Caucaso

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/15 – La questione energetica. Il ruolo del Caucaso

By Marco Antollovich

Cap 2: Pedina di un nuovo grande gioco. La questione energetica – Il ruolo del Caucaso

Il ruolo del Caucaso

Come nei secoli passati, il Caucaso continua a rivestire un ruolo geostrategico fondamentale nella nuova corsa all’oro. Sebbene caratterizzata da una perenne e profonda instabilità, le cancellerie europee e statunitensi hanno identificato proprio in quella fascia tra il Mar Caspio e il Mar Nero la testa di ponte verso l’Asia Centrale.

Non bisogna dimenticare che l’embargo che grava sull’Iran lo rende una pedina esterna al nuovo grande gioco energetico; la Russia invece, come già detto precedentemente, controlla già la stragrande maggioranza delle pipeline esistenti in Asia centrale. Si deve inoltre aggiungere che i fermenti indipendentisti di alcune repubbliche russe come la Cecenia costituiscono un problema analogo a quello caucasico.

Il Dagestan e la Cecenia costituivano infatti un passaggio obbligato non solo per i gasdotti e gli oleodotti russi che partono dalle coste del Mar Caspio, ma anche la sola opzione per il trasporto degli idrocarburi azeri, prima che l’Occidente offrisse una via alternativa.

Considerando l’annosa questione del Nagorno Karabakh, un oleodotto che raggiungesse la Turchia via Armenia risultava impossibile da attuare: l’unica soluzione, pertanto, era rappresentata dalla Georgia. Durante la presidenza Shevardnadze il mondo aveva potuto assistere ad un rapido avvicinamento georgiano all’Occidente. Con Saakashvili la Georgia si sarebbe sentita, de facto, parte dell’Occidente, sancendo il definitivo distacco dalla Russia.

Gli investimenti occidentali e il processo di democratizzazione interno avevano reso Tbilisi un partner economico e politico fidato, in grado di attirare capitali esteri sempre maggiori. Le repubbliche secessioniste di Abkhasia e Ossezia del Sud, sebbene ledessero l’integrità territoriale georgiana e creassero notevoli problemi nella politica interna del paese, non costituivano un problema poiché periferiche e complessivamente lontane dal percorso delle future pipeline.

Il primo passo verso la realizzazione di una pipeline al di fuori del territorio russo fu la costruzione di un oleodotto, il Baku – Supsa che, partendo dalla capitale azera, trasportava il petrolio dai giacimenti di Chirag e Guneshi fino al porto georgiano di Supsa sul Mar Nero. La realizzazione di questo progetto fu resa possibile grazie ai fondi del consorzio AIOC. Non bisogna dimenticare la rilevante presenza occidentale nel consorzio che raggiungeva il 60% di quote azionistiche, sommando il 45% delle compagnie americane al 17,12%detenuto dalla BP.

Una quota non trascurabile del 6,75% era stata assegnata inoltre alla TPAO turca, rendendo la partecipazione della Lukoil ( 10%), complessivamente di poco peso.

La partecipazione turca al nuovo grande gioco non si sarebbe limitata alle quote azionistiche dell’AIOC. Grazie ai legami con Georgia e Azerbaigian avrebbe potuto rappresentare un vero e proprio trait-d’union tra il Caucaso e l’Europa.

La creazione di un’asse orizzontale avrebbe reso la Turchia un valido partner economico a livello regionale; il fatto che Istanbul fosse inoltre un membro di non poco peso all’interno dell’Alleanza Atlantica rendeva i risvolti di una cooperazione turco-caucasica maggiormente rilevanti più da un punto di vista politico che economico.

La Turchia si è progressivamente avvicinata molto alla Georgia, corridoio di transito indispensabile per gli idrocarburi del Caspio verso l’Occidente, nell’ottica di evitare Russia e Iran. Istanbul diventerà il primo partner commerciale georgiano nel 2008 e azero nel 2010. La relazione preferenziale con le due Repubbliche Caucasiche ebbe inizio quando, forte dell’appoggio dell’amministrazione Clinton, venne formulato per la prima volta un progetto volto a collegare Baku ad un porto turco, Cheyan, con la finalità di esportare gli idrocarburi del Caspio in Europa.

La realizzazione della pipeline Baku-Tbilisi-Cheyan avrebbe costituito una svolta per le politiche energetiche europee e statunitensi, un successo “per aumentare e diversificare l’offerta energetica mondiale […] la conquista più importante nella politica estera americana del 1999” (J. Zarifian, Les Etats-Unis au Sud Caucase Post-Sovietique, pag. 182).

Il progetto costituiva una vittoria per l’amministrazione Clinton, poiché l’oleodotto avrebbe attraversato soltanto paesi alleati statunitensi, by-passando Armenia, Russia e Iran, ma la realizzazione di questo progetto faraonico risultava tutto fuorché facile da concretizzare: la costruzione della pipeline, terminata nel 2005 e lunga 1.764 km, sarebbe costata gli investitori 3,9 miliardi di dollari. Il pagamento di una cifra tale fu possibile solo grazie ai finanziamenti delle compagnie petrolifere occidentali, de facto padrone dell’oleodotto: più del 30% delle quote apparteneva infatti alla BP, 8,71% alla Staoil norvegese, l’ 8,4% alla Chevron, il 2,5% alla ConocoPhilips e il 2,36% alla Hess, tutte e tre americane.

Le restanti quote spettavano a Italia, Francia, Turchia, Giappone e il 25% alla SOCAR azera (Rispettivamente: Eni 5%, Total 5%, TPAO 6,5%, Impex 2,5%) Sebbene la Georgia non possedesse quote azionistiche e quindi non potesse beneficiare dei dividendi da queste derivanti, si può affermare con certezza che la costruzione del BTC abbia avuto e continui ad avere un impatto positivo sull’economia georgiana, come giustamente analizza l’economista georgiano Vladimir Papava. Lo statista di Tbilisi afferma infatti che si poté assistere a un miglioramento sia a livello micro economico che macro economico. Più precisamente, quattro erano gli obiettivi specifici che la Georgia avrebbe voluto raggiungere grazie al piano di investimenti internazionale:

1. aumento delle entrate e conseguente miglioramento delle capacità economiche del paese;

2. miglioramento del settore agricolo;

3. rilancio della qualità della vita attraverso una modernizzazione delle infrastrutture;

4. aumento dell’ autonomia delle comunità nei programmi di sviluppo sociale.

Per quanto concerne l’aspetto prettamente interno, le tasse di transito derivanti dal passaggio del petrolio azero in territorio georgiano garantivano a Tbilisi un’entrata di 1,86 dollari per tonnellata. La cifra, che potrebbe sembrare irrisoria di primo acchito, ammontava ad un complessivo annuale di 62,5 milioni di dollari all’anno, per un totale di 2,5 miliardi di dollari dilazionato in 40 anni (George Eradze, Mark Hudson, David Jinjolia, et al., “Economic Trends”, Georgian Economic Trends).

L’investimento diretto da parte statunitense, che ebbe inizio a partire dalla prima fase di costruzione dell’oleodotto, ammontò a 514.670 milioni di dollari soltanto in Georgia, creando inoltre 2.750 nuovi posti di lavoro; il tasso di disoccupazione registrò un drastico calo del 33,3%, mentre il Prodotto Interno Lordo aumentò del 6,6%.

Le entrate ottenute grazie al BTC consentirono allo stato georgiano di investire il nuovo patrimonio nella costruzione di infrastrutture, nell’educazione e nel sistema sanitario.

La realizzazione della pipeline ebbe inoltre profonde ripercussioni sul sistema di alleanze che andava formandosi nell’area: Georgia e Azerbaigian si dimostrarono partner fidati e alleati preziosi sia per gli Stati Uniti che per la Turchia. (altro…)

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/14 – La questione energetica

By Marco Antollovich

Cap 2: La questione energetica

L’Azerbaigian: una nuova speranza

L’esistenza di giacimenti petroliferi nel bacino del Mar Caspio è nota ormai da secoli. La fuoriuscita spontanea di gas veniva considerata di natura divina. Alexandre Dumas, durante il suo viaggio nel Caucaso, descriveva l’esistenza di veri e propritempli, gli Atashgah, nei quali il gas fuoriusciva e ardeva per combustione spontanea,divenendo fenomeno di culto per gli zoroastriani.

Fu solo nel 1873 che i fratellisvedesi Alfred e Robert Nobel pensarono di sfruttare i giacimenti naturali di Baku,allora nell’Impero Russo, per dar vita a un commercio fiorente con l’Europa. Da allora, le risorse del Mar Caspio avrebbero suscitato un notevole interesse e avrebbero reso il Caucaso un’area di importanza strategica non trascurabile.

Al crollo dell’Unione Sovietica non esistevano gasdotti né oleodotti che potessero approvvigionare i mercati occidentali senza passare attraverso il territorio russo: le repubbliche di Azerbaigian, Kazakhstan e Turkmenistan erano infatti costrette a servirsi delle pipeline già esistenti per rifornire il mercato europeo.

Poiché la costruzione di “vie alternative” sarebbe risultata troppo costosa e politicamente pericolosa per i paesi della CSI, nei primi anni ’90, la Federazione Russa poté sfruttare la dipendenza delle neonate repubbliche per renderle sempre più indissolubilmente legate a sé da un punto di vista economico.

Fu questa politica di asservimento forzato che portò il presidente azero Heydar Aliyev a cercare nell’occidente un partner commerciale che potesse spezzare il legame con Mosca. Solo le grandi compagnie petrolifere americane e inglesi avrebbero infatti potuto fornire agli azeri il know-how e il capitale sufficiente per sfruttare i vasti giacimenti di idrocarburi del Caspio; in tal modo l’Azerbaigian sarebbe potuto diventare un fornitore in concorrenza con Mosca e non un suo dipendente.

E’ necessario tuttavia chiarire da subito che le risorse azere sono state sovrastimate per decenni: quella che si credeva fosse una vera e propria miniera d’oro nero, in realtà, non è che un piccolo attore: le risorse di petrolio azere costituiscono soltanto lo 0,4% del totale, mentre quelle di gas raggiungono lo 0,6% (fonte BP Statistical Review of World Energy, giugno 2012, pag 6; pag 20). Mettendo piede per la prima volta in Azerbaigian dopo il 1917, le industrie petrolifere occidentali intravedevano la possibilità di raggiungere, in un futuro, anche i mercati turkmeno e kazaco, di gran lunga più redditizi rispetto a quello azero.

Il 20 settembre del 1994 venne fondato l’AIOC (Azerbaigian International Oil Corporation), un consorzio internazionale dove Inglesi e Americani diventavano i maggiori azionisti, lasciando i Russi quasi completamente esclusi dal nuovo “bolsh’aya igra” azero (Bolsc’aya Igra, большая игра, non è altro che il corrispettivo russo di “Grande Gioco”).

Una via alternativa: l’isolamento russo

La perdita del controllo di una piccola pedina, quale Baku effettivamente era, da parte della Federazione Russa, avrebbe potuto avere per Mosca conseguenze drammatiche.

Non bisogna dimenticare infatti che le pipeline russe rifornivano monopolisticamente Armenia e Georgia e costituivano la più grande fonte di approvvigionamento di gas per Ucraina, Turchia, Est Europa e soprattutto per l’Unione Europea.

Il rapporto preferenziale che l’Azerbaigian aveva instaurato con l’Occidente sanciva la fine dell’egemonia russa nel mercato degli idrocarburi; il fatto per sé era importante, poiché creava un concorrente nel Caucaso, ma poteva avere conseguenze di gran lunga peggiori.

Il tutto dipendeva dalla disponibilità economica degli investitori occidentali i quali avrebbero dovuto, dopo la nascita dell’ AIOC, stabilire come e in quale quantità trasportare gli idrocarburi azeri nel mercato europeo. In base al successo delle future pipeline nel Caucaso, l’Occidente avrebbe potuto cercare di raggiungere anche la sponda est del Mar Caspio, chiudendo la partita con la Russia sulla “Grande scacchiera”.

Un elemento non trascurabile in questa analisi è rappresentato dal fatto che il 68,8% delle esportazioni russe è costituito dalla vendita di idrocarburi. Più l’Europa cerca di diversificare gli approvvigionamenti coinvolgendo un numero sempre maggiore di attori, più la Russia perde peso dal punto di vista internazionale.

Come già detto, le pipeline russe trasportano sì gas e petrolio prettamente russi, ma rappresentano l’unico mezzo attraverso il quale Kazakhstan e Turkmenistan possono raggiungere l’Europa. Queste due repubbliche dispongono di risorse energetiche sufficienti per mettere in discussione l’egemonia russa nell’Asia Centrale.

Secondo una stima pubblicata sulla BP Statistical Review sull’energia, le riserve petrolifere kazache rappresenterebbero ben l’1,8% del totale mondiale, e l’1% per quanto concerne il gas. Le riserve di gas Turkmene rappresenterebbero invece il 12% del totale, rendendo la repubblica il quarto produttore di gas mondiale.

Un dato che sarebbe opportuno tenere in considerazione è che, “anche calcolato con i prezzi degli anni ’90, la stima complessiva delle riserve di petrolio e gas [nel Mar Caspio] è approssimativamente di 5 mila miliardi di dollari”, il che rende il bacino del Caspio il secondo più ricco al mondo (Alice J. Barnes and Nicholas S. Briggs, The Caspian Oil Reserves, Edge, Inverno 2003, pag 13).

Considerando le immense riserve presenti nell’area, il vuoto lasciato dal crollo dell’Unione Sovietica poteva permettere alle nuove Repubbliche Centro-Asiatiche di creare legami più saldi con nuovi partner economici.

Dall’inizio degli anni ’90 ebbe pertanto inizio una vera e propria “politica delle pipeline”, in base alla quale la costruzione di nuovi oleodotti o gasdotti avrebbe plasmato le nuove direttive delle politiche estere delle neonate repubbliche.

E’ opportuno sottolineare che i cinque maggiori consumatori mondiali di idrocarburi sono Stati Uniti, Unione Europea, Cina, Giappone e India. Considerando che i suddetti stati possiedono soltanto il 3,1% delle riserve petrolifere del pianeta e l’8,4%115 di quelle di gas, è chiaro che la politica energetica sia il fulcro delle relazioni internazionali, sia politiche che economiche, di queste potenze mondiali.

La costruzione di pipeline che riforniscano direttamente i mercati cinesi sfruttando le risorse kazache e turkmene potrebbe lenire la dipendenza di Pechino dalle politiche russe. Allo stesso modo la costruzione di gasdotti e oleodotti che rifornissero i mercati europei, passando attraverso il Caucaso indipendente e la Turchia, costituirebbero una grave minaccia per la politica energetica condotta da Mosca.

La sfida per la costruzione di nuove pipeline avrebbe dunque avuto come obiettivo principale far sì che esse passassero al di fuori della Federazione Russa per tutte le cancellerie occidentali e all’interno, ovviamente, per Mosca.

Ragionando in termini economici, basti pensare che la costruzione della MEP (Main Export Pipeline) fortemente voluta dalla Russia, avrebbe potuto garantirle 5,5 miliardi di dollari di dividendi, 18,4 miliardi di tasse annuali e 900$ milioni di introiti derivati dal passaggio territoriale.

Considerando lo spessore dei potenziali introiti, il controllo delle pivotal areas sarebbe risultato fondamentale dopo la caduta del gigante sovietico.

Marco Antollovich

Seguirà Il ruolo del Caucaso

Il post precedente è al link Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/13 – Gli USA e la Georgia, una democrazia di comodo

Foto: IspiOnline

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/9

By Marco Antollovich

Capitolo Secondo: Georgia, Pedina Di Un Nuovo Grande Gioco

La nuova Russia e la politica del “Near Abroad”. La Russia nel Caucaso: il caso Georgiano

Come analizzato in precedenza, la nuova Federazione Russa aveva cercato di imporsi quale potenza egemone nelle Repubbliche Centroasiatiche e Caucasiche attraverso un alto livello di cooperazione, mediante accordi economici e militari. Il controllo del Caucaso rappresentava la conditio sine qua non della politica espansionistica russa non solo verso il Medio Oriente, ma anche verso la Turchia e verso l’Iran.

La nascita delle tre repubbliche aveva creato una serie di complicazioni non trascurabili per Mosca:

1) in base alle direttive che le tre Repubbliche Caucasiche avrebbero assunto in politica estera, la Russia poteva trovarsi o nella stessa posizione geostrategica del pre-dissoluzione dell’Urss, oppure si sarebbe vista bloccare la direttiva espansionistica verso Sud, con conseguenze economiche e strategiche devastanti;

2) la Russia si rendeva conto del fatto che sarebbe stato difficile riuscire a controllare tutte e tre le Repubbliche del Caucaso, a causa degli odi difficilmente sanabili tra Armenia e Azerbaigian. La situazione in Georgia risultava ancor più complessa e rappresentava un vero e proprio nodo di Gordio per Mosca: il nuovo leader Gamsakhurdia aveva ridestato il nazionalismo georgiano, fomentando l’odio verso l’invasore russo (Il popolo russo veniva considerato “invasore” poichè la Georgia era stata costretta a entrare nell’Urss forzatamente, dopo la disfatta delle forze mensceviche contro l’Armata Rossa) e si era reso promotore di una politica di repressione delle minoranze. Le regioni di Abcasia e Ossezia del Sud avevano più volte richiesto l’indipendenza e l’annessione alla RSFSR. Queste due pedine potevano diventare la testa di ponte per collegare il Caucaso del Sud alla Russia. Tuttavia bisognava agire in modo calcolato e prudente poiché una politica poco lungimirante nei confronti dell’ Ossezia del Sud e dell’Abcasia avrebbe potuto compromettere i rapporti con le repubbliche musulmane del Nord Caucaso, quindi in territorio russo stricto sensu, e favorirne le mire indipendentiste.

In un Caucaso difficile da pacificare, la soluzione migliore sembrava portare a fomentare il caos nella regione: la carta dell’ “instabilità” avrebbe costituito più volte l’asso nella manica della politica di Eltsin prima e di Putin poi: poiché i legami che vincolavano il Caucaso indipendente e la Federazione Russa erano ancora molto forti, non sarebbe stato difficile per Mosca ottenere il placet internazionale per l’invio di “contingenti di pace” nelle zone di guerra.

Il dispiegamento di peacekeepers russi (formalmente sotto mandato della CSI) in Abcasia e Ossezia del Sud non sarà altro che uno strumento “politically correct” per esercitare un controllo militare nell’area.

A cosa sarebbe servito, tuttavia, fomentare il caos e l’odio trai popoli in una zona già vessata da crisi economiche e guerre civili?

Per rispondere a questa domanda bisogna introdurre, in breve, le nuove dottrine dell’Unione Europea e degli Stati Uniti, sia per sè sia attraverso la NATO: l’ultima teoria sostenuta da molti stati europei prevede appunto un allargamento dell’area Schengen, ponendo come fulcro il Mar Nero.

I primi paesi che hanno beneficiato di questa nuova politica di integrazione sono stati pertanto Romania e Bulgaria, sulla costa occidentale del Mar Nero; la Turchia invece, a causa di problemi interni che non andremo a trattare in questo saggio, pare essere ancora lungi dall’ ingresso in Europa.

Notevoli complicazioni sono sorte inoltre quando Georgia e Ucraina hanno manifestato il desiderio di diventare sia membri dell’Unione che membri NATO. Sebbene Putin avesse accolto con indifferenza tali possibilità, in seguito alle “Rivoluzioni Colorate”, il presidente russo non parve propenso ad assecondare le velleità europeistiche e filo atlantiche delle sue due ex-repubbliche. Con l’instaurarsi di governi dichiaratamente filo-occidentali sia in Georgia che in Ucraina, la Russia si sarebbe potuta trovare con due paesi membri della NATO nel “giardino di casa” .

Uno dei punti fermi dell’Organizzazione Nord-Atlantica nei confronti dei nuovi candidati prevedeva però l’impossibilità di diventare membro effettivo se fossero stati in corso, al momento della richiesta, conflitti all’interno dei propri confini nazionali. Ecco spiegato uno dei due principali motivi per cui un Caucaso pacificato non rientra nei piani russi.

Il secondo motivo per cui un Caucaso instabile gioverebbe più alla Russia che alle cancellerie occidentali riguarda l’annosa questione delle risorse energetiche.

Il bacino del Mar Caspio rappresenta il nuovo “El Dorado” per tutte le maggiori compagnie petrolifere, con riserve di idrocarburi di notevole interesse per tutti i paesi importatori di gas e petrolio. Sebbene esista già una forma di cooperazione tra tutti gli stati costieri del Mar Caspio, la CECO (Caspian economic cooperation organization; composta da Russia, Kazakhstan, Azerbaigian, Turkmenistan e Iran. L’ organizzazione risulta complessivamente inefficiente a causa delle dispute tra gli stati membri riguardo lo status giuridico del Mar Caspio: a seconda del fatto che il bacino venga considerato un lago o un mare chiuso, la suddivisione delle acque territoriali varierebbe sensibilmente e, con esso, anche il controllo di notevoli giacimenti offshore),  il fatto che nuovi stati indipendenti ricchi di giacimenti (Kazakhstan, Turkmenistan, Azerbaigian) possano intraprendere politiche energetiche diverse rispetto alla volontà di Mosca suscita l’interesse di grandi attori internazionali tra i quali Cina, India, ma soprattutto Stati Uniti e Unione Europea. Nella speranza di diversificare l’origine delle importazioni di idrocarburi e di allentare la morsa congiunta di Russia e Medio Oriente, Stati Uniti ed Europa avrebbero attuato, dalla metà degli anni ’90, una politica di avvicinamento al Caucaso. Perché il Caucaso? (altro…)

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/4

By Marco Antollovich

Cap.2 della tesi “Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente” (M.Antollovich)

Indipendenza della Georgia e indipendenza dalla Georgia

La Georgia, culla di una nazione che vanta origini antichissime, di gran lunga precedenti alla Rus’ di Kiev, è stata considerata per secoli una colonia russa, prima dell’Impero zarista e poi dell’ Unione Sovietica.

Molti furono i Georgiani che riuscirono a emergere e a ottenere posizioni di ruolo nella multietnica e variegata realtà sovietica. Basti pensare a figure come Stalin, Berija, entrambi di nazionalità georgiana, o al legame di sangue che ha vincolato gli ultimi tre ministri degli esteri russi a Tbilisi: Primakov trascorse tutta la sua infanzia e la sua giovinezza nella capitale, mentre la madre del suo successore, Igor Ivonov era anch’essa originaria di Tbilisi. Da ultimo, il padre di Sergei Lavrov, attuale ministro degli esteri russo, faceva parte dell’ èlite armena della città.

La Georgia, ancor più di Armenia e Azerbaigian, rappresentava (e continua a rappresentare) perfettamente quel crogiolo di etnie, lingue e culture che caratterizza da sempre il Caucaso del Sud: stando all’ultimo censimento sovietico in Georgia, più precisamente, su una popolazione totale di 5.401.000 abitanti, solo il 70% era rappresentato da Georgiani.

Del restante 30%, gli Armeni costituivano la minoranza più numerosa (8%), seguita dai Russi con il 6.3% e Azeri con il 5.7%. Le popolazioni ossete e abcase rappresentavano rispettivamente il 3% e l’1.8%. Ciascuna delle minoranze, inoltre, occupava una zona ben definita all’interno del territorio georgiano: nella regione di Samtskhe-Javakheti, a meno di 300 chilometri da Tbilisi, gli Armeni costituiscono più del 50% della popolazione raggiungendo il 95% in certi distretti.

Gli Osseti rappresentavano nell’Ossezia del Sud, su circa 100.000 abitanti, il 66%, mentre i Georgiani, costituivano il secondo gruppo più numeroso della regione con il 29% della popolazione.

Il ruolo delle minoranze costituirà una delle questioni più annose per la nazione georgiana dopo l’indipendenza e sarà foriero di conflitti interni e attriti internazionali.

Sebbene il tenore di vita in Georgia fosse considerevolmente più elevato che in molte altre Repubbliche Sovietiche, la mancanza di risorse naturali rendeva il mercato georgiano indissolubilmente vincolato a quello sovietico: la coltivazione di viti (e la produzione di bevande alcoliche), agrumi e di tè rappresentava l’unica forma di esportazioni in tutta l’URSS.

Considerando che la coltivazione di tali prodotti avveniva solo sulle coste del Mar Nero (principalmente in territorio abcaso), essa rappresentava una fonte di introiti non trascurabile per l’economia georgiana, ma aveva alimentato negli anni un vasto mercato nero, con una conseguente impennata di corruzione negli anni ‘80.

Il crollo dell’ Unione Sovietica ebbe dunque ripercussioni devastanti sul neonato stato georgiano poiché la relativa chiusura dei mercati, sommata alle guerre civili combattute al suo interno, portarono a una riduzione drastica dell’economia: rispetto al PIL del 1989 si registrò un calo dell’11% nel 1990, del 20.6% nel 1991, del 43.4 % nel 1992.

Da questa breve introduzione possiamo dedurre quanto la Georgia di fine anni ’80 fosse un territorio instabile e fragile sotto ogni punto di vista, all’interno di un altrettanto fragile Unione Sovietica. Ma come reagì questo piccolo stato agli avvenimenti che portarono alla dissoluzione del colosso sovietico e all’indipendenza del Caucaso?

Come nelle vicine repubbliche di Armenia e Azerbaigian, esisteva una Nomenklatura georgiana vicina o facente parte del partito che si era arricchita negli anni grazie al fiorente mercato nero; tali patronati andarono, col passare del tempo, a ricoprire un ruolo sempre più importante all’interno dell’amministrazione statale.

Grazie alla politica di decentramento dell’era di Gorbaciov, emersero delle nuove figure fondamentali per l’indipendenza del Caucaso e della Georgia, in particolar modo: i “patriot-buisnessman”.

Questa neonata categoria politico-militare-economica, grazie agli introiti derivati dal mercato nero, era in grado di organizzare forme di milizia privata altamente addestrata; tale milizia andrà a costituire il nucleo centrale dei vari eserciti nazionali agli albori dell’indipendenza, nei primi anni ‘90.

Il desiderio di svincolarsi dal giogo russo aveva dunque portato alla formazione di partiti e movimenti d’opposizione durante la fine degli anni ’80, tutti di stampo nazionalistico, tutti anti-russi, ma non tutti necessariamente anti-comunisti. Tra questi la “Società Rustaveli”, pro-comunista, il “Partito per l’Indipendenza Nazionale” di Tserteli, il “Partito Nazional-democratico” di Chanturia e la “Società di sant Ilya”, fortemente nazionalista, fondata dai dissidenti Kostava e Gamsakhurdia.

In Georgia, tuttavia, le prime vere manifestazioni volte a contestare il ruolo egemone del partito comunista cominciarono già nel novembre del 1988. Fu proprio durante le proteste di fine ’88 che emerse la figura di Zviad Gamsakhurdia, leader carismatico e misterioso, emblema messianico della lotta per l’indipendenza e del nazionalismo georgiano.

Gamsakhurdia, originario della Mingrelia (regione storica georgiana, abitata da Mingreli, un sottogruppo dei Georgiani), ma cresciuto a Tbilisi, era figlio del più noto poeta e letterato georgiano del XVIII-XIX secolo.

Filologo, traduttore di Baudelaire e di innumerevoli opere francesi, inglesi e statunitensi, Zviad aveva sin da giovane dimostrato uno spiccato amore per la patria e un altrettanto spiccato odio per l’invasore sovietico. Promotore di una politica basata sul nazionalismo più esasperato (il suo slogan era “la Georgia per i Georgiani”), legava a doppio filo la rinascita della Georgia sia all’indipendenza dall’URSS, sia a una gestione dello stato tutta georgiana, dove le minoranze non dovevano né potevano ricoprire alcun ruolo (privare le minoranze di un ruolo nelle amministrazioni locali avrebbe consentito alla popolazione georgiana di controllare meglio, anche grazie all’ imposizione del georgiano come lingua, dei territori di confine dove i Georgiani risultavano in forte minoranza).

Gamsakhurdia diventava pertanto il portavoce di un’ideologia nuova, quella nazionalista, rimasta latente per decenni sotto il comunismo.

Fu proprio l’esasperazione del nazionalismo georgiano che gli permise di ottenere un così ampio consenso popolare. Con una situazione politica instabile, un quadro etnico non privo di frizioni e una struttura economica al collasso, la ricerca disicurezza, come in altri regimi autoritari, costituì la carta vincente di Gamsakhurdia. (altro…)

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/1

By Marco Antollovich

Introduzione della tesi “Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente” (M.Antollovich)

Durante il mandato di Mikhail Serghevich Gorbaciov come Segretario Generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, il mondo assistette al rapido e inesorabile declino di una superpotenza, di una realtà e di un’idea che per settant’anni avevano rappresentato la più grande minaccia all’Occidente, agli ideali democratici e al libero mercato.

Per la prima volta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’equilibrio di Yalta veniva meno e una nuova Federazione Russa degradata al ruolo di “media potenza”. Le ambizioni egemoniche di quel che un tempo era stato il blocco comunista Sino-Sovietico svanivano e, con esse, un sistema basato su sfere di influenza, che da mezzo secolo veniva dato per consolidato.

Il crollo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche determina una ridefinizione degli spazi, dell’economia e degli interessi geostrategici di vecchi e nuovi rivali in quello che viene definito “ The new Great game” ( processo di espansione territoriale verso l’Asia Centrale, che vide scontrarsi l’Impero Britannico contro l’Impero Zarista).

La nuova conquista dell’Heartland e delle “pivotal area”, le zone di maggiore interesse strategico, vedrà le grandi potenze internazionali contendersi il controllo egemonico sui nuovi stati dell’Asia centrale e del Caucaso e sulle nuove democrazie dell’est Europa.

Cina, Russia, Stati Uniti, Iran, Turchia, Unione Europea e NATO sono i protagonisti di un contenzioso dai risvolti incerti per la ridefinizione della “scacchiera mondiale”, con la non ben mascherata finalità di ampliare le proprie sfere di influenza: stabilire nuovi poteri egemonici e controllare una zona ricca idrocarburi, posta al centro dell’ Eurasia.

Un impegno globale; focalizzato sulle aree, già esistenti o emergenti, che avranno un impatto considerevole sulla bilancia energetica mondiale. Questa è la nuova politica statunitense: la dipendenza dagli idrocarburi andrà quindi a dettare le condizioni nella politica estera dei maggiori paesi importatori di petrolio, nel tentativo di svincolarsi dai produttori medio – orientali.

Non bisogna trascurare tuttavia il ruolo che la nuova Federazione Russa, erede dell’Unione Sovietica, ha giocato e continua a giocare all’interno delle ex repubbliche: un’influenza storica, economica, politica e culturale i cui segni sono ancora marcati e indelebili.

La nuova politica Russa del “Near Abroad” (l’insieme di stati una volta facenti parti dell’ Unione Sovietica e ora indipendenti) che, seppur costretta a rinunciare a un ruolo egemonico, vanta ancora mire espansionistiche da “grande potenza”, si scontra dunque con un’inferenza europea e statunitense da molti percepita come indebita. Ma quali sono state le cause e,soprattutto, quali saranno poi le conseguenze della caduta del colosso sovietico, di ciò che venne definita da Putin come “la più grande catastrofe del Ventesimo Secolo”?

In questo scritto verrà analizzato come il controllo del Caucaso, e in particolar modo della Georgia, rivestirà un ruolo fondamentale all’interno di un processo di ridefinizione territoriale dell’area in seguito alla nascita di nuove repubbliche indipendenti da Mosca.

In particolar modo, attraverso un’analisi della storia della nazione georgiana successiva all’indipendenza, sarà possibile confrontare la politica di soft power statunitense, basata principalmente sull’intervento economico e culturale, a quella di hard power della Federazione Russa.

La ricerca approfondirà inoltre come l’intervento armato e la strumentalizzazione di moti indipendentistici in territorio georgiano abbiano costituito per il Cremlino uno strumento efficace di destabilizzazione territoriale in un’area di importanza strategica non trascurabile per la nuova politica russa.

Marco Antollovich