11 settembre

L’ascesa cinese in Asia Centrale/3, Mentesana

By Valentina Mentesana

2.2. Cenni sull’evoluzione dei rapporti con l’URSS (poi Russia)

I rapporti tra Cina e Unione Sovietica non sono mai stati idilliaci a causa delle controversie legate ai confini, ma un ulteriore inasprimento si è registrato nel 1954 quando il governo di Pechino ha pubblicato una mappa in cui parti dell’attuale Kazakistan, del Kirghizistan e del Tagikistan venivano raffigurate come parti integranti del territorio cinese.

Contestualmente Mao Tse Tung accusò pubblicamente la Russia zarista di aver proceduto unilateralmente all’annessione dei suddetti territori negli anni ’80 del XIX secolo.

I rapporti tra le due potenze sicuramente più influenti dell’area rimasero tesi almeno fino al 1987, quando Mosca e Pechino avviarono formalmente un dialogo per risolvere la disputa territoriale sui confini. Furono, poi, gli eventi internazionali a provocare un’ulteriore brusca frenata ai negoziati e la Repubblica Popolare Cinese, di fronte allo smembramento dell’Unione Sovietica del 1991, iniziò a manifestare apprensione circa la sorte dei confini che prima condivideva con la stessa. Il crollo dell’URSS, infatti, fece sorgere una serie di Repubbliche Autonome che vennero a sostituirsi alla prima in quanto Stati confinanti della Cina.

Nello specifico, dopo il 1991, la Repubblica Popolare Cinese si ritrova a condividere i propri confini occidentali con Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan. Preventivamente, nell’agosto 1991 il vice premier cinese Wang Zhen aveva ordinato all’Esercito Popolare di Liberazione dello Xinjiang, la regione nordoccidentale della Cina direttamente confinante con l’URSS, di “formare un muro d’acciaio per salvaguardare il socialismo e l’unificazione della madrepatria”.

Attualmente Russia e Cina condividono alcuni obiettivi fondamentali e si sa che la presenza di un nemico esterno solitamente contribuisce alla coesione dell’alleanza. In questo caso specifico, al di là delle minacce non convenzionali alla sicurezza e alla stabilità dell’area, Cina e Russia si preoccupano di contenere l’influenza statunitense nella regione. A questo proposito, nel luglio 2001 Vladimir Putin e Jiang Zemin firmarono il Trattato di Buon Vicinato, Amicizia e Cooperazione.

2.3. Gli obiettivi della politica estera cinese

L’agenda politica cinese dei primi anni ’90 annoverava tra le principali preoccupazioni del governo di Pechino il mantenimento della stabilità dello Xinjiang, la regione che, come già precisato, confina direttamente con tre delle neonate repubbliche centroasiatiche (Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan) e della cui peculiarità si tratterà nel proseguo del testo. Nel corso degli anni ’90, la Cina ripensò più volte la sua strategia politica ed inserì tra le problematiche presenti in agenda almeno altri tre aspetti: le questioni energetiche, la rivitalizzazione del commercio lungo la Via della Seta e le minacce legate a terrorismo internazionale, estremismo religioso e traffico di droga e di esseri umani. Dopo l’intervento statunitense in Afghanistan dell’ottobre 2001, la Cina ha dovuto rivedere le sue posizioni anche in funzione della competizione con questo nuovo attore dell’area.

Va ricordato che la Cina si era pubblicamente riavvicinata agli Stati Uniti per la prima volta nel 1997 quando il successore di Deng Xiaoping, Jang Zemin, fece la sua prima visita ufficiale negli Stati Uniti. L’attentato alle Twin Towers di New York verificatosi l’11 settembre 2001 ha contribuito inevitabilmente a rafforzare ulteriormente il legame tra Washington e Pechino. L’allora presidente della Repubblica Popolare Cinese, Jiang Zemin, espresse tutta la sua solidarietà al Presidente Statunitense George W. Bush per l’attacco subito. Nella stessa occasione si schierò apertamente con gli Stati Uniti nella lotta al terrorismo affermando di essere disposto ad accettare qualsiasi decisione il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite avesse adottato per cacciare i Talebani dall’Afghanistan. L’appoggio di Pechino non fu meramente declaratorio in quanto ben presto la Cina aprì un corridoio umanitario per soccorrere la popolazione afgana martoriata dalla guerra e, dopo la sua elezione avvenuta nel 2004, il neopresidente afgano Hamid Karzai fu accolto a braccia aperte a Pechino. Tuttavia, a soli due anni dall’intervento in Afghanistan e a ridosso dell’intervento unilaterale anglostatunitense in Iraq (marzo 2003), il Presidente della Repubblica Popolare cinese Hu Jintao dichiarò che per gli Stati Uniti l’11 settembre 2001 era stato solo un pretesto per dare sostanza alla strategia della guerra preventiva. Benché al momento del suo insediamento il neopresidente cinese Hu Jintao dichiarò che in futuro non ci sarebbero stati cambiamenti nella politica estera cinese, nella realtà dei fatti la variazione nella percezione circa la reazione statunitense all’attacco subito fu solo il primo di una serie di continui aggiustamenti che vennero apportati alla linea politica della Repubblica Popolare Cinese. Il cambiamento di rotta di Pechino è imputabile principalmente alla decisione angloamericana di intervenire in Iraq, ma l’opposizione cinese, a differenza di quella francese e tedesca, non si concretizzò con pubbliche manifestazioni di dissenso, ma semplicemente attraverso la mancanza di dichiarazioni di appoggio all’intervento in Iraq, un atteggiamento che potremmo definire come “dissenso defilato”.

Si trattò di un momento topico per Pechino perché la dirigenza del Partito Comunista Cinese si trovava a dover approfondire e definire nuovamente una delle minacce che da sempre turbavano la governance del Paese, uno dei “tre mali” (i “tre mali” annoverati anche tra gli obiettivi della SCO sono: separatismo etnico, estremismo religioso e terrorismo) che affliggevano l’area: il terrorismo. Fino all’11 settembre 2001 il governo centrale aveva sempre considerato il terrorismo come una minaccia reale presente soprattutto nell’area nordoccidentale del Paese, nell’area compresa tra lo Xinjiang e i vicini Stati di Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan. Per Pechino quella del terrorismo non era una categoria universale, non era possibile generalizzare e ricondurre ogni singolo episodio di violenza nel mondo a tale insieme. Secondo la dirigenza del Paese gli atti di violenza nel Medio Oriente non potevano essere assimilabili agli atti di terrorismo puro che si verificavano in Tibet né agli attentati di matrice indipendentista della Cecenia. Oltre a questa profonda divergenza di contenuti, le posizioni di Pechino e Washington differivano profondamente anche per quanto riguarda gli strumenti da utilizzare per combattere il terrorismo. In quest’ottica l’intervento statunitense in Afghanistan prima e in Iraq poi si discostava nettamente dalla volontà cinese di affrontare la questione con l’arma della diplomazia.

Nel settembre 2011 la dirigenza del Partito Comunista Cinese pubblicò il “Libro Bianco sullo sviluppo pacifico” nel quale si annoveravano i core interest cinesi non negoziabili. Questi erano:

  • sovranità statale
  • sicurezza nazionale
  • integrità territoriale e riunificazione nazionale
  • conservazione del sistema politico stabilito dalla costituzione cinese e della stabilità sociale complessiva
  • tutela di uno sviluppo socioeconomico sostenibile

2.4. Quali gli sviluppi futuri?

E’ possibile affermare, quindi, che negli ultimi vent’anni si sia verificato il passaggio da una formulazione puramente ideologica della politica estera, basata sulla difesa dei comuni valori del comunismo o comunque sulla contrapposizione dei due blocchi, a un’impostazione decisamente opportunistica.

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Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/10

By Marco Antollovich

Capitolo Secondo: Georgia, pedina di un nuovo grande gioco

La nuova Russia e la politica del “Near Abroad”. L’allontanamento dal Cremlino

Fu proprio questa palese politica neo-imperialista russa che spinse Shevardnadze a svincolarsi il più possibile dal giogo di Mosca. Il 1998 fu l’anno della svolta: il presidente georgiano si dichiarò favorevole alla nascita di un progetto, la “Nuova via della Seta”, che avrebbe modificato gli assetti geostrategici del nuovo secolo.

Già dal 1993 erano state dettate le direttive generali di questo nuovo piano di sviluppo economico, noto anche con il nome di TRACECA, fortemente voluto dall’Unione Europea: i governi di Armenia, Azerbaigian, Georgia, Kazakhstan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Ucraina, Moldavia, Turchia, Bulgaria e Romania manifestavano così la volontà di condividere un progetto di integrazione economica che potesse rilanciarli sul mercato mondiale.

Nel 1998 a Baku venne rettificato il “Basic Multilateral Agreement” e due anni più tardi venne creata a Tbilisi una Commissione Intergovernativa.

Non bisogna inoltre trascurare che nell’ottobre del 1997 era nato un altro progetto, più contenuto negli intenti rispetto alla TRACECA, ma ugualmente importante: tale organizzazione, denominata GUAM (l’organizzazione cambiò il nome in GUUAM dal 1999 al 2005, periodo in cui l’ Uzbekistan aderì come quinto membro), vedeva la partecipazione di Georgia, Ucraina, Azerbaigian e Moldavia in un progetto di cooperazione ristretto volto a sviluppare le relazioni tra i quattro paesi svincolandosi dalle restrizioni della CSI.

Boris Nemstov sottolinea correttamente che la creazione del GUAM non era volta direttamente contro il Cremlino, ma contro “La Russia imperialista e despotica”; una Russia democratica, priva di conflitti con i paesi membri del GUAM, avrebbe una possibilità concreta di far parte dell’organizzazione”.

Bisogna infatti considerare che la Russia continuava a fomentare l’instabilità interna dei quattro paesi membri, sia in modo diretto che indiretto, sostenendo le spinte centrifughe di Abcasia e Ossezia del Sud in Georgia, della Transnistria in Moldavia, del Nagorno Karabakh in Azerbaigian (indiretto) e dei Russi residenti nell’Ucraina orientale e in Crimea.

Un forum di cooperazione regionale, dunque, avrebbe potuto creare maggiori possibilità per i quattro paesi “satelliti” della Federazione Russa che avrebbero costituito una sorta di blocco economico-politico cuscinetto tra la CSI e l’UE.

La presenza dell’Azerbaigian avrebbe inoltre permesso a Georgia e Ucraina di diversificare l’approvvigionamento di idrocarburi, allentando la morsa politica di Gazprom nella regione.

Le ottime relazioni che la Georgia poteva vantare con l’Ucraina, per non parlare del “Tandem Caucasico”azero-georgiano (espressione usata dall’ economista georgiano V.Papava per sottolineare la forte collaborazione economica tra Georgia e Azerbaigian all’ interno del GUAM), resero la Repubblica Georgiana fulcro e mediatore all’interno del GUAM, aumentandone il livello di cooperazione con la Turchia e spingendola sempre più lontana da Mosca.

Questa nuova politica di allontanamento, tuttavia, doveva avere delle basi solide, al fine di evitare un isolamento dannoso e tutto ciò che la Georgia aveva da offrire era la sua posizione strategica.

Durante gli anni della presidenza Shevardnadze, seguita poi da un orientamento ancor più filo-occidentale del suo successore Saakashvili, le tre grandi direttive che costituiranno il fulcro della politica estera georgiana saranno: avvicinamento all’UE, avvicinamento agli Stati Uniti e, come menzionato poco sopra, buon vicinato con Azerbaigian e Turchia.

La costruzione della pipeline Baku-Tiblisi-Cheyan, fortemente voluta da Azerbaigian, Georgia e Turchia, avrebbe sancito un nuovo asse caucasico orizzontale, volto a collegare il Mar Caspio all’Europa.

La Russia, tagliata fuori dal “Nuovo Grande Gioco”, avrebbe risposto con un proprio asse caucasico-verticale russo-armeno-iraniano passante, giocoforza, per Tbilisi. Grazie a ingenti contributi europei vennero lanciati nuovi progetti per la costruzione di gasdotti e oleodotti (BTS e BTE), volti ad avvicinare sempre di più il Caucaso all’Unione Europea: tale strategia era perfettamente conforme ai nuovi programmi sulla sicurezza energetica europea e sull’allargamento dell’Unione verso est. Il vero problema per la Russia non stava nel perdere il controllo economico sia sulla Georgia che sull’Azerbaigian, considerando che i paesi della CSI influiscono sul commercio russo con soltanto il 15%. Il problema era perdere il monopolio sul controllo delle pipeline che dalle Repubbliche Centro-Asiatiche e dalla Russia stessa rifornivano i mercati europei.

Un ulteriore passo verso l’occidente fu il ritiro della Georgia dalla CSTO nel 1999, seguito da una dichiarazione in cui “la Georgia sarebbe entrata a far parte della NATO entro cinque anni”.

La guerra in Cecenia, inoltre, contribuì considerevolmente a esacerbare i rapporti già tesi tra Georgia e Russia. Nel 1999 l’esercito russo era infatti intervenuto nella Repubblica Cecena (all’interno della Federazione Russa), con l’intento di sedarne le mire secessioniste e combattere alcune cellule del terrorismo islamico affiliate ad Al-Qaeda impegnate nella liberazione di Grozny.

Durante il conflitto molti combattenti ceceni si rifugiarono in territorio georgiano, nel Pankisi Gorge (la vallata del Pankisi), attraversando facilmente i mal sorvegliati confini.

Dopo l’11 settembre 2001 e l’intervento americano in Iraq, la Russia si appellò anch’essa all’ art. 51 della Carta delle Nazioni Unite (l’ articolo 51 sancisce il diritto di legittima difesa nel diritto internazionale; spesso si ricorre tuttavia al concetto di “legittima difesa preventiva”, non trattato nell’ articolo 51 e non percepita dalla maggior parte dei giuristi come “consuetudine”. Mancando un attacco diretto georgiano contro la Russia, la richiesta di legittima difesa sarebbe stata inopportuna da parte russa)  per potere intervenire militarmente in Georgia e combattere il terrorismo internazionale.

Tali accuse non erano del tutto infondate: Shevardnadze aveva apertamente negato a Mosca l’estradizione di alcuni ribelli ceceni catturati nella zona del Pankisi, poiché la loro appartenenza ad Al – Qaeda non era comprovata da alcuna evidenza.

In realtà il parallelismo tra ciò che era avvenuto in Abcasia e Ossezia e gli avvenimenti in nel Nord Caucaso di inizio 2000 era fin troppo evidente: la Russia aveva ospitato e apertamente appoggiato guerriglieri sud osseti e abcasi e la Georgia stava ora simpatizzando con i Ceceni in un’ottica antirussa.

Tuttavia la nuova Russia di Putin cominciava a covare ambizioni da grande potenza e da grande potenza agì: alle dichiarazioni georgiane seguirono bombardamenti nel Pankisi. Shevardnadze, pienamente sostenuto da Washington, dichiarò tali attacchi una violazione dell’integrità territoriale della Repubblica. Gli Stati Uniti inviarono pertanto un contingente di 500 unità, composto da forze d’élite, in Georgia con l’intento dichiarato di addestrare l’esercito georgiano alla lotta contro il terrorismo.

Sebbene, come affermò il Ministro della Difesa russo Alexander Kosovan, “la presenza di truppe statunitensi in Georgia dovrebbe allarmare ogni soldato russo”, non seguì alla decisione del Pentagono alcun intervento diretto da Mosca; era ancora troppo presto per un conflitto aperto russo-georgiano. Nell’ottobre del 2002 Shevardnadze si impegnò a consegnare tutti i ribelli catturati, evitando un’escalation che avrebbe avuto per la Georgia conseguenze catastrofiche.

Una politica più ambigua accompagnò gli ultimi mesi della presidenza Shevardnadze. La firma di nuovi accordi con Gazprom, sommati a un parziale allontanamento dagli Stati Uniti, avrebbero dovuto consentire al presidente di riaprire le trattative su Abcasia e Ossezia del sud, grazie a un rinato interesse russo sulla questione. Il fatto che Mosca si dimostrasse disponibile a riaprire le trattative in cambio di accordi commerciali con la Georgia è sintomatico del fatto che la “difesa” russa delle due repubbliche secessioniste fosse solo uno degli strumenti utilizzati dal Cremlino per mettere pressione a Tbilisi.

La forte corruzione e la mancanza di cambiamenti tangibili nella condizione economica del popolo georgiano portarono tuttavia il 23 novembre 2003 alle dimissioni di Shevardnadze a seguito di una rivoluzione pacifica, chiamata “Rivoluzione delle Rose”.

La nuova presidenza Saakhasvili avrebbe portato a un pericoloso avvicinamento alla NATO e all’Occidente e al definitivo scontro con Mosca l’08.08.2008.

Marco Antollovich

Seguirà : L’allargamento oltre il Mar Nero: gli Stati Uniti in Georgia

Il post precedente è al link Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/9

Foto: Mikheil Saakashvili è tratto da Wikipedia

Aperti dal sottosegretario Magri i lavori del 28° PMSC e del 27° SEDM-CC in preparazione delle riunioni dei sottocapi della Difesa

Sono stati ufficialmente aperti dal sottosegretario alla Difesa Gianluigi Magri oggi, 11 settembre, a Roma, dopo un minuto di silenzio in memoria delle vittime dell’attacco alle Torri Gemelle, i lavori del 28° Political Military Steering Committe (PMSC) e del 27° South-Eastern Europe Defence Ministerial Coordination Committee (SEDM-CC).

Le riunioni del PMSC e del SEDM-CC hanno cadenza semestrale e fungono da sede preparatoria per le riunioni dei sottocapi di stato maggiore della Difesa e dei ministri della Difesa dei quattordici Paesi SEDM (Albania, Bosnia-Erzegovina, Bulgaria, Croazia, FYROM/ Macedonia, Grecia, Italia, Montenegro, Romania, Serbia, Slovenia, Turchia, Stati Uniti e Ucraina).

La SEDM si è costituita nel 1996 quale iniziativa tesa a favorire la cooperazione nelle aree della Sicurezza e della Difesa dei quattordici Paesi membri. La presidenza è stata assunta per la prima volta dall’Italia a Larissa, in Grecia, in occasione di una cerimonia tenutasi il 14 luglio 2011. Il mandato ha durata biennale.

Oltre ai paesi membri sono presenti anche Georgia e Moldavia con lo status di osservatori. All’attività partecipano anche rappresentanti di NATO, ONU, Unione Europea, e Regional Cooperation Council.

La prima riunione sotto la Presidenza italiana si era tenuta a Roma, nella cornice di Palazzo Barberini, dal 13 al 15 settembre 2011. Dopodomani 13 settembre si svolgeranno i lavori del 27° SEDM Coordination Committee.

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Fonte: Ministero della Difesa

Foto: difesa.it

Afghanistan: undici anni dopo l’attacco alle Torri Gemelle arrivano parole di pace, e di business, da parte talebana

Sono passati undici anni dall’evento che ha aperto drammaticamente il nuovo millennio, l’attentato alle Torri Gemelle di Manhattan dell’11 settembre 2001.

Allora la risposta americana alla mattanza nel cuore dell’America era stata in termini di lotta al terrorismo dove il terrorismo aveva casa, a oltre diecimila chilometri di distanza dagli States: l’Afghanistan.

Oggi, a undici anni da quell’evento sanguinoso e dopo una trasformazione della guerra che ora guarda a una exit strategy che sia il più possibile smooth, i colloqui di pace con i talebani abbozzati un anno fa sembrano riprendere vigore.

Ad alimentare maggiore ottimismo arriva un report del Royal United Services Institute (Rusi), che presenta dati incoraggianti dopo recenti intervisite con quattro elementi chiave dei talebani molto vicini al leader Mohammad Omar. Tra loro un comandante dei mujaheddin, un membro fondatore del gruppo e ministri del precedente governo. Nessuno ha accettato di essere nominato.

In sintesi, il documento del RUSI rassicura sul futuro dell’Afghanistan, esprimendo scarsissime possibilità che il paese ricada in un periodo di oscurità e terrore alla fine della missione combat di ISAF, ovvero dal 31 dicembre 2014 in poi.

Pur se le aspettative talebane vengono espresse sempre con levantina eleganza, c’è comunque interesse intorno alle dichiarazioni espresse verbalmente da un gruppo che di solito si esprime con i giubbotti esplosivi.

I talebani, emerge dal report, non ritengono esista una naturale inimicizia con gli americani e si dicono pronti ad accettare anche una presenza militare americana se risulta di aiuto alla sicurezza dell’Afghanistan.

In accordo a ciò potrebbero essere cinque le basi americane tollerate, per così dire, sul terreno fino al 2024: Kandahar, Herat, Jalalabad, Mazar-e-Sharif e Kabul. Naturalmente i talebani hanno avuto cura di esprimere la speranza che tale presenza si trasformi in vantaggi economici.

Riguardo ai contatti con al-Qaeda, il gruppo avrebbe espresso un profondo rimorso lasciando capire che ci sarebbe anche la disponibilità a non eseguire più gli ordini qaedisti una volta stabilito un cessate il fuoco. Un piano supportato anche dal Mullah Omar, secondo quanto dichiarato.

A fronte di tanta disponibilità, i talebani in cambio chiedono il rifiuto dell’attuale costituzione, che ha goduto dell’appoggio occidentale, il rifiuto a negoziare con il presidente Hamid Karzai, considerato dai talebani un fantoccio dell’Occidente, per finire con la richiesta di piena rivalutazione dell’organizzazione sul piano internazionale.

E non è tutto qui. I quattro rappresentanti chiedono all’America piena garanzia di non intervento contro Pakistan o Iran da basi afgane e il bando degli attacchi di drone. Se proprio vogliono, gli americani possono attaccare l’Iran dal Golfo Persico. Una concessione che più di negoziazione sa di mercanteggiamento, se si considera che costituzione, presidente e condanna del terrorismo sono proprio i punti cardine dell’intervento americano e alleato in Afghanistan.

Il report di RUSI arriva in concomitanza con la consegna del carcere di Bagram e di quasi tutto il suo contenuto agli afgani. Bisognerà quindi valutare le parole dei quattro innominati rappresentanti talebani nell’ambito di uno scenario tutto nuovo fra qualche tempo, quando si potrà apprezzare la bontà dell’atto direttamente sul terreno.

Di certo oggi, a undici anni dall’attacco alle Torri Gemelle, ciò che conta evidenziare è il riconoscimento da parte talebana che la collusione con al-Qaeda ben prima dell’atto terroristico che ha scosso l’Occidente non è stata vantaggiosa: “Tutti [e quattro] hanno dichiarato, con parole diverse, che i talebani ora riconoscono che i loro legami con al-Qaeda prima dell’11 settembre sono stati un errore”, riporta il documento specificando che i talebani considerano al-Qaeda responsabile della loro caduta nel 2001.

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Fonte: The Telegraph, RUSI

Foto: EPA/The Telegraph

9/11 – NYC skyline: nelle realizzazioni artistiche non convenzionali di Mounir Fatmi le Twin Towers esistono ancora

L’ombra è perfetta. Ma è solo un’ombra.

Queste realizzazioni artistiche riproducono il profilo di New York con le sue Torri Gemelle esattamente com’era prima dell’attentato dell’11 settembre 2001.

Le ha realizzate Mounir Fatmi, artista marocchino nato a Tangeri nel 1970, a partire dal 2003, utilizzando libri (le Torri Gemelle sono riprodotte con due testi del Corano), videocassette e casse acustiche.

Il titolo dell’opera, esposta per la prima volta nel 2007, è Save Manhattan.

Fonte e foto: doobybrain.com

Report di intelligence della US Homeland Security: Al-Qaeda infiltrata nelle aziende di servizio pubblico americane

E’ di martedì scorso l’allarme lanciato dal Department of Homeland Security americano, che nel bollettino dedicato alla minaccia interna nelle aziende di servizio pubblico, intitolato appunto Insider Threat to Utilities, parla di “violenti estremisti” infiltrati e di tentativi di adescamento di impiegati dall’esterno con l’obiettivo di causare danni fisici e cyber attacchi.

C’è la quasi certezza da parte del report di intelligence, secondo quanto scritto e riportato da ABC News, che tali iniziative rappresentino una seria minaccia alle infrastrutture e ai sistemi informativi di tali aziende pubbliche americane. Conoscere particolari chiave, oltre che l’organizzazione interna, espone pericolosamente il sistema e il personale impiegato a qualsiasi tipo di attacco.

Le aziende che maggiormente attirano l’interesse degli estremisti al fine di porre in essere un sabotaggio dall’interno dell’apparato statunitense sono le raffinerie chimiche e petrolifere.

Chad Sweet, ex capo di stato maggiore della Homeland Security, ha confermato ad ABC News che un attacco di questo genere rappresenta “l’unico modo con cui uccidere un gran numero di americani”.

In altre parole, il progetto che Osama Bin Laden stava per attuare in occasione del decimo anniversario dell’11 settembre, il temuto 9/11, secondo quanto rilevato dal materiale raccolto nel compound di Osama ad Abbottabad, in Pakistan, dopo l’intervento dei Navy SEAL dello scorso 2 maggio.

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Fonti: ABC News, The Daily Beast

Foto: Stan Honda/Getty Images/The Daily Beast