ISIL

NRDC-ITA fa il punto di situazione sul fianco sud della NATO con un workshop a Palazzo Cusani a Milano

20151001_NRDC-ITA_Palazzo Cusani_Milano (1)Si è aperto con l’auspicio di delineare una valutazione delle criticità del fronte sud della NATO l’international workshop intitolato “Assessing the Crisis on Nato’s Southern Flank”, tenutosi il 1° ottobre a Palazzo Cusani, a Milano, presso la sede del corpo di reazione rapida della Nato in Italia (NRDC-ITA, NATO Rapid Deployable Corps-Italy).

Il seminario, organizzato proprio da NRDC-ITA con il patrocinio del ministero della Difesa italiano, si proponeva di stimolare il dibattito per percorrere tutte le possibili opzioni verso una strategia collettiva appropriata alle sfide alla sicurezza e alla stabilità provenienti da Nord Africa e Medio Oriente, con un’apertura a esaminare anche Africa subsahariana, Iran, Israele e Arabia Saudita.

Questo è infatti il “fianco sud” come si è inteso considerare l’arco territoriale da prendere in esame sulla base delle contingenze storiche e di cronaca che interessano la nostra attualità.

20151001_NRDC-ITA_Palazzo Cusani_Milano (2)Una vasta zona geografica che ha trovato nei relatori presenti i più appropriati esperti del settore, a partire dal colonnello dell’Aeronautica Luca Semeraro, dell’Italian Joint Intelligence Centre, che ha presentato una approfondita analisi d’area; attraverso le testimonianze del giornalista Domenico Quirico, colto e appassionato interprete delle sue esperienze anche come prigioniero in Siria di gruppi islamici radicali; le analisi sul contesto storico e politico del fronte sud portate dal professor Vittorio Emanuele Parsi, docente dell’Università Cattolica e tenente colonnello della riserva selezionata della Marina; per finire con la puntuale presentazione della situazione politica sullo scacchiere internazionale dell’Iran fornita dal dottor Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global Studies. Gli interventi sono stati moderati dalla giornalista di Sky TG24 Tonia Cartolano.

Su tutto ha dominato la presentazione inziale del generale Riccardo Marchiò, comandante di NRDC-ITA, che in fase di apertura lavori ha affermato che “il fianco sud è ora oggetto di valutazione sotto i nostri occhi”, invitando a una proficua giornata di lavori che si colloca nella necessità della Nato di far fronte a nuovi stimoli provenienti da nuove direzioni.

“Il fianco sud è stato finora trascurato – ha spiegato subito il col Semeraro – e si è trattato di un errore strategico”, come è poi emerso dall’arco di crisi preso in esame dall’ufficiale dell’Aeronautica nel corso del suo intervento, che ha toccato non solo i paesi che si affacciano sul Mediterraneo, come anticipato, ma anche il Mali, Israele, l’Eritrea, l’Iran e l’Arabia Saudita.

La lucida testimonianza del giornalista Quirico, che ha riportato fedelmente la dimensione quotidiana dell’estremista islamico “a contatto con la morte inflitta o subita in ogni istante della sua vita”, ha corroborato idealmente le definizioni dei tre grandi fallimenti dell’Occidente fatte dal col Semeraro: mancanza di prevenzione, di intervento efficace e di strategia condivisa.

Elementi a cui ha fatto eco il professor Parsi con la denuncia di una grave mancanza di impegno nell’intervento e di visione strategica. Un difetto di progettazione che lascerebbe un pericoloso vuoto anche ammesso di riuscire a eliminare il problema dell’estremismo, oggi individuato come ISIS, o come ISIL, o Daesh, o nuovo Califfato.

L’Iran entra di prepotenza nella valutazione dell’arco di crisi, per la sua importanza storica e soprattutto per i suoi risvolti strategici nello scacchiere internazionale, ha fatto emergere infine Nicola Pedde.

Tutto ciò di cui si è discusso oggi, tuttavia, non prescinde dall’attività della Russia e dalle sue velleità territoriali, decisamente connesse con il fianco sud. Agli sviluppi delle azioni di Vladimir Putin in territorio siriano, molto recentemente, e in area Mar Nero, appena qualche mese fa, è stato fatto riferimento di continuo nella prospettiva di una visione strategica collettiva.

Proprio l’attenzione alla Russia in contemporanea al focus sul fianco sud ha stimolato la richiesta da parte di Paola Casoli il Blog di un chiarimento di quale possa essere la migliore direzione da prendere da parte della Nato nella sua attività addestrativa.

Questo in particolare alla vigilia della Trident Juncture 2015, vasto evento esercitativo con uno scenario decisamente aperto a sud dopo le precedenti ambientazioni baltiche, e alla luce della dichiarazione del generale Hans-Lothar Domröse, comandante dell’Allied Joint Force Command (JFC) di Brunssum, che alla Reuters ha sottolineato l’impossibilità della Nato di scegliersi la minaccia est o sud e la necessità, invece, di addestrarsi per entrambe.

Per il col Semeraro “il fronte est rappresenta un nemico identificato, mentre il sud quello variegato con interessi non ancora chiari”. Importante dunque “stabilire quale sia il nemico e quale la priorità”. Altrettanto importante per il dottor Pedde un investimento di attenzione alla sicurezza e alle disuguaglianze, motore di instabilità. Mentre il professor Parsi conclude mettendo l’accento sulla necessità che la Nato protegga la propria popolazione e sottolinea la minaccia portata dal fronte sud ai fondamentali culturali non solo della vicina Italia, ma anche di tutto l’Occidente.

“La mia domanda iniziale di un assessment su una delle minacce verso la Nato, quale quella rappresentata dalle sfide lanciate dal fianco sud – ha dichiarato il comandante gen Marchiò – ha generato un vivace scambio di opinioni nel rispetto delle posizioni di ognuno e nell’ottica del ruolo di difesa che la Nato ha nei confronti dei suoi 28 paesi”.

“Considero conseguito l’obiettivo del workshop”, ha poi definitivamente concluso il comandante di NRDC-ITA.

PC

Qui l’articolo Reuters con la dichiarazione del gen Domröse

Foto proprie

Prima Parthica, Erbil: il KTCC si addestra con gli istruttori militari US sui sistemi d’arma destinati ai Peshmerga

Gli addestratori militari italiani della Task Force Erbil, coordinati dal comando multinazionale KTCC (Kurdistan Training Coordination Center) a guida italiana, hanno avviato un’attività di cooperazione con gli istruttori militari statunitensi tesa alla conoscenza dei loro sistemi d’arma che prossimamente equipaggeranno le Forze di sicurezza curde, si apprende dal sito italiano della Difesa.

L’attività addestrativa è coordinata dal KTCC composto da militari italiani, inglesi, tedeschi, olandesi, norvegesi e finlandesi che addestrano i Peshmerga curdi su richiesta dei rappresentanti curdi del MoP (Ministry of Peshmerga).

20150721_KTCC_TF Erbil_addestramento con militari US (2)A seguito dell’espansione dell’autoproclamatosi Islam State of Iraq and the Levant (ISIL) in Iraq e Siria, gli Stati Uniti hanno dato vita ad una Coalition Of Willing (COW), a cui partecipa anche l’Italia, al fine di contrastare la minaccia jihadista sostenendo le forze di sicurezza curde.

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Kurdistan Training Coordination Centre (KTCC): a Erbil i militari italiani addestrano le Kurdish Security Forces contro l’Isis (16 luglio 2015)

Fonte e foto: KTCC via difesa.it

IS, ISIS, ISIL o EI: è lo “Stato Islamico”, nuovo attore global e social che parla inglese

By Filippo Malinverno

La sigla IS, con tutte le sue varianti del caso, è divenuta negli ultimi mesi una delle parole più ricercate del web. Che sia IS, ISIS, ISIL oppure EI una cosa è certa: nella Mezzaluna fertile stiamo assistendo alla nascita di un nuovo Stato. Chi lo sostiene? Chi lo combatte? Com’è strutturato?

Di gruppi terroristici e fronti armati islamici negli ultimi anni ne abbiamo visti di tutti i colori. Al-Qaida, Boko Haram, Al-Nusra, Hamas e chi più ne ha più ne metta. Tuttavia, ne esiste uno che di recente tormenta i pensieri dell’Occidente in modo particolare, più di tutti gli altri: l’IS (o ex-ISIS o ISIL, come era chiamato prima della creazione del Califfato), lo Stato islamico. Definirlo “gruppo terroristico” però non sarebbe del tutto corretto: questo è solo il modo in cui la maggior parte di noi, influenzata dalle terribili immagini delle decapitazioni, tende a classificare quello che in realtà non è semplicemente un’accozzaglia di terroristi invasati, ma è a tutti gli effetti un vero e proprio Stato.

Proprio così, l’IS (in arabo “al-Dawla al-Islāmiyya”) è uno Stato, non riconosciuto a livello mondiale e proclamatosi tale il 29 giugno scorso, quando il leader del movimento, Abu Bakr al-Baghdadi, ha annunciato urbi et orbi la rinascita del Califfato islamico. Dopo aver stabilito la sua capitale de facto ad Al-Raqqa, città del nord della Siria, lo Stato islamico si è dotato di una vera e propria amministrazione che offre servizi scolastici ai suoi cittadini, ricompensa i suoi soldati, riscuote le tasse, fornisce acqua ed energia elettrica e, da qualche settimana a questa parte, sembra aver installato nei suoi centri abitati delle cabine telefoniche dalle quali è possibile telefonare gratuitamente. Insomma, il Califfo non sembra aver dimenticato i suoi nuovi sudditi e sta costruendo gradualmente un vero e proprio sistema di welfare. Pare che al-Baghdadi stia realizzando il progetto del fondatore del movimento, Abu Musab al-Zarqawi, ex-membro di Al-Qaida ucciso ne 2006 da una bomba in Iraq. Sorprendente per uno Stato che è perennemente in guerra su tre fronti: contro il governo iracheno di Baghdad, contro il regime di Assad in Siria e contro i peshmerga del Kurdistan iracheno.

Del resto le risorse non mancano. Pozzo dopo pozzo, i soldati dello Stato islamico hanno conquistato una quantità di giacimenti petroliferi sufficiente a raccogliere ingenti somme di denaro (l’IS vende il petrolio sul mercato a un prezzo decisamente inferiore rispetto agli altri produttori), che servono per mantenere la sua sempre più numerosa macchina da guerra umana: i miliziani del Califfo sono pagati meglio dei soldati governativi siriani ed iracheni e ciò garantisce all’esercito una maggiore coesione nelle fasi operative. Esiste tuttavia la possibilità che, di fronte alla rapida e continua espansione dell’IS, le fonti di petrolio finora conquistate non siano più sufficienti a sostenere l’ingrandimento dello Stato.

Un aspetto altrettanto importante dell’IS e che evidenzia quanto sia elevato il livello della sua organizzazione è il linguaggio: sfruttando la straordinaria risonanza che offrono i social network come Facebook, YouTube e Twitter (penso che Instagram lo lasceranno perdere…), il Califfato utilizza un linguaggio e una propaganda che gli permette di riscuotere consenso in tutto il mondo, penetrando qualsiasi tipo di cultura o società. Non a caso, i militanti dell’IS comunicano sempre in inglese, la lingua veicolo di informazioni per eccellenza, semplicemente perché non tutti gli islamici parlano arabo. Tramite l’inglese tutti i devoti di Allah, e non solo, possono comprendere facilmente i messaggi che il Califfo vuole diffondere. Lo stile con il quale questi messaggi vengono diffusi appare decisamente efferato e crudele: decapitazioni ed esecuzioni, postate in rete con una facilità irrisoria, sono per l’IS un simbolo di forza. Ovviamente a noi occidentali questi atti sembrano delle barbarie, perché fondamentalmente lo sono. E il Califfo questo lo sa. Così come conosce il tipo di reazione che questi video potrebbero provocare in ognuno di noi: l’obiettivo della sua propaganda è proprio quello di suscitare in noi ribrezzo e paura, tanto da farci desistere da qualsiasi tentativo di intervento diretto contro il suo Stato.

Ma finora qual è stato il comportamento dell’Occidente? Nel settembre scorso, durante il vertice di Parigi, il presidente Barack Obama, affermando più volte di voler usare il pugno di ferro contro lo Stato islamico, aveva esortato la comunità internazionale a cooperare con gli Stati Uniti per fermare l’operato del Califfo in Medio Oriente. Diversi paesi, tra cui l’Italia, si sono uniti alla causa, ma la coalizione anti-Is sembra fare acqua: in primo luogo perché gli obiettivi militari sono incerti e diversificati (del resto è difficile colpire un nemico che controlla un territorio non geograficamente compatto): è una guerra contro Assad, contro l’IS o contro entrambi?; in secondo luogo perché i principali nemici dell’Is, su tutti l’Iran sciita, non agiscono direttamente all’interno di essa: Teheran, stando alle rivelazioni della Reuters, sarebbe anche disposta a combattere in prima linea il Califfato, ma in cambio desidererebbe più flessibilità sul programma iraniano di arricchimento dell’uranio, in merito al quale è in corso un negoziato con Washington; infine, una guerra combattuta senza l’utilizzo di forze terrestri non sembrerebbe dare risultati soddisfacenti: i raid aerei limitati potrebbero non bastare per sconfiggere l’esercito di al-Baghdadi, ma nessun paese occidentale è disposto a impiegare le proprie risorse militari sul campo.

In tutto ciò, la posizione della Turchia rimane ambigua. Nonostante i jihadisti siano arrivati a pochi chilometri dal confine turco, Ankara non si è ancora messa a completa disposizione degli Stati occidentali per fornire un appoggio militare contro le milizie del Califfo. Le basi turche vicino al confine con la Siria e L’Iraq sarebbero fondamentali per le operazioni militari anti-Is, ma gli eredi della Sublime Porta indugiano. E’ cosa nota che l’indipendenza del Kurdistan non stia particolarmente a cuore ad Ankara e un indebolimento delle forze curde contro i jihadisti non sarebbe cosa sgradita. Quando agirà la Turchia?

Osservando l’operato dell’Occidente, diviene lecito porsi una domanda: se lo Stato islamico non avesse invaso l’Iraq e si fosse limitato a combattere contro Assad e contro i curdi avremmo lo stesso creato una coalizione contro di lui? Probabilmente no, ma l’Iraq ha la fortuna/sfortuna di possedere immensi giacimenti petroliferi e l’assenza di una situazione stabile nella Mezzaluna fertile non giova certo al mercato dell’oro nero.

Ed è proprio dall’oro nero che deriva l’ultima osservazione da fare sulla guerra contro i jihadisti di Al-Raqqa. A chi giova questo conflitto? Gli unici paesi che potrebbero trarre vantaggio da un conflitto del genere sarebbero dei paesi esportatori di petrolio, che, grazie alla destabilizzazione strategica delle maggiori aree energetiche del mondo, riuscirebbero in questo modo a vendere il loro prodotto a prezzi inferiori a quelli dei produttori rivali. La Libia, con la guerra del 2011, è già stata messa fuori gioco, sfruttando l’ondata rivoluzionaria della “primavera araba”. L’Ucraina, nazione cruciale per il passaggio dei diversi gasdotti, è divisa in due e palesemente destabilizzata. Ora l’Iraq e la Siria, con quest’ultima coinvolta in guerra civile dal 2013. Nel frattempo, nel giugno 2014, l’Ufficio per la Sicurezza e l’Industria del dipartimento al Commercio Americano ha autorizzato, per la prima volta in 40 anni, due piccole compagnie petrolifere americane a vendere petrolio greggio all’estero. Gli Stati Uniti sono diventati a tutti gli effetti esportatori di petrolio, grazie allo sfruttamento delle formazioni geologiche cosiddette “Shale”. Il petrolio americano a basso prezzo sta invadendo il mercato, danneggiando paesi produttori come la Russia, il Venezuela, l’Iran e le monarchie del Golfo. Forse la strategia di Obama non era poi così superficiale come molti l’hanno definita.

Difficilmente l’IS diventerà il nuovo “terrore della Cristianità”, perché per ora i seguaci di al-Baghdadi sono ancora occupati a ritagliarsi il proprio spazio nel mondo islamico, socialmente, politicamente, militarmente ed economicamente. Per tradizione, l’Occidente non perde occasione per far sentire la propria voce e curare i propri interessi intervenendo in aree del mondo che gli stanno davvero a cuore. Contando che uno dei nemici principali dell’IS in Siria è il regime di Bashar al-Assad, regime che nel 2013 le potenze occidentali hanno combattuto sostenendo i ribelli siriani, il problema questa volta è molto serio: qual è il vero obiettivo di Europa e Stati Uniti? Chi è il vero nemico, l’IS oppure Assad? Contro chi bisognerà continuare a combattere?

Filippo Malinverno

Foto: Independent

Iraq, la situazione dei cristiani iracheni a Ninive sotto l’assedio di ISIL-ISIS: Salvaimonasteri riferisce di importante esodo verso il Kurdistan iracheno. In vigore la sharia

Un comunicato datato 29 giugno di Salvaimonasteri, organizzazione da sempre attenta alla situazione dei cristiani nel mondo, fornisce un punto di situazione dopo i combattimenti “tra  gruppi armati sunniti e militari curdi” di mercoledì 25 giugno scorso nella regione di Mosul, nel nord dell’Iraq, che hanno causato la fuga di circa 40mila abitanti dei villaggi della Piana di Ninive: il Kurdistan iracheno, secondo quanto riferisce il comunicato, sta accogliendo la popolazione in fuga e mettendo a disposizione scuole e luoghi pubblici per l’accoglienza dei profughi.

I miliziani islamici, si apprende, hanno già imposto la sharia, la legge religiosa islamica, mentre violenze e soprusi vengono perpetrati contro i cristiani dell’area.

Qui di seguito il comunicato integrale di Salvaimonasteri:

Oggi [domenica 29 giugno, ndr], Sua Beatitudine Ignatius Joseph III Younan, Patriarca Siro Cattolico di Antiochia e di tutto l’Oriente, si è recato in visita a Ninive nella Diocesi di Mosul. Lo scorso mercoledì 25 giugno, le città e i  principali villaggi cristiani iracheni della regione di Mosul  nella Piana di Ninive, Karakosh – Baghdeda ,  Karamless,  Bartella, sono stati abbandonati da più di  40.000  abitanti, a seguito di combattimenti e colpi di artiglieria  tra  gruppi armati sunniti e militari curdi. Il Vescovo della chiesa Siro cattolica e i sacerdoti sono rimasti nelle chiese.

La maggior parte degli abitanti in fuga si sono rifugiati nella zona cristiana di Ankawa nella città di Erbil nel Kurdistan iracheno e nella zona di  Dehok ed Akra nel nord del Kurdistan.  Ad Ankawa, scuole e luoghi pubblici sono stati adibiti per l’accoglienza.

La Piana di Ninive fa parte del governatorato  di Mosul , la città che il 10 giugno scorso è stata conquistata dalle milizie dell’ ISIL ( Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, detto anche ISIS, in arabo DAASH). Migliaia di  abitanti di Mosul, fra cui numerose famiglie cristiane, sono fuggiti nel Kurdistan.  I miliziani islamici hanno imposto le regole della Sharia e si registrano violenze e soprusi contro i cristiani.

Dal 2004 i Cristiani iracheni hanno subito una dura persecuzione con chiese attaccate e distrutte a Mosul, Kirkuk, Baghdad; il Vescovo di Mosul, Paulos Faraj Rahoo, fu assassinato nel 2008;  molti sacerdoti e fedeli uccisi come nella strage nella Cattedrale Siro Cattolica di Baghdad nel 2010. In questi ultimi dieci anni, la fuga dei Cristiani dall’Iraq ha ridotto  la minoranza cristiana irachena da 1 milione a trecentomila persone.

Il Sindaco di Karakosh-Baghdeda, Nisan Karromi afferma che “I Cristiani sono gli abitanti originali che hanno dato inizio a questo  paese. Nonostante quanto hanno subito negli ultimi anni, il governo iracheno  non ha promulgato alcuna legge per salvaguardare i diritti e la libertà della minoranza cristiana. Purtroppo, in tutto il Medio Oriente si è diffusa l’idea di svuotare i nostri paesi dei Cristiani, ed è quello a cui assistiamo in Iraq, Siria, Egitto, Sudan.”

Fonte: Salvaimonasteri

La mappa dell’Iraq è di archeo.it