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Afghanistan, insider attacks: il ministro della Difesa rimuove centinaia di militari

L’aumento di attacchi alle truppe alleate da parte dei colleghi afgani, i cosiddetti insider attacks, anche definiti green-on-blue, ha fatto prendere una decisione drastica al ministro della Difesa afgano, secondo quanto riferito ieri dal suo portavoce Mohammad Zahir Azimi.

I militari rimossi dall’incarico o trattenuti in stato di fermo sarebbero centinaia, anche se il numero preciso non è stato comunicato dal dicastero afgano. Si tratta di personale il cui curriculum è risultato incompleto o addirittura contraffatto.

Non è stato specificato, inoltre, se i militari coinvolti dal provvedimento, il risultato di sei mesi di indagini, siano da mettere in relazione ai talebani o ad altri gruppi di ribelli. Certo è che, secondo quanto già comunicato dai vertici della missione ISAF, un quarto degli attacchi di quest’anno reca quasi certamente firma talebana.

Il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen ha espresso ieri al presidente afgano Hamid Karzai profonda preoccupazione per questo genere di attentati. Karzai, da parte sua, ha assicurato telefonicamente a Rasmussen di essere determinato a por fine a queste uccisioni.

Intanto il vicecomandante della missione a guida Nato ISAF, il generale britannico Adrian Bradshaw, ha comunicato domenica l’interruzione del training alle forze afgane da parte del personale americano. Un provvedimento che va a penalizzare un migliaio di poliziotti dell’Afghan Local Police, che costituiscono solo una piccola parte dei 350mila uomini di esercito e polizia afgani. Si tratta comunque di un avvertimento che mette in crisi il delicato processo di transizione in atto. Gli americani, del resto, hanno perso molti uomini a causa degli insider attacks.

Dall’inizio dell’anno gli attacchi green-on-blue hanno ucciso 45 internazionali, la maggior parte di nazionalità americana, appunto, e nel solo mese di agosto si sono verificati 12 attacchi, che hanno causato la morte di 15 persone.

Il 20 agosto scorso il presidente americano Barack Obama aveva sottolineato la necessità di un incremento della sicurezza dei soldati in Afghanistan al fine di garantire una maggiore protezione dagli insider attacks.

Anche Rasmussen, martedì scorso, ha confermato che la Nato sta facendo tutto ciò che è necessario per porre fine a tale tipo di attacchi a tutela dei soldati sul campo. Ulteriori misure di sicurezza potrebbero contemplare un perfezionamento delle procedure di controllo e di intelligence, oltre a training sui differenti aspetti culturali.

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Chi salverà più soldati americani in Afghanistan? (24 agosto 2012)

La transition in Paola Casoli il Blog

Fonti: AP/Time Standard, cnsnews.com

Foto: AP Photo-David Guttenfelder, File/Huffington Post

Chi salverà più soldati americani in Afghanistan?

Mentre si discute sulla qualità degli infiltrati tra le truppe alleate – agenzie di spionaggio straniere, secondo Hamid Karzai – causa di sempre più frequenti attacchi green-on-blue ai danni delle truppe ISAF, gli americani chiamati presto alle urne non sanno che presidente prendere.

Quello che salverà più vite di soldati in Afghanistan, naturalmente. Colui che ne porterà a casa di più, insomma. Già, ma quale sarà il presidente americano che li porterà a casa prima di tutti?

Sarà un repubblicano o un democratico? Sarà Romney, oppure sarà Obama?

In un momento in cui sembra che gli americani ne abbiano abbastanza della guerra, tutti presi anche loro tra le ristrettezze economiche e la siccità, nessun candidato alla presidenza degli Stati Uniti ha ancora parlato in termini conclusivi e in modo definitivo della missione in Afghanistan, come fa notare un editoriale del Denver Post.

Il limite fissato per il rientro delle truppe a fine 2014 apre in realtà a una trasformazione della missione che porta avanti di altri dieci anni la fine dell’intervento ai piedi dell’Hindu Kush, tanti sono gli anni di operazione previsti sul terreno in una forma diversa da quella combat vista finora.

C’è scetticismo, tuttavia, sulla capacità delle forze afgane di riuscire a diventare un baluardo contro i talebani. Ed è proprio su questo punto cruciale, sottolinea l’editoriale, che dovrebbero inserirsi i repubblicani, i quali in realtà stanno perdendo l’occasione di prendere una posizione netta: appoggiare un surge risolutivo o portare a casa subito i soldati?

Obama ha fatto entrambe le cose. E anche Romney, sottolinea l’editoriale, si sta attestando sulle stesse posizioni, visto che se da una parte stronca la decisione di Obama di far tornare presto a casa i soldati, dall’altra parla di rientro rapido delle truppe. Una contraddizione che lascia gli americani senza indicazioni concrete per la scelta del futuro potus.

Chi prima porterà a casa i soldati, insomma, ancora non è chiaro. In un momento in cui si stanno intensificando i mortali e insidiosi attacchi di forze afgane contro alleati all’interno delle stesse caserme, agli americani piacerebbe davvero sapere quale sarà il presidente che salverà più vite.

Fonte: The Denver Post

Foto: Romney e Obama sono di policymic.com