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NATO VJTF, il nuovo strumento di sicurezza ai confini dell’Alleanza: definizione, utilizzi e percorso addestrativo

NATO_soldiers-of-the-1st-germannetherlands-corps-salute-during-eefh89Il nuovo concetto del VJTF è stato introdotto dall’ultimo summit della Nato che si è tenuto nel Galles lo scorso mese di settembre 2014, prendendo vita dalle tensioni internazionali che hanno caratterizzato le cronache più recenti a partire dalla questione dell’Ucraina e della Crimea, fino alla minaccia islamica dell’ISIS e alla debolezza del fronte mediterraneo minacciato da infiltrazioni terroristiche. Si chiama Very High Readiness Joint Task Force (VJTF), ed è una forza rapida di immediato impiego considerata una vera e propria punta di lancia della Nato nella gestione delle tensioni ai confini nazionali dei paesi membri, con particolare attenzione all’est europeo.

Di questo nuovo strumento di cui ha deciso di dotarsi l’Alleanza Atlantica si è già parlato in Paola Casoli il Blog, in particolare nell’intervista al generale Massimo Panizzi (link intervista in calce) e all’allora sua brigata italo-francese, che si è formata e addestrata proprio in questa ottica di dispiegamento rapido transnazionale.

Ora riaffrontiamo l’argomento per dare una visione specifica, ma chiara nei termini, di questa novità che ci riguarda molto da vicino, non solo in quanto membri dell’Alleanza Atlantica, in considerazione della complessa esercitazione che il NATO Rapid Deployable Corps-Italy (NRDC-ITA) di Solbiate Olona sta per affrontare al NATO Joint Warfare Centre (JWC) di Stavanger, in Novegia: la Trident Jaguar 15, finalizzata alla validazione NATO del comando multinazionale con sede nella caserma Mara alla vigilia di un periodo di standby quale comando di pronto intervento per una Small Joint Operation in ambito internazionale. In questo caso il VJTF pur non essendo parte della TF costituita da NRDC-ITA potrebbe rappresentare, a seconda degli scenari, l’elemento avanzato da rinforzare e sostituire.

Come anticipato, la brigata VJTF è caratterizzata da una capacità rapida di dispiegamento: 48 ore. Può essere composta, nel caso, da 5.000 elementi e costituisce parte della già meglio conosciuta NATO Response Force (NRF), su cui già si è scritto e si scrive (link articoli in calce).

Come la NRF, forza “joint and combined”, cioè complesso interforze (in cui sono armonizzate le componenti terrestre, navale, aerea e delle forze speciali) e multinazionale, che esprime la capacità immediata di risposta dell’Alleanza a una qualsiasi crisi, così anche la VJTF è finalizzata a dimostrare la volontà delle difesa collettiva dell’Alleanza dotandosi di uno strumento immediatamente impiegabile in tempi ristrettissimi e proiettabile verso i confini della NATO.

Official portrait of NATO Secretary General Jens  Stoltenberg“La forza giusta nel posto giusto”, l’ha definita di recente il Segretario Generale della NATO, il norvegese Jens Stoltenberg. Ed è proprio questa la finalità del Readiness Action Plan (RAP) delineato e concordato al summit del Galles, un piano in cui questo nuovo strumento militare entra a far parte a pieno titolo.

Il RAP è la riposta che la NATO ha inteso dare ai più recenti cambiamenti nel settore della sicurezza, soprattutto in relazione a ciò che accade ai confini dei suoi membri orientali e meridionali. Crimea, Ucraina, Repubbliche Baltiche, ISIS e Libia sono solo alcune delle parole chiave che ispirano questo nuovo progetto atlantico. L’obiettivo è garantire la prontezza di una risposta ferma a ogni minaccia alla sicurezza.

Nel RAP sono incluse tutte le misure della NATO a tutela della sicurezza dei paesi membri, compreso un potenziamento della NRF e la creazione, appunto, di questa VJTF, vera e propria “punta di lancia della NATO”.

La VJTF si centra sul comando di una unità a livello di una brigata in condizione di gestire una componente land fino a cinque battaglioni e con le possibilità di essere supportata da adeguati assetti aeronautici navali e di forze speciali. Il livello di prontezza richiesto gli consentirà di dispiegarsi completamente in un periodo di 48 – 72 ore al massimo.

Lo sviluppo e la sperimentazione del concetto VJTF consta di un percorso addestrativo che, assicura la NATO, procede secondo i ritmi prestabiliti. Nel 2016 la nuova forza sarà pienamente operativa così come concepita al summit del Galles.

20150402_150402-spearhead_NATO VJTFNon essendo ancora a pieno regime, dunque, nella VJTF è attualmente la parte terrestre della NRF a fare la funzione di una VJTF ad interim, fornendo la base per lo sviluppo della vera e propria forza VJTF.

Nel 2015 il personale è fornito in prima battuta da Germania, Norvegia e Olanda.

Il 2015 è anche l’anno in cui verrà condotto un intenso programma di esercitazioni e valutazioni del progetto, al fine di implementare il nuovo strumento atlantico entro la fine dell’anno in corso.

La VJTF sarà perciò totalmente operativa dal 2016, in grado di rispondere ovunque e in qualsiasi momento si renda necessario Intanto, a cammino di completamento della formazione e dell’addestramento già cominciato, la VJTF ha già raggiunto una sua capacità, anche se ad interim, e ha cominciato ad affrontare specifiche esercitazioni.

La prima di questa serie è quella che il 4 e 5 marzo scorsi, in Germania, ha visto coinvolto il Comando tedesco-olandese (1st German-Netherlands Corps), componente terrestre in standby nella NRF per tutto il 2015, al suo terzo turno in questo ruolo. Il comando con sede a Muenster ricopre dunque la funzione di Interim VJTF, secondo il concetto spiegato più sopra.

Le prossime esercitazioni si terranno in aprile (alert exercise) e in giugno (deployment exercise).

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La NRF in Paola Casoli il Blog

Le esercitazioni militari in Paola Casoli il Blog

Fonte: NATO

Foto: NATO; alamy.com; Wikipedia

A luci spente sul mare: Marina e WWF insieme nella prima “ora di buio” per il mare #EarthHour

EH2015_#EarthHour_logoLa maratona verso l’Ora di buio planetaria, in programma sabato 28 marzo, si sta avvicinando al traguardo. Tra dieci giorni in Italia si spegneranno le luci alle 20.30 nell’ambito dell’iniziativa dell’Ora della Terra, la grande mobilitazione globale mossa dal WWF a favore della sostenibilità e della salvaguardia della vita sul nostro pianeta. L’evento italiano si svolgerà sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica.

Earth Hour si pone come un evento catalizzatore per far compiere progressi sul clima in oltre 120 paesi: il più grande movimento di base del mondo, nato nel 2007 a Sidney, alzerà di nuovo la sua voce per ‘cambiare il cambiamento climatico’ – Change Climate Change”.

La novità di quest’anno è l’adesione a Earth Hour della Marina Militare Italiana: grazie a questa nuova partecipazione, l’ora di buio attraverserà anche le coste e le aree portuali italiane, oltre allo spegnimento di Palazzo Marina a Roma, sede dello stato maggiore Marina.

Dal nord al sud luci spente a Venezia sull’Arsenale e sulla Scuola Navale Militare Francesco Morosini; a La Spezia, con la base navale e le navi ormeggiate; a Livorno con l’Accademia Navale; a Brindisi e Taranto con le basi navali e le navi ormeggiate, oltre al Castello Aragonese di Taranto e infine ad Augusta, base navale e navi, e Messina.

Finora sono quasi 200 gli spegnimenti previsti in tutta Italia. Tra gli spegnimenti inediti quest’anno, si apprende dal comunicato della stessa Marina Militare, ci sarà quello dell’Expo Gate a Milano.

L’ora di buio italiana vedrà spegnersi simboli come la Basilica di San Pietro, il Colosseo e Piazza del Campidoglio a Roma, il Castello Sforzesco e Palazzo Marino a Milano, il Palazzo Accursio di Bologna, l’Arena di Verona, e poi Ponte Vecchio, Palazzo Vecchio e la statua del David a Piazzale Michelangelo a Firenze, Piazza San Marco a Venezia, il castello Svevo di Cosenza, la Rocca della Madonna di Tropea e le mura del Castello di Monteriggioni e poi la Torre e Piazza dei Miracoli a Pisa fino a Piazza del Campo a Siena.

A Napoli, oltre allo spegnimento del Maschio Angioino e Piazza Plebiscito, è programmata una iniziativa speciale a Piazza Dante, dove il WWF insieme ad ANEA (Agenzia Napoletana per l’Energia e l’Ambiente) organizzeranno attività sull’energia solare con la partecipazione dei ragazzi del Convitto Vittorio Emanuele II.

Anche alcune delle Oasi WWF aderiscono organizzando eventi dedicati per quella sera. Da Orbetello e Orti Bottagone in Toscana a Macchiagrande nel Lazio, da Alviano in Umbria al Bosco di Vanzago in Lombardia. E poi Valpredina, Valmanera, Miramare, le Cesine, Ripa Bianca di Jesi e Monte Arcosu.

“Proprio in questi giorni abbiamo visto che combattere il cambiamento climatico si può – ha dichiarato Mariagrazia Midulla, responsabile Clima&Energia del WWF Italia – secondo la IEA (Agenzia Internazionale per l’Energia), infatti, nel 2014 le emissioni di CO2 sono rimaste stabili, nonostante l’economia, a livello mondiale, sia cresciuta del 3%”.

“Dalle prime analisi – spiega Midulla – pare che questo sia dovuto al minor uso del carbone, il combustibile fossile più inquinante per il clima, per l’ambiente e per gli esseri umani. Questa è la dimostrazione che ‘disaccoppiare’ economia ed emissioni è una possibilità reale. Molto c’è ancora da fare perché si passi a invertire davvero la tendenza e, dunque, a significative riduzioni della CO2, condizione indispensabile per rimanere ben al di sotto dei 2°C di aumento della temperatura media globale rispetto all’era preindustriale per scongiurare il cambiamento climatico catastrofico. In questi mesi si devono decidere tagli delle emissioni molto ambiziosi e rilevanti impegni finanziari per aiutare i paesi più poveri e vulnerabili, in modo da puntare ad avere un accordo significativo ed efficace nel Summit sul Clima che si terrà a dicembre a Parigi; un accordo che deve essere basato sulle indicazioni della comunità scientifica e non sui veti incrociati e gli interessi degli inquinatori. La speranza per il clima viene soprattutto dalla società civile, dai governi locali, dalle imprese che lavorano per affermare alternative ai combustibili fossili, una realtà economica ed energetica concreta. L’economia sostenibile e verde è l’unica che oggi resiste alla crisi e che in soli cinque anni potrebbe portare 20 milioni di lavoro in più in Europa”.

Nel 2014 i sostenitori di Earth Hour hanno raccolto fondi per piantare milioni di alberi, promuovere l’uso di stufe a basso consumo di carburante e ridurre l’impronta di carbonio di migliaia di scuole. Dal 2007, Earth Hour ha mobilitato imprese, organizzazioni, governi e centinaia di milioni di persone in oltre 7.000 città e 162 paesi.

Gli hashtag per l’ora di buio planetaria sono: #EarthHour #unoralbuio

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Fonte: Marina Militare

Foto: Earth Hour

Il caso Tellini e l’invasione di Corfù decisa da Mussolini. Conseguenze e valutazioni

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By Filippo Malinverno

Dalla tesi “Il caso Tellini: la questione del confine greco-albanese dall’eccidio di Giannina all’occupazione di Corfù” di Filippo Malinverno.

Capitolo II: la crisi di Corfù

2.1. La reazione di Mussolini all’eccidio

Il 27 agosto 1923, con un allarmante comunicato, l’ambasciatore italiano ad Atene, Montagna, informò l’allora Primo Ministro e Ministro degli Esteri Benito Mussolini, al potere da poco meno di un anno, dell’efferato omicidio di ufficiali italiani avvenuto sul suolo greco.

Appena ricevuta la tragica notizia, Mussolini ordinò al proprio ambasciatore in Grecia di “fare le più energiche rimostranze a codesto governo facendo al tempo stesso ampie e complete riserve per tutte le riparazioni che ci saranno dovute e che pretenderemo dopo accertamento dettagliato dei fatti”.

Sottolineando la “gravissima responsabilità che incombe alla Grecia”, Mussolini non ricorse alla Società delle Nazioni per risolvere la questione, né si consultò con le quattro grandi potenze dell’Intesa (Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti e Giappone), ma decise di agire in autonomia per mettere in atto una dimostrazione di forza.

Non appena ebbe ricevuto la notizia dell’eccidio, il Duce scrisse all’Ambasciatore Montagna di chiedere al governo greco delle riparazioni per il danno subito dall’Italia, definite da Mussolini stesso le “minime compatibili colla gravissima offesa di cui la Grecia si è resa responsabile verso l’Italia”; insieme alla nota per l’ambasciatore, il capo del governo italiano allegò anche un documento contenente tutte le richieste di risarcimento, economico e morale, che Atene avrebbe dovuto adempiere in favore di Roma entro ventiquattro ore.

L’allegato, inviato da Mussolini a Montagna in italiano, fu poi inoltrato dallo stesso Montagna al Ministro degli Esteri greco Alexandris, in lingua francese, e conteneva le seguenti richieste:

1. la presentazione di scuse formali da parte del governo greco a quello italiano;
2. lo svolgimento di una solenne cerimonia funebre per le vittime del massacro da tenersi ad Atene, in presenza di tutti i membri del governo greco;
3. gli onori alla bandiera italiana da rendere nello stesso giorno della cerimonia funebre (l’Italia sarebbe stata rappresentata da alcune navi della flotta mediterranea);
4. l’apertura di un’inchiesta alla quale avrebbe dovuto partecipare anche un rappresentante italiano, il colonnello Perrone;
5. la punizione capitale per tutti gli autori del crimine;
6. un’indennità di 50 milioni di lire a titolo di risarcimento;
7. gli onori alle salme dei caduti all’atto dell’imbarco per ritornare in Italia.

Nel documento ufficiale, le richieste italiane erano svariate e, in parte, inaccettabili per il governo greco, soprattutto con un ultimatum così ridotto.

Se Atene accettò senza protestare le riparazioni contenute nei punti 1, 2, 7 e, parzialmente, 3, gli ellenici respinsero categoricamente tutte le richieste dei punti 4, 5 e 6, rifiutando così ogni sorta di coinvolgimento nell’omicidio Tellini e dichiarando che l’affermazione italiana riguardo l’offesa greca ai danni di Roma era totalmente ingiusta.

La pena capitale per i colpevoli poteva anche essere accettata, ma il pagamento di 50 milioni di lire come risarcimento e la partecipazione di un delegato italiano, il colonnello Perrone di San Martino, alle indagini erano condizioni che, se accettate, avrebbero comportato l’implicita ammissione di colpa da parte della Grecia: i greci, dunque, rifiutarono tre dei sette punti proposti da Mussolini.

La reazione che il rifiuto greco scatenò fu decisamente inaspettata. Già alle 3.00 di notte del 31 agosto 1923, Mussolini telegrafava al Re Vittorio Emanuele III l’intenzione di occupare l’isola greca di Corfù:

“In seguito a […] risposta che equivale in sostanza al rigetto delle richieste italiane ho disposto per la partenza di adeguate forze navali e per l’occupazione a carattere pacifico e temporaneo dell’isola di Corfù mediante lo sbarco di un contingente di truppe limitato per ora a 1.000 uomini”.

La mattina dello stesso giorno, al largo di Corfù iniziarono le operazioni militari. Lo sbarco fu accompagnato da un bombardamento navale, breve ma sanguinoso, dovuto ad un’ingiustificata iniziativa del comando della squadra incaricata dell’operazione: la flotta dell’ammiraglio Emilio Solari, dopo aver ricevuto il rifiuto della guarnigione greca di issare bandiera bianca sul forte in segno di resa, fu costretta prima a sparare di colpi a salve per intimare i nemici e poi, dopo un nuovo rifiuto, a bombardare con tiri di piccolo calibro il forte, causando diversi morti tra i civili greci. Dopo la cessazione del fuoco, lo sbarco sull’isola avvenne agevolmente per gli italiani, che non trovarono alcuna resistenza. Una volta appresa la notizia dell’azione militare italiana, il governo di Atene decise di appellarsi al Consiglio della Società delle Nazioni di Ginevra.

2.2. La comunità internazionale di fronte all’occupazione di Corfù e l’incompetenza della Società delle Nazioni secondo il governo italiano

In quei giorni, a Ginevra si stavano svolgendo le normali sessioni del Consiglio e dell’Assemblea della Società delle Nazioni e la vicenda di Corfù era ovviamente sulla bocca di tutti: i vari delegati non si risparmiarono a criticare l’azione di Roma, troppo decisa e troppo drastica secondo la maggioranza dei membri.

Mentre la Grecia, inizialmente propensa a negoziare con Roma, aveva ritenuto opportuno, dopo l’occupazione della sua isola, rivolgersi al Consiglio della SDN e smettere di trattare con l’Italia, Mussolini e Salandra, delegato italiano a Ginevra, erano decisi a non sottoporre la questione alla neonata organizzazione internazionale, in quanto l’occupazione di Corfù non poteva essere considerata da un punto di vista giuridico un atto di guerra ricadente nell’articolo 15 del Covenant: a risolvere la questione, secondo l’Italia, doveva essere invece la Conferenza degli Ambasciatori, organo nel quale Mussolini avrebbe potuto contare sull’appoggio di Gran Bretagna, interessata a concludere la vicenda pacificamente per difendere i suoi interessi nel Mediterraneo, e Francia, desiderosa di un appoggio italiano nella questione della Ruhr.

Mussolini stesso, ben sapendo che l’attrito italo-greco sarebbe dipeso dalle decisioni di Londra e Parigi, nei giorni seguenti all’occupazione militare, aveva fatto sapere a diversi diplomatici in servizio a Roma che l’Italia sarebbe stata disposta ad abbandonare Corfù solamente se la questione fosse stata affidata alla Conferenza degli Ambasciatori; in caso contrario, gli italiani avrebbero continuato ad occupare l’isola, rischiando così di creare problemi che nessuna delle due grandi potenze europee aveva voglia di affrontare.

Dunque, cosa costava a Londra e Parigi esaudire i desideri di Mussolini e affidare la vicenda al giudizio della Conferenza?

Fondamentalmente niente. Accontentando il Duce, Francia e Gran Bretagna non avrebbero perso niente, anzi, avrebbero mantenuto buoni rapporti con l’Italia, potenza assai più influente della Grecia, avrebbero evitato di dover affrontare ulteriori problemi e avrebbero comunque tutelato i loro interessi nel Mediterraneo. Differente era invece la posizione delle piccole potenze, fortemente interessate a valorizzare il ruolo dell’organizzazione internazionale nel tentativo di strappare qualche concessione territoriale in futuro: molti dei loro rappresentanti temevano che un’eventuale esclusione della SDN dalla vicenda avrebbe inficiato il suo stesso ruolo nel panorama internazionale.

Ad ogni modo, Mussolini continuò a lottare nei primi giorni di settembre perché la questione fosse affidata alla Conferenza degli Ambasciatori. Le argomentazioni utilizzate da Roma per giustificare l’esclusione dell’organizzazione dalla crisi italo-greca furono quattro:

1. l’occupazione di Corfù non era un atto di guerra, ma soltanto di garanzia;
2. la Società delle Nazioni non poteva porsi come arbitro perché se lo avesse fatto avrebbe agito come un superstato (nessuno avrebbe mai voluto che la SDN diventasse tale);
3. il governo greco non era stato ancora riconosciuto da tutti;
4. la questione era già all’esame della Conferenza degli Ambasciatori (per iniziativa dell’Italia stessa).

Tra queste motivazioni, la più importante era la prima, in quanto si sostenne che la controversia con la Grecia non era un vero e proprio atto militare, ma, al contrario, riguardava esclusivamente l’onore e la dignità nazionale, visto che l’Italia aveva subito un’offesa in territorio greco ed era stata la vittima di un illecito avvenuto sotto responsabilità greca: dato ciò, la questione doveva essere esclusa dalle controversie contemplate negli articoli 11-15 del Covenant della Società delle Nazioni.

In pratica, l’occupazione di Corfù non era per gli italiani un atto militare, ma una sorta di occupazione di pegno o garanzia, categoria entro la quale faceva parte anche l’annessione della Bosnia-Erzegovina all’Austria-Ungheria, avvenuta nel 1908 (la delegazione italiana a Ginevra non mancò di sottolinearlo): essendosi la Grecia rifiutata di adempiere a tutte le richieste italiane, considerate da Roma più che legittime, Mussolini si era arrogato il diritto di reagire occupando militarmente un territorio greco a titolo di cauzione, almeno fino a quando Atene non avesse accettato le riparazioni in favore dell’Italia.

C’era poi la questione del bombardamento e della conseguente morte di alcuni civili greci, un incidente increscioso agli occhi dell’opinione pubblica internazionale; anche in questo caso però, l’Italia diede la totale colpa alla Grecia: infatti, era stato a causa del rifiuto greco di sventolare la bandiera bianca che l’ammiraglio Solari era stato costretto ad aprire il fuoco.

Per convincere Francia e Gran Bretagna, che di fatto tenevano le redini della SDN, della bontà delle sue motivazioni, Mussolini giunse anche a prospettare l’ipotesi di un ritiro dell’Italia dalla Società stessa nel caso in cui la crisi fosse stata affidata al giudizio dell’organizzazione ginevrina. Del resto, un eventuale ritiro dalla SDN non avrebbe fatto poi così tanto dispiacere all’Italia, dato che, in primo luogo, non c’era molta affinità fra i programmi revisionisti ed espansionisti del fascismo e i dogmi di tutela dello status quo sostenuti dalla Società, e, in secondo luogo, Roma era stata sempre considerata una potenza di seconda classe rispetto a Parigi e Londra.

Tuttavia, Mussolini era anche ben consapevole che, ritirandosi dall’organizzazione internazionale, l’Italia avrebbe senza dubbio perso peso politico a livello europeo, rischiando di patire un penoso isolamento diplomatico, cosa assolutamente da evitare per i progetti imperialisti del Duce.

Di fronte ad una possibile perdita di efficacia della Lega delle nazioni in caso di ritiro italiano, gli anglo-francesi lasciarono per un momento da parte i principi di sicurezza collettiva tanto cari alle piccole potenze balcaniche e favorirono così un compromesso che accontentava gli italiani di gran lunga di più che i greci, consentendo sia a Mussolini di salvare il proprio prestigio sia all’Italia di dimostrare la sua forza.

Alla fine, quindi, la questione venne risolta con l’accettazione, il 17 settembre 1923, da parte del Consiglio della Società delle Nazioni, della risoluzione adottata pochi giorni prima dalla Conferenza degli Ambasciatori, decisione che di fatto affidava alla Conferenza stessa il potere di giudizio finale sulla disputa italo-greca.

Il compromesso venne infine raggiunto il 27 settembre 1923, quando la Grecia, dopo la delibera internazionale del giorno prima, adempì alle richieste sottopostele dalla Conferenza degli Ambasciatori, che ricalcavano quasi in toto quelle italiane secondo la richiesta di riparazioni già inviata dalla Conferenza alla Grecia l’8 settembre, mentre l’Italia sgomberò l’isola di Corfù. La crisi venne così risolta senza colpo ferire.

2.3. Le origini della rivalità italo-greca: la violazione degli accordi di San Giovanni di Moriana

La crisi di Corfù del 1923, nonostante non condusse a nessun conflitto armato fra le due potenze protagoniste, dimostrò alla comunità internazionale la grande rivalità esistente tra Grecia e Italia nello scenario adriatico-balcanico. La prova di forza di Mussolini fu il primo vero scontro militare in cui Atene e Roma vennero coinvolte direttamente, ma la loro ostilità reciproca risaliva a diversi anni prima, quando in Europa era ancora in corso la Grande Guerra.

Con il Patto di Londra del 24 aprile 1915, la Triplice Intesa aveva raggiunto un fondamentale accordo con il Regno d’Italia, accordo che prevedeva l’ingresso di quest’ultima in guerra contro gli imperi centrali entro un mese dalla sua firma.

Tra le clausole del patto, che garantivano all’Italia ingenti compensi territoriali in caso di vittoria finale, ce n’erano diverse riguardanti l’influenza delle potenze dell’Intesa in Medio Oriente e in Anatolia, aree che erano di vitale interessi per tutti i belligeranti. Gli articoli in questione erano gli articoli VIII, IX, X e XII : negli art. VIII e X, rispettivamente, veniva innanzitutto stabilita la sovranità italiana sulle isole del Dodecaneso e sulla Libia, occupate dal 1912 dall’esercito italiano in seguito alla vittoria contro l’Impero ottomano nella guerra italo-turca cominciata nel 1911.

Per il resto, le clausole erano estremamente vaghe e sostanzialmente non vincolanti: all’Italia veniva infatti riconosciuto in via generale l’interesse al mantenimento dell’equilibrio nel Mediterraneo e promessa, in caso di divisione totale o parziale della Turchia asiatica, un’equa parte nella regione mediterranea vicina alla provincia di Adalia, sempre tenendo conto degli interessi di Gran Bretagna e Francia. Così redatti, questi articoli avevano semplicemente un valore formale e non ponevano alle potenze vincitrici alcun obbligo di consegnare all’Italia i territori promessi dopo la fine del conflitto: per ottenere un’assicurazione più vincolante, Roma necessitava di un ulteriore accordo scritto.

Fu per questo motivo che, il 24 aprile 1917, alla fine di una lunga trattativa che vide protagonista il ministro degli Esteri italiano Sidney Sonnino, vennero firmati gli Accordi di San Giovanni di Moriana fra Italia, Gran Bretagna e Francia. Anche la Russia avrebbe dovuto partecipare alla firma, ma essendo il regime zarista ormai crollato e la Rivoluzione d’ottobre alle porte, San Pietroburgo non poté inviare nessun rappresentante.

Secondo i termini degli accordi, che precisarono le ambigue clausole del Patto di Londra sull’Anatolia, alla Francia sarebbe stata concessa la regione di Adana, mentre l’Italia avrebbe ricevuto tutta la restante parte sud-occidentale dell’Anatolia, tra cui la città di Smirne. Entrambe le sfere di influenza avevano come oggetto dei territori rivendicati dalla Grecia, la quale sperava di sfruttare la probabile vittoria degli alleati dell’Intesa per realizzare la più volte citata “Megali Idea”.

Con la fine del conflitto mondiale e l’avvio delle trattative di pace a Parigi, le carte in tavola sarebbero state di nuovo rimescolate: Francia e Gran Bretagna si trovavano di fronte, all’inizio del 1919, due potenze vincitrici, Grecia e Italia, pronte a riscuotere i compensi territoriali che gli spettavano. Anche la Grecia infatti, in cambio del suo ingresso in guerra a fianco dell’Intesa, che avvenne nel giugno 1917, aveva ottenuto delle promesse territoriali da parte degli anglo-francesi: la Tracia orientale, le isole di Imbro e Tenedo e la regione di Smirne, guarda caso promessa anche agli italiani. Si trattò evidentemente di un doppio bluff da parte di Londra e Parigi, che, di fronte alle gravose esigenze militari, fecero promesse al vento sapendo bene di non poterle mantenere una volta giunti alla fine della guerra.

Il doppio gioco anglo-francese emerse con chiarezza durante la Conferenza di pace di Parigi, dove il primo ministro greco, Eleftherios Venizelos, fece pressione su Clemenceau e Lloyd-George per ottenere i territori promessi alla Grecia due anni prima.

La stessa cosa fecero Sonnino e Vittorio Emanuele Orlando, rappresentanti italiani alla conferenza, ma, di fronte all’indifferenza degli alleati, gli italiani decisero di abbandonare Versailles dando inizio alla questione della “vittoria mutilata”, d’ora in poi costante della vita politica italiana dei primi anni Venti.

Approfittando dell’assenza della delegazione italiana, che sarebbe tornata a Parigi il 5 maggio, il primo ministro inglese Lloyd-George convinse Clemenceau e Wilson della necessità di appoggiare le rivendicazioni territoriali greche, impedendo all’Italia di avviare qualsiasi iniziativa militare per prendersi con la forza ciò che le spettava secondo gli accordi di San Giovanni di Moriana: non fu difficile per il premier britannico trovare un’intesa con i francesi e gli americani e alla fine Venizelos fu libero di ordinare al proprio esercito di occupare Smirne il 15 maggio 1919.

Le armate turche di Mustafa Kemal avrebbero poi sconfitto i greci in nome della propria integrità territoriale, ma fra Grecia e Italia era nato un contrasto che sarebbe poi esploso durante la Seconda Guerra Mondiale con l’attacco fascista alla Grecia nell’ottobre 1940. La crisi di Corfù fu solo una scintilla che, almeno per il momento, non condusse ad uno scontro armato di larga scala.

2.4. Successo o danno? Le conseguenze sul piano internazionale

L’occupazione di Corfù e la conseguente crisi italo-greca furono un successo per l’Italia oppure una bruciante sconfitta? Politicamente parlando, questo gesto avventato non aveva certo giovato né all’Italia né alla reputazione di Mussolini all’estero; anzi, l’occupazione portò piuttosto a un raffreddamento delle relazioni italiane non solo con Atene, ma anche con Londra e Belgrado. D’altra parte, invece, Mussolini ottenne un grande successo, in particolare su due fronti: prima di tutto scosse il prestigio della Società delle Nazioni, organizzazione che di certo non gli suscitava simpatia, e, in secondo luogo, riuscì a dimostrare alle grandi potenze che l’Italia era capace di ottenere ciò che voleva anche con la forza e che il ruolo di Roma negli equilibri europei non poteva essere trascurato. Il Duce riuscì così a difendere l’onore dell’Italia di fronte a quelle grandi potenze che l’avevano sempre guardata con superiorità e distacco.

Emblematiche sono le parole del Duce in merito proprio alla Società: “la Società delle Nazioni è un duetto franco-inglese; ognuna di queste potenze ha i suoi satelliti e i suoi clienti, e la posizione dell’Italia fino a ieri, nella Lega delle nazioni, è stata di assoluta inferiorità”. Ora però, con la risoluzione in favore dello Stato fascista della questione di Corfù, la situazione era nettamente cambiata e Roma era riuscita a garantirsi il rispetto di Francia e Gran Bretagna.

Rimaneva da decidere se rimanere dentro la Società oppure abbandonarla: una scelta difficile, che andava analizzata in tutti i suoi pro e contro.

Lasciare la Lega avrebbe sì dato un segnale forte alle grandi potenze, ma avrebbe anche escluso l’Italia dai giochi di potere continentali e mondiali.

Il Duce stesso, nel suo discorso al Senato del 16 novembre 1923, ribadì che “niente può impedire che altri agiscano all’infuori di noi od anche contro di noi”, tuttavia un’uscita dalla Lega avrebbe comportato la violazione del “trattato di Versailles e di tutti gli altri trattati, perché il patto della Lega è parte integrante di tutti i trattati di pace” .

Non si poteva quindi abbandonare l’organizzazione, ma si doveva comunque lavorare e adoperarsi per cambiare diverse condizioni quasi avvilenti di inferiorità nelle quali l’Italia si trovava allora: l’obiettivo di Mussolini sarebbe stato cercare di stabilire un’uguaglianza totale fra il Regno d’Italia e le altre due maggiori potenze della Società, Francia e Gran Bretagna. Il Duce aveva compreso che, nonostante le difficoltà e i malfunzionamenti, la Lega delle nazioni era pur sempre il luogo in cui i grandi discutevano e prendevano decisioni riguardo a questioni internazionali di importanza assoluta. Bisognava restare, e Mussolini avrebbe dimostrato negli anni seguenti un atteggiamenti più benevolo verso la Società, come dimostrò la partecipazione dell’Italia al Patto di Locarno del 1925, un documento pieno di buone intenzioni ma con scarsa valenza reale.

2.5. La dubbia liceità delle misure coercitive e la determinazione del soggetto leso

Prima di proseguire con l’analisi della disputa greco-albanese circa i confini, è necessario concludere il discorso sulla crisi di Corfù verificando, in primo luogo, se le misure coercitive prese contro la Grecia fossero lecite oppure no e, in secondo luogo, quale fosse o quali fossero i soggetti lesi nella questione italo-greca.

Riguardo al primo punto, dopo la chiusura dell’affare Tellini, il Consiglio della Società delle Nazioni decise di nominare un apposito Comitato di giuristi per fare chiarezza sull’applicazione degli articoli 12, 13, 14 e 15 del Covenant: l’obiettivo, vista la confusione che aveva generato l’eccidio di Giannina, era quello di precisare quali fossero le competenze della SDN nella soluzione delle controversie internazionali e di verificare se fosse o meno lecito ricorrere a misure implicanti l’uso della forza meno gravi della guerra (le cosiddette “measures short of war” ) per tutelare un proprio diritto o interesse.

Dopo diverse analisi, il Comitato avrebbe tuttavia risposto in modo insoddisfacente ai quesiti sopracitati, in quanto i giuristi affermeranno che non può stabilirsi in astratto se misure del tipo di quella presa dall’Italia siano compatibili o meno con lo Stato della Società delle Nazioni: l’incompletezza di questa risposta deve far riflettere sulla grande ambiguità che avvolgeva le disposizioni contenute nel Covenant riguardanti l’uso della forza, visto che nemmeno degli esperti di diritto internazionale riuscirono a districare il nodo. Fortunatamente, nel 1945 le grandi potenze avrebbero imparato la lezione, adottando una formula diversa e molto più chiara per l’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite, riguardante l’uso della forza: stando al suddetto articolo, tutt’ora vigente, misure come quelle prese dall’Italia nell’estate del 1923 sarebbero categoricamente vietate.

Passando alla seconda questione, ovvero la determinazione del soggetto leso, si può notare come, almeno inizialmente, l’Italia si considerò come unica vittima indiretta dell’eccidio, dato che quattro suoi militari erano stati assassinati. A dimostrazione di ciò basta leggere il già citato telegramma di Mussolini a Montagna de 29 agosto 1923, dove il Duce ribadisce chiaramente che la Grecia è l’unica e vera responsabile dell’offesa recata ai danni dell’Italia; di un’eventuale offesa alla Conferenza degli Ambasciatori, che di fatto era il mandante della missione di Tellini, Mussolini e Montagna non fanno menzione.

Certo, Roma si rivolse subito alla Conferenza, richiedendo alla comunità internazionale che fosse questo organo ad occuparsi delle indagini e non, come volevano le piccole potenze, la Società delle Nazioni, ma questa richiesta era stata formulata unicamente con l’idea di ricevere il sostegno alle proprie richieste di riparazione da parte della Conferenza stessa.

La posizione degli Stati membri dell’organo internazionale era tuttavia diversa, poiché tutti concordavano sul fatto che il vero soggetto leso fosse la Conferenza degli Ambasciatori, essendo il generale Tellini nell’esercizio di una funzione da essa stabilita. Non a caso, anche la Conferenza inviò, il 31 agosto, una nota al Ministro degli Esteri greco Alexandris in cui protestava per l’increscioso delitto avvenuto in territorio greco e nella quale esprimeva l’intenzione di chiedere presto delle riparazioni.

Ma allora chi era stato il vero soggetto offeso? L’Italia, la Conferenza oppure entrambe?

Dopo lunghi giorni di dibattito, alla fine si giunse ad un ragionevole compromesso, con l’Italia che consentì l’invio di una nota collettiva ad Atene da parte di tutti i membri della Conferenza degli Ambasciatori. La richiesta di riparazioni giunse al governo greco l’8 settembre 1923: secondo questa nota, il soggetto leso era dunque la Conferenza, dato che si chiedeva che la presentazione delle scuse formali da parte della Grecia fosse fatta agli Stati membri della Conferenza e non solo all’Italia e, in secondo luogo, che il saluto alla bandiera fosse reso alle navi di tutti i membri della Conferenza che si trovavano in acque greche.

Tuttavia, allo stesso tempo si riconobbe che esisteva uno Stato più leso degli altri, l’Italia, alla quale spettavano speciali riparazioni: le navi italiane avrebbero guidato la flotta internazionale per ricevere il saluto alla bandiera e, cosa più importante, la Grecia avrebbe dovuto depositare 50 milioni di lire presso la Banca Nazionale Svizzera a titolo di cauzione in favore dell’Italia.

Anche in questo caso vediamo dunque che le grandi potenze e l’Italia seppero giungere ad un compromesso che non creasse ulteriori problemi, cercando di risolvere la questione nel minor tempo possibile e con il minor impiego di risorse. Nonostante ciò, Francia, Gran Bretagna e Italia non potevano ignorare che tutta questa crisi aveva radici ben più profonde della politica estera aggressiva di Mussolini: le tensioni fra Grecia e Albania erano una novità derivata dagli accordi di Versailles oppure erano un problema di lunga data?

Filippo Malinverno

La puntata precedente è al link Il massacro del generale Tellini sul confine greco-albanese, tra Islam balcanico e Cristianesimo ortodosso (13 febbraio 2015)

Segue il Capitolo III: Il confine greco-albanese

Foto: europinione.it

Clever Ferret 2014 in dirittura d’arrivo. Visita del gen Primicerj e Service Medal of Alliance al gen Gamba, comandante brigata Julia ed MLF, da parte del CaSMD ungherese gen Benko

Il generale Alberto Primicerj, comandante delle Truppe alpine (COMALP), ha fatto visita lo scorso giovedì 3 luglio al quartier generale della Multinational Land Force (MLF) allestito a Maribor, in Slovenia, nell’ambito della Clever Ferret 2014 che vede impegnati circa 1.300 militari – italiani, sloveni e ungheresi – dallo scorso 27 giugno e fino a metà luglio.

Davanti al personale del comando schierato, il generale Primicerj ha manifestato il suo apprezzamento per il lavoro svolto, ha ripercorso le tappe che hanno portato alla costituzione dell’unità multinazionale e, ribadendo l’importanza della collaborazione tra i tre paesi, ha espresso il suo augurio per il futuro della MLF.

Nella medesima occasione il Capo di stato maggiore della Difesa ungherese, gen Tibor Benko, presente a Maribor per la Defence Cooperation Initiative tra i vertici della Difesa di Italia, Slovenia, Ungheria, Austria e Croazia, ha conferito al generale Ignazio Gamba, comandante della brigata alpina Julia e della MLF, la Service Medal of Alliance, come riconoscimento per il lavoro svolto in ambito internazionale che ha portato beneficio alle Forze Armate Ungheresi.

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Ex Clever Ferret 2014: per la prima volta i missili anticarro Spike. Italia, Ungheria e Slovenia nella MLF esercitano procedure operative (3 luglio 2014)

La MLF in Paola Casoli il Blog

Fonte e foto: COMALP

Italia: non è più pappa e ciccia. E ora Equitalia vuole anche l’osso

By Vincenzo Ciaraffa

Da quando è iniziata la crisi economica e finanziaria che sta rovinando l’esistenza a milioni d’italiani, sempre più spesso il cittadino comune, il cosiddetto uomo della strada, si domanda perché mai siamo arrivati a questo punto e com’è che il Paese si ritrova il terzo debito pubblico più alto al mondo.

In effetti, aldilà del posto che occupa nella graduatoria dei disastri economici mondiali, quello nostro è un debito davvero colossale che  – da come si stanno mettendo le cose in zona euro –  lo Stato italiano potrà estinguere soltanto se confischerà stipendio e risparmi ai cittadini, lasciando loro giusto di che nutrirsi e, forse, vestirsi. Sempre che Padre Pio non si produca nel miracolo di far rinsavire la classe politica e dirigente, ma l’impresa la vediamo dura anche per un taumaturgo del suo calibro.

Comunque,  nonostante che al loro posto altri popoli avrebbero già impugnato forche e forconi, nella testa degli incazzatissimi italiani al momento si agita soltanto una pacifica domanda: “Perché siamo arrivati a questo punto?”.

Rispondere a tale interrogativo sarebbe difficile anche per un esperto di vicende italiane perché le cause dello sfascio economico sono tantissime e, perciò, bisognerebbe vivisezionare quasi settant’anni di storia repubblicana per capire dove siano andati a finire i 2mila miliardi di euro che mancano all’appello.

Nel nostro piccolo, tuttavia, al lettore almeno un’idea di come sia stata dilapidata quella montagna di miliardi la possiamo dare grazie a qualche esempio, o anche soltanto invitandoli a guardarsi intorno quando vanno a passeggio per le nostre città, ma su quest’ultimo punto ritorneremo dopo.

Fino all’inizio della stagione di Tangentopoli, a Gissi, un paesello di tremila abitanti abbarbicato sulle colline intorno a Chieti, fu costruito un ospedale da 200 posti letto, una piscina olimpionica, il Palazzetto dello Sport, il bocciodromo, lo stadio, il mercato coperto, la caserma della Guardia Forestale e le scuole di ogni ordine e grado, dalla materna a quella superiore, roba che neppure l’avanzatissima Svezia del tempo poteva permettersi.

Sapete perché un borgo come Gissi ebbe un posto letto in ospedale per ogni 15 abitanti mentre oggi gli ospedali siamo costretti a chiuderli nei grossi centri urbani per mancanza di soldi?

Perché era il centro del feudo politico di Remo Gaspari, un capataz di spicco dell’allora Democrazia Cristiana che fu per ben sedici volte Ministro della Repubblica con effetti sull’erario che furono all’altezza di Gissi. Infatti, quando Gaspari divenne titolare dello specifico dicastero, le Poste Italiane  – che già erano messe male – subirono la più sfacciata, anti meritocratica  infornata di raccomandati, specialmente abruzzesi,  che la storia della nostra sfortunata Repubblica ricordi!

Quel tipo di dissennata “generosità”, oltre alle dazioni tangentizie e politiche, produsse il risultato di drogare l’economia e, purtroppo, il nostro stesso sistema di vita senza che ce ne rendessimo conto.

La droga si chiamò, di volta in volta, assunzioni clientelari, pensioni d’invalidità elargite a persone che scoppiavano di salute, e perfino pensioni di anzianità concesse a chi aveva meno di quarant’anni d’età grazie ad astrusi computi, resi possibili da leggi varate per fini di bottega, senza parlare dell’apertura di cantieri che non costruivano niente. A tale proposito chi scrive ricorda un cantiere della costruenda Metropolitana aperto nella piazza Plebiscito di Napoli all’inizio degli anni ’90, sotto la Prefettura, in cui non si vide mai lavorare un operaio, mai scavare un buco, né entrare, o uscire, un camion e che, come per incanto, sparì non appena ebbe inizio Tangentopoli.

Lungi dall’indurci a riflettere su di un benessere che si fondava sull’indebitamento dello Stato, tutto ciò dava a noi italiani  – piuttosto accomodanti in fatto di gestione della cosa pubblica –  un senso d’inesauribile benessere.

In realtà sguazzavamo, gaudenti, nei proventi derivanti dalla compravendita della nostra acquiescenza verso il potere politico e che era da questo spacciata per consenso. D’altronde, se osservato con occhio critico, anche l’ambiente che ci circonda è capace di rappresentarci un altro esempio dell’insensato dispendio di quel denaro. Avete mai fatto caso, ad esempio, che nelle nostre città molte strade recano la denominazione doppiata?

Sì, doppiata perché al nome della strada già riportato su di una piccola lastra marmorea affissa sui muri degli edifici cittadini da tempi immemori, negli anni si è aggiunta un’altra tabella riportante la medesima intestazione, sicché il nome di molte strade è due volte indicato. Dato che ai Comuni non deve essere costato poco ri-tabellare le proprie strade, viene da domandarsi perché è stato speso del pubblico denaro per una cosa così stupida. Sicuramente vi sarà il funzionario di qualche Ufficio Tecnico Comunale pronto a fornire una spiegazione giustificativa in proposito ma, quant’anche esistesse un milione di giustificazioni, questo non farebbe diventare intelligente un fatto stupido o, quantomeno, sospetto.

Sebbene sintetizzato in soli due esempi, crediamo che il criterio con cui è stato “amministrato” il nostro Paese per quasi settant’anni appaia abbastanza chiaro al lettore ma, ove non lo fosse ancora, suggeriamo di guardare la pubblicità emergente.

Fino a pochissimi anni fa  – quando sembrava che di pappa e ciccia ve ne fosse in abbondanza –  le banche (uniche ad aver tratto benefici della catastrofe in atto) e le finanziarie facevano generoso ricorso a delle pubblicità che reclamizzavano la concessione di prestiti a impiegati, operai, precari, pensionati e perfino ai protestati. Sopravvenuta, com’era prevedibile ma da nessun esperto previsto, la catastrofe finanziaria  –  e, quindi, sparita la ciccia –  un ottuso sistema fiscale con le sembianze di Equitalia ora vuole anche l’osso. E non è un modo di dire. Infatti, nelle nostre città è, ormai, tutto un proliferare d’insegne e tabelloni pubblicitari di negozi (i Monti di Pietà dell’impero dell’euro) che invitano a vendere i vecchi monili d’oro che quasi ogni famiglia possiede in casa, come le collanine regalate al battesimo dei figli o gli anellini ricordo della loro prima Comunione. Perfino su alcune emittenti ha preso a fare capolino una pubblicità che in televisione non si era mai vista prima d’oggi: “Compro oro vecchio in contanti”.

Non possiamo, non dobbiamo e non vogliamo fare previsioni catastrofiche per il futuro e, tuttavia, diviene davvero difficile resistere alla tentazione di affermare che la fila al Monte di Pietà era l’inevitabile epilogo di una Repubblica che non è mai riuscita a diventare Res publica.

Vincenzo Ciaraffa

Foto: la vignetta di Staino è presa da PaperBlog

Afghanistan, a Herat il PRT italiano fa i conti con la crisi. La Spagna non è da meno

Italia e Spagna, si legge in un articolo della Reuters di oggi 28 luglio, starebbero diminuendo progressivamente i fondi di quest’anno dedicati allo sviluppo in Afghanistan concordemente con l’allargarsi della crisi economica che le ha colpite.

Secondo quanto riporta Reuters, l’Italia avrebbe “spazzato via” 400mila euro da quanto promesso per il 2012, lasciando 5 milioni di euro sul piatto, mentre la Spagna starebbe tagliando addirittura milioni dalla disponibilità iniziale.

Più avanza la crisi in patria e meno soldi si stanziano in teatro operativo. Questo in pratica ciò che l’articolo ha inteso evidenziare attraverso le parole del comandante del Provincial Reconstruction Team (PRT) di Herat, il colonnello italiano Francesco Principe, a cui ha fatto eco il collega spagnolo Luis Cebrian Carbonell, comandante del PRT di Qal’ah-ye Now, nella provincia di Badghis.

Il taglio di 400mila euro registrato per quest’anno sugli aiuti italiani penalizzerebbe, secondo quanto riportato, sia il carburante che il sostegno ai progetti di aiuto. Rimane tuttavia il vanto del principale progetto realizzato nel 2012 dall’Italia, il nuovo aeroporto di Herat ultimato lo scorso aprile dopo otto mesi di lavori per un costo totale di quasi un milione e mezzo di dollari.

Stessa sorte per gli aiuti provenienti dalla Spagna, i cui 1.500 militari sono distribuiti tra Herat e Badghis, nel nord. Quest’anno si assisterà a un’“importante diminuzione dovuta all’economia spagnola”, ha affermato il colonnello Luis Cebrian Carbonell.

In pratica, a fronte dei 10 milioni di euro del 2011, quest’anno la Spagna dispone di 7 milioni e 300mila euro per la costruzione di strade e altri progetti.

Ma la crisi non è solo di Italia e Spagna. Anche i maggiori contributori stanno stringendo i cordoni della borsa. Sei PRT sono stati chiusi nel corso degli ultimi mesi, tre americani, due svedesi e uno tedesco, ricorda il colonnello Principe, mentre altri 7 degli attuali 26 chiuderanno per la metà del prossimo anno, mettendo fine ai progetti di sostegno alla scuola, alla salute e alla ricostruzione.

L’impegno dell’Italia, conclude l’articolo, è stato pari a circa 36 milioni di euro dal 2005, mentre la Spagna ha contribuito per 226 milioni di euro dal 2006.

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L’area di responsabilità militare italiana nell’ovest dell’Afghanistan in Paola Casoli il Blog

Fonte: Reuters (qui via yahoo!)

La mappa delle responsabilità nazionali in Afghanistan è di ISAF NATO

Campionato Internazionale CISM Tiro a Volo: l’Italia chiude al 2° posto

Secondo posto per l’Italia al 1° Campionato Internazionale CISM di Tiro a Volo. Le finali del campionato, che ha preso il via lo scorso 24 maggio, si sono giocate domenica 27 maggio nel poligono Tiro a Volo Spinella a Torre Santa Susanna, in provincia di Brindisi.

La classifica individuale maschile della competizione, a cui hanno partecipato atleti militari di 11 nazioni europee e asiatiche oltre alla Nazionale Militare Italiana, ha visto l’affermazione del rappresentante del Qatar. Al secondo posto si è qualificato il carabiniere Daniele Resca e al terzo il portacolori dell’Oman.

Nella categoria “ladies”, l’atleta dell’Esercito Italiano, Caporal Maggiore Scelto Romina Giansanti, si è classificata seconda tra due atlete del Qatar, che si sono aggiudicate la prima e la terza posizione del podio.  Nella competizione a squadre la prima posizione è andata al Qatar, seguita dall’Italia e dall’Oman.

Nella piazza del Convento nel Comune di Torre Santa Susanna, Brindisi, si è svolta la cerimonia conclusiva della competizione, con la premiazione di tutti gli atleti classificati nelle prime tre posizioni.

Il generale Rinaldo Sestili, rappresentante della Difesa, ha dichiarato la chiusura dei giochi e l’ammaina delle bandiere della competizione, in un’atmosfera caratterizzata dall’incontro fra le diverse culture e dalla esibizione della Fanfara Dipartimentale del Comando in Capo del Dipartimento Militare Marittimo dello Jonio e del Canale d’Otranto di Taranto.

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Fonte: stato maggiore Difesa

Foto: stato maggiore Difesa

Celebrazioni 151° anniversario costituzione Esercito Italiano. Il CsmE generale Graziano depone una corona d’alloro all’Altare della Patria. Domani Napolitano conferirà decorazioni

Nel corso della mattinata di oggi, giovedì 3 maggio, il Capo di stato maggiore dell’Esercito, generale Claudio Graziano, deporrà una corona d’alloro all’Altare della Patria, per rendere omaggio a quanti hanno offerto la propria vita per la Patria e per i valori su cui si fonda l’Italia.

L’evento si colloca a premessa della cerimonia militare in programma domani 4 maggio, 151° anniversario della costituzione dell’Esercito Italiano, all’Ippodromo militare “Generale di Corpo d’Armata Pietro Giannattasio” di Tor di Quinto a Roma.

Alla cerimonia di domani, che prenderà avvio alle 10.30, presenzierà il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che conferirà le seguenti decorazioni:

Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare d’Italia alla Bandiera di Guerra dell’Esercito Italiano per l’impiego, dal 2003 al 2011, per il mantenimento della pace, la stabilizzazione e ricostruzione di aree di crisi e la salvaguardia della libertà nei teatri operativi dell’Iraq, dell’Afghanistan, del Sudan e del Libano;

Medaglia d’Oro al Valor Militare, alla memoria, al Sottotenente Mauro Gigli;

Medaglia d’Oro al Valor Militare, alla memoria, al Caporal Maggiore Capo Scelto  Pierdavide De Cillis;

Croce d’Onore, alla memoria, al Capitano Massimo Ranzani;

Croce d’ Onore, alla memoria, al Caporal Maggiore Capo Luca Sanna;

Croce d’ Onore, alla memoria, al Caporal Maggiore Capo Gaetano Tuccillo;

Croce d’ Onore, alla memoria, al Caporal Maggiore Scelto Roberto Marchini;

Croce d’Onore, alla memoria, al Caporal Maggiore Scelto David Tobini;

Croce d’Onore, alla memoria, al Primo Caporal Maggiore Matteo Miotto;

Croce d’Onore al Primo Caporal Maggiore Simone Careddu;

Croce d’Onore al Caporal Maggiore Luca Barisonzi.

Il 4 maggio 1861 a Torino, Manfredo Fanti, in qualità di Ministro della Guerra, decretò che il Regio Esercito, prima denominato Armata Sarda, avrebbe preso il nome di Esercito Italiano.

Per ricordare l’avvenimento sarà schierata una brigata costituita da Reparti operativi e Istituti di formazione che indosseranno le uniformi storiche e gli equipaggiamenti di specialità.

Alle spalle dello schieramento saranno esposti alcuni tra i principali mezzi in dotazione alla Forza Armata, tra i quali il VTLM Lince, il VBM Freccia, il VBL Puma un elicottero A-129 Mangusta, un elicottero CH-47, un elicottero NH-90, attualmente impiegati nei teatri di operazione.

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Fonte: stato maggiore Esercito Italiano

Foto: la Bandiera dell’Esercito Italiano è di esercito.difesa.it

In Italia tutto deve cambiare perché tutto resti com’è, ovvero come continuare a imbrogliare gli italiani

By Vincenzo Ciaraffa

Secondo l’attuale governo le banche sono enti benefici alla stregua delle Caritas diocesane e, pertanto, esentate dal pagamento dell’IMU, mentre i vecchietti possessori di una casa e ricoverati in ospizio no. Ebbene, se qualcuno aveva ancora dei dubbi sui “poteri” che hanno determinato la nascita del governo Monti, immagino che, a questo punto, se li sia tolti: le banche sono sicuramente degli enti benefici ma di se stesse.

Giusto per farsi un’idea della beneficenza che esse fanno, bisogna sapere che sulla rata di un mutuo – casa di euro 1242,32 mensili a tasso variabile, il contraente paga loro la bellezza 534,62 d’interessi, euro più, euro in meno … roba da cravattari, altro che enti benefici!  V’è, invece, una categoria d’italiani che di mutui sicuramente non ha bisogno. Infatti, abbiamo scoperto che la montagna di soldi del finanziamento pubblico ai partiti (bocciato dagli italiani con un referendum), in realtà, serviva a finanziare i vizi dei caporioni della politica, le minchiate di figli meno che mediocri, acquisti di oro e diamanti, gigolò canterini, viaggi all’estero e pranzi da 180 euro a portata.

Secondo Bossi è inutile indignarsi di ciò perché “i soldi del finanziamento pubblico, i partiti possono decidere anche di buttarli dalla finestra”. Affermazione quella di Bossi pericolosa, oltre che stupidamente tracotante, perché agli italiani potrebbe venir voglia da far volare loro, i politici, dalle finestre! E questo mentre torme di pensionati sopravvivono andando a raspare negli scarti dei mercati generali e una quarantina di disgraziati si è tolto la vita perché rovinati dalla crisi economica e dalle tasse di cui una parte pare si possa anche buttare dalle finestre.

Per molto meno di quando sta accadendo nel nostro Paese, in Francia e in Russia scoppiarono delle rivoluzioni che, pur con gli eccessi e le svolte autoritarie che, di solito, caratterizzano le rivoluzioni, ebbero il potere di cambiare la storia del mondo. Furono degli estremisti sanguinari i sanculotti francesi e i bolscevichi russi che si sbarazzarono della loro corrotta, imbelle classe dirigente senza andare tanto per il sottile?

Sono fessi gli italiani che tollerano le ruberie, le depravazioni e le vessazioni di una sfrontata e rapace oligarchia? Non furono sanguinari i primi, né si possono considerare acquiescenti fessi i secondi, la differenza tra loro, semmai, è in quelle che si potrebbero definire caratteristiche somatiche delle forze in campo.

Sia nella Rivoluzione Francese, sia in quella russa del 1917, infatti, eccetto l’aristocrazia (e neppure tutta in verità) le altre classi sociali si schierarono compattamente con la rivoluzione, sicché quelle che erano state fino a quel momento forze del sistema divennero antisistema. In Italia, invece, è accaduto l’incontrario perché partiti e movimenti politici, teoricamente antisistema o addirittura eversivi, non anelavano tanto a rovesciare il sistema quanto ad occuparlo.

Il movimento politico semi – anarchico del primo dopoguerra, “L’uomo qualunque”, dopo essere venuto a patti con la DC e il Partito Monarchico fu assorbito dal sistema fino a scomparire nel giro di una legislatura. Il Movimento Sociale Italiano, partito parafascista, per uscire dal ghetto nel quale l’aveva relegato il cosiddetto arco costituzionale, non esitò ad appoggiare l’elezione di discussi Presidenti della Repubblica e governi privi di precostituita maggioranza parlamentare mediante il consociativismo, noto agli inizi come milazzismo. Il PCI, nemico di tutte le democrazie liberalcapitaliste, non trovò di meglio che venire a patti con una di esse con il compromesso storico. La Lega, movimento politico tendenzialmente eversivo, si è incardinata talmente bene nel sistema  – che voleva rivoltare come un pedalino –  che ha finito col riprodurne i peggiori vizi ed eccessi. A tutto ciò si deve aggiungere che il sistema è riuscito ad assorbire anche quelle che dovrebbero essere le voci libere di una democrazia autentica, cioè la stampa e i sindacati, mediante elargizione di altro pubblico denaro.

Va da sé che, con tali presupposti, nessun reale cambiamento era ed è possibile in Italia, meno che mai la rivoluzione. La situazione politica è talmente degenerata che   – paradosso dei paradossi! –  la vera forza rivoluzionaria oggi presente in Italia è quella che, solitamente, è la nemica di tutte le sovversioni/rivoluzioni, la magistratura.

E sapete in che modo essa sta facendo la rivoluzione? Applicando semplicemente la legge essendo contrastata in ciò dal potere politico. Ebbene, se un sistema di potere entra in conflitto con chi è deputato ad applicare la legge, diviene davvero difficile resistere alla tentazione di definire quello stesso sistema fuorilegge o, come minimo, intollerabilmente impudente.

Dopo le ruberie del cassiere della Margherita  – che peraltro non esiste più come partito da qualche lustro –  e la scoperta dell’allegra gestione di quello della Lega, sembrerebbe che  tutto stia cambiando. In realtà sta cambiando tutto e niente, in ossequio alla massima di Tomasi di Lampedusa secondo il quale nel nostro Paese “tutto deve cambiare perché tutto resti com’è”. Infatti, il cassiere della Margherita è sempre rincantucciato in Parlamento, a 26.000 euro il mese, e il padre padrone della Lega, Bossi, si è dimesso da segretario del suo movimento per diventarne, però, presidente con gli stessi poteri di prima. Dopo le “dimissioni” del padre, sono intervenute quelle del figlio e del presidente leghista del Consiglio Regionale Lombardo, dimissioni che speriamo siano tali anche nella sostanza e che non si collochino, poi, i dimissionari presso qualche altra greppia finanziata col nostro denaro. Oddio, bisogna dire che, con l’aria che tira in Regione Lombardia, perfino il Trota ha dimostrato di essere intelligente tirandosene fuori in tempo.

Un altro cambiamento di tipo bossiano lo sta producendo l’UDC di Pierferdinando Casini (da ventinove anni in Parlamento) il quale ha azzerato i vertici del suo partito per crearne uno nuovo, o Terzo Polo, o Partito degli Italiani o come diavolo si chiamerà.  A questa “nuova” realtà nascente della malmessa politica italiana hanno già dato la propria adesione Giorgio La Malfa, Francesco Rutelli, Gianfranco Fini, Ferdinando Adornato e altri nove capataz la cui presenza in Parlamento assomma a un totale di quasi duecento anni!

A fronte di cotanta impudenza, gli stessi impudenti hanno bacchettato Monti perché voleva varare un immediato decreto legge per ridefinire il finanziamento pubblico dei partiti, avocando al Parlamento tale incombenza. Ma come, viene da chiedersi, questi hanno avallato gli indecenti provvedimenti di un capo del governo di “nomina regia”, come il famigerato decreto salva Italia e il tentativo di sopprimere sic et simpliciter l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, e adesso si ricordano delle prerogative del Parlamento sovrano?

Come sosteneva Andreotti, il campione di questa genia politica, a pensar male si fa peccato, però s’indovina, ed è legittimo sospettare che i partiti non vogliono perdere il controllo dei milioni di euro di rimborso che versiamo loro a ogni tornata elettorale, peraltro senza obbligo di rendiconto. Puntualissima, infatti, è arrivata la notizia che il triumvirato Alfano – Bersani – Casini ha deciso che la ridefinizione del finanziamento ai partiti avverrà per il tramite di una proposta di legge, come dire che, nella migliore delle ipotesi, se ne parlerà nella prossima legislatura.

Mentre studiano come fregarci con una legge parlamentare ispirata alla richiamata massima di Tomasi di Lampedusa, i politici fanno finta di non capire cosa realmente provano in questo momento per loro gli italiani: li odiano! Comunque, a togliere ogni dubbio sulla genuinità della levata di scudi contro la dichiarata disponibilità del governo a ridefinire la legge sui rimborsi elettorali, è intervenuto anche il tesoriere dei DS, Ugo Sposetti, che ha proposto di estendere il contestato rimborso anche alle fondazioni dei partiti. Come dire che  – se passasse la sua proposta –  anche un’ipotetica bocciofila “Antonio Gramsci” potrebbe fruire del finanziamento pubblico.

A questo punto i casi sono due: o nostri politici hanno lo scroto al posto del cranio  – nel quale galleggia un cervello dalle dimensioni inconsistenti  –  o si sono prefissi la missione di far rivoltare gli italiani!

Vincenzo Ciaraffa

La foto della cena del film Il gattopardo è di SiciliaOnline

Il 25 aprile si può anche ricordare Coltano

By Cybergeppetto

La “fossa del fachiro” era un particolare modo di punire gli internati dei campi di concentramento alleati in Italia, la maggior parte dei quali in Toscana, il meno ignoto a Coltano, nel Comune di Pisa.

Era una fossa in cui venivano poste delle pietre aguzze e molto fitte, ci voleva assai poco ai prigionieri per finirci dentro, stipati come sardine affinchè si dovessero per forza ferire i piedi, bastava non salutare il personale militare americano o amenità del genere. Non parliamo solo di Ezra Pound, ma di trentacinquemila internati, qualche tedesco e molti italiani, fascisti o ex repubblichini, molti di essi morirono di stenti o per malattie non curate.

In quel periodo buio della storia italiana, in cui ognuno ebbe timore di temere per la propria vita anche se non aveva partecipato ad azioni militari da una parte o dall’altra; la vita di chi era fascista fu particolarmente dura, molti furono fucilati dopo la resa, torturati o seviziati da bande di partigiani che operavano al di fuori di ogni controllo.

Molti morirono nei campi di concentramento, quelli che si salvarono, e che non avevano voltato gabbana, espatriarono o furono condannati a una vita da reietti, sempre attenti a non finire nelle mani della “volante rossa” o dei fanatici residuati dalla guerra civile, comunisti pronti a tornare a uccidere, nell’attesa che arrivasse “baffone”.

Queste storie, con gran dovizia di particolari, furono scritte in una monumentale opera di Giorgio Pisanò, Storia della Guerra Civile in Italia, poi furono ripetute e integrate, in tempi più recenti, da Giampaolo Pansa in una serie di volumi di cui Il sangue dei vinti è forse quello più noto. E’ una storia, quella di Coltano, che si aggiunge alle foibe, al triangolo dell’Emilia, alle vendette consumate ovunque e a tanti altri crimini che non era politicamente corretto raccontare nell’Italietta che faceva, e fa tutt’ora, finta di non sapere che l’Italia l’hanno liberata gli angloamericani.

La retorica riempirà questa giornata di celebrazioni della Resistenza,  ma gli strascichi delle violenze commesse da entrambe le parti non possono essere cemento di una nazione, continueranno a essere sale sulle ferite, odio che rinasce, desiderio di rivalsa che cova sotto la cenere.

Un morto è un morto a prescindere dall’ideologia che ha avuto in vita, un assassino è un assassino anche se sta “dalla parte giusta” della Storia.

Cybergeppetto

p.s. “Papà, che vuol dire ‘Vae Victis’?”. “Vuol dire ‘guai ai vinti’, dall’antica  Roma ai giorni nostri è un motto sempre valido. Il vinto muore barbaramente trucidato e, agli occhi della Storia, è lui il colpevole…”.

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Piaccia o meno, ricordate anche lui – By Cybergeppetto (23 aprile 2011)

La foto è dell’Antologia e documentazione in rete sulla Repubblica Sociale Italiana (RSI)