Marocco

Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/15 – Interviste conclusive, testimonianze di frustrazione

2012-10-08-mastromatteo_02By Luca Maiotti

Le conclusioni e le ultime interviste della tesi Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, di Luca Maiotti

Conclusioni

L’obiettivo di questo elaborato è esplorare le sfaccettature dell’identità saharawi, cercando di coglierne gli elementi essenziali e i fattori che ne hanno determinato il passaggio da una società classicamente tribale a una società “nuova”, derivata da una tipologia di identità differente da quella di partenza.

Ci si è soffermati sulle cause e sugli effetti di questo passaggio, evidenziando come l’esperienza dell’esilio, della guerra e della vita nei campi dei rifugiati abbiano avuto dei riflessi immediati – e siano stati a loro volta influenzati – sulla società rivoluzionaria che si era creata.

Ciò che resta oggi è una società in sospensione, che attende decisioni che non prende più in prima persona. La colonizzazione nei Territori Occupati e il tergiversare dei colloqui continuano ad affievolire la tensione verso l’obiettivo finale – l’esercizio del diritto di autodeterminazione in uno stato sovrano – che è stato il fattore principale di spinta verso il rinnovamento della società saharawi.

Oggi, 40 anni dopo la nascita del Fronte Polisario, sorgono sempre maggiori dubbi sulla scelta del cessate il fuoco – e c’è da tenere a mente non è una pace – presa nel 1991, nell’indifferenza quasi totale dell’opinione pubblica internazionale e dell’ONU, che continua a limitarsi a sterili dichiarazioni. Nelle testimonianze che ho potuto raccogliere, l’impazienza e la frustrazione sono l’elemento che chiude quasi tutte le interviste.

Questo elaborato rimane comunque incompleto sotto molti punti di vista. Il rimpianto maggiore è quello di non aver potuto raccogliere in modo adeguato la voce di una parte fondamentale della società saharawi – la voce delle donne – per poter gettare uno sguardo completo sull’insieme delle problematiche attraverso un punto di vista che è contemporaneamente uguale e diverso da quello degli uomini.

Allo stesso modo, per un lavoro che si possa definire rigoroso, avrei dovuto cercare di fare un vero lavoro di terreno, ovvero andare nei campi o nel Sahara Occidentale perché, come mi ha detto Ali Salek:

“Tra il vero e il falso ci sono 4 dita, la distanza che c’è tra quello che senti e quello che vedi [mettendosi 4 dita tra l’orecchio destro e l’occhio destro]”

Ci sono moltissimi altri spunti per approfondire o ampliare la base su cui ho lavorato. Per esempio si potrebbe procedere a confrontare il concetto di identità saharawi intervistando persone dei capi dei rifugiati e persone che sono rimaste nel Sahara Occidentale sotto l’occupazione marocchina; o ancora si potrebbe realizzare uno studio sui Saharawi emigrati in altri paesi, come per esempio la Francia: le loro modalità di integrazione, le loro motivazioni e le modalità con cui cercano di conservare la propria identità.

Mi dispiace non aver potuto dare il giusto spazio a questi aspetti – che avrebbero assolutamente meritato di essere esplorati – ma mi auguro che questi ed altri siano al più presto oggetto di studio e trattazione in altre tesi

2012-10-08-mastromatteo_01Appendice

Intervista a Rachid Lehebib, realizzata a Les Mureaux, Yvelines, Ile-de-France del 20-01-13

Potresti presentarti? Se dovessi dire chi sei…

Sono Lehebib Rachid, un giovane saharawi di 24 anni. Ho vissuto 20 anni della mia vita nei campi dei rifugiati e come tutti i Saharawi sono un combattente. Continuo a cercare l’indipendenza del mio paese come tutti nel mondo, come vuole la gioventù in tutto il mondo. La mia vita, tutta la mia vita è per i Saharawi, per la causa del Sahara Occidentale e per il popolo saharawi. Ho studiato in Algeria per otto anni, ho fatto l’università e mi sono laureato in traduzione linguistica: inglese, francese e arabo. Visto che in questo momento non si trova una soluzione per la causa saharawi sono venuto in Europa per lavorare. Ecco, questa è la mia vita.

Puoi dirmi qualcosa della tua famiglia ?

La mia famiglia? Mio padre è stato nell’esercito e nel Fronte Polisario dal 1975 fino al 2005 e mia madre ha lavorato nei campi dei rifugiati come segretaria in una scuola. Poi ho tre sorelle nei campi dei rifugiati. Sì, questa è la mia famiglia.

Puoi dire a quale tribù appartiene la tua famiglia?

Tribù? Alla tribù dei Tekna. Sì, i Tekna.

Sai qualcosa dei Tekna?

No, alla gioventù che è cresciuta lottando nei campi dei rifugiati, non interessa. La tribù non è interessante per noi perché abbiamo combattuto per un paese e per tutte le tribù e per tutti i Saharawi; non c’è interesse per la tribù nella nostra vita. La tribù è come uno delle tante cose tradizionali del paese, non è molto importante e tanta, tanta, tanta gente in Sahara Occidentale, giovane, ma in realtà anche vecchia, non è interessata a queste cose. Ma gli anziani sì, agli anziani interessavano queste cose, gli anziani con le storie delle tribù del Sahara Occidentale.

Perché ad alcune persone (indicando Ali Salek) non interessano le tribù. Quindi ancora più vecchi?

Più vecchie, persone più vecchie, prima di loro, dalla colonizzazione spagnola. Dal 1884 fino al 1975, il 12 ottobre 1975 quando arrivò il Fronte Polisario e riunì tutti i Saharawi delle tribù. Poi, nessuno ne parlò più né si interessò, ma prima sì, gli anziani che venivano dal periodo della colonizzazione spagnola. E’ vero, avevamo delle tribù come gli Rguibat, i Tekna e così via, ma dopo il Polisario dichiarò l’unione di tutti i Saharawi in un’unica lotta comune. Sì, una lotta comune per l’indipendenza del Sahara Occidentale, per tutte le tribù. Abbiamo il diritto di costruire un paese e vivere uniti.

Quanti anni hai? 24?

Sì, 24 anni

Quindi sei nato nell’88?

Nel 1988, solo tre anni prima del cessate il fuoco.

Hai fatto il servizio militare nell’esercito?

No, non avevo tempo di fare il servizio militare perché studiavo in Algeria e no, non c’era il tempo. Tutti quelli che studiavano non facevano il servizio militare. Poi, se vuoi, puoi fare il servizio militare, certo.

Perché non sei andato? Perché sembra che praticamente tutti…

Perché dopo il 1991 per il Fronte Polisario cambiò strategia. Dopo il 1991 c’è un altro sguardo sulla situazione politica. Abbiamo bisogno di dottori, di gente che conosca l’informatica, che studi le costituzioni, le costituzioni per il Sahara Occidentale, è chiaro? Dopo il 1991 cambiò il sistema. E’ un altro mondo da quando eravamo in guerra con il Marocco. Dopo il 1991 cambiò il sistema, cambiò il mondo, cambiarono le parole delle armi e tutto il resto. Ora bisogna conoscere le lingue, saper utilizzare l’informatica e molte altre cose perché ne abbiamo bisogno per costruire la nostra costituzione. Dobbiamo conoscere molte cose perché la gente negli altri paesi in Europa, in Africa, in Asia e in America Latina conosca la causa del Sahara Occidentale. Quindi dopo il 1991 non è più obbligatorio entrare nel servizio militare, cioè è come vuoi tu, se vuoi andare vai, sennò no.

Quanto tempo dura il servizio militare?

Il servizio militare… il primo periodo è di sei mesi, in una scuola. Ci sono tanti Saharawi che vanno per sei mesi, per il primo periodo. Tutti quelli che vengono per la prima volta devono starci sei mesi. Poi c’è ancora un anno.

E’ automatico?

Automaticamente, quando finisci questi sei mesi o un anno, vai in una zona militare, perché abbiamo molte zone militari.

Hai vissuto nei campi dei rifugiati. Per quanto tempo ci hai vissuto?

23 anni.

Quanti anni avevi quando te ne sei andato in Algeria?

In Algeria? 12 anni, sì a 12 anni sono andato in Algeria a studiare, ma si tornava d’estate. Ogni estate.

Quindi hai fatto le elementari nei campi dei rifugiati. Quali materie studiavi nei campi dei rifugiati? Per esempio in storia che cosa studiavi?

In storia studiavamo tutta la storia del Sahara Occidentale, prima della colonizzazione spagnola, come il periodo degli Inglesi e dei Portoghesi, poi la colonizzazione della Spagna. In prima studiavamo il periodo precedente al 1500, come vivevamo in tribù, poi arrivarono i Britannici, poi i Portoghesi, poi gli Spagnoli e poi Marocco e Mauritania. Poi ci insegnavano la storia dei capi del Polisario come il primo fondatore del Fronte Wali Mustafa el Said, di molti leader storici come quella di Mohammed Bassiri e di alcuni martiri, di molti martiri

Quindi nel corso di storia c’era la storia del Polisario?

Ah, la storia del Sahara Occidentale prima del Polisario? Beh in prima non studiavamo soltanto la storia del Polisario perché la popolazione nel Sahara Occidentale prima del Polisario aveva già lottato molto contro i colonizzatori, ma il Polisario arrivò e riunì il Sahara Occidentale in un’unica lotta.

Quale era la tua materia preferita a scuola?

In tutte le materie o nel corso di storia?

Tutte

Mi piacevano moltissimo le lingue, perché nei campi dei rifugiati vengono tanti gruppi e tante delegazioni da paesi diversi, come la Spagna, l’Italia, l’Inghilterra, gli Stati Uniti, la Francia, e quando vengono all’inizio non c’è molta gente che parla una lingua straniera, né inglese, né spagnolo né francese. Così alcune delegazioni vengono nei campi dei rifugiati e se ne vanno senza sapere molto del Sahara Occidentale. E in prima vedevo andare e venire le delegazioni, perciò volevo parlare lingue straniere per poterci parlare.

Sei partito per l’Algeria a 12 anni

Sì, a 12 anni, perché le elementari durano sei anni.

Quindi si comincia a sei?

Quando finisci hai 12 anni.

Come è stato lasciare la tua famiglia?

Molto duro, molto difficile andarsene e lasciare la famiglia per 9 mesi, è molto difficile. Quando sono andato in Algeria a 12 anni ero in grande difficoltà perché era la prima volta che lasciavo la famiglia ed era molto, molto difficile. Perché in Algeria devi cucinare da solo, lavarti i vestiti e fare molte altre cose per te da solo. Quando sei in famiglia tua mamma e tuo papà ti comprano o ti fanno sempre qualcosa, ma quando ti portano in Algeria devi fare le cose da te.

Dove vivevi?

Vivevo in una città chiamata Sidi Bel Abbes. Sidi Bel Abbes, è in Algeria occidentale. Conosci Orano? E lì vicino, Sidi Bel Abbes è a un’ora da Orano

Dove vivevi? Stavi a casa da solo o con altri studenti?

Siamo tutti studenti, ma in gruppo, perché tutti i Saharawi che vanno a studiare in Algeria vengono in gruppi, per esempio in Sidi bel Abbes sono cento, cento saharawi, ad Orano sono 50, a Béchar, nel nord dell’Algeria ce ne sono un altro numero. Si viene in gruppi e si vive nei collegi.

Come in un college?

Si vive in comune, tutti gli studenti vivono uniti, non come all’università. E’ tipo un gruppo, in una stanza ci sono tre o quattro, hai il letto, hai il bagno e ci sono uno, no, due Saharawi grandi che vengono con gli studenti come, diciamo, responsabili. I due Saharawi responsabili grandi per esempio organizzano gli studenti per fargli fare sport. Un vecchio ricordo che ho è del primo anno a Sidi Bel Abbes. La squadra dei Saharawi giocava nel torneo della città e arrivò seconda la squadra dei Saharawi quando partecipò per la prima volta fu la seconda migliore squadra in tutta la regione di Sidi Bel Abbas.

Di che sport?

Calcio, perché ogni scuola aveva la sua squadra. I Saharawi fecero una squadra fatta da soli Saharawi e giocarono contro tutte le squadre algerine della regione di Sidi Bel Abbes, come a Milano quando giocano tutte le scuole di Milano. Si fa questo campionato. Del mio primo anno di scuola mi ricordo che la squadra dei Saharawi era arrivata seconda. E ogni anno, se la squadra di calcio dei Saharawi non gioca la semifinale gioca la finale, perché è molto forte. Siamo lì anche perché i responsabili dicono che noi siamo venuti lì sì per studiare, ma anche come ambasciatori dei Saharawi. Dobbiamo studiare bene perché abbiamo degli amici di là, abbiamo una causa e dobbiamo studiare molto molto molto molto bene e d’altra parte siamo ambasciatori quindi non dobbiamo fare niente di male. Ecco, questo.

Come era la vita da studente?

La mia vita da studente era molto buona, ero molto felice. Era molto buona perché alle elementari ero il primo della classe e in Algeria continuo ad esserlo. Sono bravo in tutte le materie, sono con i migliori. Sono con i migliori perché sono molto interessato allo studio e non ci sono molte difficoltà. E’ una vita particolare quella dello studente. Quando entro in classe mi scordo di tutto, siamo interessati da quello che succede in classe. Perché il sabato e la domenica gli altri studenti tornano alla loro famiglia, giocano e fanno cose, e noi rimaniamo a scuola per lavare e fare altre cose. Sì, va tutto bene e non ci sono stati problemi nella mia vita da studente..ero molto felice.

C’erano anche ragazze nello stesso collegio?

Sì.

Quindi studiavate nelle stesse classi

Sì, nelle stesse classi, tutti. C’era contatto con le ragazze.

Ti sembrava strano?

No, è normale. Qualche volta sono allo stesso tavolo con una ragazza per studiare ed è normale, non è niente.

I professori a Sidi bel Abbes erano algerini?

Sì, algerini. Alle elementari erano saharawi, poi algerini.

Per l’università hai scelto cosa ti piaceva …?

Per l’università si va a livelli, ci sono delle aree: c’è lettere per esempio o materie scientifiche. Poi ci sono i livelli, per esempio per andare a fare interprete e traduttore devi avere più di 12, 13, 14, 15, 16 e così via. Per lettere e traduzione ci vogliono livelli più alti.

Quindi i livelli erano dati dai voti? Se i voti erano sopra il 12 potevi…?

Sì, quando mi sono diplomato sono uscito con 13 su 20. Ho scelto traduzione perché avevo raggiunto il livello per farlo, ma se fossi uscito con 10 non avrei potuto farlo.

Chi decide i livelli?

I livelli sono uguali per tutti in Algeria, come per tutti gli studenti algerini. Abbiamo lo stesso sistema noi Saharawi e gli Algerini, non c’è differenza tra lo studente algerino e lo studente saharawi, è lo stesso. E ci sono alcuni studenti algerini che stanno negli stessi collegi dei Saharawi, nella scuola anche le camere degli algerini, anche se non nella stessa parte. Ci sono algerini che vivono nello stesso collegio, solo che il sabato e la domenica stanno con la loro famiglia, lunedì, martedì, mercoledì, giovedì restano nella scuola.

E nel tuo collegio?

Sì sì, nello stesso collegio ci sono algerini, non c’è differenza. Gli Algerini dicono sempre che non c’è differenza tra loro e noi, e così i Libici.

Capito, quindi vivevi con Algerini e Saharawi durante la settimana

Sì, mangiavamo anche insieme, nella stessa mensa con gli Algerini. Quando gli studenti se ne vanno a casa noi facciamo un gruppetto che gioca a calcio e giochiamo insieme

Va bene. L’università l’hai fatta nello stesso posto del collegio?

No ho cambiato, sai perché? Perché in Sidi bel Abbes, quando studiavo, non ci sono università, ma ci sono altre università in Algeria. Io avevo scelto di fare traduzione per esempio e traduzione non c’era. Quindi per forza bisogna trovare altre università, a Costantina, ad Annaba. Tu scegli cosa vuoi fare e poi c’è come una.. comunicazione tra il ministro dell’Educazione saharawi e il ministro dell’Educazione algerina.

E dove hai fatto l’università?

A Béchar, è una città del sud dell’Algeria.

Vivevi in un collegio con altri Saharawi o da solo?

No, non è la stessa cosa, come gli studenti algerini, solo che all’università hai molte più libertà. Hai molta più libertà di tornare nei campi dei rifugiati, di andare in altre città in Algeria, per fare molte cose. Quando sei molto piccolo non ti lasciano andare da solo perché è pericoloso, all’università hai i trasporti e tutto. Fino a quando sei nelle scuole inferiori … come si chiamano … le elementari, nel collegio tu torni l’estate. Vai in Algeria a studiare e torni solo per l’estate, ma all’università hai molto più tempo di andare e tornare.

Ma tu vivevi in uno studentato con altri studenti saharawi e algerini?

Sì, ma l’università non è come il collegio. E’ diverso perché qui ci sono due persone per camera, nel collegio qualche volta si arrivava a venti in una grande stanza in letti a castello. All’università in due, con la TV, con internet e altra gente.

Quindi quali sono le differenze? Nella vita studentesca intendo

Puoi viaggiare di più, andare, visitare altre città in Algeria, perché sei maggiorenne quindi puoi fare più cose. Quando sei in collegio no, le fai solo con i responsabili. All’università non ci sono responsabili, ecco la differenza, non ci sono responsabili.

Hai ancora contatti con i tuoi amici algerini?

Sì, ho ancora molti amici in Algeria, tengo i contatti con internet e con il telefono, perché gli Algerini ci hanno aiutato per molte cose. All’inizio, quando arrivammo in Algeria noi non parlavamo francese perché alle elementari si insegnava solo spagnolo, mentre il sistema educativo in Algeria ha il francese come seconda lingua e l’arabo come prima. E’ difficile arrivare in Algeria e non parlare né capire il francese. I miei amici, i miei amici algerini, mi hanno aiutato moltissimo a capire e qualche volta sono andato a trovarli in Algeria. La scuola in Algeria comincia in Settembre e noi arriviamo in ritardo. I nostri compagni algerini ci hanno aiutato per i corsi ed è stato molto importante per noi.

Capisco. E dopo l’università, ora che hai finito?

Dopo nei campi dei rifugiati non c’è lavoro. Ci sono pochi lavori ufficiali, sai, tipo nella televisione, nella radio o nei ministeri, oppure vai a fare il servizio militare, capito? E visto che io sono l’unico uomo della famiglia, perché ho altre tre sorelle e la vita nei campi dei rifugiati è cambiata per via della crisi, mancano le cose. Abbiamo bisogno di denaro per comprare qualcosa, come il resto delle famiglie, la televisione, i vestiti per mia sorella e così via così sono venuto qua per lavorare e aiutare la mia famiglia a resistere nei campi dei rifugiati. Per questo sono venuto qui a lavorare.

Quanto tempo sei stato nei campi dei rifugiati? Dopo l’università?

Solo sei mesi.

E l’esperienza della vita nei campi dei rifugiati? Prima?

La mia esperienza? E’ bella la vita nei campi dei rifugiato, sì sì, sei libero di andare dove vuoi, fare come vuoi, puoi giocare, puoi stare con la tua famiglia, posti differenti.. siamo liberi là. L’unica cosa è che non c’è lavoro, non ce n’è tanto. Sai, è normale, come gli altri rifugiati, è molto difficile, ma la vita in generale è molto tranquilla, è normale. Non ci sono cose strane, non c’è paura come negli altri campi dei rifugiati in altre parti del mondo, come in Sudan, come in Darfur, come in Somalia o da altre parti. La vita, secondo me, la migliore vita di rifugiati la fanno i rifugiati saharawi, siamo molto organizzati, non come il resto del mondo. Lì il rifugiato attacca l’altro e lo uccide per i soldi, tra i rifugiati saharawi no. E’ tutto organizzato, c’è gente che viene da altri paesi, tutto è organizzato e ognuno ha i suoi compiti e in ogni daira c’è un consiglio. La vita è molto facile, non c’è paura. Puoi dormire fuori casa tua di notte e lasciare casa tua aperta e nessuno tocca niente. La vita è molto normale, sì.

In tempo di crisi, nella situazione di rifugiati, come si mangia? Il Fronte Polisario o le Nazioni Unite distribuiscono dei pasti preparati? O viene da fuori?

No, devi sapere che noi stiamo vivendo grazie all’Unione Europea e i contributi dei popoli europei che ci mandano nei campi. Poi il Fronte Polisario divide quanto raccolto secondo un programma amministrativo organizzato in un certo modo. Per esempio, ma è solo un esempio, arrivano 30 chili di zucchero e il Polisario deve decidere delle scorte, perché altrimenti il mese in cui arrivano solo 10 chili cosa facciamo? Bisogna pensare anche al futuro e dividere tutti i rifornimenti. E’ tutto organizzato per evitare una crisi alimentare o qualcosa del genere. Per questo io dico che la vita dei rifugiati saharawi è molto migliore della vita in altri paesi, perché è tutto molto organizzato. L’unica cosa è che non c’è lavoro, manca il lavoro per i giovani saharawi.

In che forma?

Se una famiglia ha cinque membri, tu hai diritto a 5 chili di zucchero, 5 chili di farina e 5 chili di un’altra cosa.

Quindi non è preparato

No, no, per esempio ti danno la farina poi ogni famiglia si cucina a casa. Danno rifornimenti e gas, poi ogni famiglia prepara il suo.

Qual è il pasto tipico?

Abbiamo lenticchie, le conosci? Lenticchie, poi mangiamo riso, riso con carne. Lenticchie, riso, piselli … e anche spaghetti. Sì la pasta, la pasta. E anche questi, dei legumi secchi. Secchi sai perché? Perché si conservino per molto tempo, per conservarli. Il sistema dei rifugiati è questo, bisogna conservarlo per molto tempo. Il formaggio invece dura una o due settimane.

Qual è il tuo poeta preferito?

Poeta? Arabo o straniero? Beh William Shakespeare, perché William Shakespeare ha vita nel teatro e mi piace tantissimo anche la sua poesia. Io non conoscevo benissimo l’inglese e ho imparato moltissimo da William Shakespeare. Ci sono molti poeti che mi piacciono, ma lui è il mio preferito. In lingua araba è Mahmoud Derwish, palestinese, sai perché? E’ un poeta palestinese, molto colto che scrive per la libertà. Poi mi piace molto Abu’l Kassim Chabi, che è tunisino. E’ un tunisino che ha scritto una poesia che si intitola “vuoi vivere”, “mi piacerebbe molto vivere” e mi è stato di grande insegnamento. Mi piace molto perché il popolo saharawi vuole vivere, vuole vivere e qui c’è tutta la speranza che c’è in relazione con la libertà e la giustizia, mi piacerebbe molto.

Mi hai detto che nei campi dei rifugiati ci sono moltissime difficoltà. C’erano mai momenti di felicità?

Non ci sono momenti felici nel Sahara Occidentale in questo momento. Non abbiamo momenti di vera felicità perché potrò essere felice solo quando il Sahara Occidentale sarà indipendente. In questo momento sono contento, ma in altri momenti non sono felice, ci sono cose normali. Ogni tanto ci sono dei momenti, me ne ricordo uno quando alcuni capi di Stato africani vennero, non mi ricordo esattamente quali, c’era il presidente del Ghana di cui non ricordo il nome, che era arrivato nei campi dei rifugiati e aveva detto che il popolo del Sahara Occidentale non era solo e tutti i popoli e i paesi dell’Africa erano con il popolo del Sahara Occidentale. Quando avevo sentito questo discorso ero molto felice. Ma il momento più felice per me è l’indipendenza, il momento dell’indipendenza del Sahara Occidentale, inshallah.

Il futuro della gioventù saharawi?

Alla fine io vedo come la gioventù saharawi vede la causa del Sahara Occidentale. E’ una causa che si passa di generazioni, la gioventù del Sahara Occidentale continuerà la battaglia fino alla fine, fino all’indipendenza del Sahara Occidentale, questo è l’obiettivo finale.

Come è possibile questa lotta? E’ l’esercito l’unica via?

Ci sono altre soluzioni, per esempio qui in Europa cercare di parlare del Sahara Occidentale, ma alla fine, se non ci sono altre soluzione torneremo alle armi. Io non ho mai usato un’arma, ma se il Marocco non se ne va dalla nostra terra e si rompono le negoziazioni e non si vede alcuna soluzione per l’indipendenza del popolo del Sahara Occidentale, riprenderemo le armi. Quando ce ne sono molti come Ali [Salek], molti moltissimi martiri saharawi sono pronti a continuare la lotta.

Per esempio ho sentito che in Marocco c’erano molti giovani che cercavano di dare sostegno al re attraverso mezzi di lotta non “violenti”

Sì, so che ci sono molti modi di lottare, pacifici come le manifestazioni, le canzoni, le lettere, ma quando il Marocco non ascolta una parola? Perché là nei Territori Occupati stanno uccidendo la gente, ci sono manifestazioni, ma il Marocco non sente parole di pace. I saharawi sono così da 40 anni e non rimarranno fermi a guardare quelli colpire le donne e i bambini. E facciamo pressioni e i diritti umani e il resto, ma la situazione non migliora là nei Territori Occupati. Secondo me il Marocco non vuole sentire queste parole pacifiche e noi continuiamo a lottare pacificamente ogni anno, ma la lotta pacifica è solo una delle maniere per arrivare all’indipendenza. E quando la lotta pacifica non porta all’indipendenza del popolo saharawi o il Marocco non dà il diritto ai Saharawi di decidere, per me l’unica soluzione è riprendere la lotta armata.

Quello che dici è molto forte, considerando che sei un uomo di dialogo

Sì, ma quando tutti, tutti, tutti, tutta la gente ha il diritto di difendersi, è durissimo quando molte generazioni vivono senza il proprio paese. E’ durissimo vivere senza il proprio paese. Io non voglio che i miei figli vivano nei campi dei rifugiati, senza un’educazione, senza le cose che hanno tutti i bambini del mondo. Ma è difficile, è molto difficile. In 40 anni le generazioni sono passate e le nuove generazioni si sono trovate davanti alla stessa situazione. Tutto il mondo deve intervenire per aiutare il popolo del Sahara Occidentale a raggiungere l’indipendenza perché 40 anni sono molti.

Intervista ad Hamdi Abderrahmad a Les Mureaux, Yvelines, Ile-de-France del 09-12-12

Se dovesse presentarsi brevemente, che cosa direbbe?

Mi chiamo Hamdi Abderrahmad, sono un Saharawi di nazionalità spagnola, sono nato a El-Ayun nel 1968. Lasciai El-Ayun, capitale del Sahara Occidentale con la mia famiglia e altre migliaia di Saharawi verso il sud.

Potrebbe dirmi a quale tribù o a quale frazione la sua famiglia apparteneva?

Generalmente la struttura sociale del popolo saharawi si compose di tribù, in ogni tribù ci possono essere delle frazioni e una frazione può avere anche delle sub-frazioni. Generalmente le tribù che composero la struttura sociale del popolo saharawi sono i Rguibat, i Tekna, gli Ould Delim, poi in generale le tribù con questi nomi sono composte di frazioni. Capito? Io ho detto le tribù principali, però ci sono altre tribù che non conosco, ma generalmente queste sono le tribù che composero ciò che è il popolo saharawi.

Saprebbe dire a quale lei apparteneva?

Sono dei Rguibat.

Lei ha effettuato il servizio militare?

Sì.

A che età è entrato nel Fronte Polisario?

A 21 anni.

Dove ha fatto l’addestramento? All’estero?

No, al Fronte Polisario. Io, come sai, come tutti i Saharawi, sono stato in una guerra per la liberazione del nostro territorio. Di tutto il popolo saharawi, il 20% sono militari, gli uomini come le donne, come chi studia fin da quando ha 11 anni a Cuba. Alla fine abbiamo una situazione particolare nel nostro paese e una percentuale di giovani saharawi preferisce fare il servizio militare per imparare le basi della guerra. Così possiamo dire che se il popolo saharawi e il Fronte Polisario vedono la guerra, siamo preparati e che i giovani sono ben preparati per essere guerrilleros.

La strategia è cambiata dopo la costruzione del Muro?

Io non sono un guerrillero, ma da quello che mi dicono i miei fratelli maggiori e miei amici, la strategia del Fronte, dei combattenti prima del muro era una guerra di squadriglie, una guerra aperta, che erano i combattenti del Polisario in gruppi ad attaccare i marocchini. Dopo la costruzione del Muro è chiaro che la strategia, la filosofia di guerra cambia: invece di attaccare in diversi gruppi in vari territori si concentrano su un punto.Le operazioni militari che fanno i guerrilleros del Fronte Polisario hanno una differenza che separa le due epoche di guerra. Prima del Muro i guerrilleros del Polisario, i combattenti del popolo saharawi liberano poco a poco dei territori; dopo il Muro invece, se fanno un attacco, se catturano dei carri armati, dei prigionieri marocchini, non restano nelle zone colpite sennò vengono subito attaccati: attaccano, passano, uccidono quelli che devono uccidere, prendono quello che devono prendere e se ne vanno.
Prima del Muro i Saharawi liberavano il territorio poco a poco, dopo il muro attaccavano e fuggivano.

Come era la vita del militare?

Ti dico, la vita del soldato saharawi non è la vita del militare classico, del soldato dell’esercito tipo. Siamo guerriglieri volontari e nel Polisario siamo compagni. Quelli che ci sono non comandano in maniera … come negli eserciti classici. Per esempio nessuno passa a riscuotere, nessuno paga i combattenti. I guerriglieri del Fronte Polisario combattono volontariamente, per loro volontà.

Se dovesse scegliere un momento da raccontare, un momento che vale la pena di essere raccontato, cosa racconterebbe?

Il migliore e il peggior momento della mia vita. Per me, nella mia opinione, non è arrivato il momento, il miglior momento della mia vita perché non abbiamo ancora l’indipendenza, perché non abbiamo fino ad oggi uno Stato indipendente per i Saharawi. Per questo mi manca un momento indimenticabile, per questo mi manca il miglior momento della mia vita.Il momento più triste, il più amaro della mia vita è il momento in cui i soldati marocchini uccisero mia madre davanti ai miei occhi, ad Amgala. E’ il momento più amaro, io avevo solo 6 anni, quando sono scappato da El-Ayun per il sud dell’Algeria. Un battaglione di soldati marocchini, loro stavano uccidendo tutti, e uccisero mia madre di fronte ai miei occhi.

Lei ha anche vissuto nei campi?

Sì.

Come era la vita nei campi?

Molto difficile. E’ molto dura, ma la cosa migliore è che abbiamo scelto, e ci siamo raggruppati volontariamente. Abbiamo preferito così. Ci incoraggiamo tutti, ma viviamo con dignità. E’ molto dura, non c’è nessun modo di vivere, soffriamo molto, rimaniamo isolati dalla nostra famiglia che sta nel Territorio Occupato, però siamo dignitosi, viviamo in questo modo, con grande sofferenza, ma viviamo con dignità, in libertà.

Che ruolo aveva nei campi?

Sono ingegnere, ingegnere civile. Ho lavorato in alcuni progetti di costruzioni nei campi dei rifugiati saharawi finanziati da alcune ONG europee: scuole, ospedali, aule.

I vostri studi universitari sono stati coerenti con quello che ha fatto?

Sì, ho fatto i miei studi ad Algeri.

E’ sposato?

Sì, mia moglie è là e i miei figli sono là.

Intervista a Slama Amarna a Les Mureaux, Yvelines, Ile-de France del 09-12-12

Vorrei chiederle una piccola presentazione, ovvero, se lei si dovesse presentare, se le si domandasse “chi è lei?” cosa risponderebbe?

Chi siamo noi? Singolarmente? Vuole sapere chi siamo singolarmente? Che ci presentiamo per nome e cognome?

Come preferisce lei, non c’è una risposta giusta e una sbagliata

In linea, diciamo, generale, diciamo che siamo tutti Saharawi. Ci sono alcuni per esempio che sono ex militari del Polisario e altri che hanno lavorato nei campi civili. Se vuoi che ci presentiamo per nome e cognome, io mi chiamo Slama, sono del Sahara Occidentale, del Fronte Polisario, sono un ex combattente nella seconda regione di fanteria motorizzata. Ho partecipato alla guerra contro il Marocco fino al 1991, poi sono rimasto là fino al 2001 e sono andato in Spagna. Non so se vuole sapere altro.

Quando è nato?

Nel 1969.

Quando ha iniziato il servizio militare?

A che età? Credo a 17-18 anni.

Era un volontario?

Sì, ma per noi è un dovere, per la liberazione del nostro paese. Per noi è un dovere stare là per la liberazione del nostro paese. Questo è ciò che sente ogni Saharawi.

Quindi è rimasto fino al cessate il fuoco

E lei ha fatto un addestramento? Me ne potrebbe parlare?

Io per esempio studiavo a Cuba. Colsi l’opportunità di intraprendere la carriera militare, mi diplomai come tenente in una specialità militare, poi arrivai nel Sahara e fui assegnato alla regione militare più grande che abbiamo e stetti lì per degli anni durante la guerra contro il Marocco.
Alcuni hanno avuto l’opportunità di studiare e fare tutto questo, mentre altri non hanno avuto questa fortuna e hanno partecipato direttamente. Loro hanno fatto addestramenti in altri luoghi, per esempio in Algeria, in Libia o in altri posti che noi Saharawi abbiamo.

Lei è stato a Cuba poi è tornato nel Sahara. Quale è stato l’impatto del ritorno?

Non c’è un impatto, chiamiamolo … duro perché essere Saharawi significa avere un altro carattere. Noi Saharawi siamo abituati a stare lontani dalla famiglia, a sopportare molte cose, a maggior ragione perché siamo gente che per natura è libera e abituata al deserto, ai cammelli e ad altre cose. E che in una parola è libera. L’impatto per noi è stare chiusi in un luogo, questo per un Saharawi determina un impatto, ma il ritorno non implica nessun impatto.

Lei ha avuto un ruolo molto importante nell’esercito. Da un punto di vista militare, cosa ha rappresentato il Muro?

I Saharawi all’inizio della guerra avevano una tattica, una strategia. L’esercito marocchino supera l’esercito saharawi in quantità di effettivi, armamenti e di molte cose, ma non in volontà, non lo supera, ok? Creare il Muro, rappresenta una cosa, che non sono capaci di resistere alle offensive che fa l’esercito saharawi nel territorio marocchino. Questa fu una strategia in primo luogo israeliana, che furono i loro consiglieri militari, sono loro che arrivarono e diedero le consulenze militari necessarie a costruire il Muro. Questo per proteggere … l’obiettivo per loro è lo sfruttamento del fosfato, delle ricchezze marittime del Sahara, che è considerato uno dei banchi di pesca più grandi del mondo. Hanno costruito i Muri, però i Muri sono poca cosa per noi, perché non sono un ostacolo, perché le azioni militari, fino a che furono fatte, si facevano al di là del muro. Si apre una breccia, si apre per tutti, passa la gente, si fa l’offensiva, uccidono chi deve essere ucciso, catturano quelli che devono essere catturati e si ritirano. Hanno distrutto molto durante la costruzione del muro e durante il mantenimento perché loro, per la lunghezza del muro, per tutto il Sahara Occidentale, hanno qualcosa come 157.000 effettivi. Noi, che non superiamo i 10.000 effettivi, non abbiamo nessun problema: oggi attacchiamo da una parte, domani da un’altra e così andiamo.

La strategia non è cambiata dalla costruzione del Muro?

Sì, la strategia è implicito che cambi, non è lo stesso attaccare una forza in un luogo senza ostacoli che attaccarne una dove ci sono ostacoli. Questo cosa ti implica? Ti implica una maggiore anticipazione, più esplorazione e diciamo ti prende un po’ più di tempo, non è lo stesso attaccare senza ostacoli che incontrare degli ostacoli, ma cosa devi sapere o cosa devi fare. Devi sapere la tattica che userai per attaccare. Io credo che implichi solo una diminuzione del tempo, niente più e niente meno. Le offensive che si facevano prima continuarono fino a che terminò la guerra.

Questa strategia saharawi era un’eredita della strategia tribale?

No, la strategia, come ti dicevo prima, quando si comincia a parlare della quantità di effettivi dei Saharawi, la strategia impiegata è una guerra di guerriglia. Tu stai combattendo contro un esercito che ha più di 200.000 effettivi e noi non oltrepassiamo i 10.000. Che tipo di strategia impieghi? Una guerra di guerriglia. Il Muro è così, è pieno di basi e sottobasi e ovviamente di intervalli tra le basi (mi mostra con la mano una linea con due torri), compagnie, truppe di intervento e altro. Per esempio oggi noi colpiamo questo luogo (mi indica lo spazio tra due torri), attacchiamo, uccidiamo chi dobbiamo uccidere, catturiamo chi dobbiamo catturare e ci ritiriamo. Un altro giorno un altro luogo e può essere che l’intervallo sia di 200 o 300 chilometri, dipende. Però per noi non è un problema, mentre per loro che sono sulla difensiva è un gran problema mantenere tutto questo perché implica un grosso danno economico.

Quando si combatte insieme si crea una coesione. C’era della “propaganda” dalla parte del Polisario? Qualcuno insegnava i valori del popolo saharawi? Ho letto che il popolo saharawi ha avuto un passato tribale, quindi come è stato possibile passare a combattere insieme? Ci sono stati dei ribelli in Ciad per esempio che non riuscivano a combattere insieme, ma divisi per tribù. Questo passaggio da tribù a popolo è stato immediato nell’esercito? C’erano delle difficoltà a combattere insieme?

Nel caso dei Saharawi per esempio noi siamo tutti uniti, tutti insieme contro l’invasore, il Marocco. Sì, si suppone che ogni società, non solamente quella saharawi, ogni società araba è composta da tribù, frazioni, subfrazioni fino ad arrivare alla famiglia. L’unità nazionale non vuol dire unità di tribù, vuol dire unione di idee e unione di tutti. La tribù la mettiamo da parte. Tutti noi non abbiamo lottato per tribù, tutti lottiamo insieme, questa è l’idea dei Saharawi. La questione delle tribù è una cosa creata nei secoli, sono passati tantissimi anni. Ma nel Fronte Polisario e nel Sahara dopo la Marcia Verde e l’invasione del Marocco, i Saharawi sono scappati in Algeria, nei campi dei rifugiati, si sono installati là, la gente si è unita per mettere in piedi i campi e hanno costruito le scuole, le donne hanno costruito dei comitati per lavorare, tutti lavorano e abbiamo messo da parte le tribù da tutto questo. Tutti siamo uniti per lottare per raggiungere il nostro obiet-ivo finale che è l’indipendenza nazionale. Non c’è altro.

C’è una cosa che mi ha colpito. Se potesse scegliere un momento emblematico da raccontare durante gli anni di guerra, che momento sceglierebbe?

Un momento emblematico? Beh ce ne sono tanti… uno non so, beh noi abbiamo avuto molti, moltissimi momenti durante la guerra, a maggior ragione perché il Saharawi che non è in guerra non si considera Saharawi. Capito? Tutti quanti partono volontariamente, secondo la propria volontà. Nel Sahara c’è questo, che nessuno può obbligarti a fare niente. E’ qualcosa che non trovi nel resto del mondo, prendi il tuo bicchiere (mi porge il bicchiere), cioè che nessuno ti può obbligare. D’altronde nel nostro esercito per esempio, tutti si rispettano tra loro. Tutti noi ci caratterizziamo per alcune cose che non si trovano in tutto il resto del mondo, noi rispettiamo gli anziani. Per noi i nostri padri, le nostre madri, sono qualcosa di sacro, bisogna rispettarlo al massimo. Là sono passati molti momenti… c’è un momento in cui per esempio perdi un amico, va bene? Un vecchio amico, che è stato con te tutto il tempo… Queste cose sono indimenticabili. Sono molte, e ognuno ha la sua.

Ha vissuto nei campi dei rifugiati?

Sì. Io ho combattuto nella seconda regione militare, sono ingegnere militare nella seconda regione militare del Fronte Polisario, sono stato lì in guerra e poi sono stato nei campi dei rifugiati. Ho vissuto lì. Nel mio caso per esempio, io sono arrivato negli anni ’70 che ero piccolo, ho studiato nelle nostre scuole che abbiamo lì, poi come ti dicevo ho avuto la fortuna di andare a Cuba a dodici anni. Lì ho studiato al collegio poi sono passato all’accademia militare dove mi diplomai come tenente e al mio ritorno fui assegnato alla seconda regione militare in guerra. Ho avuto la famiglia nei campi dei rifugiato, passavo sei mesi nella regione militare o tre mesi, poi avevo un permesso di quindici giorni, così andava.

Come era la vita quotidiana del militare?

La vita durante la guerra è un tipo di vita, diciamo, che la vita di ciascuno dipende dalla sua specialità, per esempio un esploratore non vive come un carrista o un artigliere, capisci? Oggi per esempio siamo qui, domani siamo in un altro luogo, è una vita mobile. Oggi fai un’azione militare qui, domani la fai in un altro luogo e così via.

Questo movimento ha aiutato a mescolarsi, a conoscersi tra tutti i Saharawi?

Quasi tutti ci conosciamo tra noi e questo perché? Perché non siamo tanti. Quasi tutti ci conosciamo, questo movimento ti aiuta a conoscere più gente e inoltre è una strategia di movimento.

Alle elementari o al collegio, quali erano le materie che lei si ricorda?

Beh quello che si impara alle elementari, era uguale a quello che si impara in tutti i posti

Perché in Italia io studio la geografia italiana o europea

Sì diciamo che in prima c’erano le classi di lettura, di geografia, di storia, matematica e educazione fisica, se ben mi ricordo.

Studiavate la geografia dell’Africa, del Nord Africa?

Geografia di tutto.

Come ha vissuto il fatto di partire per Cuba?

Di solito noi studiavamo in scuole che avevamo laggiù. Cuba ci stava aiutando per la medicina, per l’insegnamento e per molte altre cose e hanno aperto due scuole che ospi-ìtavano diciamo 600 persone ognuna e studiavamo quello che ci dicevano, quello di cui c’era bisogno. Quindi nel 1982 si cercava gente che parlasse castigliano. Noi eravamo circa 600 che abbiamo iniziato il sesto o settimo anno delle elementari o inizio del collegio. Beh siamo stati tutti a scuola, se qualcuno ha per esempio dei problemi familiari o qualcosa del genere o un altro problema è libero di lasciare. Nessuno ti può obbligare a fare niente. Questo è quello che ci differenzia dal resto dei popoli. Per noi tutti sono uguali, il rapporto deve essere basato sul rispetto, il rispetto reciproco, soprattutto verso i più anziani e le donne. E niente, vai, è un’opportunità, che puoi studiare là, eravamo un gruppo di bambini di dodici, tredici o quattordici anni che hanno avuto questa opportunità che altri non hanno avuto. Abbiamo studiato e siamo tornati ciascuno con la sua specialità, quindi qualcuno si è laureato all’accademia militare, qualcuno è diventato medico o professore.

C’era tra i Cubani un legame speciale? Ha poi rincontrato nell’esercito alcuni di Cuba?

Per prima cosa tutti i Saharawi che sono andati a Cuba studiavano nelle stesse scuole, vivendo nella stessa scuola. Sono scuole-collegi diciamo, dove studi, vivi e mangi. Finisci il collegio e poi vai oltre, per esempio ai precorsi per l’università e lì incontri Cubani o persone di altre nazionalità. In quel momento Cuba appoggiava quasi tutti i movimenti per la libertà che c’erano, per l’Angola, per il Mozambico e per la nostra causa, che è una causa giusta per la liberazione del nostro paese. Ci aiutavano in molte cose, ma soprattutto per l’insegnamento ai bambini.

Questo lo faceva Cuba, l’Algeria, la Libia e in minore quantità la Spagna, la Francia, l’Italia. Io per esempio ti posso dire una cosa che chissà.. nel 1981 sono stato in Italia in un piano di vacanze quando ero piccolo, quando ero un bambino, mi ricordo di questa parola, sono stato in un comune di Milano, in Andorras. Nel 1981 ho passato tre mesi là, mi ricordo il comune di Milano, Andorras, si chiamava così ed era nel piano di vacanze. Ed era il primo paese europeo che vedevo. Poi dopo l’Italia partii a Cuba e ancora mi ricordo il nome di alcune donne, Barbara, Antonella, che stavano là, mi ricordo di cose così. Gente che ti aiutava, associazione che appoggiavano o inviavano materiale scolastico, medico, ONG, Organizzazioni non Governative che portavano i bambini in vacanza.

Anche se lei era piccolo è partito. Mi ha detto di aver avuto fortuna, mi ha detto che il Saharawi è libero, ma lasciare il proprio paese non è traumatico?

Quello che voglio dire è che i Saharawi sono liberi per natura, per natura. Che il nostro paese non sia libero non è un trauma per noi? E’ questa la tua domanda? Beh, i Saharawi hanno lottato duramente tutti questi trenta e passa anni per raggiungere l’indipendenza. Bene. Questo perché i Saharawi non sono gente che bacia la mano dei re. Sono liberi per natura, te lo dico dall’inizio. Siamo abituati al deserto, ti svegli al mattino per fare i chilometri e badare ai cammelli. Liberi per natura. Chiaro che per noi, che ci invade il Marocco, beh vuol dire che nessun Saharawi, al neonato, quando uno ha tre o quattro anni, quando comincia a parlare gli si racconta questo, che sta aspettando il giorno che prenderà il suo fucile per andare a combattere contro l’invasore. Il fatto è che tutti abbiamo questo sentimento dentro, che non siamo come il resto dei paesi arabi, che siano repubbliche o monarchie, è la stessa cosa. E’ la stessa cosa. Noi, per lo meno, non ci azzardiamo a dire niente a una donna, perché è una donna e deve essere rispettata. Nessuno la può battere. Nessuno può dire niente ad uno più anziano. Che tu sia capo o non so chi, è uguale, ti devi comportare nello stesso modo. Non ci sono privilegiati. Tutti siamo uguali. Questo è il sentimento dei Saharawi, che ci rende diversi dal resto, capito? Non siamo mai stati schiavi di nessuno, non vogliamo esserlo né lo saremo e tra le due cose, si preferisce la morte piuttosto che essere schiavo di Mohammed VI. Preferisco essere libero e morto che vivo e chino.

Quando era sposato, abitava presso sua suocera o sua madre?

Se ho capito, se stavamo vivendo con padre e madre o con la moglie. Di solito le relazioni familiari dei Saharawi sono relazioni forti. Noi la chiamiamo la famiglia piccola, in cui sta uno con sua moglie e i figli. Beh devi badare ai tuoi, devi vivere con la tua famiglia, moglie e figli. Però questo non vuol dire che ti leva dalla responsabilità verso i tuoi, no, sei sempre responsabile della condizione dei tuoi genitori. Devi andare a fargli visita frequentemente, a vedere se gli manca qualcosa, devi stargli sempre dietro e se qualcuno si fa male devi accompagnarlo. Devi rispettarlo, è quello che ti dicevo all’inizio, che per noi i nostri padri sono qualcosa di sacro. Non è come qui che si buttano fuori di casa, bisogna prendersene cura fino alla fine ed è una responsabilità che sta prima di tutto il resto.

Luca Maiotti

Tutte le interviste sono esclusive di Luca Maiotti

Il post precedente è al link Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/14 – L’educazione saharawi: il ruolo di Cuba, Libia e Siria

La tesi è stata pubblicata nella categoria di Paola Casoli il Blog “Nuove Leve – Luca Maiotti”

Foto: Gilberto Mastromatteo (Gdeim Izik, Laayoune, Sahara Occidentale, 2010, vedute del “campo della dignità”, l’accampameento eretto dai saharawi il 10 ottobre 2010 e smantellato dalle forze speciali dell’esercito marocchino il 9 novembre seguente)/huffingtonpost.it

Bibliografia e sitografia indicate dall’autore:

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Norwegian Government Pension Fund, http://www.regjeringen.no

Reporters Sans Frontières, www.rsf.org

Western Sahara Resource Watch, http://www.wsrw.org

Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/9 – Detribalizzazione

fronte_polisarioBy Luca Maiotti

Capitolo 2 della tesi Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi – La detribalizzazione e la nascita del popolo: un esperimento sociale

La necessità del popolo

La creazione del Fronte Polisario nel 1973 rispose alla precisa esigenza di dare una forma stabile e coerente al sentimento di rivalsa e agli obiettivi di resistenza contro il colonialismo spagnolo in primo luogo e a quello marocchino successivamente. Il primo successo – forse il più importante – che raggiunse il Polisario fu la mobilitazione della popolazione saharawi per la causa dell’autodeterminazione, proponendo un modello di sviluppo sociale alieno al mondo dei valori tradizionali. Il fenomeno della sedentarizzazione – manifestatosi dopo due intense ondate di siccità e in seguito alla creazione di posti di lavoro nelle miniere di fosfati – aveva già iniziato a cambiare il modo di vita di una parte importante della popolazione saharawi.
Il nomadismo, tratto essenziale della maggioranza delle tribù del Sahara Occidentale, non era stato però eliminato: lavori stagionali permettevano di alternare impieghi stanziali e attività non sedentarie, così come nelle generazioni più antiche ancora mancava l’interiorizzazione di una concezione di entità statuale, nonché di nazionalismo. La presenza del colonizzatore spagnolo non era stata così pervasiva, fino alla scoperta dei fosfati, da piegare una società tribale agli standard europei proposti dagli spagnoli.
Il Fronte Polisario si occupò, attraverso un’opera di propaganda, di una vera “conversione delle coscienze” saharawi, riuscendo a porre le basi di un esperimento sociale che si trasformerà compiutamente in un successo solo negli anni di guerra. Formato dalla convergenza di giovani Saharawi istruiti – il gruppo di Rabat – e da quella parte della popolazione affascinata dai modelli di lotta e di società ispirati ai partiti di sinistra medio orientali, il Fronte si caratterizzò fin da subito per le sue idee di stampo rivoluzionario e terzomondista.
Il primo bersaglio fu quindi – quasi naturalmente – il passato tribale. Questo essenzialmente per due ragioni. La prima era di carattere storico: le divisioni tribali non avevano permesso di costituire un fronte unico di resistenza contro l’invasore coloniale. Nello stesso momento cioè si accostò il periodo di dominazione coloniale al tribalismo – causa di debolezza strutturale in campo politico e militare, in anni in cui molti paesi africani avevano raggiunto l’indipendenza solo attraverso la lotta armata. Esempi come quello dei Ciadiani del Frolinat, o più tardi dei Tuareg, costituivano un monito per i dirigenti del Polisario, perché rappresentavano esempi di movimenti in cui le segmentazioni tribali avevano avuto la meglio sull’unità proclamata contro il nemico comune.
La seconda ragione era di carattere giuridico a livello internazionale. Infatti già nel primo paragrafo della Carta ONU si trova tra le finalità dell’organizzazione quella di “sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto del principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’autodeterminazione dei popoli, e prendere altre misure atte a rafforzare la pace universale”.
E ancora, nel successivo Patto Internazionale relativo ai diritti civili e politici viene dichiarato dal primo articolo che “tutti i popoli hanno il diritto di autodeterminazione. In virtù di questo diritto, essi decidono liberamente del loro statuto politico e perseguono liberamente il loro sviluppo economico, sociale e culturale”. In entrambi i testi, noti e accessibili a tutti, a maggior ragione a una parte dei dirigenti del Polisario (il gruppo di Rabat) che aveva studiato Diritto e Scienze Politiche, la parola di riferimento – perché attore dotato del diritto ad autodeterminarsi – è il popolo, non la tribù.
Si potrebbe aggiungere un’ulteriore ragione, di carattere sociale. Quella del Polisario era una strategia che rispondeva da una parte alle esigenze politico-militari della fase storica contingente, ma dall’altra inseguiva una logica di lungo periodo: all’inizio degli anni ‘70 la popolazione saharawi si trovava in una fase non matura per quanto riguarda una “coscienza nazionale”, ma allo stesso tempo non poteva esser più considerata – né si considerava essa stessa – solo un insieme di tribù dalle caratteristiche omogenee.
Ciò che il Polisario fece, fu dare una prospettiva a quello che potremmo definire un sentimento nazionale “senza forma”. Con questa espressione intendiamo che, se da un lato alcuni elementi imprescindibili erano presenti, come testimoniato da vari movimenti (la resistenza di Ma El-Ainin e lo Harakat Tahrir in primis), dall’omogeneità dei costumi, dalla lingua e da un passato comune, dall’altro questa coscienza mancava di consapevolezza, configurandosi come una serie di tensioni essenzialmente monodirezionali che non avevano però un canale di sbocco.
In altre parole la popolazione saharawi si trovava ad affrontare i problemi che dovettero – e devono – affrontare molti Stati africani: il colonialismo aveva inciso profondamente sulla società e in particolare sulle istituzioni; la società, plurale e composita, si trovava a dover scegliere tra un modello di sviluppo alieno al proprio mondo di valori “tradizionali” e nello stesso tempo all’impossibilità di ricreare le condizioni precoloniali. Il Polisario, formato da uomini e donne cresciuti integralmente sotto la colonizzazione spagnola, ma consapevoli dell’organizzazione tradizionale – forse proprio perché si trovavano a vivere questa contraddizione – riuscì a far aderire la popolazione ad uno schema di società “estraneo”, quello della nazione. Attraverso la propaganda da una parte, ma soprattutto attraverso eventi esterni come la guerra e i campi dei rifugiati dall’altra, quello che si presentò come un esperimento sociale unico nel mondo arabo, riuscì a compiersi integralmente, dando vita prima ad un nazionalismo vero e proprio, poi ad uno Stato nazionale.

La detribalizzazione

Così, il problema fu trasformare i legami di solidarietà organica tribale (la ʻaṣabīya di Ibn Khaldun) in nuovi sentimenti nazionali senza che perdessero di vigore, nell’operazione di negazione della tribù. E si scelse il modo più sbrigativo, anche se probabilmente non il migliore: il silenzio.
Per esempio alla domanda “Può parlarmi della sua famiglia? Della sua frazione? Della sua tribù?“ a Bucharaya Salek, che nel 1975 era appena adolescente, la risposta è stata:

“Sì posso farlo, ma non è mia abitudine parlarne. Io sono di una generazione che venne giovane al Fronte Polisario, e che venne su tutta uguale, senza sapere. Quello con cui hai parlato adesso, l’ultimo, è stato con me dal ‘75 all’80 e nessuno dei due sapeva di quale tribù l’altro fosse originario”

Si cercò di cancellare letteralmente dalle memorie il passato tribale, non parlandone più e sostituendo i miti che ne stavano alla base. Il motto, riprodotto sui muri e ripetuto nelle riunioni, fu “il tribalismo è un crimine contro la nazione” e la parola qabīla (tribù) fu cancellata dal vocabolario. In questo senso la generazione di coloro che ho intervistato crebbe “senza sapere”, quindi “tutta uguale”. Partendo da questo egualitarismo programmato, poi imposto dalle condizioni esterne (durante la guerra e nei campi), si realizzò quasi compiutamente l’utopia di creare non un homo novus, ma una classis nova, una intera generazione slegata dal passato tribale, che poi avrebbe dato vita ad una società in cui il singolo non potesse più sapere a quale tribù appartenesse il suo vicino. O, in alternativa, che conoscesse le tribù meramente come attore storico.
Alla stessa domanda “Può parlarmi della sua famiglia? Della sua frazione? Della sua tribù?” mi aveva infatti risposto Hamdi Abderrahmad:

“Generalmente la struttura sociale del popolo saharawi si compose di tribù, in ogni tribù ci possono essere delle frazioni e una frazione può avere anche delle sub-frazioni. Generalmente le tribù che composero la struttura sociale del popolo saharawi sono i Rguibat, i Tekna, gli Ould Delim, poi in generale le tribù con questi nomi sono composte di frazioni. Capito? Io ho detto le tribù principali, però ci sono altre tribù che non conosco, ma generalmente queste sono le tribù che composero ciò che è il popolo saharawi”

In maniera estremamente generale, e molto poco approfondita, mi è stato presentato il mondo tribale come qualcosa di definitivamente chiuso, passato. Se ciò può apparire scontato agli occhi di una società occidentale, esso rappresenta decisamente uno strappo non di poco conto in molti Stati dove ancora oggi la tribù esprime l’unico ambiente in cui l’uomo trova il suo sviluppo (primo tra tutti la vicina Mauritania). Ali Salek, alla stessa domanda, ha risposto:

“La tribù qui non è importante se le interessa la causa dei Saharawi, perché la tribù è una forma molto antica, non vale per niente, ci sono moltissime tribù che si trovano nel Sahara, perché si compongono di tribù tutti i paesi arabi, ma noi qui stiamo parlando di una causa più importante”

La soluzione di mantenere il silenzio su una parte del proprio passato recente fu dettata dalla tempestività del precipitare della situazione e dalla necessità di riformarsi per evitare di essere attori passivi davanti agli eventi.
Negli ultimi anni si sta comunque affermando un discorso “riparatore”, che considera troppo radicale la scelta del silenzio da parte del Polisario, in quanto non lasciò spazio a soluzioni più sfumate o graduali. Il poter ragionare di nuovo di differenze all’interno della società saharawi è dovuto al fatto che il Marocco ha ottenuto che le liste a disposizione della MINURSO per il referendum classificassero i Saharawi secondo le linee tribali, creando il pericolo di una segmentazione della società. E’ comunque innegabile che la strategia del Polisario si rivelò vincente nel breve periodo e i Saharawi diedero prova di coesione praticamente senza eccezioni sia sul campo di battaglia che tra le tende sull’hammāda di Tindouf.
La terza generazione, nata e cresciuta nei campi dei rifugiati, ha conservato come quella precedente la sua memoria storica “corta”. Per esempio a Rachid Lehebib, nato nel 1988, una volta saputo il nome della tribù alla quale apparteneva la sua famiglia, ho chiesto che cosa sapesse dei Tekna. La sua risposta è stata:

“No, alla gioventù che è cresciuta lottando nei campi dei rifugiati, non interessa. La tribù non è interessante per noi perché abbiamo combattuto per un paese e per tutte le tribù e per tutti i Saharawi; non c’è interesse per la tribù nella nostra vita. La tribù è come uno delle tante cose tradizionali del paese, non è molto importante e tanta, tanta, tanta gente in Sahara Occidentale, giovane, ma in realtà anche vecchia, non è interessata a queste cose. Ma gli anziani sì, agli anziani interessavano queste cose, gli anziani con le storie delle tribù del Sahara Occidentale”

La frase di apertura è già rilevante, perché Rachid si sente di appartenere “alla gioventù che è cresciuta lottando nei campi” – nonostante evidentemente non si possa riferire alla guerra, visto che al momento del cessate il fuoco del 1991 aveva solo tre anni – e da ciò si possono trarre due indicazioni. La prima è che ormai la lotta per l’autodeterminazione ha pienamente sostituito nell’epica nazionale qualunque mito di fondazione tribale e quella che è stata la lotta dei padri è diventata il patrimonio storico comune di un’intera società. La seconda è che i Saharawi hanno avuto fin da subito una concezione attiva dell’esilio, dando vita a dei campi di rifugiati ordinati, funzionali e dignitosi, nonostante siano stati concepiti come provvisori – più di trenta anni fa.
Successivamente, sempre nella parte di intervista riportata, Rachid introduce il problema degli anziani. Il ferreo rispetto degli anziani è stato l’unico elemento, insieme all’etica guerriera, mutuato integralmente dalla tradizione tribale. Slama Amarna dice:

“Tutti noi ci caratterizziamo per alcune cose che non si trovano in tutto il resto del mondo, noi rispettiamo gli anziani. Per noi i nostri padri, le nostre madri, sono qualcosa di sacro, bisogna rispettarlo al massimo”

Così, se il modello rivoluzionario fu rapidamente interiorizzato dalle nuove generazioni, restava al Polisario guadagnarsi l’investitura degli anziani, senza la quale sarebbero rimasti poco più di una minoranza. Per coinvolgerli nel progetto di fondazione nazionale però, il Fronte dovette adattare per loro – e in realtà per tutta la popolazione – gli slogan e le idee perché non risultassero troppo estranee, operando una traduzione lessicale e quindi concettuale di termini non appartenenti al vocabolario e al pensiero tribale.

Le parole della detribalizzazione

Il passaggio concettuale fondamentale era in particolare la trasformazione dal plurale “insieme delle tribù” al singolare “popolo”, un soggetto unico intorno al quale si sarebbe costruito lo Stato del Sahara Occidentale.
Come sostiene Sophie Caratini, la parola araba per popolo, sha’ab, si riferisce in generale alla nazione sorta dalle lotte anticoloniali. In Medio Oriente in particolare il termine veniva usato da coloro che si opponevano al progetto nasseriano di un unico Stato arabo (il popolo arabo/i popoli arabi) e indicava la nazione in antitesi alla dottrina politica pan-araba.
Ummah, da qualcuno tradotto con nazione, in realtà ha la sua migliore trasposizione in comunità, implicitamente quella dei credenti. La parola sha’ab poteva anche essere usata in senso identitario per nazioni in opposizione allo Stato locale, come i Kurdi, gli Armeni e ovviamente i Palestinesi, che sono stati per lungo tempo lo sha’ab per eccellenza.
Quest’ultima sfumatura in particolare sarebbe stata sufficiente per i dirigenti del Polisario, ma non per la popolazione o gli anziani, che avevano bisogno di un rimando semantico e concettuale più vicino: si decise di spiegare che essere sha’ab significava formare una ‘asaba waḥda, un solo gruppo di parentela. ‘asaba, indica il legame di consanguineità trasmesso per via patrilineare, il patto “naturale” che risulta da una idea di sangue comune; waḥda significa uno, unico.
Questo concetto si lega all’espressione locale ‘usma waḥda, ugualmente ripresa dal Polisario. Letteralmente fa riferimento alla correggia di cuoio tesa tra i due picchetti della tenda per mantenerne l’equilibrio, ma in senso figurato simbolizza l’unità organica delle parti, che non hanno altra scelta se non quella di organizzare insieme la propria difesa per evitare il crollo.
Al posto dei riferimenti di sangue si utilizzò la parola “rafīq”: non ci sarebbero stati né fratelli, né sorelle, né cugini, ma soltanto “compagni”, lasciando fuori causa il principio guida del sangue, fondamentale per il tempo nomadico, quando questo potesse spaccare la società.
Come visto, la solidarietà di gruppo venne usata come riferimento identitario a livello generale per rendere l’idea di fratellanza nazionale, ma venne lasciata cadere nelle dinamiche interne della società, perché non richiamasse più frazionamenti per gruppi agnatici.

La rivoluzione copernicana saharawi

La faticosa opera di traduzione concettuale, sensibilizzazione e propaganda, tutta a livello interno, portò i suoi frutti. Sulla spinta di eventi esterni – la partenza degli spagnoli e l’azione interessata del Marocco alla Corte Internazionale dell’Aja – si giunse velocemente alla decisione di realizzare la detribalizzazione, ponendo in atto una vera e propria “conversione delle coscienze”. Con questa espressione facciamo riferimento alla rivoluzione copernicana a livello del singolo che fu posta intenzionalmente in atto da tutti i componenti della società saharawi. L’espressione “rivoluzione copernicana” non è qui usata casualmente: come Kant la riprese in senso filosofico , qui la utilizziamo in senso sociale, intendendo il vero e proprio cambio di paradigma intercorso prima a livello unitario, quindi generale, nella società saharawi.
Per approfondire questo punto è necessario soffermarsi sul ruolo del singolo nel passato tribale. Per meglio definirlo si riprende qui la concezione del singolo nelle società del sud est asiatico, in quanto alcune categorie concettuali possono essere riprese in analogia con le tribù arabe.
Fino a quel momento la maggioranza degli studiosi considerava il singolo “homo hierarchicus”, cioè inserito in una società pensata come scala castale che aveva due poli alle sue estremità, uno di massima purezza e uno di massima impurità. A questa teoria rispose criticamente McKim Marriott inserendo nel dibattito il concetto di “dividuo”. Fino a quel momento ci si era confrontati solo con una concezione di personalità “europea”, che presentava l’individuo come un unicum che si autodetermina, un singolo ben definito che ha in sé il suo riferimento. Al contrario, il dividuo può essere pensato come il risultato di più interazioni e autori diversi, creato da “codici sostanziali” (sangue, cibo, tipo di conoscenza, cottura dei cibi) che sono trasmessi attraverso corpi, persone e caste. I codici sostanziali si mescolano con le persone, ma appartengono al mondo “esterno” e circolano e si trasformano costantemente attraverso le interazioni sociali. Ciò comporta che queste sostanze esterne, date e ricevute, operino dei cambiamenti sulla persona a livello interno. La definizione del sé passa quindi per esempio nelle tribù sahariane per il codice sostanziale del sangue – sintetizzato nella formula “io contro mio fratello, io e mio fratello contro mio cugino, io, mio fratello e mio cugino contro lo straniero”- che rappresenta un “materiale biogenetico condiviso”. La caratteristica di questa concezione di dividuo è che il riferimento fondamentale della persona non è mai se stessa, ma appunto il codice sostanziale – che eventualmente può essere non uno solo, ma di più tipi. Ora, la gerarchia è soltanto la facies di una società costruita sul sangue, dove, per esempio, è logico che la figura degli anziani sia sacra e addirittura lo stesso sangue appare solo come uno dei codici sostanziali possibili. Più codici sostanziali interagiscono per creare l’identità della persona, che è definita ogni volta solo in funzione di questi codici. Non è un caso che la stessa parola persona derivi etimologicamente dalla parola maschera, quasi a dare l’idea di poter disporre di tante identità come di tante maschere, a seconda del ruolo – o del codice sostanziale – che si prenda a riferimento. La logica meticcia di Amselle, come ricordato nel primo capitolo, riprende questa teoria.
La “rivoluzione copernicana” della concezione di persona dei Saharawi consiste nell’ esser riusciti a stravolgere non tanto l’oggetto dei riferimenti o i codici sostanziali, quanto piuttosto il modo di guardare il sé, la prospettiva identitaria. Se Copernico cercò di “indagare i movimenti celesti facendo star fermi gli altri e ruotare l’osservatore”, l’operazione della dirigenza Saharawi fu della stessa portata, ma con direzione contraria. Il singolo non si autodefinì più in funzione degli altri, secondo codici sostanziali “mobili” e plurali, ma concentrò in sé il suo punto di osservazione – prima decentrato – per fermarsi a referenti identitari fissi. Se volessimo continuare la similitudine con la teoria di Copernico, la nuova concezione dei Saharawi fu piuttosto una teoria geocentrica, dove ogni pianeta – il singolo -, ognuno con il proprio punto di auto-osservazione in se stesso, non aveva più bisogno di codici sostanziali mutevoli, ma fissi e spesso ideali (Nazione, Stato, Territorio). Il passaggio da dividuo a individuo era completo. Se questo fenomeno – generalmente chiamato detribalizzazione – fu teorizzato forse anche inconsciamente sul piano ideale, sul piano storico-materiale fu più difficile e lungo da realizzarsi – alcune “scorie” del passato rimasero – ma sicuramente poté considerarsi in larga parte concluso soprattutto in seguito alle esperienze della guerra e dei campi dei rifugiati.
Dal punto di vista storico il passaggio si effettuò a Ait ben Tilli il 12 ottobre 1975 – una delle tre date fondamentali dell’anno saharawi – quando giovani e anziani di tutte le tribù, proclamarono solennemente l’”unità nazionale”, proclamando anche la fine del PUNS – il partito creato dalla Spagna. Poco più di un mese dopo a Guelta Zemmour fu votato anche lo scioglimento della Jema’a – consiglio direttivo investito di autorità dagli spagnoli nel 1967, pallida emulazione del consiglio dei capi dell’era tribale – per non rendere più possibile lo sfruttamento a fini politici della struttura; nonostante ciò, il Marocco la riconvocò, senza la maggior parte dei membri che avevano aderito definitivamente al Polisario, in una riunione la cui legittimità fu decisamente negata dal Fronte. Anche per questo motivo si decise di proclamare, proseguimento del percorso di cambiamento della coscienza saharawi, la nascita della Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD) il 27 febbraio 1976 – altra data cardine. Con questo atto si sancisce a livello politico la creazione di un soggetto giuridico riflesso di un attore sociale dalla volontà univoca, il popolo saharawi.

“Chi sei?”

In una conversazione con un Saharawi ci si aspetterebbe sistematicamente che costui cerchi di collocarsi genealogicamente rispetto all’interlocutore, chiedendogli l’appartenenza etnica, la sua confederazione fino al nucleo familiare e la “gerarchia” della tribù. Alla domanda “Se dovesse raccontare brevemente chi è lei, che cosa risponderebbe? Se dovesse presentarsi in poche parole” le risposte sono state:

(1) “Mi chiamo Hamdi Abderrahmad, sono un Saharawi di nazionalità spagnola, sono nato El-Ayun nel 1968. Lasciai El-Ayun, capitale del Sahara Occidentale con la mia famiglia e altre migliaia di Saharawi verso il sud.”

(2) “In linea, diciamo, generale, diciamo che siamo tutti Saharawi. Ci sono alcuni per esempio che sono ex militari del Polisario e altri che hanno lavorato nei campi civili. Se vuoi che ci presentiamo per nome e cognome, io mi chiamo Slama, sono del Sahara Occidentale, del Fronte Polisario, sono un ex combattente nella seconda regione di fanteria motorizzata.”

(3)“Mi chiamo Bucharaya Salek Omar e sono di El-Ayun, la capitale del Sahara occidentale. Sono nato nell’agosto 1959. Nel 1975 fui tra quelli che abbandonarono il Sahara per l’accordo che ci fu tra il governo spagnolo, il Marocco e la Mauritania.”

(4)“Chi sono io? Sono un combattente del Polisario. Me ne andai da Madrid al Polisario, fui combattente nelle zone liberate del Sahara Occidentale fino al 2000, dal ‘75 al 2000.”

(5)“Io sono un Saharawi, sono un ex combattente nel Sahara, nella guerra del Sahara. Mi chiamo Ali, ho studiato alla base militare e sono ufficiale. Ho lottato gli ultimi dieci anni.”

La scelta di queste interviste è giustificata alla luce di una certa omogeneità: tutti fanno parte della stessa generazione – quella cresciuta “senza sapere” – e tutti hanno affrontato l’esperienza della guerra nonché quella dei campi. Da una prospettiva esterna, essi sono il perfetto risultato dell’azione sociale del Polisario. Tenendo fermo che l’approccio qui utilizzato non è statistico, ma di tipo storico e antropologico, si possono trarre alcune indicazioni.
La prima è che non appare in nessun caso alcun riferimento alla tribù, segno che quindi la detribalizzazione può considerarsi uno stadio già raggiunto.
La seconda si può trarre dalla semplice forma delle risposte. Generalmente la struttura della prima frase – la più immediata, quindi quella sui cui si riflette di meno – è composta dal nome e dalla dichiarazione di essere saharawi. Ma in ben tre casi (2, 4, 5) l’ordine è addirittura inverso a quanto ci si potrebbe aspettare: la prima informazione è l’appartenenza saharawi, la seconda è il nome, quando normalmente dovrebbe essere il contrario. Se aggiungiamo che Bucharaya Salek (3) mi era stato appena presentato come guerrillero saharawi da un commilitone troviamo una schiacciante maggioranza (4/5) che, presumibilmente senza intenzione, mettono al primo posto nella presentazione di se stessi la fierezza di essere Saharawi, persino prima del nome. Ciò è facilmente spiegabile sia per l’opera di “conversione delle coscienze”, ma anche per il fatto che la nazionalità saharawi è stata – ed è ancora oggi – l’enjeu, la posta in gioco, la ragione di essere della questione saharawi. A maggior ragione, bisogna considerare riuscito il trasferimento-traduzione concettuale della solidarietà “naturale” – la ‘asabiyya – nel sentimento di appartenenza nazionale, senza che questo vada a creare spaccature interne.
Il terzo elemento rilevante di queste interviste è la storia comune: quella dell’abbandono della casa – “la capitale” El-Ayun, diventata praticamente un luogo mitico perché fissato nei ricordi – e la nostalgia del Sahara Occidentale come territorio. Qui è possibile vedere un’altra sfaccettatura del fenomeno di detribalizzazione, ovvero il cambiamento del riferimento identitario. Nell’epoca precoloniale il patto sociale che fonda la società nomadica è l’ideologia del sangue: lo stesso gruppo tribale si definirà come la discendenza patrilineare di un antenato comune. Ora il nuovo scenario mostra che il riferimento collettivo è il suolo, uno spazio definito e distinto (la capitale, Madrid, El-Ayun), elemento che sarebbe stato impensabile in un popolo di nomadi. Il limite e la frontiera non avevano mai fatto parte del vocabolario di moltissime popolazioni – nel Sahara Occidentale, ma anche nel resto dell’Africa e in Asia – fino al momento della colonizzazione e non avrebbe avuto senso prendere come riferimento porzioni di terra perché ci si spostava continuamente.
L’altra esperienza comune è la guerra (2,4,5). Insieme al rispetto per gli anziani, l’altro elemento mutuato integralmente dal passato tribale è il ruolo di guerriero del maschio – ma ci sono stati anche casi di donne che combatterono. E’ vergognoso per il maschio restare indietro mentre gli altri sono a combattere. Nell’intervista numero 4 e 5 l’essere combattente rappresenta la prima informazione da dare, ancora prima del nome. Addirittura Najem Mahajub (4) si definisce “combattente” e non ex combattente (5) del Polisario, segno che il passato militare è vivo e attuale nella definizione del sé di questa persona o che le armi sono solo uno dei mezzi con cui si conduce la lotta nazionale saharawi.

Luca Maiotti

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Seguirà L’identità alla prova della guerra

Foto: Arcs

Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/8– Ancora tanti argomenti tabù aspettando un referendum da oltre vent’anni

By Luca Maiotti

Il cessate il fuoco e la “colonizzazione” marocchina

In seguito a rinnovati appelli dell’ONU, in parallelo ad un apparente disgelo delle relazioni tra Marocco e Algeria, il 6 settembre 1991 fu firmato un cessate il fuoco tra Marocco e Fronte Polisario, anche se gli scontri avevano diminuito d’intensità già da due anni.

La Missione delle Nazioni Unite per l’organizzazione di un Referendum nel Sahara Occidentale (MINURSO), creato con la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza n. 690 del 29 aprile 1991, sotto la cui egida si svolsero le trattative, fu incaricata di supervisionare la messa in atto di un referendum che dovesse permettere ai Saharawi di esprimersi liberamente sul futuro del Sahara Occidentale.

A tutt’oggi il referendum – 22 anni dopo – non è stato ancora effettuato, né le trattative sembrano potersi sbloccare.

Il Marocco fa semplicemente ostruzionismo istituzionale, con ricorsi per il corpo elettorale (75.000), dichiarazioni provocatorie (a fine marzo 2006 il re marocchino Mohammed VI dichiarò che il suo paese non rinuncerà mai alla sovranità sulle sue provincie del sud) conservando de facto il controllo sul Sahara Occidentale. Sul territorio infatti è stata attuata una vera e propria politica di colonizzazione: secondo il Dipartimento di Stato Americano i marocchini che postulano per entrare in uno degli uffici statali sono pagati l’85% in più dei loro omologhi in patria, esentati da imposte sul reddito, imposte di valore aggiunto e ricevono sussidi su beni di base e servizi. Nel 2007 sono tra i 200.000 e i 300.000, il doppio dei Saharawi, e il loro numero cresce (Jacob A. Mundy, Performing the nation, pre- figuring the state: the Western Saharan Refugees, thirty years later, the Journal of Modern African Studies, vol.45 no. 2 (Jun., 2007) p. 279).

Il Marocco non riesce a sfruttare il valore delle ricchezze e ad oltrepassare l’ostilità della popolazione, quindi gli investitori stranieri non sono pronti ad assumersi il rischio di perdere soldi in una situazione di possibile instabilità.

Per quanto riguarda gli investimenti interni, oltre alle spese militari, dal 1976 il Marocco ha speso 1 miliardo di dollari per le infrastrutture sul territorio (ma qualcuno le stima a molto di più) ed ora più del 90% delle case hanno acqua potabile e più dell’80% elettricità, percentuali molto più alte della media nazionale. A livello lavorativo la situazione rispecchia i disperati tentativi del Marocco di implementare la crescita economica, senza però riuscire a liberarsi da alcune rigidità strutturali. Nella provincia di El Aiun, escludendo l’attività di pesca stagionale, il numero degli impiegati nel settore privato era di poco oltre le 2.500 persone, mentre i lavoratori nel pubblico eccedevano le 20.000 persone. E’ la mentalità del Makhzen che ritorna. I Saharawi, così come sotto la colonizzazione spagnola, sono esclusi da queste opportunità: secondo l’Associazione dei Saharawi Disoccupati l’86% – 88% dei posti di lavoro disponibili sono presi dai marocchini. La fonte di maggior impiego è l’industria di fosfati (secondo i manager il 60% dei dipendenti sono Saharawi) ma gli attivisti sostengono che non ce ne siano più di 200 su 1900 lavoratori. Un’emigrazione di massa di saharawi in cerca di migliori condizioni, quella che diversi intervistati ha chiamato la “diaspora saharawi”, alleggerisce la pressione sociale, assecondando i disegni del Marocco. La situazione interna rimane tesissima, grazie alla presenza soverchiante di forze di polizia e servizi segreti, che non lesinano interrogatori, minacce, punizioni, torture.

“Mi ricordo, nel 96, quando sono passato dai campi rifugiati, sono partito per Ginevra per testimoniare davanti alla Commissione dei Diritti dell’uomo, no nel 93, ho telefonato a mia moglie la prima volta. La seconda volta mi ha detto “sono arrivati gli sbirri, mi hanno chiesto quante altre volte ti ha telefonato e così via, e hanno detto la verità”. Vedete all’epoca tutto è controllato. Tutti i Saharawi sono controllati. Per la minima cosa, se invii una lettera rischia di cadere tra le mani delle autorità marocchine, le chiamate sono controllate soprattutto le famiglie che hanno i figli laggiù [nei campi]”( Intervista a Brahim Ballagh nei dintorni di Ledru Rollin, 11 Arrondissement, Parigi del 16-12-12)

Anche dopo la liberalizzazione e il rilascio dei prigionieri, i Saharawi potevano essere fermati e presi da agenti di una qualsiasi delle forze di polizia o di sicurezza: FAR, GR, FA, DGSN, DST, CMI o DGED [FAR (Forces Armées Royales, qui chiamate Reale Esercito Marocchino), GR (Gendarmerie Royale), FA (Forces Auxiliares), DGSN (Direction Générale Sureté Nationale), DST (Direction Surveillance du Territoire), CMI (compagnie Mobile d’Intervention) ora diventati GIR, DGED (Direction Générale des Etudes et de la Documentation].

Tutto ciò avviene nel silenzio, senza che la questione del Sahara Occidentale possa essere neanche nominata all’interno dello spazio pubblico marocchino. Secondo Reporters Sans Frontières il paese figura al 138° posto su 179 nella classifica 2011/2012. Nei primi sette mesi dell’anno 2009 le autorità marocchine hanno fatto dell’arma economica il mezzo privilegiato di rappresaglia contro i media più indipendenti. Ci sono una serie di argomenti tabù, delle “linee rosse” che non possono essere oltrepassate: la religione, il re e la monarchia, l’integrità territoriale (nello specifico, il Sahara Occidentale). I pochi giornali che hanno osato alzare la voce (TelQuel, Nichane, Al-Jarida Al-Oula, Akhbar Al-Youm, Al-Michaal, Al-Massae, Le Journal hebdomadaire) sono stati duramente colpiti attraverso sanzioni economiche stellari e incarcerazioni e minacce ai giornalisti (Rapporto Mondiale di Reporters Sans Frontières sul Marocco relativo all’anno 2009).

Se la questione resta appannaggio di un establishment che ha paura delle conseguenze politiche di un passo indietro che viene chiesto dalla comunità internazionale, la vicenda continuerà a restar irrisolta, aprendo a scenari estremamente pericolosi. Il più pericoloso di tutti è una risposta che mi è stata data da molti intervistati alla domanda “come si potrà sbloccare la situazione? La via della armi è percorribile?”: “Tutti amiamo la pace, ma quando combattevamo stavamo vincendo. Ora stiamo perdendo” (Questo commento mi è stato fatto molto spesso – ma quasi sempre a microfoni spenti – non solo da ex-combattenti, ma anche da persone che non avevano mai servito sotto l’esercito).

Luca Maiotti

Seguirà Capitolo 2  La detribalizzazione e la nascita del popolo: un esperimento sociale

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Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/7– La Repubblica Saharawi Democratica

By Luca Maiotti

Dai campi dei rifugiati alla guerra e all’offensiva diplomatica: l’azione saharawi

I Saharawi furono costretti a spostarsi in campi rifugiati provvisori in Algeria, che rimasero (e rimangono) provvisori da più di 40 anni. L’unico luogo disponibile fu l’hammāda, un altopiano desertico roccioso particolarmente inospitale, con escursioni termiche terribili (si passa da sotto zero a punte di 60 gradi).

“Voglio dirti una cosa. Hammāda, sai che vuol dire? Ah mad (“mādā” in arabo si traduce con “che”)… ah che freddo, ah che caldo.” (Intervista a Slama Amarna al domicilio di Ali Salek a Les Mureaux, Yvelines, Ile-de-France del 09-12-12).

Lì si stabilirono più di 65.000 persone divise in più campi, inizialmente a spese dell’Algeria (50.000 dollari al giorno), poi, 11 anni dopo, dai programmi del World Food Programme. L’arrivo di aiuti internazionali ha introdotto nell’alimentazione di un popolo nomade, abituato quindi alla consumazione di carne e non di grano, cibi a base di farina di frumento e di glutine. Ciò ha scatenato l’insorgenza della celiachia a livelli sproporzionati se comparati con il resto del mondo (5,6% tra i saharawi in confronto all’1% della popolazione generale (fonte http://www.celiachia.fvg.it).

Il primo inverno in particolare fu durissimo (bronchiti, polmoniti, diarrea, tubercolosi), vista l’inadeguatezza delle strutture, soprattutto dei rifugi. Nella fuga infatti la maggior parte dei saharawi non aveva portato con sé, o aveva abbandonato lungo la strada, la khaima, la tenda tradizionale adatta alla sopravvivenza nel deserto.

Nei campi si concretizzò l’ideale che aveva guidato le mosse del Polisario fin dall’inizio: la concezione dei Saharawi come di un solo popolo. Il 27 febbraio 1976 El Wali Mustapha Sayed, Segretario Generale e fondatore del Fronte Polisario, proclamò la nascita della Repubblica Saharawi Democratica, per colmare il vacuum giuridico che la ritirata degli spagnoli avrebbe innescato a partire dal giorno seguente.

La Costituzione, approvata circa sei mesi dopo, descrive la RASD come una repubblica democratica, in cui l’Islam era la religione di stato e fonte del diritto, e la cui capitale era El-Ayun (Artt. 1,2,3,4 della Costituzione della Repubblica Araba Sahrawi Democratica); il popolo saharawi, a cui appartiene la sovranità, è descritto come arabo, africano e musulmano e la cellula fondamentale della società è la famiglia, fondata sui valori dell’etica e dell’Islam (Artt. 6,7,8 della Costituzione della Repubblica Araba Saharawi Democratica).

Il passaggio non è solo istituzionale, ma codifica quanto affermato il 12 ottobre 1975, giorno dell’unità nazionale: l’abbandono del “tempo delle tribù” e l’inizio di un nuovo sistema sociale. Cambiarono i termini e i riferimenti, si scelse di caricare negativamente il mondo dei valori precedente per assumerne un altro fondato su un solo soggetto statuale e sociale. Gli stessi concetti di democrazia e cittadinanza, per esempio, non avrebbero trovato spazio nel mondo delle referenze del tempo nomadico. Si pone in atto una censura volontaria di tutto ciò che aveva legami con il passato, a cominciare dall’appartenenza della famiglia alla tribù, simbolo di divisione quindi di debolezza.

I campi dei rifugiati – grazie a un’organizzazione meticolosa e funzionale – furono uno spazio di crescita politica per la società saharawi. Agendo come base di un governo e una popolazione in esilio, furono il punto da cui partirono tutte le azioni votate al raggiungimento dell’obiettivo finale: la liberazione del Sahara Occidentale (per una migliore interpretazione dell’esilio saharawi cfr. Annaig Abjean, Zahra Julien, les jeunes sahraouis, l’identité sahraouie en questions, Paris, l’Harmattan, 2004).

Dal punto di vista militare i primi anni furono segnati dal disperato bisogno di armi adeguate: armati come potevano, con qualche fucile e dei Land Rover rubati, i combattenti ebbero come migliore alleato la conoscenza del territorio su cui si muovevano.

Uniti nella determinazione ferrea forgiata dalla politicizzazione del Polisario, i Saharawi recuperarono dall’insieme delle tradizioni passate l’etica guerriera. Nei campi rimasero solo bambini, donne e feriti gravi.

“Sono tutti al fronte, stiamo parlando di fierezza. E’ vergognoso restare con le donne nei campi, bisogna andare al fronte. Voglio dire ci sono parecchi uomini che magari preferirebbero restare, ma sono additati da tutti.” (Intervista a Brahim Ballagh nei dintorni di Ledru Rollin, 11 Arrondissement, Parigi del 16-12-12).

Con il passare degli anni il Polisario trovò un appoggio sicuro nell’Algeria,  nella Libia e in Cuba. Questi paesi diventarono patrocinatori della causa del Sahara Occidentale: oltre a fornire un appoggio logistico-militare e un supporto diplomatico, ospitarono gli studenti saharawi per le scuole superiori e le università.

La guerra si configurò immediatamente come guerriglia da parte del Polisario, visto il rapporto numerico degli effettivi saharawi e marocchini (da 1 a 6 nel 1976 diventerà 1 a 18 nel 1988, con la strategia del muro). In tale situazione il Polisario poté contare su due fattori determinanti, che presto si rivelarono decisivi, ovvero la determinazione nel raggiungimento dell’obiettivo e la migliore conoscenza del territorio. Con incursioni brevi e continue, mise in difficoltà, poi in ginocchio, un esercito convenzionale e molto ben equipaggiato, ma con materiale non adatto a un tipo di guerra  nel deserto.

La Mauritania non aveva un dispositivo militare e logistico sufficiente per entrare realmente in guerra, né per rivaleggiare con uomini che conoscevano meglio dei Mauritani stessi la zona dell’Adrar. Così fin da subito il giovane Stato mauritano si configurò come l’anello debole della coalizione degli occupanti, tanto che dal 1977 il Reale Esercito Marocchino dovette intervenire sul territorio stesso di Nouakchott. La pressione della guerra non tardò però a farsi insostenibile, così un colpo di stato nel 1978 rovesciò il presidente Moktar Ould Daddah e l’anno seguente si tramutò in un cessate il fuoco unilaterale. La pace con il Polisario fu firmata ad Algeri nel 1979 e il Marocco procedette a estendere il proprio controllo sulle zone del Sahara Occidentale prima occupate dall’esercito mauritano.

Lo sforzo bellico dell’Armata di Liberazione Popolare Saharawi fu coronato da una serie di successi che traevano forza dalla corretta interpretazione dell’ambiente in cui si svolgevano i combattimenti. Proprio per riconfigurare la modalità di conflitto, l’esercito marocchino dovette cambiare strategia, per cercare di costringere l’avversario a uno scontro frontale. Dal 1980 si impose l’idea della costruzione di una barriera che proteggesse prima il “Sahara utile” (le zone dei fosfati e le coste), poi le maggiori città. Il risultato fu l’edificazione in sette anni di una serie di muri (che risultarono poi integrati in uno solo, il Muro di Sabbia, per i Saharawi “Muro della Vergogna”) circondati da campi minati, dotati di sistemi di individuazione e pattugliati da più di 100.000 soldati. L’effetto più immediato di questo nuovo dispositivo militare fu un rallentamento degli attacchi saharawi, che non cessarono mai del tutto, ma si fecero decisamente più difficoltosi (soprattutto dal punto di vista delle perdite umane). E’ nel corso degli anni ‘80 che all’offensiva bellica del Polisario si affiancò l’iniziativa diplomatica per il riconoscimento della Repubblica Araba Saharawi Democratica, sempre favorita dall’Algeria. Il risultato migliore fu ottenuto probabilmente nel 1982 quando la RASD fu accolta nell’Organizzazione dell’Unità Africana (motivo per il quale il Marocco ne uscì). Ad oggi è stata riconosciuta da 85 stati, di cui però 33 hanno ritirato o “sospeso” il proprio riconoscimento.

Luca Maiotti

Seguirà Il cessate il fuoco e la “colonizzazione” marocchina

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Mappa di celiachia.it

Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/6 – Autodeterminazione, Marcia Verde, Accordo di Madrid

By Luca Maiotti

Cap 1.3 della tesi “Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi”, di Luca Miotti

Cap 1.3 Introduzione storica

Una decolonizzazione non riuscita : la pressione internazionale, la Marcia Verde, l’invasione

La Spagna, messa alle strette dagli attacchi del Polisario, dalle richieste sempre più pressanti della comunità internazionale e dall’interessamento degli stati confinanti, si decise a prendere in considerazione la decolonizzazione del Sahara. Il mezzo per realizzarla sarebbe stato un referendum sotto gli auspici dell’ONU, motivo per il quale organizzò un censimento. A questo punto il re Ḥassan II uscì allo scoperto e chiese un parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia affinché si pronunciasse sull’esistenza di un rapporto di sovranità territoriale del Marocco al momento della colonizzazione spagnola.

Il 12 Marzo 1975 una missione dell’ONU a El-Ayun fu accolta da grida come “Viva il Fronte Polisario” e riportò che  “la popolazione o la quasi totalità delle persone incontrate dai membri della missione furono categoricamente in favore dell’indipendenza e si opposero alle rivendicazioni territoriali di Marocco e Mauritania”. Il 16 Ottobre 1975 giunse la risposta della Corte Internazionale di Giustizia che concludeva che “le informazioni e i dati sottoposti non stabilivano nessun legame di sovranità territoriale tra il Sahara Occidentale da una parte, e il Regno del Marocco o lo Stato di Mauritania dall’altra”. Seppur riconoscendo che erano state intrattenute delle relazioni fra alcune tribù saharawi e il sultano marocchino, l’istanza di autodeterminazione sarebbe dovuta prevalere.

La sera stessa del risultato giudiziario, Ḥassan II in persona si appellò al suo popolo chiedendo 350.000 volontari per una marcia non violenta che restituisse al Marocco i suoi possedimenti del sud, in riferimento al Sahara Occidentale. Questa iniziativa fu un’altra abilissima operazione politico-diplomatica condotta dal re, che ne uscì rafforzato circondato da un’aura di vera e propria invincibilità.

Il nome, Marcia Verde (Per i saharawi “Marcia Negra”, ovvero Marcia Nera), faceva riferimento al colore simbolo dell’Islam, e 350.000 era il numero dei nati in Marocco nel 1975, ovvero l’equivalente di tutta una generazione della gioventù del paese. La preparazione era stata, seppur in sordina, lunga e meticolosa, così un’immensa macchina logistica (che prevedeva la distribuzione di cibo, vestiti, sistemazioni e perfino copie del Corano per ciascuno) fu messa immediatamente in moto. Una folla enorme si riunì nella regione di Tarfaya e Tan Tan, al confine con il Sahara Occidentale, aspettando l’ordine di avanzare. Alla fine solo qualche migliaio di persone lasciarono gli accampamenti per penetrare nel territorio sahariano, non ostacolati dagli spagnoli, che stavano trattando dietro le quinte con il re del Marocco. In contemporanea dei reparti dell’esercito marocchino sotto il comando di Ahmed Dlimi attaccarono alcune postazioni del Polisario che in quei giorni si trovò a combattere contro i due colonizzatori contemporaneamente.

E’ in questo momento che il Marocco siglò con la Spagna e la Mauritania il Patto Tripartito, noto come Accordi di Madrid, in cui si affermava che:

La Spagna procederà immediatamente all’instaurazione di un’amministrazione temporanea nel territorio, a cui parteciperanno il Marocco e la Mauritania, in collaborazione con la Jema’a e alla quale saranno trasmesse le responsabilità e i poteri ai quali fa riferimento il paragrafo precedente. In conseguenza, su proposta del Marocco e della Mauritania, col fine di assistere nelle sue funzioni il governatore generale del territorio, saranno nominati due governatori aggiunti. Il termine della presenza spagnola sul territorio prenderà effetto definitivamente prima del 28 febbraio 1976 (Virginia Thompson and Richard Adloff, The Western Saharans. Background to conflict, Barnes & Noble Books, 1980 p. 175).

La Spagna lasciò così campo libero alle due potenze regionali, che si spartirono il territorio.

Le ragioni di questa decisione furono dettate soprattutto da due motivazioni di politica interna. Il “Generalísimo” Francisco Franco era ormai gravemente ammalato (entrò in coma, poi morì appena sei giorni dopo) ed era nell’interesse del governo evitare qualsiasi conflitto che potesse mettere in pericolo la stabilità del paese in una fase di delicato passaggio. In più, secondo delle clausole che rimasero segrete, la Spagna avrebbe conservato il 35% delle quote della compagnia per lo sfruttamento dei fosfati Fosbucraa (il restante sarebbe stato diviso tra Marocco e Mauritania), degli importanti diritti per lo sfruttamento ittico davanti le cose sahariane e avrebbe conservato tre basi militari. A questo si aggiunse la promessa più generale di abbassare il tono delle tradizionali rivendicazioni del Marocco sulle enclave spagnole.

Mentre Madrid si ritirava dai territori, Marocco e Mauritania, rispettivamente da nord e da sud, avanzarono con i propri eserciti occupando i territori come stabilito, con particolare attenzione alle città principali e ai giacimenti di fosfati. Alla popolazione, davanti a quella che si caratterizzava come una vera e propria invasione, non restò che fuggire, con qualsiasi mezzo. La seconda fase del piano previsto da Ḥassan II, l’entusiastica accoglienza da parte della popolazione saharawi dei loro fratelli marocchini,  fu rovinata dall’evidente rifiuto verso i soldati, che non risparmiarono le violenze. Il ricordo di questi eventi terribili e traumatici è ancora fresco nella memoria di molti. Per esempio uno degli ex guerriglieri da me intervistati non aveva alcun dubbio:

“Il momento più triste, il più amaro della mia vita è il momento in cui i soldati marocchini uccisero mia madre davanti ai miei occhi, ad Amgala. E’ il momento più amaro, io avevo solo 6 anni, quando sono scappato da El-Ayun per il sud dell’Algeria. Un battaglione di soldati marocchini, loro stavano uccidendo tutti, e uccisero mia madre di fronte ai miei occhi.” (Intervista a Hamdi Abderrahmad al domicilio di Ali Salek a Les Mureaux, Yvelines, Ile-de-France del 09-12-12).

Nel Novembre e Dicembre 1975 migliaia di saharawi fuggirono verso il confine algerino. Nello spazio di pochissime ore, senza poter portare niente, una parte della popolazione scappò in taxi, in jeep rubate agli spagnoli, in camion e addirittura a piedi, con il Polisario che cercava di organizzare una catena di punti logistici per farne arrivare viva la maggior parte. Non ci riuscì completamente. Si calcola che degli oltre 100.000 profughi che lasciarono le case per raggiungere il confine, ne morirono a migliaia nel deserto di sete, di inedia e di logoramento. Se coloro che poterono scapparono, gli altri, tra cui molte donne, vecchi e bambini, dovettero rimanere e affrontare le violenze e le rappresaglie.

A Smara per esempio, Glalia Ben Oummalinine fu picchiata a morte da un gruppo di soldati perché si rifiutava di gridare lo “youyou” ordinato dal generale Dlimi. Fuori Tichla, vicino al confine meridionale, una donna, Zoghma ben Abdeldouadoud, e i suoi quattro bambini incapparono in una jeep di soldati mauritani. Questi la presero, la portarono vicino a una roccia, e le ruppero a calci le mani, i polsi e le dita, obbligando i figli a guardare. La popolazione, in qualche caso all’oscuro dei rivolgimenti politici più recenti, si trovò al bivio tra rischiare una possibile morte  nel deserto e una nelle città.

Per cercare di frenare questa continua emorragia di persone e per soffocare qualsiasi tentativo di resistenza sul nascere, i marocchini distrussero i pochi preziosi pascoli e uccisero il bestiame, avvelenarono i pozzi e disposero lungo le piste mine e trappole. Gli Spagnoli, in ritirata, distrussero le pompe d’acqua che sostentavano gli orti fuori di alcune città. I campi nel deserto di Tifariti e Bir Lehlou furono bombardati dall’aviazione marocchina con napalm e bombe al fosforo, altri con missili e razzi.

Luca Maiotti

Seguirà Dai campi dei rifugiati alla guerra e all’offensiva diplomatica: l’azione saharawi

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Mappa di Cartografare il presente

Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/5 – La colonizzazione del Sahara Occidentale

By Luca Maiotti

Cap 1.3 della tesi “Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi”, di Luca Miotti

Cap 1.3 Introduzione storica

La colonizzazione del Sahara Occidentale

Il Sahara Occidentale era annoverato tra i possedimenti spagnoli già all’indomani del Congresso di Berlino del 1884-1885, ma una presenza coloniale di una certa rilevanza si attestò solamente negli anni ‘30 del 1900. La zona del Rio de Oro e del Saquiat el-Hamra, già nelle mire della Francia che possedeva tutti i territori circostanti, fu delimitata dalla Spagna attraverso una serie di trattati che non tennero conto delle vie carovaniere, dei percorsi della transumanza e della composizione delle tribù.

I buoni rapporti inizialmente intrattenuti dalla potenza colonizzatrice con le tribù del Sahara Occidentale si degradarono presto, in concomitanza con un maggiore impegno militare spagnolo sul territorio e la missione di pacificazione francese nel sud del Marocco. Entrambe le potenze si scontrarono infatti con una prima forma di resistenza saharawi, che aveva per base il Saquiat El-Hamra. Le forze ribelli si coagularono intorno alla figura dello sceicco marabutto Ma El-Ainin, fondatore della città santa di Smara, che aveva proclamato il jihad contro gli eserciti colonizzatori. Il vantaggio della migliore conoscenza del territorio creò seri problemi alle potenze europee, ma lo sceicco fu sconfitto e la città di Smara, simbolo della resistenza, fu incendiata. Questa prima esperienza ricoprì comunque un valore storico e identitario di enorme rilevanza, in quanto riuscì ad aggregare le differenti tribù del Sahara Occidentale in nome di un’esigenza di difesa comune. L’appoggio che il Marocco inizialmente fornì non fu mai inteso come un riconoscimento di sovranità né ci fu mai sottomissione alla sua autorità, quindi il movimento di resistenza di Ma El-Ainin può essere considerato come il primo esempio di una coscienza identitaria genuinamente saharawi. Approfittando così dell’impegno militare francese, dall’inizio degli anni ‘30 la Spagna poté consolidare le sue sovranità sul Sahara Occidentale, ma il baricentro delle operazioni militari fu di nuovo attirato sul territorio nazionale iberico, dove la guerra civile prima e la seconda guerra mondiale poi, fecero sì che il controllo sulla colonia non divenne mai soffocante.

L’amministrazione spagnola apportò però innovazioni di una rilevanza enorme per la popolazione locale: l’obbligo di un visto di transumanza – oltre che di un documento di identità – facevano riferimento a un mondo di valori totalmente estraneo a quello tribale. Un concetto fondante per lo Stato nazionale di stampo europeo come quello di territorio (e quindi di confine) non era mai appartenuto al modo di vita nomadico e mal si applicava alle piste del Sahara. La stessa concezione di individuo si distaccava dal senso attribuitogli dalle società europee in cui Umanesimo, Illuminismo e Romanticismo avevano modellato l’Uomo al centro del proprio universo di valori.

Al contrario, l’”individuo” nella società sahariana fondava la sua ragion d’essere nel rapporto  con gli altri membri della tribù, che si configurava come una famiglia “allargata” di un antenato maschio comune. Per fare un esempio concreto, il pagamento delle tasse prima del Tanẓīmāt (era delle riforme) era ascritto all’intera tribù o corporazione e non all’individuo.

Questi cambiamenti diedero una spinta alla sedentarizzazione della popolazione che era in maggioranza nomade, ma i fattori fondamentali che portarono a un flusso costante verso le città furono due: delle ondate di siccità che ridussero drasticamente il numero dei pascoli e la scoperta di giacimenti di fosfati di Bou Craa.

Ricerche minerarie di inizio anni ‘50 infatti svelarono l’esistenza di enormi giacimenti di fosfati, che attirarono l’attenzione della Spagna e di alcune multinazionali statunitensi e tedesche. La creazione di importanti impianti di estrazione di fosfati si tradusse in nuovi posti di lavoro e urbanizzazione, con il progressivo abbandono della  tradizione nomadica. Esattamente nel periodo in cui si risvegliavano i movimenti  indipendentistici di tutto il mondo, la potenza colonizzatrice spagnola stringeva la sua morsa sul Sahara Occidentale, in virtù di rinnovati interessi più di tipo economico che strategico. L’ondata di rivendicazioni anticoloniali investì anche il Marocco, che raggiunse l’indipendenza dalla Francia nel 1956, ma gli scontri continuarono per i territori di Ifni e Tarfaya, enclave spagnole in territorio marocchino, e nei territori corrispondenti al confine mauritano. I Saharawi, anche se in forma dispersa, combatterono tanto in entrambe le zone nelle varie armate di liberazione locali quanto nel territorio del Sahara occidentale stesso. La Francia, supportata dalla Spagna, decise quindi di lanciare un’operazione di repressione (nota come Opération Ecouvillon) che mobilitò 10.000 uomini, cioè un terzo delle forze dell’Africa Occidentale Francese, in sette raggruppamenti, di cui tre spagnoli. La Spagna decise di cedere al Marocco, che aveva elaborato la teoria del Grande Marocco proprio in quegli anni, la zona di Tarfaya, fonte dei maggiori problemi, ma anche di cambiare il rapporto con le altre regioni: nel 1958 la regione di Ifni e la regione di Saquiat El-Hamra e Rio de Oro vennero trasformate in due Provincie Spagnole. In questo modo la Spagna cercava di fare delle concessioni sul piano amministrativo (divisioni in distretti, creazione di un’assemblea di notabili chiamata Jama’a, tre rappresentanti alle Cortes dai due territori) e nello stesso tempo legare a sé più strettamente una zona dove stava sfruttando delle importantissime risorse (pesca e fosfati soprattutto).

Nonostante ciò, gli appelli dell’ONU – attraverso il Comitato per la decolonizzazione – cominciarono a farsi sempre più pressanti, a partire dalla fondamentale risoluzione n. 1514 (XV) del 14/12/1960 sulla concessione dell’indipendenza ai popoli e ai paesi sottoposti a dominio coloniale (Raccomandava “misure immediate nei territori che non hanno ancora raggiunto l’indipendenza, senza alcuna condizione di riserva, conformemente alla loro volontà e alla loro voce liberamente espressa, […] per raggiungere un’indipendenza e una libertà completa”. Risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite n. 1514 (XV) del 14/12/1960).

Risoluzioni mirate, che si appellavano direttamente a Madrid, furono adottate dalle Nazioni Unite dal 1966, ma il governo spagnolo continuava a sostenere una “politica del doppio binario”: pronunciarsi artatamente per il diritto all’autodeterminazione dei popoli e per un referendum, ma senza alcuna intenzione di darvi realmente seguito.

Questa situazione di stallo – di cui la Spagna chiaramente approfittava – aveva innescato nella fascia dei giovani saharawi istruiti una chiara insofferenza: la consapevolezza di essere rimasta praticamente l’ultima colonia del mondo e le rivendicazioni territoriali  di Marocco e Mauritania fecero nascere una serie di gruppi e di associazioni che propugnavano la liberazione del Sahara Occidentale e, in alcuni casi, una riunificazione con il Marocco.

Per citarne alcuni: l’Harakat Tahrir (Movimento per la Liberazione del Sahara), guidato da Mohammed Bassiri, era un’associazione non violenta che sosteneva l’autodeterminazione del popolo saharawi. Nel tentativo di ingannare l’opinione pubblica internazionale, la Spagna aveva organizzato una “giornata della Madre Patria” per il 17 giugno 1970, giorno in cui l’Harakat Tahrir scese in piazza proprio per ribadire il rifiuto della colonizzazione. Il Tercio spagnolo represse la manifestazione nel sangue (precisamente 40 Saharawi morti, 100 feriti e il sequestro di Bassiri il quale fu torturato e poi ucciso. Vedi A. Lippert, op. cit., p. 45) e Bassiri fu sequestrato, assurgendo nell’immaginario popolare a secondo martire sahrawi dopo lo sceicco Ma El-Ainin.

Il Morehob (Movimento Rivoluzionario degli uomini blu) era un’associazione fondata dal saharawi Edouard Moha, che si pronunciava per l’annessione del territorio al Marocco.

Il PUNS, sponsorizzato dalla Spagna, prevedeva un’indipendenza politica per il Sahara Occidentale nel quadro di accordi economici con l’ex madrepatria.

Il FLU, fronte di Liberazione e di Unità (nel quale era confluito anche il Morehob) proponeva il ricongiungimento allo stato marocchino, da cui era largamente sovvenzionato.

Molti storici vedono nel fallimento della strategia non violenta l’Harakat Tahrir di Bassiri, il passaggio fondante verso la nascita dell’organizzazione che poi si affermerà come unico referente per il popolo saharawi, il Fronte Polisario.

Il  Polisario venne fondato il 10 maggio 1973 dalla confluenza di alcuni elementi profughi in Mauritania usciti dall’Harakat Tahrir e da un gruppo di saharawi formatisi in Marocco nell’ambito della mobilitazione studentesca (gruppo di Rabat). Il manifesto politico dichiarava che:

“Il Fronte Popolare di Liberazione di Saguia El-Hamra e Río de Oro nasce come espressione unica dalle masse che sceglie la violenza rivoluzionaria e la lotta armata come strumento affinché il popolo saharawi, arabo ed africano, possa godere della sua totale libertà e fronteggiare le manovre del colonialismo spagnolo. Parte integrante della rivoluzione araba, appoggia la lotta dei popoli contro il colonialismo, il razzismo e l’imperialismo e condanna queste espressioni in quanto tendono a mantenere i popoli arabi in uno stato di dominazione sia mediante il colonialismo diretto, sia attraverso il blocco economico. Considera che la cooperazione con la Rivoluzione Popolare Algerina costituisca un elemento essenziale per affrontare le manovre ordite contro il Terzo Mondo.”

E concludeva con lo slogan “Con il fucile conquisteremo la libertà!” (Manifesto politico del Fronte Polisario del 10 maggio 1973).

Come primo atto esemplificativo, dieci giorni dopo la proclamazione del manifesto, l’ALPS (Armata di Liberazione Popolare Saharawi, il braccio armato del Polisario) attaccò un piccolo posto di stazionamento dell’esercito spagnolo a El-Khanga. Nei due anni seguenti accanto alle azioni militari – molte di esse con fini propagandistici – il Fronte cercò appoggi internazionali, soprattutto su scala regionale. Li trovò soprattutto in Libia e Algeria, in quel periodo patrocinatori dei gruppi terzomondisti e anticoloniali, che offrirono supporto militare e diplomatico.

Parallelamente, crebbe la sua popolarità tra le masse saharawi in seguito a un attento lavoro di formazione di coscienza politica (ṭawiya al-siyāssiya), dove la donna ebbe un ruolo di primo piano; l’esercito spagnolo perse progressivamente il controllo del territorio in seguito agli attacchi continui dell’ALPS, che ebbe un entusiastico sostegno dalla popolazione e si arricchì di alcuni dei riservisti saharawi che servivano nei ranghi dell’esercito spagnolo.

Luca Maiotti

Seguirà Una decolonizzazione non riuscita: la pressione internazionale, la Marcia Verde, l’invasione

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Foto (fosfati a Bou Craa) è di saharawhy.net

Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/4 – Gli “anni di piombo” marocchini

By Luca Maiotti

Cap 1.3 della tesi “Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi”, di Luca Maiotti

Cap 1.3 Introduzione storica

Gli “anni di piombo” marocchini: l’esercito

La questione del Sahara Occidentale assurse in Marocco a problema politico nazionale nei primi anni ‘70. La situazione interna era costellata da picchi di crisi che segnavano l’affacciarsi di una condizione di  pericolosa instabilità, perché mettevano in discussione uno dei pilastri del regno: l’esercito.

Il Reale Esercito Marocchino con a capo il futuro Ḥassan II, sfilando per la prima volta per le vie di Rabat il 14 marzo 1956, aveva consacrato l’entrata del paese nel concerto delle nazioni moderne, con risonanze politiche e psicologiche fondamentali. Assorbiti in quindici anni ciò che rimaneva dei corpi coloniali francesi e spagnoli e l’ALM (Armée de Libération Marocaine), l’esercito si strutturava in due tronconi etnici, uno berbero e uno arabo, sulla cui rivalità potevano giocare gli interessi dinastici. Gli effettivi passarono da 15.000 uomini nel momento della loro creazione (di cui 10.000 fanti) a 57.000 nel 1971.

Il re si appoggiò completamente sull’esercito e i servizi di sicurezza (nella persona di Mohammad Oufkir, capo della Sicurezza Nazionale e poi Ministro dell’Interno) per tenere sotto controllo le pulsioni violente che minacciassero di  rovesciarlo (in particolare l’Algeria e l’UNFP, la sinistra marocchina).

Il 10 Luglio 1971 però, mentre il re Ḥassan II festeggiava il suo 42° compleanno nel palazzo dello Skhirat alla periferia di Rabat, un tentato colpo di Stato si risolse con un bilancio di 100 morti e più 200 feriti, ma il monarca scampò miracolosamente all’assalto. La sua risposta non si fece attendere e dieci ufficiali implicati nel fallito golpe – fra cui quattro generali – furono passati immediatamente per le armi.

Assistendo all’ascesa di Ahmed Dlimi, prima suo braccio destro ed esecutore spietato (per esempio nell’eliminazione dell’oppositore Mehdi Ben Barka), poi uomo di fiducia nei rapporti con Israele e rivale nella scalata al potere, lo stesso ex capo dei servizi Mohammed Oufkir fu  l’ispiratore del secondo colpo di stato in due anni che avrebbe dovuto liquidare il re insieme all’apparato gravitante attorno a Dlimi.

Il 16 Agosto 1972 prima si cercò di abbattere il Boeing dove il re stava volando di ritorno dalla Francia, poi, visto che l’aereo riuscì fortunosamente ad atterrare, l’attacco continuò dall’aria, ma il re ne uscì indenne. Ripresa in mano la situazione, 58 militari furono portati nei “bagni di Tazmamart”, Oufkir fu “suicidato” e Dlimi, sempre presente accanto al re, fu promosso sul campo. Dlimi divenne direttore nel 1973 del DGED (Direction Générale des Etudes et de la Documentation, in altre parole i Servizi Segreti marocchini) e l’anno seguente fu incaricato del Sahara. Diventato uomo forte del regime, morì nel 1983 in un incidente di camion cisterne vicino Marrakech per un probabile coinvolgimento in un terzo colpo di stato.

In questa successione di disordini e di pericoli mortali, il re vide rompersi il rapporto che lo aveva legato all’esercito di cui restava comunque il capo di stato maggiore. L’esercito, umiliato da ciò che era successo dopo i putsch, covava ancora risentimenti per la sorte delle dozzine di uomini coinvolti nel secondo colpo di Stato, rinchiusi nelle prigioni di Tazmāmārt. L’invio di quella che diventerà il più grande esercito per effettivi del Maghreb (oltre 200.000 uomini) in una guerra in zone lontane anche 2.000 km da Rabat, asseconderà la doppia esigenza di allontanare l’esercito per calmarne le tensioni con lo stato maggiore e nello stesso tempo coinvolgerlo nella costruzione del progetto nazionale affidandogli una missione per salvezza della patria.

Gli “anni di piombo” marocchini: la contestazione sindacale e studentesca

Contemporaneamente, la situazione politica interna era squassata da altre rivendicazioni di stampo sindacale e terzomondista, portate avanti da una parte consistente della gioventù marocchina sotto la guida dell’UNEM (Union Nationale des Etudiants Marocains).

Affermando il suo carattere progressista e avvicinandosi sempre di più all’opposizione di sinistra, l’UNEM prese una svolta più radicale, anti-imperialista e rivoluzionaria dopo l’assassinio di Mohammed Ben Barka nel 1966 a Parigi. Questa “piccola guerra”, come fu chiamata dalle autorità marocchine, sotto forma di proteste e manifestazioni, passò dalle rivendicazioni più semplici fino alla messa in discussione dell’intera struttura statale, in un ambiente iper-politicizzato in cui al mito della rivoluzione venne data una prospettiva storica tangibile (Vietnam, propaganda della Cina popolare).

E’ in questo stesso contesto politico-culturale che si formarono alcuni dei dirigenti e fondatori del futuro Fronte Polisario (il cosiddetto “gruppo di Rabat”), anche se sarebbe inesatto supporre una vera e propria alleanza o addirittura una subordinazione alla sinistra marocchina. Fermo restando ciò, soprattutto per opportunità tattiche, il gruppo di Rabat si considerò militante nel quadro della mobilitazione studentesca nell’orbita UNEM, con attività di sensibilizzazione e conferenze  sulla situazione politica e sociale nel Sahara Occidentale.

Gli “anni di piombo” marocchini: la crisi politica

Dietro la facciata di monarchia plurisecolare e stabile, il Marocco celava quindi delle importanti debolezze strutturali interne. All’indomani dell’indipendenza infatti la società rimaneva perlopiù rurale e tribale, in larga parte insofferente, strattonata tra le istanze centralizzatrici del makhzen e i diversi modus vivendi che avevano caratterizzato una sovranità a geometria variabile nel corso dell’epoca moderna.

La borghesia si preparava a raccogliere ciò che era stato lasciato cadere dai colonizzatori, senza avere però nessuna intenzione di coinvolgere il resto della società. Dal punto di vista politico, il partito dell’Istiqlāl aveva federato le varie anime dell’opposizione ai colonizzatori, ma dopo l’indipendenza una forte spinta centrifuga aveva dato nascita a una serie di partiti, quasi tutti in opposizione alla politica di chiusura monarchica.

Fu però proprio l’Istiqlāl, nella persona di Allal el-Fassi, padre spirituale del nazionalismo marocchino, a riannodare i legami con il Trono, assicurandosi una posizione centrale nella questione del Sahara Occidentale. Il Re infatti utilizzò abilmente il Sahara per uscire dalla crisi, sfidando i partiti a schierarsi dalla parte del monarca o a contribuire al futuro smembramento dello Stato. Su una questione di tale rilevanza nazionale, nessun partito osò ovviamente contrastare il re, il quale presentò un governo di alleanza nazionale. Fu allora l’Istiqlāl a fornire il supporto ideologico fondamentale alle rivendicazioni del Marocco sul Sahara Occidentale con l’elaborazione della “teoria del Grande Marocco”. Comparsa per la prima volta su un giornale nel 1956, essa era stato elaborata come una base per le rivendicazioni nazionaliste già all’epoca della colonizzazione, ma fu ripresa negli anni ‘70 per la questione sahariana.

Questa teoria vedeva un Marocco esteso fino alla riva del fiume Senegal (inglobando praticamente Sahara Occidentale e Mauritania) e al nord del Mali, accanto alle tradizionali rivendicazioni delle province algerine di Béchar e Tindouf e alle enclave di Ceuta e Melilla. Negli anni seguenti, dopo un’improduttiva “guerra delle Sabbie” con l’Algeria, la teoria del Grande Marocco fu limitata soprattutto alle pretese sul Sahara Occidentale, ammantando di legittimità storica ciò che, come si è visto, si era caratterizzato come un’operazione di uscita dalla crisi politica, militare e sociale dei cosiddetti “anni di piombo” marocchini.

E’ fondamentale specificare la diversità e l’intensità delle sollecitazioni a cui era sottoposto il regno, poco incline al rinnovamento delle sue élite, ma capace di uscirne praticamente indenne, per evidenziare l’importanza che l’affaire sahariano ricoprì nello spazio pubblico marocchino.

La condizione di guerra aperta, destinata a protrarsi per oltre 15 anni, faceva buon gioco al Re: da una parte catalizzava l’attenzione della comunità nazionale, offrendole la facile soluzione di un complotto esterno di provenienza algerina, dall’altro non permetteva lo sviluppo di un discorso pubblico e partecipato sul tema (per anni l’esistenza di prigionieri di guerra marocchini fu negata, così come dati reali delle battaglie e dei costi non vennero mai alla luce).

In più, lo sviluppo ipertrofico dell’apparato militare, che passò da 56.000 a 175.000 uomini tra il 1974 e il 1982 – oggi addirittura salito a 198.000 attivamente sotto le armi, più 100.000 coscritti e 150.000 riservisti – si inseriva perfettamente nella secolare concezione del Makhzen. Makhzen, termine con cui generalmente si fa riferimento all’establishment marocchino, in senso letterale indica la cassa in cui si depositavano le imposte, ma si riprende qui la definizione di Nicolas Michel, che lo intende come una grande casa (del sultano ovviamente) in cui l’amministrazione non è che una delle funzioni, accanto a quelle di fornire vestiti e cibo per esempio.

Il messaggio, sottinteso ma chiaro, è che non si scordi né si riesca mai a uscire dalla dipendenza dell’amministrazione centrale, quindi dal Re stesso, e la crescita mastodontica degli effettivi militari ne è un perfetto esempio.

Luca Maiotti

Seguirà La colonizzazione del Sahara Occidentale

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Foto (Oufkir e Hassan II): rabat-maroc.net

Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/3 – Pesca, fosfati e petrolio

By Luca Maiotti

Capitolo 1.2 della tesi “Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi”, di Luca Maiotti

La posta in gioco: introduzione geografico-economica del territorio

Noto anche come Sahara spagnolo, il Sahara Occidentale è un territorio del Nord Africa, compreso tra il 20° e il 30° parallelo, che si estende per una superficie di 266.000 km quadrati (circa la metà della Francia) secondo la tesi più attestata. Confina con il Marocco a nord, con l’Algeria ad est, con la Mauritania ad est e a sud e con l’Oceano Atlantico ad ovest. Queste frontiere sono il risultato di una serie di trattati tra le potenze coloniali francese e spagnola firmati tra il 1900 e il 1912. È diviso in due zone principali: la prima è la regione del Saquiat El-Hamra (letteralmente “fiume rosso” per via della composizione argillosa del suo letto) la cui città principale è la capitale El Aiun; la seconda è la regione del Rio de Oro, il cui capoluogo è Dakhla (ex Villa Cisneros).

La zona più a nord è occupata dalla hammāda (parola che trae la sua etimologia da morto, estinto), un tipo di deserto caratterizzato da altopiani rocciosi e brulli, con presenza di pietrisco. Scendendo verso sud si entra nella zona dei fiumi, ma questi sono in realtà da considerarsi più come delle depressioni in cui l’acqua scorre nelle stagioni di pioggia e rapidamente evapora ancor prima di arrivare al mare. Sugli argini e sul fondo sabbioso si può praticare l’allevamento. La terza zona è quella interna, costituita da ʿirq (sabbia di-sposta a dune) dove l’acqua si accumula nel sottosuolo consentendo la creazione e lo sfruttamento di numerosi pozzi. È facile capire come un tale tipo di terreno abbia condizionato le attività umane, dirette essenzialmente verso l’allevamento e la pastorizia di tipo nomadico (cammelli e capre). Un tale interesse da parte di almeno tre paesi per questo territorio non può essere giustificato dal suolo tutt’altro che ospitale o dal numero dei capi di bestiame. Lo sguardo va diretto più in profondità.

I dati sono ancora limitati – lo stesso sottosuolo marocchino è stato mappato solo per il 20% della sua interezza – vista anche la storia recente del territorio, ma l’indubbia ricchezza in rapporto all’esiguo numero di abitanti ha portato qualche studioso a definire un Sahara Occidentale indipendente come un potenziale “Kuwait del Maghreb”

Questo territorio infatti può vantare due e forse più risorse fondamentali che lo rendono estremamente “desiderabile” dal punto di vista economico. La prima risorsa presente in grande quantità sono i fosfati, scoperti dal governo spagnolo negli anni ‘50 e sfruttati già a partire dagli anni ‘70. I fosfati sono un componente cruciale dei fertilizzanti e dei detergenti attualmente in commercio. Includendo il Sahara Occidentale, il Marocco ha prodotto nel 2000 circa 21,5 milioni di tonnellate di fosfati, destinandone circa la metà alle esportazioni, in cui ricoprono una voce tutt’altro che marginale. I giacimenti maggiori si trovano a Bou Craa, dove un insieme colossale di scavatrici, camion e draghe è continuamente all’opera. La miniera è la più vasta al mondo, e copre 250 chilometri quadrati. Da qui parte un nastro trasportatore lungo più di 100 km, uno dei bersagli preferiti del Polisario, che conduce quanto estratto ad El-Ayun, dove è stato costruito un molo apposito per navi di enorme stazzatura. Si calcola che la produzione annuale media sia di circa di tre milioni di tonnellate di fosfati lavorati per anno.

Secondo la stima di una missione ONU del 1975, un Sahara occidentale indipendente sarebbe diventato il secondo maggior esportatore di fosfati dopo il Marocco, con il suo 34% di quota. Al prezzo del tempo, Bou Craa avrebbe generato 680 milioni di ricavi dall’esportazione e avrebbe garantito al Sahara Occidentale un reddito pro capite simile a quello di alcuni paesi europei. Il sogno di Ḥassan II di un monopolio dei fosfati fu infranto, dopo un aumento spettacolare delle entrate all’inizio degli anni ‘70, dall’aggiustamento della domanda che portò a dimezzare i ricavi alla stessa velocità di quanto cresciuti.

La seconda grande risorsa territoriale deriva dai 1110 chilometri di coste del Sahara Occidentale. La zona di mare che bagna le sue rive è tra le più pescose al mondo, e la Spagna, dalle sue basi nelle Canarie, ha cercato di sfruttarlo fin dal XVI secolo. Vi si trovano più di 190 specie di pesci e diverse dozzine di crostacei, cefalopodi e molluschi. Distinguendo una pesca artigianale e una industriale, la Spagna praticava soprattutto la prima, mentre la seconda era appannaggio di immense navi-officine battenti bandiera giapponese, sovietica e sud-africana che riuscivano a trattare il pescato immediatamente. Come per quanto riguarda i fosfati, negli accordi di Madrid siglati al momento di lasciare il territorio nel 1975, la Spagna si assicurò una quota importante delle risorse ittiche. La negoziazione è poi proseguita nel 1988 firmando il primo accordo di pesca Unione Europea-Marocco, con il quale 800 licenze venivano garantite al costo di 282 milioni di euro. L’accordo, che non faceva riferimento a delimitazioni territoriali definitive, fu rinnovato fino al 1999 a costi sempre più alti, fino al momento in cui le richieste economiche del Marocco divennero sproporzionate e si decise perciò di non perpetuarlo.

Le zone di pesca del Sahara Occidentale hanno contribuito in maniera notevole per quanto riguarda il mercato del pesce: in totale nel 2000 vennero portate a riva 896.000 tonnellate di pesce e 317.000 furono destinate all’esportazione. Questo settore è a tutt’oggi oggetto di investimento da parte del Marocco: per esempio le banchine di El Aiun nel 2002 hanno subito il loro terzo intervento di ampliamento dalla loro apertura nel 1986, raddoppiando la capacità dell’intero porto. Nonostante l’istituzione di periodi di chiusura della pesca e di quote di tonnellaggio però, il totale dei banchi sta rapidamente decrescendo a causa della pesca illegale. Nel 2002 un’associazione di piccoli proprietari di navi di Dakhla ha sostenuto che ci fossero più imbarcazioni non registrate che imbarcazioni con licenza, con il beneplacito delle autorità locali evidentemente implicate in connivenze e corruzione.

Altre risorse del sottosuolo sahariano, meno importanti di fosfati e pescato solo per il momento, sono il petrolio e altri minerali. La ricerca del petrolio rappresenta un’istanza primaria per il Marocco, secondo importatore africano dopo il Sud Africa. Negli anni 70, mentre si facevano importanti scoperte sulle coste della Guinea Bissau e della Mauritania, qualunque prospettiva per i giacimenti offshore si era rivelata troppo rischiosa a causa della situazione di instabilità sul territorio e degli elevati costi della tecnologia necessaria.

Dieci anni dopo il cessate il fuoco il Marocco sembra però ora disponibile a riaprire i canali per investimenti stranieri, in quanto il conflitto è stato congelato e l’expertise raggiunta nel campo delle trivellazioni in alto mare ha abbattuto i costi delle ricerche. Così nel 2000 una nuova legge sul petrolio ha abbassato al 25% la quota statale sulle concessioni di esplorazione e sviluppo, abbattuto le royalties di produzione ed esentato dalle tasse le compagnie una volta avviata la produzione.

Nell’autunno 2001 il governo di Rabat ha firmato accordi con TotalFinaElf, major petrolifera francese e la texana Kerr-McGee. Gli accordi avevano diviso l’intera massa delle acque del Sahara Occidentale coprendo un’area di 150.000 chilometri quadrati. Alcuni analisti avevano visto nella nazionalità degli attori economici una presa di posizione, soprattutto da parte degli Stati Uniti, per un Sahara Occidentale come regione autonoma sotto sovranità marocchina. Gli Stati Uniti, in presenza di giacimenti rilevanti, avrebbero potuto svincolarsi dalla loro dipendenza dai paesi del Golfo Persico, permettendo una diversificazione del rischio e un abbassamento dei prezzi. Ciò tuttavia non è avvenuto.  Secondo il sito Western Sahara Resource Watch, la Kerr-McGee si è ritirata dopo che il Fondo Pensioni Governativo Norvegese, seguito da altre società norvegesi, aveva venduto tutte le proprie quote detenute nella società per ragioni morali – letteralmente per la “violazione particolarmente seria di fondamentali norme etiche” – spingendo la compagnia petrolifera  a non rinnovare il contratto con il Marocco.

Il Marocco comunque non è l’unico attore a condurre negoziati: recentemente altri soggetti sono intervenuti nello scenario. La multinazionale petrolifera australiana Fusion ha annunciato nel 2002 di aver raggiunto un accordo con il Fronte Polisario. Non avendo accesso ad altri dati, essa si incaricò di un’operazione di studio di 12-16 mesi e della presentazione di un report; in cambio il Polisario si impegnava a garantire il diritto di opzione sui contratti alla Fusion di tre blocchi da 20.000 chilometri quadrati, a partire dal momento in cui la RASD sarebbe stata ammessa alle Nazioni Unite.

Altri minerali estraibili si trovano in grandi quantità nel sottosuolo del Sahara Occidentale. Primo tra tutti è il ferro (2,4 miliardi di tonnellate di ottima qualità stimate dal 1970), seguito dal titanio (stimato a 270 milioni di tonnellate) e si ipotizza che il territorio nasconderebbe uno dei più ricchi giacimenti di vanadio, materiale usato per irrobustire il titanio nei motori dei jet e nelle strutture di volo ad alta velocità. Ci sarebbero 23 milioni di tonnellate di vanadio, quando le riserve globali conosciute ammontano in totale a 63 milioni, quota che garantirebbe se non il monopolio, almeno la quota maggioritaria del mercato.

Questa breve panoramica sulle risorse del Sahara Occidentale deve servire come una premessa ai fatti storici e come un dato da tener presente nell’interpretazione degli avvenimenti, soprattutto recenti. In più, viene a cadere uno dei tradizionali argomenti contro la nascita della Repubblica Saharawi Araba Democratica, ovvero la sua incapacità di sostenersi economicamente. Quanto visto fin qui dimostra la parzialità di questa tesi e sembra avvalorare piuttosto la teoria della resource curse. Secondo questo paradosso, i paesi e le regioni con un’abbondanza di risorse naturali, in particolare di risorse non rinnovabili come minerali e combustibile, tendono ad avere minore crescita economica e peggiore sviluppo rispetto ai paesi con meno risorse naturali.

La popolazione sul territorio

Gli abitanti autoctoni del Sahara Occidentale sono chiamati Saharawi (in diversa grafia Sahraui). Il termine è genericamente un aggettivo relativo al Sahara, ma negli anni ha comunemente assunto un deciso significato politico. In questo scritto si farà riferimento al popolo del Sahara Occidentale chiamandolo Saharawi, parola che è presente nella stessa costituzione della RASD (Repubblica Araba Saharawi Democratica, appunto). Il dialetto dell’arabo che viene usato ancora oggi è l’hassaniya, che accomunava tutte le tribù principali che abitavano il Sahara Occidentale prima della colonizzazione spagnola. Era stato introdotto dagli arabi Maquil, arrivati in Maghreb nel corso del XIII secolo, il cui gruppo principale era chiamato “figli di Ḥassan”, e si compone di un 80% di termini arabi e un 20% di termini mauri. Il Sahara Occidentale era infatti popolato anticamente da berberi (soprattutto Sanhaja e Zeneti), Mauri e Ebrei. Con il VII secolo erano arrivate le prime ondate di arabi, a cui seguì quella degli arabi Maquil provenienti dallo Yemen all’inizio del XIII secolo.

Tutte queste tribù, pur conservando molte differenze tra di loro, erano accomunate da alcuni elementi: in primo luogo la struttura patriarcale e patrilineare (dove però la donna aveva una certa importanza); ogni tribù era poi divisa in frazioni e sub-frazioni, a cui corrispondevano un certo numero di tende (khaima) e un certo numero di famiglie . Vigeva una gerarchia tra le tribù (guerriere, shorfa , tributarie), ma tutte erano musulmane e parlavano, con leggerissime varianti, l’hassaniya. Si contavano una ventina di tribù nel Sahara Occidentale, ma le principali erano otto, divise in 45 frazioni. Queste tribù si distinguevano in maniera piuttosto netta da quelle vicine del Marocco o dell’Algeria, mentre intrattenevano legami abbastanza stretti con quelle della Mauritania. Non è corretto parlare di un popolo all’inizio della colonizzazione spagnola (fine XIX secolo), ma si può parlare di un insieme di tribù omogeneo per tradizione, lingua, religione e costumi.

Luca Maiotti

Seguirà 1.3 Introduzione storica Gli “anni di piombo” marocchini: l’esercito

Il post precedente è al link Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/2

Foto: Alkemia

Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi, L.Maiotti/2

By Luca Maiotti

Capitolo 1 della tesi “Sahara Occidentale: conflitto e identità attraverso le storie di vita dei guerrilleros saharawi”, di Luca Maiotti

Gli strumenti teorici per l’analisi: le definizioni di conflitto e di identità

Al fine di poter procedere a un’analisi approfondita dell’identità saharawi durante il conflitto tra Fronte Polisario e Marocco, è opportuno illustrare preliminarmente alcune nozioni concettuali e storico-geografiche fondamentali. Di seguito saranno perciò definite le categorie di conflitto e identità di modo che vi si possa far riferimento e affinché possano fungere nello stesso tempo da strumento e destinazione della trattazione.

La definizione di conflitto

Per fornire una corretta definizione di “conflitto” sarebbe metodologicamente improprio fermarsi al numero di vittime causate da una guerra o dalle perdite sul mercato a causa di un embargo. Considerazioni di tipo statistico non possono costituire un valido strumento di analisi; possono al massimo fornire un dato da confrontare o interpretare. Lo stesso termine “conflitto” – peraltro spesso utilizzato impropriamente – può coprire un insieme di fenomeni o semplici tensioni molto differenti tra loro: da conflitto sindacale a conflitto israelo-palestinese. La prima distinzione che va operata è quella tra conflitto e guerra, espressioni spesso considerate equivalenti, quindi interscambiabili. Il conflitto consiste in un’incompatibilità di obiettivi tra due o più attori; la guerra è un conflitto in cui si ricorre alla violenza. La lotta armata è quindi solo uno dei possibili mezzi con cui il conflitto si materializza. Confondere conflitto e guerra è erroneo perché spesso con la fine della violenza – come nel caso del Sahara Occidentale – non termina il conflitto. In questo caso gli esiti più probabili sono di solito una guerra a minore intensità (sabotaggi, atti di terrorismo) o un provvisorio congelamento del conflitto.

Il settore pluridisciplinare della peace research si sforza di proporre agli operatori politici gli scenari che facilitino la risoluzione dei conflitti. Alcune modalità sono più stabili, perché si superano le incompatibilità (casi di risoluzione), altre si limitano a un congelamento (freezing) o una rimozione (avoidance), situazioni in cui il conflitto potrebbe rinascere in futuro.

La prima opzione per una risoluzione è l’integrazione o la separazione, attraverso i meccanismi di pace associativa o dissociativa. L’integrazione è simmetrica se si estrinseca tramite consociativismo (collaborazione di rappresentanti di gruppi religiosi, etnici, linguistici, culturali come in Libano) o federalismo – come nei casi di Iraq, Bosnia -; essa è invece asimmetrica se comporta solo autonomia amministrativa per determinati gruppi etnici, religiosi o linguistici. La separazione può essere simmetrica, se dà vita a stati di tipo mono nazionale (Timor Est, Eritrea, Sud Sudan), mentre si definisce asimmetrica qualora porti alla formazione di stati plurinazionali (Croazia, Serbia, Macedonia, Montenegro, Kossovo).

La seconda opzione è il compromesso, in cui l’oggetto del contendere viene diviso tra le parti in modo che entrambe siano soddisfatte. Sono i casi di confederazione con successione dei trattati oppure di condominio – nei quali la sovranità viene condivisa.

La terza opzione è lo scambio, che implica l’inserimento di un altro obiettivo che permette di realizzare delle reciproche concessioni. Per esempio in Cambogia in cambio dall’amnistia concessa ai Khmer rossi accusati di crimini contro l’umanità, lo Stato ha ottenuto come contropartita la cessazione delle ostilità.

La quarta opzione è la trascendenza, situazione in cui i fini degli attori sono tutti realizzati pienamente. Per esempio per alcuni conflitti in America Centrale prima dell’’89, il processo di democratizzazione dei gruppi militari comunisti viene considerato una forma di trascendenza.

La quinta opzione è il convincimento, in cui un attore realizza il proprio obiettivo mentre l’altro rinuncia unilateralmente al proprio – per esempio nei casi di accettazione delle decisioni di un Tribunale Internazionale .

Altre modalità non portano alla risoluzione del conflitto, ma giungono al massimo a un congelamento o a una rimozione.

Ad esempio, nel caso del dominio non c’è consenso né libertà di scelta per l’attore sconfitto, che viene soggiogato dall’avversario a causa di forti asimmetrie nella dotazione di risorse. Il dominio può essere il risultato di una sconfitta militare.

La diversione indica invece l’introduzione di una nuova interazione tra gli attori, di tipo positivo (un’attività cooperativa, come lo sfruttamento comune delle acque) o negativo (un secondo conflitto).

La multilateralizzazione introduce dei nuovi attori nelle interazioni.

La segmentazione indica la possibilità di frammentare l’avversario in due o più attori

Infine, la sovversione significa favorire il ricambio delle élite attraverso aiuti militari ed economici.

Per ulteriore chiarezza, si possono schematizzare le varie opzioni in una tabella

RisoluzioneRimozione
Integrazione (simmetrica, simmetrica)Dominio
Separazione (simmetrica, asimmetrica)Riduzione all’impotenza
CompromessoDiversione
ScambioMultilateralizzazione
TrascendenzaSegmentazione
ConvincimentoSovversione

Il conflitto quindi è un’esperienza dell’umano che può realizzarsi a diverse dimensioni. La complessità degli interessi in gioco spesso fa sì che l’intervento delle organizzazioni internazionali, prima tra tutti l’ONU, cerchi di limitare i danni e le perdite di vite umane, “accontentandosi” di congelare il conflitto. A questo proposito, il caso del Sahara Occidentale è ibrido: da una parte rientra nella categoria del dominio in quanto il territorio è stato completamente invaso e al momento attuale è saldamente nelle mani del Marocco; si può quindi parlare di pulizia etnica, con l’obiettivo di negare qualsiasi specificità culturale che possa dare adito a pretese di autodeterminazione. Dall’altra una risoluzione durevole di questo conflitto potrebbe essere raggiunta tramite una Separazione di tipo simmetrico, con la proclamazione dell’indipendenza della parte meridionale in seguito a referendum e lo stabilimento di frontiere da parte della Corte Internazionale di Giustizia.

La definizione di identità

La questione dell’identità riveste un ruolo centrale, perché rappresenta l’oggetto del contendere soprattutto ora che la lotta armata è sospesa e il territorio è posto sotto salda tutela marocchina. (altro…)

Marina Militare, 30° gruppo navale: in Senegal a sostegno della popolazione locale. Prossima tappa Casablanca, in Marocco, domani 22 marzo

Si è conclusa lo scorso 18 marzo la sosta in porto a Dakar del 30° gruppo navale – composto dalla portaerei Cavour, dalla rifornitrice di squadra Etna e dalla fregata Bergamini – giunto in Senegal lo scorso 15 marzo nell’ambito della campagna navale Il Sistema Paese in movimento.

Il Nunzio Apostolico in Senegal, monsignor Montemayor, nel corso dell’omelia della Santa Messa domenicale celebrata a bordo di nave Cavour ha affermato: “Il vostro scalo a Dakar, offre a questa città un espressivo contributo di bellezza e di bontà sia per la prestanza e per l’imponenza di questa magnifica portaerei e delle navi che la accompagnano, sia perché vi fate prossimi, con iniziative benefiche a tanti bambini bisognosi e tanti fratelli sfortunati. Sono tutte realtà luminose che non si improvvisano, ma che sono frutto di un lungo percorso di preparazione, fatto di scelte coraggiose, creatività, sacrifici e fatica.”

Due i siti per l’infanzia individuati con il supporto dell’Ambasciata d’Italia in Senegal: il centro d’accoglienza per bambini disagiati Ginndi e l’orfanotrofio Le pouponniere, dove gli uomini e le donne del 30° Gruppo Navale hanno voluto mettere il proprio tempo libero e la propria professionalità al servizio della comunità locale, cimentandosi in pitturazioni e ripristino di impianti idraulici ed elettrici nonché realizzando fasciatoi e ripiani nelle officine di nave Etna. In aggiunta sono stati forniti una sterilizzatrice professionale, due boiler, un forno e un frigorifero.

Inoltre, un team sanitario di bordo, costituito da 4 ufficiali medici, un ufficiale veterinario, uno psicologo e da 4 sottoufficiali infermieri, nonché un ufficiale medico del Corpo Militare della Croce Rossa Italiana e 7 infermiere volontarie della Croce Rossa Italiana, si è recato presso la Scuola Antonio Carovani e il Villaggio di Yene e ha prestato assistenza medica effettuando 370 visite mediche, in maggioranza a donne e bambini, svolgendo attività veterinaria, disinfestando ambienti interni ed esterni, nonché fornendo medicinali di primaria necessità e nozioni teorico-pratiche di pronto soccorso.

Le navi del 30° gruppo navale, che hanno lasciato l’Italia il 13 novembre scorso, proseguiranno la navigazione per Casablanca, in Marocco, dove giungeranno il 22 marzo.

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Fonte e foto: Marina Militare