ucraina sostenitrice del nuovo governo di Kiev e della comunità tartara che, temendo ripercussioni, hanno già cominciato ad abbandonare la penisola.

Sergey Aksyonov, de facto nuovo leader della regione, si è recato il 17 marzo a Mosca per discutere il processo di annessione alla Federazione Russa. Non si conosce ancora quale sarà il grado di autonomia né il suo status amministrativo, ma La Crimea ritorna sotto l’autorità di Mosca dopo sessant’anni. Il presidente russo Vladimir Putin ne ha riconosciuto l’indipendenza in quanto espressione della volontà della popolazione residente in Crimea e ha siglato con Aksyonov l’accordo per rendere la l’ex Oblast’ Autonomo parte integrante della Federazione, suscitando critiche e sdegno dalle cancellerie Occidentali, sostenitrici dell’integrità territoriale ucraina. Le proteste contro il governo di Kiev stanno dilagando in tutta l’area russofona del paese, da Karkhov a Donetsk, da Zaporože ad Odessa (etnicamente a maggioranza Ucraina, ma russofona all’ 82%), alle porte dell’Europa e ciò spaventa l’Occidente. Il Cremlino risulta il solo ad aver approvato il risultato del referendum: l’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno già adottato delle sanzioni economiche come ritorsione nei confronti dell’atteggiamento russo, congelando i depositi esteri e ponendo restrizioni ai visti di 21 personalità russe e ucraine filo-russe. Tra questi l’ex-presidente ucraino Viktor Yanukovich, il vice-primo ministro Dimitry Rogozin e il vice-ammiraglio Alexander Vitko, a capo della Flotta Russa del Mar Nero.

L’azzardo di Putin rischia di costare alla Russia pesanti sanzioni economiche da parte di Europa e Stati Uniti, tra cui l’esclusione dal prossimo vertice del G8, già in programma a Soči, che probabilmente verrà spostato all’Aja. Tuttavia non è la scontata condanna occidentale a preoccupare maggiormente il Cremlino, bensì altre forze da sempre molto più vicine a Mosca: la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 15 marzo in cui veniva dichiarato invalido il futuro referendum in Crimea ha ricevuto 13 voti favorevoli, l’ovvio voto contrario della Federazione Russa e l’astensione della Cina. Pechino si discosta dunque dalla politica del Cremlino, sia forse per i buoni rapporti economici esistenti con l’Ucraina, sia forse per non aprire un secondo vaso di Pandora, dopo il precedente rappresentato dal riconoscimento del Kosovo da parte dell’Occidente, considerando le minacce secessioniste rappresentate dal Tibet e dallo Xinjiang, il Turkestan Orientale. Soltanto Nuova Delhi, vera voce fuori dal coro nel contesto internazionale, fa sapere tramite il consigliere per la sicurezza nazionale Shivshankar Menon che “vi sono in gioco interessi russi legittimi” in Crimea, riporta “The Times of India”.

Almeno per il momento tuttavia, anche il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko e il suo omologo kazako Nursultan Nazarbaev sembrano aver preso le distanze da Mosca: entrambi infatti, sebbene abbiano aderito alla neonata Unione Doganale, non sembrano particolarmente inclini ad appoggiare le decisioni del leader russo. In Bielorussia e Kazakhstan, forse i più fedeli alleati del Cremlino sin dal 1991, sta avvenendo una progressiva apertura verso i mercati e le politiche occidentali; lo stesso presidente Nazerbaev si è proposto come mediatore tra la Russia, l’Unione Europea e gli Stati Uniti. Il presidente Lukashenko invece, ancora totalmente dipendente dalle forniture energetiche russe, ha accolto 6 Sukhoi-27 e 3 aerei da trasporto dell’ aviazione russa nella base di Bobruisk in Bielorussia, sebbene non abbia riconosciuto l’esito del referendum.

E’ chiaro che la Russia stia agendo da sola contro tutti. L’accusa rivolta dalle cancellerie occidentali di non rispettare l’integrità territoriale ucraina si scontra con un altro diritto fondamentale: l’auto-determinazione dei popoli. In realtà le analogie con il Kosovo non sono poche e sembra che il diritto internazionale, in questo caso, sia un diritto a senso unico, poiché gli Stati Uniti hanno rinunciato alla difesa dell’ integrità territoriale serba a vantaggio dei diritti della popolazione kosovara; oggi avviene esattamente il contrario. A mio avviso, tuttavia, il problema maggiore risulta proprio la problematicità insita nella carta giocata da Mosca: l’autodeterminazione dei popoli, usata anche dagli Stati Uniti per intervenire nell’area balcanica, potrebbe destabilizzare la nuova realtà est-europea e centroasiatica venutasi a creare nei vent’anni successivi alla dissoluzione del colosso sovietico. Non a caso infatti anche gli alleati bielorussi e kazaki sono restii a riconoscere l’esito del referendum tenutosi in Crimea: se la Federazione usa le minoranze russe come leva per un espansionismo territoriale al di fuori dei propri confini nei confronti del nuovo governo di Kiev, la Bielorussia potrebbe essere il prossimo bersaglio nel caso in cui la politica di Lukashenko si discostasse da quella del Cremlino. La “Russia Bianca”, ancor più dell’Ucraina, è una nazione divisa tra Russia e Polonia e lo stesso concetto di etnia bielorussa viene giudicata fittizia da alcuni critici e dagli stessi Russi. Lo stesso vale per il Kazakhstan, uno stato che, alla vigilia dello scioglimento dello Unione Sovietica, accoglieva una minoranza russa del 38% in gran parte emigrata, ma tutt’ora molto numerosa: si stima infatti che in territorio kazako siano ancora presenti circa 4 milioni e 500 mila Russi (su una popolazione di meno di 18 milioni di abitanti).

Se la difesa del principio di autodeterminazione della popolazione russa, ma anche russofona, diventasse il cavallo di battaglia del Cremlino, in una rilettura umanitaria e messianica della dottrina Primakov, nemmeno le Repubbliche Baltiche, ormai membri di NATO e Unione Europea, potrebbero sentirsi totalmente al sicuro. Tale percezione della minaccia russa ha spinto infatti le cancellerie baltiche ad acconsentire al dispiegamento di arerei da guerra statunitensi nelle basi lituane e polacche; Polonia e Lituania si sono inoltre appellate all’articolo 4 della Carta Atlantica per convocare una riunione straordinaria della NATO.

Sembra difficile che il Cremlino rinunci definitivamente al suo consuetudinario uso nell’hard power come extrema ratio, ma in questa occasione il soft power espresso attraverso il referendum pare aver disarmato le cancellerie europee e statunitensi. La Russia spaventa perché sta combattendo con le “armi” più care alle democrazie occidentali, come la lotta agli estremisti di destra filo-nazisti del nuovo governo di Kiev e la difesa della volontà della popolazione sulla base dei principi wilsoniani, dell’articolo 1 della Carta Delle Nazioni Unite e dall’ Atto finale di Helsinki del 1975. E’ paradossale che la conferenza di Helsinki, vista un tempo come un grande successo nel tentativo di disgregare i membri del Blocco Orientale dall’interno, ora si possa ritorcere contro i suoi maggiori sostenitori sancendo la riconquista russa dei territori perduti.

Marco Antollovich

Dello stesso autore anche l’analisi sulla situazione della Transnistria:

Transnistria: un conflitto congelato da vent’anni nell’interesse delle grandi potenze e delle élite russe e ucraine, Marco Antollovich (18 marzo 2014)

Foto fornita dall’autore, “Il 16 marzo noi scegliamo: [ nazismo] o [Russia]?”