Unmik

KFOR, visita del SACEUR gen Breedlove: “continuare a promuovere il dialogo” nel delicato contesto balcanico

20150904_KFOR_visita SACEUR gen Breedlovem (Ph Perna-De Nicola) (1)Il Supreme Allied Commander Europe (SACEUR), generale Philip Breedlove, si è recato in visita presso il quartier generale della missione NATO a Pristina e nelle basi operative della Kosovo Force (KFOR), fa sapere la stessa KFOR in un suo comunicato stampa datato 4 settembre.

Nel corso dell’incontro il generale Guglielmo Luigi Miglietta, comandante di KFOR (COMKFOR), e lo staff internazionale del comando di KFOR hanno presentato al generale Breedlove la situazione operativa corrente e delineato i progressi nella situazione di sicurezza in Kosovo.

Il generale Breedlove, da parte sua, ha rimarcato l’importanza di KFOR nel delicato e complesso contesto balcanico e il bisogno “di continuare a promuovere giorno dopo giorno il dialogo anche nella regione”.

20150904_KFOR_visita SACEUR gen Breedlovem (Ph Perna-De Nicola) (2)Nel corso di un incontro con i militari di KFOR il generale Breedlove rivolgendosi al generale Miglietta, da agosto alla guida della missione NATO, ha elogiato l’operato degli oltre 5.000 uomini e donne (di 31 differenti nazioni) che quotidianamente contribuiscono al processo di normalizzazione del Kosovo e dell’area balcanica.

Durante la sua visita il SACEUR, accompagnato dal COMKFOR, ha avuto l’occasione di incontrare gli ambasciatori del Quint di Francia, Germania, Italia, Regno Unito e degli Stati Uniti, oltre ai capi missione di UNMIK, OSCE, EU e del Fondo Monetario Internazionale.

Il SACEUR ha visitato infine il monastero ortodosso di Decani, dal 2004 parte del Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO, dove ha incontrato padre Sava, abate del monastero.

20150904_KFOR_visita SACEUR gen Breedlovem (Ph Perna-De Nicola) (3)La sicurezza del monastero di Decani è garantita dal contingente multinazionale di KFOR a guida italiana.

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Fonte e foto: KFOR

Kosovo: internazionali in pericolo nell’ovest

 

“Abbiamo bisogno di aiuto, abbiamo bisogno di una forza armata forte che ci difenda”. La notizia dell’aggressione al Rappresentante regionale di Unmik che vive e lavora a Dečani, regione di Peć, nel Kosovo occidentale, il venezuelano Luis Perez-Segnini, è l’occasione per denunciare lo stato di insicurezza in cui molti funzionari internazionali vivono e lavorano ogni giorno nell’ex provincia serba dichiaratasi indipendente lo scorso 17 febbraio 2008.

“Luis è stato aggredito da tre sconosciuti nascosti nell’ombra della sera – ha spiegato al telefono un funzionario internazionale– ed è riuscito a reagire ed evitare il peggio grazie al fatto che si è difeso”.

Giovedì sera Perez, che già l’anno scorso era stato pubblicamente giudicato dagli albanesi “persona non grata” a causa della sua imparzialità e obiettività professionale, è rientrato a casa dopo le 22. L’aggressione ha avuto luogo nel condominio della piazza centrale di Dečani dove Luis vive da otto anni.

Il Rappresentante regionale, che ha riportato una piccola ferita alla testa, fino a sabato non era ancora rientrato nel suo appartamento “ma conta di farlo al più presto”, ha confermato la fonte sottolineando che “Luis ha denunciato il fatto alla polizia mentre nell’altro caso le minacce hanno avuto la meglio”.

“L’altro caso” risale a poco tempo fa ed è immediatamente conseguente alla decisione di Joachim Ruecker, capo missione Unmik in Kosovo, di far restituire dalla municipalità di Dečani 24 ettari di terreno al monastero ortodosso serbo Visoki Dečani. Un terreno che nel 2001 è stato inserito nella proprietà municipale “a causa della manipolazione del catasto operata dalla stessa municipalità di Decani ai danni del monastero”, fa sapere un funzionario internazionale che da anni segue le problematiche relative al rientro nelle proprietà delle minoranze.

L’altro caso di aggressione riferito riguarda un collega di Luis Perez, il tedesco Patrick Buse che vive con la propria famiglia a Pristina ma lavora a Dečani e “che ha subito minacce direttamente dal numero uno della mafia locale, Abdyl Mushkolaj, con l’intimazione di non restituire il terreno al monastero e di non consentire il rientro dei serbi a Dečani”, riferisce la fonte che sottolinea l’importanza di denunciare questi fatti “perché si venga a sapere in quale clima stiamo lavorando”.

Impossibile per questi internazionali che operano nel settore delle minoranze fare affidamento sulla polizia locale ormai quasi completamente monoetnica, composta cioè dall’etnia albanese che è in netta maggioranza.

“Ma la colpa è nostra – prosegue il funzionario internazionale – è nostra come Unmik perché questo sarebbe il caso di rimuovere sindaco e municipalità di Dečani per mettere in atto la decisione: non lo facciamo e così lasciamo passare il messaggio che la legge di Unmik non vale niente. Inoltre fra breve Ruecker non sarà più a capo di Unmik e questo consente un ulteriore scarico di responsabilità sul suo successore e così via. Abbiamo bisogno di persone che affrontino i problemi e che non girino la testa dall’altra parte di fronte all’impossibilità per noi di lavorare serenamente e per i monaci di Dečani di vivere nella legalità”.

La missione Unmik dovrebbe cedere i propri poteri a quella europea Eulex entro l’anno in corso. Il trasferimento di autorità è delicato e richiede adeguamenti progressivi. “Ma i kosovari albanesi hanno fretta di cacciare Unmik – continua la fonte – e far insediare Eulex. Alcuni pensano che la missione delle Nazioni Unite è un appoggio per l’attuale primo ministro (Hashim Thaci, ndr) mentre quella europea è invece il sostegno per l’ex primo ministro (Ramush Haradinaj, ndr)”.

Da quando è tornato con la patente di innocente dal tribunale dell’Aja, Ramush Haradinaj non perde occasione di attaccare con piccole stilettate rilanciate dalla stampa locale il suo rivale attuale primo ministro Hashim Thaci. Due pedine sulla scacchiera utili ai grandi attori internazionali che muovono con estrema attenzione in uno scenario altamente strategico al centro dei Balcani.

“Intanto noi siamo in mezzo – conclude il funzionario internazionale – e viviamo nell’incertezza: questa di Ramush Haradinaj e del monastero di Dečani è l‘area di responsabilità dei soldati italiani. A molti sembra che i militari siano più interessati a fare bella figura come benefattori con il sorriso sulle labbra piuttosto che a garantire un ambiente sicuro. Noi internazionali ci battiamo per far tornare i serbi nell’area, anche contro organizzazioni non governative che invece li scoraggiano come il Danish Refugee Council che a Peć ha solo albanesi tra i suoi impiegati. E avremmo proprio bisogno di una forza armata forte che ci difenda. Magari con il sorriso sulle labbra, ma che manifesti la capacità e la determinazione a difenderci”.

(Intervista del 15 giugno 2008).

Fonti: B92, Kosovo.net, Unmik

 

Kosovo: entra in vigore la Costituzione

 

“Cosa cambia? Niente, a parte il fatto che faremo più fatica a scambiarci informazioni con le istituzioni locali”. Il parere di una internazionale dell’Unmik che lavora in Kosovo da otto anni è molto tagliente: “a parte gli attesi festeggiamenti l’entrata in vigore della nuova Costituzione non porterà a nulla di particolarmente evidente nei prossimi giorni. Solo non riusciremo più a ottenere le informazioni che ci servono per lavorare e che già le istituzioni locali ci forniscono con molta difficoltà”.

Una chiusura attesa che bloccherà dunque la possibilità di operare nell’area per gli internazionali e che si colloca sulle aspettative di Fatmir Sejdiu, presidente dell’ex provincia serba dichiaratasi indipendente quattro mesi fa, in favore dell’uscita di scena di Unmik per una concreta indipendenza del Kosovo.

In realtà il Kosovo passerà dalle mani delle Nazioni Unite (Unmik) a quelle dell’Unione Europea, che attende di diventare operativa in area con la missione Eulex in cui saranno presenti anche gli Stati Uniti.

Un passaggio di consegne che si sta compiendo con difficili aggiustamenti, anche perché sul territorio di fatto la contrapposizione Unmik/Eulex si traduce in quella Hashim Thaci/Ramush Haradinaj, rispettivamente attuale primo ministro ed ex primo ministro del Kosovo.

Hashim Thaci ha potuto dichiarare l’indipendenza del Kosovo lo scorso 17 febbraio grazie all’appoggio degli internazionali, Stati Uniti in testa. Mentre dall’altra parte l’ex primo ministro Ramush Haradinaj è rientrato in Kosovo lo scorso 4 aprile dopo essere stato scagionato dalle accuse di crimini di guerra dal tribunale penale internazionale dell’Aja.

ramush po vjenHashim e Ramush sono entrambi ex combattenti del Kla (Kosovo Liberation Army). Ed entrambi sono capi carismatici anche se in ambiti diversi: il primo sfoggia contatti con i vertici politici statunitensi e tollera la presenza di estremisti islamici nella sua regione di provenienza, la vallata di Drenica. Mentre il secondo ha il suo feudo nel Kosmet, il Kosovo occidentale culla dell’ortodossia serba e area di responsabilità della Kfor italiana, dove vengono registrati i maggiori flussi di traffici illeciti verso Albania e Montenegro. Ramush ha messo a tacere gli estremisti islamici, anche se a Pec la loro presenza è tangibile e scarsamente documentata. Da dichiarazioni off-the-record di militari che hanno servito in Kfor negli ultimi due anni la zona specifica “viene pattugliata raramente” dalla missione Nato.

allah pecCon questa situazione sul terreno l’entrata in vigore della Costituzione sembra poter influire poco sulla realtà quotidiana: le minoranze serbe continueranno a far riferimento a Belgrado e a vivere una vita istituzionalmente parallela, mentre i kosovari albanesi assisteranno al passaggio della loro indipendenza quasi fosse una patata bollente dalle mani dell’Onu a quelle dell’Unione Europea.

Foto: materiale proprio (striscione di benvenuto per Ramush Haradinaj a Decani; un centro islamico per la gioventù in centro a Pec, sulla continuazione della strada per l’ospedale).

 

Kosovo: il quartier generale dell’Onu deciderà nei prossimi giorni la riconfigurazione di Unmik

 

“Mi aspetto un piano di riconfigurazione (di Unmik, ndr) nei prossimi giorni” ha riferito oggi a Pristina nel corso dell’incontro settimanale con i media il portavoce dell’Unmik Alexander Ivanko. E riguardo al bilancio ci sarà una correzione di circa il 9 o 10% al ribasso, con un mantenimento del 30% del personale operante in Kosovo nell’ambito della missione dell’Onu.

Ivanko non ha fornito ulteriori dettagli riguardo al numero di personale di staff che verrà confermato dopo la riconfigurazione dalla sede centrale newyorkese, ma ha intanto ribadito la posizione contraria di Unmik verso le assemblee municipali serbe elette sulla base del risultato elettorale dell’11 maggio scorso: sono istituzioni illegali perché per Unmik erano illegali le stesse elezioni.

Unmik amministra il Kosovo dal 1999. Dovrebbe trasferire gradatamente i poteri a Eulex, missione a guida europea, nel prossimo autunno. Oggi il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini ha anticipato che il contributo italiano di Eulex sarà di duecento persone.

Fonte: Unmik; Asca
 

Slovenia, Lubiana: Usa e Ue d’accordo su Eulex in Kosovo

 

Se stasera verrà confermata la bozza del documento preso in visione oggi pomeriggio da B92 riguardante l’accordo tra Usa e Ue sul Kosovo allora la missione Eulex non avrà più ostacoli.

Secondo quanto riportato da B92, infatti, Stati Uniti ed Europa avrebbero trovato oggi a Lubiana in Slovenia un accordo sul trasferimento di poteri dalla missione Onu Unmik a quella europea Eulex.

La questione, che da lungo tempo mantiene in stallo la situazione nell’ex provincia serba dichiaratasi indipendente lo scorso 17 febbraio 2008, avrebbe già ricevuto anche dal segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon a Bruxelles un via libera verso l’apertura alla missione europea tramite la decisione di una riconfigurazione di Unmik in una forma accettabile anche da Russia e Serbia.

Di più. Dal documento abbozzato oggi da Usa e Ue nel castello di Brdo in Slovenia emerge la volontà di cooperare sulla questione Kosovo per un trasferimento “soft” dei poteri da Unmik a Eulex con l’accettazione della presenza statunitense all’interno della missione europea Eulex.

 

Serbia, elezioni: dopo gennaio e febbraio ora vincerà ancora Tadic?

 

Non c’è il due senza il tre. Quindi tanto vale che io mi sbagli anche stavolta e che lo faccia subito, altrimenti stasera non avrebbe più alcun senso.

Lo scorso 20 gennaio 2008 – data in cui i serbi si sono recati alle urne per decidere il loro prossimo presidente – ero convinta che a spuntarla sarebbe stato Tomislav Nikolic (SRS, Srpska Radikalna Stranka), che fa le veci del leader Vojislav Seselj attualmente all’Aja per rispondere delle accuse di crimini di guerra. Motivo della mia convinzione: i serbi desidereranno opporre un presidente nazionalista all’irruente indipendentista di Pristina Hashim Thaci, uscito vincitore dalle elezioni in Kosovo del 17 novembre 2007 e appoggiato saldamente da Europa e Stati Uniti.

Niente di fatto in quel primo turno. Così in occasione del ballottaggio del 3 febbraio tra Nikolic e Boris Tadic (DS, Demokratska Stranka) decisi di andare a Belgrado convinta ancora una volta che a spuntarla fosse Nikolic. E questa mia convinzione probabilmente era la stessa di altri giornalisti, visto che con loro condividevo i pochi millimetri cubi di ossigeno che ancora c’erano nella sala meeting della sede dell’SRS a Zemun subito dopo il voto la sera dello spoglio.

Ma quando dopo i primi momenti di vantaggio apparve chiaro che la debole ma continua rimonta della percentuale di voti a favore di Tadic avrebbe visto la disfatta di Nikolic di lì a poco, mi trovai a condividere con gli altri giornalisti la caccia al taxi per andare in centro a Belgrado nella sede dei DS.

Salutavo così la mitteleuropea Zemun, fiero baluardo dell’impero austro-ungarico contro l’avanzata del nemico ottomano in epoca non recente (anche se volendo si potrebbe fare un parallelo), per arrivare il prima possibile nel giro di un aggiornamento di mezzo punto percentuale dai DS a Krunska.

Durante il tragitto ripensavo che forse a vincere era stata la voglia di Europa dei giovani serbi, a lungo frustrati nella loro giovanile voglia di libertà dalla mancanza di un regime adeguato di visti per l’espatrio. E non credo di essere stata troppo lontana dalla giusta interpretazione visto che la palazzina era invasa da giovani e giovanissimi attivisti che danzavano festeggiando la vittoria di Boris Tadic. Dunque mi sbagliavo: la questione Kosovo non doveva impensierire poi così tanto i serbi, anche se il leader dei DS aveva vinto solo per il 50,5%.

krunskaLa folla che ballava alle marce suonate dalla band di fiati in abito crema (gli stessi che come i giornalisti erano a Zemun e che si sono trasferiti in fretta e furia nel giro di un aggiornamento di mezzo punto percentuale nella sede di Krunska) si spostò rapidamente davanti alla sede dei DS a Terazie, da dove Boris Tadic avrebbe fatto il lungo discorso in favore di un futuro europeo per la Serbia-Kosovo-incluso.

Da lì a quattordici giorni il Kosovo però divenne indipendente con un atto unilaterale di Hashim Thaci a breve riconosciuto dall’Afghanistan in primis e poi da Usa e alcuni stati europei.

Proprio questo oggi mi fa pensare che forse a spuntarla sarà Nikolic. E nel dirlo non penso solo al taxista che andando a Terazie la sera della vittoria di Tadic tamburellava nervosamente le dita sul volante scuotendo la testa e dicendo – lui, trentenne – che no, questi giovani non hanno capito niente. Ma penso anche all’orologio con la faccia di Nikolic appeso dietro al banco di un piccolo supermercato a Gracanica, enclave serba vicino a Pristina. Penso a quello che dicono i serbi del Kosovo, che cioè l’eurosentimentalista Tadic ha ricevuto forti pressioni dall’Occidente per aprire all’Europa e chiudere un occhio sull’ex provincia autonoma. Penso alla strategia europea di firmare l’accordo SAA con Belgrado in quattro e quattr’otto a una settimana dalle elezioni, annullando in un botto le ferme resistenze di Francia, Germania, Gran Bretagna e Olanda che condizionavano il tutto alla consegna da parte della Serbia di Ratko Mladic.

Però anche stavolta potrei sbagliare. Perché l’Unmik ha detto oggi attraverso il suo portavoce che il voto dei serbi in Kosovo non sarà riconosciuto in quanto svolto in contrasto alla risoluzione Onu 1244. Chissà se si intende solo quello per le amministrazioni locali. In ogni caso appare difficile per Nikolic far conto su quei voti, benché sia favoritissimo tra le enclave serbe del Kosovo dove alle cinque del pomeriggio quasi il 42% degli aventi diritto si è recato alle urne in linea sulla media del 43% di tutta la Serbia. Una percentuale che, se messa a tacere dalle Nazioni Unite, potrebbe diventare una serpe covata in seno al nuovo stato indipendente soprattutto in caso di reale vittoria di Nikolic. Ma in questo sì che spero davvero di sbagliarmi.

Fonte: B92, CeSID, Osservatorio Balcani, Rinascita Balcanica, Wikipedia

Kosovo: arrivano aiuti umanitari russi per enclaves serbe

 

Per il premier Hashim Thaci e il presidente Fatmir Sejdiu gli aiuti umanitari dovrebbero essere consegnati in coordinamento con le autorità di Pristina, ma il viceministro agli Esteri russo Vladimir Titov non si scompone: ci sono Unmik e Kfor che hanno piena autorità nell’assistenza alle operazioni umanitarie. Ci pensino loro, in sostanza.

E stamane all’aeroporto Nikola Tesla di Belgrado è arrivato il primo dei quattro aerei cargo provenienti da Mosca e programmati da oggi al 10 aprile. Le circa 140 tonnellate totali di aiuti arriveranno poi in Kosovo da Belgrado in convoglio per essere distribuiti dalla Croce Rossa serba ai serbi ancora presenti nelle enclaves del Kosovo.

La richiesta di invio di aiuti fatta alla Russia dal governo della Serbia si concretizza nell’invio di carne e pesce in scatola, alimenti per l’infanzia, riso, zucchero, equipaggiamenti medicali, medicine, materiale per la disinfezione. Il tutto per un valore di circa un milione e mezzo di euro (40 milioni di rubli). Titov ha sottolineato all’agenzia Tanjug che sarà la presenza internazionale a doversi preoccupare di scongiurare ogni possibile tipo di ostacolo all’invio di aiuti di cui la popolazione ha assoluto bisogno.

Negli ultimi mesi la popolazione delle enclaves non riceve medicinali per problemi burocratici legati al riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo, dichiarata da Pristina lo scorso 17 febbraio 2008 e non riconosciuta da Serbia e Russia. 

Fonti: Bbc; b92; Tanjug

Kosovo: intanto quei serbi sono disoccupati

Nel post "Kosovo, due pogrom a confronto: 17 marzo 2004 – 17 marzo 2008" ho sottolineato che i serbi arrestati a Mitrovica per aver occupato – inermi – da tre notti il tribunale sono disoccupati da otto anni.

Nel 1999 sono stati infatti rimossi dal loro incarico nel tribunale di Mitrovica da Unmik.

Lo stesso aspetto è stato sottolineato anche dal ministro della Giustizia serbo Dusan Petrovic:

Serbian Minister of Justice asking for release of the arrested  

17 March 2008. 16:12

Serbian Minister of Justice Dusan Petrovic has requested the Special Representative of the UN Secretary General Joachim Ruecker to immediately release the arrested judiciary workers from Kosovska Mitrovica. In his letter to Ruecker, Petrovic assessed that it is necessary for the UNMIK police to release the arrested workers, and that the fact must be taken into account that they had entered the building where they had been working until 1999, and which they have left after the arrival of UNMIK to the Province. The Minister stressed that the unnecessary roughness of the UNMIK police towards the judiciary employees must not be continued.

Fonte: glassrbije.org

I serbi arrestati sono stati intanto liberati secondo quanto riferito dal ministro per il Kosmet Slobodan Samardzic (Serbian Government).

Kosovo, due pogrom a confronto: 17 marzo 2004 – 17 marzo 2008

Nell’anniversario del primo pogrom di marzo contro i serbi eccone pronto un secondo, più curato nell’aspetto in quanto condotto sotto un’aura di legalità e internazionalità.

chiesa ortodossa Se quattro anni fa i serbi vennero attaccati dall’etnia albanese sotto gli occhi della Nato e delle Nazioni Unite per un motivo ancora non chiarito (l’uccisione dei bambini albanesi nel fiume Bistrica sembra infatti che abbia proprio una regia albanese e non serba), oggi gli stessi serbi vengono attaccati una seconda volta.

Ma non più con sassi e bottiglie incendiarie per distruggere case e monasteri serbi (35 monasteri ortodossi distrutti e 800 case serbe bruciate), bensì con le manette del Kosovo Police Service (Kps), la polizia di Unmik.

Stamane infatti a Mitrovica la Kps è intervenuta per arrestare una cinquantina di serbi insediatisi nel tribunale che dallo scorso venerdì 15 marzo protestavano pacificamente e disarmati, occupando i locali dove lavoravano fino al 1999 e da dove sono stati rimossi da Unmik che vi ha insediato i propri funzionari. Il problema principale è stato la folla all’esterno, che avrebbe indirizzato colpi d’arma da fuoco contro gli internazionali.

Intanto quei serbi sono disoccupati da otto anni e mezzo.

Perché Unmik non li ha reintegrati nelle loro posizioni pur inquadrandoli nell’internazionalità della missione? Se avessero avuto il loro lavoro oggi quei serbi non avrebbero messo a rischio la loro vita quotidiana esponendosi a un arresto e a un trasferimento per il processo a Pristina, dove gli albanesi sono il 100%. E non avrebbero neppure recato disagio a Kps e Kfor o messo in allarme il governo di Pristina, spingendo il fiero primo ministro Hashim Thaci a supplicare l’intervento di Unmik contro gli “hooligans” già sabato scorso.

Una richiesta così accorata da parte di chi oggi disprezza la violenza “da qualsiasi parte provenga” che Joachim Ruecker, rappresentante del segretario generale dell’Onu in Kosovo, ha dato il via alle 5.30 di stamane all’operazione di sgombero del tribunale.

Thaci e il suo governo possono ora stare tranquilli.

L’ordine è stato ricostituito e confermato con un comunicato stampa del vice portavoce di Unmik e del comandante di Kfor che accusano i serbi di aver violato la risoluzione 1244. Questo perché chi di loro protestava fuori dal tribunale avrebbe esercitato “violenza letale”. Nel pomeriggio di oggi è intervenuto anche il ministro degli Esteri italiano Massimo D’Alema esortando Belgrado alla pacificazione.

Un modo sottile per eliminare i serbi ancora presenti nella parte nord di Mitrovica. Nel resto del Kosovo, invece, quella che un monaco ortodosso ha definito “pulizia etnica” si è quasi del tutto completata: se da una parte per i serbi non c’è possibilità di dimostrare il diritto di proprietà di immobili per intoppi burocratici, dall’altra diventa sempre più difficile curarsi nelle enclave dove le medicine non arrivano più. Bloccate, anche loro, da una questione burocratica di permessi non riconosciuti.

Terror & Gratitude: Albanian Imam’s Kosovo Mission

pubblicato da Serbianna il 29 dicembre 2007

According to information reports Kosovo Albanian Imam Kastriot Duka could be a terrorist, an extremist one who recruits minors in order to train them to be Islamic fundamentalists. Despite his long beard that is in the tradition of his Salafi faith, Imam Kastriot Duka behaves like a gentleman. He makes you feel at home even if as he washes himself before praying. One can visit him without having to make appointments.

“Please, feel free to serve yourself with water or a coke. I’ll be back in few minutes”, he said in his kitchen during the muezzin’s call to pray.

At a first glance this kitchen is quite similar to any other, except for a hundred DVDs stored close to a little television set below the window: an unusual passion for cinematography for a Salafi. Kastriot Duka is the Imam in Marina’s mosque, in the hearth of Drenica Valley in Kosovo. He lives here because he is Albanian.

“I am Hoxha imam, my name is Imam Xhamal Duka. I come from Elbasan city,” he says.

“I was an Imam in Albania before 1999. There I took in my house two families escaping from Kosovo war,” underlines the Imam his patriotic credentials.

“Five months after the refugees came I received the visit of a person coming from Britain to help the people. At that moment we decided together to leave Albania and to go to Kosovo with refugees; we started building a mosque,” declares Imam.

Imam Duka identifies “the person coming from Britain” as a “director” that “sent him to a mufti in Kosovo”, but it seems the connection was not good enough. Reports suggest that this mysterious “director” could perhaps be Thomas Jeppesen, a Dane that coordinates a British-based NGO.

“Kastriot is a good man, a good Muslim, he makes money to let Xhamal build a mosque,” he tells about himself.

Imam Kastriot says that the reason he is on Kosovo is to teach.

“I teach forty children Islam and Quran, they come here every Saturday and every Sunday and I think they are very good students, they bring the scarf,” describes Imam.

Albanian Muslims of the area consider the Imam to be a holy man because he gave money and other help to the poor Muslims. Poor locals get meat and other food from him and exercise-books, clothes and 20 euros per month.

“Who’s sending you money, mr Duka?” I asked.

“Well, I’m not a rich man. I receive money from organisation Rahma Mercy from Britain,” says the Imam.

Imam Duka is also helping the orphans. He says that these are the “children who had their Baba killed in fighting with Serbs”.

Inside the home of Hamit Kelmendi, Duka’s friend, the Italian MSU Regiment that is part of the NATO peace mission in Kosovo, the KFOR, uncovered 14 documents related to minors aged from 6 to 10. All of the children are the responsibility of  Imam’s collaborator, Demir Kelmendi, Hamit’s son. Kelmendi receives 100 euros per month each minor in order to educate and sustain them. This money, like other, comes from Great Britain, where a Salafi group with British passports is sending euros with banking transactions directly addressed to imam Duka.

He certainly wishes for more money to realize his projects for Muslim Albanians living in the area of Marina.

“We will make a well because there is not enough water here,” says the Imam. “In this area it is very difficult to find water. We started with one well in Marina school but we need much more”.

Water is of particular issue in Kosovo because the majority of it comes from the Gazivoda Lake located in the north that is inhabited by ethnic Serbs who may cut the water off if Kosovo Albanians unilaterally declare independence from Serbia.

“What do you think about independence of Kosovo, Mr Duka?” I asked him.

“A good idea, not only for Balkan people but also for European people because, you understand, people in Kosovo does not have any connection with Serbia: people in Kosovo is Albanian, has Albanian language, has Albanian flag, has Albanian culture,” says the Imam.

Unlike Imam’s in other parts of the world, Imam Duka feels good about America because it sustains Albanian Muslim hopes for independence.

America is not a Muslim state, I reminded him.

“We have one god, we both have one god so there is no problem,” Imam explains the apparent theological inconsistency of why a non-Muslim America may support a Muslim state.

“People in Kosovo, Albanian people, have respect for Europe and for America because you help people in Kosovo very, very much. At every moment we think good for America and for Europe,” claims Imam Duka.

But if you ask imam Duka what happened in Fort Dix last 7th may 2007 he games to not understand.

“An attack in Fort Dix? Six Muslims coming from former Yugoslavia? I don’t understand what you’re saying. In a military base in New Jersey?” Imam puzzlingly questions the reports then suddenly recollects and deflects the blame.

“Ah, I remember, but they were from Macedonia,” concludes the Imam.

I reminded him that four of them were ethnic Albanian.

“Maybe some Americans think that you are a dangerous terrorist if you have this, the beard. But I think that persons bringing explosives in buses are doing so only for money. Someone give you money to be a bomb suicide. This is not Quran, this is not Muslim,” says the Imam.

“You can ask whoever here what do they think about Americans: they will all speak good about America and Europe, because you’re helping us. United Nations have government, we respect UNMIK,” says the Imam.

Duka is not worried about the presence of Serbs: “they are in Pristina, in Prizren but we don’t have any problem because we don’t have any connection with them and I’m sure that after the independence we shall work together”.

He feels so sure of this that he decided to pass Austerlitz Bridge in Mitrovica on 16th June 2006, at nine o’clock in the morning. According to Italian reports Imam Duka was not alone but took along with him Hasa Sahuri, Agim Mucani, Murat Zabeli and, Agim Duka who could be Imam’s brother. Their goal in entering the beleaguered Serb enclave was to simply “take a look” of Serbian side.

Kosovo Protection Service or KPS, fearing panic and rage by ethnic Serbs, stopped the men.

Imam Duka has a lot of friends. He used to receive visits from Great Britain during last years. Three men alleged to be British citizens arrived in Marina’s mosque on 15th October 2005: one of them could be Khaleel Patel, the independent business consultant looking for business partners on web four years ago, when in a message on The Saudi Network he told about innovative business idea that could generate a net profit from 200% to 1000%!

Now you could find Patel’s picture on Rahma Mercy website. Six months later, on april 14th 2006, those three men where in imam Duka’s car, a Isuzu Trooper with Kosovo plates, between Pristina and Mitrovica.

I’ve asked him if he’s ever been contacted by terrorists?

“Me? Here? I don’t know. No, no. Because we are like Islam, we are a compact group and you can see it by yourself: in eight years United Nations and Europe and America have never been attacked with any bomb because we have respect for you and your job here. If you go to Iraq, there it is dangerous,” says the Imam.

On the other side, information services report suspected ties between Imam Duka and “dangerous Islamic fundamentalists”. Some of these Muslim Albanian terrorists include:

– Shaqiri Xhezair, also known as Hoxha Mazlumi, is the imam of the Jeni Mahala mosque in Prizren: he has ties with the Kosovo Police Service (KPS), Kosovo Protection Corps (KPC), UNMIK and al-Qaeda.

– Samedin Xhezairi, also known as Commander Hoxha, is one of the organizers of March Pogrom against Serbian ethnic minority in 2004.

– Ekrem Avdiu, founder of Abu Bakr Sadiq group, an “extreme Islamist terrorist organization” that use to meet in a private house in Zhabare. Avdiu is alleged to participate in the crime in Goradzevac on 13th August 2003 when a group of children bathing in Bistrica River were shot at by the Albanian terrorists then blamed the Serbs thus initiating a bloody pogrom of Kosovo Serbs.

– Sami Billali, leader of Al Wafq al Islami, a very radical NGO based in Pristina that receives money directly from the Arab Committee of Saudi Arabia. Reports indicate that Billali trains young suicide bombers in Kosovo.

– Rexhep Selimi, former commander of TMK/KPC Academy in Pristina; now a member of K-ShIK. Idriz Shabani, arrested in 2003 for having illegal weapons, also known as Luta.

Despite the allegations of terror ties, Imam Duka is a real gentleman. He offers hospitality, courtesy and a room to stay all night long, waiting for a better weather.

I finally asked him whether KFOR, UNMIK, USA will need to go away once Kosovo becomes independent.

“No, no. Why?” asked aback the Imam.

Perhaps because Kosovo will have its sovereignty and you will stay alone here I probed.

“No, no. Why? Do the same you did in Bosnia,” he ended disclosing his proof political knowledge in international matters.

On the way out, Imam Duka let me go with a present, a box of cookies for my children, without unveiling his secret: the name of the man who burnt the Danish Embassies in Beirut and Damascus in early 2006 because of Danish sarcastic newspaper cartoons against Islam.

See also:

Caro Angelo, il Kosovo è una patata bollente (26 marzo 2009)