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Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/4

By Marco Antollovich

Cap.2 della tesi “Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente” (M.Antollovich)

Indipendenza della Georgia e indipendenza dalla Georgia

La Georgia, culla di una nazione che vanta origini antichissime, di gran lunga precedenti alla Rus’ di Kiev, è stata considerata per secoli una colonia russa, prima dell’Impero zarista e poi dell’ Unione Sovietica.

Molti furono i Georgiani che riuscirono a emergere e a ottenere posizioni di ruolo nella multietnica e variegata realtà sovietica. Basti pensare a figure come Stalin, Berija, entrambi di nazionalità georgiana, o al legame di sangue che ha vincolato gli ultimi tre ministri degli esteri russi a Tbilisi: Primakov trascorse tutta la sua infanzia e la sua giovinezza nella capitale, mentre la madre del suo successore, Igor Ivonov era anch’essa originaria di Tbilisi. Da ultimo, il padre di Sergei Lavrov, attuale ministro degli esteri russo, faceva parte dell’ èlite armena della città.

La Georgia, ancor più di Armenia e Azerbaigian, rappresentava (e continua a rappresentare) perfettamente quel crogiolo di etnie, lingue e culture che caratterizza da sempre il Caucaso del Sud: stando all’ultimo censimento sovietico in Georgia, più precisamente, su una popolazione totale di 5.401.000 abitanti, solo il 70% era rappresentato da Georgiani.

Del restante 30%, gli Armeni costituivano la minoranza più numerosa (8%), seguita dai Russi con il 6.3% e Azeri con il 5.7%. Le popolazioni ossete e abcase rappresentavano rispettivamente il 3% e l’1.8%. Ciascuna delle minoranze, inoltre, occupava una zona ben definita all’interno del territorio georgiano: nella regione di Samtskhe-Javakheti, a meno di 300 chilometri da Tbilisi, gli Armeni costituiscono più del 50% della popolazione raggiungendo il 95% in certi distretti.

Gli Osseti rappresentavano nell’Ossezia del Sud, su circa 100.000 abitanti, il 66%, mentre i Georgiani, costituivano il secondo gruppo più numeroso della regione con il 29% della popolazione.

Il ruolo delle minoranze costituirà una delle questioni più annose per la nazione georgiana dopo l’indipendenza e sarà foriero di conflitti interni e attriti internazionali.

Sebbene il tenore di vita in Georgia fosse considerevolmente più elevato che in molte altre Repubbliche Sovietiche, la mancanza di risorse naturali rendeva il mercato georgiano indissolubilmente vincolato a quello sovietico: la coltivazione di viti (e la produzione di bevande alcoliche), agrumi e di tè rappresentava l’unica forma di esportazioni in tutta l’URSS.

Considerando che la coltivazione di tali prodotti avveniva solo sulle coste del Mar Nero (principalmente in territorio abcaso), essa rappresentava una fonte di introiti non trascurabile per l’economia georgiana, ma aveva alimentato negli anni un vasto mercato nero, con una conseguente impennata di corruzione negli anni ‘80.

Il crollo dell’ Unione Sovietica ebbe dunque ripercussioni devastanti sul neonato stato georgiano poiché la relativa chiusura dei mercati, sommata alle guerre civili combattute al suo interno, portarono a una riduzione drastica dell’economia: rispetto al PIL del 1989 si registrò un calo dell’11% nel 1990, del 20.6% nel 1991, del 43.4 % nel 1992.

Da questa breve introduzione possiamo dedurre quanto la Georgia di fine anni ’80 fosse un territorio instabile e fragile sotto ogni punto di vista, all’interno di un altrettanto fragile Unione Sovietica. Ma come reagì questo piccolo stato agli avvenimenti che portarono alla dissoluzione del colosso sovietico e all’indipendenza del Caucaso?

Come nelle vicine repubbliche di Armenia e Azerbaigian, esisteva una Nomenklatura georgiana vicina o facente parte del partito che si era arricchita negli anni grazie al fiorente mercato nero; tali patronati andarono, col passare del tempo, a ricoprire un ruolo sempre più importante all’interno dell’amministrazione statale.

Grazie alla politica di decentramento dell’era di Gorbaciov, emersero delle nuove figure fondamentali per l’indipendenza del Caucaso e della Georgia, in particolar modo: i “patriot-buisnessman”.

Questa neonata categoria politico-militare-economica, grazie agli introiti derivati dal mercato nero, era in grado di organizzare forme di milizia privata altamente addestrata; tale milizia andrà a costituire il nucleo centrale dei vari eserciti nazionali agli albori dell’indipendenza, nei primi anni ‘90.

Il desiderio di svincolarsi dal giogo russo aveva dunque portato alla formazione di partiti e movimenti d’opposizione durante la fine degli anni ’80, tutti di stampo nazionalistico, tutti anti-russi, ma non tutti necessariamente anti-comunisti. Tra questi la “Società Rustaveli”, pro-comunista, il “Partito per l’Indipendenza Nazionale” di Tserteli, il “Partito Nazional-democratico” di Chanturia e la “Società di sant Ilya”, fortemente nazionalista, fondata dai dissidenti Kostava e Gamsakhurdia.

In Georgia, tuttavia, le prime vere manifestazioni volte a contestare il ruolo egemone del partito comunista cominciarono già nel novembre del 1988. Fu proprio durante le proteste di fine ’88 che emerse la figura di Zviad Gamsakhurdia, leader carismatico e misterioso, emblema messianico della lotta per l’indipendenza e del nazionalismo georgiano.

Gamsakhurdia, originario della Mingrelia (regione storica georgiana, abitata da Mingreli, un sottogruppo dei Georgiani), ma cresciuto a Tbilisi, era figlio del più noto poeta e letterato georgiano del XVIII-XIX secolo.

Filologo, traduttore di Baudelaire e di innumerevoli opere francesi, inglesi e statunitensi, Zviad aveva sin da giovane dimostrato uno spiccato amore per la patria e un altrettanto spiccato odio per l’invasore sovietico. Promotore di una politica basata sul nazionalismo più esasperato (il suo slogan era “la Georgia per i Georgiani”), legava a doppio filo la rinascita della Georgia sia all’indipendenza dall’URSS, sia a una gestione dello stato tutta georgiana, dove le minoranze non dovevano né potevano ricoprire alcun ruolo (privare le minoranze di un ruolo nelle amministrazioni locali avrebbe consentito alla popolazione georgiana di controllare meglio, anche grazie all’ imposizione del georgiano come lingua, dei territori di confine dove i Georgiani risultavano in forte minoranza).

Gamsakhurdia diventava pertanto il portavoce di un’ideologia nuova, quella nazionalista, rimasta latente per decenni sotto il comunismo.

Fu proprio l’esasperazione del nazionalismo georgiano che gli permise di ottenere un così ampio consenso popolare. Con una situazione politica instabile, un quadro etnico non privo di frizioni e una struttura economica al collasso, la ricerca disicurezza, come in altri regimi autoritari, costituì la carta vincente di Gamsakhurdia. (altro…)

Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/3

By Marco Antollovich

Cap.2 della tesi “Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente” (M.Antollovich)

La Georgia senza l’Unione Sovietica. Dalla caduta dell’URSS: l’indipendenza del Caucaso e il Nagorno-Karabakh

La presenza russa nel Caucaso ha origini antiche e fortemente radicate nel territorio; escludendo un breve periodo di indipendenza, dalla metà del 1917 al 25 febbraio del 1920, data in cui la Georgia, l’ultima delle tre a cedere, viene invasa dall’Armata Rossa, le Repubbliche di Georgia, Armenia e Azerbaigian sono state per più di due secoli sotto il controllo, diretto o indiretto, prima dell’Impero Zarista, poi dell’Unione Sovietica. Mentre le tre repubbliche godevano dello status di “Repubblica Socialista Sovietica” (dunque RSS di Armenia, RSS di Georgia e RSS di Azerbaigian), altri territori del Caucaso del Sud, con una storia, una cultura, una lingua e una religione diverse, venivano considerati regioni sotto il controllo di una delle tre repubbliche.

Più precisamente: l’Abcasia, territorio a Nord-Ovest della Georgia, aveva goduto dello status di “Repubblica Socialista Sovietica” fino al 1931, anno in cui era stata declassata a “Repubblica autonoma” sotto la Georgia. Gli abcasi, prevalentemente musulmani sciiti, erano molto più vicini (etnicamente e linguisticamente) alle popolazioni del Nord Caucaso piuttosto che ai Georgiani.

L’ Ossezia del Sud veniva considerato un “Oblast autonomo” in territorio georgiano. Gli Osseti meridionali erano imparentati con gli Osseti del Nord, il cui ceppo linguistico era di origine Iranica, molto più vicino all’ attuale Farsi che al Georgiano.

All’ Ajara, territorio a Sud-Ovest della Georgia con popolazione georgiana ma musulmana, era stato assegnato lo status di Repubblica Autonoma.

Durante la dominazione sovietica, nelle tre Repubbliche Caucasiche vennero a crearsi dei potentati, una Nomenklatura egemone interna al PC, che giocarono un ruolo di non poco conto a Mosca. Il georgiano Edward Shevardnadze, l’azero Heidar Alyev e l’armeno Karen Demirchian, ciascuno segretario del partito del rispettivo paese, intrapresero una politica di prestigio in nome della propria repubblica e negli interessi di quest’ultima. Maggiore era il peso del rappresentante politico dunque, maggiori erano le concessioni che il paese riusciva a strappare alla direzione centrale: per la Georgia una delle questioni fondamentali era rappresentata dal controllo sulle minoranze, mentre per Armenia e Azerbaigian risultava di vitale importanza la questione del Nagorno Karabakh. L’astio reciproco provato da Demirchian e Alyev non fece altro che aumentare gli attriti tra i rispettivi popoli.

Fu proprio l’esacerbarsi della lotta, prima politica e poi militare per il controllo del Nagorno Karabakh, del “nero giardino tra i monti” (la parola Nagorno Karabakh è sintomatica del plurilinguismo regionale: Nagorno, dal russo “in mezzo ai monti”, mentre Karabakh è una parola di origine turco-persiana che significa appunto “giardino nero”, in riferimento al colore della terra presente in quella regione) a far vacillare per la prima volta l’ormai instabile struttura dell’Unione Sovietica.

Il 20 febbraio 1988, a Stepankert, capoluogo della regione autonoma all’interno della Repubblica Azera, il Soviet locale richiese a gran voce una modifica dei confini e il passaggio dell’intera regione in territorio armeno. Già nel 1945, 1965 e 1977 erano state formulate delle petizioni ufficiali di richiesta di annessione alla Repubblica Armena, ma invano.

La maggioranza della popolazione era infatti di etnia armena, ma ad essa non venivano riconosciute nemmeno le tutele che si è soliti garantire alle minoranze: il culto della religione cristiana veniva condannata in uno stato musulmano, non esistevano programmi in lingua armena né agli Armeni veniva data la possibilità di fare carriera.

Sebbene la richiesta del febbraio 1988 venisse fermamente rifiutata dal Politburo in sede centrale, essa destò un sentimento di forte nazionalismo armeno in madrepatria: l’hai dat, ovvero “la causa armena”.

La questione del Nagorno Karabakh, spinse per la prima volta le due Repubbliche a rendersi conto che, se un problema non poteva essere risolto attraverso Mosca, la via nazionale avrebbe rappresentato l’unica soluzione possibile.

Tale situazione portò per la prima volta a far sì che due repubbliche all’interno dell’Unione Sovietica potessero scontrarsi per questioni di politica interna. La decisione del Politburo non era stata presa in un’ottica pro-azera e anti-armena, bensì con la sola finalità di non creare un precedente: la presa di soluzione opposta avrebbe potuto aprire un Vaso di Pandora, che Mosca non sarebbe riuscita a controllare.

Quello che verrà poi definito come “precedente del Kossovo” consiste nella dichiarazione unilaterale di indipendenza senza che questa venga riconosciuta dallo stato di appartenenza; nel caso del Kosovo, la Serbia. All’ interno dell’ Unione Sovietica vi erano molte regioni instabili, al pari del Nagorno-Karabakh: La Transnistria, L’ Abcasia, L’ Ossezia del Sud, e la Cecenia tra le più importanti.

Nel 1988 cominciò un esodo di azeri residenti in territorio armeno a causa delle politiche discriminatorie adottate da Yerevan e lo stesso avvenne per gli Azeri residenti nel Nagorno Karabakh: la risposta da Baku non si fece attendere, segnando il definitivo punto di rottura tra i due stati e, con esso, anche la speranza di una risoluzione pacifica del contenzioso: nel febbraio del 1988 un’insurrezione popolare nella città azera di Sumgait si trasformò in un vero e proprio pogrom anti-armeno. Ne seguirono altri di minore rilevanza nei due anni successivi, ma le tensioni scaturirono a Baku quando, il 13 gennaio 1990, il Fronte Popolare Azero organizzò il più grande pogrom contro gli Armeni di fine secolo.

Il Politburo decise di inviare l’esercito per reprimere la rivolta, perdendo in una sola volta sia l’Armenia che l’Azerbaigian: l’intervento del PCUS, che portò ad un vero e proprio massacro (lo scontro portò alla morte di 130 cittadini e 26 soldati), venne visto dalla popolazione azera come un illecito nella propria politica interna, per giunta aggravato da uno sproporzionato uso della forza.

Al tempo stesso, Mosca decise di troncare i rapporti con l’Armenia, vista ormai come una repubblica secessionista, instabile e ribelle. La conseguenza diretta di questi avvenimenti fu il totale distacco dalla direzione centrale, che culminò con la dichiarazione di indipendenza delle due repubbliche: il 30 agosto 1991 divenne indipendente la Repubblica Azera, il 21 settembre quella Armena.

Seguì la dichiarazione del Nagorno Karabakh, la cui indipendenza non venne riconosciuta nemmeno dalla stessa Armenia, che tuttavia ne controllava il governo e l’esercito.

La guerra, che scoppiò nei mesi seguenti vide prevalere l’esercito armeno, maggiormente preparato e meglio equipaggiato di quello azero. Nel 1992 la Russia fornì un egual numero di armamenti ad ambo le parti ed entrambi gli eserciti godettero dell’appoggio di irregolari russi.

Alla fine del 1992 l’unico e ultimo obiettivo armeno era liberare Stepankert dall’accerchiamento azero. Fu solo nell’ottobre del 1993, con l’elezione di Aliev che l’Azerbaigian poté sperare in un rovesciamento delle sorti del conflitto ma, se non per qualche piccola vittoria, la situazione non cambiò: l’Armenia controllava buona parte del territorio e nel maggio del 1994 si raggiunse il cessate il fuoco.

La questione del Nagorno Karabakh resta il fondamento degli odi tra Armeni e Azeri che continuano a considerare la Repubblica, ormai de facto autonoma, anche se non de iure, come un problema non risolto.

La situazione del Nagorno Karabakh non è l’unico conflitto figlio della dissoluzione dell’URSS nel Caucaso: la Georgia, da sempre un crogiolo multietnico,diede inizio ad una politica fortemente autoritaria e nazionalista di repressione delle minoranze, che avrebbe avuto conseguenze inaspettate durante il ventennio successivo.

Marco Antollovich

Seguirà L’indipendenza della Georgia e dalla Georgia

Il post precedente è al link: Tra Russia e Stati Uniti. Storia della Georgia indipendente, M.Antollovich/2

Mappa fornita dall’autore.

San Gennà, fottatenne!

By Cybergeppetto

Abbiamo Santi in paradiso per fare la manovra?

Come è a tutti noto, il problema del bilancio è dovuto al fatto che il governo italiano “prevede” l’anno prima quello che incasserà in tasse l’anno dopo e, di conseguenza, sparge stipendi a gente che, in buona parte, non serve a nulla o non è in grado di fornire servizi adeguati. Il saldo tra quello che si spende e quello che si incassa è negativo da tempo immemorabile.

La causa di questo macroscopico problema non sta quindi nel reperire risorse per mantenere in vita un meccanismo che trasforma il posto di lavoro in assistenza sociale, ma nel ridurre il numero di dipendenti pubblici ed aumentare i servizi di cui i cittadini hanno bisogno.

Questa pedante, ma doverosa premessa, per dire che le discussioni su chi deve pagare non sono altro che dolci zaffate da fumeria d’oppio per evitare di discutere dell’unica cosa seria da fare in questi casi, cioè ridurre la spesa pubblica.

Per affrontare con decisione la crisi il governo ha deciso o si avvia a decidere su una serie di misure toste per raggranellare quarantacinque miliardi di euro ed arrivare presto al pareggio di bilancio, ma non sa a che santo votarsi perché tutti gli danno addosso.

Si è pensato di ridurre il numero di province e comuni con scarsa popolazione e scarso numero di abitanti, ma da più parti si dice che le province ed i comuni da ridurre hanno una loro storia ed una loro utilità e non possono essere soppressi, se anche si riuscisse a farlo non si potranno certo licenziare i dipendenti pubblici, alla fine da questa cosa non si ricaverà nessun risparmio.

Si è pensato ad un innalzamento dell’età pensionabile mediante anticipo della cosiddetta “quota 97”, ma vari partiti hanno detto chiaramente che non si può alzare l’età pensionabile perché è un “diritto acquisito”, cioè quella cosa che vuol dire che la pensione dei troppo giovani che lasciano il lavoro, furbescamente chiamata “pensione d’anzianità”, la debbono pagare i precari quando troveranno un lavoro, alla fine da questa cosa non si ricaverà nessun risparmio.

Si è pensato ad un aumento delle tasse per i redditi superiori a novantamila euro, ma dai calciatori ai liberisti è tutto un fiorire di proteste contro il “contributo di solidarietà” di coloro che hanno redditi superiori ai novantamila euro, in Parlamento ci sarà un’aspra battaglia per eliminare questa tassa, alla fine da questa cosa non si ricaverà nessun risparmio.

Si è pensato alla possibilità di licenziamento senza giusta causa, ma i sindacati hanno detto che non se ne parla nemmeno, continueremo a pagare la cosa più stupida del mondo, la cassa integrazione. La mobilità del lavoro è una bestemmia per i soviet ancora in attività, alla fine da questa cosa non si ricaverà nessun risparmio.

Si è parlato, infine, di spostare alla domenica più vicina le festività civili e religiose non oggetto di concordato, ma che questa è una cosa che incontra degli ostacoli insormontabili. Intanto gli ex partigiani hanno detto che chi vuole spostare la festività del 25 aprile è un fascista da mettere al muro come i repubblichini a guerra finita, niente processo ed una pallottola in fronte. L’ostacolo più formidabile è però San Gennaro! Si, avete capito bene, i napoletani non vogliono spostare la cerimonia al termine della quale avviene il miracolo: “Quello, il santo, magari si dispiace…” spiegano costernati. Alla fine da questa cosa non si ricaverà nessun risparmio..

Voglio farmi carico io di una supplica diversa al Santo. O San Gennaro! Lasciate che vi rivolga umilmente una richiesta irrituale! In un’Italia in cui tutti chiedono e nessuno da, sicuro del fatto che voi non siete come alcuni vi dipingono, fottetevene di tutte queste dicerie, fate che si possa contribuire a risparmiare qualcosa. INSOMMA! SAN GENNÀ! FOTTETEVENNE DI TUTTE QUESTE FINTE PREGHIERE!

Cybergeppetto

p.s. Il miracolo di San Gennaro si è ripetuto in forma inconsueta, il sangue del santo si è trasformato in titoli di stato, il FTSE MIB ha subito avuto una decisa impennata e si è ridotto lo “spread” tra i nostri titoli di stato e quelli tedeschi…

L’immagine è tratta da photobucket