Gazprom

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/10

By Marco Antollovich

Capitolo Secondo: Georgia, pedina di un nuovo grande gioco

La nuova Russia e la politica del “Near Abroad”. L’allontanamento dal Cremlino

Fu proprio questa palese politica neo-imperialista russa che spinse Shevardnadze a svincolarsi il più possibile dal giogo di Mosca. Il 1998 fu l’anno della svolta: il presidente georgiano si dichiarò favorevole alla nascita di un progetto, la “Nuova via della Seta”, che avrebbe modificato gli assetti geostrategici del nuovo secolo.

Già dal 1993 erano state dettate le direttive generali di questo nuovo piano di sviluppo economico, noto anche con il nome di TRACECA, fortemente voluto dall’Unione Europea: i governi di Armenia, Azerbaigian, Georgia, Kazakhstan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Ucraina, Moldavia, Turchia, Bulgaria e Romania manifestavano così la volontà di condividere un progetto di integrazione economica che potesse rilanciarli sul mercato mondiale.

Nel 1998 a Baku venne rettificato il “Basic Multilateral Agreement” e due anni più tardi venne creata a Tbilisi una Commissione Intergovernativa.

Non bisogna inoltre trascurare che nell’ottobre del 1997 era nato un altro progetto, più contenuto negli intenti rispetto alla TRACECA, ma ugualmente importante: tale organizzazione, denominata GUAM (l’organizzazione cambiò il nome in GUUAM dal 1999 al 2005, periodo in cui l’ Uzbekistan aderì come quinto membro), vedeva la partecipazione di Georgia, Ucraina, Azerbaigian e Moldavia in un progetto di cooperazione ristretto volto a sviluppare le relazioni tra i quattro paesi svincolandosi dalle restrizioni della CSI.

Boris Nemstov sottolinea correttamente che la creazione del GUAM non era volta direttamente contro il Cremlino, ma contro “La Russia imperialista e despotica”; una Russia democratica, priva di conflitti con i paesi membri del GUAM, avrebbe una possibilità concreta di far parte dell’organizzazione”.

Bisogna infatti considerare che la Russia continuava a fomentare l’instabilità interna dei quattro paesi membri, sia in modo diretto che indiretto, sostenendo le spinte centrifughe di Abcasia e Ossezia del Sud in Georgia, della Transnistria in Moldavia, del Nagorno Karabakh in Azerbaigian (indiretto) e dei Russi residenti nell’Ucraina orientale e in Crimea.

Un forum di cooperazione regionale, dunque, avrebbe potuto creare maggiori possibilità per i quattro paesi “satelliti” della Federazione Russa che avrebbero costituito una sorta di blocco economico-politico cuscinetto tra la CSI e l’UE.

La presenza dell’Azerbaigian avrebbe inoltre permesso a Georgia e Ucraina di diversificare l’approvvigionamento di idrocarburi, allentando la morsa politica di Gazprom nella regione.

Le ottime relazioni che la Georgia poteva vantare con l’Ucraina, per non parlare del “Tandem Caucasico”azero-georgiano (espressione usata dall’ economista georgiano V.Papava per sottolineare la forte collaborazione economica tra Georgia e Azerbaigian all’ interno del GUAM), resero la Repubblica Georgiana fulcro e mediatore all’interno del GUAM, aumentandone il livello di cooperazione con la Turchia e spingendola sempre più lontana da Mosca.

Questa nuova politica di allontanamento, tuttavia, doveva avere delle basi solide, al fine di evitare un isolamento dannoso e tutto ciò che la Georgia aveva da offrire era la sua posizione strategica.

Durante gli anni della presidenza Shevardnadze, seguita poi da un orientamento ancor più filo-occidentale del suo successore Saakashvili, le tre grandi direttive che costituiranno il fulcro della politica estera georgiana saranno: avvicinamento all’UE, avvicinamento agli Stati Uniti e, come menzionato poco sopra, buon vicinato con Azerbaigian e Turchia.

La costruzione della pipeline Baku-Tiblisi-Cheyan, fortemente voluta da Azerbaigian, Georgia e Turchia, avrebbe sancito un nuovo asse caucasico orizzontale, volto a collegare il Mar Caspio all’Europa.

La Russia, tagliata fuori dal “Nuovo Grande Gioco”, avrebbe risposto con un proprio asse caucasico-verticale russo-armeno-iraniano passante, giocoforza, per Tbilisi. Grazie a ingenti contributi europei vennero lanciati nuovi progetti per la costruzione di gasdotti e oleodotti (BTS e BTE), volti ad avvicinare sempre di più il Caucaso all’Unione Europea: tale strategia era perfettamente conforme ai nuovi programmi sulla sicurezza energetica europea e sull’allargamento dell’Unione verso est. Il vero problema per la Russia non stava nel perdere il controllo economico sia sulla Georgia che sull’Azerbaigian, considerando che i paesi della CSI influiscono sul commercio russo con soltanto il 15%. Il problema era perdere il monopolio sul controllo delle pipeline che dalle Repubbliche Centro-Asiatiche e dalla Russia stessa rifornivano i mercati europei.

Un ulteriore passo verso l’occidente fu il ritiro della Georgia dalla CSTO nel 1999, seguito da una dichiarazione in cui “la Georgia sarebbe entrata a far parte della NATO entro cinque anni”.

La guerra in Cecenia, inoltre, contribuì considerevolmente a esacerbare i rapporti già tesi tra Georgia e Russia. Nel 1999 l’esercito russo era infatti intervenuto nella Repubblica Cecena (all’interno della Federazione Russa), con l’intento di sedarne le mire secessioniste e combattere alcune cellule del terrorismo islamico affiliate ad Al-Qaeda impegnate nella liberazione di Grozny.

Durante il conflitto molti combattenti ceceni si rifugiarono in territorio georgiano, nel Pankisi Gorge (la vallata del Pankisi), attraversando facilmente i mal sorvegliati confini.

Dopo l’11 settembre 2001 e l’intervento americano in Iraq, la Russia si appellò anch’essa all’ art. 51 della Carta delle Nazioni Unite (l’ articolo 51 sancisce il diritto di legittima difesa nel diritto internazionale; spesso si ricorre tuttavia al concetto di “legittima difesa preventiva”, non trattato nell’ articolo 51 e non percepita dalla maggior parte dei giuristi come “consuetudine”. Mancando un attacco diretto georgiano contro la Russia, la richiesta di legittima difesa sarebbe stata inopportuna da parte russa)  per potere intervenire militarmente in Georgia e combattere il terrorismo internazionale.

Tali accuse non erano del tutto infondate: Shevardnadze aveva apertamente negato a Mosca l’estradizione di alcuni ribelli ceceni catturati nella zona del Pankisi, poiché la loro appartenenza ad Al – Qaeda non era comprovata da alcuna evidenza.

In realtà il parallelismo tra ciò che era avvenuto in Abcasia e Ossezia e gli avvenimenti in nel Nord Caucaso di inizio 2000 era fin troppo evidente: la Russia aveva ospitato e apertamente appoggiato guerriglieri sud osseti e abcasi e la Georgia stava ora simpatizzando con i Ceceni in un’ottica antirussa.

Tuttavia la nuova Russia di Putin cominciava a covare ambizioni da grande potenza e da grande potenza agì: alle dichiarazioni georgiane seguirono bombardamenti nel Pankisi. Shevardnadze, pienamente sostenuto da Washington, dichiarò tali attacchi una violazione dell’integrità territoriale della Repubblica. Gli Stati Uniti inviarono pertanto un contingente di 500 unità, composto da forze d’élite, in Georgia con l’intento dichiarato di addestrare l’esercito georgiano alla lotta contro il terrorismo.

Sebbene, come affermò il Ministro della Difesa russo Alexander Kosovan, “la presenza di truppe statunitensi in Georgia dovrebbe allarmare ogni soldato russo”, non seguì alla decisione del Pentagono alcun intervento diretto da Mosca; era ancora troppo presto per un conflitto aperto russo-georgiano. Nell’ottobre del 2002 Shevardnadze si impegnò a consegnare tutti i ribelli catturati, evitando un’escalation che avrebbe avuto per la Georgia conseguenze catastrofiche.

Una politica più ambigua accompagnò gli ultimi mesi della presidenza Shevardnadze. La firma di nuovi accordi con Gazprom, sommati a un parziale allontanamento dagli Stati Uniti, avrebbero dovuto consentire al presidente di riaprire le trattative su Abcasia e Ossezia del sud, grazie a un rinato interesse russo sulla questione. Il fatto che Mosca si dimostrasse disponibile a riaprire le trattative in cambio di accordi commerciali con la Georgia è sintomatico del fatto che la “difesa” russa delle due repubbliche secessioniste fosse solo uno degli strumenti utilizzati dal Cremlino per mettere pressione a Tbilisi.

La forte corruzione e la mancanza di cambiamenti tangibili nella condizione economica del popolo georgiano portarono tuttavia il 23 novembre 2003 alle dimissioni di Shevardnadze a seguito di una rivoluzione pacifica, chiamata “Rivoluzione delle Rose”.

La nuova presidenza Saakhasvili avrebbe portato a un pericoloso avvicinamento alla NATO e all’Occidente e al definitivo scontro con Mosca l’08.08.2008.

Marco Antollovich

Seguirà : L’allargamento oltre il Mar Nero: gli Stati Uniti in Georgia

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Foto: Mikheil Saakashvili è tratto da Wikipedia

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/8

By Marco Antollovich

Capitolo Secondo: Georgia, Pedina Di Un Nuovo Grande Gioco

La Nuova Russia e la politica del “Near Abroad”

La dissoluzione dell’Unione Sovietica portò, il 26 dicembre del 1991, alla nascita di quindici differenti stati (più precisamente: la Federazione Russa, erede legittima dell’ Unione Sovietica, Ucraina, Bielorussia, Moldavia, Estonia, Lettonia, Lituania, Georgia, Azerbaigian, Armenia, Kazakhstan, Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizistan; la Germania Orientale si uni alla Germania Occidentale), ciascuno animato da forti sentimenti nazionalisti, nuove mire espansionistiche e una nuova politica estera volta a creare nuovi legami e nuove alleanze.

La Federazione Russa, erede dell’ Unione Sovietica, all’alba dell’indipendenza, si trovò in una situazione nuova e difficile da amministrare: in piena crisi economica e identitaria, sembrò addirittura che potesse essere inglobata dai nuovi piani espansionistici dell’Unione Europea.

Tralasciando ora le problematiche interne (sia economiche che politiche) della neonata federazione, ci focalizzeremo invece sulla sua politica estera. Da subito risultò evidente che l’influenza nell’Est Europa sarebbe andata scemando notevolmente in tutti quegli stati appartenenti al patto di Varsavia, nei quali sarebbe stato impossibile frenare l’espansione dell’Unione Europea e della NATO.

Il problema maggiore sorse quando anche le Repubbliche Baltiche, l’Ucraina e la Georgia cominciarono a manifestare l’intenzione di entrare nell’UE e nella NATO.

La nuova politica di integrazione Europea, espressa nella Carta di Parigi, prevedeva infatti che qualsiasi nazione in regola con i parametri europei avrebbe potuto entrare nell’Unione, senza che nessuno stato (in questo caso la Russia), potesse influire sulla decisione attraverso minacce economiche o militari.

La Russia si trovava dunque schiacciata dall’Occidente nell’Est Europa, dalle mire espansionistiche del nuovo colosso cinese in Asia Centrale e dalle nuove mire espansionistiche Statunitensi in tutti i nuovi stati una volta facenti parte dell’Unione Sovietica. A fronte di queste minacce, Mosca si trovò costretta a ridefinire un sistema di alleanze e un nuovo corso nella politica di controllo sulle ex-Repubbliche.

Tale politica verrà espressa dai Ministri degli esteri Primakov e Ivanov in due famose dottrine.

Le dottrine di Primakov e Ivanov

La prima, formulata da Evangenij Primakov, prevedeva un nuovo sistema di alleanze volto a rinsaldare i rapporti nel Near Abroad, attraverso la tutela delle minoranze russe presenti in quei territori, stringere nuovi legami economici grazie alle politiche energetiche e creare solide alleanze con le neonate Repubbliche. Tale dottrina, volta a contenere l’espansionismo statunitense e le sue ambizioni egemoniche sul Rimland (il Rimland è la fascia marittima e costiera che circonda l’Eurasia, essa si divide in 3 zone: Zona della costa europea; Zona del Medio Oriente; Zona asiatica.

La teoria e stata formulata negli anni ‘30 dallo studioso statunitense Spykman come evoluzione delle teorie di MacKinder), mirava a intensificare la presenza russa anche nel Medio Oriente.

In particolare, aumentò notevolmente la cooperazione con la Repubblica Iraniana, quando Primakov e il ministro degli esteri iraniano Ali Akbar Velayati definirono “inaccettabile” la presenza di potenze straniere nel Golfo Persico. Vennero siglati allora una serie di accordi economici e militari di non trascurabile mportanza: la Russia ampliava così la sua sfera di influenza a Sud, fino al Golfo Persico, in una regione di grande interesse strategico, ricca di giacimenti di petrolio e gas naturale, che a sua volta intravedeva nella nuova alleanza con una grande potenza la possibilità di by-passare l’embargo posto dall’ Occidente (nell’ ottobre del 1987 il presidente statunitense Ronald Regan decretò l’embargo totale di esportazioni e importazioni iraniane attraverso l’Ordine Esecutivo 12613, in seguito all’ attacco iraniano ai danni dell’ Iraq).

Il secondo obiettivo russo riguardava i rapporti con la Cina: oltre alla cooperazione economica, legata soprattutto al rifornimento di idrocarburi ad una Cina in continua espansione, risultava fondamentale rafforzare la cooperazione militare, una cooperazione che venne definita da Russia e Cina come “ una partnership strategica per il XXI secolo”.

Dal 1991 l’industria bellica russa ha fornito armamenti per un totale di 2 miliardi di dollari a Pechino. Dal 1996 i due stati collaborano all’interno della Shanghai Cooperation Organization, assieme a Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan ed Uzbechistan,un’ organizzazione creata con lo scopo di rafforzare la cooperazione militare tra le Repubbliche nelle regioni di confine.

Dopo l’invito all’Iran di entrare a far parte del gruppo, non è escluso che la SCO possa trasformarsi in una vera e propria alleanza militare volta a contenere l’espansionismo statunitense dal Golfo Persico allo stretto di Taiwan.

La seconda dottrina, formulata dal Ministro degli Esteri russo Ivanov nell’ottobre del 2003, nasceva con l’intento preciso di ridurre la presenza economica-militare di altre potenze al di fuori di quella russa nelle ex-Repubbliche Sovietiche. Tale dottrina poteva essere conseguita attraverso due strumenti: politica energetica e politica militare.

La politica energetica attuata da Mosca consisteva nell’utilizzare i giganti Gazprom e Roseneft (soprattutto in Ucraina, Georgia ed Armenia) per creare una condizione di sudditanza economica. Gazprom, inoltre, ha siglato negli anni degli accordi con le società kazakhe, turkmene e uzbeke per la costruzione e il controllo dei gasdotti e degli oleodotti in Asia Centrale.

Nel 1992 la Russia fu promotrice della nascita di un trattato di sicurezza collettiva tra Federazione Russa, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Armenia che sarebbe diventato effettivo soltanto nel 14 marzo 2002 con il nome di CSTO (Collective Security Treaty Organization).

I tre punti cardine dell’alleanza prevedevano la salvaguardia dell’integrità territoriale degli stati membri, una lotta comune al terrorismo e ai traffici illeciti nell’area e la salvaguardia dello status quo interno alle repubbliche, dopo le rivoluzioni colorate avvenute in Georgia, Ucraina e Kirghizistan.

Già nel dicembre del 1999 la Federazione Russa aveva cercato di ristabilire la propria egemonia economica sulle nuove repubbliche indipendenti attraverso la creazione della CSI (Commonwelth of Indipendent States), grazie alla quale era riuscita a stabilire ottimi rapporti economici con quasi tutte le neonate repubbliche.

La CSI non sarebbe riuscita tuttavia a evitare l’avvicinamento di Georgia e Ucraina rispettivamente all’Unione Europea e agli Stati Uniti.

Marco Antollovich

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Seguirà: La Russia nel Caucaso: il caso Georgiano

Mappa The Economist

Transnistria: un conflitto congelato da vent’anni nell’interesse delle grandi potenze e delle élite russe e ucraine

By Marco Antollovich

Transnistria: un nome poco conosciuto ai più, di cui poco si sa e poco si parla. Si tratta di un cosiddetto territorio (o stato) non riconosciuto, un’entità secessionista autoproclamatasi indipendente durante la dissoluzione del colosso sovietico agli albori degli anni ’90, ma che nessun altro stato riconosce. I conflitti congelati scaturiti dalla frammentazione dell’allora Unione delle Repubbliche Socialistiche Sovietiche sono quattro: il Nagorno Karabakh, conteso tra Armenia e Azerbaigian, le due repubbliche di Abcasia e Ossezia del Sud, dichiaratesi indipendenti dalla Georgia, e la Transnistria.

La questione transnistra non si può definire, a oggi, ancora risolta: i negoziati, intrapresi già a partire dal 1993, avrebbero visto due “blocchi” contrapposti dove l’OSCE, prima, e l’Unione Europea, poi, si sarebbero erti a difensori della causa moldava, mentre la Federazione Russa avrebbe difeso il separatismo transnistro. Ancora una volta, come in altre occasioni, gli interessi della popolazione sarebbero stati trascurati in favore delle élites locali, russe e ucraine, e degli interessi di grandi potenze. Come negli altri conflitti dell’area, la Russia sembra essere intenzionata a mantenere il controllo politico ed economico sulle ex-repubbliche sovietiche sfruttando l’autonomia degli Oblast’autonomi come leva, mentre l’espansionismo dell’Unione Europea a Oriente si pone in diretto contrasto con le mire egemoniche del Cremlino. Uno scontro tra Est e Ovest che investe anche la Repubblica Moldava, una nazione piccola, ma fortemente divisa tra il mondo rumeno-latino e quello russo-slavo.

Introduzione storica

Facente parte della RSS di Ucraina fino al patto Ribbentropp – Molotov del 13 agosto del 1939, la Transnistria (in russo: Приднестрóвская Молдáвская Респýблика) venne annessa alla Bessarabia, territorio storicamente rumeno, formando ufficialmente la RSS Moldava il 2 agosto 1940. Riconquistata dai Rumeni durante la Seconda Guerra Mondiale, la RSS di Moldavia venne rioccupata dall’Armata Rossa durante gli ultimi mesi del 1944. Nella Repubblica Sovietica riuscirono a convivere, per quasi cinquant’anni, una maggioranza rumena e minoranze russe, ucraine, turcofone (i Gagauzi) e bulgare. Le differenze all’interno della repubblica risultavano tuttavia marcate e potenzialmente foriere di conflitti: la maggioranza della popolazione moldava era infatti storicamente romena e soltanto la Transnistria, una fascia di terra tra il fiume Nistru/Dniestr e l’Ucraina (equivalente ad un decimo del territorio moldavo) risultava a maggioranza russo-ucraina (39% Moldavo/Rumeni, 28.3% Ucraini, 25.4% Russi e 1.9% Bulgari). La Transnistria godeva inoltre dell’appoggio di Mosca, il che le aveva permesso di perseguire con successo una politica di industrializzazione di gran lunga maggiore rispetto al resto della Moldavia: nel 1990, più del 30% delle industrie moldave ed il 90% della produzione energetica facevano capo a Tiraspol (capoluogo della Transnistria) e l’economia transnistra rappresentava il 40% del PIL nazionale.

La Perestrojka, come in altre Repubbliche Sovietiche, contribuì a far sì che il nazionalismo dilagasse anche nella RSS di Moldavia; i Moldavi, uniti sotto il Frontul Popular, richiedevano il riconoscimento del moldavo/rumeno (e l’ utilizzo dei caratteri latini e non del cirillico) come lingua ufficiale, un’autonomia sempre maggiore, e una possibile riannessione alla Romania. Ancor prima che la Repubblica Moldava dichiarasse la propria indipendenza, i due territori a minoranza moldava, Transistria (2 settembre 1990) e Gaguzia, dichiararono la loro, cercando il riconoscimento come repubbliche sovietiche indipendenti, ma sempre all’interno dell’ URSS. La causa principale di tale scelta era la paura di una possibile riunificazione romeno-moldava, nella quale le minoranze russe ed ucraine avrebbero avuto un ruolo defilato e marginale, sia politicamente, che in senso prettamente geografico.

A seguito della dichiarazione d’indipendenza della Repubblica Moldava, il 24 agosto 1991, Chisinau riaffermava la piena autorità sulla Transnistria. Il giorno seguente, il Soviet di Tiraspol annunciava l’indipendenza assoluta della regione, la Repubblica Moldava di Pridnestrovia.

Grazie ad aiuti economici e tecnici rumeni, la Moldavia organizzò un proprio esercito e, dopo aver dichiarato lo stato di emergenza, marciò su Tiraspol il 1° marzo 1992. I secessionisti transnistri, grazie all’ aiuto di “volontari” russi ed ucraini e della XIV Armata dell’ ex Armata Rossa del generale Lebed’, respinsero l’esercito moldavo e conquistarono Bender/ Tighina, città etnicamente mista, ma geograficamente ad ovest del Dnestr. Si stima che le truppe regolari dell’ esercito moldavo fossero circa 30.000, contro 14.000 soldati russi della XIV Armata, 9.000 miliziani transnistri addestrati dalla Russia e circa 5.000 volontari provenienti dall’Ucraina e dalla regione del Don. Il 21 luglio 1992, il presidente russo Eltsin e quello moldavo Snegur stabilirono il cessate il fuoco.

Le nazioni coinvolte

Sin dalla tregua del luglio 1992 si sono susseguite una serie di trattative ed accordi volti a normalizzare la situazione in Transnistria. La complessità della questione transnistra è dovuta a svariate ragioni di tipo culturale, linguistico, geopolitico, geostrategico ed economico e sono molti gli attori ad avere forti interessi nell’area. In primis, ovviamente, Moldavia e Transnistria e, a seguire, la Federazione Russa, la quale manifesta la sua presenza all’interno della repubblica secessionista controllandone l’apparato militare, i rifornimenti energetici, le industrie e la politica. L’Unione Europea, dal canto suo, riconosce l’incontrovertibile necessità di una pacificazione tra le due parti volta intensificare il processo di allargamento ad Est, in particolare della Moldavia e, in secondo luogo, dell’Ucraina. Kiev pare essere il giocatore con la posizione forse meno chiara e più sfumata, incerta sulla posizione da prendere, restia ad assecondare appieno sia le velleità russe, sia un’inferenza forse indebita dell’Unione Europea, combattuta tra la linea ufficiale di Kiev e le volontà dei potentati di Odessa e del Sud del Pese.

Gli interessi russi

Terminato il conflitto e pacificata la zona di Bender, la Russia si è posta in principio come unico mediatore tra le due parti ( coadiuvata sin dal 1993 da Ucraina e CSCE/OSCE) ed unica forza di peacekeeping internazionale, più per far valere i propri interessi in Transnistria, che per trovare effettivamente una soluzione al problema. La Federazione Russa risulta infatti fortemente vincolata a Tiraspol per diverse ragioni:

1) Nel suo ruolo di peacekeeper ha attivamente aiutato i secessionisti transnistri nell’attacco alla città di Bender, fornendo armi, munizioni ed equipaggiamento a quasi 10.000 miliziani transnistri, servendosi dei depositi sovietici presenti in loco, giocando un ruolo fondamentale nel piegare e far retrocedere il neonato esercito moldavo. Ciò che resta dell’ex XIV armata è tuttora di stanza in Transnistria con circa 1.200 uomini, ed un totale di 42.000 tonnellate di munizioni nei depositi di Colbasna. Secondo la missione OSCE in Transnistria, solo il 39% delle munizioni era stato riportato in Russia alla vigilia del 2003; in seguito, vi è stato un progressivo rallentamento nel processo di trasporto e smaltimento delle munizioni da parte della Russia. Pertanto, si stima che circa 22.000 tonnellate di munizioni siano ancora presenti in loco.

2) La Transnistria può essere considerata una “leva” grazie alla quale Mosca esercita pressione su Chisinau. Una delle maggiori paure del Cremlino risulta infatti essere un avvicinamento sempre più marcato della Moldavia all’ Occidente. Non a caso, il processo di allargamento ad Est dell’Unione Europea (Eastern Partnership) mira a stringere legami sempre più forti con l’ex repubblica sovietica in tempi relativamente brevi, il che implicherebbe la perdita di un partner commerciale da parte russa, ma anche un’Unione Europea sempre più vicina all’ Ucraina. Tuttavia, il processo di integrazione non sembra essere la questione che più sta a cuore a Mosca: la Moldavia deve rimanere una nazione neutrale ed un possibile allargamento della NATO priverebbe la Russia di una posizione egemonica nell’area. Sebbene sembri improbabile che la Pridnestrovskajia Respublica possa trasformarsi in una seconda Kaliningrad, il Cremlino sembra tutto fuorché incline a vedere ridotta la presenza russa nell’area. I 1.200 soldati russi rappresentano infatti una tutela per Tiraspol ed un deterrente contro una possibile revanche militare moldava, ma legano indissolubilmente la politica delle élites transnistre al placet di Mosca.

3) Tiraspol e Mosca non risultano reciprocamente vincolate soltanto da un punto di vista politico- militare, ma anche, e soprattutto, da un punto di vista economico: la sudditanza transnistra nei confronti della Russia è tale da rendere impossibile una politica indipendente.

Sudditanza economica: Gazprom e gli oligarchi

La Russia si fa carico delle pensioni dei cittadini della repubblica secessionista, concede prestiti ad interessi bassissimi e sovvenziona le campagne elettorali dell’ ex-leader transnistro ( in carica dal 2 settembre del 1990 al 30 dicembre 2011), Igor Smirnov, suo protégé. I tre fattori economici più importanti tuttavia, sono legati alla “shadow economy” (l’economia sommersa), alla privatizzazione e all’approvvigionamento energetico. Più precisamente, una parte dell’élite russa ritiene che un territorio non riconosciuto e dipendente da Mosca possa essere un ottimo canale di sfogo per il riciclaggio di denaro o per traffici illeciti di qualsiasi tipo, dal contrabbando di carni bovine a quello di droga a quello d’armi. Infatti, la missione OSCE in Moldavia dichiara di poter dimostrare che l’assemblaggio di armi in Transnistria avviene per conto delle compagnia russa Rozobronexport, società statale russa che funge da intermediario tra la Federazione Russa ed i paesi compratori nel mercato degli armamenti.

Gli imprenditori russi hanno inoltre investito molto nella Pridnestrovskaija Respublica, diventando sovrani indiscussi nel settore energetico, tessile e dell’industria pesante. Agli albori dell’indipendenza infatti, a causa di una mancanza quasi totale di liquidità, il presidente Igor Smirnov ha dato il via ad una campagna di privatizzazione, a causa della quale ora circa l’ 80% delle industrie risultano essere di proprietà russa. Un esempio emblematico è legato all’ impianto di Rîbniţa, dove ha sede la MMZ (Молдавский металлургический завод o Moldova Steel Works,) la più grande industria del paese, il cui fatturato costituisce circa il 60% del budget statale transnistro, che è detenuta da Alisher Usmanov, un oligarca russo facente parte dell’ entourage di Putin.

L’ultimo elemento, di certo non meno importante, che deve essere preso in considerazione è il ruolo di Gazprom, il colosso energetico russo: la Russia rifornisce la Transnistria di gas senza richiedere in cambio un pagamento diretto. Gazprom infatti vende direttamente alle industrie in mano agli oligarchi russi, che “rigirano” il debito contratto allo stato; così facendo non sono obbligate a fornire un compenso immediato, ma aumentano il debito pubblico statale nei confronti di Gazprom, il che le rende più competitive nei mercati europei. Poiché la Transnistria non ha mai pagato alcuna fornitura di gas sin dal 1992, il debito statale nei confronti di Gazprom ammonta oggi a circa 3,8 miliardi di dollari (sebbene le stime siano contrastanti); considerando che nel 2007 le autorità di Tiraspol hanno dichiarato che il Prodotto Interno Lordo statale non superava gli 800 milioni di dollari, risulta chiaro che Gazprom (quindi indirettamente il Cremlino), potrebbe far crollare l’intera struttura economica, e dunque anche politica, transnistra. Pertanto, risulta palese il fatto che qualsiasi iniziativa presa “direttamente” dalle élites di Tiraspol nasconde invero la mano di Mosca, poiché una presa di posizione in disaccordo con il Cremlino sarebbe impossibile. Inoltre, il debito nei confronti del colosso russo sembra essere un ostacolo insormontabile nel processo di riunificazione: se tale processo dovesse avere atto, i quasi quattro miliardi di dollari da versare a Gazprom diventerebbero un onere di Chisinau, un peso al quale la Moldavia sarebbe impossibilitata a far fronte.

Segue: Proposte per risoluzione del conflitto, post-rivoluzioni colorate e conclusioni dell’autore

(altro…)

Gli interessi statunitensi in Asia Centrale: storia recente e partnership NATO, L.Susic/5

By Luca Susic

Capitolo 1.2.2 della tesi “Gli interessi statunitensi in Asia Centrale: storia recente e partnership NATO” (L.Susic)

1.2.2 Petrolio e Gas

Reputo necessario dedicare uno spazio ampio a queste due importanti riserve, che accomunano le tre repubbliche più ricche e che ne influenzano maggiormente non solo lo sviluppo, ma anche l’importanza a livello internazionale. E’ attorno agli idrocarburi che si sta sviluppando un confronto fra grandi Potenze che ricorda da vicino il cosiddetto Grande Gioco, ma da cui differisce per la presenza di tre contendenti che non si affrontano per un dominio territoriale ma per quello puramente energetico.

Di conseguenza, i singoli Stati dell’Asia Centrale si trovano a dover agire in un contesto politico sempre più orientato a controllare le loro risorse e ad impedire che queste finiscano nelle mani di potenze straniere impegnate nella stessa attività.

Dal punto di vista economico, il Kazakistan si pone al vertice della produzione locale di petrolio, con oltre 1.6 milioni di barili al giorno, classificandosi al diciottesimo posto nella graduatoria mondiale, mentre è in continua espansione nel settore del gas naturale, le cui riserve stimate dal governo locale sarebbero l’1,7% del totale disponibile al mondo. Mentre l’oro nero è destinato in buona percentuale all’esportazione, il gas rappresenta il tallone d’Achille del grande Stato centroasiatico, che si è posto come obiettivo di medio periodo quello di poter raggiungere l’autosufficienza energetica in questo campo.

Fino al 2008, infatti, il consumo interno superava la produzione, ma il problema dei rifornimenti persiste poiché le infrastrutture necessarie al trasporto del gas non sono sufficienti a collegare in maniera adeguata i centri di produzione con quelli di consumo. Inoltre il 75% della produzione viene re-iniettata nel suolo per favorire l’estrazione di petrolio.

Al secondo posto di questa classifica, troviamo il Turkmenistan che, nonostante la fame di idrocarburi, riesce ad avere un export in crescita per entrambe le materie di cui sopra, ma che deve risolvere una importante disputa con l’Azerbaijan per il controllo di importanti giacimenti nel Mar Caspio, senza i quali vedrebbe notevolmente ridursi le proprie scorte.

Il paese con le riserve minori è l’Uzbekistan, che non riesce ogni anno ad essere autosufficiente per quanto riguarda il petrolio, ma che è nelle prime venti posizioni al mondo per produzione e vendita di gas naturale. I diversi tassi di crescita ottenuti grazie alla ricchezza del sottosuolo sono anche imputabili alle diverse politiche intraprese dai Presidenti dei vari Stati, che hanno sempre esercitato il monopolio sul settore energetico.

Da un lato Niyazov, che si faceva chiamare Turkmenbashi (padre di tutti i Turkmeni), stabilì un rigido controllo sulle risorse, poiché riteneva di essere il “comandante e capo dei giacimenti di gas del [suo] paese”: egli, diffidando di tutte le compagnie straniere e cercando di ostacolare in qualsiasi modo la loro penetrazione autonoma nel paese, ha autorizzato solo joint ventures fra il Ministero del Petrolio e del Gas e società personalmente selezionate. Nonostante i prestiti concessi da vari enti, come la Japan Export-Import Bank, questa linea non è cambiata sino alla morte del leader, che ha lasciato il Paese con il minor tasso regionale di PIL derivante da attività private.

La situazione è leggermente cambiata a partire dal 2008 quando sono state prese delle misure atte a garantire maggiore trasparenza all’interno del settore estrattivo, apprezzate anche dai mercati esteri che hanno iniziato timidamente ad investire in Turkmenistan, seppur ostacolati dal potere centrale.

Simile è la storia dell’Uzbekistan, anch’esso saldamente in mano ad un leader che non ha mai voluto delegare la gestione degli idrocarburi, nonostante una legislazione teoricamente molto aperta al libero mercato. Islam Karimov ha sempre deciso in maniera discrezionale le sorti delle multinazionali che bussavano alla sue porte: “He made deals at will” ebbe modo di dichiarare un rappresentante della Agip intervistato da Luong e Weinthal.

Il suo comportamento, comunque, ha iniziato a cambiare agli inizi degli anni 2000, con una serie di iniziative volte a rendere meno arbitrario l’accesso alle collaborazioni e permettere un maggiore afflusso di capitali stranieri, essenziali per poter procedere a nuove esplorazioni e a modernizzare strutture altrimenti obsolete. Mentre ciò ha funzionato nel settore del gas che, escludendo il 2009-2010, è in costante crescita per produzione, export e attrazione di investimenti, le cose sono andate diversamente con il petrolio per il quale, a fronte di una richiesta interna costante, la produzione è a livelli inferiori a quelli del 1992.

Migliore è la situazione in Kazakistan, paese che ha saputo attrarre capitale straniero a partire dall’indipendenza, senza però rinunciare al proprio peso negoziale, difeso dalla compagnia di stato KazMunayGaz (KMG), colosso creato nel 2002 che possiede una serie di società controllate impegnate in tutte le fasi dello sfruttamento del sottosuolo, dalla ricerca di nuove riserve alla raffinazione. L’apertura verso l’esterno ha permesso di iniziare l’uso di bacini di recente scoperta, come quello di Tengiz, attualmente gestito dalla TengizChevrOil , che produce da solo 550.000 barili di petrolio al giorno (quasi due volte e mezzo l’output giornaliero del Turkmenistan). La realtà energetica di questo paese è particolarmente rilevante per l’Italia, che risulta essere il primo importatore di oro nero kazako, e rappresenta da sola il 25% del suo mercato estero.

L’elemento comune a tutte queste realtà è la difficoltà che esse incontrano ad esportare i propri idrocarburi, motivo per cui sono costrette a sfruttare pipelines straniere, di solito russe, come è evidente nelle due cartine realizzate dall’EIA (tabella gasdotti, tabella oleodotti; le cartine in questione possono essere facilmente trovate all’indirizzo web: http://www.eia.gov/countries/cab.cfm?fips=TX).

Dalla cartina degli oleodotti è facile notare come tutti i paesi sfruttino prevalentemente oleodotti russi, indispensabili per far arrivare il greggio in Europa. L’alternativa principale è rappresentata dal porto di Baku, utilizzabile come hub energetico da cui far arrivare i prodotti in Turchia. E’ al vaglio anche un sistema di trasporto diretto sotto le acque del Mar Caspio (linea rossa tratteggiata) per collegare direttamente Kazakistan e Azerbaijan.

Maggiormente in difficoltà resta comunque l’Uzbekistan, che può contare solamente su un tratto che collega il Turkmenistan con le linee controllate dal governo di Astana.

Per quanto riguarda il gas (figura gasdotti), invece, il percorso principale è quello del CAC (Central Asia Center Pipeline), che dall’Uzbekistan si dirige a nord verso Orsk, in Russia, e appartiene a Gazprom (compagnia di Stato del Cremlino), che sfrutta tale sistema per trasportare anche gran parte della produzione Kazaka.

Diversa è la situazione del Turkmenistan, che può vantare collegamenti diretti con Iran e Cina, che permettono allo Stato di diversificare maggiormente la propria esportazione. Al fine di aumentare la capacità di vendita, il governo di Ashgabat ha iniziato a progettare una condotta che dovrebbe arrivare sino in India seguendo due possibili varianti, entrambe passanti per Afghanistan e Pakistan. L’irrealizzabilità del piano è dovuta alla scarsa stabilità politica che i due paesi hanno al momento.

Luca Susic

Seguirà 1.2.3 L’Uranio

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