Repubbliche Baltiche

NATO VJTF, il nuovo strumento di sicurezza ai confini dell’Alleanza: definizione, utilizzi e percorso addestrativo

NATO_soldiers-of-the-1st-germannetherlands-corps-salute-during-eefh89Il nuovo concetto del VJTF è stato introdotto dall’ultimo summit della Nato che si è tenuto nel Galles lo scorso mese di settembre 2014, prendendo vita dalle tensioni internazionali che hanno caratterizzato le cronache più recenti a partire dalla questione dell’Ucraina e della Crimea, fino alla minaccia islamica dell’ISIS e alla debolezza del fronte mediterraneo minacciato da infiltrazioni terroristiche. Si chiama Very High Readiness Joint Task Force (VJTF), ed è una forza rapida di immediato impiego considerata una vera e propria punta di lancia della Nato nella gestione delle tensioni ai confini nazionali dei paesi membri, con particolare attenzione all’est europeo.

Di questo nuovo strumento di cui ha deciso di dotarsi l’Alleanza Atlantica si è già parlato in Paola Casoli il Blog, in particolare nell’intervista al generale Massimo Panizzi (link intervista in calce) e all’allora sua brigata italo-francese, che si è formata e addestrata proprio in questa ottica di dispiegamento rapido transnazionale.

Ora riaffrontiamo l’argomento per dare una visione specifica, ma chiara nei termini, di questa novità che ci riguarda molto da vicino, non solo in quanto membri dell’Alleanza Atlantica, in considerazione della complessa esercitazione che il NATO Rapid Deployable Corps-Italy (NRDC-ITA) di Solbiate Olona sta per affrontare al NATO Joint Warfare Centre (JWC) di Stavanger, in Novegia: la Trident Jaguar 15, finalizzata alla validazione NATO del comando multinazionale con sede nella caserma Mara alla vigilia di un periodo di standby quale comando di pronto intervento per una Small Joint Operation in ambito internazionale. In questo caso il VJTF pur non essendo parte della TF costituita da NRDC-ITA potrebbe rappresentare, a seconda degli scenari, l’elemento avanzato da rinforzare e sostituire.

Come anticipato, la brigata VJTF è caratterizzata da una capacità rapida di dispiegamento: 48 ore. Può essere composta, nel caso, da 5.000 elementi e costituisce parte della già meglio conosciuta NATO Response Force (NRF), su cui già si è scritto e si scrive (link articoli in calce).

Come la NRF, forza “joint and combined”, cioè complesso interforze (in cui sono armonizzate le componenti terrestre, navale, aerea e delle forze speciali) e multinazionale, che esprime la capacità immediata di risposta dell’Alleanza a una qualsiasi crisi, così anche la VJTF è finalizzata a dimostrare la volontà delle difesa collettiva dell’Alleanza dotandosi di uno strumento immediatamente impiegabile in tempi ristrettissimi e proiettabile verso i confini della NATO.

Official portrait of NATO Secretary General Jens  Stoltenberg“La forza giusta nel posto giusto”, l’ha definita di recente il Segretario Generale della NATO, il norvegese Jens Stoltenberg. Ed è proprio questa la finalità del Readiness Action Plan (RAP) delineato e concordato al summit del Galles, un piano in cui questo nuovo strumento militare entra a far parte a pieno titolo.

Il RAP è la riposta che la NATO ha inteso dare ai più recenti cambiamenti nel settore della sicurezza, soprattutto in relazione a ciò che accade ai confini dei suoi membri orientali e meridionali. Crimea, Ucraina, Repubbliche Baltiche, ISIS e Libia sono solo alcune delle parole chiave che ispirano questo nuovo progetto atlantico. L’obiettivo è garantire la prontezza di una risposta ferma a ogni minaccia alla sicurezza.

Nel RAP sono incluse tutte le misure della NATO a tutela della sicurezza dei paesi membri, compreso un potenziamento della NRF e la creazione, appunto, di questa VJTF, vera e propria “punta di lancia della NATO”.

La VJTF si centra sul comando di una unità a livello di una brigata in condizione di gestire una componente land fino a cinque battaglioni e con le possibilità di essere supportata da adeguati assetti aeronautici navali e di forze speciali. Il livello di prontezza richiesto gli consentirà di dispiegarsi completamente in un periodo di 48 – 72 ore al massimo.

Lo sviluppo e la sperimentazione del concetto VJTF consta di un percorso addestrativo che, assicura la NATO, procede secondo i ritmi prestabiliti. Nel 2016 la nuova forza sarà pienamente operativa così come concepita al summit del Galles.

20150402_150402-spearhead_NATO VJTFNon essendo ancora a pieno regime, dunque, nella VJTF è attualmente la parte terrestre della NRF a fare la funzione di una VJTF ad interim, fornendo la base per lo sviluppo della vera e propria forza VJTF.

Nel 2015 il personale è fornito in prima battuta da Germania, Norvegia e Olanda.

Il 2015 è anche l’anno in cui verrà condotto un intenso programma di esercitazioni e valutazioni del progetto, al fine di implementare il nuovo strumento atlantico entro la fine dell’anno in corso.

La VJTF sarà perciò totalmente operativa dal 2016, in grado di rispondere ovunque e in qualsiasi momento si renda necessario Intanto, a cammino di completamento della formazione e dell’addestramento già cominciato, la VJTF ha già raggiunto una sua capacità, anche se ad interim, e ha cominciato ad affrontare specifiche esercitazioni.

La prima di questa serie è quella che il 4 e 5 marzo scorsi, in Germania, ha visto coinvolto il Comando tedesco-olandese (1st German-Netherlands Corps), componente terrestre in standby nella NRF per tutto il 2015, al suo terzo turno in questo ruolo. Il comando con sede a Muenster ricopre dunque la funzione di Interim VJTF, secondo il concetto spiegato più sopra.

Le prossime esercitazioni si terranno in aprile (alert exercise) e in giugno (deployment exercise).

Leopard_2A6,_PzBtl_WikipediaArticoli correlati:

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Fonte: NATO

Foto: NATO; alamy.com; Wikipedia

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/4

By Marco Antollovich

Cap.2 della tesi “Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente” (M.Antollovich)

Indipendenza della Georgia e indipendenza dalla Georgia

La Georgia, culla di una nazione che vanta origini antichissime, di gran lunga precedenti alla Rus’ di Kiev, è stata considerata per secoli una colonia russa, prima dell’Impero zarista e poi dell’ Unione Sovietica.

Molti furono i Georgiani che riuscirono a emergere e a ottenere posizioni di ruolo nella multietnica e variegata realtà sovietica. Basti pensare a figure come Stalin, Berija, entrambi di nazionalità georgiana, o al legame di sangue che ha vincolato gli ultimi tre ministri degli esteri russi a Tbilisi: Primakov trascorse tutta la sua infanzia e la sua giovinezza nella capitale, mentre la madre del suo successore, Igor Ivonov era anch’essa originaria di Tbilisi. Da ultimo, il padre di Sergei Lavrov, attuale ministro degli esteri russo, faceva parte dell’ èlite armena della città.

La Georgia, ancor più di Armenia e Azerbaigian, rappresentava (e continua a rappresentare) perfettamente quel crogiolo di etnie, lingue e culture che caratterizza da sempre il Caucaso del Sud: stando all’ultimo censimento sovietico in Georgia, più precisamente, su una popolazione totale di 5.401.000 abitanti, solo il 70% era rappresentato da Georgiani.

Del restante 30%, gli Armeni costituivano la minoranza più numerosa (8%), seguita dai Russi con il 6.3% e Azeri con il 5.7%. Le popolazioni ossete e abcase rappresentavano rispettivamente il 3% e l’1.8%. Ciascuna delle minoranze, inoltre, occupava una zona ben definita all’interno del territorio georgiano: nella regione di Samtskhe-Javakheti, a meno di 300 chilometri da Tbilisi, gli Armeni costituiscono più del 50% della popolazione raggiungendo il 95% in certi distretti.

Gli Osseti rappresentavano nell’Ossezia del Sud, su circa 100.000 abitanti, il 66%, mentre i Georgiani, costituivano il secondo gruppo più numeroso della regione con il 29% della popolazione.

Il ruolo delle minoranze costituirà una delle questioni più annose per la nazione georgiana dopo l’indipendenza e sarà foriero di conflitti interni e attriti internazionali.

Sebbene il tenore di vita in Georgia fosse considerevolmente più elevato che in molte altre Repubbliche Sovietiche, la mancanza di risorse naturali rendeva il mercato georgiano indissolubilmente vincolato a quello sovietico: la coltivazione di viti (e la produzione di bevande alcoliche), agrumi e di tè rappresentava l’unica forma di esportazioni in tutta l’URSS.

Considerando che la coltivazione di tali prodotti avveniva solo sulle coste del Mar Nero (principalmente in territorio abcaso), essa rappresentava una fonte di introiti non trascurabile per l’economia georgiana, ma aveva alimentato negli anni un vasto mercato nero, con una conseguente impennata di corruzione negli anni ‘80.

Il crollo dell’ Unione Sovietica ebbe dunque ripercussioni devastanti sul neonato stato georgiano poiché la relativa chiusura dei mercati, sommata alle guerre civili combattute al suo interno, portarono a una riduzione drastica dell’economia: rispetto al PIL del 1989 si registrò un calo dell’11% nel 1990, del 20.6% nel 1991, del 43.4 % nel 1992.

Da questa breve introduzione possiamo dedurre quanto la Georgia di fine anni ’80 fosse un territorio instabile e fragile sotto ogni punto di vista, all’interno di un altrettanto fragile Unione Sovietica. Ma come reagì questo piccolo stato agli avvenimenti che portarono alla dissoluzione del colosso sovietico e all’indipendenza del Caucaso?

Come nelle vicine repubbliche di Armenia e Azerbaigian, esisteva una Nomenklatura georgiana vicina o facente parte del partito che si era arricchita negli anni grazie al fiorente mercato nero; tali patronati andarono, col passare del tempo, a ricoprire un ruolo sempre più importante all’interno dell’amministrazione statale.

Grazie alla politica di decentramento dell’era di Gorbaciov, emersero delle nuove figure fondamentali per l’indipendenza del Caucaso e della Georgia, in particolar modo: i “patriot-buisnessman”.

Questa neonata categoria politico-militare-economica, grazie agli introiti derivati dal mercato nero, era in grado di organizzare forme di milizia privata altamente addestrata; tale milizia andrà a costituire il nucleo centrale dei vari eserciti nazionali agli albori dell’indipendenza, nei primi anni ‘90.

Il desiderio di svincolarsi dal giogo russo aveva dunque portato alla formazione di partiti e movimenti d’opposizione durante la fine degli anni ’80, tutti di stampo nazionalistico, tutti anti-russi, ma non tutti necessariamente anti-comunisti. Tra questi la “Società Rustaveli”, pro-comunista, il “Partito per l’Indipendenza Nazionale” di Tserteli, il “Partito Nazional-democratico” di Chanturia e la “Società di sant Ilya”, fortemente nazionalista, fondata dai dissidenti Kostava e Gamsakhurdia.

In Georgia, tuttavia, le prime vere manifestazioni volte a contestare il ruolo egemone del partito comunista cominciarono già nel novembre del 1988. Fu proprio durante le proteste di fine ’88 che emerse la figura di Zviad Gamsakhurdia, leader carismatico e misterioso, emblema messianico della lotta per l’indipendenza e del nazionalismo georgiano.

Gamsakhurdia, originario della Mingrelia (regione storica georgiana, abitata da Mingreli, un sottogruppo dei Georgiani), ma cresciuto a Tbilisi, era figlio del più noto poeta e letterato georgiano del XVIII-XIX secolo.

Filologo, traduttore di Baudelaire e di innumerevoli opere francesi, inglesi e statunitensi, Zviad aveva sin da giovane dimostrato uno spiccato amore per la patria e un altrettanto spiccato odio per l’invasore sovietico. Promotore di una politica basata sul nazionalismo più esasperato (il suo slogan era “la Georgia per i Georgiani”), legava a doppio filo la rinascita della Georgia sia all’indipendenza dall’URSS, sia a una gestione dello stato tutta georgiana, dove le minoranze non dovevano né potevano ricoprire alcun ruolo (privare le minoranze di un ruolo nelle amministrazioni locali avrebbe consentito alla popolazione georgiana di controllare meglio, anche grazie all’ imposizione del georgiano come lingua, dei territori di confine dove i Georgiani risultavano in forte minoranza).

Gamsakhurdia diventava pertanto il portavoce di un’ideologia nuova, quella nazionalista, rimasta latente per decenni sotto il comunismo.

Fu proprio l’esasperazione del nazionalismo georgiano che gli permise di ottenere un così ampio consenso popolare. Con una situazione politica instabile, un quadro etnico non privo di frizioni e una struttura economica al collasso, la ricerca disicurezza, come in altri regimi autoritari, costituì la carta vincente di Gamsakhurdia. (altro…)