Nazioni Unite

Il CaSMD gen Graziano all’ONU: necessario un approccio omnicomprensivo per le operazioni di peacekeeping

“Il carattere multidimensionale, incerto e transnazionale dell’attuale minaccia determina un rischio globale rispetto al quale nessun Paese può ritenersi immune“.

Il Capo di Stato Maggiore della Difesa (CaSMD), generale Claudio Graziano, ha così iniziato la sua analisi sull’attuale scenario geopolitico internazionale durante la conferenza dei Capi di Stato Maggiore della Difesa presso la sede delle Nazioni Unite a New York.

In particolare, il gen Graziano, su invito dell’ONU, è stato protagonista di un panel sulle sfide delle attuali e future operazioni di peacekeeping.

La complessità dell’attuale scenario comporta – come ha evidenziato il gen Graziano, così sottolinea il comunicato stampa dello stato maggiore della Difesa dello scorso 7 luglio – lo sviluppo di una risposta adeguata, e il ruolo delle organizzazioni internazionali è fondamentale.

Il gen Graziano, che è stato a capo della missione UNIFIL in Libano nei delicatissimi anni immediatamente successivi al conflitto del 2006 tra Israele ed Hezbollah, ha poi sottolineato l’importanza per le Nazioni Unite di avere la capacità di guidare in modo coordinato ed efficace la gestione delle attuali crisi.

Un importante accento, fa sapere il comunicato stampa, è stato posto dal Vertice militare italiano sulla necessità di un approccio onnicomprensivo per le operazioni di peacekeeping che tenga conto, fin dai più bassi livelli, di tutti gli strumenti di potere, diplomatico, informativo, militare ed economico, al fine di poter realmente coinvolgere sia le autorità locali sia quelle internazionali nel processo di ricostruzione e sviluppo delle aree che hanno subito il crollo statuale.

Il ruolo italiano nelle operazioni ONU è di primo piano: “il nostro Paese, infatti, è il primo contributore in termini di truppe tra i Paesi occidentali con una significativa partecipazione alle operazioni in Libano e in Mali, conclude il comunicato stampa della Difesa.

Fonte e foto: stato maggiore Difesa

UNIFIL, Sector West: a 10 anni dalla risoluzione ONU 1701 sono oltre 32mila i caschi blu italiani passati dal Libano

Assetto cinofiloIl contingente italiano di UNIFIL in Libano ha celebrato ieri, 11 agosto, il 10° anniversario dell’approvazione della risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ricorda un comunicato stampa dello stesso contingente attualmente su base brigata Sassari al comando del gen Arturo Nitti.

Con l’occasione il generale Nitti, comandante del contingente italiano del Sector West (SW) di UNIFIL, ha detto che “il modo migliore per tenere fede a questo storico impegno della comunità internazionale e dell’Italia sotto le insegne delle Nazioni Unite è quello di continuare a garantire la piena attuazione del mandato della missione che ci è stata assegnata”, riferisce il comunicato.

Base avanzata 1-31La risoluzione, adottata all’unanimità l’11 agosto 2006, pose fine ai trentaquattro giorni di scontri tra Israele e le milizie sciite di Hezbollah mediante l’invio di 15.000 “caschi blu” di UNIFIL, la Forza di interposizione delle Nazioni Unite nel Libano del Sud.

L’annuncio della partecipazione italiana fu dato dal governo con una nota di Palazzo Chigi in cui si affermava “la disponibilità a contribuire alla Forza delle Nazioni Unite” e l’avvio delle consultazioni “per determinarne la composizione, l’articolazione ed il mandato”, riporta il comunicato del contingente italiano nel ripercorrere l’evento.

Una missione che si è evoluta nel tempo e che oggi punta ad assicurare il monitoraggio della cessazione delle ostilità tra Israele e Libano, assistere la popolazione civile e sostenere le Forze Armate Libanesi nel garantire la sicurezza dei propri confini e la stabilizzazione dell’area.

Attività di sminamento lungo la ''Blue line''Fatti e cifre dell’impegno militare italiano in Libano trovano riscontro a iniziare dalla prima spedizione a Beirut, che di fatto diede il via alla partecipazione dell’Italia alle moderne missioni internazionali di pace all’estero, fino all’avvio dell’operazione Leonte nel 2006.

Da allora, in Libano, si sono alternati oltre 32.200 militari italiani.

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Fonte e foto: SW UNIFIL

Alzabandiera a Shama

Libano: il re di Spagna Filippo VI in visita a UNIFIL rinnova il pieno supporto alla missione

20150408_UNIFIL_il Gen Portolano saluta il Re di Spagna Filippo VIIl re di Spagna Filippo VI ha fatto visita alla missione dell’Onu in Libano, UNIFIL, mercoledì scorso, 8 aprile, e ha rinnovato il sostegno del suo paese all’importante sforzo per la sicurezza in atto nella Terra dei Cedri.

Filippo VI è stato accolto nella base spagnola Miguel de Cervantes di Marjayoun dal generale Luciano Portolano, Capo della Missione e Comandante della Forza ONU nel Libano del sud, dal generale spagnolo Antonio Ruiz Olmos, comandante del settore est di UNIFIL, e da Samir Moqbel, vice primo ministro e ministro della Difesa libanese.

Nel corso dell’incontro, il generale Portolano ha illustrato le attività in atto connesse con il mandato della risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, fornendo un aggiornamento generale del complesso quadro operativo.

20150408_UNIFIL_il re di  Spagna Filippo VI in visita al contingente spagnoloIn particolare, il Comandante di UNIFIL ha enfatizzato l’importanza e la valenza strategica del tavolo Tripartito”, unico strumento di dialogo tra Israele e Libano, capace di risolvere criticità e problematiche legate all’implementazione della risoluzione 1701.

Proprio su quest’ultimo tema, il reale di Spagna ha rinnovato il pieno supporto della sua nazione nella incessante opera di pacificazione di UNIFIL.

Prima della sua partenza il Re ha reso omaggio ai caduti della missione con la deposizione di una corona. La Spagna attualmente contribuisce con 558 caschi blu alla missione UNIFIL, che è composta da oltre 10.000 uomini e donne, provenienti da 38 paesi, e da circa 1.000 dipendenti civili.

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Fonte e foto: UNIFIL; Casa de Su Maestad el Rey

rey_viaje_libano_20150408_gen Antonio Ruiz Olmos_re Filippo VI_min Dif spagnolo Pedro Morenes_Ph Casa Real

20150408_UNIFIL_il re di Spagna Filippo VI rende omaggio ai caduti

rey_viaje_libano_20150408_il re Filippo VI con gli artificieri spagnoli_UNIFIL_Ph Casa Real

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rey_viaje_libano_20150408_Ph Credits Casa de SM el Rey

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Forza NEC, market walks, CIMIC e ISIS: intervista al gen Del Col, comandante del Sector West di UNIFIL in Libano

gen Stefano Del ColDall’ottobre 2014 il generale Stefano Del Col è in Libano con la sua brigata Pinerolo alla guida del Sector West di UNIFIL (United Nations Interim Force Lebanon), al comando di un contingente multinazionale di oltre tremila militari provenienti da più di dieci nazioni diverse.

Avvicinandosi alla fine del suo mandato nel Paese dei Cedri, il comandante gen Del Col traccia per Paola Casoli il Blog un bilancio delle attività svolte in questi ultimi sei mesi, passando dalle iniziative in favore della popolazione, e del successo della missione, alle sfide quotidiane in un ambiente dai fragili equilibri, delineando una prima analisi della sperimentazione della Forza NEC (Network Enabled Capability).

Ecco l’intervista integrale di Paola Casoli al gen Stefano Del Col:

Il 1 ottobre 2014 Lei ha lasciato l’Italia per schierarsi con la sua Brigata in Libano. La sua unità costituisce allo stato attuale il contingente italiano più numeroso impiegato all’estero e quindi Lei rappresenta il maggiore esponente dei nostri interessi nazionali nelle aree di crisi. Quali sono state le sfide vinte e quali le maggiori difficoltà nello svolgere questo ruolo al comando di una tale forza?

UNIFIL_SW_Libano_gen Stefano Del Col con pattugliaIl Contingente Italiano in Libano, attualmente su base Brigata “Pinerolo”, ha la responsabilità del Settore Ovest di UNIFIL dove opera un contingente multinazionale di 3.500 soldati, provenienti da 11 diverse nazioni, e di questi circa 1.000 sono italiani.

L’Italia ha ricevuto la responsabilità di guidare l’alleanza tra Ghana, Tanzania, Malesia, Brunei, Repubblica della Corea, Finlandia, Irlanda, Serbia, Armenia e Slovenia, tutti paesi che concorrono alla forza e operano nel settore Ovest nel sud del Libano, l’altro settore è quello a est, a guida spagnola.

Tutti i paesi fanno riferimento a quanto sancito dalla risoluzione n. 1701 del 11 agosto 2006 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che assegna alla forza multinazionale denominata UNIFIL, Gen Stefano Del Col (2)i compiti quali il monitoraggio della cessazione delle ostilità nell’Area di Operazione (AO) compresa tra la “Blue Line” (linea di demarcazione) e il fiume Litani, dal sostegno e l’addestramento alle Forze Armate Libanesi (LAF) e, nell’ambito delle capacità dei Contingenti l’assistenza umanitaria alla popolazione locale.

La prima sfida affrontata è stata quella di coordinare e far lavorare con efficacia Unità militari provenienti da aree del mondo con culture e modi di lavorare differenti. Ho improntato la mia azione di comando al massimo rispetto delle diversità, creando così una grande sintonia operativa con gli altri contingenti, ovviamente, il conseguimento di questo risultato è stato la base per poter essere in grado di svolgere i compiti assegnati dalle Nazioni Unite.

generale Stefano Del Col (2)Fondamentale è stato lavorare come partner strategico delle Forze Armate Libanesi al fine di consentire un adeguato ed efficace controllo del territorio. In questa area del mondo gli equilibri sono delicatissimi, pertanto, è essenziale prevenire eventi che possano causare un riaccendersi delle ostilità. Questo obiettivo è stato raggiunto attraverso il monitoraggio costante e capillare dell’Area di Responsabilità con il controllo del territorio svolto in maniera autonoma o con le LAF. Inoltre, ho implementato i “market walks”, ossia, attività di militari appiedati condotta all’interno dei centri abitati nei giorni di mercato, che ci hanno consentito di monitorare la situazione, stringere e consolidare i rapporti con la popolazione locale, creare sempre maggiore fiducia e speranza, e soprattutto acquisire il consenso, fondamentale per il successo della Missione.

UNIFIL SW_LibanoTutto questo si ottiene attraverso il dialogo costante e con la discrezione dell’operato professionale dei nostri caschi blu, svolto in totale trasparenza e imparzialità.

I militari italiani hanno dimostrato e dimostrano quotidianamente, anche in questo Teatro Operativo, di possedere una indiscussa professionalità e una sensibilità, propria del nostro essere, improntata al rispetto degli usi e costumi della popolazione locale, mantenendo però sempre il polso della situazione agendo con determinazione in caso di necessità.

Ritengo che ci stiamo riuscendo e i risultati si vedono per il riscontro positivo dei rappresentati delle Istituzioni con i quali mi riferisco, siano essi Leader religiosi, Autorità Militari ovvero Autorità civili.

UComandante, la Brigata da Lei comandata è la prima Unità responsabile della sperimentazione della Forza NEC (Network Enabled Capability): può fornirmi una sua analisi specifica sul progetto e sulle lezioni apprese nel particolare ambiente operativo fornito dal Libano: come sono stati impiegati i vari sistemi, quali accorgimenti sono stati necessari per adattare il progetto all’ambiente operativo in questione, quali sono gli spunti per una analisi delle Best Practics e delle Lesson Learned individuate, quali sono, infine, le caratteristiche che potrebbero essere suscettibili di una successiva attività di miglioramento o di affinamento del sistema complessivo e come ha preparato i suoi soldati?

UNIFIL_SW_Libano _hitrole (2)La Brigata “Pinerolo”, che ho l’onore di comandare, è l’unica, per ora, brigata digitalizzata dell’Esercito Italiano e con il progetto “Soldato Futuro” rappresenta lo sviluppo tecnologico della Forza Armata nonché uno dei punti di eccellenza dell’Industria italiana nel mondo. La Brigata Digitalizzata rappresenta il futuro, perfettamente contestualizzata nel modern warfare in cui il singolo uomo sul terreno assume una importanza fondamentale, pertanto deve essere in grado di trasmettere in tempo reale la situazione tattica agli organi decisionali competenti. La tecnologia è aspetto irrinunciabile nella nostra epoca, ma il valore aggiunto dell’essere umano resta fondamentale, per questo motivo l’Esercito Italiano è molto attento alla preparazione individuale del singolo soldato, premessa di sicurezza e successo. Prima di essere impiegati in Libano abbiamo svolto diverse attività a fuoco presso il poligono di Tor di Nebbia in Puglia, perché la conoscenza delle armi, dei mezzi e della strumentazione che hanno a disposizione è fondamentale, ovviamente però, l’impiego dei materiali in dotazione deve essere attagliato alla situazione contingente.

UNIFIL_SW_Libano (7)In Libano non abbiamo impiegato tutto l’equipaggiamento della brigata digitalizzata poiché la situazione non lo richiede. Sicuramente ci avvaliamo di un sistema di comando e controllo efficace, altamente performante e perfettamente rispondente alle esigenze operative che siamo stati in grado di usare appieno anche grazie all’esperienza maturata nell’implementazione del posto comando digitalizzato. Per quanto attiene i mezzi abbiamo introdotto in questo teatro operativo il VTLM dotato di torretta remotizzata “HITROLE”, che consente al personale di poter intervenire, ove fosse necessario nel rispetto delle regole di ingaggio e del diritto internazionale, in completa sicurezza dall’interno del mezzo.

UNIFIL_SW_Libano _Blue PillarsOgni esercitazione o missione è per noi fonte di miglioramento e attraverso il processo delle lezioni apprese, a cui personalmente attribuisco molta importanza, è possibile affinare le procedure e individuare miglioramenti da far apportare dall’industria ai mezzi in dotazione. Pertanto al nostro rientro in sede effettueremo uno studio approfondito degli spunti di riflessione colti in teatro operativo.

Indubbiamente, il corretto sviluppo da parte della sua componente Cimic delle attività di cooperazione e di supporto delle comunità locali rappresenta uno dei cardini per il conseguimento degli obiettivi della sua missione nel teatro libanese. Eppure, tale fondamentale attività dall’Italia viene talvolta percepita solo come un modo per blandire la popolazione, quasi un risarcimento a compensazione della presenza delle truppe sul terreno. È davvero così? Quali sono in realtà gli obiettivi che vengono raggiunti con le attività Cimic, ad esempio come influiscono sul risultato complessivo la realizzazione di infrastrutture o le donazioni di materiale, mi riferisco a una delle ultime effettuate in ordine di tempo a favore delle scuole?

UNIFIL SW_Libano_gen Stefano Del Col donazione a Natale per bambini diversamente  abiliLa Cooperazione Civile e Militare è una funzione operativa, che presiede all’interazione tra le forze militari e le componenti civili presenti nell’area d’operazione, fondamentale e irrinunciabile delle missioni militari di peacekeeping. Questa componente, nel sud del Libano, ha consentito, attraverso i numerosi progetti realizzati in tutti i settori, il continuo dialogo e le interazioni quotidiane, di instaurare rapporti di massima collaborazione e di reciproca fiducia con il territorio, consentendo di operare con le unità di manovra nel pieno rispetto dei compiti assegnati dal mandato delle Nazioni Unite, al fine di garantire la stabilità della regione.

UNIFIL_SW_gen Stefano Del Col_LibanoLa componente CIMIC, costituita da personale altamente specializzato proveniente e/o formato presso il Multinational CIMIC Group dell’Esercito Italiano nella sede di Motta di Livenza, a Treviso, è uno strumento di fondamentale importanza per un Comandante impiegato fuori dal Territorio Nazionale. Sarebbe riduttivo ricondurre i compiti di detta componente alla sola realizzazione di progetti e/o donazioni in quanto il compito fondamentale da essi svolto è l’instaurazione del dialogo e la tenuta dei contatti con le autorità locali, elemento irrinunciabile in operazioni di pace in cui le forze militari sono presenti sul territorio su richiesta del governo in carica e su mandato delle Nazioni Unite. Le donazioni e i progetti sono sviluppati sulla scorta delle richieste esclusive delle autorità locali quale garanzia istituzionale di conoscenza delle esigenze della propria comunità. In particolare, i settori d’intervento più richiesti riguardano la sanità, il trasporto pubblico, le infrastrutture, che successivamente analizziamo e inseriamo, in base alla priorità, in una pianificazione di intervento. Lo scopo è anche quello di 137-19A Pattuglia sulla Costal Road di Blindo Centauromigliorare le condizioni di vita della popolazione affinché si possa raggiungere una pace duratura e stabile.

Abbiamo sviluppato con la Cooperazione italiana alcuni importanti progetti per la valorizzazione di beni archeologici, come la ristrutturazione dell’antico castello di Shama sul territorio della municipalità che ospita la base logistica del Contingente. Gli interventi a favore delle scuole e della sanità hanno rappresentato sin da subito punto focale della mia azione di comando poiché sono fermamente convinto, e la storia magistra vitae ce lo rammenta, che lo sviluppo e la futura pace di un paese passano attraverso l’educazione dei più piccoli e la qualità della vita.

UNIFIL_SW_Libano (3)Le Forze Armate Libanesi sono coinvolte in prima linea nella lotta contro l’ISIS. Essendo alla fine del suo mandato quale comandante del Sector West, quale risulta essere la sua interpretazione e la sua analisi sulle condizioni di sicurezza generali e, particolarmente, su quelle relative al settore di responsabilità della sua Brigata?

Attualmente le Forze Armate Libanesi sono impegnate a contrastare efficacemente il fenomeno ISIS, e in generale gli interventi di destabilizzazione del Paese, allo scopo di scongiurare infiltrazioni di cellule terroristiche soprattutto a Nord. Attualmente non ho nessuna indicazione che ci siano elementi o cellule che possano minacciare la stabilità del mio settore di responsabilità ma, ovviamente, la “guardia” è sempre alta e manteniamo un approccio alla UNIFIL_SW_Libano _hitrole (1)situazione di tipo preventivo.

Comandante, in questo fragile contesto non sono mancati gli attacchi ai caschi blu: ci può raccontare cosa è successo il 28 gennaio scorso, data in cui ha perso la vita un casco blu spagnolo? Nel resto del Libano qual è la situazione generale della sicurezza? Essendo alla fine del suo mandato quale comandante del Sector West, quale risulta essere la sua interpretazione e la sua analisi sulle condizioni di sicurezza generali e, particolarmente, su quelle relative al settore di responsabilità della sua Brigata?

generale Stefano Del Col (1)Quello che è successo a fine gennaio al contingente spagnolo ci addolora e per questo siamo vicini loro e alla famiglia della vittima. Abbiamo perso un collega in servizio ed è l’ultimo, in ordine del tempo, dei coraggiosi peacekeeper che hanno perso la vita al servizio della pace nel sud del Libano. L’evento si inquadra nell’ambito delle tensioni di questa regione.

C’è ancora un’inchiesta in corso da parte delle Nazioni Unite tesa a valutare le responsabilità delle parti.

Attualmente, la situazione del settore sotto la mia responsabilità è stabile ma fondata su equilibri estremamente delicati.

USulla scorta di quanto disposto dal Comandante di UNIFIL, ili generale di divisione Luciano Portolano, abbiamo incrementato e intensificato il pattugliamento della zona di responsabilità al fine di prevenire il verificarsi di eventi che potrebbero facilmente degenerare in situazioni di difficile gestione e che potenzialmente potrebbero avere una ricaduta sul Contingente Multinazionale.

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Il Sector West UNIFIL in Paola Casoli il Blog

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Foto: SW UNIFIL

UNIFIL: il comandante, gen Portolano, sottolinea il difficile momento del Libano in termini di sicurezza e integrità nel suo primo incontro ufficiale con gli ambasciatori Onu

Il generale Luciano Portolano, Head of Mission e Force Commander della missione delle Nazioni Unite in Libano UNIFIL, ha presieduto, nei giorni scorsi, il suo primo incontro ufficiale con gli ambasciatori delle cinque nazioni membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e dei 38 paesi contributori a quattro mesi dal suo insediamento al comando di UNIFIL.

Tra i partecipanti, si apprende dal comunicato stampa di UNIFIL, anche il rappresentante del Segretario Generale dell’ONU presso il Governo libanese e Special coordinator for Lebanon, Derek Plumbly, e l’Ambasciatrice dell’Unione Europea in Libano, Angelina Eichorst.

Nel corso della conferenza, il generale Portolano ha illustrato in termini generali la situazione nell’area di responsabilità sottolineando che “la stabilità del sud del Libano, in questo difficile momento per il Paese impegnato a difendere la sicurezza della propria gente e l’integrità territoriale, è frutto dell’ottimo lavoro di UNIFIL volto a monitorare la cessazione delle ostilità, a supportare le Lebanese Armed Forces nel controllo del territorio e delle acque antistanti il Libano, e ad assistere la popolazione”.

In tale contesto, il generale Portolano ha evidenziato l’importanza dello Strategic Dialogue, meccanismo finalizzato a rendere le Forze Armate Libanesi (LAF) in grado di assumere, gradualmente, il pieno e autonomo controllo dell’area di responsabilità.

Il comandante di UNIFIL ha poi rimarcato il ruolo svolto dal Civil affair e dalla Civil-military coordination unit, interfaccia di UNIFIL con le autorità e la popolazione locale, cuore delle attività dei caschi blu: “Finora, grazie ai fondi UNIFIL e alle donazioni dei Paesi contributori, sono state realizzate piú di 13.000 attività CIMIC, oltre ai Quick Impact Project per la fornitura di beni e servizi di prima necessità e infrastrutturali a favore delle comunità locali piú bisognose”.

Il generale Portolano ha ringraziato le nazioni contributrici per lo sforzo sostenuto nel fornire il proprio supporto in una zona del Medio Oriente quanto mai esplosiva ma in cui “grazie alla presenza di piú di 11.000 peacekeepers provenienti da 38 Paesi e 1.000 dipendenti civili, si garantisce la sicurezza e la stabilità come mai non era accaduto da più di trent’anni ”.

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UNIFIL: il comandante, gen Portolano, incontra i comandanti di settore e ribadisce supporto alle LAF nell’instabilità dell’area mediorientale

Il comandante di UNIFIL, generale Luciano Portolano, si é recato in visita ieri, 31 luglio, nelle basi di Shama e Marjayoun, dove, accolto dal  generale Fabio Polli, comandante del Settore ovest, e dal generale Andrés Chapa Huidobro, comandante del Settore est, ha ricevuto un aggiornamento sulle operazioni condotte nelle rispettive aree di responsabilità.

Nel corso delle visite, il Force Commander e Head of Mission, generale Portolano, al comando di UNIFIL dallo scorso 24 luglio (link articolo in calce), ha incontrato i comandanti delle unità che operano nei settori, ai quali ha espresso il suo piú vivo apprezzamento per l’impegno e la professionalità profusi nello svolgimento delle numerose attività operative condotte in stretta collaborazione e in coordinamento con le Forze Armate Libanesi (LAF), nel pieno rispetto del mandato contenuto nella risoluzione 1701 delle Nazioni Unite.

In particolare, il generale Luciano Portolano, evidenziando l’instabilità della regione mediorientale acuita dalla crisi siriana e dal conflitto in atto tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza, ha rimarcato l’importanza della presenza di UNIFIL nel sud del Libano quale garanzia di pace e stabilità, frutto di una capillare e diuturna azione di monitoraggio della cessazione delle ostilità.

Il comandante di UNIFIL ha poi avuto un importante momento di confronto con i comandanti della 5ˆ e 9ˆ brigata delle LAF, ai quali ha ribadito il supporto e l’assistenza dei caschi blu nel contrastare ogni tipo di attività ostile che dovesse manifestarsi nell’area di operazione di UNIFIL.

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UNIFIL, Libano: incontro del comandante, gen Serra, con i vertici delle istituzioni politiche libanesi

Il Comandante di UNIFIL, generale Paolo Serra, ha incontrato ieri, venerdì 9 maggio, a Beirut, il Presidente della Repubblica del Libano, generale Michel Sleiman, lo speaker del Parlamento, Nabih Berri, e il Capo del Governo, Tammam Salam.

Nel corso degli incontri, sono stati affrontati gli aspetti connessi al mandato di UNIFIL relativamente all’attuazione della risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con particolare riguardo alla cooperazione tra UNIFIL e le Forze Armate libanesi (LAF).

Il generale Serra ha espresso vivo apprezzamento per il costante sostegno ricevuto dalle principali autoritá istituzionali libanesi in supporto alla delicata missione: “In un contesto regionale complesso la stabiltà nel sud del Libano è stata mantenuta grazie  alla stretta collaborazione in corso con le LAF, consolidando il comune impegno nel rispetto della Risoluzione 1701 delle Nazioni Unite”.

Al termine del conflitto del 2006, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, attraverso la risoluzione 1701 dell’11 agosto 2006, ha rafforzato la presenza della missione UNIFIL assegnandole ulteriori compiti da attuarsi in stretta coordinazione con le Forze Armate Libanesi.

UNIFIL, composto da circa 12mila peacekeeper provenienti da 37 nazioni, ha conseguito un generale rispetto nella cessazione delle ostilità tra Libano e Israele, lo sviluppo di un dialogo tra le parti attraverso il meeting tripartito, il dispiegamento delle LAF nel sud del Libano e un progressivo aumento delle capacità delle medesime Forze Armate nell’azione di controllo dell’area a sud del fiume Litani.

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UNIFIL: i comandanti delle missioni UNDOF, UNTSO e UNFICYP dell’ONU in conferenza per confermare determinazione alla pace

Si è svolta venerdì, nel quartier generale di UNIFIL (United Nations Interim Forces In Lebanon) di Naqoura in Libano, la Force Commanders’ Conference, attività mirata a consentire reciproci aggiornamenti operativi delle varie missioni ONU dislocate nella delicata Regione mediorientale.
La conferenza, coordinata dal comando di UNIFIL, ha visto la partecipazione dei capi missione/force commanders, alti rappresentanti civili e militari di UNDOF (United Nations Disengagement Observer Force dislocata fra Siria e Israele), di UNTSO (United Nations Truce Supervision Organization schierata a Gerusalemme) e di UNFICYP (United Nations Peacekeeping Force in Cyprus).
Il comandante di UNIFIL, generale Paolo Serra, ha sottolineato, anche nel particolare momento di tensione nel Medio Oriente, la sua convinta determinazione nel continuare nell’attuazione della risoluzione 1701, che ha definito il mandato e i compiti della missione UNIFIL tesi a garantire il mantenimento del cessate il fuoco nel sud del Libano dopo il conflitto del 2006, ad assistere le Forze Armate Libanesi e a supportare la popolazione civile.
La missione UNIFIL, al momento si compone di circa 12.000 militari provenienti da 37 Nazioni e di circa 1.000 dipendenti civili, di cui 700 locali e 300 internazionali. Il dato fornito comprende anche la componente navale forte di 7 navi e di circa 1.000 marinai, costituenti la Maritime Task Force operante lungo le coste libanesi e la Task Force ITALAIR composta da 6 elicotteri.
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Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/6

By Marco Antollovich

Cap.2.3.2 della tesi “Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente” (M.Antollovich)

La Georgia nel Caos: il ruolo di Edward Shevardnadze. La questione abcasa

All’arrivo di Shevardnadze anche in Abcasia la situazione sembrò, per un breve periodo, migliorare. Venne autorizzata l’apertura di un’università abcasa, di stazioni radio e stazioni televisive in lingua abcasa e la pubblicazione di riviste che non fossero necessariamente in georgiano o in russo.

Quando tuttavia il conflitto in Ossezia del sud sembrava volgere al termine, si susseguirono una serie di attacchi contro la ferrovia georgiana in Abcasia. Secondo la maggior parte degli storici georgiani si trattava di una provocazione di Ardzimba, l’allora leader abcaso, pronto a scatenare un vero e proprio conflitto.

L’Abcasia aveva inoltre nuovamente espresso la volontà di reinstaurare la costituzione abcasa del 1925, mozione respinta dal parlamento georgiano il 25 luglio 1992. Il 14 agosto del 1992 Kitovani marciò alla testa di un contingente di 3.000 uomini per riportare ordine nella regione secessionista. Tale intervento tuttavia non risultava totalmente giustificato, né aveva ricevuto l’approvazione di Shevardnadze, il quale ammise che esistevano “delle intenzioni non manifeste” che avevano spinto Kitovani ad attaccare l’Abcasia.

Più precisamente buona parte dei traffici illeciti georgiani avevano come sbocco preferenziale il vastissimo mercato nero russo: la ferrovia che attraversava l’Abcasia arrivava direttamente a Soci, evitando il tortuoso passaggio attraverso i monti del Caucaso e non è un mistero che Kitovani e Joseliani fossero legati alla criminalità organizzata georgiana. Kitovani, inoltre, come riportato eufemisticamente dallo storico Chervonnaya, “non mostrò una gentilezza angelica” durante l’intervento.

L’ Abcasia decretò la mobilitazione generale, ma le truppe georgiane riuscirono a sfondare, entrando a Sukumi, aiutate da irregolari zviadisti. Gli Zviadisti, sostenitori del’ex presidente Gamsakhurdia (in esilio in Cecenia) preferirono infatti, in un primo momento, sostenere la fazione georgiana piuttosto che i separatisti abcasi, coerentemente con il loro credo nazionalista; mossero dunque dalla loro roccaforte di Gali, in Mingrelia, per unirsi alle forze di Kitovani. Sukhumi venne conquistata, sebbene Gamsakhurdia avesse proibito agli Zviadisti di unirsi all’esercito georgiano.

Il 2 settembre venne decretato il cessate il fuoco. Nonostante l’arrivo di un gruppo di osservatori delle Nazioni Unite (circa 50 membri), il conflitto riprese con intensità crescente. La ripresa delle ostilità era dovuta in gran parte al voltafaccia degli Zviadisti, i quali combattevano ora con gli irregolari abcasi per reintegrare il loro leader in esilio e non erano vincolati dal cessate il fuoco, dichiarato solo dalle milizie georgiane e abcase.

Per la prima volta si unirono alla coalizione abcaso-zviadista migliaia di volontari provenienti dal Nord Caucaso. L’Abcasia, la cui popolazione era musulmana sunnita ed etnicamente molto più vicina alle popolazioni russe (qui non si intende etnicamente russe, ma facenti parte della Federazione Russa) del Caucaso che non ai Georgiani, ricevette consistenti aiuti da Daghestani, Ingusceti, Circassi e irregolari ceceni che avevano fondato il movimento della “Confederazione dei Popoli di Montagna”.

Dopo l’abbattimento di un Su-27 russo, la Georgia ebbe la certezza che la Russia appoggiasse indirettamente i secessionisti abcasi. Nel settembre del 1993 cominciarono a militare nelle fila dei separatisti anche reparti speciali dell’esercito russo, sebbene da Mosca giungessero ferme smentite, accompagnate da dichiarazioni di solidarietà all’integrità territoriale georgiana.

In realtà il fatto che gli Abcasi ricevessero un consistente contributo dai russi risulta un elemento incontrovertibile e comprovato. Agli Abcasi fu concesso di rifornirsi dalla base militare russa di Gudauta, unica base Russa in territorio abcaso, complici molti generali dell’esercito russo che vedevano in Shevardnadze un traditore (Shevardnadze era stato Ministro degli Esteri dell’ Unione Sovietica sotto la presidenza Gorbaciov ed uno dei maggiori sostenitori e promotori delle riforme strutturali che avevano portato allo smembramento dell’ Urss. I più conservatori tra i politici e i militari russi vedevano dunque in Shevardnadze un traditore della patria e dell’ortodossia comunista).

Nel marzo 1993 la testata russa Izvestia confermava il fatto che le forze separatiste avessero ricevuto 72 carri armati e mezzi di artiglieria pesante dai Russi. Nel 1993 la sola città di Sukhumi venne assediata quattro volte. Il 27 luglio 1993 Mosca riuscì a definire il cessate il fuoco e l’allontanamento di tutta l’artiglieria pesante attorno al capoluogo. Sebbene entrambe le parti avessero aderito formalmente, soltanto Shevardnadze rispettò la parola data. Il 16 settembre, approfittando del vantaggio così scorrettamente ottenuto, le truppe abcase sferrarono un ultimo assedio a Sukhumi, che capitolò undici giorni dopo. Nelle settimane che seguirono, 232.000 georgiani furono espulsi dal territorio abcaso dalle truppe di Ardzimba dando vita a una vera e propria pulizia etnica. In quei giorni 4.465 georgiani furono uccisi.

Come, a seguito delle violenze perpetrate in Ossezia del sud, i Georgiani erano stati accusati di genocidio, così ora i Georgiani accusavano gli Abcasi dello stesso crimine.

Il cessate il fuoco prevedeva il dispiegamento di un contingente di pace lungo il confine abcaso-georgiano: considerando che né l’ Unione Europea né le Nazioni Unite erano disposte a stabilire una missione di peacekeeping in loco, si offrì Volontaria la CSI, Comunita degli Stati Indipendenti, composta da Russia, Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Tagikistan, Kazakhstan, Uzbekistan, Tagikistan, (Ucraina e Turkmenistan non hanno mai ratificato il trattato); il mandato di peacekeeping, formalmente sotto tutela della CSI, prevedeva il dispiegamento in campo del solo contingente di pace russo. Tremila soldati russi (che non avevano formalmente preso parte al conflitto) furono stanziati lungo il confine.

Le Nazioni Unite misero a disposizione cento osservatori disarmati in territorio georgiano. L’Abcasia venne posta sotto embargo dalla stessa CSI (gennaio 1996) e vennero chiusi i confini con la Russia.

L’isolamento abcaso sarebbe durato fino al 1999 e sarebbe costato alla nuova repubblica all’incirca 11 miliardi di dollari. Il conflitto con l’Abcasia era dunque terminato, ma non quello contro gli Zviadisti, che si accingevano a riconquistare l’ormai indifesa Georgia. Questa volta, tuttavia, giunse a Shevardnadze l’inaspettato aiuto di Mosca; un aiuto certamente non disinteressato. L’esercito georgiano in brevissimo tempo, supportato da irregolari russi, sconfisse la milizia zviadista, che si ritirò in Abcasia e lo stesso Gamsakhurdia uscì di scena, suicidandosi misteriosamente nel suo rifugio in Cecenia. Sebbene la stessa moglie del ex-presidente avesse testimoniato una forte depressione nel marito, il suicidio, per le modalità e le tempistiche con cui venne commesso, lascia presumere una partecipazione russa all’atto estremo.

Il prezzo che i Russi chiesero a Shevardnadze per l’aiuto fornito fu tuttavia molto elevato, poiché la Georgia dovette entrare a pieno titolo nella Comunità degli Stati indipendenti il 9 ottobre 1993. Dovette inoltre siglare nel febbraio del 1994 un accordo di amicizia con l’ingombrante vicino russo, accompagnato dalla firma di trattati economici, dal consenso alla permanenza di militari russi nelle ex-basi sovietiche e dall’accettazione del russo Grachev come ministro della Difesa.

Marco Antollovich

Seguirà L’ epoca di Shevardnadze

Il post precedente è al link: Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/5

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