Manas

Operativo in Romania l’hub di ingresso e uscita dall’Afghanistan per i militari americani. Sostituisce Manas in Kirgizistan

Da venerdì scorso è operativa in Romania la base militare che ospiterà i militari americani in ingresso e uscita dall’Afghanistan. È la Mihail Kogalniceanu Air Base, a circa 4mila chilometri a nordovest dell’Afghanistan.

Situata a circa 40 chilometri a nordovest della città di Costanza, sul Mar Nero, rappresenta l’hub di ingresso e di uscita prioritario dal Paese delle montagne. Dal 2 febbraio scorso ha già ospitato 6mila militari in transito, fa sapere Stars and Stripes.

All’interno della base erano già stati costruiti dagli americani 85 edifici per l’accantonamento di circa 1.500 persone, ora le infrastrutture vengono aumentate ed è già possibile ospitare fino a 2mila persone in transito più 400 militari a supporto delle operazioni.

La Mihail Kogalniceanu Air Base sostituisce il centro di transito di Manas, in Kirgizistan, che ha rappresentato un punto di riferimento per centinaia di migliaia di militari in viaggio per e dall’Afghanistan dalle prime settimane dopo l’11 settembre 2001.

Il governo kirgizo, fa sapere l’articolo di Stars and Stripes, aveva rifiutato lo scorso anno di allargare la base di Manas, spingendo così gli Stati Uniti a cercare un’altra sistemazione.

Il traffico nella nuova base sarà molto intenso, sono previsti infatti fino a quattro aerei da trasporto C-17 e altrettanti aerei commerciali ogni giorno. La priorità dell’hub è al momento la movimentazione del personale, ma non si esclude il trasporto di materiali in caso di chiusura delle vie di terra, come quelle tra Afghanistan e Pakistan.

Fonte e foto: Stars and Stripes

Gli interessi statunitensi in Asia Centrale: storia recente e partnership NATO, L.Susic/10

By Luca Susic

Capitolo 2.3 della tesi “Gli interessi statunitensi in Asia Centrale: storia recente e partnership NATO” (L.Susic)

Cap 2.3: 2005-2008, gli USA arretrano

Convenzionalmente l’inizio della crisi diplomatica che portò gli Stati Uniti a indietreggiare è individuata nel cosiddetto Massacro di Andijan, fatto accaduto in una località dell’Uzbekistan orientale.

Tutto iniziò nel maggio 2004 con l’arresto del governatore Kabiljan Ubidov, per opera della sua Assemblea Regionale che, spinta da Karimov, lo accusò di essere coinvolto in una serie di scandali politico-commerciali.

Il suo successore, Saidulla Bagaliyev, fece imprigionare ventitré uomini di affari vicini allo stesso Ubidov e ordinò che venissero messi nella stessa cella riservata ad alcuni membri di un’organizzazione terroristica islamica. Nell’imminenza del verdetto, nel maggio 2005, i parenti degli accusati cominciarono a riunirsi davanti alla corte e l’11 maggio erano presenti circa quattromila manifestanti.

Il giudice pospose la sentenza e il giorno dopo la polizia iniziò ad arrestare tutti i presunti leader delle dimostrazioni. Nella notte un gruppo armato assaltò la prigione e liberò gli accusati e altri compagni di prigionia, ma non si limitò a questo. Vennero presi in ostaggio venti ufficiali governativi e Karimov fu invitato a dimettersi.

All’alba del 13 maggio, migliaia di persone si riunirono nella piazza centrale della città, scandendo slogan contro la povertà e la corruzione governativa, invano. Circa dodicimila uomini dell’esercito, del Ministero degli Interni e della SNB (l’erede locale del KGB) nel frattempo chiusero le vie d’uscita dallo spiazzo e, verso sera, aprirono il fuoco. La televisione nazionale controllata dallo Stato riferì che le vittime appartenevano a gruppi criminali armati e Karimov incolpò direttamente i gruppi terroristici islamici. I corpi delle vittime furono fatti sparire dalle autorità, motivo per cui tutt’ora non ci sono certezze circa il numero di morti.

Di fronte a questi eventi, l’Amministrazione Bush non agì immediatamente, tanto che il White House Press Secretary Scott McClellan si rifiutò di condannare immediatamente l’accaduto, mentre il Pentagono e il CENTCOM rimasero in silenzio.

Alcune settimane dopo, comunque, il Segretario di Stato Condoleezza Rice appoggiò pubblicamente l’avvio di un’inchiesta internazionale, mentre alcuni senatori richiesero di verificare se durante la repressione le forze di sicurezza Uzbeke avessero usato materiale militare fornito dagli USA. Nonostante i fatti, il Pentagono continuò a negoziare un accordo a lungo termine per ottenere i diritti sulla base K2, risultando il vincitore dello scontro con il Dipartimento di Stato, più propenso ad azioni nette di condanna.

La situazione cambiò con l’intervento del Congresso, contrario a lasciare immutate le relazioni bilaterali USA – Uzbekistan dopo quanto avvenuto. La reazione uzbeka non si fece attendere, come dimostrano l’assenza dell’esercito di Karimov durante un’esercitazione congiunta in Asia Centrale e, soprattutto, la visita del Presidente Uzbeko a Mosca e Pechino.

In maniera apparentemente improvvisa, poi, il 5 luglio la SCO, organizzazione di cui faceva parte anche Tashkent, incitò pubblicamente Washington a decidere una data per il ritiro delle proprie truppe.

Pochi giorni dopo, il 30 luglio, il governo Uzbeko richiese l’evacuazione, entro sei mesi, della base K2, da cui le ultime truppe USA partirono in novembre.

Il repentino mutamento della posizione Statunitense in Asia Centrale, con quest’ultima indebolita anche dai difficili negoziati con Bishkek in seguito alla Rivoluzione che portò alla caduta di Akayev (la rivoluzione dei Tulipani in Kyrgyzistan iniziò nel Marzo 2005 e portò alla cacciata del Presidente Akayev, più volte accusato da Human Rights Watch di non rispettare le libertà democratiche), è stato oggetto di numerose riflessioni da parte degli esperti in materia.

I principali filoni di analisi sono due: secondo Blank, gli USA vennero cacciati dall’Uzbekistan a causa della loro incapacità di rispondere ai bisogni di quel paese e, soprattutto, di accettare l’idea che fosse necessario arrivare ad un accomodamento economico con Karimov, il suo Governo e la sua famiglia, come era già stato fatto in Kyrgyzistan. Egli ritiene anche che Washington fallì nel tentativo di instaurare buoni rapporti con importanti esponenti politici del Paese, dato che spesso quelli con simpatie filo-americane cadevano in disgrazia. L’elemento chiave della critica, però, verte sul fallimento delle operazioni antiterrorismo portate avanti dalle forze Statunitensi che, nonostante il loro impegno, non poterono evitare che a partire dal 2004 gli attacchi dell’integralismo islamico aumentassero.

Davis, invece, mette l’accento sulla perenne indecisione dell’Amministrazione Americana se dare la precedenza in Asia Centrale alla difesa dei diritti umani o, venendo incontro alle esigenze delle repubbliche del luogo, alla sicurezza. Tale stallo fece in modo che il Dipartimento di Stato e quello della Difesa potessero addirittura portare avanti due politiche quasi autonome in materia di relazioni con Tashkent. La maggiore critica, però, riguarda l’errata valutazione fatta dai collaboratori di Bush circa la reale importanza che avessero gli USA per Karimov, considerata decisamente superiore quanto non fosse in realtà, e l’entità degli aiuti forniti all’Uzbekistan, evidentemente non sufficienti a favorire un cambiamento sostanziale in una politica del quid pro quo.

Per quanto esaurienti, le spiegazioni appena citate non sono, a mio avviso, sufficienti a chiarire come Washington si sia trovata impreparata all’espulsione da una zona così importante per la sua missione in Afghanistan.

E’ necessario, infatti, considerare altri elementi, come, ad esempio, la paura di Karimov di essere detronizzato dalle forze islamiste radicali. Il leader Uzbeko si rese conto che la presenza Statunitense in loco stava diventando una minaccia per la stabilità della sua Repubblica a causa dell’aumento degli attentati contro gli Americani e i loro alleati. Egli si avvicinò quindi sempre di più a Mosca e Pechino, che gli fornivano costante aiuto per preservare la leadership. Lo strappo fu aggravato dal fallimento della condanna morale espressa da Washington per i fatti di Andijan, che non solo venne vista come un’inopportuna interferenza negli affari interni del paese, ma finì per legare ulteriormente SCO e Uzbekistan.

E’ anche importante sottolineare che gli Stati Uniti persero un’importante guerra mediatica con la Russia e la Cina, che li accusavano di essere i veri artefici delle rivoluzioni colorate (quella serie di movimenti di contestazione civile che si diffusero in Georgia, Ucraina e Kyrgyzistan) che stavano sconvolgendo alcuni paesi dello spazio ex-sovietico, Kyrgyzistan incluso.

L’insieme di tutte queste motivazioni, rende più chiaro il motivo del repentino cambio di rotta dell’Amministrazione Uzbeka e la sottovalutazione del problema da parte di quella Statunitense. La situazione sarebbe potuta essere disastrosa per gli USA, però, se non fossero riusciti almeno a trovare un accordo con il nuovo presidente Kyrgyzo Bakiyev (Kurmanbek Salijevic Bakiyev fu presidente dal 2005 al 2010. La sua gestione del potere venne criticata dalla BBC in seguito all’uso della forza ordinato per disperdere alcune manifestazioni a Bishkek nel 2007 e dall’OSCE a causa dei brogli organizzati in occasione delle elezioni presidenziali del luglio 2009) circa la rinegoziazione del canone d’affitto per la base di Manas.

Il problema sorse una settimana dopo il comunicato ufficiale della SCO in cui si chiedevano tempi certi per il ritiro delle forze Americane dall’Asia Centrale:

“Considering the completion of the active military stage of antiterrorist operation in Afghanistan, the member states of the Shanghai Cooperation Organization consider it necessary, that respective members of the antiterrorist coalition set a final timeline for their temporary use of the above-mentioned objects of infrastructure[concesse da stati membri della SCO] and stay of their military contingents on the territories of the SCO member states.” ( Dichiarazione dei Capi di Stato dei Paesi membri della SCO, Astana, 05/07/2005, riportata dall’Edizione Online del The China Daily, 12/06/2006, http://www.chinadaily.com.cn/china/2006-06/12/content_614632.htm, ult. consultaz. 01/07/2013).

Il leader Kyrgyzo era messo sotto pressione sia da Mosca sia dal Parlamento ancora fedele ad Akayev. Egli ebbe pertanto la necessità di dimostrarsi indipendente dall’influenza degli USA e del suo predecessore loro sostenitore, quindi iniziò a richiedere che l’accordo in fieri divenisse più vantaggioso per il suo paese. La cifra che si aspettava di ricevere era vicina ai duecento milioni di dollari, un importo cento volte superiore a quello precedentemente pattuito. Gli Statunitensi, vedendo il bluff, dichiararono che potevano trovare sistemazioni alternative (159 Si riferivano al Tajikistan e alla Mongolia ) per cifre inferiori e che quindi non avrebbero risposto positivamente entro il termine stabilito dal Governo Kyrgyzo (1° giugno 2005). E’ chiaro, però, che si trattò di un puro gioco delle parti, poiché entrambi i contendenti avevano interesse a stipulare l’accordo, come avvenne effettivamente in luglio.

A metà del 2005, quindi, gli USA si trovarono in una situazione critica che non erano pronti a gestire, avendo sottovalutato il ruolo e l’influenza che la SCO era in grado di esercitare in quella parte di globo. La simbiosi fra Russia e Cina per liberarsi della scomoda presenza Statunitense era difficilmente controbilanciabile da Washington, soprattutto in un momento in cui non era in grado di mantenere inalterato il livello di finanziamenti per l’Asia Centrale.

Per mantenere lo status quo, l’Amministrazione americana avrebbe dovuto cedere sulla tematica che stava più a cuore ai leader locali, la sicurezza. La mancanza di un chiaro ordine di priorità fra diritti umani e lotta al terrorismo fece sì che gli USA venissero visti come non sufficientemente interessati alla sopravvivenza dei regimi che detenevano il potere e che erano spaventati dalla minaccia integralista. Addirittura un moderato come Nazarbayev ebbe a lamentarsi, nel novembre 2006, dell’insistenza con cui gli USA propagandavano la democrazia in paesi in cui questo concetto non era assolutamente di casa anziché preoccuparsi dei fallimenti della NATO nel gestire l’Afghanistan. (altro…)

Gli interessi statunitensi in Asia Centrale: storia recente e partnership NATO, L.Susic/9

By Luca Susic

Capitolo 2.2 della tesi “Gli interessi statunitensi in Asia Centrale: storia recente e partnership NATO” (L.Susic)

Cap 2.2: l’11 Settembre e gli anni 2001-2004

I tragici avvenimenti dell’11 settembre 2001 costrinsero un’America sotto shock a riconsiderare completamente il proprio comportamento nei confronti delle repubbliche del Turkestan e ad accorgersi, per la prima volta, che il vuoto di potere lì esistente danneggiava i suoi interessi nazionali.

Nei giorni successivi agli attacchi terroristici, le potenze occidentali, con in testa gli USA, furono infatti costrette a rivalutare l’importanza strategica che l’Asia Centrale aveva per l’Occidente in termini di sicurezza e ad allacciare rapporti diplomatici sufficientemente buoni da ottenere delle facilitazioni nei territori confinanti con l’Afghanistan.

Il nuovo corso intrapreso dagli Stati Uniti venne esaurientemente descritto da Elizabeth Jones durante un’udienza a una sottocommissione del Senato. Secondo l’allora Assistant Secretary of State gli interessi Statunitensi nell’area si dividevano in tre grandi settori:

  • lotta alla diffusione del terrorismo;
  • assistenza alle Repubbliche locali per le riforme economiche e politiche;
  • impegno per lo sviluppo trasparente delle riserve energetiche del Mar Caspio.

Prima di iniziare la War on Terror, gli USA si preoccuparono di avvicinare ulteriormente alla propria causa i governi delle cinque Repubbliche centro-asiatiche, dimostrandosi più aperti alla realtà locale e meno critici nei confronti della gestione poco trasparente della politica interna. Il più entusiasta del nuovo corso fu Karimov, a cui il concetto di fondo della guerra richiamava un’epica battaglia tra bene e male a cui non doveva mancare. Ancor prima di rendere pubblici gli accordi tra i due paesi, il 18 settembre 2001 due Hercules della U.S Air Force trasportarono duecento soldati americani in una base militare vicino a Tashkent. Il primo ottobre il governo Uzbeko comunicò ufficialmente l’apertura del suo spazio aereo alle forze Statunitensi, senza menzionare che la struttura di Karshi, vicino a Khanabad, era già stata resa disponibile al Pentagono.

Gli unici a non essere completamente soddisfatti dall’accordo raggiunto furono i vertici militari USA del CENTCOM, infastiditi dal fatto che gli ufficiali dell’esercito Uzbeko “refused to allow openly combat aircraft deployment, and insisted that the base be used primarily for «humanitarian purposes»”.

Il cosiddetto K2 Base Agreement fu estremamente vantaggioso per lo Stato di Karimov, poiché in virtù di esso gli Stati Uniti incrementarono notevolmente il loro impegno economico nel paese, passando dagli 85 milioni di dollari ufficialmente donati nel 2001 a circa 300 milioni nell’anno dopo, di cui oltre 200 destinati alla sicurezza e alle forze armate.

Considerato che per raggiungere le installazioni militari appena ottenute era necessario sorvolare il Turkmenistan, anche Niyazov concesse l’uso del suo spazio aereo in cambio di aiuti militari, che passarono da 600.000 dollari nel 2001 a 19.2 milioni di dollari nel 2003, allorché il dittatore permise all’amministrazione Bush di ottenere limitati diritti di atterraggio e l’uso delle vie di trasporto per rifornire l’Afghanistan.

Il Kyrgyzistan agì in un modo simile e il 16 dicembre dello stesso anno permise alle truppe USA di utilizzare l’aeroporto Internazionale di Manas, appena modernizzato, in cambio di una rendita annua di 2 milioni di dollari. Inoltre concesse, caso unico, l’illimitato diritto di sorvolo per scopi militari e umanitari. In breve tempo Manas divenne un hub di rifornimento per gli aerei da trasporto, il cui carburante era fornito dal genero del Presidente Akayev (Askar Akayevich Akayev fu presidente del Kyrgyzistan dal 1990 al 2005, anno in cui fu cacciato dal popolo durante la cosiddetta Rivoluzione dei Tulipani), elemento che rese gli USA parte del sistema corrotto di gestione del potere in quella Repubblica.

Bush si rese conto che per avere l’appoggio logistico di cui necessitava, avrebbe dovuto ricevere la benedizione di Putin, fondamentale per avere accesso anche al Tajikistan che, insieme al Kyrgyzistan, era il paese con il legame più forte con Mosca, e che si dimostrava particolarmente importante per il suo confine con l’Afghanistan lungo ben 1206 chilometri. Ottenuto il placet del governo russo, Washington iniziò a dialogare direttamente col presidente Tajiko Rahmon (Emomalij Rahmon, dal 2007 Emomalij Šaripovič Rahmanov, è presidente del Tajikistan dal 1992), che acconsentì all’utilizzo dello spazio aereo e di alcune basi dell’aviazione in cambio dell’incremento degli aiuti governativi Americani e la ristrutturazione degli aeroporti di Dushanbe e Kulyab.

Gli USA però non si limitarono a questo e favorirono sia l’ingresso del Tajikistan nel progetto Partnership for Peace della NATO, sia il riconoscimento internazionale della nuova valuta locale, il somoni. L’accordo per l’utilizzo dell’installazione militare di Kulyab, vicino al confine afgano, fu disatteso dagli Stati Uniti che, all’ultimo minuto, cambiarono idea e preferirono concentrarsi su Manas, nonostante ciò significasse perdere la possibilità di cacciare i Russi da una delle ultime basi ex-sovietiche che occupavano. La decisione fu presa dal Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, che cercò di tornare sui suoi passi cinque anni dopo, ricevendo, però, un secco rifiuto dal governo di Dushanbe.

L’alleanza strategica con gli USA venne utilizzata anche a scopi interni dalle amministrazioni delle Repubbliche coinvolte. Il Turkmeno Niyazov, ad esempio, condusse una spietata campagna contro i suoi stessi collaboratori al fine di rimanere l’unico detentore del potere. Nonostante le aspre polemiche provocate dal report di Shikhmuradov, ex ministro degli esteri incarcerato e di cui non si hanno tutt’ora notizie, il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, durante una conferenza stampa a Turkmenbashi, si spese a elogiare il ruolo ricoperto dal Turkmenistan a favore della Guerra in Afghanistan, senza far alcun cenno alla compromettente situazione interna:

“As you know, Turkmenistan is a member of NATO’s Partnership for Peace and the United States has had a relationship with it for some time. As a neighbor of Afghanistan, needless to say, the United States has an interest in that relationship. I took the opportunity to thank the president and the people for their very fine cooperation with respect to humanitarian assistance for Afghanistan. Their humanitarian efforts in Afghanistan will undoubtedly save lives of the Afghan people and have been a significant contribution. We also thanked the President for the overflight rights with respect to the global war on terrorism which has been a big help to the United States” (Secretary Rumsfeld Press Conference in Turkmenistan 28/04/02 – News Transcript, U.S Department of Defense).

E’ importante sottolineare che il periodo 2001-2004 si configurò come la prima fase della presenza Statunitense in Asia Centrale, contraddistinta da un tentativo generalizzato da parte delle Repubbliche del luogo di avvicinarsi il più possibile a Bush e di sfruttare al meglio i benefici economici concessi da Washington agli stati amici. Fu in quegli anni che si stabilì un rapporto molto forte fra gli USA e l’Uzbekistan, con quest’ultimo che, pur mirando all’egemonia regionale, affidò di fatto la propria sicurezza al nuovo partner. Vennero quindi siglati importati accordi quali il United States – Uzbekistan Declaration on the Strategic Partnership and Cooperation Framework. In virtù di esso i due paesi si impegnarono a realizzare una serie di sforzi congiunti per assicurare la stabilità e la sicurezza dell’Asia Centrale e, al contempo, migliorare ulteriormente i rapporti bilaterali. Nelle altre clausole dell’intesa, essi riconoscevano l’importanza della difesa dei diritti umani e del libero mercato come mezzi per il mantenimento della pace. Gli USA si impegnavano poi a “regard with grave concern any external threat to the security and territorial integrity of the Republic of Uzbekistan”.

Il lato negativo di questo rapporto, fu, però, che Karimov si sentì autorizzato ad aumentare la repressione interna, per cui la caccia all’oppositore divenne una pratica quotidiana. Nel 2002 egli estese arbitrariamente la scadenza del suo mandato al 2007 e l’Amministrazione Americana si astenne dal denunciare l’iniziativa.

Alla fine dello stesso anno, un drammatico report delle Nazioni Unite portò alla luce il sistema organizzato di torture a sospetti terroristi nelle prigioni Uzbeke, riempite anche dagli USA con prigionieri portati con voli segreti.

Tale pratica venne confermata anche dall’ex ambasciatore britannico Craig Murray, che parlò di collegamenti diretti dalla base di Bagram, in Afghanistan, all’Uzbekistan (sito ufficiale di Craig Murray, www.craigmurray.org.uk).

A seguito di tali accuse il diplomatico fu rimosso dall’incarico a Tashkent. Anche il Kyrgyzistan, che all’epoca aveva un PIL di circa 1,6 miliardi di dollari, ebbe un enorme beneficio dagli investimenti americani per la base di Manas, stimati in circa 40 milioni di dollari annui e cinquecento posti di lavoro per la popolazione locale. Come già ricordato, anche il settore del rifornimento di carburante per i velivoli stranieri fu molto proficuo.

Per questo servizio gli USA spesero 207 milioni di dollari nell’era Akayev dei quali circa 115 milioni andarono a imprese controllate indirettamente dal Presidente. Tali cifre di denaro servirono anche a tacitare il dissenso contro la presenza straniera nel paese, fino al 2005, anno in cui il Regime cadde.

Tralasciando per un attimo l’impegno militare, è importante sottolineare che l’Amministrazione di Bush nel 2004 promosse un accordo fra USA, Kazakistan, Kyrgyzistan, Tajikistan, Turkmenistan e Uzbekistan per “the development of trade and investment relations”( stipulato a Washington il 1° giugno 2004). Lo scopo di tale documento era quello di riprendere il percorso di liberalizzazione del commercio, limitando le barriere doganali e integrando il più possibile l’Afghanistan nel sistema regionale, senza dimenticare l’importanza attribuita agli investimenti internazionali.

L’elemento innovativo riguardava essenzialmente la creazione di un “United States – Central Asian Council on Trade and Investment” (TIFA) composto da rappresentanti di ciascun contraente, con lo scopo di monitorare i rapporti commerciali ed economici fra i paesi e prendere le iniziative necessarie a collegare anche l’Afghanistan.

Nello stesso anno del TIFA, gli USA riformularono i loro obiettivi politici per l’Asia Centrale, come spiegato da Lynn Pascoe, Deputy Assistant Secretary of State per l’Europa e l’Eurasia:

“The strategic goal of the United States in Central Asia is to see the development of independent, democratic and stable states, committed to the kind of political and economic reform essential to modern societies, and on the path to integration into the world economy. This strategy is based on the simultaneous pursuit of three interrelated goals. The first of these goals is security […]. In order for these nations to achieve their potential, they must allow for greater transparency, respect for human rights, and movement toward democratic politics. Finally, the development of Central Asia’s economic potential, including its extensive natural resources, requires free market economy reforms and foreign direct investment.”

Con la nuova linea che intendeva seguire, Washington voleva ergersi a paladina dell’indipendenza politica ed economica delle repubbliche Centroasiatiche minacciate dal neo-imperialismo Russo e Cinese e, contemporaneamente, difendere i propri interessi in campo energetico. Questo obiettivo era particolarmente gradito ai produttori di Kazakistan, Turkmenistan e Uzbekistan che ricevevano dalla Russia meno del prezzo di mercato, poiché Mosca poteva far leva sull’assoluto controllo che esercitava su gasdotti e oleodotti.

La politica energetica statunitense di diversificazione dei tragitti per l’export di idrocarburi doveva andare proprio ad agire su questo punto, dimostrando che l’Amministrazione Bush non cercava il monopolio, ma anzi intendeva favorire le realtà locali. Tali convincimenti non trovarono, però, il favore delle élite locali e la posizione degli Stati Uniti nel 2005 si indebolì come non mai prima: iniziò una fase di crisi in cui fu messa in discussione la stessa permanenza in loco della Superpotenza Americana.

Luca Susic

Seguirà Cap 2.3: 2005-2008, gli USA arretrano

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