Cremlino

Ucraina, una crisi da “maneggiare con cura”

Proteste Kiev UcrainaBy Filippo Malinverno

Di conflitti l’Europa ne ha visti tanti nel corso della sua millenaria storia e le ferite della Seconda Guerra Mondiale, l’ultimo di questa lunga lista, hanno impiegato anni per rimarginarsi, senza mai giungere ad una guarigione completa.

Dopo il 1945, quando i “tre grandi” [Unione Sovietica, Stati Uniti e Gran Bretagna, ndr] si riunirono prima a Yalta e poi a Potsdam per ridisegnare i confini di un continente devastato dalle bombe e dalla fame, si era venuto a creare un equilibrio più o meno stabile tra il blocco atlantico, USA-dipendente, e l’elefantiaco blocco sovietico, assoggettato alle paranoie di Stalin e dei suoi successori.

Per anni, il Vecchio Mondo ha potuto godere di un lungo periodo di pace, messo in pericolo soltanto negli anni Novanta con le guerre in ex-Jugoslavia e in Kosovo che, nonostante la gravità e l’efferatezza del loro svolgimento, furono comunque risolte da un’azione congiunta degli Stati Uniti, allora non più in possesso del loro status di superpotenza globale, dell’Europa, alla ricerca di una politica comune, e della Russia post-sovietica, impegnata nella sua ricostruzione radicale dopo il crollo del muro.

Gradualmente, trattati, dichiarazioni, convenzioni e proclami di vario genere hanno condannato e demonizzato la parola “guerra”, nel tentativo di impedire la rinascita delle rivalità interstatali e dell’ardore bellicoso tipico delle nazioni europee fino alla metà del Novecento. Una battaglia condotta da uomini e donne che la guerra vera l’avevano vissuta sulla propria pelle non molto tempo prima e che ancora provavano un dolore indelebile verso quegli innumerevoli orrori; una battaglia pacifica e pacifista che è stata tramandata alle generazioni più giovani, creando un sentimento comune di repulsione verso la violenza che non si era mai visto prima.

Ora che l’equilibrio può dirsi completamente raggiunto nell’Europa occidentale, quella orientale rischia di essere travolta nuovamente da una guerra lunga, logorante e colma di scenari agghiaccianti per il mondo intero.

A dire il vero, questa guerra, in Ucraina, esiste già da più di un anno: è una realtà cruda e apparentemente senza soluzione, che coinvolge un’intera nazione, divisa in due da sentimenti e identità nazionali opposti. Era il 18 marzo 2014 quando la Russia annetté ufficialmente la penisola di Crimea al proprio territorio: questa astuta mossa di Putin sconcertò non poco l’opinione pubblica mondiale, ma dato che la decisione finale era stata confermata da un referendum popolare palesemente a favore, l’iniziativa dell’Occidente per appoggiare Kiev dovette limitarsi a un supporto per così dire morale.

Poco dopo, nella parte orientale dell’Ucraina, sarebbe esploso un conflitto che avrebbe portato alla creazione delle repubbliche autonome di Lugansk e Donetsk, supportate militarmente da Mosca tramite aiuti materiali e insospettabili milizie senza mostrine sulle divise (forse sbucate dalle sabbie del prosciugato Lago d’Aral?). Questa volta la risposta occidentale è stata severa e inamovibile: sanzioni economiche pesantissime hanno messo in ginocchio l’economia russa, raffreddando ulteriormente i già precari rapporti con il Cremlino.

Nonostante la gravità dello scenario, poco tempo fa in molti erano fiduciosi in una fine rapida e positiva della guerra civile ucraina, senza ipotizzare alcuna escalation di violenza tale da compromettere addirittura la pace mondiale. Oggi, invece, le carte in tavola sono sensibilmente cambiate: la Russia, irritata dalle sanzioni, dal crollo del prezzo del petrolio e sempre più costretta a indebitarsi con il dragone cinese, sembra meno disposta a trattare, mentre gli Stati Uniti, forti dell’esponenziale crescita del loro PIL e gioiosi di vedere i russi allo stremo, non hanno alcuna intenzione di fare un passo indietro.

In mezzo, come al solito, c’è l’Europa, principale palcoscenico del conflitto americano-sovietico fino agli anni Sessanta e ora nuovamente in auge come campo di una possibile battaglia, non solo verbale, tra Washington e Mosca, rispettivamente a difesa di due metà diverse dell’Ucraina.

Le parole di Obama, pronto, se necessario, a fornire aiuti militari a Kiev, e di Putin, che minaccia ritorsioni belliche in caso di intromissione statunitense nella guerra civile, fanno capire che questa volta le due eterne rivali fanno sul serio.

Ciò che più spaventa nell’ambito della questione ucraina tuttavia non sono le velate minacce di guerra del Cremlino o l’utilizzo della forza da parte della Casa Bianca (non sarebbe di certo il primo esempio di scontro verbale e mediatico tra i due), bensì l’intransigenza che entrambi i leader sembrano voler manifestare con le loro dichiarazioni: per la prima volta in cinquant’anni i due interlocutori più potenti del pianeta sembrano non volersi capire ed appaiono estremamente restii ad aprire un dialogo costruttivo, volendo risultare come vincitori in questo braccio di ferro dalle prospettive inquietanti.

Con una situazione ucraina gravemente compromessa, l’Europa e i suoi più influenti rappresentanti, Germania e Francia, hanno l’occasione e il dovere di farsi mediatori tra le parti per evitare l’aggravarsi di una crisi internazionale che pare alle porte, ma questo compito si sta rivelando più difficile del previsto.

20150212_Vertice di Minsk su Ucraina_Putin_Merkel_Hollande_PoroshenkoIl lunghissimo ed estenuante incontro di Minsk tra Hollande, Merkel, Putin e Poroshenko, come dimostrano le stesse dichiarazioni dei protagonisti, ha condotto a un risultato precario e insoddisfacente: un coprifuoco totale ma non immediato, seguito dal ritiro progressivo degli armamenti pesanti dal campo di battaglia. Certo, considerando che le vittime fino ad oggi sono state più di 5.000 l’esito non va sottovalutato, anche se tutti i leader coinvolti nella trattativa sanno bene che questa è solamente una soluzione di compromesso che lascia all’Ucraina il tempo di respirare, forse per un’ultima volta, prima di soccombere alla probabile disgregazione territoriale.

Nel frattempo, pare che 50 carri armati russi abbiano varcato il confine sud-orientale dell’Ucraina per supportare le ultime azioni militari dei ribelli: cosa avrà mai in mente di fare Putin? Queste truppe, se veramente si sono mosse, non staranno di certo facendo un giro di ricognizione e le diverse ore di combattimento rimanenti prima dell’inizio della tregua hanno dato la possibilità ai due eserciti di consolidare le proprie conquiste territoriali prima che il conflitto venisse congelato.

In molti potrebbero obiettare che una vera e propria scissione delle repubbliche orientali filo-russe da Kiev non avverrà a breve perché Poroshenko, supportato dall’Occidente (statunitense, soprattutto), non cederà alle minacce di Putin; tuttavia, la prospettiva di una trasformazione dell’Ucraina in Stato federale e la concessione di una maggiore autonomia a Donetsk e Lugansk, due soluzioni che caldeggiate dal nuovo zar, fungerebbero molto probabilmente da prologo per una futura annessione al territorio nazionale russo.

In questo senso, l’esperienza della Crimea dovrebbe averci insegnato come trattare con Mosca e averci aiutato ad intuire, almeno in parte, gli obiettivi extraterritoriali del Cremlino, casualmente corrispondenti ai vecchi confini dell’ex-Unione Sovietica. Forse la volontà della NATO di voler integrare nel proprio organico anche un paese dalla tradizione russofila come l’Ucraina ha contribuito ad acuire la rivalità con il mondo post-sovietico, varcando un confine fisico che per la politica estera russa è sempre stato la linea di demarcazione che separava l’Est dall’Occidente: dopo la Polonia e i paesi baltici, nei quali sono presenti forti minoranze russofone, perdere un altro tassello fondamentale come l’Ucraina non sarebbe tollerabile.

Kiev, in età medievale, fu il nucleo dal quale si sarebbero poi sviluppati il Principato di Mosca e il futuro impero zarista, culla delle popolazioni slave; avvicinandosi all’Ucraina, la NATO e l’Europa hanno pericolosamente irritato il grande orso russo, che la storia insegna essere particolarmente aggressivo se minacciato nel suo spazio di influenza vitale: ecco perché questo paese funge da protezione verso il pericoloso mondo occidentale, svolgendo lo stesso ruolo che fino al 1989 svolsero i paesi del Blocco comunista, “Stati cuscinetto” utili a mantenere salda la cortina di ferro.

La Russia, nonostante un rinnovato contatto con l’Europa a partire dagli anni Novanta, necessario per portare al termine la propria ricostruzione dopo la crisi del comunismo, ha avuto, ha e avrà sempre bisogno di mantenere un certo distacco dall’Occidente e un’Ucraina integrata nell’Alleanza Atlantica guidata dagli Stati Uniti non potrebbe essere un incubo peggiore.

Non è un’esigenza solamente politica, ma anche e soprattutto culturale e storica: forti del proprio glorioso passato, i russi non sono disposti a considerarsi una potenza emergente, bensì una grande potenza, ruolo che il destino gli ha sempre riservato. Di conseguenza, a differenza di quanto implicherebbe lo status di potenza in via di sviluppo, il ritenersi grande potenza presuppone un confronto attivo e talvolta esasperato con la controparte occidentale, nel tentativo di raggiungere quella supremazia mondiale sfuggita sia agli zar che al colosso sovietico.

Inoltre, non bisogna sottovalutare il fatto che, mostrando i muscoli alla Russia, Europa e NATO non fanno altro che creare un nemico esterno utile a Putin per cementare ulteriormente il suo fronte interno e acquisire più consenso, ora sensibilmente in calo a causa delle difficoltà economiche scaturite dalle sanzioni.

Un dialogo tra le parti è senza dubbio possibile, ma la cautela dovrà essere una costante imprescindibile: il compromesso a cui si giungerà, diverso da questa effimera tregua, dovrà mantenere intatta l’Ucraina, accrescere il peso internazionale dei principali paesi europei ed evitare un eccessivo rafforzamento di Putin. Più facile a dirsi che a farsi, poiché probabilmente ci troviamo di fronte alla crisi più delicata degli ultimi quarant’anni.

Filippo Malinverno

Foto: radiocittàfujiko.it e Repubblica

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/15 – La questione energetica. Il ruolo del Caucaso

By Marco Antollovich

Cap 2: Pedina di un nuovo grande gioco. La questione energetica – Il ruolo del Caucaso

Il ruolo del Caucaso

Come nei secoli passati, il Caucaso continua a rivestire un ruolo geostrategico fondamentale nella nuova corsa all’oro. Sebbene caratterizzata da una perenne e profonda instabilità, le cancellerie europee e statunitensi hanno identificato proprio in quella fascia tra il Mar Caspio e il Mar Nero la testa di ponte verso l’Asia Centrale.

Non bisogna dimenticare che l’embargo che grava sull’Iran lo rende una pedina esterna al nuovo grande gioco energetico; la Russia invece, come già detto precedentemente, controlla già la stragrande maggioranza delle pipeline esistenti in Asia centrale. Si deve inoltre aggiungere che i fermenti indipendentisti di alcune repubbliche russe come la Cecenia costituiscono un problema analogo a quello caucasico.

Il Dagestan e la Cecenia costituivano infatti un passaggio obbligato non solo per i gasdotti e gli oleodotti russi che partono dalle coste del Mar Caspio, ma anche la sola opzione per il trasporto degli idrocarburi azeri, prima che l’Occidente offrisse una via alternativa.

Considerando l’annosa questione del Nagorno Karabakh, un oleodotto che raggiungesse la Turchia via Armenia risultava impossibile da attuare: l’unica soluzione, pertanto, era rappresentata dalla Georgia. Durante la presidenza Shevardnadze il mondo aveva potuto assistere ad un rapido avvicinamento georgiano all’Occidente. Con Saakashvili la Georgia si sarebbe sentita, de facto, parte dell’Occidente, sancendo il definitivo distacco dalla Russia.

Gli investimenti occidentali e il processo di democratizzazione interno avevano reso Tbilisi un partner economico e politico fidato, in grado di attirare capitali esteri sempre maggiori. Le repubbliche secessioniste di Abkhasia e Ossezia del Sud, sebbene ledessero l’integrità territoriale georgiana e creassero notevoli problemi nella politica interna del paese, non costituivano un problema poiché periferiche e complessivamente lontane dal percorso delle future pipeline.

Il primo passo verso la realizzazione di una pipeline al di fuori del territorio russo fu la costruzione di un oleodotto, il Baku – Supsa che, partendo dalla capitale azera, trasportava il petrolio dai giacimenti di Chirag e Guneshi fino al porto georgiano di Supsa sul Mar Nero. La realizzazione di questo progetto fu resa possibile grazie ai fondi del consorzio AIOC. Non bisogna dimenticare la rilevante presenza occidentale nel consorzio che raggiungeva il 60% di quote azionistiche, sommando il 45% delle compagnie americane al 17,12%detenuto dalla BP.

Una quota non trascurabile del 6,75% era stata assegnata inoltre alla TPAO turca, rendendo la partecipazione della Lukoil ( 10%), complessivamente di poco peso.

La partecipazione turca al nuovo grande gioco non si sarebbe limitata alle quote azionistiche dell’AIOC. Grazie ai legami con Georgia e Azerbaigian avrebbe potuto rappresentare un vero e proprio trait-d’union tra il Caucaso e l’Europa.

La creazione di un’asse orizzontale avrebbe reso la Turchia un valido partner economico a livello regionale; il fatto che Istanbul fosse inoltre un membro di non poco peso all’interno dell’Alleanza Atlantica rendeva i risvolti di una cooperazione turco-caucasica maggiormente rilevanti più da un punto di vista politico che economico.

La Turchia si è progressivamente avvicinata molto alla Georgia, corridoio di transito indispensabile per gli idrocarburi del Caspio verso l’Occidente, nell’ottica di evitare Russia e Iran. Istanbul diventerà il primo partner commerciale georgiano nel 2008 e azero nel 2010. La relazione preferenziale con le due Repubbliche Caucasiche ebbe inizio quando, forte dell’appoggio dell’amministrazione Clinton, venne formulato per la prima volta un progetto volto a collegare Baku ad un porto turco, Cheyan, con la finalità di esportare gli idrocarburi del Caspio in Europa.

La realizzazione della pipeline Baku-Tbilisi-Cheyan avrebbe costituito una svolta per le politiche energetiche europee e statunitensi, un successo “per aumentare e diversificare l’offerta energetica mondiale […] la conquista più importante nella politica estera americana del 1999” (J. Zarifian, Les Etats-Unis au Sud Caucase Post-Sovietique, pag. 182).

Il progetto costituiva una vittoria per l’amministrazione Clinton, poiché l’oleodotto avrebbe attraversato soltanto paesi alleati statunitensi, by-passando Armenia, Russia e Iran, ma la realizzazione di questo progetto faraonico risultava tutto fuorché facile da concretizzare: la costruzione della pipeline, terminata nel 2005 e lunga 1.764 km, sarebbe costata gli investitori 3,9 miliardi di dollari. Il pagamento di una cifra tale fu possibile solo grazie ai finanziamenti delle compagnie petrolifere occidentali, de facto padrone dell’oleodotto: più del 30% delle quote apparteneva infatti alla BP, 8,71% alla Staoil norvegese, l’ 8,4% alla Chevron, il 2,5% alla ConocoPhilips e il 2,36% alla Hess, tutte e tre americane.

Le restanti quote spettavano a Italia, Francia, Turchia, Giappone e il 25% alla SOCAR azera (Rispettivamente: Eni 5%, Total 5%, TPAO 6,5%, Impex 2,5%) Sebbene la Georgia non possedesse quote azionistiche e quindi non potesse beneficiare dei dividendi da queste derivanti, si può affermare con certezza che la costruzione del BTC abbia avuto e continui ad avere un impatto positivo sull’economia georgiana, come giustamente analizza l’economista georgiano Vladimir Papava. Lo statista di Tbilisi afferma infatti che si poté assistere a un miglioramento sia a livello micro economico che macro economico. Più precisamente, quattro erano gli obiettivi specifici che la Georgia avrebbe voluto raggiungere grazie al piano di investimenti internazionale:

1. aumento delle entrate e conseguente miglioramento delle capacità economiche del paese;

2. miglioramento del settore agricolo;

3. rilancio della qualità della vita attraverso una modernizzazione delle infrastrutture;

4. aumento dell’ autonomia delle comunità nei programmi di sviluppo sociale.

Per quanto concerne l’aspetto prettamente interno, le tasse di transito derivanti dal passaggio del petrolio azero in territorio georgiano garantivano a Tbilisi un’entrata di 1,86 dollari per tonnellata. La cifra, che potrebbe sembrare irrisoria di primo acchito, ammontava ad un complessivo annuale di 62,5 milioni di dollari all’anno, per un totale di 2,5 miliardi di dollari dilazionato in 40 anni (George Eradze, Mark Hudson, David Jinjolia, et al., “Economic Trends”, Georgian Economic Trends).

L’investimento diretto da parte statunitense, che ebbe inizio a partire dalla prima fase di costruzione dell’oleodotto, ammontò a 514.670 milioni di dollari soltanto in Georgia, creando inoltre 2.750 nuovi posti di lavoro; il tasso di disoccupazione registrò un drastico calo del 33,3%, mentre il Prodotto Interno Lordo aumentò del 6,6%.

Le entrate ottenute grazie al BTC consentirono allo stato georgiano di investire il nuovo patrimonio nella costruzione di infrastrutture, nell’educazione e nel sistema sanitario.

La realizzazione della pipeline ebbe inoltre profonde ripercussioni sul sistema di alleanze che andava formandosi nell’area: Georgia e Azerbaigian si dimostrarono partner fidati e alleati preziosi sia per gli Stati Uniti che per la Turchia. (altro…)

Transnistria e Ucraina: i dati che nessuno sembra vedere. E quella telefonata scurrile della Tymoshenko

By Marco Antollovich e Luca Susic

Le recenti dichiarazioni di Philip M. Breedlove, NATO Supreme Allied Commander Europe, circa una possibile minaccia russa all’autoproclamata repubblica di Transnistria hanno scosso profondamente i media internazionali, ma soprattutto quelli italiani, che si sono affrettati a riportare la notizia con toni allarmistici. Ad aumentare la preoccupazione ci hanno pensato poi  Andriy Parubiy, secondo il quale Mosca sta ammassando truppe in vista di un’invasione del paese, e la Polonia che, per bocca del portavoce del Ministro della Difesa, ha dichiarato che intende valutare le migliori offerte per rinnovare la sua difesa missilistica.

Concettualmente, tuttavia, affermare che la “Russia minaccia la Transnistria”, come riportato da numerose testate italiane e straniere, sembra essere un controsenso sintomatico della scarsa conoscenza dei trascorsi che hanno visto protagonista Tiraspol negli ultimi vent’anni.

La Transnistria, repubblica de facto indipendente dalla Moldavia dal 2 settembre 1990, vuole essere russa. La popolazione della regione, etnicamente ripartita tra un terzo di moldavi, un terzo di russi e altrettanti ucraini generalmente filorussi e russofoni, ha più volte manifestato la volontà di far parte della Federazione Russa. Già il 17 settembre del 2006 un referendum, tenutosi nell’area, aveva testimoniato che il 98,07% della popolazione era favorevole al ricongiungimento con Mosca. La comunità internazionale, però, non ne aveva accettato l’esito, accusando inoltre Tiraspol di brogli elettorali.

Se il referendum del 2006 ha lasciato l’Occidente complessivamente indifferente, lo stesso non si può dire dell’appello rivolto da Tiraspol al presidente Putin il 16 marzo 2014 in seguito agli avvenimenti di Maidan Nezalezhnosti. Sembra comunque improbabile che il Cremlino entri in guerra per difendere la popolazione russa in Transnistria, considerando che quella sottile striscia di terra che divide Moldavia e Ucraina è stata sostanzialmente ignorata per vent’anni. A conferma di ciò, lo stesso vice primo ministro russo Dimitrj Kozak il 24 marzo ha negato che “il governo abbia discusso una possibile annessione della Transnistria alla Russia”. Il quadro generale, tuttavia, potrebbe essere cambiato in seguito al referendum in Crimea e molti si interrogano su quali potrebbero essere le prossime mosse di Mosca, soprattutto alla luce del fatto che tutta l’Ucraina orientale a grande presenza Russa è in fermento. Se Putin intervenisse in difesa delle popolazioni del sud e dell’est ucraino, spaventate dal nuovo governo e dalle minacce rivolte alle minoranze non etnicamente ucraine, la Transnistria sarebbe solo l’ultimo territorio da annettere per unire tutte le regioni russofone metaforicamente più vicine a Mosca che a Kiev.

Pertanto, rebus sic stantibus, l’interessamento del Cremlino nei confronti della popolazione Transnistria può avere un solo significato immediatamente percepibile: la Moldavia non deve imitare le azioni ucraine. Se così facesse, l’annessione della Transnistria alla Federazione Russa minaccerebbe direttamente l’integrità territoriale di Chisinau, così come è avvenuto in Ucraina con la perdita della Crimea.

A nostro avviso, però, vi è anche un altro elemento che dovrebbe preoccupare  gli stati occidentali, cioè la diffusione della protesta anti-Kiev anche a Odessa, Oblast’ abitato in netta prevalenza da ucraini (62,8% secondo il censimento del 2001), dove nei giorni scorsi migliaia di persone si sono radunate al grido di “Odessa è una città Russa” e “Referendum”. Si tratta di un dato particolarmente significativo poiché mostra che l’insofferenza verso il governo centrale si è estesa anche in zone più lontane dalla Russia e dove la componente russofona è composta in gran parte da cittadini non appartenenti al gruppo etnico russo.

Nonostante le proteste e i richiami alla vicinanza con Mosca siano in continua espansione, il Governo nazionale ha iniziato a utilizzare una retorica più dura e schierata apertamente contro l’imponente vicino. Ne sono la prova le recenti affermazioni di due esponenti chiave dell’élite di Kiev: Julia Tymoschenko e il già citato Andriy Parubiy. Come riporta il Kyiv Post, il 21 marzo, durante un’intervista televisiva, l’ex primo ministro ha sostenuto che i legami con l’Unione Europea saranno uno dei fattori chiave per unire il paese e che in questo momento difficile è quanto mai importante che i cittadini sostengano tutti i partiti al governo (tra i quali vi è anche la criticata Svoboda). Il 23 marzo, inoltre, ha confermato che l’Ucraina si riprenderà presto la Crimea. Come se ciò non bastasse per infiammare gli animi, nella giornata di lunedì 24 la maggior parte dei media russi hanno pubblicato l’audio di una telefonata avvenuta fra la pasionaria della rivoluzione arancione e il parlamentare Nestor Shufrych. Nella registrazione si può sentire la Tymoschenko che, dopo aver inveito contro Putin (dicendosi pronta a “sparare in faccia a questo sacco di m… ”), insulta pesantemente anche i russi di Ucraina, sostenendo che contro di loro debbano essere usate le armi atomiche. La protagonista di queste controverse dichiarazioni ha confermato la veridicità dell’audio, scusandosi però per il linguaggio scurrile, ma accusando i servizi russi di aver manipolato l’ultima parte (quella sulla minoranza russa in Ucraina).

Dal canto suo, invece, l’uomo forte dell’esecutivo si  è concentrato più sul lato muscolare della contesa, evidenziando che le proteste filorusse sono organizzate da “estremisti” e che è importante “to unite against Russian troops that stand near Ukrainian borders from Chernihiv to Donetsk. They have more military forces than Ukraine, but Yanukovych had more riot police”.

Alla luce di ciò, è evidente che queste prese di posizione possono rafforzare la coesione dello schieramento anti-Putin, ma il costo rischia di essere molto alto. I richiami alla UE, alla NATO e alla contrapposizione alla Russia come elementi di unità nazionale, infatti, sono esattamente ciò che incontra la maggiore ostilità delle popolazioni russofile e che le hanno portate a schierarsi contro il nuovo governo. In definitiva, quindi, se il Governo centrale desidera tranquillizzare le regioni “separatiste” questo genere di dichiarazioni non sembrano essere le più efficaci, ma, anzi, rischiano di ampliare la frattura già esistente. Il continuo richiamo all’imminenza della guerra e alla totale responsabilità Russa per un eventuale disastro rischia inoltre di convincere ancor di più la popolazione russofila/russofona che solo Mosca possa difenderli dalla “vendetta” e aggressività dell’Ucraina.

Marco Antollovich e Luca Susic

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By Luca Susic

E dai Greci andammo, e vedemmo dove officiavano in onore del loro Dio,                 e non sapevamo se in cielo ci trovavamo oppure in terra: […]; solo questo sappiamo: che là Dio con l’uomo coesiste, e che il rito loro è migliore.Conversione del popolo della Rus’ di Kiev al Cristianesimo, da Racconto dei tempi passati. Cronaca russa del XII secolo, a cura di Italia Pia Sbriziolo, Einaudi, Torino, 1971

In quest’ultimo periodo molto, forse troppo, è stato scritto sulla crisi Ucraina. Lo scopo di questo articolo, quindi, non è quello di fornire al lettore uno scoop da Pulitzer, ma semplicemente cercare di aggiungere ciò che, secondo me, è più mancato nell’interpretazione dei fatti: un po’ di spirito critico. Ciò non significa, chiaramente, che le conclusioni a cui giungerò saranno necessariamente corrette od obiettive (mi sforzerò di realizzare almeno questo punto), ma potranno forse essere di qualche utilità per chi ha intenzione di affrontare da una diversa prospettiva i recenti avvenimenti.

Le proteste anti-Janukovič si sono originate verso la fine di novembre 2013, dopo che il Presidente Ucraino aveva deciso di sospendere i negoziati con l’Unione Europea per la stipula dell’European Union Association Agreement. La motivazione principale di tale scelta è sicuramente da ricercare nelle fortissime pressioni Russe per rinunciare all’accordo e iniziare il percorso di avvicinamento alla Customs Union organizzata da Mosca. L’improvviso voltafaccia del governo ha chiaramente irritato gli stati Occidentali che, più o meno immediatamente, si sono schierati a favore dei manifestanti pro-UE di Kiev.

Lasciando perdere in questa sede la cronologia dei fatti, è opportuno sottolineare che già allora gli esperti disponevano dei dati necessari a comprendere che qualsiasi scelta portata avanti dal governo centrale avrebbe necessariamente scontentato almeno metà del paese. Inspiegabilmente, però, si è deciso di ignorare questo dato e, forse rinfrancati nel vedere che Putin si concentrava sulle Olimpiadi, proseguire in una politica che, seppur comprensibile alla luce dei fatti che si stavano verificavano nella capitale, era destinata a spaccare l’Ucraina. Già il 26 novembre 2013, infatti, il Kiev International Institute of Sociology aveva pubblicato uno studio sull’orientamento del paese in materia di Unione Europea e Unione Doganale. I risultati del sondaggio parlano da soli: se si fosse dovuta votare a quel tempo l’organizzazione a cui aderire, le due entità sarebbero state separate solo da uno 0,2% dei voti (a favore della Customs Union). Andando a spulciare i dati, si sarebbe poi visto che le risposte provenienti dalla parte centrale e occidentale erano opposte a quelle delle restanti zone dell’Ucraina. Un esempio? L’Unione Europea otteneva oltre il 65% dei consensi a ovest, mentre raggiungeva solo il 14,5% a est. A mio avviso era, pertanto, facile prevedere che qualunque attore esterno avesse cercato di tirare a sé  tutto il paese senza procedere per tappe successive avrebbe finito per gettare il seme della discordia fra le due anime dell’Ucraina.

La situazione è stata inoltre aggravata dal fatto che il premier deposto fosse altamente rappresentativo  di quelle zone meno legate al potere ucraino e più vicine, per lingua e cultura, a Mosca. La sostituzione del loro candidato con uno maggiormente rappresentativo dell’area fortemente filo-occidentale ha fatto sì che russi e russofoni si sentissero minacciati dalla svolta “occidentalista” del nuovo esecutivo e dalla presenza, al suo interno, di gruppi estremisti della destra xenofoba o dichiaratamente fascista. Il risultato di questi timori si è concretizzato nella pressante richiesta di aiuto inviata a Mosca da tutte le regioni sud-orientali e non dalla sola Crimea come è stato spesso riferito.

Ancora una volta, quindi, la strettissima relazione fra lingua madre, gruppo etnico di appartenenza, origine geografica e orientamento politico è stata confermata sul campo. Già nel 2004, comunque, in occasione delle elezioni presidenziali, il Kiev Center of Political Studies and Conflictology aveva chiaramente dimostrato che i fattori di cui sopra erano risultati decisivi per stabilire l’esito della votazione. Il 67% dei voti totali per Viktor Jušenko (pro-Europeo), infatti, venivano da Ucraini – ucrainofoni, il 17% da Ucraini russofoni, mentre solo il 4% (4%!) dei russi – russofoni avevano scelto di appoggiarlo.

Al di là dell’orientamento delle popolazioni locali, comunque, era prevedibile che Mosca non potesse restare passiva davanti a quanto stava accadendo, perché troppo alta era la posta in gioco. Innanzitutto, come riportato da molti, è evidente che la cacciata di Janukovič avrebbe potuto destabilizzare anche la Russia, mostrando che un presidente autoritario poteva essere cacciato da una rivolta popolare più o meno spontanea. Ma ci sono altre ragioni, ben più serie, che avrebbero dovuto mettere in guardia i sostenitori di Euromaidan sull’inevitabilità di una reazione del Cremlino, pur non considerando qui l’incredibile importanza che l’Ucraina riveste per la Russia in ambito energetico ed economico, elementi che, a mio avviso, da soli sarebbero sufficienti per comprendere le motivazioni che hanno portato Putin a reagire:

  • l’Ucraina riveste un ruolo fondamentale nella cultura e religione russe, che si sono sviluppate proprio a partire dal Rus’ di Kiev (a tal proposito consiglio la lettura di Storia dello Spirito Russo di Dmitrij Čiževskij) . E’ particolarmente importante considerare queste radici quando si analizzano avvenimenti che hanno come protagonisti popoli slavi e ortodossi (basti pensare all’importanza del Kosovo per i Serbi);
  • Le proposte di far entrare Kiev sia nella UE che nella NATO sono percepite da Mosca come una manovra di accerchiamento molto aggressiva  e volta a erodere il cuscinetto che la separa dai suoi competitors. Perdere questa sfida significherebbe anche venire quasi cacciati dal Mar Nero, che si troverebbe a diventare un “lago” ostile al Cremlino. Oltre a ciò la Russia finirebbe per confinare con uno stato nemico che, in futuro, potrebbe potenzialmente ospitare anche il sistema di difesa missilistico dell’Alleanza Atlantica.

In conclusione, ciò che forse stupisce di più di tutta questa vicenda sono la passività, la poca unità e la scarsa preparazione dell’Europa che, da guida per le componenti più occidentaliste dell’Ucraina, si trova ora a essere in balia degli eventi e dell’attivismo di John Kerry. La politica degli USA,  impegnata com’è a realizzare degli obiettivi di interesse nazionale, non è né coerente con alcuni  comportamenti tenuti in precedenza (si veda il caso del non riconoscimento del referendum in Crimea), né, soprattutto, sembra essere in  sintonia con gli interessi che dovremmo avere noi Europei. Per ricordarcelo basta pensare che,  in ogni crisi,  i primi a pagare il prezzo economico e sociale di un eventuale escalation sono i gli stati vicini, cioè noi, soprattutto se, come in questo caso, dipendono così pesantemente dai rifornimenti energetici provenienti da est.

Luca Susic

Nella mappa, fornita dall’autore, i risultati delle elezioni presidenziali in Ucraina del 2004 e del 2010: Le aree colorate in giallo o viola sono quelle schieratesi con i candidati filo-occidentali nelle elezioni del 2004,2007,2010 e 2012. In blu, invece, vengono rappresentate le zone filo-Janukovič.

Yes we can. Arrivano i russi in Afghanistan

By Cybergeppetto

La realtà è sempre più esilarante delle comiche, dopo tutti i casini che ci sono in quella landa desolata e tormentata che risponde al nome di Afghanistan.

Ancora non si è posata la forfora che si è levata al cielo per il furioso grattare di capocce diplomatiche e politiche che, come il più classico dei fulmini a ciel sereno, è arrivato il rimedio a tutti i mali della NATO: accettare l’offerta russa di aiuto alla missione ISAF.

Bum! Una bomba a mano nel ripostiglio avrebbe scosso di meno le scope che ci avevamo lasciato.

L’Independent dovrebbe fare un po’ più di attenzione nello sparare certe notizie, non si può mica attentare alle coronarie della gente.

Ma ve l’immaginate voi la faccia dell’addetto stampa del comando NATO a Kabul? Si sarà scolato una boccia di valium per rasserenarsi e compilare la richiesta di rimpatrio. Non deve sorridergli l’idea di organizzare conferenze stampa sui “collateral damages” che i soldati di Ivan farebbero, in epica gara con i GI dello Zio Sam.

Provate a pensare alla faccia della popolazione afgana: oltre a fare lo slalom tra le bombe talebane, si dovranno anche addestrare a schivare le raffiche di kalashnikov a denominazione di origine controllata dell’ex armata rossa! (altro…)