Hamid Karzai

Afghanistan, RC-W ISAF: esercitazione con forze afgane per testare procedure di risposta alla crisi in vista delle elezioni presidenziali di aprile

Si è conclusa nella sede del Centro di Coordinamento Operativo Regionale (Operations Coordination Center Regional – OCCR) di Herat un’esercitazione di tre giorni in cui le Forze di sicurezza afgane, con il supporto e l’assistenza di ISAF, hanno potuto testare le procedure di risposta a un’eventuale situazione di crisi in vista delle prossime elezioni presidenziali che si terranno in tutto il paese il prossimo 5 aprile (Hamal 16, 1393, per il calendario solare afgano), fa sapere il Regional Command-West (RC-W) di Herat.

All’esercitazione hanno preso parte tutte le massime autorità militari locali delle province occidentali dell’Afghanistan, area di responsabilità italiana, con la partecipazione dell’RC-W, il comando multinazionale su base brigata meccanizzata Aosta che opera nella regione ovest, con l’ausilio dei consulenti dell’Operations Coordination Center Advisor Team (OCCAT), attualmente a guida italiana.

L’OCCAT svolge il proprio ruolo in ambito interdipartimentale, ovvero esercita la propria attività di advising non solo nei confronti di una singola forza armata afgana, ma anche verso vari rappresentanti delle Afghan National Security Forces (ANSF) e del National Directorate of Security (NDS), che prestano servizio nell’RC-W di Herat.

Questo turno di elezioni si tiene in un periodo particolarmente delicato per l’Afghanistan: si sta infatti concretizzando proprio in questi ultimi mesi la fine della missione ISAF così come conosciuta finora, dato che al prossimo 31 dicembre 2014 la missione assumerà una caratteristica addestrativa.

Lo stesso presidente afgano Hamid Karzai aveva avanzato richiesta al segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, di anticipare le elezioni presidenziali al 2013: allora era l’aprile 2012 e Karzai intravedeva una situazione di rischio per la sicurezza del proprio paese a causa non tanto della fase di transizione delle responsabilità agli afgani, quanto piuttosto per la partenza delle truppe alleate.

Articoli correlati:

Afghanistan, fissata la data delle elezioni presidenziali (30 ottobre 2012)

L’RC-W ISAF in Paola Casoli il Blog

Articoli sulle elezioni in Afghanistan

Afghanistan, il presidente Karzai intende anticipare le elezioni presidenziali al 2013 (13 aprile 2012)

In ricordo di Ahmad: Oggi non voto, tashakor (20 agosto 2009)

Il processo di transizione delle responsabilità da ISAF agli afgani in Paola Casoli il Blog

La fine della transizione nell’area di responsabilità italiana (chiusura ultima FOB italiana 28 gennaio 2014)

Fonte e foto: RC-W ISAF

ISAF: “L’Afghanistan ha la piena sovranità sul proprio territorio”, così il generale Battisti all’annuncio di Karzai sulla fase finale della transition

Il cerchio si è chiuso ieri. Dal summit NATO di Lisbona del 2010, quando è stato delineato il processo di transizione delle responsabilità dalle forze alleate di ISAF a quelle afgane, da completarsi entro la fine del 2014, alla dichiarazione dell’avvio della fase finale dell’intero processo da parte del presidente afgano Hamid Karzai di ieri, 18 giugno, c’è di mezzo un intero percorso fatto di continuo lavoro che ha saputo mantenere il ritmo in vista della sua scadenza.

“Il processo che vede le forze di sicurezza assumere un sempre maggiore ruolo in Afghanistan si sta svolgendo nel pieno rispetto del calendario previsto”, ha infatti dichiarato il presidente Karzai nel corso della cerimonia che si è tenuta ieri mattina all’Afghan National Defence University, con la partecipazione dei massimi vertici dell’Alleanza Atlantica e del governo afgano, alla presenza del segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, e del comandante in capo di tutte le forze NATO in Europa, generale statunitense Philip M. Breedlove.

Con l’annuncio della Tranche 5 e della Milestone 2013 soldati e poliziotti afgani saranno responsabili giorno per giorno dell’esecuzione delle attività operative, che saranno supervisionate e dirette da un nuovo comando nell’ambito del Ministero della Difesa, l’Afghanistan Ground Forces Command. Inoltre, il governo afgano fornirà la direzione politica per la campagna attraverso i suoi ministeri.

Grazie all’impegno della Nato e della comunità internazionale le forze afgane, ANSF, sono passate da circa 40mila effettivi nel 2009 a circa 352mila di oggi.

L’epocale annuncio di ieri del presidente Karzai ha suscitato i commenti positivi dei leader maggiormente coinvolti nel processo di transizione (transition, o inteqal nella lingua locale) di ISAF, che porterà al cambiamento della missione a guida NATO da combat a support, da puramente operativa ad addestrativa e di assistenza. “La NATO e l’Afghanistan – è il commento del segretario generale dell’Alleanza Atlantica Rasmussen – continueranno questo viaggio insieme sulla base di una nuova relazione che rimarrà forte negli anni a venire”.

Per il generale italiano Giorgio Battisti, capo di stato maggiore della missione ISAF dal 22 gennaio 2013, “l’assunzione di responsabilità per la sicurezza a livello nazionale dimostra chiaramente che il progresso in Afghanistan è reale e tangibile. Anche se le sfide restano, le ANSF continuano a crescere in capacità e fiducia nei propri mezzi ogni giorno. L’Afghanistan ha la piena sovranità sul proprio territorio”.

“Il passo è epocale – ha sottolineato il generale Battisti – le giovani forze di sicurezza nazionali rimpiazzeranno in toto quelle della Coalizione e queste ultime muoveranno interamente a un ruolo di sostegno, formazione e tutoraggio. In particolari situazioni di emergenza, inoltre, la Coalizione potrà fornire un supporto sotto forma di appoggio aereo ed evacuazione medica”.

Particolare enfasi è stata data nell’ambito della cerimonia alla presenza di alcuni “wounded warriors”, soldati afgani e delle nazioni facenti parte della missione ISAF che sono rimasti feriti a vario titolo nell’adempimento del dovere in Afghanistan e citati da tutti quale esempio di spirito di sacrificio, tenacia, saldezza di carattere e dedizione alla causa del popolo afgano.

L’Italia è stata ben rappresentata dal capitano di corvetta Luigi Romagnoli, dal capitano Stefano Ferrari e dal caporal maggiore scelto Andrea Maria Cammarata.

Il capitano di corvetta Romagnoli, nel settembre del 2006 in servizio con la Task Force 45, è rimasto vittima di trauma cranico e cervicale quando il mezzo sul quale si stava spostando nel distretto di Bala Boluk veniva coinvolto nell’esplosione di una mina anticarro e proiettile di artiglieria collegati a un ricevitore radio. E’ tornato in Afghanistan altre quattro volte e a tutt’oggi presta servizio a Kabul.

Il capitano Stefano Ferrari, del 2° reggimento Pontieri di Piacenza, il 24 novembre 2007 è rimasto ferito a seguito di un attentato suicida nella valle di Pagman, a circa 15 chilometri da Kabul, durante una cerimonia di inaugurazione di un ponte.

Il caporalmaggiore scelto Cammarata, invece, in servizio con l’8° reggimento genio paracadutisti, si trovava nel luglio del 2009 a bordo di un veicolo Lince nei pressi del villaggio di Ganjabad, 40 chilometri a nord est di Farah, quando è rimasto coinvolto nell’esplosione di un ordigno esplosivo improvvisato che gli ha causato la frattura del radio e ulna del braccio destro.

Articoli correlati:

Il processo di transizione di ISAF in Paola Casoli il Blog

Fonte: SMD, ufficio del Capo di stato maggiore di ISAF

Foto: NATO; il gen Battisti con l’amb Pezzotti (archivio, Kabul 02 giugno 2013) Photo by OF4 Stefano SBACCANTI)/NRDC-ITA Flickr

Afghanistan, ISAF HQ: visita a Kabul del neoministro della Difesa Mauro, che ipotizza conclusione transition entro l’anno

Si è conclusa ieri, domenica 5 maggio, la visita del senatore Mario Mauro, neoministro della Difesa del governo Enrico Letta, ai militari del contingente italiano di stanza al comando dell’International Security Assistance Force (ISAF): “Vi porto la stima e la gratitudine degli italiani e delle massime cariche istituzionali”.

Con queste parole il neoeletto ministro Mauro ha indirizzato il suo saluto ai militari, ringraziando per il “costante sostegno” che permette “al processo di transizione, che prevede il passaggio di responsabilità per la sicurezza del paese dalle forze ISAF a quelle afgane, di procedere a un ritmo più rapido di quanto ipotizzato, tanto che potrebbe concludersi entro l’anno in corso”.

Accompagnato dal sottosegretario alla Difesa, Gioacchino Alfano, e dal Capo di stato maggiore della Difesa, ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, il ministro è atterrato all’aeroporto internazionale di Kabul, dove è stato accolto dall’Ambasciatore italiano in Afghanistan, Luciano Pezzotti.

Dopo un incontro con il personale nazionale che opera nel comprensorio dell’aeroporto, a cui il ministro ha indirizzato parole di elogio per l’alta qualità del lavoro che stanno svolgendo, la delegazione ha raggiunto il quartier generale dell’Alleanza Atlantica nella capitale afgana, dove ha avuto l’opportunità di incontrare anche i militari italiani in servizio al comando ISAF di Kabul, dopo aver incontrato il giorno precedente i militari di stanza al Regional Command-West (RC-W) di Herat.

La delegazione è stata ricevuta anche dal generale dei marines Joseph Dunford, Comandante della missione ISAF. Il colloquio si è svolto in un clima di estrema cordialità e l’ufficiale statunitense ha espresso grande soddisfazione per l’opera profusa e per i brillanti risultati ottenuti dalle Forze Armate italiane impegnate in Afghanistan. Contributo che, ha sottolineato il generale Dunford, per la quotidiana dedizione e l’elevata professionalità con cui è fornito è presupposto indispensabile per il successo della missione di supporto al governo afgano, con particolare riferimento alla delicatissima fase di transition in corso.

Il ministro Mauro si è poi recato al ministero della Difesa afgano, dove ha incontrato il presidente della repubblica islamica d’Afghanistan, Hamid Karzai. I colloqui hanno riguardato lo stato dell’arte di alcune iniziative di collaborazione militare a sostegno delle Forze Armate afgane, che stanno assumendo un ruolo sempre di maggior peso nel processo di stabilizzazione e transizione del paese.

Articolo correlato:

Afghanistan, RC-W ISAF: il neoministro della Difesa Mauro a Herat, Shindand e Farah (4 maggio 2013)

Il processo di transizione di ISAF (transition, inteqal) in Paola Casoli il Blog

Fonte: PAO It SNR-ISAF

Foto: ltc Sbaccanti/cpl Sorgente/PAO It SNR-ISAF

Afghanistan, i talebani promettono guerra se rimane anche solo un soldato straniero dopo il 2014

Nell’approssimarsi dei colloqui tra il presidente afgano Hamid Karzai e il suo omologo statunitense Barack Obama sul dopo ISAF (International Security Assistance Force), in programma questa settimana su suolo americano, i talebani alzano la loro voce promettendo di continuare la loro guerra se dopo il 2014 rimarrà anche solo un soldato straniero in Afghanistan.

Il tema della presenza di soldati stranieri, in particolare di quelli americani, in Afghanistan dopo il 2014, data prevista per la fine della missione ISAF nei suoi aspetti combat, è il punto principale dell’agenda degli imminenti colloqui tra i due presidenti.

La presenza di soldati stranieri in Afghanistan nel dopo-ISAF è in realtà un elemento indiscutibile se si vuol dare corso alla trasformazione della missione ISAF da combat a missione di supporto e addestramento, come del resto è già da tempo nei programmi della NATO, che dal 2003 è alla guida della missione ISAF.

In dettaglio, i soldati che resterebbero sul terreno dopo il 2014 potrebbero essere 3, 6 o 9mila, secondo le ultime notizie di stampa che hanno fatto seguito alla proposta fatta al Pentagono dall’attuale COMISAF, generale John R.Allen, di tre opzioni, rispettivamente per 6, 10 o 20mila militari. Per prevenire un ritorno di al-Qaeda, ma anche per continuare ad addestrare polizia ed esercito afgani.

La risolutezza dei talebani, al contrario, chiede zero militari sul terreno. Viceversa “guerra e distruzione continueranno”. Se il presidente Karzai e “il regime di Kabul” accorderanno la presenza anche di un solo soldato americano sul suolo afgano, ha dichiarato un portavoce dei talebani al Pakistan News Service, “anche loro saranno responsabili per tutte le ostilità future, per le morti e per la distruzione”.

Articoli correlati:

Afghanistan. Il COMISAF gen Allen dà i numeri: dai 6 ai 20mila soldati dopo il 2014 in tre opzioni (6 gennaio 2013)

ISAF in Paola Casoli il Blog

Fonte: Pakistan News Service

Foto: politico.com

Afghanistan. Il COMISAF gen Allen dà i numeri: dai 6 ai 20mila soldati dopo il 2014 in tre diverse opzioni

Ha presentato il suo piano al Pentagono, il comandante della missione a guida NATO ISAF (International Security Assistance Force) in Afghanistan, generale John R.Allen. Si tratta di un programma a tre opzioni con tre diverse soluzioni in termini numerici da valutare per il dopo-2014, quando cioè la missione ISAF si trasformerà da combat a missione di supporto e training sul suolo afgano: 6mila, 10mila e 20mila soldati con un fattore di rischio inversamente proporzionale al numero di truppe.

È stato il New York Times, mercoledì scorso, a dare la notizia della proposta del generale Allen al segretario alla Difesa Leon Panetta, riferendo anche che il successo del dopo-2014 dipende strettamente dalla capacità di un governo così corrotto come quello afgano di fornire servizi di base alla popolazione.

In ogni caso, al di là delle prestazioni governative, il generale Allen ha pianificato che con 6mila soldati sul terreno la missione avrà un carattere prevalentemente di caccia ai ribelli tramite l’impiego di forze speciali. Il sostegno logistico e il training alle forze afgane sarebbero voci fortemente limitate.

Con 10mila soldati sarebbe invece possibile sviluppare più ampiamente il programma di training. Con 20mila si potrebbe prevedere anche l’impiego di altre forze convenzionali per il pattugliamento in aree limitate.

Il presidente Barack Obama discuterà delle tre opzioni alla Casa Bianca la prossima settimana, in occasione della visita del presidente afgano Hamid Karzai.

Intanto, tre sono le date certe: il 31 dicembre 2014, data della fine della missione ISAF così come la conosciamo; il febbraio 2013, mese in cui il generale Allen lascerà il suo ruolo di COMISAF al collega Joseph F. Dunford Jr.; infine, per quanto riguarda la successione di Panetta, è attesa a breve la definizione da parte del presidente Obama del nome del prossimo segretario alla Difesa, che potrebbe essere, ma è ancora poco certo, l’ex senatore repubblicano Chuck Hagel.

Fonte: Stars and Stripes

Foto: ISAF

Afghanistan, fissata la data delle elezioni presidenziali

Si terranno il 5 aprile 2014 – Hamal 16, 1393, secondo il calendario solare afgano – le elezioni presidenziali in Afghanistan. La data è stata comunicata da fonti ufficiali.

La  Independent Election Commission dell’Afghanistan ha riferito che la data verrà ufficializzata oggi stesso nel corso di una conferenza stampa.

Si tratta di un momento cruciale per Kabul, con l’attuale presidente Hamid Karzai ormai alla fine del suo secondo mandato e teoricamente non più eleggibile. Ogni minimo sospetto di brogli elettorali potrebbe compromettere un già fragile equilibrio, considerato che le elezioni avranno luogo in piena trasformazione della missione ISAF, la cui conclusione è prevista a fine 2014 con il ritiro delle truppe combat dal suolo afgano, e che la presenza di osservatori elettorali stranieri non sarà tollerata, secondo quanto affermato dal governo di Karzai la scorsa settimana.

Proprio una settimana fa, mercoledì 24 ottobre, nel suo discorso in occasione dell’Eid ul Azha, la Festa del sacrificio musulmana che commemora l’obbedienza di Abramo, il leader del partito islamico fondamentalista Hizb-i-Islami, l’”ingegnere” Gulbuddin Hekmatyar, aveva auspicato che le elezioni venissero indette nella prima metà del 2014, cioè almeno sei mesi prima del ritiro delle truppe ISAF dal suolo afgano.

Articoli correlati:

Il presidente afgano Hamid Karzai in Paola Casoli il Blog

Fonte: AFP/The News, PakTribune

Foto: The News

Una proposta di cooperazione strategica all’Afghanistan da parte della Polonia

Un accordo di cooperazione strategica è stato proposto giovedì 27 settembre scorso dal presidente polacco Bronislaw Komorowski (foto) al suo omologo afgano Hamid Karzai.

I due capi di stato hanno discusso nei dettagli la proposta di accordo. In argomento anche il tipo di assistenza e supporto all’Afghanistan che verrà dalla Polonia dopo il 2014.

Attualmente sono dispiegati in Afghanistan circa 2.500 militari polacchi, di base nella provincia di Ghazni a sud della capitale Kabul.

Komorowski ha assicurato la continuazione dell’assistenza da parte del suo paese anche oltre il 2014 nel settore dell’addestramento, garantendo il contributo nel training alle forze di sicurezza afgane.

Il presidente Karzai si consulterà ora con il ministro degli Esteri e con il suo Consiglio di sicurezza nazionale, il National Security Council.

Articolo correlato:

La Polonia vuole comperare settanta elicotteri per il suo esercito (26 settembre 2012)

Fonte: PakTribune

Foto: Wall Street Journal

Afghanistan: undici anni dopo l’attacco alle Torri Gemelle arrivano parole di pace, e di business, da parte talebana

Sono passati undici anni dall’evento che ha aperto drammaticamente il nuovo millennio, l’attentato alle Torri Gemelle di Manhattan dell’11 settembre 2001.

Allora la risposta americana alla mattanza nel cuore dell’America era stata in termini di lotta al terrorismo dove il terrorismo aveva casa, a oltre diecimila chilometri di distanza dagli States: l’Afghanistan.

Oggi, a undici anni da quell’evento sanguinoso e dopo una trasformazione della guerra che ora guarda a una exit strategy che sia il più possibile smooth, i colloqui di pace con i talebani abbozzati un anno fa sembrano riprendere vigore.

Ad alimentare maggiore ottimismo arriva un report del Royal United Services Institute (Rusi), che presenta dati incoraggianti dopo recenti intervisite con quattro elementi chiave dei talebani molto vicini al leader Mohammad Omar. Tra loro un comandante dei mujaheddin, un membro fondatore del gruppo e ministri del precedente governo. Nessuno ha accettato di essere nominato.

In sintesi, il documento del RUSI rassicura sul futuro dell’Afghanistan, esprimendo scarsissime possibilità che il paese ricada in un periodo di oscurità e terrore alla fine della missione combat di ISAF, ovvero dal 31 dicembre 2014 in poi.

Pur se le aspettative talebane vengono espresse sempre con levantina eleganza, c’è comunque interesse intorno alle dichiarazioni espresse verbalmente da un gruppo che di solito si esprime con i giubbotti esplosivi.

I talebani, emerge dal report, non ritengono esista una naturale inimicizia con gli americani e si dicono pronti ad accettare anche una presenza militare americana se risulta di aiuto alla sicurezza dell’Afghanistan.

In accordo a ciò potrebbero essere cinque le basi americane tollerate, per così dire, sul terreno fino al 2024: Kandahar, Herat, Jalalabad, Mazar-e-Sharif e Kabul. Naturalmente i talebani hanno avuto cura di esprimere la speranza che tale presenza si trasformi in vantaggi economici.

Riguardo ai contatti con al-Qaeda, il gruppo avrebbe espresso un profondo rimorso lasciando capire che ci sarebbe anche la disponibilità a non eseguire più gli ordini qaedisti una volta stabilito un cessate il fuoco. Un piano supportato anche dal Mullah Omar, secondo quanto dichiarato.

A fronte di tanta disponibilità, i talebani in cambio chiedono il rifiuto dell’attuale costituzione, che ha goduto dell’appoggio occidentale, il rifiuto a negoziare con il presidente Hamid Karzai, considerato dai talebani un fantoccio dell’Occidente, per finire con la richiesta di piena rivalutazione dell’organizzazione sul piano internazionale.

E non è tutto qui. I quattro rappresentanti chiedono all’America piena garanzia di non intervento contro Pakistan o Iran da basi afgane e il bando degli attacchi di drone. Se proprio vogliono, gli americani possono attaccare l’Iran dal Golfo Persico. Una concessione che più di negoziazione sa di mercanteggiamento, se si considera che costituzione, presidente e condanna del terrorismo sono proprio i punti cardine dell’intervento americano e alleato in Afghanistan.

Il report di RUSI arriva in concomitanza con la consegna del carcere di Bagram e di quasi tutto il suo contenuto agli afgani. Bisognerà quindi valutare le parole dei quattro innominati rappresentanti talebani nell’ambito di uno scenario tutto nuovo fra qualche tempo, quando si potrà apprezzare la bontà dell’atto direttamente sul terreno.

Di certo oggi, a undici anni dall’attacco alle Torri Gemelle, ciò che conta evidenziare è il riconoscimento da parte talebana che la collusione con al-Qaeda ben prima dell’atto terroristico che ha scosso l’Occidente non è stata vantaggiosa: “Tutti [e quattro] hanno dichiarato, con parole diverse, che i talebani ora riconoscono che i loro legami con al-Qaeda prima dell’11 settembre sono stati un errore”, riporta il documento specificando che i talebani considerano al-Qaeda responsabile della loro caduta nel 2001.

Articoli correlati:

I colloqui di pace con i talebani in Paola Casoli il Blog

La costituzione afgana in Paola Casoli il Blog

Fonte: The Telegraph, RUSI

Foto: EPA/The Telegraph

Afghanistan, insider attacks: il ministro della Difesa rimuove centinaia di militari

L’aumento di attacchi alle truppe alleate da parte dei colleghi afgani, i cosiddetti insider attacks, anche definiti green-on-blue, ha fatto prendere una decisione drastica al ministro della Difesa afgano, secondo quanto riferito ieri dal suo portavoce Mohammad Zahir Azimi.

I militari rimossi dall’incarico o trattenuti in stato di fermo sarebbero centinaia, anche se il numero preciso non è stato comunicato dal dicastero afgano. Si tratta di personale il cui curriculum è risultato incompleto o addirittura contraffatto.

Non è stato specificato, inoltre, se i militari coinvolti dal provvedimento, il risultato di sei mesi di indagini, siano da mettere in relazione ai talebani o ad altri gruppi di ribelli. Certo è che, secondo quanto già comunicato dai vertici della missione ISAF, un quarto degli attacchi di quest’anno reca quasi certamente firma talebana.

Il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen ha espresso ieri al presidente afgano Hamid Karzai profonda preoccupazione per questo genere di attentati. Karzai, da parte sua, ha assicurato telefonicamente a Rasmussen di essere determinato a por fine a queste uccisioni.

Intanto il vicecomandante della missione a guida Nato ISAF, il generale britannico Adrian Bradshaw, ha comunicato domenica l’interruzione del training alle forze afgane da parte del personale americano. Un provvedimento che va a penalizzare un migliaio di poliziotti dell’Afghan Local Police, che costituiscono solo una piccola parte dei 350mila uomini di esercito e polizia afgani. Si tratta comunque di un avvertimento che mette in crisi il delicato processo di transizione in atto. Gli americani, del resto, hanno perso molti uomini a causa degli insider attacks.

Dall’inizio dell’anno gli attacchi green-on-blue hanno ucciso 45 internazionali, la maggior parte di nazionalità americana, appunto, e nel solo mese di agosto si sono verificati 12 attacchi, che hanno causato la morte di 15 persone.

Il 20 agosto scorso il presidente americano Barack Obama aveva sottolineato la necessità di un incremento della sicurezza dei soldati in Afghanistan al fine di garantire una maggiore protezione dagli insider attacks.

Anche Rasmussen, martedì scorso, ha confermato che la Nato sta facendo tutto ciò che è necessario per porre fine a tale tipo di attacchi a tutela dei soldati sul campo. Ulteriori misure di sicurezza potrebbero contemplare un perfezionamento delle procedure di controllo e di intelligence, oltre a training sui differenti aspetti culturali.

Articoli correlati:

Chi salverà più soldati americani in Afghanistan? (24 agosto 2012)

La transition in Paola Casoli il Blog

Fonti: AP/Time Standard, cnsnews.com

Foto: AP Photo-David Guttenfelder, File/Huffington Post

Echi della Valle Olona – Afghanistan, “la guerra continua”

By Ignoto Militi

Vi sono delle date che pesano come macigni sulla storia del nostro Paese, una di queste è sicuramente il 25 luglio. Quel giorno del 1943, infatti, crollò la dittatura fascista, Mussolini fu arrestato e il Maresciallo Pietro Badoglio che lo sostituì terminò il suo messaggio radiotrasmesso agli italiani con una frase che non prometteva niente di buono: “La guerra continua”. In realtà quel messaggio, più che gli italiani, doveva rassicurare l’alleato tedesco circa le intenzioni del nuovo governo a proseguire la guerra al loro fianco, anche se la verità era che Badoglio aveva già preso contatti con gli anglo-americani al fine di giungere alla stipulazione di un armistizio.

Qualche mese fa, durante la conferenza stampa seguita al suo incontro col Segretario Generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, il premier Monti ha assicurato che il nostro Paese continuerà a garantire risorse e uomini per l’addestramento delle forze di sicurezza afgane, anche quando ce ne torneremo a casa nel 2014.

In realtà, più che la NATO, Monti ha voluto rassicurare gli USA circa le nostre intenzioni di voler restare in Afghanistan per almeno altri due anni, senza trovare il coraggio di dire a chiare lettere che l’Italia non è più in grado di spendere tre milioni di euro al giorno per continuare a puntellare il corrotto governo di Hamid Karzai.

Anche perché quei soldi servono per contribuire alla sopravvivenza di tutto il complesso della nostra malmessa difesa nazionale in un momento particolarmente difficile (mi si passi questo eufemismo…) per le finanze statali.

Peraltro, l’intervento occidentale in Afghanistan, che non ha sconfitto i talebani, ma li ha soltanto allontanati dai grandi centri urbani, è costato fino ad oggi la vita a 27.000 guerriglieri, 14.000 civili, 7.200 militari regolari afgani e 2.100 militari della NATO tra i quali si annoveravano cinquanta militari italiani.

Almeno fino al 25 luglio scorso quando, in una base di Adraskan, è stato ucciso il Carabiniere Manuele Braj e feriti tre suoi commilitoni dello PSTT (Police Speciality Training Team), quel Reparto che addestra le nascenti forze di sicurezza afgane. Questa è l’unica notizia certa che possiamo ricavare dal comunicato dello Stato Maggiore, perché per il resto dobbiamo affidarci alle deduzioni logiche, stante che ancora non si è capito se sia stata una bomba di mortaio, o un razzo, o il deliberato attentato di un poliziotto afghano “refrattario” a seminare la morte tra i Carabinieri italiani. Dopo molte versioni, alla fine è venuto fuori che il povero Braj è stato ucciso da un razzo da 107 mm, versione questa smentita dal Comandante afghano della base di Adraskan secondo il quale, invece, l’accaduto sarebbe da attribuirsi all’imperizia dei nostri pur bravi Carabinieri nel manipolare una bomba a mano per scopi addestrativi.

Pur volendo prendere per buona la versione fornita dallo Stato Maggiore, non si può fare a meno di rilevare che quello da 107 mm è un razzo che, generalmente, è sparato con un lanciatore spalleggiabile e ha una gittata massima di cinque chilometri, anche se la sua efficacia si sviluppa a distanze di molto inferiori.

Ebbene, possibile che la ricognizione aerea e terrestre non si siano accorte che a qualche migliaio di metri dalla base si aggiravano dei terroristi armati di lanciatori? Possibile, poi, che nessuno nella base abbia sentito il caratteristico fischio di arrivo di quel razzo?

Tra l’altro, lo Stato Maggiore non dice che Braj è stato certamente ucciso da un razzo ma soltanto che nella base  “sono stati rinvenuti frammenti attribuibili a un razzo da 107 mm”.

Chi scrive non ha mai avuto in grande estimazione il linguaggio multivalente degli Stati Maggiori e, tuttavia, questa volta almeno una cosa è chiara: non sappiamo con certezza com’è morto Manuele Braj!

Purtroppo, il nostro è il 51° caduto in una decennale guerra che non ha migliorato la vita degli afgani, che non ha portato loro la democrazia (che considerano kufr, miscredenza) e che non ha sconfitto gli integralisti i quali riprenderanno il potere il giorno dopo che gli eserciti della coalizione occidentale se ne saranno andati.

Chissà se, quando sarà in grado di capire, la spiegheranno così la guerra in Afghanistan a quel bimbo di Collepasso che non conoscerà mai il padre che, nel fiore degli anni, è caduto, non si sa bene come e per cosa.

Ho in uggia l’arditezza di certi paralleli storici ma, ahimè, talune somiglianze tra eventi di ieri e di oggi sono talmente evidenti che sarebbe stato omissivo non rimarcarlo. D’altronde, non è colpa mia se le rassicurazioni fornite da Monti a Rasmussen rassomigliano a quelle che Badoglio diede ai tedeschi nel 1943: “La guerra continua”. E i lutti pure.

Ignoto Militi

L’articolo è pubblicato sul numero attualmente in edicola (luglio-agosto) del mensile Echi della Valle Olona.