Balcani

COMKFOR, gen Miglietta, incontra a Niš in Serbia il CaSMD serbo gen Dikovic. Migranti e sicurezza nei Balcani i temi di discussione

20150924_COMKFOR gen Miglietta e CaSMD Serbia gen Dikovic_PERNA - DE NICOLA (11)Il Comandante della Kosovo Force (COMKFOR), generale Guglielmo Luigi Miglietta, ha incontrato a Niš, in Serbia, il Capo di stato maggiore della Difesa serbo, generale Ljubisa Dikovic.

I temi, tutti attuali, su cui si è sviluppato l’incontro tra i due alti ufficiali hanno riguardato la sicurezza in Kosovo, l’implementazione degli accordi siglati a Bruxelles tra Pristina e Belgrado, la cooperazione militare e i flussi migratori che stanno interessando i Balcani.

I due generali hanno concordato sull’importanza di mantenere alto il livello di collaborazione tra KFOR e le Forze Armate della Serbia, in particolar modo nelle attività di pattugliamento congiunto lungo il confine amministrativo che divide i due paesi.

20150924_COMKFOR gen Miglietta e CaSMD Serbia gen Dikovic_PERNA - DE NICOLA (12)Altro tema al centro del colloquio è stato il tangibile miglioramento della situazione generale del Kosovo, grazie al diuturno e imparziale sforzo di KFOR a supporto della pace e del progresso del paese, sottolinea il comunicato stampa della missione NATO.

Il generale Dikovic ha ringraziato il generale Miglietta per l’attività svolta dai militari della KFOR che garantiscono la stabilità e la sicurezza a favore della popolazione della regione balcanica.

Questo incontro rientra in una più ampia agenda di appuntamenti con i rappresentanti delle Forze Armate dei paesi confinanti con il Kosovo.

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Fonte e foto: KFOR

Un anno di Califfato: “spetta a noi decidere se contrastarlo o permettergli di prosperare”

FILE - This undated file image posted on a militant website on Tuesday, Jan. 14, 2014 shows fighters from the al-Qaida linked Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL) marching in Raqqa, Syria. The past year, ISIL _ has taken over swaths of territory in Syria, particularly in the east. It has increasingly clashed with other factions, particularly an umbrella group called the Islamic Front and with Jabhat al-Nusra, or the Nusra Front, the group that Ayman al-Zawahri declared last year to be al-Qaida’s true representative in Syria. That fighting has accelerated the past month. (AP Photo/militant website, File)

By Filippo Malinverno

Era il 29 giugno del 2014 quando Abu Bakr al-Baghdadi si autoproclamò Califfo del neonato Stato Islamico, un’entità dai cupi interessi e dalla struttura tutt’altro che ben definita. Uno Stato che, privo di qualsiasi legittimazione politica a livello internazionale, sembrava, almeno inizialmente, una sorta di drôle d’État, uno “Stato per finta”.

Purtroppo non ci volle molto per capire che in realtà questo Is era ben più che una semplice organizzazione terroristica nata da una costola di Al Qaeda in Iraq.

Dopo il primo discorso del Califfo nel luglio 2014 vennero le terribili decapitazioni, poi le conquiste militari, riportate velocemente una dietro l’altra e apparentemente inarrestabili: le ultime a Ramadi e Palmira, quest’ultima patrimonio dell’UNESCO, dei cui tesori non si conosce ancora precisamente il destino.

Oltre alla perdita di Tal Abyad al confine con la Turchia, le uniche note stonate della campagna bellica islamica sono state l’assedio di Kobane, rotto dai miliziani curdi dopo circa quattro mesi, e la riconquista della città di Tikrit da parte dell’esercito iracheno nello scorso aprile.

Troppo poco per costringere le milizie dell’Is alla ritirata, tanto più che in questi ultimi mesi i soldati di Al-Baghdadi hanno evidentemente acquisito una capacità di combattere su più fronti che prima non avevano, senza contare l’ingente aumento di risorse economiche derivato dalle rendite petrolifere, dal mercato nero e dal sostegno finanziario di alcuni paesi senza identità (gli arabi del Golfo?).

Se alle abilità degli islamici uniamo la palese insufficienza delle forze di Assad e di Baghdad, dovuta sì alla scarsità di materiale bellico moderno, ma anche al basso morale delle truppe, scopriamo dunque che, dopo un anno di esistenza, il Califfato di Raqqa non è più solo il gruppo di sanguinari guerriglieri che si pensava.

Di fronte a questa minaccia qual è stata la reazione dell’Occidente?

I raid aerei guidati dalla coalizione a comando americano hanno dato risultati contraddittori: da una parte gli attacchi aerei hanno ostacolato l’espansione territoriale dell’Is, supportando le truppe di terra irachene e siriane (combinazione fino a qui poco fruttuosa), ma dall’altra hanno permesso al Califfo di propagandare contro il demone occidentale e arruolare ancor più soldati alla sua causa, non solo in Medio Oriente.

L’ottimismo sulla buona riuscita dei raid era eccessivo e l’intervento di Europa e Stati Uniti troppo poco incisivo, soprattutto in Siria, dove la strategia della coalizione non ha mai saputo individuare quale fosse il vero nemico (l’Is o Bashar al-Assad?) ed è stata minata da una lacerante ipocrisia: si vorrebbe indebolire il regime siriano, ma il vuoto da esso lasciato rischierebbe di essere colmato dallo Stato Islamico, che attualmente occupa la maggior parte del territorio intorno a Damasco.

Per arginare la sua espansione occorrerebbe un intervento massiccio e deciso, ma l’impiego di truppe di terra appare al momento un’ipotesi lontana e non percorribile: del resto le nefaste esperienze in Afghanistan e Iraq hanno provocato ferite non ancora rimarginatesi. Che fare dunque?

Ho la sensazione che, al momento, nessun leader europeo o americano abbia un’idea precisa sulla giusta soluzione e, quanto meno nel medio periodo, si continueranno a utilizzare bombardamenti aerei in grado solamente di contenere l’esercito islamico, senza costringerlo alla difensiva (almeno fino a quando i siriani e gli iracheni riusciranno a organizzare un’efficace controffensiva).

Il consolidamento dell’Is in Medio Oriente ha portato con sé un’altra evidente conseguenza: una maggiore diffusione del terrorismo fondamentalista nel mondo. Se prima gli attacchi terroristici erano ispirati da organizzazioni clandestine nascoste, ora esiste un punto di riferimento forte e affermato che sostiene attivamente queste iniziative omicide.

Il Califfato islamico costituisce una potentissima calamita per i terroristi di tutto il mondo, non solo incoraggiando gli attentati e rivendicandoli, ma anche attirando a favore della propria causa persone di ogni genere: al di là dell’estrazione sociale, della nazionalità e del credo religioso, sembra che il messaggio di Al-Baghdadi sia in grado di coinvolgere un numero impressionante di seguaci, talmente eterogenei che la stessa missione islamica radicale dell’Is appare come motivazione di facciata utile a coprirne altre.

Ogni miliziano ha i suoi interessi e combatte per il proprio futuro, nascosto dietro il fine ultimo di far trionfare l’Islam: mentre il siriano o l’iracheno combattono per le terre a loro promesse, il jihadista europeo, spesso di origini arabe ma in molti casi privo di legami con questo mondo, combatte contro l’Occidente e tutto ciò che rappresenta, per cercare nuove opportunità o per semplice fanatismo.

Così come esiste la via che conduce aspiranti miliziani islamici dall’Europa verso la Mesopotamia, esiste, o meglio, esistono, anche quelle che portano veri e propri soldati dal Medio Oriente in Europa: sono queste forse le vie più pericolose per noi occidentali, perché rintracciare le infiltrazioni è estremamente difficile e il flusso di migranti che costantemente giunge dalla Siria o dalla Libia complica queste operazioni.

Le rotte di penetrazione dell’Is in Europa sono principalmente tre, come ben evidenziato da Alfred Hackensberger in un articolo recentemente pubblicato su “Die Welt”: la prima è quella che, passando per il Bosforo, permette ai miliziani di recarsi in Grecia e da lì proseguire verso altri paesi dell’UE; la seconda passa invece per i paesi dell’ex-Jugoslavia e i travagliati Balcani, mentre la terza per la Bulgaria, dove pare che la mafia locale abbia enormi rendite dovute alla vendita di passaporti ai jihadisti.

Una volta approdati in Europa, per questi non è difficile confondersi tra i rifugiati e richiedere asilo in un paese dell’Unione: per farlo basta infatti un passaporto siriano che dimostri la volontà dell’individuo di fuggire da una situazione di guerra, così come previsto dal diritto internazionale; e reperire i passaporti non è impossibile, dato che si possono trovare sul mercato nero oppure possono essere rilasciati direttamente dagli uffici anagrafici siriani controllati dall’Is.

Esiste anche una quarta via di penetrazione, per ora poco battuta ma che potrebbe diventare molto gettonata in futuro, soprattutto se il teatro di instabilità cronica dovesse persistere: si tratta di quella che dalla Libia vedrebbe i potenziali terroristi giungere in Italia a bordo dei barconi di migranti. Certo, è il percorso più complicato dei quattro, ma la mancanza di un governo unitario e forte in loco non permette alle autorità di arginare il fenomeno: manca uno Stato, e senza Stato non ci sono controlli.

Tutto ciò in appena un anno di Isis. Nessuno sa cosa succederà fra due, ma potremmo dover essere pronti a ridisegnare i confini del Medio Oriente fino a oggi conosciuto. Che ci piaccia o no, nella Mezzaluna fertile è nato un nuovo attore molto influente: spetta a noi decidere se contrastarlo o permettergli di prosperare.

Filippo Malinverno

Foto: giornale.it

Il 2 giugno 2015 di KFOR: Balcani sicuri se Kosovo stabile, il COMKFOR gen Figliuolo rassicura su impegno

20150602_KFOR_Il Generale Figliuolo passa in rassegna i repartiSi è svolta ieri mattina, 2 giugno, nel Villaggio Italia di Belo Polje, in Kosovo, la cerimonia militare in occasione del 69° anniversario della proclamazione della Repubblica Italiana.

Nel corso della cerimonia, a cui ha preso parte il Comandante di KFOR (COMKFOR), generale Francesco Paolo Figliuolo, è stato svolto un alzabandiera solenne ed è stata data lettura del messaggio del Presidente della Repubblica.

L’ambasciatore per l’Italia in Kosovo, S.E. Andreas Ferrarese, è intervenuto nel corso della cerimonia evidenziando come la missione delle Forze Armate Italiane in Kosovo sia viva e attuale, fa sapere il comunicato stampa di KFOR. I problemi che si addensano ai margini dell’Europa potrebbero ripercuotersi nell’area balcanica, e una delle chiavi per avere dei Balcani stabili è la stabilità del Kosovo.

20150602_KFOR_Villaggio Italia_Veduta dei reparti schieratiIn proposito il COMKFOR, gen Figliuolo, ha così dichiarato: “Sento la responsabilità di rassicurare tutti i militari che ci hanno preceduto in Kosovo che continueremo a svolgere il nostro compito con professionalità, correttezza ed imparzialità”.

“Sono orgoglioso – ha continuato COMKFOR – di trascorrere questo giorno con voi; per noi soldati questo è il modo migliore di onorare la nostra Nazione e di vivere il motto di KFOR, Example, Endeavour, Entrust”.

Ad accogliere le autorità e gli ospiti convenuti, uno schieramento interforze di militari dell’Esercito, appartenenti al 5° reggimento Alpini, al 132° reggimento Carri e all’8° reggimento Trasporti; i Carabinieri della Multinational Specialized Unit (MSU); Aeronautica e Marina Militare. Alla cerimonia hanno partecipato anche i contingenti sloveno, austriaco e moldavo, inquadrati all’interno del Multinational Battle Group West (MNBG-W) a guida italiana di stanza a Camp Villaggio Italia.

20150602_KFOR_2 giugno a Villaggio Italia_Un momento della cerimoniaAlla cerimonia era presente anche S.E. Gabriele Meucci, Capo della missione EULEX e i comandanti italiani delle unità inquadrate nella KFOR: il colonnello Francesco Maria Chiaravalloti, Comandante della MSU, il colonnello Corrado Benzi comandante del Joint Regional Detachment Center, e il colonnello Carlo Cavalli, comandante del MNBG-W.

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Fonte e foto: KFOR PAO; MNBG-W PIO

20150602_KFOR_Villaggio Italia_Tribuna d'onore

KFOR Kosovo, visita del SACEUR gen Breedlove: “continuare a promuovere il dialogo nella regione”

Il Supreme Allied Commander Europe (SACEUR), generale Philip Breedlove, si è recato ieri presso il quartier generale della missione NATO a Pristina e le basi operative della Kosovo Force (KFOR), fa sapere la stessa KFOR.

Nel corso dell’incontro il generale Salvatore Farina, da settembre a capo della missione NATO, e lo staff internazionale del comando hanno presentato al generale Breedlove la situazione operativa corrente e delineato i passi avanti nella situazione di sicurezza in Kosovo.

Il generale Breedlove, da parte sua, ha rimarcato l’importanza di KFOR nel delicato e complesso contesto balcanico e il bisogno “di continuare a promuovere giorno dopo giorno il dialogo anche nella regione”.

“Il Kosovo rappresenta una storia di successo che fa progressi di giorno in giorno – ha affermato il generale Breedlove durante una conferenza stampa e, rivolgendosi al generale Farina, ha elogiato la leadership italiana della missione per i risultati conseguiti nel processo di normalizzazione del Kosovo.

Durante la sua visita il generale Breedlove, accompagnato dal COMKFOR gen Farina, ha avuto l’occasione di incontrare gli ambasciatori di Francia, Germania, Italia, Regno Unito e degli Stati Uniti e i capi missione di UNMIK, OSCE, EULEX ed EU.

Infine il SACEUR ha ispezionato il campo militare di Novo Selo, di particolare importanza nella rimodulazione delle unità di KFOR nel nord del Kosovo nell’ottica di uno strumento piu sicuro e flessibile.

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Fonte e foto: KFOR PAO

KFOR, Kosovo: le elezioni politiche di ieri 8 giugno hanno coinvolto anche i comuni del nord a maggioranza serba. Per la missione NATO è un successo

Con la chiusura dei seggi e le relative operazioni di spoglio si è conclusa nella tarda serata di ieri la tornata elettorale per eleggere i rappresentanti del Parlamento e formare il nuovo Governo in Kosovo, fa sapere il comunicato stampa della missione NATO KFOR dal quartier generale di Pristina: “Le votazioni hanno coinvolto tutto il Kosovo compreso il nord paese senza distinzione di etnia o appartenenza”.

Per la prima volta nella storia del paese balcanico anche i cittadini residenti nelle municipalità del nord a maggioranza serba si sono recati alle urne per eleggere i propri rappresentanti che siederanno nell’assemblea parlamentare di Pristina, si apprende.

Le operazioni di voto, iniziate nella mattinata di ieri, 8 giugno, “si sono svolte nel massimo ordine in un clima sereno, democratico e pacifico”.

La Kosovo Force (KFOR), al cui comando dallo scorso settembre è posto il generale Salvatore Farina (COMKFOR), ha contribuito in maniera determinante, assieme alla Kosovo Police e al personale internazionale appartenente alla missione EULEX dell’Unione Europea, a garantire la sicurezza tanto ai cittadini che si sono recati alle urne, quanto agli osservatori dell’OSCE e delle altre organizzazioni internazionali e locali che hanno potuto svolgere con regolarità tutte le operazioni connesse con il processo elettorale.

Nei giorni precedenti era stata condotta un’accuratissima attività preparatoria finalizzata alla pianificazione dettagliata dell’operazione: in questa fase il personale di KFOR ha dedicato particolare attenzione a garantire la presenza delle forze in corrispondenza delle zone ritenute a più alto rischio, con particolare riguardo alla parte nord del paese ove è concentrata la maggior parte dei cittadini di etnia serba che si recavano alle urne per la prima volta in elezioni politiche indette da Pristina.

Il giorno delle elezioni i militari di KFOR, gli agenti della Kosovo Police e quelli di EULEX hanno garantito una presenza discreta e non invasiva nelle vicinanze dei seggi.

In particolare l’unità dell’Esercito Italiano, su base 52° reggimento artiglieria terreste Torino, hanno operato nella parte ovest del Kosovo coordinando le attività delle forze multinazionali di Austria, Moldova e Slovenia, mentre i Carabinieri, inseriti nella Task Force a guida americana, hanno concentrato la loro presenza a nord: il tutto sotto il comando KFOR a guida italiana.

“Il clima pacifico nel quale si sono svolte le elezioni dimostra, ancora una volta, la maturità raggiunta dal popolo del Kosovo ed il grado di efficacia e professionalità delle forze di Polizia locali”, ha dichiarato il COMKFOR generale Farina, sottolineando che “la grande partecipazione dei cittadini delle diverse etnie e minoranze è una evidente manifestazione dello spirito democratico che anima gli abitanti di questa parte dei Balcani”.

Ai comandanti e a tutto il personale multinazionale dei contingenti di KFOR, alle unità italiane dell’Esercito e dei Carabinieri di rientro dalle zone di dispiegamento al termine dell’operazione, il generale Farina così si è rivolto: “Ringrazio tutti voi per l’eccellente risultato raggiunto. Grazie alla professionalità e all’eccellente livello di preparazione che contraddistingue tutti i militari di KFOR, questo storico momento ha potuto avere un epilogo assolutamente favorevole. Colgo questa occasione per ringraziare in particolar modo la Kosovo Police, gli agenti di EULEX, i rappresentanti e gli operatori dell’OSCE, dell’Unione Europea e delle altre organizzazioni internazionali, nonché le autorità centrali e locali del Kosovo, con cui abbiamo lavorato gomito a gomito nell’ultimo mese per la preparazione e l’esecuzione di questa importante e impegnativa operazione che si è conclusa senza incidenti”.

Il COMKFOR ha infine affermato che l’intera attività, conclusasi con lo spoglio di ieri sera, ha rappresentato un evento che “possiamo senza dubbio archiviare come una ‘storia di successo’, una pietra miliare nel processo di normalizzazione delle relazioni tra Pristina e Belgrado, un esempio di democrazia e pluralismo”.

La NATO e KFOR continueranno a garantire un ambiente sicuro e libertà di movimento per tutti i cittadini del Kosovo nell’ambito del mandato previsto dalla risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

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Fonte e foto: PAO KFOR

KFOR, Kosovo: il COMKFOR, gen Farina, incontra il CaSMD del Montenegro, amm Samardzic, e il comandante della KSF, gen Kastrati

Il Comandante della Kosovo Force (COMKFOR), generale Salvatore Farina, ha ricevuto ieri, 23 aprile, nel quartier generale multinazionale Film City, il Capo di stato maggiore della Difesa del Montenegro, ammiraglio Dragan Samardzic.

I due comandanti hanno discusso della situazione nei Balcani e nel Kosovo, con particolare riguardo all’area nord a prevalenza serba e ai marcati progressi nel controllo del confine Kosovo – Montenegro, convenendo infine sull’importanza della cooperazione tra KFOR e le Forze Armate del Montenegro, finalizzata all’incremento della sicurezza nella regione.

Il generale Farina ha sottolineato il miglioramento nel settore della sicurezza dopo l’accordo tra Pristina e Belgrado, sottoscritto dalle parti il 19 aprile dello scorso anno, e ha confermato il continuo sforzo della missione NATO a supporto della pace, della cooperazione e del progresso su tutto il territorio. Allo stesso tempo, il comandante di KFOR ha rimarcato l’importanza della recente riapertura al traffico aereo civile sopra i cieli del Kosovo, resa possibile dalla buona volontà dimostrata da tutti i paesi limitrofi, tra questi il Montenegro (link articolo in calce).

Il generale Farina e l’ammiraglio Samardzic hanno poi incontrato il comandante della Kosovo Security Force (KSF), generale Kadri Kastrati. Nel corso dell’incontro trilaterale si è discusso di search&rescue, gestione delle emergenze, intervento in caso di inondazioni, capacità EOD (Explosive Ordnance Disposal) ed emergenze sanitarie.

In questa occasione il COMKFOR ha rinnovato il supporto della NATO, in aderenza al corrente mandato, alla KSF, che rappresenta un importante interlocutore in Kosovo e nell’area dei Balcani per la sicurezza e la stabilità.

Il comandante di KFOR, dopo aver ringraziato il generale Samardzic per il supporto delle Forze Armate del Montenegro alla missione KFOR, ha evidenziato l’importanza della A5 Conference di previsto svolgimento nel prossimo mese di giugno, alla quale prenderanno parte i Capi di stato maggiore della Difesa di Albania, FYROM, Kosovo, Montenegro e Serbia sul tema della sicurezza e dello sviluppo di specifiche capacità nella regione per rispondere a situazioni di emergenza. Alla stessa conferenza dovrebbero essere invitati, come osservatori, i rappresentanti di Slovenia e Serbia e per la prima volta i vertici della Kosovo Security Force (KSF).

L’incontro di ieri rientra in una più ampia agenda di appuntamenti programmati con i rappresentati delle forze armate dei paesi vicini. Il generale Farina, infatti, incontra periodicamente i rispettivi Capi di stato maggiore della Difesa di Serbia, Albania, FYROM e Montenegro.

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Fonte e foto: KFOR PAO

Ucraina: la reazione dei Balcani, tra Dayton e il ricordo dei bombardamenti della NATO

By Luca Susic

Mentre il mondo guarda con il fiato sospeso agli avvenimento ucraini, alcuni paesi balcanici sono alle prese con uno psicodramma: con chi stare?

Per quanto questa domanda possa sembrare banale o di scarso interesse, visto che in realtà le misure prese non sono poi così dure, in Bosnia, Montenegro e Serbia la gente l’ha presa sul serio. Si sono quindi creati due schieramenti opposti: da una parte i filo-europei che sostengono delle azioni di condanna all’annessione della Crimea e giurano fedeltà a Bruxelles, dall’altra i russofili che non solo si oppongono a iniziative contro il Cremlino, ma lo supportano con decisione.

Ma andiamo con ordine.

Come era prevedibile vista la sua storia recente, uno dei paesi più spaccati al suo interno è  la Bosnia, dove i vari gruppi etnici hanno preso posizioni divergenti. Milorad Dodik, Presidente della Republika Srpska, ha immediatamente espresso vicinanza alla causa Crimeana, sottolineando che non è corretto paragonare quanto sta avvenendo lì con i fatti dell’ex provincia serba del Kosovo, poiché questa ha “illegittimamente dichiarato la propria indipendenza e violato la Carta ONU e la risoluzione 1244”. Egli ha aggiunto che “il referendum in Crimea è  una democratica espressione di volontà popolare” e che intende imparare da quei fatti, monitorando nel contempo anche gli avvenimenti del Veneto, della Scozia e della Catalogna, che rappresentano un’importante esperienza da utilizzare al “momento giusto”. In maniera non troppo velata, quindi, il leader ha ricordato che la soluzione federale della Bosnia va stretta a lui e a molta della sua gente.

Completamente opposta è la situazione nell’altra metà del paese, dove i Bosgnacchi, sostenitori dell’ordine sancito da Dayton, hanno immediatamente espresso la loro contrarietà alle iniziative russe in Ucraina, sottolineando che questi fatti potrebbero rappresentare un grave precedente per il paese. A tal proposito sono molto chiare le dichiarazioni di Senadin Laviċ, presidente della Comunità Culturale Bosgnacca (BZK), secondo cui è “impossibile che in Republika Srpska si arrivi allo stesso scenario della Crimea, in Ucraina”, poiché la “Bosnia è un paese indipendente, sovrano e  indivisibile e come tale riconosciuto nel mondo”.

Una posizione peculiare è stata invece presa da Ivan Vukoja, scrittore e sociologo erzegovese, che, come riportato dal quotidiano Oslobodjenje, sostiene che la creazione di una terza entità federale a maggioranza croata non sia più un tabù. Stando a fonti locali, per mettere (forse) a tacere le velleità secessioniste sono intervenuti anche gli USA che, per bocca della loro Ambasciata a Sarajevo, hanno dichiarato che né gli accordi del 1995 né la Costituzione del paese permettono il diritto di secessione.

Sebbene gli argomenti di cui sopra abbiano potenzialmente la forza di allargare la profonda frattura interna al paese e allontanare ulteriormente i sostenitori di Dayton da coloro i quali detestano tali accordi, al momento non si sono registrate reazioni violente. Ciò è forse dovuto anche al fatto che la Bosnia sta attraversando un momento estremamente critico e che per la prima volta le élite al potere sono apertamente contestate dal popolo.

Più strana è la situazione verificatasi in Montenegro, paese che, fino a pochi giorni fa, sembrava aver adottato (scatenando l’ilarità del web) le sanzioni anti-Russe proposte dall’Unione Europea. La conferma di ciò era arrivata anche dall’agenzia di stampa Tanjug che, basandosi su informazioni provenienti dallo staff di Catherine Ashton, aveva inserito Podgorica nella lista delle capitali extra-UE che avevano seguito Bruxelles. Il 27 marzo, però, il Premier Đukanoviċ, rivolgendosi al Parlamento, ha negato con forza che il suo governo abbia adottato alcuna forma di misura contro il Cremlino, pur ricordando che il paese ha “l’obbligo di seguire l’Unione Europea”. La posizione ambigua del Governo, comunque, riflette il particolare orientamento della classe dirigente, sempre più filo-occidentale. Sebbene storicamente legato alla Russia (“noi e i Russi siamo 200 milioni” è un vecchio detto), infatti, il Montenegro ha intrapreso passi decisi verso l’integrazione europea e la NATO, due realtà dalle quali ora non può distanziarsi in materia di politica estera. A conferma di ciò, lo stato non solo non ha riconosciuto l’esito del referendum, ma ha anche votato favorevolmente alla Risoluzione sull’integrità territoriale dell’Ucraina approvata il 27 marzo scorso dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Come era logico attendersi, però, la posizione più difficile è quella della Serbia, paese maggiormente esposto alle possibili conseguenze della crisi Ucraina e permeato di un forte sentimento filo-russo. Il principale problema è rappresentato dalla spinosa questione del Kosovo,   diventato il caso limite utilizzato da Mosca per dimostrare che gli occidentali, dopo aver riconosciuto addirittura l’indipendenza di Priština, non hanno ragioni per negarla alla Crimea. I serbi, quindi, si sono trovati costretti a riflettere su come esprimersi sull’esito del voto, visto il diffuso timore che convalidare l’esito del referendum organizzato da Sinferopoli e Sebastopoli significherebbe di fatto accettare anche la perdita del Kosovo.  La soluzione trovata per evitare questi dilemmi, però, è stata più semplice del previsto: a livello ufficiale, infatti, il paese non ha preso posizione, poiché, come ha detto il Presidente Nikolić, “non serve che la Serbia entri nelle liti dei grandi”. Sebbene tale decisione sembri la più ovvia, non era in realtà così scontata. Da un lato, infatti, la Serbia sta facendo grandi passi verso l’ingresso nella UE, e quindi deve avvicinarsi alla linea indicata da Bruxelles, dall’altro deve confrontarsi con i grandi aiuti economici provenienti da Mosca che permettono di costruire il South Stream e modernizzare le ferrovie.

Ma al di là di questi aspetti politici ed economici, vi è, secondo me, un altro elemento che ha, suggerito al nuovo Premier Aleksandar Vučić di restare molto prudente in questa fase: il quindicesimo anniversario dei bombardamenti NATO sulla Jugoslavia. I fatti del ’99 sono ancora scolpiti nella mente dei Serbi, che quest’anno hanno ricordato con rinnovato vigore i propri morti. Tutti i principali giornali hanno dedicato ampio spazio al periodo in cui il paese era oggetto di raid mirati organizzati dall’Alleanza Atlantica in risposta alla crisi del Kosovo, facendo riemergere il sentimento patriottico e l’avversione per l’organizzazione. Questo aspetto, poco considerato, è andato a scontrarsi con gli inviti, venuti da più parti, di condannare apertamente le azioni russe, risultando decisivo nel far schierare buona parte dell’opinione pubblica a favore di Mosca. Per quanto banale possa sembrare, un esempio di questa vicinanza è rappresentato dalla grande bandiera russa esposta durante una partita di Eurolega di Basket giocata dalla Stella Rossa di Belgrado contro una squadra di Kiev.

In ogni caso, se al momento il paese è ancora “neutrale”, la responsabilità è in parte anche da attribuire ad alcune affermazioni poco felici di esponenti o ex figure di spicco dell’Alleanza Atlantica. La portavoce della Nato Oana Lungescu, ad esempio, nel giorno in cui iniziavano le celebrazioni in memoria del bombardamento del 1999 sulla Jugoslavia, ha twittato un’immagine controversa (pubblicata in precedenza dalla Ministro per l’Integrazione Europea del Kosovo) in cui campeggiava la scritta “Nato Air. Just do it”, un chiaro richiamo alla missione Allied Force. Come se non bastasse, pochi giorni dopo, come riporta NSPM, il generale in pensione Wesley Clark ha dichiarato che l’intervento di guerra in Serbia ha creato la pace e messo fine a un regime, sottolineando che chi sta con Putin è libero di andare da lui, visto che la “Siberia è enorme e c’è posto per loro [i filorussi]”.

Una presa di posizione interessante è quella dell’Ambasciatore Statunitense a Belgrado Michael Kirby che, come riporta la TV di Stato, durante un’intervista al quotidiano Politika ha suggerito al paese di valutare attentamente la situazione, soprattutto alla luce della posizione nazionale sul tema dell’integrità territoriale. Per quanto possa sembrare strano, quindi, sono proprio gli USA a ricordare alla Serbia l’importanza dell’argomento, sebbene siano stati proprio loro gli sponsor principali  dell’indipendenza del Kosovo.

In conclusione, è bene considerare che un’eventuale fallimento delle trattative in Ucraina potrebbe causare una frattura anche all’interno degli stati balcanici. In ogni caso, anche se la UE e gli USA ne dovessero uscire vincitori, reputo che sia fondamentale evitare di forzare la mano per mutare in breve tempo l’orientamento culturale prevalente. Le forti relazioni tra la Russia e i paesi sopracitati non possono essere cancellate con un semplice colpo di spugna. Il tentativo di farlo comunque, evidenziato dall’insoddisfazione di alcuni rappresentanti occidentali dinanzi alla sostanziale indecisione dei leader locali, rischia di compromettere la stabilità appena raggiunta ed esacerbare il sentimento anti-Europeo presente in alcuni stati.

Luca Susic

Nella foto Reuters fornita dall’autore l’esito della votazione Risoluzione Assemblea Generale: Montenegro sì, Bosnia e Serbia non votano

KFOR: il COMKFOR, gen Farina, riceve la visita del ministro austriaco Kurz. Le prossime elezioni politiche in Serbia al centro del colloquio

Il Comandante della Kosovo Force (COMKFOR), generale Salvatore Farina, ha ricevuto ieri 27 febbraio, nel quartier generale multinazionale Film City a Pristina, in Kosovo, il ministro austriaco degli Affari Europei e Internazionali, Sebastian Kurz.

Nel corso dell’incontro il generale Farina e il ministro Kurz hanno discusso dell’attuale situazione politica e della sicurezza in Kosovo e nell’area balcanica. In particolare, è stato trattato il tema delle recenti elezioni del sindaco a Mitrovica nord, concluse senza incidenti, e delle prossime elezioni politiche in Serbia per la costituzione del Parlamento.

Il generale Farina, nel sottolineare l’eccellente lavoro svolto da KFOR in collaborazione con le organizzazioni per la sicurezza internazionali e locali, ha espresso parole di apprezzamento per la professionalità del contingente austriaco di KFOR, ringraziando il ministro austriaco per il contributo dell’Austria alla missione KFOR.

Il ministro Kurz non solo ha confermato il pieno supporto dell’Austria, che attualmente contribuisce con oltre 350 militari al processo di stabilizzazione del Kosovo e alla missione KFOR, ma ha anche annunciato l’immissione di una ulteriore compagnia di manovra a metà 2014, quando il totale del contributo austriaco sarà di circa 500 unità.

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Fonte e foto: KFOR HQ

KFOR, Kosovo: il COMKFOR, gen Salvatore Farina, incontra il CaSMD della Serbia, gen Ljubisa Dikovic

Il comandante della missione NATO Kosovo Force (COMKFOR), generale Salvatore Farina, ha ricevuto il 29 gennaio, nel quartier generale multinazionale Film City, il Capo di stato maggiore della Difesa (CaSMD) della Serbia, generale Ljubisa Dikovic.

Nel corso del loro incontro i due generali hanno discusso della situazione nei Balcani e del Kosovo, ponendo particolare attenzione all’area nord del Kosovo e all’importanza della cooperazione finalizzata all’incremento della sicurezza nella regione.

Il generale Farina ha sottolineato il miglioramento nel settore della sicurezza dopo l’accordo tra Pristina e Belgrado, sottoscritto dalle parti il 15 aprile dello scorso anno, e ha confermato il continuo sforzo della missione NATO in Kosovo a supporto della pace, della cooperazione e del progresso su tutto il territorio.

Il comandante di KFOR ha poi rimarcato l’importanza della cooperazione tra KFOR e le Forze Armate Serbe nell’attività di pattugliamento lungo la linea di demarcazione amministrativa tra Kosovo e Serbia.

Il meeting rientra in una più ampia agenda di appuntamenti programmati con i rappresentati delle forze armate dei paesi vicini.

Il generale Farina, infatti, a quasi cinque mesi dall’inizio del suo mandato quale comandante della Kosovo Force, è già stato a Belgrado, Tirana, Skopje e Podgorica dove ha incontrato i rispettivi Capi di stato maggiore della Difesa di Serbia, Albania, FYROM e Montenegro.

Al termine del loro colloquio, nell’evidenziare reciprocamente i proficui risultati finora raggiunti, il generale Farina e il generale Dikovic si sono recati al monastero di Decani, tutt’ora posto sotto la protezione delle truppe KFOR, nel settore di competenza del Multinational Battle Group West a comando italiano.

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Fonte e foto: KFOR PAO

KFOR, cambio dell’Italian Senior Representative e Capo della Military Civil Advisory Division: il generale Diella cede al collega Cittadella

Ha avuto luogo lo scorso 19 giugno, con valore ufficiale il 21, presso il comando della Kosovo Force (KFOR) di Film City a Pristina l’avvicendamento dell’Italian Senior Representative e Capo della Military Civil Advisory Division (MCAD): il generale Francesco Diella ha ceduto la responsabilità al collega Michele Cittadella.

Il generale Diella è stato per oltre nove mesi la più alta autorità militare italiana in Kosovo e ha diretto le attività della MCAD, unità di KFOR impegnata nel mentoring e nel training della Kosovo Security Force (KSF) per  incrementare le capacità addestrative, operative e logistiche della predetta organizzazione preposta a intervenire in situazioni di emergenza su tutto il territorio kosovaro.

Alla cerimonia, presieduta dal Capo di stato maggiore di KFOR, il generale statunitense Rex Spitler, ha presenziato anche il comandante della KFOR, generale tedesco Erhard Drews, che ha consegnato la medaglia NATO per la partecipazione a operazioni non-article 5 nei Balcani.

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