Nov 27, 2013
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Gli interessi statunitensi in Asia Centrale: storia recente e partnership NATO, L.Susic/9

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By Luca Susic

Capitolo 2.2 della tesi “Gli interessi statunitensi in Asia Centrale: storia recente e partnership NATO” (L.Susic)

Cap 2.2: l’11 Settembre e gli anni 2001-2004

I tragici avvenimenti dell’11 settembre 2001 costrinsero un’America sotto shock a riconsiderare completamente il proprio comportamento nei confronti delle repubbliche del Turkestan e ad accorgersi, per la prima volta, che il vuoto di potere lì esistente danneggiava i suoi interessi nazionali.

Nei giorni successivi agli attacchi terroristici, le potenze occidentali, con in testa gli USA, furono infatti costrette a rivalutare l’importanza strategica che l’Asia Centrale aveva per l’Occidente in termini di sicurezza e ad allacciare rapporti diplomatici sufficientemente buoni da ottenere delle facilitazioni nei territori confinanti con l’Afghanistan.

Il nuovo corso intrapreso dagli Stati Uniti venne esaurientemente descritto da Elizabeth Jones durante un’udienza a una sottocommissione del Senato. Secondo l’allora Assistant Secretary of State gli interessi Statunitensi nell’area si dividevano in tre grandi settori:

  • lotta alla diffusione del terrorismo;
  • assistenza alle Repubbliche locali per le riforme economiche e politiche;
  • impegno per lo sviluppo trasparente delle riserve energetiche del Mar Caspio.

Prima di iniziare la War on Terror, gli USA si preoccuparono di avvicinare ulteriormente alla propria causa i governi delle cinque Repubbliche centro-asiatiche, dimostrandosi più aperti alla realtà locale e meno critici nei confronti della gestione poco trasparente della politica interna. Il più entusiasta del nuovo corso fu Karimov, a cui il concetto di fondo della guerra richiamava un’epica battaglia tra bene e male a cui non doveva mancare. Ancor prima di rendere pubblici gli accordi tra i due paesi, il 18 settembre 2001 due Hercules della U.S Air Force trasportarono duecento soldati americani in una base militare vicino a Tashkent. Il primo ottobre il governo Uzbeko comunicò ufficialmente l’apertura del suo spazio aereo alle forze Statunitensi, senza menzionare che la struttura di Karshi, vicino a Khanabad, era già stata resa disponibile al Pentagono.

Gli unici a non essere completamente soddisfatti dall’accordo raggiunto furono i vertici militari USA del CENTCOM, infastiditi dal fatto che gli ufficiali dell’esercito Uzbeko “refused to allow openly combat aircraft deployment, and insisted that the base be used primarily for «humanitarian purposes»”.

Il cosiddetto K2 Base Agreement fu estremamente vantaggioso per lo Stato di Karimov, poiché in virtù di esso gli Stati Uniti incrementarono notevolmente il loro impegno economico nel paese, passando dagli 85 milioni di dollari ufficialmente donati nel 2001 a circa 300 milioni nell’anno dopo, di cui oltre 200 destinati alla sicurezza e alle forze armate.

Considerato che per raggiungere le installazioni militari appena ottenute era necessario sorvolare il Turkmenistan, anche Niyazov concesse l’uso del suo spazio aereo in cambio di aiuti militari, che passarono da 600.000 dollari nel 2001 a 19.2 milioni di dollari nel 2003, allorché il dittatore permise all’amministrazione Bush di ottenere limitati diritti di atterraggio e l’uso delle vie di trasporto per rifornire l’Afghanistan.

Il Kyrgyzistan agì in un modo simile e il 16 dicembre dello stesso anno permise alle truppe USA di utilizzare l’aeroporto Internazionale di Manas, appena modernizzato, in cambio di una rendita annua di 2 milioni di dollari. Inoltre concesse, caso unico, l’illimitato diritto di sorvolo per scopi militari e umanitari. In breve tempo Manas divenne un hub di rifornimento per gli aerei da trasporto, il cui carburante era fornito dal genero del Presidente Akayev (Askar Akayevich Akayev fu presidente del Kyrgyzistan dal 1990 al 2005, anno in cui fu cacciato dal popolo durante la cosiddetta Rivoluzione dei Tulipani), elemento che rese gli USA parte del sistema corrotto di gestione del potere in quella Repubblica.

Bush si rese conto che per avere l’appoggio logistico di cui necessitava, avrebbe dovuto ricevere la benedizione di Putin, fondamentale per avere accesso anche al Tajikistan che, insieme al Kyrgyzistan, era il paese con il legame più forte con Mosca, e che si dimostrava particolarmente importante per il suo confine con l’Afghanistan lungo ben 1206 chilometri. Ottenuto il placet del governo russo, Washington iniziò a dialogare direttamente col presidente Tajiko Rahmon (Emomalij Rahmon, dal 2007 Emomalij Šaripovič Rahmanov, è presidente del Tajikistan dal 1992), che acconsentì all’utilizzo dello spazio aereo e di alcune basi dell’aviazione in cambio dell’incremento degli aiuti governativi Americani e la ristrutturazione degli aeroporti di Dushanbe e Kulyab.

Gli USA però non si limitarono a questo e favorirono sia l’ingresso del Tajikistan nel progetto Partnership for Peace della NATO, sia il riconoscimento internazionale della nuova valuta locale, il somoni. L’accordo per l’utilizzo dell’installazione militare di Kulyab, vicino al confine afgano, fu disatteso dagli Stati Uniti che, all’ultimo minuto, cambiarono idea e preferirono concentrarsi su Manas, nonostante ciò significasse perdere la possibilità di cacciare i Russi da una delle ultime basi ex-sovietiche che occupavano. La decisione fu presa dal Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, che cercò di tornare sui suoi passi cinque anni dopo, ricevendo, però, un secco rifiuto dal governo di Dushanbe.

L’alleanza strategica con gli USA venne utilizzata anche a scopi interni dalle amministrazioni delle Repubbliche coinvolte. Il Turkmeno Niyazov, ad esempio, condusse una spietata campagna contro i suoi stessi collaboratori al fine di rimanere l’unico detentore del potere. Nonostante le aspre polemiche provocate dal report di Shikhmuradov, ex ministro degli esteri incarcerato e di cui non si hanno tutt’ora notizie, il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, durante una conferenza stampa a Turkmenbashi, si spese a elogiare il ruolo ricoperto dal Turkmenistan a favore della Guerra in Afghanistan, senza far alcun cenno alla compromettente situazione interna:

“As you know, Turkmenistan is a member of NATO’s Partnership for Peace and the United States has had a relationship with it for some time. As a neighbor of Afghanistan, needless to say, the United States has an interest in that relationship. I took the opportunity to thank the president and the people for their very fine cooperation with respect to humanitarian assistance for Afghanistan. Their humanitarian efforts in Afghanistan will undoubtedly save lives of the Afghan people and have been a significant contribution. We also thanked the President for the overflight rights with respect to the global war on terrorism which has been a big help to the United States” (Secretary Rumsfeld Press Conference in Turkmenistan 28/04/02 – News Transcript, U.S Department of Defense).

E’ importante sottolineare che il periodo 2001-2004 si configurò come la prima fase della presenza Statunitense in Asia Centrale, contraddistinta da un tentativo generalizzato da parte delle Repubbliche del luogo di avvicinarsi il più possibile a Bush e di sfruttare al meglio i benefici economici concessi da Washington agli stati amici. Fu in quegli anni che si stabilì un rapporto molto forte fra gli USA e l’Uzbekistan, con quest’ultimo che, pur mirando all’egemonia regionale, affidò di fatto la propria sicurezza al nuovo partner. Vennero quindi siglati importati accordi quali il United States – Uzbekistan Declaration on the Strategic Partnership and Cooperation Framework. In virtù di esso i due paesi si impegnarono a realizzare una serie di sforzi congiunti per assicurare la stabilità e la sicurezza dell’Asia Centrale e, al contempo, migliorare ulteriormente i rapporti bilaterali. Nelle altre clausole dell’intesa, essi riconoscevano l’importanza della difesa dei diritti umani e del libero mercato come mezzi per il mantenimento della pace. Gli USA si impegnavano poi a “regard with grave concern any external threat to the security and territorial integrity of the Republic of Uzbekistan”.

Il lato negativo di questo rapporto, fu, però, che Karimov si sentì autorizzato ad aumentare la repressione interna, per cui la caccia all’oppositore divenne una pratica quotidiana. Nel 2002 egli estese arbitrariamente la scadenza del suo mandato al 2007 e l’Amministrazione Americana si astenne dal denunciare l’iniziativa.

Alla fine dello stesso anno, un drammatico report delle Nazioni Unite portò alla luce il sistema organizzato di torture a sospetti terroristi nelle prigioni Uzbeke, riempite anche dagli USA con prigionieri portati con voli segreti.

Tale pratica venne confermata anche dall’ex ambasciatore britannico Craig Murray, che parlò di collegamenti diretti dalla base di Bagram, in Afghanistan, all’Uzbekistan (sito ufficiale di Craig Murray, www.craigmurray.org.uk).

A seguito di tali accuse il diplomatico fu rimosso dall’incarico a Tashkent. Anche il Kyrgyzistan, che all’epoca aveva un PIL di circa 1,6 miliardi di dollari, ebbe un enorme beneficio dagli investimenti americani per la base di Manas, stimati in circa 40 milioni di dollari annui e cinquecento posti di lavoro per la popolazione locale. Come già ricordato, anche il settore del rifornimento di carburante per i velivoli stranieri fu molto proficuo.

Per questo servizio gli USA spesero 207 milioni di dollari nell’era Akayev dei quali circa 115 milioni andarono a imprese controllate indirettamente dal Presidente. Tali cifre di denaro servirono anche a tacitare il dissenso contro la presenza straniera nel paese, fino al 2005, anno in cui il Regime cadde.

Tralasciando per un attimo l’impegno militare, è importante sottolineare che l’Amministrazione di Bush nel 2004 promosse un accordo fra USA, Kazakistan, Kyrgyzistan, Tajikistan, Turkmenistan e Uzbekistan per “the development of trade and investment relations”( stipulato a Washington il 1° giugno 2004). Lo scopo di tale documento era quello di riprendere il percorso di liberalizzazione del commercio, limitando le barriere doganali e integrando il più possibile l’Afghanistan nel sistema regionale, senza dimenticare l’importanza attribuita agli investimenti internazionali.

L’elemento innovativo riguardava essenzialmente la creazione di un “United States – Central Asian Council on Trade and Investment” (TIFA) composto da rappresentanti di ciascun contraente, con lo scopo di monitorare i rapporti commerciali ed economici fra i paesi e prendere le iniziative necessarie a collegare anche l’Afghanistan.

Nello stesso anno del TIFA, gli USA riformularono i loro obiettivi politici per l’Asia Centrale, come spiegato da Lynn Pascoe, Deputy Assistant Secretary of State per l’Europa e l’Eurasia:

“The strategic goal of the United States in Central Asia is to see the development of independent, democratic and stable states, committed to the kind of political and economic reform essential to modern societies, and on the path to integration into the world economy. This strategy is based on the simultaneous pursuit of three interrelated goals. The first of these goals is security […]. In order for these nations to achieve their potential, they must allow for greater transparency, respect for human rights, and movement toward democratic politics. Finally, the development of Central Asia’s economic potential, including its extensive natural resources, requires free market economy reforms and foreign direct investment.”

Con la nuova linea che intendeva seguire, Washington voleva ergersi a paladina dell’indipendenza politica ed economica delle repubbliche Centroasiatiche minacciate dal neo-imperialismo Russo e Cinese e, contemporaneamente, difendere i propri interessi in campo energetico. Questo obiettivo era particolarmente gradito ai produttori di Kazakistan, Turkmenistan e Uzbekistan che ricevevano dalla Russia meno del prezzo di mercato, poiché Mosca poteva far leva sull’assoluto controllo che esercitava su gasdotti e oleodotti.

La politica energetica statunitense di diversificazione dei tragitti per l’export di idrocarburi doveva andare proprio ad agire su questo punto, dimostrando che l’Amministrazione Bush non cercava il monopolio, ma anzi intendeva favorire le realtà locali. Tali convincimenti non trovarono, però, il favore delle élite locali e la posizione degli Stati Uniti nel 2005 si indebolì come non mai prima: iniziò una fase di crisi in cui fu messa in discussione la stessa permanenza in loco della Superpotenza Americana.

Luca Susic

Seguirà Cap 2.3: 2005-2008, gli USA arretrano

Il post precedente è al link Gli interessi statunitensi in Asia Centrale: storia recente e partnership NATO, L.Susic/8

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