Mar 19, 2014
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Ucraina: in Crimea la Russia gioca di soft power in contropiede

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La crisi in Crimea: Perché l’Occidente teme il diritto di auto-determinazione?

By Marco Antollovich

Il 16 marzo si è tenuto in Crimea il referendum sul ritorno della regione ucraina all’interno della Federazione Russa. Uno schiacciante 96,6% dei voti ha confermato la volontà della popolazione russa o russofona e filo-russa di “ritornare a casa”, come affermano numerosi elettori intervistati all’uscita dai seggi elettorali. Le bandiere della Federazione Russa inondano le piazze di Simferopoli e Sebastopoli, rispettivamente capitale della Repubblica autonoma di Crimea e città più popolata, in un clima di festa. I numerosi osservatori internazionali provenienti da 23 paesi (grandi esclusi i rappresentanti di OSCE e CSI) non hanno riscontrato brogli, testimoniando inoltre un clima di apparente tranquillità; le milizie pro-russe, non vengono percepite come una minaccia dalla maggioranza della popolazione. Ciò non vale, tuttavia, per i membri della minoranza ucraina sostenitrice del nuovo governo di Kiev e della comunità tartara che, temendo ripercussioni, hanno già cominciato ad abbandonare la penisola.

Sergey Aksyonov, de facto nuovo leader della regione, si è recato il 17 marzo a Mosca per discutere il processo di annessione alla Federazione Russa. Non si conosce ancora quale sarà il grado di autonomia né il suo status amministrativo, ma La Crimea ritorna sotto l’autorità di Mosca dopo sessant’anni. Il presidente russo Vladimir Putin ne ha riconosciuto l’indipendenza in quanto espressione della volontà della popolazione residente in Crimea e ha siglato con Aksyonov l’accordo per rendere la l’ex Oblast’ Autonomo parte integrante della Federazione, suscitando critiche e sdegno dalle cancellerie Occidentali, sostenitrici dell’integrità territoriale ucraina. Le proteste contro il governo di Kiev stanno dilagando in tutta l’area russofona del paese, da Karkhov a Donetsk, da Zaporože ad Odessa (etnicamente a maggioranza Ucraina, ma russofona all’ 82%), alle porte dell’Europa e ciò spaventa l’Occidente. Il Cremlino risulta il solo ad aver approvato il risultato del referendum: l’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno già adottato delle sanzioni economiche come ritorsione nei confronti dell’atteggiamento russo, congelando i depositi esteri e ponendo restrizioni ai visti di 21 personalità russe e ucraine filo-russe. Tra questi l’ex-presidente ucraino Viktor Yanukovich, il vice-primo ministro Dimitry Rogozin e il vice-ammiraglio Alexander Vitko, a capo della Flotta Russa del Mar Nero.

L’azzardo di Putin rischia di costare alla Russia pesanti sanzioni economiche da parte di Europa e Stati Uniti, tra cui l’esclusione dal prossimo vertice del G8, già in programma a Soči, che probabilmente verrà spostato all’Aja. Tuttavia non è la scontata condanna occidentale a preoccupare maggiormente il Cremlino, bensì altre forze da sempre molto più vicine a Mosca: la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 15 marzo in cui veniva dichiarato invalido il futuro referendum in Crimea ha ricevuto 13 voti favorevoli, l’ovvio voto contrario della Federazione Russa e l’astensione della Cina. Pechino si discosta dunque dalla politica del Cremlino, sia forse per i buoni rapporti economici esistenti con l’Ucraina, sia forse per non aprire un secondo vaso di Pandora, dopo il precedente rappresentato dal riconoscimento del Kosovo da parte dell’Occidente, considerando le minacce secessioniste rappresentate dal Tibet e dallo Xinjiang, il Turkestan Orientale. Soltanto Nuova Delhi, vera voce fuori dal coro nel contesto internazionale, fa sapere tramite il consigliere per la sicurezza nazionale Shivshankar Menon che “vi sono in gioco interessi russi legittimi” in Crimea, riporta “The Times of India”.

Almeno per il momento tuttavia, anche il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko e il suo omologo kazako Nursultan Nazarbaev sembrano aver preso le distanze da Mosca: entrambi infatti, sebbene abbiano aderito alla neonata Unione Doganale, non sembrano particolarmente inclini ad appoggiare le decisioni del leader russo. In Bielorussia e Kazakhstan, forse i più fedeli alleati del Cremlino sin dal 1991, sta avvenendo una progressiva apertura verso i mercati e le politiche occidentali; lo stesso presidente Nazerbaev si è proposto come mediatore tra la Russia, l’Unione Europea e gli Stati Uniti. Il presidente Lukashenko invece, ancora totalmente dipendente dalle forniture energetiche russe, ha accolto 6 Sukhoi-27 e 3 aerei da trasporto dell’ aviazione russa nella base di Bobruisk in Bielorussia, sebbene non abbia riconosciuto l’esito del referendum.

E’ chiaro che la Russia stia agendo da sola contro tutti. L’accusa rivolta dalle cancellerie occidentali di non rispettare l’integrità territoriale ucraina si scontra con un altro diritto fondamentale: l’auto-determinazione dei popoli. In realtà le analogie con il Kosovo non sono poche e sembra che il diritto internazionale, in questo caso, sia un diritto a senso unico, poiché gli Stati Uniti hanno rinunciato alla difesa dell’ integrità territoriale serba a vantaggio dei diritti della popolazione kosovara; oggi avviene esattamente il contrario. A mio avviso, tuttavia, il problema maggiore risulta proprio la problematicità insita nella carta giocata da Mosca: l’autodeterminazione dei popoli, usata anche dagli Stati Uniti per intervenire nell’area balcanica, potrebbe destabilizzare la nuova realtà est-europea e centroasiatica venutasi a creare nei vent’anni successivi alla dissoluzione del colosso sovietico. Non a caso infatti anche gli alleati bielorussi e kazaki sono restii a riconoscere l’esito del referendum tenutosi in Crimea: se la Federazione usa le minoranze russe come leva per un espansionismo territoriale al di fuori dei propri confini nei confronti del nuovo governo di Kiev, la Bielorussia potrebbe essere il prossimo bersaglio nel caso in cui la politica di Lukashenko si discostasse da quella del Cremlino. La “Russia Bianca”, ancor più dell’Ucraina, è una nazione divisa tra Russia e Polonia e lo stesso concetto di etnia bielorussa viene giudicata fittizia da alcuni critici e dagli stessi Russi. Lo stesso vale per il Kazakhstan, uno stato che, alla vigilia dello scioglimento dello Unione Sovietica, accoglieva una minoranza russa del 38% in gran parte emigrata, ma tutt’ora molto numerosa: si stima infatti che in territorio kazako siano ancora presenti circa 4 milioni e 500 mila Russi (su una popolazione di meno di 18 milioni di abitanti).

Se la difesa del principio di autodeterminazione della popolazione russa, ma anche russofona, diventasse il cavallo di battaglia del Cremlino, in una rilettura umanitaria e messianica della dottrina Primakov, nemmeno le Repubbliche Baltiche, ormai membri di NATO e Unione Europea, potrebbero sentirsi totalmente al sicuro. Tale percezione della minaccia russa ha spinto infatti le cancellerie baltiche ad acconsentire al dispiegamento di arerei da guerra statunitensi nelle basi lituane e polacche; Polonia e Lituania si sono inoltre appellate all’articolo 4 della Carta Atlantica per convocare una riunione straordinaria della NATO.

Sembra difficile che il Cremlino rinunci definitivamente al suo consuetudinario uso nell’hard power come extrema ratio, ma in questa occasione il soft power espresso attraverso il referendum pare aver disarmato le cancellerie europee e statunitensi. La Russia spaventa perché sta combattendo con le “armi” più care alle democrazie occidentali, come la lotta agli estremisti di destra filo-nazisti del nuovo governo di Kiev e la difesa della volontà della popolazione sulla base dei principi wilsoniani, dell’articolo 1 della Carta Delle Nazioni Unite e dall’ Atto finale di Helsinki del 1975. E’ paradossale che la conferenza di Helsinki, vista un tempo come un grande successo nel tentativo di disgregare i membri del Blocco Orientale dall’interno, ora si possa ritorcere contro i suoi maggiori sostenitori sancendo la riconquista russa dei territori perduti.

Marco Antollovich

Dello stesso autore anche l’analisi sulla situazione della Transnistria:

Transnistria: un conflitto congelato da vent’anni nell’interesse delle grandi potenze e delle élite russe e ucraine, Marco Antollovich (18 marzo 2014)

Foto fornita dall’autore, “Il 16 marzo noi scegliamo: [ nazismo] o [Russia]?”

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