8 settembre

Tra Caporetto e l’8 settembre 1943: il ferreo generale Gonzaga e il valoroso generale Bellomo

By Giovanni Punzo

Desidero ringraziare Paola Casoli non solo per l’opportunità di ricordare il generale Gonzaga, combattente della Grande Guerra, ma della lezione impartita (anche a me…) l’altro giorno. Da tempo abbiamo liquidato in toto l’Otto Settembre come un fuggi fuggi grottesco, complici anche film molto divertenti e libri famosi: determinate immagini sono diventate alla fine una interpretazione diffusa e accettata acriticamente, comoda e più o meno assolutoria per tutti. Senza cedere alla tentazione di banali moralismi sulle responsabilità – che pure ci furono –, con autonomia di giudizio, è ricordato un soldato che si è rifiutato di cedere le armi. Se, in questi anni, siamo stati proclivi e complici del clima invasivo da commedia all’italiana, Paola ci ha richiamato all’ordine smentendo solennemente l’immagine della “fuga”, dell’abbandono dei posti e delle responsabilità di tutto e di tutti.

Istintivamente ho pensato al padre del generale caduto la sera dell’Otto Settembre: Maurizio Ferrante, ferito gravemente a un ginocchio e a una mano a Stupizza (valle del Natisone) durante uno degli scontri della battaglia di Caporetto (ottobre 1917). In questo caso il rapporto non è più solo tra padre e figlio all’interno di una famiglia di tradizioni militari, ma diventa il comportamento di due soldati italiani immersi nelle più controverse e dolorose vicende della storia del nostro Paese quali furono appunto Caporetto e l’Otto Settembre.

Nato a Venezia nel 1861, quando la città era ancora sotto il Lombardo Veneto, Maurizio Ferrante Gonzaga frequentò la scuola militare diventando sottotenente nel 1881. Dopo una carriera regolare senza l’esperienza africana di Dogali o di Adua, ma prestando servizio ad esempio alle dipendenze di Cadorna, arrivò in Libia con il  grado di colonnello nel 1913.  Promosso maggior generale alle soglie della Grande Guerra, collaborò con il generale Frugoni nella fase della mobilitazione e ottenne il comando della 9a divisione nell’ottobre 1915. Con questa grande unità partecipò alla battaglia d’arresto della Strafexpedition nella primavera-estate del 1916. Dopo la riconquista del monte Cimone raggiunse il fronte dell’Isonzo.

Definito da un memorialista della Grande Guerra «il ferreo generale Gonzaga» (E. Baj-Macario), Maurizio Ferrante si distinse prima della battaglia di Caporetto nella conquista del Vodice avvenuta nel corso della decima battaglia dell’Isonzo ottenendo la prima medaglia d’oro. Al contrario di altri colleghi il posto comando della sua divisione (53a, composta dalle brigate «Teramo» e «Girgenti» e da un paio di battaglioni alpini) si trovava a poche centinaia di metri dalla prima linea. Benché il fatto con il tempo fosse ritenuto poco credibile, il rinato interesse per la Grande Guerra, soprattutto in Friuli e Slovenia, ha fatto invece rintracciare a un gruppo di ricercatori dei campi di battaglia la caverna con relativa iscrizione del tempo e sul generale e sulla divisione “di ferro” da lui comandata una casa editrice specializzata di Udine ha pubblicato anni addietro un interessante volumetto.

L’episodio più famoso avvenne comunque nelle confuse giornate di Caporetto. A Stupizza, a fondo valle, nei pressi della dogana del vecchio confine (quello cioè del 1866), ignorando la massa compatta di austro-tedeschi che stava calando verso Cividale, il generale Gonzaga si trovò in mezzo ai soldati della sua divisione che avevano eretto uno sbarramento provvisorio fatto di autocarri inutilizzabili, botti e masserizie delle case vicine. Era tuttavia necessario sapere cosa stesse preparando il nemico e fu fatto uscire in ricognizione un mezzo squadrone dei «Cavalleggeri di Alessandria». Respinto e quasi annientato il piccolo reparto, toccò allora allo sbarramento che, oggetto di violento fuoco di artiglieria leggera, fu letteralmente spazzato via. In questa fase Gonzaga fu ferito e costretto a raggiungere l’ospedale militare di Udine dove subì l’amputazione di due dita. Non si trattò di una ferita da poco (pare anche per le condizioni in cui era stata effettuata l’amputazione) perché poté riprendere servizio solo nell’agosto dell’anno dopo.

Ben diversa la storia del generale Nicola Bellomo. Il 9 settembre 1943, avendo avuto sentore che i tedeschi intendessero sabotare il porto di Bari, corse sul posto dopo aver raccolto pochi elementi tra Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, Guardie di Finanza e meno di un plotone di genieri. Colse di sorpresa i tedeschi che avevano già iniziato a minare le strutture del porto mettendoli in fuga. Il porto di Bari fu salvo e, per gli sviluppi che avrebbe preso la guerra nei mesi successivi, divenne uno dei punti essenziali della logistica alleata per la campagna d’Italia.

La conclusione amara fu che, nel giugno del 1945, quando ormai la guerra in Europa era finita, il generale Bellomo fu arrestato con l’accusa di essere responsabile della morte di un prigioniero inglese, in altre parole un ‘crimine di guerra’. Fu processato da un tribunale inglese, condannato a morte e fucilato. Perfino una giornalista inglese presente alle udienze fece notare che la corte aveva ricostruito con troppa ‘facilità’ le circostanze della morte del prigioniero e che tale ricostruzione non era del tutto attendibile. Ad esempio un testimone non poteva essere stato in grado di vedere quello che realmente accadde, diversamente da quanto dichiarò invece alla corte. Inoltre i colpi che avevano ucciso l’inglese erano stati sparati da un fucile e non dalla pistola di cui risultava armato il generale.

Bellomo non presentò domanda di grazia e affrontò il plotone d’esecuzione con la massima dignità, con la quale del resto si era comportato durante il processo. Stranamente né lo Stato Maggiore, né il Regio Esercito, né altre istituzioni avviarono alcuna iniziativa ufficiale nemmeno per la revisione del processo, sul quale intanto andavano maturando numerosi dubbi e soprattutto in maniera paradossale sulle testimonianze di alcuni italiani. Resta il fatto – che si commenta da solo – che Nicola Bellomo fu l’unico decorato al valore militare per la difesa di una città dai tedeschi e l’unico ‘criminale di guerra’ italiano giudicato colpevole e condannato.

Giovanni Punzo

Articoli correlati:

L’8 settembre 1943 in Paola Casoli il Blog

8 settembre 1943: il primo militare caduto dopo l’armistizio è stato un generale dell’Esercito (9 settembre 2012)

Foto: il generale Maurizio Ferrante Gonzaga è di miles.forumcommunity.net, il generale Nicola Bellomo è di digilander.libero.it

Da Cassibile a Cernobbio. Badoglio cercasi disperatamente

By Cybergeppetto

L’8 settembre – il giorno in cui si festeggia, in silenzio e con vergogna, la morte della Patria – i giornali danno notizia del discorso che, in videoconferenza, Re Giorgio ha indirizzato dal Quirinale ai partecipanti, a porte chiuse, del Forum Villa D’Este. Un workshop organizzato da The European House – Ambrosetti: una simpatica rimpatriata di banchieri, imprenditori politicizzati, politici spompati e frattaglie di casta d’ogni tipo.

Sarebbe anche troppo facile fare dell’ironia sulle parole del Presidente della Repubblica: quando uno dichiara solennemente che l’8 settembre che “è stato realizzato un programma densissimo d’interventi” vuol dire che non si rende conto che stiamo continuando a indebitarci per mantenere uno stato inefficiente.

Si potrebbe ricordare, per amor di polemica, che i decreti che non si firmavano con il governo precedente sono stati firmati dopo, ma ormai la gente lo sa che il “potere neutro” del presidente è una battuta da Zelig.

Il commissario politico del Colle ricorda che “molto resta da fare”, e infatti abbiamo pagato la prima rata dell’IMU, ma dobbiamo pagare ancora il più e il peggio entro la fine d’anno.

La lettura del discorso, come sempre in questi casi, è un esercizio penoso per la retorica che lo riempie, soprattutto per il richiamo all’importanza delle consultazioni elettorali, quelle che lui stesso ha reso inutili con il primo e vero “governo del presidente”.

E comunque una cosa chiara nel messaggio c’è, anche se non è scritta.

Il presidente/Re della casta, attraverso il suo plenipotenziario Monti/Badoglio, fa come il suo precedessore a Cassibile: si arrende allo strapotere dell’avversario allorché dichiara che gli impegni europei saranno rispettati. Per chi non avesse capito, Re Giorgio dice cripticamente  agli strozzini di tutto il mondo: “Continuate a prestarci i soldi che ci servono per tenere in piedi la casta e i carrozzoni di stato, noi vi pagheremo lauti interessi”.

C’era bisogno che il Presidente intervenisse direttamente? Poteva lasciare uno scarno comunicato da leggere al suo consigliere militare, un generale che, ad oltre settant’anni,  invece di stare a casa coi nipoti,  sgambetta in divisa e cordone da aiutante di campo. Un foglio dattiloscritto potrebbe anche leggerlo, oltretutto l’8 settembre.

Cybergeppetto

p.s. “Papà, con quante b si scrive obiettivo?”. “Si può scrivere sia con una che con due. I militari amano distinguere l’obiettivo, con una b sola, cioè il fine a cui tendere, dall’obbiettivo, con due b, che si utilizza in fotografia e in videoripresa. Evidentemente al Quirinale non ci sono militari”.

Articoli correlati:

L’8 settembre 1943 in Paola Casoli il Blog

La foto di Mussolini e Badoglio è tratta dal blog DiciottoBrumaio

Cyber epigrammi – 8 settembre fuori stagione

By Cybergeppetto

Due militari italiani sono attualmente in custodia presso organismi giudiziari indiani. Qualsiasi studente di diritto internazionale verrebbe bocciato all’esame se si sognasse di ipotizzare una cosa del genere.

Una burocrazia e una politica incapaci e inefficienti hanno consentito un 8 settembre fuori stagione.

Nell’Italia in cui è importante far dimettere qualcuno, questa è un’ottima occasione per far dimettere: Presidente del Consiglio, Ministro della Difesa, Ministro degli Esteri.

Coloro che hanno eseguito tale ordine andrebbero ugualmente perseguiti. E ci riferiamo a nostro giudizio all’Ambasciatore d’Italia in India e all’Addetto Militare in India.