geopolitica

Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/2

By Luca Maiotti

Capitolo 1 della tesi “Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi”, di Luca Maiotti

Gli strumenti teorici per l’analisi: le definizioni di conflitto e di identità

Al fine di poter procedere a un’analisi approfondita dell’identità saharawi durante il conflitto tra Fronte Polisario e Marocco, è opportuno illustrare preliminarmente alcune nozioni concettuali e storico-geografiche fondamentali. Di seguito saranno perciò definite le categorie di conflitto e identità di modo che vi si possa far riferimento e affinché possano fungere nello stesso tempo da strumento e destinazione della trattazione.

La definizione di conflitto

Per fornire una corretta definizione di “conflitto” sarebbe metodologicamente improprio fermarsi al numero di vittime causate da una guerra o dalle perdite sul mercato a causa di un embargo. Considerazioni di tipo statistico non possono costituire un valido strumento di analisi; possono al massimo fornire un dato da confrontare o interpretare. Lo stesso termine “conflitto” – peraltro spesso utilizzato impropriamente – può coprire un insieme di fenomeni o semplici tensioni molto differenti tra loro: da conflitto sindacale a conflitto israelo-palestinese. La prima distinzione che va operata è quella tra conflitto e guerra, espressioni spesso considerate equivalenti, quindi interscambiabili. Il conflitto consiste in un’incompatibilità di obiettivi tra due o più attori; la guerra è un conflitto in cui si ricorre alla violenza. La lotta armata è quindi solo uno dei possibili mezzi con cui il conflitto si materializza. Confondere conflitto e guerra è erroneo perché spesso con la fine della violenza – come nel caso del Sahara Occidentale – non termina il conflitto. In questo caso gli esiti più probabili sono di solito una guerra a minore intensità (sabotaggi, atti di terrorismo) o un provvisorio congelamento del conflitto.

Il settore pluridisciplinare della peace research si sforza di proporre agli operatori politici gli scenari che facilitino la risoluzione dei conflitti. Alcune modalità sono più stabili, perché si superano le incompatibilità (casi di risoluzione), altre si limitano a un congelamento (freezing) o una rimozione (avoidance), situazioni in cui il conflitto potrebbe rinascere in futuro.

La prima opzione per una risoluzione è l’integrazione o la separazione, attraverso i meccanismi di pace associativa o dissociativa. L’integrazione è simmetrica se si estrinseca tramite consociativismo (collaborazione di rappresentanti di gruppi religiosi, etnici, linguistici, culturali come in Libano) o federalismo – come nei casi di Iraq, Bosnia -; essa è invece asimmetrica se comporta solo autonomia amministrativa per determinati gruppi etnici, religiosi o linguistici. La separazione può essere simmetrica, se dà vita a stati di tipo mono nazionale (Timor Est, Eritrea, Sud Sudan), mentre si definisce asimmetrica qualora porti alla formazione di stati plurinazionali (Croazia, Serbia, Macedonia, Montenegro, Kossovo).

La seconda opzione è il compromesso, in cui l’oggetto del contendere viene diviso tra le parti in modo che entrambe siano soddisfatte. Sono i casi di confederazione con successione dei trattati oppure di condominio – nei quali la sovranità viene condivisa.

La terza opzione è lo scambio, che implica l’inserimento di un altro obiettivo che permette di realizzare delle reciproche concessioni. Per esempio in Cambogia in cambio dall’amnistia concessa ai Khmer rossi accusati di crimini contro l’umanità, lo Stato ha ottenuto come contropartita la cessazione delle ostilità.

La quarta opzione è la trascendenza, situazione in cui i fini degli attori sono tutti realizzati pienamente. Per esempio per alcuni conflitti in America Centrale prima dell’’89, il processo di democratizzazione dei gruppi militari comunisti viene considerato una forma di trascendenza.

La quinta opzione è il convincimento, in cui un attore realizza il proprio obiettivo mentre l’altro rinuncia unilateralmente al proprio – per esempio nei casi di accettazione delle decisioni di un Tribunale Internazionale .

Altre modalità non portano alla risoluzione del conflitto, ma giungono al massimo a un congelamento o a una rimozione.

Ad esempio, nel caso del dominio non c’è consenso né libertà di scelta per l’attore sconfitto, che viene soggiogato dall’avversario a causa di forti asimmetrie nella dotazione di risorse. Il dominio può essere il risultato di una sconfitta militare.

La diversione indica invece l’introduzione di una nuova interazione tra gli attori, di tipo positivo (un’attività cooperativa, come lo sfruttamento comune delle acque) o negativo (un secondo conflitto).

La multilateralizzazione introduce dei nuovi attori nelle interazioni.

La segmentazione indica la possibilità di frammentare l’avversario in due o più attori

Infine, la sovversione significa favorire il ricambio delle élite attraverso aiuti militari ed economici.

Per ulteriore chiarezza, si possono schematizzare le varie opzioni in una tabella

RisoluzioneRimozione
Integrazione (simmetrica, simmetrica)Dominio
Separazione (simmetrica, asimmetrica)Riduzione all’impotenza
CompromessoDiversione
ScambioMultilateralizzazione
TrascendenzaSegmentazione
ConvincimentoSovversione

Il conflitto quindi è un’esperienza dell’umano che può realizzarsi a diverse dimensioni. La complessità degli interessi in gioco spesso fa sì che l’intervento delle organizzazioni internazionali, prima tra tutti l’ONU, cerchi di limitare i danni e le perdite di vite umane, “accontentandosi” di congelare il conflitto. A questo proposito, il caso del Sahara Occidentale è ibrido: da una parte rientra nella categoria del dominio in quanto il territorio è stato completamente invaso e al momento attuale è saldamente nelle mani del Marocco; si può quindi parlare di pulizia etnica, con l’obiettivo di negare qualsiasi specificità culturale che possa dare adito a pretese di autodeterminazione. Dall’altra una risoluzione durevole di questo conflitto potrebbe essere raggiunta tramite una Separazione di tipo simmetrico, con la proclamazione dell’indipendenza della parte meridionale in seguito a referendum e lo stabilimento di frontiere da parte della Corte Internazionale di Giustizia.

La definizione di identità

La questione dell’identità riveste un ruolo centrale, perché rappresenta l’oggetto del contendere soprattutto ora che la lotta armata è sospesa e il territorio è posto sotto salda tutela marocchina. (altro…)

La regione del Grande Mar Nero a cavallo tra Europa e Asia; focus sulle interrelazioni con la Bulgaria, A.Miykova/9

By Anna Miykova

Cap 2: La Banca per il commercio e lo sviluppo

La BSTDB è un’istituzione finanziaria regionale indipendente. E’ stata istituita in forza dell’Accordo istitutivo concluso a Tbilisi il 30 giugno del 1994. L’apertura dei lavori viene ufficialmente dichiarata il successivo mese di febbraio, sebbene i lavori siano realmente iniziati solo nel giugno del 1999. Il capitale iniziale della banca corrispondeva a 1 miliardo di DPS70, suddivisi in 1 milione di azioni, ciascuna con un valore nominale di 1000 DPS.

In conformità all’Accordo istitutivo della Banca, nell’iscrizione della propria quota nel capitale iniziale, ogni Stato azionista deve versare 10 % della propria quota attraverso un effettivo pagamento in valuta convertibile, di cui 20% del capitale sottoscritto viene pagato dallo Stato membro in otto versamenti di egual valore. Nell’ipotesi di ritardo nel pagamento, allo Stato interessato non è praticato nessun interesse di mora.

Infine, il 70% della quota del capitale versata singolarmente è dovuta allo Stato che l’abbia versata, su (eventuale?) richiesta di quest’ultimo.

Con lo scopo di finanziare un numero maggiore di progetti su più vasta scala, e a causa del capitale limitato, la Banca del Mar Nero attira risorse provenienti dal mercato finanziario libero. Conformemente a quanto stabilito nell’accordo istitutivo e poiché la BSTDB è un’istituzione finanziaria internazionale, essa è svincolata da tasse e da ogni tipo di oneri doganali.

La Banca è gestita dal Consiglio d’amministrazione, dal Consiglio dei direttori e da un Presidente. Nel Comitato amministrativo sono rappresentati i governi degli Stati membri, mentre in quello dei direttori, ogni Stato membro è rappresentato da uno specialista nel campo della finanza. Il Presidente viene eletto dal Comitato amministrativo.

Quest’istituzione è stata fondata alla scopo di supportare la cooperazione tra gli Stati membri dell’Organizzazione per la cooperazione economica del Mar Nero, in base allo sviluppo socio-economico di ciascun paese e della Regione nel suo insieme. Più concretamente essa finanzia in modo vantaggioso progetti regionali in settori primari dell’economia quali il trasporto, le telecomunicazioni, l’energia, le infrastrutture et alii. Finanzia inoltre piccole e medie imprese attraverso l’apertura di crediti a favore di tali aziende con sede legale negli Stati membri della BSEC; stimola lo sviluppo del commercio tra le imprese di tali Stati attraverso il prefinanziamento e il finanziamento delle esportazioni, incluse quelle al di fuori della regione della BSEC; infine rilascia rifinanziamenti a medio termine alle imprese esportatrici, e a breve e medio termine ad imprese importatrici.

E’ molto importante sottolineare come – secondo il programma della Banca – la parte consistente dei crediti sia concessa per finanziare progetti del settore privato. Inoltre, i crediti non vengono mai concessi direttamente all’impresa beneficiaria ma si fa capo, in ogni paese membro, agli intermediari d’investimento.

Fin dalla sua fondazione, la BSEC si configura come un’organizzazione a fini cooperativi a carattere spiccatamente economico. Allo stato attuale, essa include 12 paesi con una superficie territoriale di circa 20 milioni di km², con una popolazione di 340 milioni di persone, con un volume annuale di importazioni corrispondente a 300 miliardi di dollari ed è caratterizzata da un intreccio di relazioni molto diverse tra gli Stati della regione; diversi sono anche gli impegni che ciascuno Stato ha assunto nei confronti di altre formazioni od organizzazioni europee o mondiali. Tutto ciò lascia inevitabilmente un’impronta sull’attività attuale dell’organizzazione come anche sulle prospettive che essa possa trasformarsi in qualcosa di diverso e più complesso di una cooperazione nell’ambito economico.

Così, ad esempio, alcuni Stati hanno sottoscritto accordi preferenziali di commercio, altri hanno concluso accordi per la creazione di zone di libero scambio. Una parte di Stati, invece, difetta di qualunque tipo di contatti economici. Infatti, l’idea avanzata dalla Russia e dalla Turchia per la costituzione di una zona di libero scambio tra gli Stati membri della BSEC non ha ancora avuto seguito. Fu manifestata concretamente nella “Dichiarazione dell’intenzione di creare una zona di libero commercio nel quadro dell’Organizzazione per la cooperazione economica del Mar Nero”, pubblicata il 7 febbraio 1997. In essa è contenuta una serie di proposte concrete per la liberalizzazione del commercio tra gli Stati membri, nel pieno rispetto degli obblighi derivanti dall’OMC73, dall’Unione Europea e da altre collettività.

Le idee che catalizzarono maggiormente l’attenzione furono invece quelle relative alla riduzione e alla progressiva eliminazione delle limitazioni tariffarie e non tariffarie del commercio di prodotti industriali; il mantenimento dei tradizionali flussi del commercio di prodotti agricoli e l’allargamento del commercio di prodotti meno sensibili; l’implementazione del commercio transfrontaliero e la creazione di zone costiere di libero scambio; l’armonizzazione degli standard e la semplificazione del processo di reciproco riconoscimento dei certificati di conformità e simili.

Nonostante manchi, per ora, una prospettiva di trasformazione da semplice cooperazione economica a vera e propria integrazione economica nel quadro della BSEC, si riscontrano intensi sviluppi alcune delle seguenti direzioni:

i. Sviluppo delle infrastrutture della regione del Mar Nero, nel contesto di progetti già avviati di stampo europeo e regionale. Particolare importanza per la futura evoluzione dell’Organizzazione rivestiranno la sua attività di collegamento dei sistemi energetici dei singoli paesi membri, i suoi sforzi per la costruzione di una zona per il trasporto del Mar Nero come parte della rete di trasposto europea, in particolare la costruzione di corridoi di trasporto paneuropei che attraversino la Regione. Si fa in particolare riferimento al Corridoio IX “Nord-Sud” e al Corridoio VIII “Est-Ovest” et alii.

ii. Il superamento della disomogeneità interna dei mercati degli Stati membri della BSEC, attraverso lo sviluppo del commercio tra le imprese di questi Stati, oltre ad una graduale costituzione di una zona di libero scambio del Mar Nero.

iii. L’incentivazione delle piccola e media imprenditoria attraverso i principi adottati che disciplinano l’attività congiunta, progetti concreti e una politica collettiva nella regione promossa dalla BSEC.

iv. Sviluppo del turismo attraverso le misure concrete sviluppate dagli Stati membri per rendere la Regione del Mar Nero attraente anche sotto l’aspetto ecologico.

v. Aumento degli investimenti da parte della Banca per il commercio e lo sviluppo del Mar Nero nei campi sopracitati, in primis sulla base della sua collaborazione con la Banca Mondiale, con la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS), e la Banca europea degli investimenti (BEI). Sfortunatamente, una parte per nulla irrisoria degli ambiziosi progetti e dei programmi sviluppati nell’ambito BSEC, ha incontrato seri ostacoli nella sua concreta realizzazione. Quelli maggiormente incisivi possono essere: un diverso livello di sviluppo economico dei singoli paesi membri, l’assenza di un piano di lungo termine in cui le priorità nella cooperazione siano definite in modo chiaro per ciascun ambito, il basso livello di efficacia dei meccanismi di realizzazione della cooperazione, la carenza del coordinamento necessario tra i differenti organi della BSEC, l’insufficiente finanziamento interno ed estero.

Anna Miykova

Seguirà La prospettiva bulgara

Il post precedente è al link La regione del Grande Mar Nero a cavallo tra Europa e Asia; focus sulle interrelazioni con la Bulgaria, A.Miykova/8

La regione del Grande Mar Nero a cavallo tra Europa e Asia; focus sulle interrelazioni con la Bulgaria, A.Miykova/6

By Anna Miykova

Cap 1.4 della tesi La regione del Grande Mar Nero a cavallo tra Europa e Asia; focus sulle interrelazioni con la Bulgaria (Anna Miykova)

La Bulgaria dopo il secondo conflitto mondiale

Le vicende politiche della Bulgaria dal 1945 al 1989 non si sono discostate da quelle degli altri Paesi assegnati, dopo Yalta, alla sfera di influenza sovietica. A partire dal 1945, ebbe inizio una storia comune, e condivisa da tutta l’Europa Orientale, con l’affermazione dei Partiti Comunisti filo-sovietici, l’eliminazione – anche fisica – degli oppositori e la progressiva satellizzazione rispetto a Mosca, attraverso l’ingresso “spontaneo” nel COMECON33 e, nel 1955, nel Patto di Varsavia.

Liquidata l’opposizione, il Paese venne trasformato in una democrazia popolare: il governo realizzò la riforma agraria – attraverso la collettivizzazione – e nazionalizzò l’industria, fissando la produzione attraverso i piani quinquennali. Per mezzo secolo, la storia bulgara si cristallizza attorno alla figura di Todor Hristov Zhivkov (anche conosciuto in Bulgaria come “Tato”) rimasto ininterrottamente al potere fino alla “rivoluzione” del 1989.

Hristov Zhivkov fu il leader comunista indiscusso della Bulgaria dal 4 marzo 1954 al 10 novembre 1989. Nella seconda guerra mondiale, partecipò al movimento di resistenza contro la Germania nazista. Dopo la guerra, fu inviato in Unione Sovietica come comandante della Milizia del Popolo. In queste veci, fece arrestare migliaia di persone come prigionieri politici.

Nel 1951 divenne membro del Politburo e nel 1954 fu Primo Segretario del Comitato Centrale. Ricoprì inoltre la carica di Capo di Stato (Presidente del Consiglio di Stato) della Bulgaria dal 7 luglio 1971 al 17 novembre 1989. Nonostante un tentativo di colpo di Stato attuato da dissidenti militari e membri del partito nel 1965, fu il leader che rimase il più a lungo al potere in uno stato del blocco sovietico.

Durante il suo governo, tutte le voci dissidenti in Bulgaria furono aspramente soppresse, con migliaia di arresti in tutta la nazione. Con l’aiuto dell’URSS, Zhivkov rafforzò la collettivizzazione delle fattorie e tentò di modernizzare l’industria. Zhivkov era un protetto di Nikita Chruščёv, e un amico stretto di Leonid Brežnev, e pertanto era conosciuto per essere un servitore degli interessi dell’Unione Sovietica. Propose due volte l’unione della Bulgaria all’Unione Sovietica, portando come giustificazione il comune alfabeto cirillico e la condivisa eredità slava. Inviò le forze militari della Bulgaria a partecipare all’invasione della Cecoslovacchia nel 1968 da parte dei Paesi del Patto di Varsavia. Il dissidente Georgi Markov, che poi fu assassinato a Londra nel 1978 con un ombrello bulgaro avvelenato, disse: “Zhivkov ha servito l’Unione Sovietica più ardentemente di quanto abbiano fatto i leader sovietici stessi”. Il leader stalinista Enver Hoxha etichettò Zhivkov come una piccola cellula che avrebbe fatto qualunque cosa Chruščëv o il KGB avessero detto. Nonostante Zhivkov non divenne mai un despota come Stalin, dal 1981, passato ai 70 anni, il suo regime divenne sempre più corrotto e autocratico. Verso la fine del suo governo, cercò di effettuare timidi cambiamenti per modernizzare la Bulgaria, introducendo versioni più attenuate della glasnost’ e della perestrojka di Michail Gorbačëv. Questi tentativi non riuscirono a impedire la caduta del comunismo e la sua personale sconfitta. La campagna per “bulgarizzare” i nomi dei Turchi residenti nel Paese (che portò tra l’altro a un esodo dalla Bulgaria alla Turchia nel 1985), contribuì alla sua caduta.

Alla fine del 1989, Zhivkov fu espulso dalla Presidenza e dal Partito Comunista Bulgaro. Il partito rinunciò subito dopo al suo monopolio sul potere e nel giugno 1990 si tennero le prime elezioni libere in Bulgaria dal 1931.

Il leader comunista bulgaro fu arrestato nel gennaio 1990. Due anni dopo, fu condannato per malversazione e condannato a sette anni di carcere. Fu comunque autorizzato, a causa della sua salute, a scontare la pena con gli arresti domiciliari. Fu poi assolto dalla Corte Suprema Bulgara nel 1996.

Todor Zhivkov morì di polmonite nel 1998, e gli fu negato un funerale di Stato.

[Con Zhivkov] la Bulgaria divenne, se possibile, l’alleato perfetto per Mosca e il docile esecutore dei dettami moscoviti. Non vi fu mai un cenno di protesta né uno screzio mentre, in tutto il resto del blocco comunista, emergevano a fasi successive, moti di ribellione e insofferenza verso l’URSS (basti pensare alle crisi in Germania Est, Polonia, Cecoslovacchia e Ungheria, senza dimenticare la stessa Jugoslavia, espulsa dal COMINFORM).

Per anni, l’URSS è stata considerata “la seconda patria dei Bulgari” e, in base ad una legge del 1950, ai cittadini sovietici era attribuita parità di diritti e di doveri con quelli bulgari.

Agli inizi degli anni Ottanta, la Bulgaria assorbiva senza scosse – e anzi, approvava convinta – i due eventi più dirompenti per le democrazie popolari: la “normalizzazione” in Polonia imposta dal generale Jaruzelski e l’invasione sovietica dell’Afghanistan.

Questa fedeltà “assoluta” era ricompensata da Mosca mediante la cessione di greggio a prezzi speciali che, tuttavia, non avrebbe salvato il Paese dal disastro materializzatosi nel 1989. Allora, dopo decenni di totale immobilismo, per la Bulgaria iniziava una fase assai convulsa sia sotto il profilo politico sia economico, con poche luci e tante ombre, una forte instabilità e frequenti rimpasti di governo. La Costituzione democratica approvata il 12 luglio 1991 sanciva l’avvio di una repubblica unitaria parlamentare sul modello occidentale, nonostante il ruolo, tuttora forte, del Partito Socialista, erede di quello Comunista.

La transizione verso un sistema effettivamente libero e democratico non si rivelò né facile, né indolore. La politica di apertura del nuovo premier, Zhan Videnov, si dovette confrontare con due opposte fazioni: da un lato, l’ala conservatrice del partito e, dall’altra, quella del Presidente della Repubblica Zhelyu Zhelev, fautore di una progressiva integrazione nel sistema politico ed economico euro-atlantico. Il passaggio dal sistema statalista e centralizzato a quello liberale determinava un notevole peggioramento nelle condizioni di vita della popolazione e il malcontento, nel 1996, culminava in violente manifestazioni di piazza, con l’assalto – di manzoniana memoria – alla sede del Parlamento.

In quella fase convulsa erano molti, in Occidente, a temere per la Bulgaria una situazione simile a quella dell’Albania: collasso del sistema finanziario e creditizio, elevato rischio di una rivoluzione civile, evitata solo dalla decisione del governo di indire nuove elezioni nel 1997 – una data decisiva nella storia della Bulgaria e della sua progressiva integrazione nel sistema euro-atlantico.

Alla richiesta di adesione alla Partnership for Peace (PfP) della NATO, faceva seguito una serie di scelte coraggiose in ambito politico, nel quadro di un processo di democratizzazione: abolizione della pena capitale, ratifica della Convenzione Europea sui Diritti delle Minoranze (in base al censimento del 2001, la popolazione della Bulgaria è composta principalmente da Bulgari etnici, 83,9%, con due importanti minoranze: turchi, 9,4%, e Rom, 4,7%, il restante 2% consiste di diverse minoranze più piccole, comprendenti armeni, macedoni, russi, rumeni, ucraini, greci, tatari ed ebrei), che in Bulgaria rappresentano il 16% dell’intera popolazione, miglioramento dei rapporti bilaterali.

Italia, Grecia e Turchia hanno sostenuto la candidatura bulgara, al fine di creare un continuum con il resto dell’Alleanza Atlantica, consapevoli dell’elevata instabilità della regione. Peraltro, nei rapporti tra Atene e Sofia non sono mancati momenti di tensione, come nel 1999, per la questione di uno dei reattori nucleari di Kozloduy che hanno permesso alla Bulgaria di essere il principale esportatore di energia della regione e di cui l’UE ha chiesto, per ragioni di sicurezza, la chiusura – peraltro avvenuta qualche mese dopo.

Dal punto di vista geopolitico, la Bulgaria è, del resto, al centro di grandi progetti infrastrutturali che riguardano l’Europa Sud-Orientale: l’oleodotto dal Mar Nero all’Adriatico, attraverso il porto bulgaro di Burgas e quello albanese di Vlore e, dall’altro, l’autostrada da Trieste a Salonicco, da estendere eventualmente fino a Varna.

Grecia e Bulgaria, per ragioni storiche e strategiche, guardano con attenzione alla Macedonia: a partire dal 2001, hanno offerto supporto militare all’esercito di Skopje, nonostante vi fossero già presenti forze della NATO.

Gli interessi strategici bulgari, come quelli greci, in Macedonia sono storicamente molto forti: nonostante l’affinità tra Bulgari e Macedoni e il moderato ma vivo senso di koinè slava, Sofia ha sempre negato il carattere autonomo della lingua e dell’etnia macedone (visti, rispettivamente, come un dialetto bulgaro ed un gruppo particolare di Bulgari); secondo il Jane’s Sentinel, sembra, inoltre che essa sia coinvolta nel tentato assassinio, nel 1995, del Presidente macedone, Gligorov; dopo una fase di gelo, tuttavia, i rapporti bilaterali hanno conosciuto un netto miglioramento dopo la visita del Primo Ministro macedone, Georgievski, nel 1999.

Ma il governo bulgaro, contrario a un possibile – ma probabilmente poco realistico – ingresso nella NATO di Skopje, teme una possibile influenza serba e islamica in quell’area e un’estensione, entro i propri confini, delle tensioni etniche che caratterizzano la Macedonia: qui continua, infatti, l’attiva guerriglia dei separatisti albanesi sostenuti anche dall’UCK ed è sempre possibile un massiccio esodo di profughi.

L’Ushtria Çlirimtare e Kosovës (UÇK o UCK), nome albanese dell’Esercito di Liberazione del Kosovo, è stata l’organizzazione paramilitare guerrigliera e terroristica kosovaro-albanese che ha operato nei territori serbi del Kosovo e nella vicina vallata di Presevo. La sua azione inizia nel 1996 e acquista rapidamente consensi e forza, riuscendo, in certe fasi, a controllare circa la metà del Kosovo. Ha creato anche un governo per l’indipendenza. Nel giugno 1999 l’UCK fu ufficialmente dissolto ed i suoi membri – a dispetto degli accordi internazionali, firmati dal comandante inglese della Kfor, Mike Jackson e il capo dell’UCK, Hashim Thaci, che prevedevano il loro completo disarmo – andarono a costituire il neonato gruppo armato denominato in inglese Kosovo Protection Corps (KPC) A dispetto degli accordi, continuano a verificarsi scontri a fuoco anche contro le truppe della Kfor (ultima consultazione fonte <http://www.italia-liberazione.it/novecento/uck.html> Data ultima consultazione: 01.05.2012).

Dopo decenni di assoluta e provata “fedeltà”, sono mutati i rapporti con Mosca, nonostante gli accordi di cooperazione militare siglati nel 1992 con la Federazione Russa e l’Ucraina e, nel 1995, con la Bielorussia e la Moldova.

La Russia resta tuttora un attore importante nel Sud Est Europa: le Forze Armate bulgare, infatti, sono in gran parte ancora equipaggiate con mezzi di produzione russa e Mosca, che ha forti interessi in Bulgaria, non intende restare esclusa dai lucrosi appalti nel settore industriale, bellico (fornitura di armamenti) ed energetico.

Mosca non ha gradito la partecipazione di Bulgaria e Romania alla Forza di Pace del Sud Est Europa (MPFSEE), il cui Quartier Generale è proprio in Bulgaria, a Plovdiv e cui partecipano anche Albania, Grecia, Italia, Macedonia, Turchia. Un’idea interessante, lanciata nel 1997, prevedeva anche di creare una Forza Multinazionale del Mar Nero, formata da Bulgaria, Romania, Ucraina, Russia, Georgia e Turchia con compiti di assistenza umanitaria in caso di emergenza.

Rispolverando vecchi e mai sopiti timori di accerchiamento, Mosca ritiene la MPFSEE un ulteriore tentativo di limitare la sua influenza regionale; a più riprese, inoltre, ha espresso irritazione per il progressivo avvicinamento dei suoi ex alleati alle istituzioni euro-atlantiche, ritenuto inutile nel nuovo contesto post bipolare (nel 2001, alcune decisioni delle autorità bulgare hanno determinato nuove tensioni con Mosca: prima l’espulsione di alcuni diplomatici russi – definiti personae non gratae – poi l’introduzione di un visto obbligatorio per i cittadini russi che si fossero recati in Bulgaria).

Di notevole rilevanza strategica è l’accordo firmato nel 1999 con il Kazakistan: imprese bulgare parteciperanno alla realizzazione di una rete di gasdotti e oleodotti per convogliare gli idrocarburi kazaki verso i porti bulgari.

A trarre vantaggio dall’inasprimento nei rapporti russo-bulgari sono stati sia gli USA sia la Turchia – quest’ultima, per anni accusata da Sofia di volersi servire della minoranza turca in Bulgaria per destabilizzarla ed approfittare degli squilibri creati dal Trattato CFE44 nel Sud-Est Europa.

A differenza di altri Paesi dell’area carpato-balcanica, la Bulgaria non ha, all’interno, problemi di conflittualità etnico-religiosa: nel Paese, a stragrande maggioranza ortodossa, vive una minoranza turca – oltre il 9% della popolazione – di religione islamica, che non manifesta pulsioni fondamentaliste e ha, al contrario, una vocazione secolare e laica. (altro…)

Focus su difesa, terrorismo e sicurezza nel Mediterraneo: Ca’ Foscari e Marina Militare lanciano nuovo master all’Arsenale di Venezia. Iscrizioni entro luglio

Sono rivolti a ufficiali della Marina Militare, diplomatici e operatori umanitari i corsi del nuovo master ‘Studi strategici e sicurezza internazionale’, che sarà gestito come tutta l’offerta formativa Master d’ateneo dalla Ca’ Foscari Challenge School.

Il master nasce da un accordo siglato tra l’Università Ca’ Foscari Venezia e l’Istituto di Studi Militari Marittimi della Marina Militare, come si apprende dalla stessa Forza Armata.

Il corso si focalizza sulla sicurezza nel Mediterraneo e sul contrasto al terrorismo e alla proliferazione delle armi di distruzione di massa.

Il master si rivolge agli ufficiali in servizio della Marina Militare, ma non solo. Alcuni posti sono aperti a studenti interessati a sicurezza e studi strategici, analisti strategici e di geopolitica, funzionari di organizzazioni internazionali, operatori umanitari. Le domande di ammissione vengono accolte fino al 1° luglio 2014. I corsi inizieranno a ottobre e si svolgeranno all’Istituto di Studi Militari Marittimi che dal 1999 ha sede nell’Arsenale di Venezia e provvede alla formazione avanzata degli ufficiali della Marina Militare.

L’intesa è stata siglata a Ca’ Foscari tra il rettore, Carlo Carraro, e l’ammiraglio Salvatore Ruzittu, comandante dell’Istituto di Studi Militari Marittimi della Marina Militare, martedì 13 maggio scorso.

Il direttore del master è Matteo Legrenzi, professore associato di Relazioni Internazionali presso il Dipartimento di Studi Linguistici e Culturali Comparati e la Scuola in Relazioni Internazionali di Ca’ Foscari.

“Con questo master – ha sottolineato il rettore Carlo Carraro – l’offerta formativa di 37 master si arricchisce di una nuova specializzazione grazie alla quale la collaborazione tra Ca’ Foscari e la Marina Militare permetterà a studenti, civili e militari, di approfondire i temi della geopolitica, della sicurezza e delle relazioni internazionali. Al giorno d’oggi particolare importanza riveste infatti la sinergia tra operatori civili e militari in aree di crisi e in situazioni di emergenza umanitaria”.

L’ammiraglio Ruzittu ha dichiarato: “Questo è il coronamento di un rapporto di collaborazione già in atto che sfrutterà le sinergie nei campi di reciproco interesse. Con il nuovo master abbiamo concretizzato un’idea nata per usufruire del massimo livello di competenze a Ca’ Foscari in vista di ulteriori forme di collaborazione”.

L’obiettivo del corso è introdurre gli studenti ai fondamentali del pensiero strategico moderno, con riferimenti al pensiero classico e al diritto internazionale e particolare attenzione a temi e concetti quali guerra asimmetrica, Mediterraneo allargato, terrorismo e armi di distruzione di massa. Si tratta, infatti, di tematiche attuali e di grande interesse per chi opera nella Marina Militare e nella diplomazia internazionale. Oltre alle lezioni frontali tenute in italiano e in inglese, gli studenti avranno l’opportunità di assistere a conferenze con relatori italiani e stranieri. Lezioni e seminari affronteranno aspetti specifici come dottrina marittima, pianificazione operativa, scienze manageriali e comunicazione strategica.

Fonte e foto: Marina Militare

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/7

By Marco Antollovich

Cap.2.3.3 della tesi “Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente” (M.Antollovich)

La Georgia nel Caos: il ruolo di Edward Shevardnadze. L’ epoca di Shevardnadze

La neonata Repubblica Georgiana all’arrivo di Shevardnadze, all’ inizio del 1992, versava in condizioni disastrose: Ossezia del Sud e Abcasia non nascondevano le proprie mire indipendentiste e filo-russe, mentre l’Ajara risultava sempre meno controllabile da Tbilisi. La struttura dell’apparato economico si stava sfaldando in modo apparentemente ancor più veloce rispetto allo sfaldamento a territoriale.

Come poté constatare tangibilmente Per Garthon, rapporteur svedese del Parlamento Europeo in Georgia, l’inflazione aumentava in modo allarmante: il rapido declino della produzione industriale e agricola era seguito da un’inflazione che raggiungeva il 50-60% mensile equivalente al 600-720 % annuo.

La nuova valuta, il “coupon”, rendeva gli stranieri sempre più restii all’idea di investire nel paese: si trattava di una valuta debolissima, in continua svalutazione e priva di potere d’acquisto. In breve tempo i salari divennero così bassi da non consentire alla popolazione di pagare sostanzialmente nulla: un coupon valeva all’incirca un centesimo di centesimo di euro e 1.000 coupon, pertanto, equivalevano a 10 centesimi. 18.000 coupon, il salario mensile, equivaleva a circa 2 euro. Quasi dieci anni dopo, nel 2002 uno stipendio medio andava dai 30 ai 100 lari, equivalente a circa 14-54 dollari statunitensi.

Dal 1990 al 1997 ebbe inizio un vero e proprio esodo di lavoratori georgiani verso la Russia, l’Unione Europea o gli Stati Uniti. Più di un milione di emigrati dal 1990 al 1997 lasciò il paese alla ricerca di ingaggi più remunerativi: circa 134.000 persone all’anno. Sebbene il tasso di disoccupazione rimanesse elevato (quasi il 14% nel 1999), tale ondata migratoria consentì un’entrata di capitale straniero grazie alle rimesse.

Shevardnadze si trovava dunque a ereditare un fardello gravoso e difficilmente gestibile. Eletto il 10 marzo 1992 preferì ottenere il potere attraverso un mandato parlamentare, piuttosto che impossessarsene con la forza. Le riforme che dovevano essere attuate per salvare la Georgia dal baratro nel quale stava precipitando erano tutte indissolubilmente collegate: la gestione dell’economia, della politica estera e di quella interna avrebbero determinato le sorti della Georgia negli anni successivi.

Il presidente neo-eletto (Edward Shevardnadze venne ufficialmente eletto presidente della Repubblica Georgiana il 16 novembre 1995) riconobbe dunque dapprima l’errore politico del suo predecessore in Ossezia del Sud: l’accettazione georgiana del cambio di status da “oblast autonomo” a “repubblica autonoma” avrebbe causato molti meno problemi rispetto a un intervento militare in un territorio impervio e sotto la tutela di Mosca.

La richiesta di scuse che ne seguì e l’apertura a un nuovo dialogo tra Sud-Osseti e Georgiani sembravano pertanto volte a ricostruire i rapporti tra i due popoli, non irreparabilmente compromesse.

La guerra in Abcasia aveva invece dato vita a uno scenario del tutto diverso: le strade di Tbilisi erano affollate da esuli senza casa dei territori conquistati e la partita per l’Abcasia sembrava lungi dall’esser conclusa; gli osservatori dell’OSCE avevano apertamente definito gli avvenimenti di Sukhumi “pulizia etnica”, ponendo la Georgia in una posizione di forza sul piano internazionale.

La terza regione autonoma, l’Ajara, la cui posizione sarebbe risultata di fondamentale importanza per la Georgia (l’ Ajara, regione georgiana al confine con la Turchia, acquisterà una grande importanza strategica per la Georgia, poichè vi sarebbe passata la pipeline Baku-Tbilisi-Supsa), continuava a essere governata da un signore della guerra locale, Abashidze, più vicino a Mosca che a Tbilisi.

In Ajara era infatti presente una delle ultime basi sovietiche in territorio georgiano e le più alte cariche dell’esercito russo vedevano in Abashidze un altro alleato nella lotta contro Shevardnadze. La repubblica di Ajara dunque, sebbene facesse parte de iure dello stato georgiano, non intratteneva con quest’ultimo nessuna forma di rapporto, né di dialogo. I contributi riscossi in Ajara restavano nella regione ed erano costituiti quasi esclusivamente dalle mazzette guadagnate per concedere il transito di mezzi e merci dalla Turchia alla capitale Tbilisi.

L’accordo tacito tra Abashidze e Shevardnadze, consisteva proprio nella ricerca di un modus vivendi attraverso un principio do ut des: l’amministrazione centrale non avrebbe interferito in alcun modo nella politica interna della regione autonoma, a patto che questa continuasse a esser parte della Repubblica Georgiana.

La dichiarata lotta alla corruzione, accompagnata da una relativa stabilità interna e dal prestigio esercitato dalla figura stessa di Shevardnadze, che si era guadagnato la simpatia e il rispetto dell’ Occidente – soprattutto in Germania e negli Stati Uniti – poichè, in qualità di Ministro degli Esteri dell’ Unione Sovietica, era stato promotore della politica di Glasnost e Perestrojka durante la presidenza Gorbaciov, consentirono una parziale ripresa dell’economia georgiana dovuta a un aumento degli investitori stranieri.

Pacificate le relazioni con la Russia grazie ai dialoghi tra il presidente georgiano ed Eltsin, Shevardnadze non fece mistero di voler avvicinare il proprio paese all’Occidente: al riconoscimento dell’indipendenza georgiana da parte dell’Unione Europea (23 marzo 1992) seguirono una visita del ministro degli affari esteri tedesco Genscher e l’apertura dell’Ambasciata statunitense il mese seguente.

Shevardnadze d’ora in poi avrebbe fatto appello all’Occidente e non alla Russia per risollevare le sorti del paese.

Sebbene il presidente esprimesse un sincero desiderio di entrare in Unione Europea, lui stesso si rendeva conto che raggiungere i parametri standard per l’accesso sarebbe stato impossibile in breve tempo: nel 2000 le entrate fiscali ammontavano a 25 milioni di lari, solo il 65 % del previsto, la disoccupazione si attestava attorno al 12% e l’economia sommersa influiva su quasi il 40% del totale.

Nel 1994 la Russia respinse la richiesta di Shevardnadze di essere integrata nella “zona-rublo”, nella speranza di limitare l’inflazione legandosi a una valuta forte. La Georgia dovette quindi volgere lo sguardo a Ovest alla ricerca di stabilità: cominciò a stringere dunque solidi legami con l’Occidente e, soprattutto, con gli Stati Uniti. (altro…)

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/6

By Marco Antollovich

Cap.2.3.2 della tesi “Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente” (M.Antollovich)

La Georgia nel Caos: il ruolo di Edward Shevardnadze. La questione abcasa

All’arrivo di Shevardnadze anche in Abcasia la situazione sembrò, per un breve periodo, migliorare. Venne autorizzata l’apertura di un’università abcasa, di stazioni radio e stazioni televisive in lingua abcasa e la pubblicazione di riviste che non fossero necessariamente in georgiano o in russo.

Quando tuttavia il conflitto in Ossezia del sud sembrava volgere al termine, si susseguirono una serie di attacchi contro la ferrovia georgiana in Abcasia. Secondo la maggior parte degli storici georgiani si trattava di una provocazione di Ardzimba, l’allora leader abcaso, pronto a scatenare un vero e proprio conflitto.

L’Abcasia aveva inoltre nuovamente espresso la volontà di reinstaurare la costituzione abcasa del 1925, mozione respinta dal parlamento georgiano il 25 luglio 1992. Il 14 agosto del 1992 Kitovani marciò alla testa di un contingente di 3.000 uomini per riportare ordine nella regione secessionista. Tale intervento tuttavia non risultava totalmente giustificato, né aveva ricevuto l’approvazione di Shevardnadze, il quale ammise che esistevano “delle intenzioni non manifeste” che avevano spinto Kitovani ad attaccare l’Abcasia.

Più precisamente buona parte dei traffici illeciti georgiani avevano come sbocco preferenziale il vastissimo mercato nero russo: la ferrovia che attraversava l’Abcasia arrivava direttamente a Soci, evitando il tortuoso passaggio attraverso i monti del Caucaso e non è un mistero che Kitovani e Joseliani fossero legati alla criminalità organizzata georgiana. Kitovani, inoltre, come riportato eufemisticamente dallo storico Chervonnaya, “non mostrò una gentilezza angelica” durante l’intervento.

L’ Abcasia decretò la mobilitazione generale, ma le truppe georgiane riuscirono a sfondare, entrando a Sukumi, aiutate da irregolari zviadisti. Gli Zviadisti, sostenitori del’ex presidente Gamsakhurdia (in esilio in Cecenia) preferirono infatti, in un primo momento, sostenere la fazione georgiana piuttosto che i separatisti abcasi, coerentemente con il loro credo nazionalista; mossero dunque dalla loro roccaforte di Gali, in Mingrelia, per unirsi alle forze di Kitovani. Sukhumi venne conquistata, sebbene Gamsakhurdia avesse proibito agli Zviadisti di unirsi all’esercito georgiano.

Il 2 settembre venne decretato il cessate il fuoco. Nonostante l’arrivo di un gruppo di osservatori delle Nazioni Unite (circa 50 membri), il conflitto riprese con intensità crescente. La ripresa delle ostilità era dovuta in gran parte al voltafaccia degli Zviadisti, i quali combattevano ora con gli irregolari abcasi per reintegrare il loro leader in esilio e non erano vincolati dal cessate il fuoco, dichiarato solo dalle milizie georgiane e abcase.

Per la prima volta si unirono alla coalizione abcaso-zviadista migliaia di volontari provenienti dal Nord Caucaso. L’Abcasia, la cui popolazione era musulmana sunnita ed etnicamente molto più vicina alle popolazioni russe (qui non si intende etnicamente russe, ma facenti parte della Federazione Russa) del Caucaso che non ai Georgiani, ricevette consistenti aiuti da Daghestani, Ingusceti, Circassi e irregolari ceceni che avevano fondato il movimento della “Confederazione dei Popoli di Montagna”.

Dopo l’abbattimento di un Su-27 russo, la Georgia ebbe la certezza che la Russia appoggiasse indirettamente i secessionisti abcasi. Nel settembre del 1993 cominciarono a militare nelle fila dei separatisti anche reparti speciali dell’esercito russo, sebbene da Mosca giungessero ferme smentite, accompagnate da dichiarazioni di solidarietà all’integrità territoriale georgiana.

In realtà il fatto che gli Abcasi ricevessero un consistente contributo dai russi risulta un elemento incontrovertibile e comprovato. Agli Abcasi fu concesso di rifornirsi dalla base militare russa di Gudauta, unica base Russa in territorio abcaso, complici molti generali dell’esercito russo che vedevano in Shevardnadze un traditore (Shevardnadze era stato Ministro degli Esteri dell’ Unione Sovietica sotto la presidenza Gorbaciov ed uno dei maggiori sostenitori e promotori delle riforme strutturali che avevano portato allo smembramento dell’ Urss. I più conservatori tra i politici e i militari russi vedevano dunque in Shevardnadze un traditore della patria e dell’ortodossia comunista).

Nel marzo 1993 la testata russa Izvestia confermava il fatto che le forze separatiste avessero ricevuto 72 carri armati e mezzi di artiglieria pesante dai Russi. Nel 1993 la sola città di Sukhumi venne assediata quattro volte. Il 27 luglio 1993 Mosca riuscì a definire il cessate il fuoco e l’allontanamento di tutta l’artiglieria pesante attorno al capoluogo. Sebbene entrambe le parti avessero aderito formalmente, soltanto Shevardnadze rispettò la parola data. Il 16 settembre, approfittando del vantaggio così scorrettamente ottenuto, le truppe abcase sferrarono un ultimo assedio a Sukhumi, che capitolò undici giorni dopo. Nelle settimane che seguirono, 232.000 georgiani furono espulsi dal territorio abcaso dalle truppe di Ardzimba dando vita a una vera e propria pulizia etnica. In quei giorni 4.465 georgiani furono uccisi.

Come, a seguito delle violenze perpetrate in Ossezia del sud, i Georgiani erano stati accusati di genocidio, così ora i Georgiani accusavano gli Abcasi dello stesso crimine.

Il cessate il fuoco prevedeva il dispiegamento di un contingente di pace lungo il confine abcaso-georgiano: considerando che né l’ Unione Europea né le Nazioni Unite erano disposte a stabilire una missione di peacekeeping in loco, si offrì Volontaria la CSI, Comunita degli Stati Indipendenti, composta da Russia, Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Tagikistan, Kazakhstan, Uzbekistan, Tagikistan, (Ucraina e Turkmenistan non hanno mai ratificato il trattato); il mandato di peacekeeping, formalmente sotto tutela della CSI, prevedeva il dispiegamento in campo del solo contingente di pace russo. Tremila soldati russi (che non avevano formalmente preso parte al conflitto) furono stanziati lungo il confine.

Le Nazioni Unite misero a disposizione cento osservatori disarmati in territorio georgiano. L’Abcasia venne posta sotto embargo dalla stessa CSI (gennaio 1996) e vennero chiusi i confini con la Russia.

L’isolamento abcaso sarebbe durato fino al 1999 e sarebbe costato alla nuova repubblica all’incirca 11 miliardi di dollari. Il conflitto con l’Abcasia era dunque terminato, ma non quello contro gli Zviadisti, che si accingevano a riconquistare l’ormai indifesa Georgia. Questa volta, tuttavia, giunse a Shevardnadze l’inaspettato aiuto di Mosca; un aiuto certamente non disinteressato. L’esercito georgiano in brevissimo tempo, supportato da irregolari russi, sconfisse la milizia zviadista, che si ritirò in Abcasia e lo stesso Gamsakhurdia uscì di scena, suicidandosi misteriosamente nel suo rifugio in Cecenia. Sebbene la stessa moglie del ex-presidente avesse testimoniato una forte depressione nel marito, il suicidio, per le modalità e le tempistiche con cui venne commesso, lascia presumere una partecipazione russa all’atto estremo.

Il prezzo che i Russi chiesero a Shevardnadze per l’aiuto fornito fu tuttavia molto elevato, poiché la Georgia dovette entrare a pieno titolo nella Comunità degli Stati indipendenti il 9 ottobre 1993. Dovette inoltre siglare nel febbraio del 1994 un accordo di amicizia con l’ingombrante vicino russo, accompagnato dalla firma di trattati economici, dal consenso alla permanenza di militari russi nelle ex-basi sovietiche e dall’accettazione del russo Grachev come ministro della Difesa.

Marco Antollovich

Seguirà L’ epoca di Shevardnadze

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Mappa fornita dall’autore

La regione del Grande Mar Nero a cavallo tra Europa e Asia; focus sulle interrelazioni con la Bulgaria, A.Miykova/4

By Anna Miykova

Cap 1.3 della tesi “La regione del Grande Mar Nero a cavallo tra Europa e Asia; focus sulle interrelazioni con la Bulgaria” (Anna Miykova)

Il concetto di Wider Black Sea Region

L’approccio al problema di questa regione è indubbiamente complesso e il pronostico dello storico rumeno Gheorghe Brătianu con riferimento al destino del Mar Nero è illuminante: “il teatro offerto dal bacino del Mar Nero favorisce […] considerazioni che oltrepassano i problemi regionali e vengono rapportati alle forze che agiscono sulla storia universale”.

L’identità geografica della regione è costruita in primis dagli stati rivieraschi: la Bulgaria e la Romania a ovest, l’Ucraina e la grande Russia a nord, la Georgia a est, e le ampie coste settentrionali della Turchia a sud.

A rendere ancor più complessa la materia, tuttavia, è il fatto che la regione stessa si presenta estremamente composita per ragioni storiche ben note, basti pensare alle numerose genti che si sono susseguite nei secoli e che popolano quelle terre ancor oggi: traci, greci, sciti, romani, bizantini, turchi, proto bulgari, russi e molti altri. A un osservatore attento non può sfuggire il fatto che considerarla come regione unitaria sia solo un’elaborazione del pensiero strategico delle grandi potenze.

È senza dubbio vero che la realtà geografica delle risorse, delle vie di trasporto e delle poste in gioco territoriali è un dato che oggettivamente unisce concettualmente i rapporti fra le nazioni e le regioni dell’area. E’ però altrettanto vero, che le differenze culturali, sociali e politiche sedimentatesi lungo il corso della storia non possano non influire a loro volta, rendendo improbabile – se non impossibile – l’unitarietà delle percezioni dei vari attori regionali riguardo ai propri interessi nella regione del Mar Nero.

Un’analisi più approfondita non può prescindere dall’inclusione di Stati che seppur diversi e più lontani, contribuiscono oggi a caratterizzare in profondità una regione che ha progressivamente ampliato i suoi confini. Pertanto, Armenia, Azerbaigian, Moldavia e Grecia, benché non siano Stati litoranei, diventano naturali protagonisti a livello regionale per storia, prossimità e stretti legami con gli altri “vicini”.

Il concetto di regione del “grande Mar Nero”, che include anche questi Stati, trae le sue origini da due fatti principali. Il primo è il tentativo, fatto soprattutto per volere della Turchia dopo la disgregazione dell’URSS, di istituzionalizzare le relazioni economiche degli Stati del bacino del Mar Nero, del Mar Egeo e del Mar Caspio (sponda occidentale) nell’Organizzazione per la Cooperazione Economica del Mar Nero o BSEC. Sono quindi stati cooptati nel progetto insieme agli Stati rivieraschi, paesi che non sono direttamente bagnati dal Mar Nero. L’importanza dell’interconnessione tra i tre bacini marittimi era evidente fin dall’inizio per gli operatori economici ed energetici.

Il secondo tentativo è stato l’elaborazione del concetto di Wider Black Sea Region (WBSR) da parte di un think-tank euro-atlantico – German Marshall Fund of the United States – all’inizio del decennio scorso. Alcuni studiosi tra cui Ronald Asmus, Svante Cornell e Gareth Winrow hanno evidenziato quanto lo spazio geografico – politico lungo la direttrice Mar Caspio – Balcani fosse diventato ormai fondamentale per il controllo degli equilibri eurasiatici, per i rapporti tra Russia e Occidente e per la solidità dell’asse euro-atlantico nei rapporti con il Medio Oriente.

Si potrebbe ulteriormente discutere se la WBSR incorpori anche i due paesi chiave per l’approvvigionamento energetico, Kazakistan e Turkmenistan, il cui sbocco sul Mar Caspio è dal lato orientale del grande lago salato.

Sul piano della politica di sicurezza energetica, la risposta risulta affermativa data l’inseparabilità dei due paesi centrasiatici dalle dinamiche geo-economiche della direttrice Transcaucaso – Mar Nero – Europa centro-orientale. In questo senso, tuttavia, la regione chiamata Greater Caspian region e la regione del “grande Mar Nero” tendono a sovrapporsi e si aprirebbe la questione dell’appartenenza o meno dell’Iran alla WBSR.

Il concetto di Wider Black Sea Region è praticamente contemporaneo a quello di Greater Middle East e la sua genesi è riconducibile alla rielaborazione dello spazio geopolitico da parte statunitense agli albori del XXI secolo. Si tratta invero di un periodo in cui la minaccia delle reti terroristiche di ispirazione islamica, le ambizioni militari dei cosiddetti “Stati canaglia”, l’ascesa della potenza cinese, il tentativo russo di tornare potenza globale e la sfida per le risorse strategiche divengono aspetti distinti ma correlati della sfida al primato statunitense nel sistema internazionale.

Sul piano storico e geopolitico, la regione allargata è divenuta, dopo la fine della Guerra Fredda, una vasta area–perno che mette in comunicazione l’asse euro–atlantico con la Russia, l’Asia centrale e il Medio Oriente. Ma essa è anche il limes culturale fra l’Occidente, la Russia – perennemente alle prese con la secolare questione del suo rapporto con l’Europa – e il mondo musulmano.

Ne consegue che la regione del Mar Nero potrebbe assumere due vesti opposte: da un lato, come afferma il geografo e geopolitologo Saul Bernard Cohen, essa potrebbe diventare una “porta” (gateway) in grado di mettere in comunicazione in modo virtuoso l’area geostrategica occidentale, a conduzione statunitense e incentrata sul dominio dei mari, con quella eurasiatica, imperniata sulla potenza russa e con l’area mediorientale.

Dall’altro, potrebbe diventare una grande “area di frattura” (shatterbelt) nel sistema internazionale, cioè contraddistinta da conflitti regionali (si parla di conflitti congelati in Transnistria, Abkhazia, Ossezia del Sud, Nagorno-Karabakh) peggiorati dall’ingerenza di grandi potenze esterne.

Di conseguenza, la possibilità di degenerazione dei conflitti latenti pone seri interrogativi in tema di sicurezza energetica. La capacità di alcuni Stati di assicurare la continuità nelle forniture energetiche, grazie agli oleodotti e gasdotti che attraversano il loro territorio, sarebbe infatti dimidiata qualora i guerriglieri separatisti decidessero di colpire tali infrastrutture.

Da un lato proprio l’interesse economico-energetico e dall’altro la nuova prospettiva del problema politico e strategico della regione (toccando implicitamente anche la sicurezza), dovuta all’acceleramento dei processi di globalizzazione e integrazione regionale, ha attirato l’interesse di 3 macro-attori geopolitici: l’Unione Europea, la NATO e la Russia.

In primo luogo, l’Unione Europea è interessata alla geopolitica del Mar Nero tanto per ragioni di sicurezza e stabilità, poiché la Politica Europea di Vicinato include anche una strategia per l’Est Europa e il Mar Nero, quanto per ragioni economiche, considerando la dipendenza dell’Unione dalle risorse energetiche russe.

Inoltre, per rafforzare il suo ruolo all’interno della regione del “grande Mar Nero”, l’UE firmò degli accordi di collaborazione con l’Ucraina (perno geostrategico nel Mar Nero) e con la Moldavia, ammettendo la Romania e la Bulgaria come candidate all’adesione nella comunità. A sua volta, l’adesione dei due paesi assunse il significato di garantire una zona di sicurezza nei Balcani, contesto inter‐regionale di interferenze cristiano‐musulmane.

In secondo luogo, la NATO ha esteso la sua influenza sia alla parte orientale che meridionale del bacino del Mar Nero, includendo nelle sue strutture e concludendo accordi operativi con la Turchia, la Romania e la Bulgaria; di contro, le ex-repubbliche sovietiche Georgia, Azerbaigian e Armenia hanno espresso già dal 2004 la loro volontà di aderire al Patto Atlantico e sono state ammesse al “Partenariato per la Pace”. Inoltre, sia l’Ucraina, sia la Russia hanno firmato un accordo bilaterale di partenariato con l’Alleanza.

In ultimo, la Federazione Russa – principale forza economica e militare della regione del Mar Nero sino allo smembramento del comunismo – ha dovuto affrontare negli ultimi anni la necessità di costruirsi una nuova identità geopolitica.

Con riferimento alla quantità di risorse che la Federazione Russa possiede, non solo per la vastità del suo territorio, ma anche per la ricchezza del suo sottosuolo, la Russia dispone delle più grandi riserve di risorse minerarie del mondo. Circa 1/3 dei giacimenti mondiali di minerali metallici e di carbon fossile si trovano in territorio russo e si ritiene anche che la nazione possieda ingenti riserve di petrolio. Nei pressi di Kursk è situato un ingente giacimento di minerali di ferro, mentre giacimenti minori di manganese si trovano nella zona degli Urali. E’ stata inoltre riscontrata una forte presenza di nichel, il tungsteno, il cobalto. La Russia possiede inoltre importanti quantitativi di minerali metallici non ferrosi, come ad esempio il rame, presente in grandi quantità negli Urali. Fino al 1955 il carbone era la principale fonte energetica, sostituito negli anni Settanta dal petrolio e dal gas naturale ricavati soprattutto dai giacimenti della Siberia occidentale e della fascia Volga-Urali. Nel 2003 la produzione di energia da centrali termoelettriche copriva il 64,7% della produzione totale di energia. Anche dal punto di vista militare essa può a ragione essere definita la potenza maggiore della Regione perché possiede la flotta più grande (Flotta russa del Mar Nero).

Fatta eccezione per le controversie con l’Ucraina per il controllo marittimo in Crimea, la Russia ha manifestato la sua intenzione di consolidare la propria posizione geopolitica nel suo “prossimo vicinato” (strategia elaborata nel 2007) che include il mantenimento, tramite il Mar Nero, dell’accesso ai “mari caldi”. Inoltre, sotto l’aspetto economico è nota la politica aggressiva di Gazprom e Lukoil sulla piazza energetica della WBSR, che ha coinvolto gli altri Stati della regione: Bulgaria, Grecia, Turchia e Romania.

Infine, per contrapporsi all’influenza dell’Alleanza Atlantica e dell’UE, la Russia ha rafforzato le sue collaborazioni con gli Stati della CSI  (Comunità degli Stati Indipendenti, in russo: Sodružestvo Nezavisimych Gosudarstv: è una confederazione composta da nove delle repubbliche dell’ex Unione Sovietica) – Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan – attraverso la costituzione dell’Unione Economica Eurasiatica (2005) e l’avvio del progetto di un sistema monetario unico (2010).

Non dimentichi di un attore di grande rilevanza della regione come la Turchia, riscontriamo come questo Paese promuova una politica piuttosto contraddittoria riguardo al Mar Nero, tentando di mantenerlo “mare chiuso”. Essa si serve, a questo fine, del controllo degli Stretti Turchi (Bosforo e Dardanelli), che sono gli unici accessi al bacino semichiuso. Nonostante la “questione degli stretti” sia stata per alcuni secoli il teatro di aspri scontri tra la Turchia e la Russia, oggi i due attori principali muovono i primi passi verso una strategia collaborativa.

Il puzzle geopolitico appena descritto consta di macro attori ma lascia anche spazio per un pluralismo geopolitico variegato. Gli Stati più piccoli sono senza ombra di dubbio attori dai ruoli più dimessi, ma per ciò stesso non meno incisivi e interessanti. Questa è la motivazione che ci ha spinti a soffermarci su uno in particolare, ovvero sul ruolo rivestito dalla Bulgaria.

Si tratta di uno Stato che per la sua posizione geografica aspira a crescere e superare i “ristretti” confini nazionali per affermarsi come attore attivo all’interno della politica della WBSR. E lo fa contemporaneamente nelle vesti di Stato sovrano con una “situazione” strategica comoda (sbocco sul mare) e nelle vesti di membro dell’UE e della NATO, che gli conferisce un maggiore potenziale estero e amplia il suo campo di manovra, necessario per perseguire questo obiettivo.

Anna Miykova

Seguirà La Bulgaria

Il post precedente è al link La regione del Grande Mar Nero a cavallo tra Europa e Asia; focus sulle interrelazioni con la Bulgaria, A.Miykova/3

Mappa di novinite.com

Giovani analisti, Nuove leve: il portale di cultura della Bulgaria ripubblica la tesi di Anna Miykova

Il sito Bulgaria-Italia (www.bulgaria-italia.com), “portale dedicato alla conoscenza reciproca tra bulgari e italiani riguardo le notizie, storia, arte, cultura, letteratura, economia, politica, turismo, folklore”, ha iniziato a ripubblicare da Paola Casoli il Blog la tesi di Anna Miykova per l’interesse che desta e l’attualità che rappresenta.

La tesi, intitolata La regione del Grande Mar Nero a cavallo tra Europa e Asia – Focus sulle interrelazioni con la Bulgaria, ha cominciato a essere pubblicata su queste pagine dallo scorso 25 novembre 2013.

I primi tre post sono già stati pubblicati sul sito Bulgaria-Italia ai link:

Il ruolo della Bulgaria nella regione del “grande mar Nero”

La regione del “Grande Mar Nero”. Pontos Euxeinos o Kara Deniz: origine e caratteristiche geografiche (2)

La regione del Grande Mar Nero – Cenni storici (3)

L’ascesa cinese in Asia Centrale/1, Boccalon-Mentesana-Sollero

Introduzione della tesi L’ascesa cinese in Asia Centrale, di Annalisa Boccalon – Valentina Mentesana – Agnese Sollero.

L’interesse cinese per l’Asia Centrale è un fenomeno recente, ma per questo non privo di un certo interesse. Nell’approccio cinese a questa regione si ritrovano i principali vettori del corso esterno di Pechino e l’area in questione, per molti versi, si è dimostrata un formidabile “laboratorio” per la politica cinese.

Sicurezza ed economia sono i settori in cui si sviluppa maggiormente la presenza della Cina in Asia Centrale, due settori che hanno immediati riflessi negli affari interni del Paese. Da un lato, la ricerca di nuovi mercati e l’obiettivo della sicurezza energetica sono fattori imprescindibili per sostenere e amplificare lo sviluppo economico cinese; dall’altro, la stabilità al di là dei confini è percepita come il miglior alleato nella guerra alla spinte centrifughe dell’ovest.

Il presente elaborato, dunque, si prefigge lo scopo di delineare i tratti principali della politica cinese in Asia Centrale tenendo conto delle direttrici appena citate: sicurezza ed economia.

Si procederà tracciando, innanzitutto, un quadro generale dei recenti sviluppi della politica estera cinese e degli strumenti di cui si serve il gigante asiatico per affermare e approfondire la sua presenza in Asia Centrale, non senza non esaminare il cuore geografico dei rapporti tra Cina e Asia Centrale: lo Xinjiang.

Nella seconda parte, ci si concentrerà sul settore energetico e sulla politica cinese in tale settore. In seguito al boom economico, Pechino si sta dimostrando sempre più assetata di risorse e ha trovato nell’area centroasiatica dei partner pronti a soddisfare i suoi appetiti. In questa parte, saranno presentati i tratti principali dell’operato delle aziende petrolifere cinesi e i risultati della loro partnership con le repubbliche ex-sovietiche.

Infine, si cercherà di analizzare la dinamica instauratasi tra Cina e Russia in Asia Centrale.

Mosca è una controparte imprescindibile per i giochi centroasiatici cinesi e un attore con cui Pechino è tenuta a confrontarsi, vista la secolare presenza economica, politica e culturale russa nell’area.

A tale proposito, inoltre, si delineeranno le caratteristiche principali della cooperazione dei due attori all’interno della Shanghai Cooperation Organisation e si cercherà di comprendere se i due vicini asiatici possano avere degli interessi in comune o se la corsa al Centro Asia li porrà in diretta contrapposizione.

Seguirà La politica estera cinese, di Valentina Mentesana

Immagine fornita dalle autrici

Giovani analisti, Nuove leve: il portale di cultura della Bulgaria ripubblica la tesi di Anna Miykova

Il sito Bulgaria-Italia (www.bulgaria-italia.com), “portale dedicato alla conoscenza reciproca tra bulgari e italiani riguardo le notizie, storia, arte, cultura, letteratura, economia, politica, turismo, folklore”, ha iniziato a ripubblicare da Paola Casoli il Blog la tesi di Anna Miykova, ritenuta “molto interessante e attuale”.

La tesi, intitolata La regione del Grande Mar Nero a cavallo tra Europa e Asia – Focus sulle interrelazioni con la Bulgaria, ha cominciato a essere pubblicata su queste pagine dallo scorso 25 novembre 2013.

Il primo post è stato pubblicato oggi su Bulgaria-Italia al link http://www.bulgaria-italia.com/bg/news/news/04160.asp