Shevardnaze

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/10

By Marco Antollovich

Capitolo Secondo: Georgia, pedina di un nuovo grande gioco

La nuova Russia e la politica del “Near Abroad”. L’allontanamento dal Cremlino

Fu proprio questa palese politica neo-imperialista russa che spinse Shevardnadze a svincolarsi il più possibile dal giogo di Mosca. Il 1998 fu l’anno della svolta: il presidente georgiano si dichiarò favorevole alla nascita di un progetto, la “Nuova via della Seta”, che avrebbe modificato gli assetti geostrategici del nuovo secolo.

Già dal 1993 erano state dettate le direttive generali di questo nuovo piano di sviluppo economico, noto anche con il nome di TRACECA, fortemente voluto dall’Unione Europea: i governi di Armenia, Azerbaigian, Georgia, Kazakhstan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Ucraina, Moldavia, Turchia, Bulgaria e Romania manifestavano così la volontà di condividere un progetto di integrazione economica che potesse rilanciarli sul mercato mondiale.

Nel 1998 a Baku venne rettificato il “Basic Multilateral Agreement” e due anni più tardi venne creata a Tbilisi una Commissione Intergovernativa.

Non bisogna inoltre trascurare che nell’ottobre del 1997 era nato un altro progetto, più contenuto negli intenti rispetto alla TRACECA, ma ugualmente importante: tale organizzazione, denominata GUAM (l’organizzazione cambiò il nome in GUUAM dal 1999 al 2005, periodo in cui l’ Uzbekistan aderì come quinto membro), vedeva la partecipazione di Georgia, Ucraina, Azerbaigian e Moldavia in un progetto di cooperazione ristretto volto a sviluppare le relazioni tra i quattro paesi svincolandosi dalle restrizioni della CSI.

Boris Nemstov sottolinea correttamente che la creazione del GUAM non era volta direttamente contro il Cremlino, ma contro “La Russia imperialista e despotica”; una Russia democratica, priva di conflitti con i paesi membri del GUAM, avrebbe una possibilità concreta di far parte dell’organizzazione”.

Bisogna infatti considerare che la Russia continuava a fomentare l’instabilità interna dei quattro paesi membri, sia in modo diretto che indiretto, sostenendo le spinte centrifughe di Abcasia e Ossezia del Sud in Georgia, della Transnistria in Moldavia, del Nagorno Karabakh in Azerbaigian (indiretto) e dei Russi residenti nell’Ucraina orientale e in Crimea.

Un forum di cooperazione regionale, dunque, avrebbe potuto creare maggiori possibilità per i quattro paesi “satelliti” della Federazione Russa che avrebbero costituito una sorta di blocco economico-politico cuscinetto tra la CSI e l’UE.

La presenza dell’Azerbaigian avrebbe inoltre permesso a Georgia e Ucraina di diversificare l’approvvigionamento di idrocarburi, allentando la morsa politica di Gazprom nella regione.

Le ottime relazioni che la Georgia poteva vantare con l’Ucraina, per non parlare del “Tandem Caucasico”azero-georgiano (espressione usata dall’ economista georgiano V.Papava per sottolineare la forte collaborazione economica tra Georgia e Azerbaigian all’ interno del GUAM), resero la Repubblica Georgiana fulcro e mediatore all’interno del GUAM, aumentandone il livello di cooperazione con la Turchia e spingendola sempre più lontana da Mosca.

Questa nuova politica di allontanamento, tuttavia, doveva avere delle basi solide, al fine di evitare un isolamento dannoso e tutto ciò che la Georgia aveva da offrire era la sua posizione strategica.

Durante gli anni della presidenza Shevardnadze, seguita poi da un orientamento ancor più filo-occidentale del suo successore Saakashvili, le tre grandi direttive che costituiranno il fulcro della politica estera georgiana saranno: avvicinamento all’UE, avvicinamento agli Stati Uniti e, come menzionato poco sopra, buon vicinato con Azerbaigian e Turchia.

La costruzione della pipeline Baku-Tiblisi-Cheyan, fortemente voluta da Azerbaigian, Georgia e Turchia, avrebbe sancito un nuovo asse caucasico orizzontale, volto a collegare il Mar Caspio all’Europa.

La Russia, tagliata fuori dal “Nuovo Grande Gioco”, avrebbe risposto con un proprio asse caucasico-verticale russo-armeno-iraniano passante, giocoforza, per Tbilisi. Grazie a ingenti contributi europei vennero lanciati nuovi progetti per la costruzione di gasdotti e oleodotti (BTS e BTE), volti ad avvicinare sempre di più il Caucaso all’Unione Europea: tale strategia era perfettamente conforme ai nuovi programmi sulla sicurezza energetica europea e sull’allargamento dell’Unione verso est. Il vero problema per la Russia non stava nel perdere il controllo economico sia sulla Georgia che sull’Azerbaigian, considerando che i paesi della CSI influiscono sul commercio russo con soltanto il 15%. Il problema era perdere il monopolio sul controllo delle pipeline che dalle Repubbliche Centro-Asiatiche e dalla Russia stessa rifornivano i mercati europei.

Un ulteriore passo verso l’occidente fu il ritiro della Georgia dalla CSTO nel 1999, seguito da una dichiarazione in cui “la Georgia sarebbe entrata a far parte della NATO entro cinque anni”.

La guerra in Cecenia, inoltre, contribuì considerevolmente a esacerbare i rapporti già tesi tra Georgia e Russia. Nel 1999 l’esercito russo era infatti intervenuto nella Repubblica Cecena (all’interno della Federazione Russa), con l’intento di sedarne le mire secessioniste e combattere alcune cellule del terrorismo islamico affiliate ad Al-Qaeda impegnate nella liberazione di Grozny.

Durante il conflitto molti combattenti ceceni si rifugiarono in territorio georgiano, nel Pankisi Gorge (la vallata del Pankisi), attraversando facilmente i mal sorvegliati confini.

Dopo l’11 settembre 2001 e l’intervento americano in Iraq, la Russia si appellò anch’essa all’ art. 51 della Carta delle Nazioni Unite (l’ articolo 51 sancisce il diritto di legittima difesa nel diritto internazionale; spesso si ricorre tuttavia al concetto di “legittima difesa preventiva”, non trattato nell’ articolo 51 e non percepita dalla maggior parte dei giuristi come “consuetudine”. Mancando un attacco diretto georgiano contro la Russia, la richiesta di legittima difesa sarebbe stata inopportuna da parte russa)  per potere intervenire militarmente in Georgia e combattere il terrorismo internazionale.

Tali accuse non erano del tutto infondate: Shevardnadze aveva apertamente negato a Mosca l’estradizione di alcuni ribelli ceceni catturati nella zona del Pankisi, poiché la loro appartenenza ad Al – Qaeda non era comprovata da alcuna evidenza.

In realtà il parallelismo tra ciò che era avvenuto in Abcasia e Ossezia e gli avvenimenti in nel Nord Caucaso di inizio 2000 era fin troppo evidente: la Russia aveva ospitato e apertamente appoggiato guerriglieri sud osseti e abcasi e la Georgia stava ora simpatizzando con i Ceceni in un’ottica antirussa.

Tuttavia la nuova Russia di Putin cominciava a covare ambizioni da grande potenza e da grande potenza agì: alle dichiarazioni georgiane seguirono bombardamenti nel Pankisi. Shevardnadze, pienamente sostenuto da Washington, dichiarò tali attacchi una violazione dell’integrità territoriale della Repubblica. Gli Stati Uniti inviarono pertanto un contingente di 500 unità, composto da forze d’élite, in Georgia con l’intento dichiarato di addestrare l’esercito georgiano alla lotta contro il terrorismo.

Sebbene, come affermò il Ministro della Difesa russo Alexander Kosovan, “la presenza di truppe statunitensi in Georgia dovrebbe allarmare ogni soldato russo”, non seguì alla decisione del Pentagono alcun intervento diretto da Mosca; era ancora troppo presto per un conflitto aperto russo-georgiano. Nell’ottobre del 2002 Shevardnadze si impegnò a consegnare tutti i ribelli catturati, evitando un’escalation che avrebbe avuto per la Georgia conseguenze catastrofiche.

Una politica più ambigua accompagnò gli ultimi mesi della presidenza Shevardnadze. La firma di nuovi accordi con Gazprom, sommati a un parziale allontanamento dagli Stati Uniti, avrebbero dovuto consentire al presidente di riaprire le trattative su Abcasia e Ossezia del sud, grazie a un rinato interesse russo sulla questione. Il fatto che Mosca si dimostrasse disponibile a riaprire le trattative in cambio di accordi commerciali con la Georgia è sintomatico del fatto che la “difesa” russa delle due repubbliche secessioniste fosse solo uno degli strumenti utilizzati dal Cremlino per mettere pressione a Tbilisi.

La forte corruzione e la mancanza di cambiamenti tangibili nella condizione economica del popolo georgiano portarono tuttavia il 23 novembre 2003 alle dimissioni di Shevardnadze a seguito di una rivoluzione pacifica, chiamata “Rivoluzione delle Rose”.

La nuova presidenza Saakhasvili avrebbe portato a un pericoloso avvicinamento alla NATO e all’Occidente e al definitivo scontro con Mosca l’08.08.2008.

Marco Antollovich

Seguirà : L’allargamento oltre il Mar Nero: gli Stati Uniti in Georgia

Il post precedente è al link Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/9

Foto: Mikheil Saakashvili è tratto da Wikipedia

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/7

By Marco Antollovich

Cap.2.3.3 della tesi “Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente” (M.Antollovich)

La Georgia nel Caos: il ruolo di Edward Shevardnadze. L’ epoca di Shevardnadze

La neonata Repubblica Georgiana all’arrivo di Shevardnadze, all’ inizio del 1992, versava in condizioni disastrose: Ossezia del Sud e Abcasia non nascondevano le proprie mire indipendentiste e filo-russe, mentre l’Ajara risultava sempre meno controllabile da Tbilisi. La struttura dell’apparato economico si stava sfaldando in modo apparentemente ancor più veloce rispetto allo sfaldamento a territoriale.

Come poté constatare tangibilmente Per Garthon, rapporteur svedese del Parlamento Europeo in Georgia, l’inflazione aumentava in modo allarmante: il rapido declino della produzione industriale e agricola era seguito da un’inflazione che raggiungeva il 50-60% mensile equivalente al 600-720 % annuo.

La nuova valuta, il “coupon”, rendeva gli stranieri sempre più restii all’idea di investire nel paese: si trattava di una valuta debolissima, in continua svalutazione e priva di potere d’acquisto. In breve tempo i salari divennero così bassi da non consentire alla popolazione di pagare sostanzialmente nulla: un coupon valeva all’incirca un centesimo di centesimo di euro e 1.000 coupon, pertanto, equivalevano a 10 centesimi. 18.000 coupon, il salario mensile, equivaleva a circa 2 euro. Quasi dieci anni dopo, nel 2002 uno stipendio medio andava dai 30 ai 100 lari, equivalente a circa 14-54 dollari statunitensi.

Dal 1990 al 1997 ebbe inizio un vero e proprio esodo di lavoratori georgiani verso la Russia, l’Unione Europea o gli Stati Uniti. Più di un milione di emigrati dal 1990 al 1997 lasciò il paese alla ricerca di ingaggi più remunerativi: circa 134.000 persone all’anno. Sebbene il tasso di disoccupazione rimanesse elevato (quasi il 14% nel 1999), tale ondata migratoria consentì un’entrata di capitale straniero grazie alle rimesse.

Shevardnadze si trovava dunque a ereditare un fardello gravoso e difficilmente gestibile. Eletto il 10 marzo 1992 preferì ottenere il potere attraverso un mandato parlamentare, piuttosto che impossessarsene con la forza. Le riforme che dovevano essere attuate per salvare la Georgia dal baratro nel quale stava precipitando erano tutte indissolubilmente collegate: la gestione dell’economia, della politica estera e di quella interna avrebbero determinato le sorti della Georgia negli anni successivi.

Il presidente neo-eletto (Edward Shevardnadze venne ufficialmente eletto presidente della Repubblica Georgiana il 16 novembre 1995) riconobbe dunque dapprima l’errore politico del suo predecessore in Ossezia del Sud: l’accettazione georgiana del cambio di status da “oblast autonomo” a “repubblica autonoma” avrebbe causato molti meno problemi rispetto a un intervento militare in un territorio impervio e sotto la tutela di Mosca.

La richiesta di scuse che ne seguì e l’apertura a un nuovo dialogo tra Sud-Osseti e Georgiani sembravano pertanto volte a ricostruire i rapporti tra i due popoli, non irreparabilmente compromesse.

La guerra in Abcasia aveva invece dato vita a uno scenario del tutto diverso: le strade di Tbilisi erano affollate da esuli senza casa dei territori conquistati e la partita per l’Abcasia sembrava lungi dall’esser conclusa; gli osservatori dell’OSCE avevano apertamente definito gli avvenimenti di Sukhumi “pulizia etnica”, ponendo la Georgia in una posizione di forza sul piano internazionale.

La terza regione autonoma, l’Ajara, la cui posizione sarebbe risultata di fondamentale importanza per la Georgia (l’ Ajara, regione georgiana al confine con la Turchia, acquisterà una grande importanza strategica per la Georgia, poichè vi sarebbe passata la pipeline Baku-Tbilisi-Supsa), continuava a essere governata da un signore della guerra locale, Abashidze, più vicino a Mosca che a Tbilisi.

In Ajara era infatti presente una delle ultime basi sovietiche in territorio georgiano e le più alte cariche dell’esercito russo vedevano in Abashidze un altro alleato nella lotta contro Shevardnadze. La repubblica di Ajara dunque, sebbene facesse parte de iure dello stato georgiano, non intratteneva con quest’ultimo nessuna forma di rapporto, né di dialogo. I contributi riscossi in Ajara restavano nella regione ed erano costituiti quasi esclusivamente dalle mazzette guadagnate per concedere il transito di mezzi e merci dalla Turchia alla capitale Tbilisi.

L’accordo tacito tra Abashidze e Shevardnadze, consisteva proprio nella ricerca di un modus vivendi attraverso un principio do ut des: l’amministrazione centrale non avrebbe interferito in alcun modo nella politica interna della regione autonoma, a patto che questa continuasse a esser parte della Repubblica Georgiana.

La dichiarata lotta alla corruzione, accompagnata da una relativa stabilità interna e dal prestigio esercitato dalla figura stessa di Shevardnadze, che si era guadagnato la simpatia e il rispetto dell’ Occidente – soprattutto in Germania e negli Stati Uniti – poichè, in qualità di Ministro degli Esteri dell’ Unione Sovietica, era stato promotore della politica di Glasnost e Perestrojka durante la presidenza Gorbaciov, consentirono una parziale ripresa dell’economia georgiana dovuta a un aumento degli investitori stranieri.

Pacificate le relazioni con la Russia grazie ai dialoghi tra il presidente georgiano ed Eltsin, Shevardnadze non fece mistero di voler avvicinare il proprio paese all’Occidente: al riconoscimento dell’indipendenza georgiana da parte dell’Unione Europea (23 marzo 1992) seguirono una visita del ministro degli affari esteri tedesco Genscher e l’apertura dell’Ambasciata statunitense il mese seguente.

Shevardnadze d’ora in poi avrebbe fatto appello all’Occidente e non alla Russia per risollevare le sorti del paese.

Sebbene il presidente esprimesse un sincero desiderio di entrare in Unione Europea, lui stesso si rendeva conto che raggiungere i parametri standard per l’accesso sarebbe stato impossibile in breve tempo: nel 2000 le entrate fiscali ammontavano a 25 milioni di lari, solo il 65 % del previsto, la disoccupazione si attestava attorno al 12% e l’economia sommersa influiva su quasi il 40% del totale.

Nel 1994 la Russia respinse la richiesta di Shevardnadze di essere integrata nella “zona-rublo”, nella speranza di limitare l’inflazione legandosi a una valuta forte. La Georgia dovette quindi volgere lo sguardo a Ovest alla ricerca di stabilità: cominciò a stringere dunque solidi legami con l’Occidente e, soprattutto, con gli Stati Uniti. (altro…)