Pagine di Difesa

Kabul, il Battle Group 3 di Italfor-14

pubblicato da Pagine di Difesa il 30 gennaio 2007

Sono ancora nell’aria di Kabul le parole del segretario alla Difesa statunitense Robert Gates sul prolungamento della missione per una brigata americana quando il presidente Hamid Karzai incontra la democratica Nancy Pelosi in visita in Afghanistan lo scorso 29 gennaio. “Vogliamo training ed equipaggiamento per le nostre Forze Armate”, chiede Karzai. E Nancy si mette a discutere con Hamid la richiesta proposta dall’amministrazione Bush nei confronti del Congresso di dieci milioni e mezzo di dollari: otto e mezzo per militari e polizia, due per la ricostruzione.

Mentre il presidente afgano insiste sulle sue priorità e la candidata democratica alla casa Bianca tiene duro sulla necessità di collaborazione tra il Pakistan e il paese dei papaveri nella lotta al terrorismo, il contingente italiano continua le sue attività nell’ambito della missione International Security Assistance Force (Isaf).

A Camp Invicta, dove ha sede il contingente nazionale Italfor-14 su base 7° reggimento alpini di Belluno comandato dal colonnello Antonio Maggi, è di stanza il Battle Group 3 costituito dal battaglione alpini Feltre. I suoi compiti sono il sostegno alle campagne di informazione e dei media, il supporto ai progetti di ricostruzione incluse le infrastrutture sanitarie, il sostegno alle operazioni di assistenza umanitaria e – cosa a cui il presidente afgano tiene davvero molto – la formazione e l’addestramento delle forze di sicurezza locali.

Il Battle Group è inquadrato nel Regional Command Capital (RC-C) a guida francese, che si articola in 32 Police District: l’area di operazione degli italiani è composta in tutto da dieci Police District. La sua unità di manovra è composta da due compagnie di manovra – la 66° compagnia alpini fucilieri El Camors di Belluno e la 47° compagnia alpini fucilieri L’Audace del 5° reggimento alpini di Vipiteno – e da un plotone di Ranger del 4° reggimento alpini paracadutisti preparati per le operazioni speciali.

Nel Battle Group sono inquadrati: un plotone Nbc (nucleare, biologico, chimico) del 7° reggimento difesa Nbc Cremona di Civitavecchia; un nucleo Eod (explosive ordnance disposal) del 3° reggimento Genio guastatori di Udine e del 6° reggimento Genio pontieri di Roma; un nucleo Cimic (cooperazione civile-militare) del Cimic Group South di Motta di Livenza; un nucleo Fac (forward air controller) del 185° reggimento paracadutisti ricognizione acquisizione obiettivi di Livorno addestrati alla condotta di operazioni speciali: un plotone Sorao (sottosistema di sorveglianza acquisizione obiettivi) del 2° gruppo di Casarsa della Delizia del 41° reggimento Cordenons di Sora impiegati per la prima volta nel teatro afgano.

Il Battle Group 3 è supportato logisticamente in tutte le attività da un plotone comando combat service support. Le force protection delle unità di manovra si sono recentemente unite al team Cimic nella distribuzione di trenta tonnellate di legna, sessanta stufe e altrettanti contenitori d’acqua alle famiglie più povere della valle del Musahi. Alla polizia locale sono stati destinati maglioni invernali, giacche e binocoli.

Questo intervento umanitario avvenuto lo scorso 23 gennaio ha anticipato di due giorni la consegna di una autoambulanza Nissan Patrol al governatore di Musahi, Saif Ul Rahman. L’autoambulanza è attrezzata come clinica mobile dentistica e verrà utilizzata da un dentista afgano a favore degli abitanti della valle del Musahi. L’iniziativa rientra nel piano del contingente italiano di potenziare gli aiuti alla popolazione nel settore della sanità pubblica nell’ambito dell’area di competenza, e si inquadra nei compiti prestabiliti a fianco del sostegno al governo afgano nell’opera di ricostruzione.

Solbiate Olona si prepara alla Nato Response Force del 2007

pubblicato da Pagine di Difesa il 20 novembre 2006

“Nove mesi in Afghanistan – spiega il generale di corpo d’armata Mauro Del Vecchio, comandante del corpo di reazione rapida italiano per la Nato (Nrdc-it) basato nella caserma Mara a Solbiate Olona – sono una esperienza forte e intensa vissuta senza pause e soste”. E senza pause né soste è stato anche il periodo successivo al rientro in patria degli uomini del generale, che in Afghanistan è stato al comando di 18mila militari di 37 paesi Nato e non-Nato nel corso della missione Isaf-8 dal 4 agosto 2005 al 4 maggio 2006. “Il corpo d’armata – rende noto Del Vecchio – si è immediatamente reinserito nella sede in Italia e le scadenze si sono avvicinate immediatamente”.

Dopo il saluto al contingente dato dalla città di Milano lo scorso 13 maggio, anticipato dalla consegna dell’Ambrogino d’Oro al generale Del Vecchio da parte dell’allora sindaco di Milano Gabriele Albertini, per l’Nrdc-it si sono avvicendati eventi e cerimonie a partire dall’insediamento di un nuovo vice comandante, il generale di divisione britannico David Bill che ha sostituito il collega Roger Lane il 19 settembre.

E poi l’International Day dello scorso 23 settembre, che ha richiesto un pesante impegno organizzativo; per proseguire con l’assunzione del comando della brigata Trasmissioni da parte del generale di brigata Raffaele De Feo, che ha sostituito il collega Ruggero D’Osualdo il 10 ottobre; l’assegnazione il 24 ottobre della bandiera di guerra al reggimento di supporto tattico e logistico, il Restal comandato dal colonnello Gerardo Restaino: “Una assegnazione che conferisce al reggimento un più alto significato alle attività operative e logistiche svolte in terra afgana durante le operazioni Isaf-8 e Italfor-11”.

Ora i militari della Mara sono a Civitavecchia per l’esercitazione Eagle Blade 06, che prepara l’Nrdc-it al prossimo impegno nella rotazione della Nato Response Force (Nrf). “L’anno prossimo torneremo a essere un elemento importante in ambito Nato: la componente terrestre della Nrf”, diceva il generale Del Vecchio già agli inizi dello scorso mese di agosto.

Non sarà la prima volta che l’Nrdc-it assolverà a tale impegno. Nel secondo semestre del 2004, infatti, i militari della Mara costituirono la componente terrestre nella Nrf-3. Questa volta “Nrdc-it parteciperà al progetto Nato Response Force dal 1° luglio 2007 al 15 gennaio 2008 come componente terrestre nella Nrf-9“, specifica il comandante Del Vecchio. La Nrf si avvale di un sistema di rotazione delle forze che è il suo punto di forza, dato che come spiega il comandante “la turnazione è un’organizzazione interna che garantisce l’operatività immediata e il livello di prontezza che la Nato assicura”.

La Nato Response Force è una struttura di pronto impiego per l’Alleanza Atlantica, pronta a intervenire in qualsiasi area di crisi. Finora la forza è stata impiegata per aerotrasportare gli aiuti umanitari stanziati a supporto delle vittime dell’uragano Katrina (settembre 2005) e solo un mese dopo è intervenuta a fini umanitari a sostegno del Pakistan sconvolto dal terremoto.

“Nrf è una struttura che la Nato ha deciso di darsi dal 2002 – sottolinea il generale Del Vecchio – per intervenire con immediatezza in tutti i teatri operativi qualora ce ne fosse necessità”. Le sue principali missioni di impiego sono quelle che prevedono la capacità di reagire con le forze più adatte allo specifico scopo nel più breve tempo possibile. Facendo riferimento solo sulle proprie capacità logistiche la Nrf può operare autonomamente fino a 30 giorni, anche oltre se viene rifornita.

E lo ha dimostrato in occasione dell’esercitazione Steadfast Jaguar 06, che ha avuto luogo lo scorso mese di maggio a Capo Verde arrivando a concludere con il riconoscimento della piena capacità operativa un percorso iniziato nell’ottobre 2003 con la iniziale capacità operativa.

“L’esercitazione di ottobre – anticipava ad agosto Del Vecchio – coinvolgerà le forze di turno: l’obiettivo è la costanza di prontezza operativa”. La Eagle Blade 06 che l’Nrdc-it affronta ora a Civitavecchia costituisce la terza fase di un processo di preparazione che è iniziato con l’addestramento delle unità a livello tattico di responsabilità nazionale, è continuato con l’addestramento delle componenti sotto responsabilità Nato per provarne l’interoperabilità, e si conclude ora con una esercitazione per posto comando, tutta dedicata all’addestramento estensivo delle comunicazioni e alla struttura di comando.

I 30 anni del 5° reggimento Aves “Rigel” di Casarsa della Delizia

pubblicato da Pagine di Difesa il 16 febbraio 2006

Il tempo di celebrare “la grande esperienza accumulata in trent’anni e la capacità di reagire ai task assegnati” e poi il 5° Rigel, il reggimento di aviazione dell’Esercito italiano, inizia il dispiegamento in Iraq. “Per la fine di febbraio i miei uomini avranno costituito il task group Capricorno a Tallil”, spiega il comandante colonnello Franco Miana che sabato 18 febbraio celebrerà il 30ennale del 5° Rigel nato come raggruppamento dell’Ale il 1° gennaio 1976 a Casarsa della Delizia in provincia di Pordenone.

“Nel corso della cerimonia metterò in evidenza che la nostra motivazione è la passione” chiarisce il comandante determinato a sottolineare la prontezza dei suoi uomini. “Lo abbiamo dimostrato – afferma riferendosi alle capacità sviluppate dal Rigel – anche nel corso dell’esercitazione Eastern Desert 2005 in Giordania: i miei militari hanno gestito un gruppo di 36 elicotteri nel deserto. Una esercitazione congiunta con una brigata dell’Esercito giordano durante la quale in un mese si sono raggiunte le 800 ore di volo, e solo una piccola parte degli equipaggi aveva esperienze di volo così lontane dai nostri ambienti quale è il deserto”.

Una situazione ai limiti della sicurezza: volare nel deserto, senza punti di riferimento fissi, sembra di volare sulle onde del mare. “E in Giordania, su quel deserto, si è volato anche di notte e senza luna”. Questo significa che l’uso dell’amplificatore di luce o Night Vision Goggle (Nvg) diventa difficoltoso per le ombre lunghe sul terreno che ingannano il pilota. Se poi a questo si aggiunge la ridotta altitudine del volo tattico si arriva a comprendere il livello di difficoltà dell’esercitazione. Il Rigel mantiene la capacità addestrativa e operativa dei propri equipaggi di volo con esercitazioni continue e svolge attività finalizzata all’impiego in teatro operativo. Il 20% circa delle ore di attività addestrativa viene svolto con l’impiego degli Nvg.

“Dal 2000, anno in cui è entrato a far parte della brigata aeromobile Friuli, il Rigel è impegnato quasi ininterrottamente in Kosovo con una unità (una task force di circa 80 unità al 1° Reparto operativo autonomo di Djakovica, ndr) su base 27° gruppo squadroni Aviazione esercito (Aves) Mercurio”, spiega il comandante. “Ora si sta per costituire un task group al 6° Reparto operativo autonomo di Tallil in Iraq su base 49° gruppo squadroni elicotteri d’attacco Capricorno rilevando il task group basato sul 48° gruppo elicotteri d’attacco Pavone di Rimini. Intanto in Libano personale del Rigel concorre nell’ambito della missione Unifil”.

La vocazione alla operatività del Rigel si è rivelata dalla nascita: “Il raggruppamento aveva cinque mesi di vita quando è stato chiamato a portare soccorso alle popolazioni colpite dal terremoto che la sera del 6 maggio 1976 ha colpito il Friuli”, ricorda il colonnello Miana. Da allora sono state svolte centinaia di missioni di trasporto di materiale, di operazioni di soccorso, di interventi contro gli incendi boschivi. Anche momenti difficili, come l’abbattimento di un elicottero AB-205 il 7 gennaio 1992 per opera di un Mig serbo.

E poi la Somalia, con l’operazione Ibis dal 1992 al 1994. “Il primo impiego operativo dell’elicottero d’attacco Mangusta – spiega il comandante rievocando i momenti più significativi dei 30 anni del Rigel – e Mogadiscio nel 1995, quando il Rigel operava dalla portaeromobili Garibaldi per proteggere il ripiegamento del contingente Onu. E ancora i Mangusta nei cieli della Macedonia nell’operazione Joint Guarantor”. Sabato 18 febbraio il Rigel celebrerà il senso di appartenenza all’Aviazione dell’Esercito, la passione per il volo e il legame con la terra che lo ospita. “Il mio spirt ator ti svole” è il suo motto.

Le esercitazioni russe del 2005

pubblicato da Pagine di Difesa il 9 febbraio 2006

Ventiquattro esercitazioni condotte con paesi stranieri tra marzo e ottobre 2005 con una media di tre esercitazioni al mese. I dati sono riportati nel numero 2-2005 del Moscow Defense Brief, una pubblicazione che riunisce prospettive di esperti con la conoscenza e l’esperienza del Cast (Centre for Analysis of Strategies and Technologies) e che esce nel primo numero dell’anno con un editoriale orientato alla trasparenza comunicativa. “L’intento principale di questa pubblicazione – si legge nell’editoriale – è di presentare le prospettive russe sulla sicurezza e le tematiche della difesa ai lettori al di là dei confini della Russia”. In questa ottica il Moscow Defense Brief si propone come risorsa di conoscenza e di analisi senza pregiudizi per il settore governativo, industriale, economico e di ricerca.

Sulla base di queste premesse la tabella che riunisce le esercitazioni joint condotte nel 2005 non poteva che essere dettagliata e precisa. Nazioni Nato, ma anche i vicini di casa, si sono esercitati nel corso di otto mesi secondo task che vanno dall’antiterrorismo alla difesa aerea, dalle missioni di ricerca e soccorso al peace-keeping. La prima esercitazione del 2005 ha avuto inizio il 14 marzo con una simulazione a computer di difesa contro missile balistico. Era la Arrow of Cooperation 2005 che ha coinvolto la Germania, l’Olanda e gli Stati Uniti e che ha visto l’impiego di 50 specialisti russi nella base aerea olandese De Peel.

A un mese di distanza la Russia ha affrontato un’altra attività simile, ma questa volta solo con gli Stati Uniti. La simulazione a computer ha avuto luogo a Mosca e la Russia vi ha impiegato il 4° Istituto centrale per la ricerca scientifica del ministero della Difesa. Una attività di cooperazione che tuttavia non nasconde le prerogative di sviluppo da parte della Russia dei mezzi per sopraffare il programma dell’American National Missile Defense.

Contro il terrorismo sono state svolte nove esercitazioni. In aprile la Boundary 2005 in Tadjikistan ha richiesto il coinvolgimento delle forze speciali russe in una operazione di protezione della sovranità e della integrità territoriale del Tajikistan. Le forze straniere interessate erano Armenia, Bielorussia, Kirghizistan, Kazakhstan e Tajikistan. Sempre in aprile, ma ripresa in agosto, nel Mar Nero Bulgaria, Georgia, Romania, Turchia e Ucraina hanno cooperato con lo Yamal russo in operazioni di antiterrorismo, recupero e soccorso, antisottomarino e difesa aerea.

Armenia, Bielorussia e Tajikistan hanno testato con la Russia la capacità di supportare l’Armenia contro gruppi terroristici. L’esercitazione ha incluso anche un training in difesa aerea che ha richiesto l’impiego di MiG-29, Su-25, Su-24, S-300 SAM. Con la Germania la Russia si è esercitata in maggio, impiegando 52 ufficiali e 85 soldati di una compagnia motorizzata, e in luglio sia in territorio russo che tedesco: antiterrorismo e operazioni di soccorso. Impiegato il 23° plotone del 4° reggimento paracadutisti della 76^ divisione avioportata. In agosto una esercitazone con Kazakhstan e Ucraina ha sviluppato le abilità investigative nella lotta al terrorismo con estrazione di ostaggi e ristabilimento dopo l’attacco. Impiegate unità di antiterrorismo.

La Russia si è esercitata anche in territorio montagnoso con l’Uzbekistan per eliminare i terroristi dalle aree più impervie. Anche qui sono state impiegate unità della 76^ divisione avioportata e team di forze speciali. In giugno è stata condotta l’esercitazione Frukus 2005 nella Baia di Biscay con l’obiettivo di cooperare contro la pirateria e il terrorismo internazionale. La Russia ha impiegato il cacciatorpediniere Admiral Levchenko e ha lavorato a fianco di Regno Unito, Stati Uniti e Francia. Indra 2005 si è svolta in ottobre nell’Oceano Indiano e ha visto l’impiego del missile incrociatore russo Varyag oltre ai due cacciatorpedinieri Admiral Tributs e Admiral Panteleev, la nave cisterna Pechenga, il rimorchaitore Kalar e una compagnia della 76^ divisione avioportata. In rapporto all’India per la Russia vi è la possibilità di finire allineata nel settore del mercato delle armi.

L’unica esercitazione in peace-making è stata condotta con la Cina simulando l’azione in un’area caratterizzata da conflitti etnici. Con il Giappone la Russia ha affrontato una prova di recupero e soccorso di un vascello in difficoltà e con la Francia si è esercitata nella ricerca e distruzione di mine navali con l’impiego del sminatore Alexey Lebedev. Sempre in ambito navale la Baltops 2005 è quella che ha coinvolto più forze straniere contemporaneamente: Germania, Danimarca, Lettonia, Lituania, Polonia, Stati Uniti e Svezia. Nell’esercitazione era prevista la ricerca di un vascello in violazione di un embargo delle Nazioni Unite.

Per il comparto dei sottomarini a giugno si è svolta una esercitazione internazionale in acque italiane: la Sorbet Royal 2005, che ha avuto luogo a Taranto e che ha visto coinvolti Regno Unito, Olanda, Grecia, Israele, Spagna, Italia, Canada, Portogallo, Stati Uniti, Turchia, Ucraina, Francia e Svezia. La Russia ha impiegato il rimorchiatore Shakhter e subacquei della 328^ Unità speciale Sar della Flotta del Mar Nero. Con l’Italia la Russia si è esercitata nel Mediterraneo con la fregata Pytlivy nel mese di luglio. Obiettivo: comunicazione e manovre congiunte contro le violazioni marittime.

Dopo queste spese la Russia, che ancora manca il bersaglio del picco post-sovietico toccato nel 2003 con poco più di cinque milioni e mezzo di dollari assegnati nel comparto acquisizione armi, affronta il 2006 con un finanziamento di oltre quattro milioni e mezzo di dollari. Per l’acquisizione ma anche per la ricerca e lo sviluppo. Un importo “mozzafiato” secondo la rivista Moscow Defense Brief che si propone di offrire uno sguardo trasparente sulla politica della difesa russa.

Afghanistan, Karzai: ancora cinque-dieci anni di impegno occidentale

pubblicato da Pagine di Difesa il 2 febbraio 2006

Si è conclusa il 1 ° febbraio a Londra la conferenza internazionale dedicata alla rinascita dell’Afghanistan che ha visto impegnati 70 soggetti tra paesi e organizzazioni internazionali. L’obiettivo dell’incontro, seguito anche dal segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan e dal segretario di Stato Usa Condoleeza Rice, è stato quello di varare il programma Afghanistan Compact che riassume gli impegni degli attori internazionali per i prossimi cinque anni.

Sicurezza, governance, diritti umani, sviluppo socio-economico e lotta al narcotraffico sono i settori chiave su cui la comunità internazionale si misurerà per il prossimo lustro. Dalla Germania è arrivata la conferma di un impegno pari a 160 milioni di euro in più di quelli già stanziati: “Abbiamo già promesso al governo di Kabul un aiuto annuo di 80 milioni di euro fino al 2008 – ha riferito il ministro per gli aiuti allo sviluppo Heidemarie Wieczorek-Zeul della Spd al quotidiano Tagesspiel di lunedì 30 gennaio – ora intendiamo estendere questo aiuto fino al 2010”.

Anche la Svizzera intende perfezionare le modalità di aiuto come ha confermato il segretario di Stato del ministero degli Esteri Michael Ambuehl martedì 31 gennaio a Swissinfo: “Negli scorsi anni ci siamo concentrati soprattutto sull’assistenza umanitaria. In futuro vogliamo mettere l’accento sui programmi di sviluppo a lungo termine”.

Per promuovere diritti umani e governance la Svizzera darà un sostengo finanziario di circa 100 milioni di franchi per il 2006 e per i prossimi quattro anni, dopo aver già versato 80 milioni alla fine del 2005 secondo quanto confermato da Ambuehl. Intanto fornisce sostegno a programmi finanziari specifici della Banca Mondiale finalizzati a favorire gli investimenti esteri. L’Afghanistan è dunque al centro dell’attenzione degli operatori internazionali interessati a ricostruirlo e a renderlo appetibile agli investitori. Ma lo stato asiatico non presenta ancora le condizioni di sicurezza fondamentali per attirare tali investimenti.

Il sud del paese è teatro di attacchi ai danni di poliziotti afgani e di militari della missione Nato Isaf (International Security Assistance Force) e della missione a guida statunitense Enduring Freedom. Uno di questi ultimi attacchi avvenuto il 28 gennaio a Kandahar è stato rivendicato da un sedicente portavoce dei talebani, che nella loro azione antigovernativa hanno già causato più di 1.700 morti dall’inizio del 2005.

Le turbolenze dell’area meridionale e orientale stanno rallentando il processo di allargamento della Nato nel paese. Dopo aver portato a termine il primo e il secondo stage, cioè l’espansione a nord e a ovest della missione Isaf che ha il suo quartier generale a Kabul, il portavoce della Nato James Appathurai ha riconosciuto che le precedenti attese di dispiegamento verso sud all’inizio del 2006 erano “forse eccessivamente ottimistiche”. L’espansione si farà, ma tra giugno e settembre. “Questo allargamento è una cosa complicata da fare in termini di impiego delle forze e di mettere davvero realmente in piedi l’operazione” ha detto Appathurai nel corso di un briefing lo scorso 26 gennaio a Bruxelles.

Isaf è comandata dal generale di corpo d’armata Mauro Del Vecchio dal 4 agosto 2005. A maggio passerà sotto comando britannico e Londra ha già annunciato l’invio di 3.300 militari nell’Afghanistan meridionale che diventeranno operativi da luglio. Soldati che “solleveranno un vespaio”, secondo il colonnello britannico Henry Worseley, e che forniranno “nuovi bersagli” ai guerriglieri dell’area. Soprattutto nella zona di Helmand, la provincia nel sud del paese considerata roccaforte dei talebani dove si coltiva più della metà dell’oppio coltivato in Afghanistan.

“I risultati positivi della nostra presenza sono molto più importanti dei rischi” ha replicato il ministro della Difesa britannico John Reid all’emittente Sky News, riconoscendo comunque i pericoli per le truppe del Regno Unito. Ma sarebbe più pericoloso, ha sottolineato, “permettere che questo paese ritorni nelle mani dei terroristi”.

Intanto a Kabul negli ultimi giorni di gennaio sono state arrestate nove persone, due di queste sono di nazionalità pachistana, in possesso di esplosivi e veicoli. Secondo il governatore Abdullah Khalid il materiale era destinato ad attentati da compiersi quasi sicuramente nella provincia meridionale di Kandahar. Mentre al confine con il Pakistan è stato arrestato dalle forze di sicurezza pachistane un 25enne ritenuto membro di Al Qaida. Mohamad Yussuf, questo sarebbe il suo nome, dice di essere turco. La notizia è stata data da un responsabile dei servizi di sicurezza pakistani rimasto anonimo.

La situazione dell’Afghansitan necessita dell’impegno militare occidentale. “Ci vorranno ancora tra i cinque e i dieci anni” ha detto il presidente afgano Hamid Karzai durante il forum di Davos lo scorso 27 gennaio riferendosi al bisogno che le truppe straniere stiano sul suolo dell’Afghanistan. “Abbiamo un esercito, abbiamo forze di polizia ma le forze armate devono diventare una istituzione forte, tale da difendere il paese. E ciò richiede tempo perché i numeri e l’equipaggiamento non bastano da soli a creare una istituzione”.

Afghanistan, agli attentati gli italiani rispondono con aiuti umanitari

pubblicato da Pagine di Difesa il 22 dicembre 2005

“L’attacco suicida contro un convoglio italiano a Herat si inserisce nell’ambito di una serie di attacchi simili che da un paio di mesi sono apparsi con maggiore frequenza sulla scena afgana e che hanno coinvolto anche le forze di Isaf”. Chi fa questa affermazione è il generale di corpo d’armata Mauro Del Vecchio, da agosto 2005 comandante della International Security Assistance Force (Isaf), dal suo quartier generale a Kabul. Il generale aggiunge: “Questo tipo di attacchi non è comune in Afghanistan e non rientrava nelle tecniche adottate finora dai talebani. Non è chiaro al momento, ed è quello che l’intelligence sta verificando, se queste tecniche siano state copiate o importate da altri teatri, come quello iracheno”.

“Le forze di Isaf – precisa Del Vecchio – visti i recenti attacchi contro i nostri mezzi e pattuglie e considerando anche il grande evento dell’inaugurazione parlamentare, hanno elevato lo stato di attenzione; sono state date direttive specifiche per fronteggiare tali rischi. Sono state riviste le modalità di pattugliamento e di comportamento ed è stata intensificata l’attività di intelligence svolta in collaborazione con le forze di sicurezza afgane. L’adozione di queste direttive e l’addestramento dei nostri militari ha permesso di prevenire l’attentato del 20 dicembre e di limitare i danni”.

Il generale Del Vecchio aggiunge: “Il conduttore del mezzo che è stato coinvolto ha notato il mezzo civile che si stava avvicinando in modo anomalo e gli ha impedito di inserisi all’interno del convoglio, obbligandolo a sorpassare sulla destra e poi a finire fuori strada. A questo punto il kamikaze si è fatto esplodere. Ma anche l’attacco di pochi giorni fa contro una pattuglia norvegese è stato prevenuto grazie all’adozione di misure e tecniche che hanno fatto sì che l’attacco fallisse”.

Del Vecchio conclude: “La mia lettura della situazione è che c’è un tentativo disperato da parte di queste organizzazioni ed elementi per riafferamare la loro vitalità ed esistenza con attacchi di grande effetto dal punto di vista mediatico in concomitanza di un evento di grande rilevanza per la vita del paese come l’apertura del Parlamento. Una recrudescenza prima del periodo invernale, che statisticamente ha visto sempre una diminuzione degli attacchi”.

Dunque, sono state messe in atto le procedure previste per evitare che l’attacco al convoglio andasse a segno. L’autista che la mattina del 20 dicembre a Herat, città dell’Afghanistan occidentale sede del Provincial Reconstruction Team italiano, chiudeva il convoglio formato da un fuoristrada Defender, un autocarro portacontainer e un Toyota Prado (tutti mezzi in organico al comando del Prt) aveva notato chiaramente l’auto che seguiva a velocità sostenuta.

Uno spostamento a sinistra per evitare il sorpasso e poi la chiusura dell’auto dell’attentatore che tentava a quel punto il sorpasso sulla destra. In questo modo la vettura carica di esplosivo è finita fuori strada esplodendo lontano dal convoglio. Al maresciallo capo Carmine Di Motta, al caporalmaggiore volontario in ferma breve Tommaso De Sio e al caporale volontario in ferma breve Alessandro Nonis, che stavano rientrando a Herat dopo un servizio esterno alla Forward Support Base, l’aeroporto di Herat, i sanitari hanno riscontrato ferite leggere causate dalla frantumazione dei vetri per lo scoppio dell’esplosivo.

Sul posto è subito intervenuta la Quick Reaction Force, la forza di impiego rapida, che con la polizia locale ha messo in sicurezza la zona. I militari feriti sono stati ricoverati all’ospedale militare spagnolo-bulgaro della Forward Support Base. I sanitari hanno confermato che le loro condizioni erano buone e non destavano preoccupazioni. Sembra che tali attentati, stando a rivendicazioni di cui non è verificabile l’autenticità, siano da ricollegarsi a gruppi di talebani. Va però tenuto presente – come ha detto anche l’ambasciatore a Kabul Ettore Francesco Sequi nel corso di un incontro di approfondimento sull’Afghanistan dopo le elezioni, organizzato a Milano dall’Istituto per gli studi di politica internazionale lo scorso 18 novembre – che “la cultura del kamikaze non fa parte dell’Afghanistan”.

A questo punto si riapre la discussione su una situazione frammentata del potere in Afghanistan. La vittoria di molti signori della guerra alle recenti elezioni parlamentari potrebbe minare la forza del potere centrale di Kabul e permettere infiltrazioni di terroristi, coltivazioni di oppio e traffici illegali. La questione della porosità dei confini con il Pakistan ha spinto il presidente Hamid Karzai a chiedere l’aiuto dei governi confinanti e la collaborazione delle organizzazioni internazionali per evitare il progressivo rinforzo della illegalità.

In questo clima lunedì 19 dicembre si è inaugurato il nuovo Parlamento afgano: 351 membri, di cui 249 della Wolesi Jirga, l’assemblea nazionale, e 102 della Meshrano Jirga, il senato. Il presidente Karzai ha dichiarato: “Questa riunione dimostra che tutto il popolo dell’Afghanistan è unito ed è un passo importante verso la democrazia”. Il 91enne Zahir Shah, ex monarca afgano rovesciato nel 1973 con un colpo di stato ed esule a Roma, era presente alla cerimonia. “Ringrazio Dio perché oggi mi trovo a partecipare a una cerimonia che rappresenta un passo verso la ricostruzione dell’Afghanistan dopo decenni di combattimenti. Il popolo afgano vincerà” sono state le sue parole.

Un quarto dei seggi della Wolesi Jirga e un sesto della Meshrano Jirga sono occupati da donne. Nel Parlamento siedono anche signori della guerra che combatterono contro l’occupazione sovietica, ex comunisti e talebani che si sono dissociati dal “regime medioevale”, come lo aveva definito il ministro degli Esteri Gianfranco Fini lo scorso agosto a Camp Invictia. In Parlamento si è presentata anche Malalai Joya, la parlamentare 27enne eletta nel collegio di Herat e conosciuta per aver attaccato pubblicamente i signori della guerra. Lunedì ha dichiarato ai giornalisti che gli uomini e le donne dell’Afghanistan “sono come piccioni che sono stati liberati dalle gabbie dei talebani, ma ai quali sono state mozzate le ali e che sono finiti nelle grinfie di vampiri che succhiano loro il sangue”.

A fianco dell’apparato di sicurezza nell’ambito di Isaf esistono anche momenti dedicati agli aiuti umanitari, destinati alla crescita del paese. A Kabul i militari del Cimic della brigata alpina Taurinense, che opera nell’ambito della missione Isaf e costituisce la Kabul Multinational Brigade (Kmnb) comandata dal generale di brigata Claudio Graziano, hanno consegnato 250 paia di scarpe al centro ortopedico Ali-Abad. Il centro è una struttura della Croce Rossa Internazionale ed è gestito dal medico italiano Alberto Cairo che opera a favore delle vittime delle mine. La raccolta delle scarpe, effettuata in Italia dalla sezione di Biella della Associazione nazionale alpini, rientra nel progetto Torino-Kabul 2005 elaborato dal comando Reclutamento forze di completamento interregionale nord e il comune di Torino.

Il progetto è finalizzato al sostegno dell’infanzia e della educazione scolastica. Il generale Graziano, sottolineando la vicinanza dei militari italiani al popolo afgano, ha affermato: “La brigata multinazionale fornisce sicurezza alla provincia di Kabul e la sicurezza si crea anche realizzando un rapporto di fiducia con la popolazione. In sinergia con l’ambasciata i militari italiani stanno sviluppando alcuni progetti per aumentare il rapporto di fiducia già esistente, concentrandosi principalmente nei settori dell’educazione e istruzione. Far conoscere meglio l’Italia e conoscere meglio questo paese è un chiaro segno di una comunità d’intenti”.

Oltre alla ristrutturazione di un asilo e di una scuola media del Distretto 5 di Kabul il progetto Torino-Kabul 2005 ha pensato anche all’università, grazie ai circa ottomila euro messi a disposizione dal Rotary club Polaris di Torino. L’ambasciata d’Italia a Kabul ha reso disponibili 20 borse di studio per gli studenti del corso di italiano, la cui insegnante è Chiara Ciminello, affinché possano approfondire lo studio della lingua direttamente in Italia dal 1° febbraio al 31 marzo 2006. L’ambasciatore Francesco Sequi ha dichiarato agli studenti al momento della consegna delle borse di studio che è loro compito “fare da ponte alle due culture”.

Tito Barracks di Sarajevo, una pagina di storia dell’Esercito Italiano

pubblicato da Pagine di Difesa il 16 dicembre 2005

Dal prossimo 15 dicembre i militari del contingente italiano svolteranno a destra appena usciti dall’aeroporto: direzione Butmir. Non più verso la città di Sarajevo percorrendo il viale dei cecchini, dunque, poiché la loro caserma non sarà più la centralissima Tito Barracks. Quella che è stata riconosciuta come la casa degli italiani per dieci anni sta per essere restituita al governo bosniaco.

“Si chiude una pagina di storia dell’Esercito Italiano” commenta il colonnello Francesco Diella, che dal 15 giugno è al comando del 17° reggimento artiglieria contraerei ‘Sforzesca’ di Sabaudia ed è attualmente comandante del contingente italiano in Bosnia. Il 15 dicembre Diella cederà il comando del contingente al colonnello Antonio Rendine, comandante del 7° reggimento bersaglieri di Bari. Da allora il contingente italiano sarà a Camp Butmir, a qualche chilometro dal centro di Sarajevo e dalle due torri commerciali che con i loro led luminosi indicavano ora, data e temperatura ai militari della Tito.

“La Tito consentiva al militare appena arrivato di avere subito un impatto con la città – spiega Diella – e con la parte più significativa di Sarajevo; usciti dall’aeroporto cittadino si svoltava a destra e si percorreva un lungo tratto del viale dei cecchini passando di fianco al fiume Miljacka e ai palazzi scheletriti dell’Onu e del Parlamento”. Il viale dei cecchini, meno noto con il suo nome di via maresciallo Tito, è stato nominato spesso nelle cronache di dieci anni fa. Lì si accaniva l’attività di cecchinaggio contro chiunque lo percorresse nel periodo che va dal 1992 alla primavera del 1996. Era il periodo dell’assedio di Sarajevo e il passaggio dei pedoni sul viale veniva protetto da container e coperte stese sui fili tirati da cassone a cassone.

“La prima immagine che ebbi della città fu proprio quella. La situazione appariva tranquilla, ma la gente era tesa perché il futuro, dopo gli accordi di Dayton che portavano a una suddivisone territoriale non corrispondente alla situazione esistente, era una grande incognita”. Così ricorda il generale di divisione Sandro Santroni, nel 1995 colonnello, a capo di un distaccamento avanzato di una quarantina di uomini: i primi militari del contingente italiano ad arrivare a Sarajevo nell’ambito della missione Nato.

“In realtà – chiarisce Santroni – arrivammo in città alla vigilia del passaggio di responsabilità dall’Onu alla Nato e non mostravamo ancora le nostre insegne dato che ufficialmente c’erano ancora i caschi blu che stavano alla Tito Barracks”. Con Santroni nei primi giorni a Sarajevo c’era anche il suo superiore, il generale di brigata Agostino Pedone, oggi generale di corpo d’armata in pensione.

“Fu proprio ai caschi blu francesi che chiedemmo accoglienza per la notte – continua il generale Santroni – e la Tito fu il nostro primo letto”. Quei primi italiani a Sarajevo rimasero alla Tito una decina di giorni, “il tempo di sistemarci all’hotel Bjokovo a Vogosca, un comune abitato da serbi ma destinato a divenire entità etnica musulmana per effetto degli accordi di Dayton”.

Santroni comandava un distaccamento con mansioni logistiche: “Il nostro compito era trovare alloggio per il grosso del contingente che sarebbe arrivato dall’Italia per la missione Ifor (Implementation Force) della Nato. I militari italiani dovevano sistemarsi sia in area serba che in area musulmana, proprio per garantire l’osservanza degli accordi di Dayton”.

“Si trattava di una missione del tutto nuova – racconta il generale Agostino Pedone – sia perché fu a carico di noi militari la ricerca dei compound e degli alloggi dove sistemare il contingente italiano sia perché la Nato interveniva per la prima volta al di fuori del proprio territorio di giurisdizione e al di fuori del proprio mandato”. Il generale Pedone ricorda le difficoltà dovute al mancato riconoscimento della Republika Srspka da parte del ministero degli Esteri italiano: “Dovevamo andare a firmare tutti i contratti per gli alloggi a Pale, là ogni trattativa veniva filmata dalla televisione serba e riprodotta a Sarajevo”.

Pedone rientrò in Italia dopo i primi giorni e quando a metà gennaio 1996 tornò a Sarajevo fu per andare a comandare un complesso di forze che comprendeva il battaglione logistico e l’ospedale da campo alla Tito Barracks. “Alla Tito si erano installati dei civili bosniaci di etnia musulmana – riferisce il generale riportando un episodio inedito – senza domandare niente a nessuno. Sembrava che non se ne volessero più andare e così ponemmo loro un ultimatum. Era pronto un piano per intervenire con la forza, ma prima dello scadere della mezzanotte del 19 marzo 1996, ora e data dell’ultimatum, se ne andarono”.

“La caserma Tito è diventata un piccolo pezzo di Italia a Sarajevo – ricorda ancora il colonnello Diella, ultimo comandante della casa degli italiani – ed è un punto di riferimento non solo per i cittadini ma anche per tutti gli italiani che lavorano a Sarajevo”. E’ un luogo di lavoro per molti sarajeviti che qui hanno trovato impiego nel settore dei servizi.

Kanita Focak, architetto da otto anni interprete con gli italiani alla Tito, ha visto tutte le trasformazioni che si sono susseguite a Sarajevo e nella caserma. “La Tito fu consegnata al contingente italiano in condizioni pessime: era devastata in quanto presa a bersaglio nel corso della guerra. Oggi la palazzina centrale è utilizzata per scopi culturali in connessione con l’università di Sarajevo”. La caserma subisce ora una nuova trasformazione per uso civile. Il sito “costruito nel 1878 dagli austro-ungarici – dice Kanita – verrà restituito al governo bosniaco entro giugno 2006. La sensazione è che si stia chiudendo una pagina di storia”.

La diaspora eritrea bussa alle porte a Roma, nessuno risponde

pubblicato da Pagine di Difesa il 22 novembre 2005

Lo scorso 6 novembre in Eritrea 45 famiglie hanno dovuto fare i conti con arresti e detenzioni per opera del governo. Motivazione: un loro congiunto ha lasciato illegalmente il paese. “La situazione già critica degli ultimi anni – spiega Mosè Zerai, presidente dell’Agenzia di Habeshia per la Cooperazione allo Sviluppo (Ahcs) di Roma – si sta aggravando in questi ultimi mesi, costringendo molte famiglie a pagare riscatti elevati al governo affinché rilasci i propri congiunti”.

Non si può lasciare l’Eritrea legalmente al di sotto dei cinquanta anni di età, ma la realtà del paese è ritenuta insostenibile dagli stessi eritrei che vivono in Italia. In tutta la penisola ci sono circa 10 mila immigrati dal paese africano, concentrati soprattutto tra Bologna, Milano e Roma. Le loro famiglie lontane, stando alle testimonianze, sono vittime di vere e proprie retate. I giovani fuggono dal reclutamento forzato, non esiste l’obiezione di coscienza e il costo della vita aumenta con poche prospettive di lavoro e di guadagno.

“L’Eritrea ha una popolazione di circa 4 milioni di persone – continua Zerai – e tutti gli uomini e le donne senza figli sono chiamati a svolgere servizio in caserma: chi ancora non ha finito il liceo e chi, già più che quarantenne, ha moglie e figli a carico. Tutti devono stare nelle caserme e seguire l’addestramento previsto, cercando di portare a termine il ciclo di studi o lasciando senza sostegno la famiglia. Ma se i ragazzi e gli uomini sono nelle caserme, chi porterà avanti il paese?”

Zerai non intende lasciare nel silenzio i timori dei suoi connazionali. Per questo l’Agenzia di Habeshia si è impegnata a coordinare le delegazioni di eritrei in Italia nella manifestazione di ieri 21 novembre a Roma, iniziata alle 8,30 in piazza della Repubblica e proseguita fino all’ambasciata di Eritrea nel tentativo non riuscito di consegnare una lettera all’ambasciatore o a un funzionario.

Il corteo di circa 150 persone ha poi proseguito fino al Parlamento per farsi ricevere dal presidente della Camera Pierferdinando Casini. Manovra anche questa non riuscita, “ma il presidente ci sarà” e nei prossimi giorni sarà fissato un appuntamento. Intanto, oggi pomeriggio è previsto un incontro con il delegato del ministero degli Esteri per l’Africa orientale.

“L’Ahcs chiede il sostegno e la collaborazione di tutti per destare l’attenzione dell’opinione pubblica e istituzionale su questo dramma che sta vivendo il popolo eritreo in patria e in diaspora”, si legge sul comunicato stampa diramato dall’agenzia in occasione della manifestazione.

Gli eritrei di Italia hanno sfilato per chiedere il rispetto della risoluzione dell’aprile 2002, che delineava il confine di Eritrea ed Etiopia, in quanto proprio “la situazione confusa riguardo ai confini tra i due paesi in lotta costituisce l’alibi per il governo dell’Eritrea per distogliere l’attenzione della comunità internazionale sulla violazione dei diritti umani”.

Per gli immigrati eritrei in Italia è importante che la comunità internazionale faccia pressione sul governo eritreo al fine di attuare un processo di democratizzazione e di tutela dei diritti umani e mettere così fine alle usurpazioni.

La Bosnia deve affrontare una trasformazione

pubblicato da Pagine di Difesa il 18 novembre 2005

Con molti timori e profondi cambiamenti, ma la Bosnia deve affrontare una trasformazione se vuole entrare in Europa. In discussione ci sono un elevato numero di partiti politici (80), una incredibile quantità di ministri (200), troppi parlamenti (14) e ben tre presidenti a rotazione. Una situazione “incompatibile con gli standard europei”, come ha sottolineato ai primi di ottobre Doris Pack, presidentessa della delegazione del Parlamento europeo per il sud-est Europa, esortando la Bosnia, che attualmente conta quattro milioni di abitanti, a una ridefinizione.

La realtà puntiforme in cui versa oggi la regione balcanica è una eredità dell’Accordo di pace di Dayton, che pose fine alla guerra del 1992-1995 delineando una suddivisione basata su due diverse entità etniche con un proprio governo e i relativi ministri e servizi. Republika Srpska da una parte, comprendente i serbi di Bosnia, e Federazione di Bosnia-Erzegovina dall’altra, che riunisce croati e bosniaks (i bosniaci musulmani).

Dayton creò un “ethnic divide”, un divario etnico, pur di mettere fine con urgenza all’assedio di Sarajevo per opera delle forze serbe, che occuparono il 70% del territorio del paese uccidendo o facendo scappare centinaia di migliaia di croati e bosniaci musulmani. Come la Bosnia avrebbe potuto funzionare così suddivisa, sarebbe stato un argomento da affrontare in seguito, fa notare Isn Security Watch.

Il processo di sovversione dell’accordo di pace o – se si vuole definirlo più cautamente – la chiusura di un’epoca durata dieci anni e intrisa di speranze di ingresso nella Ue sarebbe già stato delineato in una bozza segreta dagli Usa. Un trattato non ancora ufficiale a cui esperti statunitensi avrebbero lavorato per sette mesi, stando a quanto riferito sia da Isn sia da media serbi.

Per discutere il loro destino sulla base di queste nuove direttive, i leader bosniaci delle tre etnie si sono incontrati a Bruxelles lo scorso fine settimana e si sono salutati con un nulla di fatto e accuse reciproche di insuccesso. Per tutti è stato chiaro però che l’idea avuta dagli Usa rappresenta un passo avanti, anche solo per il fatto di avere riunito intorno a un tavolo rappresentanti di etnie che si sono fatte la guerra.

La bozza di Costituzione prevede una riduzione delle figure istituzionali a tutt’oggi presenti a svantaggio delle entità etniche praticamente scollegate da un governo centrale. E’ prevista una unica figura presidenziale o un presidente con due vicepresidenti che possono assumere la carica di vertice secondo una rotazione di sedici mesi.

Il progetto è orientato all’efficienza e al raggiungimento degli standard internazionali europei, ma al di là del diffuso ottimismo per le entità etniche si tratta di un progresso difficoltoso. I serbi bosniaci temono che la Republika Srpska svanisca nel momento in cui vengono adottati i cambiamenti abbozzati , tanto che il capo dell’opposizione serbo-bosniaca ha affermato: “La Republika Srspka è una entità bosniaca che non danneggia la funzionalità dello stato; ogni tentativo di chiuderla condurrà alla fine delle negoziazioni”.

Quanto detto da Dodik nel corso di una conferenza stampa rispecchia il sentimento comune dei politici serbo-bosniaci, timorosi di essere dominati dai bosniaks e per questo sostenitori dell’esistenza della loro entità con tanto di amministrazione parallela, al massimo con lievi modifiche. Anche i croati di Bosnia hanno espresso timori arrivando al punto di chiedere la creazione di una terza entità, oltre alle due esistenti, a dominazione croata.

Donald Heys, il diplomatico statunitense a capo dell’Institute for Peace (Uisp) con un passato di deputato nella comunità internazionale come alto rappresentante per la Bosnia, è uno dei principali autori del progetto di costituzione che soppianterebbe le conseguenze dell’Accordo di pace di Dayton. Heys ha riconosciuto che i leader bosniaci hanno dimostrato a Bruxelles molto disaccordo “ma il progresso è ancora possibile”.

E l’Europa che ruolo avrebbe avuto nella stesura della bozza costituzionale? Semplicemente un ruolo di osservatore, benché influente, come sostenuto da Bruce Hitchner del Uisp, mentre altri rappresentanti dell’istituto statunitense affermano che l’Europa è stata consultata per tutto il processo di preparazione delle proposte.

In ogni caso, assicura il commissario per l’allargamento europeo Olli Rehn, l’Europa ha supportato pienamente le iniziative finalizzate alla creazione di uno Stato multietnico a misura di cittadino europeo. Ma si dovrà parlare di “evoluzione e non rivoluzione”, ha tenuto a precisare nel corso di un breve intervento in una conferenza stampa in ottobre. “E’ un chiaro segno della volontà emergente di rivedere la costituzione di Dayton. I leader del paese sono padroni del processo che la comunità europea è pronta a facilitare”.

“La parola d’ordine è non più stabilizzazione ma transizione” ha confermato in ottobre Paddy Ashdown, alto rappresentante della comunità internazionale in Bosnia.

L’Esercito rinnova il sito web e viene premiato

pubblicato da Pagine di Difesa il 9 novembre 2005

Dietro al Premio Qualità conferito all’Esercito italiano dall’Associazione della comunicazione pubblica lo scorso 5 novembre a Bologna c’è un lavoro di sei mesi. A seguito del decreto legislativo n.82 del 7 marzo 2005, definito Codice dell’amministrazione digitale, la sezione che si occupa del sito internet dell’esercito si è subito impegnata nella realizzazione di nuove pagine per il web.

“A tutto vantaggio dei disabili – spiega il tenente Ilaria Danese dell’Ufficio risorse organizzative e comunicazione, che è competente per tutti gli eventi nell’ambito della comunicazione – che troveranno così più facile e immediata la navigazione”. Il sito dell’Esercito è stato presentato al Compa di Bologna nella nuova veste adeguata alle direttive di accessibilità per i disabili ed è entrato in funzione proprio in occasione del salone bolognese dedicato alla comunicazione pubblica.

Allo stand espositivo era presente il tenente colonnello Cristiano Maria Dechigi, webmaster del sito e caponucleo del team che ha curato la partecipazione all’evento comunicativo bolognese. L’Esercito italiano è stato premiato per la comunicazione istituzionale e per la capacità di restare al passo con i tempi, per l’attività nella cooperazione internazionale e il contributo dell’Italia per l’avvio e la realizzazione di progetti umanitari a favore delle popolazioni nelle aree di crisi.

Un riconoscimento che segna il cambiamento di immagine affrontato dal settore militare. Il messaggio comunicativo perseguito al Compa era focalizzato su due canali principali: la società esterna e i soggetti istituzionali. “La chiave di volta per il successo nelle operazioni in aree di crisi – sottolinea il tenente Danese – è proprio la comunicazione interistituzionale”. E la trasparenza e la accuratezza del passaggio di informazioni dall’area istituzionale all’area esterna o civile fanno il resto.

L’esposizione al salone ha seguito precisamente l’impostazione del messaggio comunicativo articolandosi in due temi principali: la comunicazione interistituzionale a servizio delle popolazioni delle aree di crisi e la comunicazione del servizio al cittadino. Nel primo settore ha trovato collocazione la cooperazione civile-militare in tutte le sue fasi di intervento (progettazione, approntamento, esecuzione e comunicazione di progetti Cimic); nel secondo si è inserita la presentazione della home page del nuovo sito web con l’inedita sezione dedicata alla tradizione affrontata giorno per giorno anziché per eventi storici.

A corollario della presenza del settore espositivo hanno avuto luogo conferenze focalizzate sul tema della comunicazione e della digitalizzazione. Nella tavola rotonda dedicata alla “Informatica per la Pubblica Amministrazione: applicazioni e sviluppi” il tenente colonnello Dechigi ha condotto l’intervento intitolato “L’informatizzazione nell’Esercito italiano. Esperienze e risultati”.

Il premio ricevuto è stato definito in un comunicato stampa dello stato maggiore della Difesa come “un riconoscimento importante per l’esercito e per tutte le Forze Armate che si impegnano a fare della comunicazione pubblica una attività sempre più diffusa ed efficace”.