Russia

NRDC-ITA 4th COS Conference: cooperation, collective security and crisis response the main challenges to face

20150611_NRDC-ITA COS Conference (2)Rapid Deployable Corps-Italy (NRDC-ITA), the NATO HQ based in Ugo Mara Barracks, in Solbiate Olona – Varese (Italy), hosted the 4th Chief of Staff (COS) Conference from 9th to 11th of June.

The conference chaired by Major General Ugur Tarçın, Chief of Staff of the Land Command in Izmir, is organized yearly and is aimed to get together the nine NATO Graduated Readiness Force (Land) Headquarters Chiefs of Staff (COS).

Currently, NATO is experiencing a significant change to force posture – perhaps the most relevant since the end of the Cold War, as many of the analysts are inclined to underline. In consideration of this conceptual framework, the conference timeline has been properly defined in order to enhance the development of a comprehensive approach to the challenge the Alliance will be requested to face.

20150611_NRDC-ITA COS Conference (3)The Conference, indeed, provided a valuable opportunity for Senior Officers to discuss a wide range of common issues related to the implementation of new NATO structures and concepts. The interest showed by all the Senior Officers during the development of this symposium, is the evidence of the cohesiveness existing amongst the different NATO Land Forces community and their will to achieve common goals.

In addition to express the validity of the mutual support concept, the 28 nations of the Alliance are determined to resource the Readiness Action Plan to show the NATO strongest commitment to enforce cooperation, collective security and crisis response.

20150611_NRDC-ITA COS Conference (1)It is important to underline that this declaration of common intents comes right when the Alliance is alarmed by a degree of ambiguity showed by Russia in the international arena and concerned by the some indications of instability in North Africa involving the Mediterranean area even.

In addition to geopolitical issues some other topics discussed by the Senior Officers were about interoperability and connectivity, with a deep dive into contemporary threats such as Cyber threat and Crisis management.

“This conference has been a huge success – said Major General Maurizio Boni, Chief of Staff of NRDC-ITA -Each of the Land Graduated Readiness Forces HQ are in a better position to move ahead with the challenges that they currently face”.

NRDC-ITA has recently turned into the role of a Joint HQ capable to lead a Multinational Task Force at operational level, after the successfully validation achieved at the end of the Trident Jaguar training cycle in April (links below).

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Source: NRDC-ITA

Ph. Credits: NRDC-ITA

Estonia: la VJTF della Nato non basta, serve base permanente per contrastare la minaccia russa

20150412_Reuters-BBC online_pres Estonia_Toomas IlvesLa Russia potrebbe prendersi l’intera Estonia ancor prima che una forza di reazione rapida della Nato sia in grado di dispiegarsi. In sostanza è proprio questo che ha fatto notare il presidente dell’Estonia, Toomas Ilves, parlando al Daily Telegraph britannico meno di una settimana fa.

Dopo il rafforzamento dell’unione dei cinque Stati nordici contro la minaccia rappresentata dalla Russia (link articolo in calce), evidenziato da un articolo del norvegese Aftenposten del 9 aprile, a pochi giorni di distanza anche l’inglese Daily Telegraph, qui rilanciato da BBC online, riprende i timori dei vicini di casa della Russia.

La Very High Readiness Joint Task Force (VJTF) della Nato, nuovissimo strumento ancora in fase di completamento, nato dal summit del Galles del settembre 2014 (link articolo in calce), sarebbe dunque meno rapida di una azione russa contro Tallinn, secondo il presidente Ilves.

Ilves ha spiegato che le truppe russe potrebbero raggiungere la capitale estone Tallinn, “che dista appena 218 chilometri dal confine russo a Narva”, in sole quattro ore.

I cinquemila uomini della VJTF, invece, si possono dispiegare nel giro di 48 ore a protezione dei membri est europei nel caso di una aggressione russa.

E il presidente Ilves in questo periodo si sente molto minacciato. Dai sorvoli militari russi sull’area, dalle esercitazioni ai confini e dalla “retorica belligerante” di Mosca: “Abbiamo esercitazioni [da parte russa] che vengono condotte a ridosso del nostro confine e che vedono impiegati dai 40 agli 80mila soldati. E poi siamo noi a essere accusati di aggravare la situazione … con la Russia che sostiene che ci saranno da prendere contromisure”, ha affermato al Daily Telegraph.

Attualmente in Estonia c’è un contingente Nato composto da una compagnia di fanteria statunitense di 150 elementi che staziona temporaneamente in area, perché il Nato-Russia Founding Act del 1997 proibisce la presenza stanziale di tali truppe. L’Estonia, da parte sua, ha un esercito di 5.300 elementi, ma deve fare affidamento sulla Nato per la sicurezza dei suoi cieli.

Per il presidente Ilves ora sembra proprio arrivato il momento di rivedere quell’accordo, vecchio di 18 anni, e di stanziare una base Nato permanente in Estonia, perché le 48 ore di dispiegamento della VJTF rappresentano senz’altro “un’ottima iniziativa, ma probabilmente, in termini reali, troppo tardiva”.

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Stati nordici più uniti contro la minaccia russa: intelligence e cooperazione con Stati baltici a difesa dell’Artico (13 aprile 2015)

Fonte e foto: BBC online (foto Reuters)

Stati nordici più uniti contro la minaccia russa: intelligence e cooperazione con Stati baltici a difesa dell’Artico

20150410_Aftenposten Norvegia_i cinque ministri nordiciFarsi trovare pronti per ogni emergenza: questo il motto che unisce la Difesa dei cinque stati nordici Danimarca, Finlandia, Norvegia, Svezia e Islanda. Niente di nuovo in tema di quella solidarietà e cooperazione che unisce il nord in una intesa di lunga data se non fosse che ora, di fronte alle nuove sfide internazionali, “i cinque” hanno deciso di andare ben oltre.

Così, come riporta un articolo del quotidiano norvegese Aftenposten di venerdì 10 aprile, una cooperazione militare più forte, ed estesa anche agli Stati baltici, è stata siglata in forma di una vera e propria dichiarazione quale diretta risposta all’aggressività manifestata dalla Russia, scomodo vicino delle nazioni nordiche, come spiega sin dalle prime righe il documento.

I firmatari dell’accordo sono: Ine Eriksen Søreide, ministro della Difesa della Norvegia; Nicolai Wammen, ministro della Difesa della Danimarca; Carl Haglund, ministro della Difesa della Finlandia; Gunnar Bragi Sveinsson, ministro degli Esteri dell’Islanda; Peter Hultqvist, ministro della Difesa della Svezia.

Dal documento, pubblicato dal quotidiano di Oslo, emerge la chiara volontà di condurre insieme più attività esercitative e di scambiare più informazioni, per non farsi cogliere di sorpresa dalle emergenze che dovessero delinearsi in ambiente terrestre, navale e aereo nell’area baltica, scandinava e, soprattutto, artica.

Ma i concetti chiave della cooperazione non vertono solo intorno a un incremento del numero di esercitazioni da svolgere insieme, bensì anche a una più stretta collaborazione industriale, in particolare in ambito Difesa, e allo scambio di informazioni di intelligence, oltre al trattamento di materiale cyber in piena cooperazione.

Interesse nei confronti di questo accordo è già stato manifestato sia da paesi europei, quali Polonia, Olanda, Germania e Gran Bretagna, attratti da questo concetto di cooperazione estesa nell’ambito della Difesa; sia dagli Stati Uniti, che a fine maggio condurranno quasi certamente insieme con le Forze Armate dei paesi nordici l’esercitazione Arctic Challenge, di previsto svolgimento in territorio norvegese e svedese.

Ci si aspetta infatti che gli USA prendano parte all’esercitazione di primavera con un considerevole numero di caccia F-16 basati nel Regno Unito, secondo quanto riferisce Aftenposten, citando contestualmente il commento della professoressa Janne Haaland Matlary, consigliere del ministro della Difesa norvegese: “Va tenuto conto del fatto che ci saranno reazioni negative da parte russa, e comunque ciò non andrà enfatizzato”.

“Due anni fa – ricorda Haaland Matlary – la Norvegia aveva dato avviso alla Russia dell’esercitazione Joint Viking nel Finmark, contea al confine con la Russia [all’estremo nord del paese, ndr], prevista nel 2015: questo bastò a determinare una dura reazione verbale dai vertici di Mosca”.

Intanto dall’Aftenposten si apprende che l’unione siglata dai “cinque” non intende sostituirsi alla Nato e che gli stati firmatari non sono obbligati a combattere gli uni per gli altri, ma di certo l’accordo costituisce una più credibile deterrenza, da raggiungere attraverso un maggior numero di impegni e di esercitazioni militari, specialmente in Lettonia e nella regione del Finmark, attività che si sono rese “assolutamente necessarie”.

L’obiettivo è raggiungere una preparazione specifica per poter operare in quelle particolari aree del pianeta, dove solo chi si è addestrato nel peculiare ambiente nordico può contare di far fronte all’impegno. È il motivo per cui già la Svezia e la Finlandia si stanno spostando verso nord per i loro addestramenti.

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Fonte e foto: Aftenposten

NATO VJTF, il nuovo strumento di sicurezza ai confini dell’Alleanza: definizione, utilizzi e percorso addestrativo

NATO_soldiers-of-the-1st-germannetherlands-corps-salute-during-eefh89Il nuovo concetto del VJTF è stato introdotto dall’ultimo summit della Nato che si è tenuto nel Galles lo scorso mese di settembre 2014, prendendo vita dalle tensioni internazionali che hanno caratterizzato le cronache più recenti a partire dalla questione dell’Ucraina e della Crimea, fino alla minaccia islamica dell’ISIS e alla debolezza del fronte mediterraneo minacciato da infiltrazioni terroristiche. Si chiama Very High Readiness Joint Task Force (VJTF), ed è una forza rapida di immediato impiego considerata una vera e propria punta di lancia della Nato nella gestione delle tensioni ai confini nazionali dei paesi membri, con particolare attenzione all’est europeo.

Di questo nuovo strumento di cui ha deciso di dotarsi l’Alleanza Atlantica si è già parlato in Paola Casoli il Blog, in particolare nell’intervista al generale Massimo Panizzi (link intervista in calce) e all’allora sua brigata italo-francese, che si è formata e addestrata proprio in questa ottica di dispiegamento rapido transnazionale.

Ora riaffrontiamo l’argomento per dare una visione specifica, ma chiara nei termini, di questa novità che ci riguarda molto da vicino, non solo in quanto membri dell’Alleanza Atlantica, in considerazione della complessa esercitazione che il NATO Rapid Deployable Corps-Italy (NRDC-ITA) di Solbiate Olona sta per affrontare al NATO Joint Warfare Centre (JWC) di Stavanger, in Novegia: la Trident Jaguar 15, finalizzata alla validazione NATO del comando multinazionale con sede nella caserma Mara alla vigilia di un periodo di standby quale comando di pronto intervento per una Small Joint Operation in ambito internazionale. In questo caso il VJTF pur non essendo parte della TF costituita da NRDC-ITA potrebbe rappresentare, a seconda degli scenari, l’elemento avanzato da rinforzare e sostituire.

Come anticipato, la brigata VJTF è caratterizzata da una capacità rapida di dispiegamento: 48 ore. Può essere composta, nel caso, da 5.000 elementi e costituisce parte della già meglio conosciuta NATO Response Force (NRF), su cui già si è scritto e si scrive (link articoli in calce).

Come la NRF, forza “joint and combined”, cioè complesso interforze (in cui sono armonizzate le componenti terrestre, navale, aerea e delle forze speciali) e multinazionale, che esprime la capacità immediata di risposta dell’Alleanza a una qualsiasi crisi, così anche la VJTF è finalizzata a dimostrare la volontà delle difesa collettiva dell’Alleanza dotandosi di uno strumento immediatamente impiegabile in tempi ristrettissimi e proiettabile verso i confini della NATO.

Official portrait of NATO Secretary General Jens  Stoltenberg“La forza giusta nel posto giusto”, l’ha definita di recente il Segretario Generale della NATO, il norvegese Jens Stoltenberg. Ed è proprio questa la finalità del Readiness Action Plan (RAP) delineato e concordato al summit del Galles, un piano in cui questo nuovo strumento militare entra a far parte a pieno titolo.

Il RAP è la riposta che la NATO ha inteso dare ai più recenti cambiamenti nel settore della sicurezza, soprattutto in relazione a ciò che accade ai confini dei suoi membri orientali e meridionali. Crimea, Ucraina, Repubbliche Baltiche, ISIS e Libia sono solo alcune delle parole chiave che ispirano questo nuovo progetto atlantico. L’obiettivo è garantire la prontezza di una risposta ferma a ogni minaccia alla sicurezza.

Nel RAP sono incluse tutte le misure della NATO a tutela della sicurezza dei paesi membri, compreso un potenziamento della NRF e la creazione, appunto, di questa VJTF, vera e propria “punta di lancia della NATO”.

La VJTF si centra sul comando di una unità a livello di una brigata in condizione di gestire una componente land fino a cinque battaglioni e con le possibilità di essere supportata da adeguati assetti aeronautici navali e di forze speciali. Il livello di prontezza richiesto gli consentirà di dispiegarsi completamente in un periodo di 48 – 72 ore al massimo.

Lo sviluppo e la sperimentazione del concetto VJTF consta di un percorso addestrativo che, assicura la NATO, procede secondo i ritmi prestabiliti. Nel 2016 la nuova forza sarà pienamente operativa così come concepita al summit del Galles.

20150402_150402-spearhead_NATO VJTFNon essendo ancora a pieno regime, dunque, nella VJTF è attualmente la parte terrestre della NRF a fare la funzione di una VJTF ad interim, fornendo la base per lo sviluppo della vera e propria forza VJTF.

Nel 2015 il personale è fornito in prima battuta da Germania, Norvegia e Olanda.

Il 2015 è anche l’anno in cui verrà condotto un intenso programma di esercitazioni e valutazioni del progetto, al fine di implementare il nuovo strumento atlantico entro la fine dell’anno in corso.

La VJTF sarà perciò totalmente operativa dal 2016, in grado di rispondere ovunque e in qualsiasi momento si renda necessario Intanto, a cammino di completamento della formazione e dell’addestramento già cominciato, la VJTF ha già raggiunto una sua capacità, anche se ad interim, e ha cominciato ad affrontare specifiche esercitazioni.

La prima di questa serie è quella che il 4 e 5 marzo scorsi, in Germania, ha visto coinvolto il Comando tedesco-olandese (1st German-Netherlands Corps), componente terrestre in standby nella NRF per tutto il 2015, al suo terzo turno in questo ruolo. Il comando con sede a Muenster ricopre dunque la funzione di Interim VJTF, secondo il concetto spiegato più sopra.

Le prossime esercitazioni si terranno in aprile (alert exercise) e in giugno (deployment exercise).

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Fonte: NATO

Foto: NATO; alamy.com; Wikipedia

Ucraina, una crisi da “maneggiare con cura”

Proteste Kiev UcrainaBy Filippo Malinverno

Di conflitti l’Europa ne ha visti tanti nel corso della sua millenaria storia e le ferite della Seconda Guerra Mondiale, l’ultimo di questa lunga lista, hanno impiegato anni per rimarginarsi, senza mai giungere ad una guarigione completa.

Dopo il 1945, quando i “tre grandi” [Unione Sovietica, Stati Uniti e Gran Bretagna, ndr] si riunirono prima a Yalta e poi a Potsdam per ridisegnare i confini di un continente devastato dalle bombe e dalla fame, si era venuto a creare un equilibrio più o meno stabile tra il blocco atlantico, USA-dipendente, e l’elefantiaco blocco sovietico, assoggettato alle paranoie di Stalin e dei suoi successori.

Per anni, il Vecchio Mondo ha potuto godere di un lungo periodo di pace, messo in pericolo soltanto negli anni Novanta con le guerre in ex-Jugoslavia e in Kosovo che, nonostante la gravità e l’efferatezza del loro svolgimento, furono comunque risolte da un’azione congiunta degli Stati Uniti, allora non più in possesso del loro status di superpotenza globale, dell’Europa, alla ricerca di una politica comune, e della Russia post-sovietica, impegnata nella sua ricostruzione radicale dopo il crollo del muro.

Gradualmente, trattati, dichiarazioni, convenzioni e proclami di vario genere hanno condannato e demonizzato la parola “guerra”, nel tentativo di impedire la rinascita delle rivalità interstatali e dell’ardore bellicoso tipico delle nazioni europee fino alla metà del Novecento. Una battaglia condotta da uomini e donne che la guerra vera l’avevano vissuta sulla propria pelle non molto tempo prima e che ancora provavano un dolore indelebile verso quegli innumerevoli orrori; una battaglia pacifica e pacifista che è stata tramandata alle generazioni più giovani, creando un sentimento comune di repulsione verso la violenza che non si era mai visto prima.

Ora che l’equilibrio può dirsi completamente raggiunto nell’Europa occidentale, quella orientale rischia di essere travolta nuovamente da una guerra lunga, logorante e colma di scenari agghiaccianti per il mondo intero.

A dire il vero, questa guerra, in Ucraina, esiste già da più di un anno: è una realtà cruda e apparentemente senza soluzione, che coinvolge un’intera nazione, divisa in due da sentimenti e identità nazionali opposti. Era il 18 marzo 2014 quando la Russia annetté ufficialmente la penisola di Crimea al proprio territorio: questa astuta mossa di Putin sconcertò non poco l’opinione pubblica mondiale, ma dato che la decisione finale era stata confermata da un referendum popolare palesemente a favore, l’iniziativa dell’Occidente per appoggiare Kiev dovette limitarsi a un supporto per così dire morale.

Poco dopo, nella parte orientale dell’Ucraina, sarebbe esploso un conflitto che avrebbe portato alla creazione delle repubbliche autonome di Lugansk e Donetsk, supportate militarmente da Mosca tramite aiuti materiali e insospettabili milizie senza mostrine sulle divise (forse sbucate dalle sabbie del prosciugato Lago d’Aral?). Questa volta la risposta occidentale è stata severa e inamovibile: sanzioni economiche pesantissime hanno messo in ginocchio l’economia russa, raffreddando ulteriormente i già precari rapporti con il Cremlino.

Nonostante la gravità dello scenario, poco tempo fa in molti erano fiduciosi in una fine rapida e positiva della guerra civile ucraina, senza ipotizzare alcuna escalation di violenza tale da compromettere addirittura la pace mondiale. Oggi, invece, le carte in tavola sono sensibilmente cambiate: la Russia, irritata dalle sanzioni, dal crollo del prezzo del petrolio e sempre più costretta a indebitarsi con il dragone cinese, sembra meno disposta a trattare, mentre gli Stati Uniti, forti dell’esponenziale crescita del loro PIL e gioiosi di vedere i russi allo stremo, non hanno alcuna intenzione di fare un passo indietro.

In mezzo, come al solito, c’è l’Europa, principale palcoscenico del conflitto americano-sovietico fino agli anni Sessanta e ora nuovamente in auge come campo di una possibile battaglia, non solo verbale, tra Washington e Mosca, rispettivamente a difesa di due metà diverse dell’Ucraina.

Le parole di Obama, pronto, se necessario, a fornire aiuti militari a Kiev, e di Putin, che minaccia ritorsioni belliche in caso di intromissione statunitense nella guerra civile, fanno capire che questa volta le due eterne rivali fanno sul serio.

Ciò che più spaventa nell’ambito della questione ucraina tuttavia non sono le velate minacce di guerra del Cremlino o l’utilizzo della forza da parte della Casa Bianca (non sarebbe di certo il primo esempio di scontro verbale e mediatico tra i due), bensì l’intransigenza che entrambi i leader sembrano voler manifestare con le loro dichiarazioni: per la prima volta in cinquant’anni i due interlocutori più potenti del pianeta sembrano non volersi capire ed appaiono estremamente restii ad aprire un dialogo costruttivo, volendo risultare come vincitori in questo braccio di ferro dalle prospettive inquietanti.

Con una situazione ucraina gravemente compromessa, l’Europa e i suoi più influenti rappresentanti, Germania e Francia, hanno l’occasione e il dovere di farsi mediatori tra le parti per evitare l’aggravarsi di una crisi internazionale che pare alle porte, ma questo compito si sta rivelando più difficile del previsto.

20150212_Vertice di Minsk su Ucraina_Putin_Merkel_Hollande_PoroshenkoIl lunghissimo ed estenuante incontro di Minsk tra Hollande, Merkel, Putin e Poroshenko, come dimostrano le stesse dichiarazioni dei protagonisti, ha condotto a un risultato precario e insoddisfacente: un coprifuoco totale ma non immediato, seguito dal ritiro progressivo degli armamenti pesanti dal campo di battaglia. Certo, considerando che le vittime fino ad oggi sono state più di 5.000 l’esito non va sottovalutato, anche se tutti i leader coinvolti nella trattativa sanno bene che questa è solamente una soluzione di compromesso che lascia all’Ucraina il tempo di respirare, forse per un’ultima volta, prima di soccombere alla probabile disgregazione territoriale.

Nel frattempo, pare che 50 carri armati russi abbiano varcato il confine sud-orientale dell’Ucraina per supportare le ultime azioni militari dei ribelli: cosa avrà mai in mente di fare Putin? Queste truppe, se veramente si sono mosse, non staranno di certo facendo un giro di ricognizione e le diverse ore di combattimento rimanenti prima dell’inizio della tregua hanno dato la possibilità ai due eserciti di consolidare le proprie conquiste territoriali prima che il conflitto venisse congelato.

In molti potrebbero obiettare che una vera e propria scissione delle repubbliche orientali filo-russe da Kiev non avverrà a breve perché Poroshenko, supportato dall’Occidente (statunitense, soprattutto), non cederà alle minacce di Putin; tuttavia, la prospettiva di una trasformazione dell’Ucraina in Stato federale e la concessione di una maggiore autonomia a Donetsk e Lugansk, due soluzioni che caldeggiate dal nuovo zar, fungerebbero molto probabilmente da prologo per una futura annessione al territorio nazionale russo.

In questo senso, l’esperienza della Crimea dovrebbe averci insegnato come trattare con Mosca e averci aiutato ad intuire, almeno in parte, gli obiettivi extraterritoriali del Cremlino, casualmente corrispondenti ai vecchi confini dell’ex-Unione Sovietica. Forse la volontà della NATO di voler integrare nel proprio organico anche un paese dalla tradizione russofila come l’Ucraina ha contribuito ad acuire la rivalità con il mondo post-sovietico, varcando un confine fisico che per la politica estera russa è sempre stato la linea di demarcazione che separava l’Est dall’Occidente: dopo la Polonia e i paesi baltici, nei quali sono presenti forti minoranze russofone, perdere un altro tassello fondamentale come l’Ucraina non sarebbe tollerabile.

Kiev, in età medievale, fu il nucleo dal quale si sarebbero poi sviluppati il Principato di Mosca e il futuro impero zarista, culla delle popolazioni slave; avvicinandosi all’Ucraina, la NATO e l’Europa hanno pericolosamente irritato il grande orso russo, che la storia insegna essere particolarmente aggressivo se minacciato nel suo spazio di influenza vitale: ecco perché questo paese funge da protezione verso il pericoloso mondo occidentale, svolgendo lo stesso ruolo che fino al 1989 svolsero i paesi del Blocco comunista, “Stati cuscinetto” utili a mantenere salda la cortina di ferro.

La Russia, nonostante un rinnovato contatto con l’Europa a partire dagli anni Novanta, necessario per portare al termine la propria ricostruzione dopo la crisi del comunismo, ha avuto, ha e avrà sempre bisogno di mantenere un certo distacco dall’Occidente e un’Ucraina integrata nell’Alleanza Atlantica guidata dagli Stati Uniti non potrebbe essere un incubo peggiore.

Non è un’esigenza solamente politica, ma anche e soprattutto culturale e storica: forti del proprio glorioso passato, i russi non sono disposti a considerarsi una potenza emergente, bensì una grande potenza, ruolo che il destino gli ha sempre riservato. Di conseguenza, a differenza di quanto implicherebbe lo status di potenza in via di sviluppo, il ritenersi grande potenza presuppone un confronto attivo e talvolta esasperato con la controparte occidentale, nel tentativo di raggiungere quella supremazia mondiale sfuggita sia agli zar che al colosso sovietico.

Inoltre, non bisogna sottovalutare il fatto che, mostrando i muscoli alla Russia, Europa e NATO non fanno altro che creare un nemico esterno utile a Putin per cementare ulteriormente il suo fronte interno e acquisire più consenso, ora sensibilmente in calo a causa delle difficoltà economiche scaturite dalle sanzioni.

Un dialogo tra le parti è senza dubbio possibile, ma la cautela dovrà essere una costante imprescindibile: il compromesso a cui si giungerà, diverso da questa effimera tregua, dovrà mantenere intatta l’Ucraina, accrescere il peso internazionale dei principali paesi europei ed evitare un eccessivo rafforzamento di Putin. Più facile a dirsi che a farsi, poiché probabilmente ci troviamo di fronte alla crisi più delicata degli ultimi quarant’anni.

Filippo Malinverno

Foto: radiocittàfujiko.it e Repubblica

Qui fa freddo sul serio: lettere della WWII dalla Russia a Padova grazie ad Ass Arma Aeronautica e Alpini

20150210_Qui fa freddo sul serio_Padova_Ass Arma Aeronautica_Ass Alpini“Qui fa freddo sul serio”, scriveva un soldato della Seconda Guerra Mondiale dal fronte russo ai suoi cari. Così i militari italiani in Russia comunicavano alle famiglie in patria la loro quotidianità bellica al fronte, affidando alla posta le loro righe.

Ora quell’intero corpus di lettere e cartoline militari scritto dai soldati italiani in Russia è esposto in originale a Padova grazie all’Associazione Arma Aeronautica di Padova, con la collaborazione dell’Associazione Nazionale Alpini.

La collezione “Qui fa freddo sul serio”, il cui corpus principale è appunto costituito da lettere e cartoline militari in originale scritte dai militari italiani in Russia durante la Seconda Guerra Mondiale, è esposto da domani, 11 febbraio, in una grande sala del Museo Storico della Terza Armata nel Palazzo Camerini di Padova dopo che il generale Bruno Stano, comandante del COMFODI-NORD (Comando Forze Difesa Interregionale Nord), ne ha concesso l’utilizzo.

Con i documenti presentati, sottolinea il comunicato stampa dell’Associazione Arma Aeronautica, si vogliono portare ai visitatori le parole dirette dei protagonisti, senza alcuna intermediazione: né quella degli studiosi, né quella dei pur importanti scrittori-testimoni che sono anche loro, in qualche misura, dei mediatori. Il titolo stesso della collezione è appunto tratto dalla lettera di un soldato.

I tragici avvenimenti in terra di Russia possono qui essere visti dalla base: le sofferenze delle persone, le preoccupazioni per le famiglie, i presagi su come andranno le cose. Gli scritti portano i segni del vaglio della censura che eliminava non solo notizie ma anche riflessioni che non dovevano venire diffuse in patria. I nostri soldati, però, riuscivano spesso a far trapelare qualcosa: con un disegnino, una parola scritta in un angolo, la scrittura a rovescio e altri piccoli espedienti.

La speranza è che tutti i visitatori possano rendersi conto che queste vicende e queste persone sono esistite, facendo leva sulla forza, anche emotiva, che le tracce documentali spesso hanno.

La mostra si inquadra nella commemorazione della Battaglia di Nikolajewka con la quale le nostre truppe uscirono dalla sacca seguita al crollo del fronte del Don. Dopo quella battaglia mancarono all’appello 84.830 italiani: 10.030 riuscirono a tornare dalla prigionia, in 74.800 morirono in quelle steppe.

La collezione sarà presentata domani, mercoledì 11 febbraio, alle 10.30, nella sede del Museo Storico, in via Altinate, 59 (Palazzo Camerini), e sarà aperta al pubblico fino al prossimo 2 marzo. Sarà presente all’evento il curatore della mostra, dottor Luca Collodel.

La collezione ha già registrato un notevole successo di pubblico nel corso delle presentazioni avvenute in tutte le municipalità del veneziano, in particolare nelle prestigiose sedi della Torre di Mestre e della Basilica dei Santi Giovanni e Paolo di Venezia centro storico.

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Fonte e foto: Associazione Arma Aeronautica – Padova

L’ascesa cinese in Asia Centrale/7, V.Mentesana – La Shanghai Cooperation Organisation

CHINA-RUSSIA_-_Vladimir Putin_Hu JintaoBy Valentina Mentesana
Cap 4 della tesi L’ascesa cinese in Asia Centrale, di Annalisa Boccalon, Valentina Mentesana, Agnese Sollero

4. La Shanghai Cooperation Organisation
Un’attenzione particolare va rivolta alla Shanghai Cooperation Organisation (SCO), l’organizzazione fortemente voluta soprattutto da Repubblica Popolare Cinese e Federazione Russa per sviluppare un approccio quanto più multilaterale possibile nella gestione della sicurezza dell’area centroasiatica, storicamente soggetta ai giochi di potere delle potenze europee.

In questa parte ci limiteremo ad introdurre l’argomento che verrà poi approfondito soprattutto per quanto riguarda i rapporti di Cina e Russia entro la SCO.

Le origini: Shanghai Five Forum
Nell’aprile 1996 Repubblica Popolare Cinese, Federazione Russa, Repubblica del Kazakistan, Repubblica Kirghiza e Repubblica del Tagikistan diedero vita allo Shanghai Five Forum con l’obiettivo di aumentare la cooperazione nella sfera militare. L’anno seguente si giunse alla firma di un accordo sulla riduzione del dispiegamento di uomini in Asia Centrale e, in cambio, la Cina offrì la possibilità di elargire una limitata assistenza economica ai partner.

Al di là di ogni dichiarazione condita da idealismo, l’obiettivo concreto era quello di creare un’area di pace e stabilità lungo il confine sinorusso che allora sembrava l’area più instabile e foriera di pericoli.
Ciò che animava i cinque di Shangai e che continua ancora oggi ad animare l’erede SCO, sono soprattutto i principi di vicinato, cooperazione e amicizia.

Il vertice di Almaty del 1998 sancì la volontà dei cinque Stati di fare progressi circa le dispute sui confini e parallelamente la consapevolezza della necessità di rendere l’organizzazione più attiva nel risolvere le questioni regionali. Il passo successivo si compì al summit di Bishkek del 1999 che fornì l’occasione per dare un taglio economico al forum. In quell’occasione, infatti, ci si diede come obiettivo a lungo termine quello di rivitalizzare l’antica “Via della Seta”, obiettivo raggiungibile mediante una maggiore integrazione economica tra le repubbliche centroasiatiche, la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese.

L’inizio del XXI secolo segnò l’istituzionalizzazione del forum in Organizzazione Internazionale. In che modo avvenne quest’evoluzione?

Le cause sono da imputare principalmente, come vedremo, alla comparsa sulla scena internazionale, e nello specifico in Asia Centrale, di nuove minacce cosiddette “non convenzionali” e dalla profonda vulnerabilità delle neonate repubbliche centroasiatiche.

La nascita e l’affermazione della Shanghai Cooperation Organisation
Sulla scia del successo del Shangai Five, il 15 giugno 2001 Repubblica del Kazakistan, Repubblica Popolare Cinese, Repubblica Kirghiza, Federazione Russa, Repubblica del Tagikistan e Repubblica dell’Uzbekistan firmarono il Trattato di Shanghai che diede vita alla Shanghai Cooperation Organisation (SCO).

Dal punto di vista pratico, i membri della SCO occupano un territorio di circa 30.189.000 km2, i 3/5 dell’interno continente euroasiatico, e gli Stati membri sono abitati da circa 1,5 miliardi di persone.
I soggetti fondatori di quella che può essere a tutti gli effetti considerata un’organizzazione internazionale intergovernativa permanente decisero di compiere questo passo principalmente con lo scopo di rafforzare la mutua fiducia e le buone relazioni di vicinato tra gli Stati membri.

Concretamente, l’organizzazione ha oggi l’obiettivo di istituzionalizzare la cooperazione in campo politico, economico, scientifico, tecnologico, culturale, energetico, turistico ma soprattutto nel campo della sicurezza. Una cooperazione, quest’ultima, volta a combattere le minacce comuni, i cosiddetti “tre mali”, identificabili in separatismo etnico, estremismo religioso e terrorismo, che affliggono l’intera area centroasiatica.

Inoltre, dal punto di vista cinese, la SCO costituisce uno strumento strategico che consente a Pechino di allargare la sua influenza valicano i confini della sfera economica, fino a giungere ad essere determinante anche nel settore della sicurezza.

Indubbiamente l’aspetto economico non può essere trascurato dalla Cina, che, anzi, come già visto in precedenza, lo considera al contempo il presupposto necessario per la stabilità e l’obiettivo principale da raggiungere.

Pechino, quindi, sta cercando di convertire la SCO in un blocco commerciale ed economico unico. I membri della SCO basano le loro politiche interne sui principi di fiducia reciproca, mutuo beneficio, eguali diritti, consultazioni, rispetto per la diversità culturale e aspirazioni ad uno sviluppo comune.
Al contempo, le loro politiche estere sono condotte in accordo ai principi, cari alla Repubblica Popolare Cinese, di non allineamento e di apertura.

Nel giugno 2002 i Paesi appartenenti alla SCO firmarono l’Accordo sulle Strutture Regionali AntiTerrorismo (RATS), un accordo la cui importanza risiede soprattutto nella portata semplificatrice. Infatti, da quel momento in poi i sei Paesi scelsero di semplificare la cornice e soprattutto le interazioni pratiche in materia di lotta al terrorismo, al separatismo e all’estremismo.

L’anno successivo, durante il summit di Mosca del maggio 2003, si decise di trasferire le RATS da Bishkek a Tashkent e poco dopo, tra il 7 ed il 12 agosto 2003, si tenne la prima esercitazione congiunta dei Paesi appartenenti alla SCO.

Durante la visita dell’allora neopresidente cinese Hu Jintao in Russia fu sottolineato come la SCO avrebbe dovuto necessariamente diventare uno strumento di stabilità e di sicurezza regionale, nonché la sede per la prevenzione delle minacce terroristiche attraverso mezzi politici e di intelligence, in netta contrapposizione con il militarismo statunitense.

La cooperazione in materia di sicurezza si intensificò l’anno seguente, più precisamente nel giugno 2004, quando entro la SCO si costituì il gruppo di contatto sull’Afghanistan. Gli obiettivi della creazione di tale organo erano sostanzialmente politico-economici.

Accanto al consueto mantenimento della sicurezza e della stabilità nella regione, infatti,
ci si pose l’obiettivo di ravvivare l’economia afgana. A testimonianza che la linea tenuta della SCO è frutto soprattutto degli interessi cinesi, si deve registrare la proposta di costituire un fondo di sviluppo regionale avanzata durante il summit di Astana del luglio 2005.

Il 15 giugno 2006, durante il Sesto Summit di Shangai, si sancì il maggior coinvolgimento
della Cina nella cooperazione con le Repubbliche Centroasiatiche.

Questa scelta fu dettata dal timore di Pechino che le cosiddette “Rivoluzioni Colorate” del XXI secolo, minando le istituzioni, avrebbero potuto riproporre in Asia Centrale il Grande Gioco del XIX secolo ponendo le repubbliche centroasiatiche alla mercé degli altri attori internazionali. Si colse l’occasione, inoltre, per ribadire lo spirito di Shangai costituito dalla triade buon vicinato, amicizia e cooperazione.

Durante il vertice SCO del 2008 Wen Jabao affermò la necessità di “realizzare una maggiore interazione tra le nostre comunità finanziarie ed economiche”. Inoltre, ribadì come “i membri della SCO debbano lavorare per accrescere il coordinamento delle politiche monetarie e per migliorare i controlli finanziari”.
Pechino, quindi, si propose come asse per affrontare la crisi globale attraverso massicci investimenti nel settore delle infrastrutture, dei trasporti e dell’energia. Inoltre, Pechino affermò la sua disponibilità a finanziare progetti in ambito SCO volti a garantire la sicurezza alimentare delle popolazioni dell’area centroasiatica.

Perché la Cina compie questo passo?

La sicurezza regionale e il terrorismo islamico continuano ad essere annoverate tra le priorità della Cina nel quadro della SCO. Per Pechino, quindi, l’organizzazione rimane uno strumento chiave per contenere proprio il terrorismo islamico in una cornice regionale e multilaterale con il supporto dei Paesi interessati.

Anche in questo caso si evince la volontà cinese di procedere mediante gli strumenti del multilateralismo. La creazione della SCO avrebbe dovuto avere, nel lungo periodo, l’obiettivo di rendere obsolete le alleanze militari bilaterali della regione. La Cina, inoltre, sta tentando di neutralizzare gli uiguri dello Xinjiang grazie all’aiuto della SCO e delle repubbliche centroasiatiche facendo rientrare le azioni di protesta dei separatisti nei “tre mali” da combattere mediante tale alleanza.

La SCO, quindi, può a tutti gli effetti essere considerata il cuore dello sforzo cinese in campo estero.
Durante il summit di Pechino del 7 giugno 2012 il presidente cinese Hu Jintao, ormai alla fine del suo mandato presidenziale, elencò i punti da seguire per il futuro sviluppo della SCO: una SCO come fortezza di sicurezza regionale e di stabilità e una SCO come piattaforma per aumentare gli scambi internazionali.

Gli sviluppi più recenti
Nel XXI secolo la SCO rimane il forum di discussione privilegiato per le questioni legate al commercio e alla sicurezza. Nello specifico le minacce maggiormente temute dai membri della SCO sono il terrorismo e il narcotraffico.

Si tratta di un’agenda senza dubbio ambiziosa, ma fino ad ora anche in questi campi più delicati sono state prodotte solo mere dichiarazioni di intenti. Esempi lampanti di questa mancanza di efficacia sono l’assoluta assenza di reazioni da parte dei membri della SCO in seguito alle agitazioni verificatesi in Kirghizistan nell’aprile 2010. Tale silenzio è senza dubbio sintomo di una sostanziale debolezza istituzionale dell’organizzazione in questione.

Stessa situazione si è registrata in seguito alle violenze verificatesi nel luglio 2012 nella regione tagica del Gorno Badakhshan al confine con l’Afghanistan.

Va ricordato, però, come per altro verrà ampiamente spiegato nel prosieguo della trattazione, che le rivalità tra Russia e Cina potrebbero limitare il peso della SCO, un rapporto che un ex diplomatico kazako definì “la danza tra una mangusta ed un cobra” proprio per sottolinearne l’estrema delicatezza.

Una relazione in cui ormai oggi la Cina ricopre un ruolo sempre più importante grazie ad un’ascesa iniziata con la predominanza economica, ma che si sta ora consolidando anche in campo politico. Per il futuro ci si attende che emerga sempre più l’aspetto economico della SCO.

Valentina Mentesana

Seguirà: Cenni sui rapporti tra Cina e Asia Centrale

Il post precedente è al link L’ascesa cinese in Asia Centrale/6, Mentesana – Le politiche di Pechino nello Xinjiang
Foto: AsiaNews

Romanian Lessons: ambitious foreign policy in the Black Sea Region, G.Pallotta

By Giovanni Pallotta

Upon my arrival, on March 2014, I had the impression of being behind the front line of a war.

At Henri Coanda International Airport, there were hundreds of U.S. soldiers moving to the north of Romania, and they weren’t going on holidays, that is for sure.

My first walk in Bucharest was to Palatul Parlamentului and I saw the NATO flag waving near the Romanian and the European flag, in my whole life I had never seen such a thing anywhere.
These are just a few examples about what the Romanian attitude is towards the new International situation.

After 2004 Romania became one of the most important strategic partners of the Alliance in the Black Sea region and today represents the pivot for all American actions in Ukraine, not only military actions but also economic and, above all, diplomatic.

It is particular to note that all political parties approve of the function of their country; Romanian political history is full of disagreements, also today the relations between the President of the Republic, Traian Basescu, and the Prime Minister, Victor Ponta, are highly charged but in Foreign Affairs it is impossible to find a politician that is against U.S. policy and supports the Russians.

Of course, the communist past of the country represents a nightmare and a Russian reinforcement is seen as a warning but this doesn’t explain the current situation at all.

Probably Romanian will is to become the European bastion against the Russian neo-imperialism but not for an idealistic reason but for a pragmatic program; above all to reinforce their control over Moldavia, and, in the long run,  the reunion of Romania and Moldavia under Bucharest.

Romania has made important efforts to preserve its presence in Moldavia, through the construction of schools and cultural facilities, a clear example of “public diplomacy” and by advocating  that Moldavia will join the European Union.

Regarding economic aspects, Romania hasn’t been touched by the sanctions to Russia, its  most important partners are Germany, Italy and Hungary, so  Romania can continue to be inflexible without facing  any exporting problems.

It will be important for the International Community to consider how much Romania is involved and trusted in European and Atlantic project or is it simply a free rider that is trying  to use the situation to obtain political and economic advantages.

In  November/December 2014, the presidential elections will take place; regardless of the winner, we are quite sure that Romania’s  ambitious foreign policy to revamp its position with NATO and EU  and to revive past dreams will continue.

Giovanni Pallotta

Articoli di Giovanni Pallotta in Paola Casoli il Blog

Foto: la mappa della Romania è dello US Department of State

Le nuove direttive della politica energetica: shale gas e crisi ucraina allontanano la Russia dal mercato europeo? 3.Conclusioni

By Marco Antollovich

Come sta cambiando lo scacchiere energetico mondiale e quali le conseguenze della rivoluzione dello shale gas e della crisi ucraina per i mercati europei?

Analisi in tre puntate. Si conclude oggi, con le conclusioni dell’autore, la pubblicazione su Paola Casoli il Blog dell’ultimo lavoro di Marco Antollovich sulle nuove direttive della politica energetica nello scacchiere internazionale.

#shalegas #LNG #Cina #Giappone #Russia

Conclusioni: La virata a Oriente

L’inasprimento della crisi ucraina e una politica europea e statunitense marcatamente ostili a Mosca hanno spinto la Russia ad aumentare le esportazioni di idrocarburi verso paesi non ancora autosufficienti dal punto di vista energetico: Cina, Corea e Giappone.

Dopo l’incidente di Fukushima la dipendenza giapponese da LNG è aumentata drasticamente, il che ha spinto Tokio a incentivare una serie di joint-ventures russo-giapponesi volte a favorire la produzione di Liquefied Natural Gas russo (Progetti Sakhalin I e Sakhalin II).

Tuttavia, dei tre paesi asiatici, Pechino risulta essere l’attore di maggior peso nell’area, considerando il recente sorpasso a “danno” degli Stati Uniti come primo importatore netto di petrolio e altri combustibili liquidi al mondo (Energy Information Agency, 2014).  Con i consumi in piena crescita, la produzione interna di greggio in calo (i due enormi giacimenti di Daqing e Shengli risultano infatti in uno stadio ormai maturo, poiché attivi sin dai primi anni ’60) e l’impossibilità materiale di sfruttare le riserve di shale gas nel breve periodo hanno spinto la Cina direttamente tra le braccia di Mosca.

La stipula di quello che viene definito come l’”Accordo del Secolo” tra Russia e Cina sembra in realtà una mossa abbastanza ovvia, considerando il fatto che il più grande esportatore di gas naturale e il più grande importatore mondiale di idrocarburi hanno una frontiera comune di 4.245 chilometri. Tuttavia, sebbene la costruzione di un gasdotto sino-russo fosse prevedibile, ciò che risultava meno scontato era la tempistica, il timing.

Un accordo da 400 miliardi di dollari (considerando che il prezzo del gas russo per la Cina dovrebbe essere di circa 350 dollari per 1.000 metri cubi) difficilmente viene ignorato, ma diventa sintomatico di una virata di interessi verso i mercati asiatici se avviene alla vigilia della dichiarazione delle sanzioni ai danni della Russia.

La costruzione del gasdotto “Potere della Siberia” (Сила Сибири – Sila Sibiri in russo o Yakutia–Khabarovsk–Vladivostok pipeline) avrà ripercussioni certamente positive sia per il mercato russo che per quello cinese nel lungo periodo, il tutto senza privare Mosca della possibilità di esportare gas in Europa.

In Russia, la maggior parte degli idrocarburi destinati all’Europa provengono dalle regioni “storiche”, ovvero la Siberia Occidentale, il bacino del Volga – Urali e il bacino settentrionale di Timan – Pechora, mentre per quelli destinati alla Cina proviene invece quasi interamente  dai nuovi bacini della Siberia Orientale, troppo distanti dall’Europa per compensare i costi di trasporto in base al prezzo corrente del gas.

Tale divisione dei bacini di approvvigionamento implica il fatto che Mosca non stia rinunciando al redditizio mercato europeo, bensì che stia cercando nuovi mercati nel caso in cui le sanzioni occidentali portassero a una riduzione del volume di esportazioni russe.

Considerando che l’Europa acquista circa 160 miliardi di metri cubi di gas all’anno dalla Russia e che, una volta terminato il gasdotto sino-russo, Mosca dovrebbe fornire alla Cina fino a 68 miliardi di metri cubi di gas annui, è difficile negare la vittoria russa sullo scacchiere energetico mondiale. Se l’Europa decidesse infatti di ridurre drasticamente le importazioni di gas dalla Russia nel breve periodo, si troverebbe priva di potenziali fornitori alternativi, mentre Mosca, grazie all’ accordo con Pechino, è stata in grado di assicurarsi un compratore che da solo andrebbe a coprire quasi metà delle mancate esportazioni verso il Vecchio Continente.

Marco Antollovich

I due post precedenti sono ai link:

Le nuove direttive della politica energetica:  shale gas e crisi ucraina allontanano la Russia dal mercato europeo? 1.USA, Europa e Russia (19 agosto 2014)

Le nuove direttive della politica energetica:  shale gas e crisi ucraina allontanano la Russia dal mercato europeo? 2.South Stream o vie alternative (20 agosto 2014)

Dello stesso autore:

Transnistria e Ucraina: i dati che nessuno sembra vedere. E quella telefonata scurrile della Tymoshenko (26 marzo 2014)

Transnistria: un conflitto congelato da vent’anni nell’interesse delle grandi potenze e delle élite russe e ucraine (18 marzo 2014)

La pubblicazione in corso della tesi: Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente

Foto: presstv.ir

Le nuove direttive della politica energetica: shale gas e crisi ucraina allontanano la Russia dal mercato europeo? 1.USA, Europa e Russia

By Marco Antollovich

Come sta cambiando lo scacchiere energetico mondiale e quali le conseguenze della rivoluzione dello shale gas e della crisi ucraina per i mercati europei?

Analisi in tre puntate. Oggi, domani e dopodomani, in tre post su Paola Casoli il Blog, l’ultimo lavoro di Marco Antollovich sulle nuove direttive della politica energetica nello scacchiere internazionale.

#shalegas #fracking #gas

Per cercare di fornire un’analisi completa del quadro odierno è necessario analizzare il cambio di rotta nella politica energetica statunitense e cosa implichi la fantomatica indipendenza energetica di Washington.

In secondo luogo, bisogna comprendere quali siano le ripercussioni della crisi ucraina e dell’instabilità dei mercati mediorientali in Europa e, infine, analizzare la nuova politica russa nei confronti dell’Estremo Oriente.

La shale gas revolution negli Stati Uniti

Lo Shale gas, una delle cosiddette “risorse gasiere non convenzionali” (Shale Gas, Tight Gas e Coalbed Methane tre le più importanti),  rappresenta per gli Stati Uniti una risorsa di inestimabile valore. Sebbene gli Stati Uniti si posizionino soltanto al quarto posto per riserve di scisto comprovate (dopo Cina, Argentina e Algeria), essi sono gli unici ad aver tratto, finora, un reale beneficio a livello di mercato dallo sfruttamento di tale gas.

L’estrazione di Shale gas richiede infatti una notevole esperienza tecnica, requisito mancante alle grandi compagnie energetiche cinesi per esempio, oltre che un terreno favorevole da un punto di vista geologico, non eccessivamente duro e in territorio non montagnoso, e con giacimenti non in profondità (i giacimenti statunitensi si trovano tra poche centinaia di metri e i 3.000 metri, mentre quelli cinesi tra i 3.000 e gli 8.000 metri di profondità). Le compagnie statunitensi sembrano essere ora in grado di arginare quasi totalmente i danni derivanti dal fracking (micro-esplosioni settoriali all’interno del giacimento) e dall’immissione di agenti chimici, sabbie e acqua necessarie ad aumentare la pressione all’interno del pozzo e favorire la fuoriuscita del gas, altrimenti non spontanea.

Una volta ammortizzato l’investimento iniziale di capitale impiegato per l’acquisizione del know how necessario e sufficiente a contenere i danni ambientali e aumentare  il tasso di recuperabilità del giacimento, l’estrazione di shale gas risulta complessivamente meno dispendiosa rispetto all’estrazione di gas convenzionale.

Considerando che la percentuale di shale gas estratto negli Stati Uniti ammontava soltanto all’1% nel 2000 e ben al 20% nel 2010, l’Energy Information Administration stima che nel 2035 la produzione di gas di scisto possa raggiungere il 48%. Un tale aumento della produzione potrebbe portare Washington all’ autosufficienza energetica già nel 2020 secondo la dichiarazione rilasciata da Edward L. Morse, amministratore delegato e direttore generale dei servizi di Citi e confermata da Michael Levi, alto consigliere per l’Energia e l’Ambiente al Comitato delle Relazioni Internazionali statunitense. Un ulteriore aumento della produzione potrebbe dunque trasformare gli Stati Uniti da un importatore a un esportatore netto di gas, il che implicherebbe l’apertura di nuovi mercati, compreso quello europeo. Considerando che ora il prezzo del gas negli Stati Uniti è di 4$/MMBTU rispetto ai 10$/MMBTU in Europa e ai 15$/MMBTU in Giappone, se nel lungo periodo la domanda rimane costante e il prezzo del gas non subisce variazioni eccessive negli Stati Uniti, diventa ipotizzabile il trasporto via mare tramite cisterne verso l’Europa, come avviene per l’LNG (Liquefied Natural Gas) qatariano, australiano, malese e indonesiano.

L’Europa e la dipendenza dalla Russia

È necessario analizzare ora quali siano le ripercussioni della shale gas revolution per il mercato europeo e quale la reazione da un punto di vista interno.

La possibilità che una seconda rivoluzione del gas di scisto possa avvenire nel Vecchio Continente risulta estremamente remota. Le riserve europee, non solo risultano inferiori a quelle statunitensi, ma anche di più difficile estrazione.

La sensibilità dei governi e le forti critiche da parte di un pubblico spaventato dai possibili danni ambientali ha portato inoltre nel 2013 alla ratifica di moratorie da parte di Francia, Lussemburgo, Olanda, Repubblica Ceca e Bulgaria contro l’esplorazione e la produzione di gas di scisto in territorio nazionale. Numerose critiche sono state sollevate in Inghilterra, Romania e Germania.

Nel 2012 Il Parlamento Europeo ha stabilito che il potere decisionale riguardo la possibilità di permettere o meno attività di esplorazione e produzione di gas di scisto venga demandato al singolo stato membro e non al Parlamento Europeo, autorizzando i paesi dell’ Europa centrale a dare il via alla fase di esplorazione.

Un report della Commissione Europea del 2012 afferma tuttavia che “la produzione di shale gas non renderebbe comunque l’Europa autosufficiente per quanto concerne la produzione di gas naturale. Nel migliore dei casi, la riduzione della produzione di gas convenzionale può essere sostituita mantenendo un livello di dipendenza dalle importazioni al 60%.”

Secondo i dati forniti dall’ IEA (International Energy Agency, 2014), l’Europa importa il 70% del greggio, il 50% di gas naturale e il 44% del carbone necessario al fabbisogno energetico interno e, secondo rilevazioni della stessa agenzia, si prevede un aumento della dipendenza da importazioni di idrocarburi del 20% nei prossimi vent’anni. Tale dipendenza sta spingendo l’Europa a cercare nuovi partner per ridurre la leve che Gazprom, il colosso energetico russo, può esercitare sulla politica di sicurezza energetica dettata da Bruxelles.

Riferendoci ai dati forniti dallo U.S. Congressional Research Service (CRS) per l’Europa, i due maggiori esportatori di gas sui mercati europei sono Oslo (35%) e Mosca (34%), seguiti al terzo posto dall’Algeria.

Considerando ora che si prevede un lento declino della produzione norvegese a partire da 2015, ci si interroga su quali possano essere le vie di approvvigionamento alternative a quella russa. La crisi Ucraina del post – Maidan e il profilarsi di un potenziale conflitto congelato dei territori della Novorossija (Новоро́ссия in russo) minacciano pesanti ripercussioni sulla sicurezza energetica europea.

È necessario analizzare ora quali siano effettivamente le ripercussioni della crisi ucraina sul vecchio continente: i rifornimenti russi infatti raggiungono il territorio europeo esclusivamente via pipeline, così come quelli norvegesi, mentre il restante 25% di gas viene trasportato via nave sottoforma di LGN dai partner algerini, egiziani e qatariani.  Esistono 13 gasdotti che collegano Russia ed Europa escludendo il progetto South Stream: 3 di questi raggiungono la Finlandia, l’Estonia e la Lettonia, 4 passano attraverso Bielorussia, Polonia e Lituania, 5 attraverso l’Ucraina e l’ultimo, il Nord Stream, una sorta di corsia preferenziale volta a coronare l’idillio russo-tedesco, collega direttamente il terminale di Vyborg, non distante da San Pietroburgo, alla città di Greifswald, in Germania.

Pertanto, un inasprimento delle crisi ucraina potrebbe portare alla chiusura dei rubinetti da parte russa (come già avvenuto nel 2009) e questo implicherebbe una mancanza di approvvigionamento per metà Europa, considerando che le due pipeline con maggiore portata, Bratzvo (Fratellanza) e Soyuz (Unione) passano entrambe in territorio ucraino, per poi attraversare la Slovacchia e rifornire l’Europa orientale, mentre una terza pipeline rifornisce i Balcani e la Turchia.

Marco Antollovich

Seguirà domani South Stream o vie alternative?

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